CAPITOLO QUARTO. Spettacoli celebrati nell’Anfiteatro Flavio dall’inaugurazione al secolo VI, ed abolizione dei medesimi.

Nel capo primo già descrivemmo le sontuosissime feste celebrate in Roma, in occasione dell’inaugurazione dell’Anfiteatro fatta da Tito nell’anno 80 dell’êra nostra. Ora passiamo a ricordare gli spettacoli che vi diedero i suoi successori, fino al secolo VI.

Domiziano (81-96), figlio di Vespasiano e fratello di Tito, fece celebrare durante il suo impero, sontuosi spettacoli in quell’Anfiteatro, che egli avea portato a perfetto compimento. Di questi giuochi ce ne parla Suetonio[433]; e fra i varî spettacoli vi fu pur data una pugna navale. Ma avvedutosi Domiziano che l’Anfiteatro non si prestava ai grandi combattimenti navali, fè costruire presso il Tevere una naumachia, il cui materiale fu poscia impiegato da Traiano al risarcimento dei due fianchi del Circo Massimo, che s’erano incendiati[434]. In questa naumachia si potevano azzuffare delle vere flotte[435]; ma tali giuochi non son da confondersi con la pugna navale che Domiziano diè nell’Anfiteatro Flavio.

Domiziano amò assai le venationes e gli spettacoli gladiatorî; e talvolta, perfin di notte, alla luce delle faci, assisteva ai certami esibiti non solo dagli uomini ma pur dalle donne; e per tutto il tempo degli spettacoli intrattenevasi, talor seriamente, con un fanciullo, puerulus, che gli stava ai piedi vestito di scarlatto, coccinatus, e che era una maraviglia per la sua portentosa sebben piccola testa[436].

Io penso che questo fanciullo portentoso parvoque capite, prediletto da Domiziano e col quale fabulabatur nonnumquam serio, possa essere l’undicenne Q. Sulpicio Massimo coronato dallo stesso Domiziano in Campidoglio, per avere, nel concorso poetico indetto nel terzo lustro o certame dell’agone capitolino, riportato l’onore del primato sopra cinquantadue competitori, grecamente poetando: il cui sepolcro venne in luce nel 1871 nel demolire la torre destra della Porta Salaria[437].

Un dì, seduto sulle gradinate dell’Anfiteatro, trovavasi un padre di famiglia, il quale, parlando, asserì che «un Trece o Mirmillone, non poteva paragonarsi a quel gladiatore che allora dava uno spettacolo al popolo». Risaputolo Domiziano ordinò che dai gradus quegli passasse tosto nell’arena, e divenisse preda dei cani. Dietro le spalle gli mise la scritta: «Empiamente ha parlato questo parmulario», ossia fautore dei Traci, i quali, come si disse nell’introduzione, erano armati di parma[438].

Marziale[439] scrisse l’ultimo epigramma dopo la morte di Domiziano; poichè dice di lui che più giovevole cosa sarebbe stata alla gente Flavia il non avere avuto i due degnissimi Imperatori Vespasiano e Tito, che l’aver sortito questo terzo Cesare, malvagio e scelleratissimo.

Domiziano fu uno dei più bravi arcieri[440]; talvolta prendeva di mira la palma destra di un fanciullo, che, in lontananza, teneva stesa, e vi dirigeva le frecce con tant’arte da farle passare innocue fra gli intervalli delle dita[441].

Nell’anfiteatro della sua villa Albana fe’ combattere cogli strali, da vicino e senza armatura, contro gli orsi della Numidia, Acilio Glabrione, il quale fu console nell’anno 91 dell’êra volgare:

Profuit ergo nihil misero quod cominus ursos

Figebat numidas albana nudus arena[442].

Lo stesso Imperatore uccideva a centinaia le belve di vario genere, e tra queste uccise un enorme leone africano[443].

Se giuochi tanto magnifici faceva celebrare in Albano, quanto più sontuosi non li avrà dati nell’Anfiteatro Flavio? Marziale, che fu il descrittore ufficiale degli spettacoli celebrati sotto i Flavî nel nostro Anfiteatro, ci dà una chiara idea della singolarità e magnificenza dei suddetti spettacoli esibiti al popolo. «Una donna, dice il poeta, vinse ed uccise un leone. Uno dei più grandi facinorosi venne affisso ad una croce, ed esposto non ad un falso orso, come nella commedia di Nevio il mimo ed attore Laureolo, sibbene ad un vero orso della Caledonia, che lo sbranò[444]. Un condannato, che, come Dedalo, dovea volare per isfuggire agli artigli di un orso, cadde a terra, e fu lacerato dalla belva[445]. Un rinoceronte col corno palleggiò un toro[446]. Un leone, che avea ferito il suo maestro o mansuetario mentre lo percuoteva, fu per ordine dell’Imperatore, ucciso colle frecce[447]. Un orso, che, per difendere la testa dai colpi del bestiario, se la copriva colle zampe anteriori, e, facendo la ruota, fuggiva per la sanguinosa arena; fu costretto a fermarsi, rimasto preso al vischio come un uccello[448]. Il bestiario Carpoforo meritò di essere anteposto a Meleagro e ad Ercole, perchè, nello stesso giorno e nello stesso spettacolo, uccise venti fiere: tra le quali due giovenche, un bufalo, un bisonte, un orso ed un leone di gran mole, insieme ad un velocissimo pardo[449]. Una macchina elevò in alto nel mezzo dell’arena un toro, sul cui dorso era stata imposta l’effigie di Domiziano camuffato da Ercole[450]. Simili macchine si lavoravano, come abbiam detto, nell’officina summum choragium; ed erano composte con tanta maestria, che da sè medesime si elevavano, mandando in alto i varî piani in esse occultamente contenuti; variavano inoltre di forma, o svolgendosi le parti che erano unite, o riunendosi per sè stesse le dispiegate, od abbassandosi lentamente le elevate; e su di esse apparivano talvolta i gladiatori, fuochi dilettevoli ed altre sorprese di questo genere. Un elefante, dopo aver ucciso un toro, s’inginocchiò innanzi a Domiziano[451]; una tigre riuscì a lacerare un leone (cosa nuova e non mai prima avvenuta) e un toro, che, stimolato colle fiamme per tutta l’arena, aveva colle corna alzato in aria molti fantocci, pilae, e che rimase in ultimo ucciso da un elefante, il quale lo palleggiò alla sua volta colla proboscide[452]».

Sotto lo stesso Domiziano venne accomodata l’arena del nostro Anfiteatro in modo da rappresentare Rodope, nella cui sottoposta pianura, come in un teatro, Orfeo cantava, e intorno a lui ballavano scogli e selve con ogni genere di uccelli e di animali mansueti e feroci. Orfeo era rappresentato da un reo, il quale rimase lacerato da un ingrato orso[453]. I fanciulli si aggrappavano alle corna dei tori; o, correndo essi sulle groppe dei medesimi, agitavano tela, venabuli ed aste, senza ricevere nocumento di sorta[454].

Altri spettacoli somiglianti ci ricorda lo stesso Marziale: spettacoli magnifici e straordinarî, che noi, per brevità, tralasciamo di riferire.


Traiano amò moltissimo gli spettacoli venatorî e gladiatorî[455] e ne fece dare in gran copia e di magnifici. L’Henzen[456] scrisse: Ipse vero Traianus, ut vir bellicosus ac fortis, valde iis laetatus est, triumphos suos venationibus ac gladiatorum muneribus magnificentissimis ornavit. Pel suo trionfo Dacico (a. 108) fece combattere nell’Anfiteatro 11,000 belve feroci e 10,000 gladiatori[457]. «Questi spettacoli, dice il Gori[458], ebbero luogo non solo nell’Anfiteatro Flavio, ma anche in quello edificato da Traiano. Pausania infatti scrive, che questo Imperatore costrusse un gran teatro rotondo[459], ossia un anfiteatro,(?) posto, secondo Sparziano, nel Campo Marzio e distrutto in seguito da Adriano contro il voto di tutti[460], non già perchè Adriano fosse nemico degli spettacoli anfiteatrali, ma perchè si era dichiarato rivale di Apollodoro, celebre architetto di cui servivasi Traiano».

Qual fosse le scopo prefissosi dal Gori, nel creare nuovi anfiteatri, lo vedremo nella IV parte (quest. terza) di questo lavoro. Ora mi limito a dire che Sparziano non usa la voce amphitheatrum, ma theatrum: se uno scrittore greco usasse la parola θέατρον per denotare un anfiteatro, non recherebbe maraviglia, giacchè sappiamo che ai Greci poco piacque usare la voce anfiteatro; ma che uno scrittore romano chiamasse teatro un anfiteatro, è incredibile. Il Lanciani[461] dice: «Pausania registra fra le grandi opere di Traiano in Roma..... theatrum magnum undequaque rotundum, cioè l’Anfiteatro Flavio. È una inesatta asserzione del geografo....». Il teatro perciò fatto edificare da Traiano nel Campo Marzio non possiamo dirlo anfiteatro; e se quest’Imperatore avesse dato, come vuole il Gori, spettacoli nel suo teatro, questi al più sarebbero stati i gladiatorî; non mai le venationes, le quali erano, direi impossibili in edificî di tal natura, e che, come già si disse, dopo l’invenzione degli anfiteatri si celebrarono constantemente in questi e si bandirono financo dai circhi[462].


Anche Adriano si dilettò di dar giuochi nel nostro Anfiteatro. Alle volte egli stesso scendeva sull’arena; e una volta riuscì ad uccidere di propria mano un leone. Durante gli spettacoli, imitando Tito nei 100 giorni della dedicazione dell’Anfiteatro, gettava (separatamente agli uomini e alle donne) globoli o palle con entro diversi donativi. In Atene esibì nello stadio la caccia di 1000 fiere; in Roma fè uccidere molte fiere, 100 leoni ed altrettante leonesse; e nell’anniversario del suo natale, per 6 giorni continui, diè lo spettacolo di ludi gladiatorî e la caccia di 1000 fiere[463].

Adriano ordinò: Decoctores bonorum suorum, si suae auctoritatis essent, catomidiari in amphitheatro, et dimitti iussit[464]; questo castigo fu ben descritto da Prudenzio[465].


Solenni spettacoli fè celebrare Antonino Pio nell’Anfiteatro Flavio. Mostrò tigri, elefanti, crocute[466], strepsiceroti[467], coccodrilli, ippopotami ed altri animali, ricercati in ogni parte del mondo: in una sola giornata mostrò cento leoni: Edita munera in quibus elephantos et crocutas et strepsicerotas et crocodilos etiam hippopotamos, et omnia ex toto orbe terrarum cum tigridibus exhibuit. Centum etiam leones una missione edidit[468].


Nella guerra contro i Marcomanni[469] Marc’Aurelio arruolò moltissimi gladiatori; e gli spettacoli che fe’ dare nell’Anfiteatro furono tanto splendidi che in una sola missione presentò insieme e fece uccidere cogli strali 100 leoni[470].

Ma i ludi più superbi e più magnifici ebbero ivi luogo imperando Commodo.

Più crudele di Domiziano e più impuro di Nerone, provava egli particolar diletto negli spettacoli sanguinarî. Se tal feroce inclinazione fosse in lui perchè nato di adulterio commesso da Faustina sua madre con un gladiatore, secondo alcuni; o perchè concepito, come altri vogliono, dopo che Faustina si era lavata col sangue di un gladiatore svenato, del quale s’era invaghita[471], lo ignoriamo: certo, il fatto ci mostra che Commodo si manifestò piuttosto quale figlio di un gladiatore, che principe generato dal filosofo M. Aurelio.

Frequentò la schola dei gladiatori, e sovente al par degli altri, nudo o velate le spalle con un semplice panno purpureo, entrava all’arena, brandiva il ferro, e comandava che i gladiatori pugnassero con lui. Questi alla più leggiera ferita si dichiaravano vinti; e, prostrati ai suoi piedi, qual trionfante lo veneravano. In tal guisa vinse mille gladiatori; e per celebrare la sua valentia fece troncare la testa al colosso del Sole, del quale a suo luogo parleremo, e in luogo di quella ne fè porre un’altra che presentava le sue sembianze; poi nella base della statua appose la scritta:

MILLE GLADIATORVM VICTOR

(Lampridio)

Ordinò che si registrassero i nomi di tutti i gladiatori da lui vinti; si celebrassero i suoi trionfi nelle pubbliche memorie, e s’aggiungesse che pugnò 635 volte. Nel nostro Anfiteatro uccise di propria mano, con saette, molte fiere; scoccava l’arco con somma destrezza, e sempre colpiva. Fè fabbricare una macchina, che si disse περιδρομος, intorno alla quale egli girava per non essere offeso dalle bestie: e fu così che potè uccidere una quantità di cervi, daini, tori, leoni, pantere, ecc., senza essere obbligato a replicare il colpo. Una volta una pantera si scagliò contro di un uomo. Commodo tende il suo arco, e le assesta una frecciata sì opportuna, che la fiera cade ai piedi del malcapitato. Lampridio racconta anche che una volta Commodo apparve nell’Anfiteatro Flavio vestito in modo strano. Ecco come: egli amava una sua donna, ed aveva il suo ritratto ov’era dipinta in forma di Amazzone. Un bel giorno dunque si veste anche egli da amazzone, si porta all’Anfiteatro e si fa acclamare col titolo di Amazzonio.

Spesso assisteva agli spettacoli anfiteatrali vestito da donna: durante i quali, e contro le leggi, beveva; ed una volta, credendosi schernito dagli spettatori, i quali invece l’acclamavano qual dio, ordinò ai soldati della marina, destinati a tendere il velario, che uccidessero tutti gli accorsi all’Anfiteatro. Dicevasi Ercole, e diè ordine d’incendiare Roma, come colonia sua; ma ciò non avvenne perchè fu dissuaso da Leto, prefetto del Pretorio. Fra i nomi assunti da Commodo vi fu quello di Capo dei secutori[472]: capo, cioè, di quei gladiatori i quali, come vedemmo nell’introduzione, inseguivano i reziarî, Palus primus Secutorum per la secentesima volta.

Dal palazzo, o casa Commodiana Palatina, si trasferì alla casa Vectiliana sul Celio, adducendo a pretesto che in quello gli spettri turbavano i suoi sonni. Contro ogni consuetudine, ordinò che gli spettatori assistessero agli spettacoli non togati, ma vestiti del gabbano (paenula) come nei funerali; ed egli stesso talvolta presiedeva ai giuochi in veste di color bruno. Per due volte gli cadde l’elmo alla porta Libitinensis, che era quella porta per la quale negli anfiteatri si estraevano fuori dell’arena i cadaveri dei gladiatori[473].

Poco prima che Commodo morisse, già da sè stesso erasi procacciati auguri funesti. Erodiano narra che Lucilla, sorella di Commodo, tramò la famosa congiura contro la vita del fratello. Quinziano faceva parte di questa congiura: apparteneva all’ordine senatorio, ed era di animo pronto ed audace. Un giorno questi si nascose in quell’oscuro andito che noi già descrivemmo nel cap. terzo; e, veduto comparire l’Imperatore, snudò improvvisamente il pugnale, e ad alta voce esclamò: «il Senato ti manda questo!» Ma mentre così parlava e stoltamente ostentava il nudo pugnale, venne arrestato dalle guardie, e condannato a morte insieme cogli altri congiurati[474].

Mai s’era visto nè udito, dice lo stesso storico, che un Imperatore sfidasse i più rinomati gladiatori, ed uccidesse di propria mano tante fiere. Sicchè da ogni angolo d’Italia e dalle regioni finitime accorrevano le genti in Roma, per assistere a quegli straordinarî spettacoli.

Nel giorno stabilito, il nostro Anfiteatro rigurgitava di gente. Commodo scendeva sull’arena, e in destrezza superava i più eccellenti tiratori di arco (i Parti) ed i più bravi lanciatori di giavelotti (i Numidi). Dione, anch’esso ascritto all’ordine senatorio, racconta le prodezze ed i combattimenti di Commodo[475]. Alle sue Storie Romane rimettiamo coloro che bramassero averne una contezza particolareggiata. Noi, per non essere troppo prolissi, ci limitiamo a ricordare sommariamente che Commodo, prima di portarsi all’Anfiteatro, soleva indossare una tunica serica con maniche, bianca e trinata di oro. Dione e tutti i senatori lo salutavano ornato di quell’abito. Lungo la via che conduceva all’Anfiteatro, si portava innanzi ad esso la pelle di un leone e la clava. «Nel primo giorno (dice Dione) ei solo, Commodo, uccise cento leoni, girando intorno alla banchina posta sotto il podio. Tutto l’Anfiteatro era stato diviso da diametri connessi, con tetto e peridromo[476], i quali tagliavano l’Anfiteatro in doppia direzione[477] per potere con dardi più facilmente trafiggere le belve».

Racconta lo stesso storico che Commodo scese dal luogo più elevato al piano dell’Anfiteatro; e qualunque bestia da macello che a lui s’avvicinava, tosto l’uccideva; e che inoltre fece cadere una tigre, un ippopotamo ed un elefante. Dopo il pranzo entrava nella pugna gladiatoria....... Con esso pugnavano i maestri dei giuochi, ed anche altri gladiatori.... dai quali in altro non differiva che in questo: essi discendevano nell’arena per poche monete, mentre Commodo si contentava ogni giorno di venticinque miriadi![478] Simili spettacoli durarono quattordici giorni; e mentre Commodo combatteva, noi Senatori (prosegue Dione) ci raccoglievamo colà coi cavalieri..... Prorompevamo con altissime grida, nelle solite acclamazioni; e talvolta esclamavamo: «Signore sei tu, primo, felicissimo; vinci, a memoria di uomini, Amazonio!»

Molti del popolo neppure entravano nell’Anfiteatro: alcuni poi si dipartivano dopo essersi arrestati un momento a guardare: chi indotto dalla vergogna delle cose che ivi si facevano, e chi per timore. Erasi infatti sparsa la voce che l’Imperatore avea stabilito di trafiggere con saette gli spettatori: di fare, cioè, ciò che fece Ercole cogli Stinfalidi. Il popolo, d’altra parte, avea ben donde di ritenere per vera quella voce che circolava; giacchè non ignorava che quel mostro una volta riunì in un luogo tutti gli storpi, gli zoppi, ecc.; ed avendo loro circondato le ginocchia con figure di serpenti, e date ad essi delle spugne perchè le lanciassero, quasi fossero pietre, e considerandoli quali giganti, li percosse e li uccise.

«Questo timore[479], era a tutti comune, nè più agli altri che a noi stessi appartenenti; perciocchè anche a noi senatori tal giuoco fece che per quella cagione certissimo eccidio avessimo ad aspettarci. Conciossiachè ucciso avendo egli uno struzzo (Στρουδός), e tagliato ad esso il capo, si accostò al luogo ove sedevamo; e quel capo stendendo a noi colla sinistra, colla destra la spada sanguinosa, nulla disse in vero; il capo suo soltanto crollò, sogghignando colla bocca, a fine di mostrare che la stessa cosa avrebbe a noi fatta. Per la qual cosa movendosi molti al riso, perchè quell’atto invece di timore il riso aveva in noi eccitato, sarebbero stati essi con quella spada medesima trucidati, se io masticate non avessi le foglie del lauro che nella corona aveva; e persuaso non avessi agli altri tutti di fare lo stesso; affinchè con un movimento continuato della bocca, celare potessimo gli indizi del riso........ Nell’ultimo giorno de’ giuochi il di lui elmo fu altrove recato per la porta per la quale sogliono fare uscire i defunti. E da queste cose nacque in tutti l’opinione che la di lui morte fosse assolutamente vicina».

Sotto l’impero di Commodo, la professione di gladiatore, che prima era infame per legge, addivenne tanto nobile, che si formò il collegio Silvano Aureliano, il quale era composto di quattro decurie, ed aveva a sua disposizione un tempio dedicato a Silvano[480]. Alla stessa epoca probabilmente rimonta pur anche il collegio degli Arenarî o Bestiarî, del quale fa menzione una lapide modenese[481].


Settimio Severo, per celebrare il proprio ritorno, il decennio del suo impero e le vittorie da lui riportate, diè nell’Anfiteatro Flavio varî spettacoli. Dione[482] ce li descrive così: In quell’occasione «sessanta cignali Plauziani[483], per disposizione fatta, tra di essi pugnarono, ed uccise furono molte altre bestie, e principalmente un elefante ed un corocota[484]. Questo è un animale indiano; e allora per la prima volta che io sappia, fu portato in Roma. Il suo colore è quello della lionessa, mescolato con quello della tigre; la sua figura partecipa degli animali medesimi, ed anche di quella del cane e della volpe per singolare radunamento. E formato essendo il ricettacolo delle fiere nell’Anfiteatro a foggia di una nave, così che 400 fiere racchiuder potesse[485] e mandare fuori in una volta; sciolta essendosi quella nave all’improvviso, ne scapparono fuori orsi, lionesse, pantere, lioni, struzzi, asini selvatici, bisonti, i quali sono una specie di buoi barbara per natura ed all’aspetto. Adunque 700 fiere in tutto e bestie da macello furono vedute scorrere, a vicenda; e quindi rimanere uccise. Imperciocchè secondo il numero dei giorni delle feste, che sette furono, sette centinaia di bestie furono ammazzate».


Caracalla si dilettò grandemente dei giuochi gladiatorî e delle venationes[486]. Parecchi spettacoli fe’ celebrare nel nostro Anfiteatro: colle proprie mani uccise un elefante, una tigre ed un ippotigre[487]. Costrinse il famoso gladiatore Batone, da tutti stimato invincibile, a battersi nello stesso giorno, ed uno dopo l’altro, con altri tre gladiatori: Batone, già sfinito, rimase vittima del terzo.

Antonino Caracalla onorò il cadavere di Batone con pompose e magnifiche esequie[488]; e, per compensare in qualche maniera quel suo atto crudele, gli fece edificare un magnifico sepolcro. Il Fabbretti[489], presso la Via Aurelia, nella villa Doria-Pamphili, ritrasse il disegno del cippo, alto piedi 6, once 6, dedicato a questo famoso gladiatore:

BA . TO . NI .

Sotto il nome così punteggiato, si scorge una figura scolpita, barbata, rappresentante Batone con fasce legate intorno al petto, avente sui lombi una larga cintura, ed al collo una doppia catena, o collana, adornata con due pallottole rotonde (torques). Colla destra stringe un coltello; la sinistra è difesa dallo scudo, ed egli ha la testa nuda. Il Winckelmann[490] pubblicò di nuovo questo bassorilievo, e su di esso fece le seguenti osservazioni: «Egli non ha che un gambale alla gamba sinistra, formato da una lastra, e legatovi dietro con delle fasce...... Questa gamba, che mirasi così armata nelle figure di Castore e Polluce, tanto rinomati pei giuochi ginnici, dipinte in un vaso di terra cotta....; sì in due gladiatori impressi in una lucerna anch’essa di terra cotta[491], fanno vedere quest’uso essere stato proprio di coloro che combattevano nei giuochi pubblici. L’andar poi eglino così armati ne fa supporre che i gladiatori, mettessero avanti il piede sinistro, e ritirassero il destro; sebbene la destra gamba di Batone non rimane senza difesa; vedendovisi legato sotto il ginocchio un riparo per li colpi, che l’avversario avesse cercato di dargli in quella parte».

Regnando Macrino, un fulmine, come vedremo, appiccò il fuoco all’Anfiteatro, che rimase perciò mutilo per qualche tempo; ed i giuochi gladiatorî si diedero nello Stadio[492].


Eliogabalo ne intraprese il restauro, e Severo Alessandro lo portò a perfezione. Una medaglia di quest’imperatore (dell’a. 223) rappresenta il combattimento di un uomo con una belva[493] nell’arena dell’Anfiteatro Flavio. Fuori di questo si scorge, su di un piedistallo, un frammento di colonna, e l’imperatore in atto di entrare nell’Anfiteatro, seguito da una guardia: dall’altra parte apparisce una specie di portichetto con frontone[494]. La medaglia ha questa scritta:

IMP . CAES . M . AVR . SEV . ALEXANDER AVG .

e, nel rovescio:

PONTIF . MAX . TR . P . II . COS . P . P . S . C .[495].

Solennissimi furono gli spettacoli che si celebrarono nell’Anfiteatro Flavio sotto l’impero di Gordiano III[496].

Il Lanciani[497] dice: «È notissima la passione della famiglia di Gordiano Giuniore e di lui stesso per le venationes, e la loro munificenza nel celebrarle». Gordiano III, per festeggiare il suo trionfo Persico[498], avea preparati in Roma 1000 paia di gladiatori fiscali o di proprietà governativa; 22 elefanti, 10 alci, 10 tigri, 60 leoni mansuefatti, 10 belbi ossia iene, un ippopotamo, un rinoceronte, 10 arcoleonti o leoni di prim’ordine, 10 camelo-pardali, 20 onagri, 40 cavalli indomiti ed altre innumerevoli belve feroci. Ma queste bestie furono esposte dal suo successore ed assassino, Filippo, nei ludi secolari, quando, cioè, nel consolato suo e di suo figlio, celebrò l’anno millesimo della fondazione di Roma[499]. Pomponio Leto è di parere che questi ludi siano stati fatti nel Circo Massimo e nel teatro di Pompeo. Il Muratori[500] dimostra che si diedero nell’Anfiteatro. Nondimeno, come giustamente osserva il Salmasio, essendo probabile che la distribuzione dei donativi, solita a farsi dagli Imperatori al popolo, avesse luogo nell’Anfiteatro Flavio; ed è da credersi che, oltre ai ludi celebrati nel Circo Massimo, se ne celebrassero anche altri nell’Anfiteatro: molto più che Giulio Capitolino pare che distingua i giuochi fatti nel Circo dai doni che si distribuirono nell’Anfiteatro: et muneribus atque circensibus.


Anche Probo diede nell’Anfiteatro sontuose cacce nell’anno 281, in cui celebrò il suo trionfo. Vopisco[501] riferisce che in questa circostanza Probo fece uscire dagli ipogei del nostro Anfiteatro 100 leoni di prim’ordine, iubati, colle loro giubbe sciolte, i quali coi loro ruggiti facevano rimbombare la cavea a guisa di tuoni; e furono tutti uccisi dai cacciatori. Si diè poscia la venatio di 100 leopardi africani e di 100 siriaci; di 100 leonesse, e 300 orsi insieme; il quale spettacolo, dice il biografo, riuscì più grandioso che gradito: Magnum magis constat spectaculum fuisse quam gratum.

Alla venatio fe’ seguito un ludo gladiatorio, nel quale lottarono i prigionieri condotti in Roma pel trionfo: questi erano quasi tutti africani, della tribù dei Blemî; e ad essi furono aggiunti alcuni Germani, Sarmati e ladroni Isauri. In tutto, paia 300.


Quando, nel 274, Aureliano condusse sul Campidoglio, dietro al suo carro ed avvinta con catene d’oro, la superba regina dei Palmireni, Zenobia, e i due Tetrici; l’immensa processione fu preceduta da 20 elefanti, 200 belve ammansite, della Libia e Palestina, da diversi camelo-pardali, da alci, e da altre simili bestie forastiere[502]. Succedevano a queste 800 paia di gladiatori e i prigionieri delle varie barbare nazioni soggiogate, cioè: gli Alani, gli Arabi, gli Assomiti, i Battriani, i Blemmî, i Persiani, i Goti, i Sarmati, i Franchi, gli Svevi, i Germani, i Vandali, gl’Iberi, gli Eudemoni, i Palmireni e gli Egiziani. I seguenti giorni furono impiegati in combattimenti gladiatorî, in cacce di fiere ed in naumachie[503]: segno evidente che in quei pubblici sollazzi si fecero massacrare i 1600 gladiatori ed i prigionieri.


Imponentissimi spettacoli ebbero luogo nell’Anfiteatro Flavio ai tempi di Caro, Carino e Numeriano (283). Calpurnio ce li descrive particolareggiatamente; e la sua Ecloga è tanto più interessante, in quanto che fu egli teste oculare di ciò che narra. Calpurnio[504] induce il pastore Coridone a descrivere ad un altro pastore, Licota, gli spettacoli dati nel nostro Anfiteatro ai suoi giorni; ed in pari tempo descrive l’anfiteatrale edificio. Noi riportiamo in nota il testo, dando qui relegante traduzione del march. Luigi Biondi pubblicata in Roma nel 1841.

«Coronato di travi in un conteste

Vidi il superbo Anfiteatro al cielo

Surgere, quasi del Tarpeio colle

Sovrastando alla vetta; e vidi immenso

Ordin di gradi dolcemente acclivi.

Pervenni là dove la sozza plebe

In abbrunati vesti, avea suo loco

Infra le logge ove sedean le donne;

Perchè lo spazio, che non chiuso giace

Sotto l’aperto ciel, riempivan densi

I cavalieri e i candidi tribuni.

Appunto come questa valle in giro

Spazïoso dilatasi, ed i suoi

Fianchi inarcando, concava si curva

Per entro una catena di montagne

Incoronate di pendenti selve;

Così pur ivi flessuoso cerchio

Cinge lo spazio della curva arena:

E due gran moli torte in egual arco

Forman conesse insieme egual figura.

Come ridir potrò le cose tutte,

Se tutte contemplarle a parte a parte

Io medesimo non valsi? fulgor tanto

D’ogn’intorno la vista mi percosse!

. . . . . . . . . . . . . . . .

Coverto d’auro il portico, di gemme

Ricoverta del portico la fascia,

Splendevano a vicenda: e colà dove

Ha termine l’arena, e il vasto circo

Chiudesi di marmorea muraglia,

Eran d’avorio levigate ruote,

Il cui volubil perno delle fere,

Col volger pronto, l’adugnar fu vano,

E si avventan, le rovescia a terra.

Splendevan anco di fin auro attorte

Le reti che sporgeano inver l’arena

Per più denti disposti a ugual distanza:

Ed era (s’io pur merto fede alcuna,

La mi porgi, o Licota) era ogni dente

Assai più lungo d’un de’ nostri aratri.

Che mai per ordin potrei dirti? Io vidi

Ogni sorta di belve: i bianchi lepri;

I cinghiali col corno; e la manticora;

E persin l’alce trasportata insieme

Cogli alberi del bosco ov’ella nacque.

Vidi pur tauri moltiformi: alcuni

Squassan le giubbe per lo collo, e ad altri

Aspra la barba giù dal mento scende,

E setolosa la giocaia trema,

Nè solo io vidi le silvestre fere;

Ma vidi pur gli equorei vitelli

Affrontati con orsi: anco la belva

Vidi del nome del cavallo degna,

Se ben deforme, che in un fiume nasce....

Quel fiume che trabocca e i colli irriga.

Oh quante volte trepidando scôrsi

Spalancarsi l’arena, e dall’aperta

Voragin della terra emerger belve!

E spesso fuor de le latebre istesse

Crebber piante che avean d’auro le fronde,

E le cortecce del color del croco»[505].

Contro il costume dei suoi antecessori, sembra che Diocleziano non abbia dato nell’Anfiteatro Flavio solenni giuochi, neppure allorchè venne in Roma per celebrarvi i vicennali. Il Muratori[506] dà di questo fatto, quasi singolare, la spiegazione seguente:

«Parla ancora (Lattanzio) di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già dei solenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti, perchè egli, studiando il più che potea il risparmio, si rideva di Caro e d’altri suoi predecessori, che secondo lui scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli. Uscirono perciò contro di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli soffrire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma e di andarsene a Ravenna verso il fine dell’anno, senza voler aspettare il primo dell’anno seguente, in cui egli doveva entrar Console per la nona volta».


Ed ora eccoci ai Cesari cristiani. Costantino, nell’anno 325, che è l’anno del Concilio Niceno[507], diresse da Berito (Beirut) a Massimo una legge[508], colla quale proibiva universalmente gli spettacoli gladiatorî, e li vietò non soltanto per aver letto i libri di Lattanzio Firmiano[509], ma molto più perchè il cristianesimo fu mai sempre nemico acerrimo della barbarie e d’ogni crudeltà. «Sono notissime, dice il ch. Lanciani[510], le fasi della lotta lunga e pertinace sostenuta dalla nascente civiltà cristiana e dal mitigarsi della fierezza degli antichi costumi contro i giuochi gladiatorî».

Già nel 315 Costantino ordinava ad Eumelio (il quale nell’anno seguente diveniva vicario dell’Africa) di togliere l’uso di marcare in fronte con ferro rovente i gladiatori condannati a morte; e ciò, per non disonorare il volto umano, in cui si traluce sempre qualche vestigio della beltà celeste[511]. Dalla stessa Berito emana Costantino un’altra legge, vietando assolutamente ai giudici di condannare i rei alla condizione gladiatoria; e comanda che questa pena sia commutata co’ lavori forzati alle miniere, affinchè, senza spargimento di sangue, il reo subisca la pena dei suoi delitti: nell’ozio civile, e nella domestica quiete non piacciono gli spettacoli sanguinosi[512].

Ma il popolo amava troppo i vietati divertimenti! Non era prudente urtare soverchiamente la sua passione; e quindi fu mestieri tollerare ancora gli spettacoli nell’Anfiteatro Flavio. Ce n’è testimonio S. Agostino[513], il quale narra che circa l’anno 390 venne in Roma Alipio, il quale fu talmente violentato dai suoi amici a portarsi al nostro Anfiteatro, onde assistere ai ludi gladiatorî, che finalmente s’arrese. Alipio era cristiano; l’avea battezzato S. Ambrogio in Milano; e, nell’accondiscendere ai suoi amici, fè proposito di assistere ai giuochi cogli occhi chiusi. Resistè per molto tempo in questa posizione; ma verso la fine dello spettacolo, il popolo, per una singolare presa di gladiatori, proruppe in una grande acclamazione; e il povero Alipio non potè più a lungo resistere: fu vinto dalla curiosità, aprì gli occhi, e alla vista dello spettacolo rimase ferito nel cuore: spectavit, clamavit, exarsit, abstulit secum insaniam, qua stimularetur redire et alias trahens.

Anche fuori di Roma si proseguì a dare qualche spettacolo gladiatorio. Labanio Antiocheno[514] afferma che, solo quattr’anni dopo la legge suddetta, il suo zio materno diede in Antiochia una meravigliosa giostra di gladiatori.

Nell’anno 357 l’Imperatore Costanzo ordinò ai munerarii, sotto multa di 6 libbre d’oro, di non adescare col danaro i soldati; e proibì, in pari tempo, a coloro che avessero una dignità palatina, di ascriversi al detestabile ceto gladiatorio. Stabilì inoltre di rimettere ai maestri dei cavalieri e dei pedoni, nonchè ai governatori di palazzo, i militi e palatini che spontaneamente si presentassero al detto munerario per divenire gladiatori[515]. Nel Lanciani[516] leggiamo: «Costanzo e Giuliano ai 16 di ottobre del 357 indirizzarono ad Orfito pr. urb. altra costituzione sullo stesso argomento[517], confermata da Arcadio e da Onorio nel 397. La mala usanza prevalse ad onta di tutti quegli editti».

Gl’Imperatori Valentiniano e Valente (a. 364) ordinarono a Simmaco, Prefetto di Roma, che nessun cristiano, per qualsivoglia delitto, venisse più condannato ai ludi gladiatorî[518].

Nell’anno 397 Arcadio ed Onorio proibirono ai Senatori di ricevere i gladiatori al loro servizio; ed ordinarono che presentandosi essi a questo scopo, si trasportassero nelle più remote solitudini[519].

Apprendiamo da Prudenzio[520] che sotto l’impero di Onorio si davano ancora spettacoli gladiatorî. Il poeta ci descrive gli spettatori di quei barbari ludi:

Respice terriferi scellerata sacraria ditis,

Cui cedit infausta fusus gladiator harena;

detesta quel crudele piacere:

Quid mortes juvenum? quid sanguine pasta voluptas?

Quid pulvis caveae semper funebris, et illa

Amphitheatralis spectacula tristia pompae?

e rivolgendo la parola all’Imperatore, lo scongiura perchè voglia una buona volta abolire quelle scelleratezze:

Quid genus, ut sceleris, iam nesciat aurea Roma,

Te precor, Ausonii dux augustissimi regni,

Et iam triste sacrum jubeas, ut caetera tolli.

Onorio! prosegue Prudenzio, tuo padre (Teodosio il grande) vietò di sacrificare agli idoli, e fece bene; ma tu maggior gloria t’acquisteresti se vietassi il massacro umano, o i ludi gladiatorî, permettendo le sole venationes:

Ille urbem vetuit taurorum sanguine tingi:

Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari.

Nullus in urbe cadat, cujus sit poena vuluptas,

Nec sua virginitas oblectet coedibus ora.

Jam solis contenta feris infamis harenae,

Nulla cruentatis homicidia ludat in armis[521].

Nel 403 o 404, in seguito alla ben nota uccisione del monaco Telemaco[522], della quale noi già trattammo nell’Introduzione, ebbero fine i giuochi gladiatorî[523].

Le venationes proseguirono a celebrarsi fino al secolo VI. Quantunque la lotta degli uomini colle belve fosse pur essa sanguinosa, nondimeno i principi e gli scrittori non la riguardarono molto dal lato umanitario. Due, a mio parere, ne furono le ragioni: 1.º, perchè era quasi impossibile l’intiera, simultanea e repentina abolizione degli spettacoli gladiatorî e venatorî, pei quali, come è noto, i popoli nutrivano tant’affetto; 2.º, perchè i bestiarî od arenarî erano quasi tutti rei di delitti capitali, e quindi doveansi sottoporre all’estremo supplizio; perciò si credè più opportuno ed umano che morissero uccisi dalle belve, piuttosto che per mano de’ loro simili.

Nel 399, per celebrare e solennizzare il consolato di Flavio Manlio Teodoro, si diedero nell’Anfiteatro delle cacce; e Claudiano, nel panegirico che pronunziò di quel console ed in quella occasione[524], passò in rassegna le fiere che in quella venatio dovean irrigare di sangue l’arena.

Essendo Imperatore Teodosio e Placido Valentiniano (a. 442), le venationes erano ancora in vigore, giacchè sappiamo che il Prefetto Rufo Cecina Felice Lampadio, restituì, come vedremo nel seguente capitolo, l’arena, il podio, ecc. A suo luogo riporteremo le lapidi che ricordano questi restauri.

Nel 519 Eutarico Cillica, sposo di Amalasunta, figlia di Teodorico, si portò in Roma per celebrare, con elargizioni e sontuose feste, il suo consolato. All’uopo si fecero venire dall’Africa belve feroci e peregrine, le quali, per le loro strane forme, eccitarono gran maraviglia negli spettatori[525].

Nell’anno 523 finalmente, assumendo il consolato Anicio Massimo, si diedero nell’Anfiteatro Flavio gli ultimi spettacoli, dei quali rimanga memoria.

Calati in Italia i Goti col loro Re Witige (a. 537), assediarono Roma. Belisario venne in soccorso dei Romani[526], e alla prigionia di S. Silverio seguirono altre calamità. Roma ebbe allora ben altro a pensare; e i giuochi anfiteatrali cessarono onninamente. E molto meno si pensò ad essi in appresso, nel tempo che la capitale del mondo fu oppressa dal duro giogo dei Goti e dei Longobardi, sino ai tempi di Carlo Magno (see. VIII).

Ed ora, prima di chiudere questo capitolo mi sia lecito presentare in nota ai lettori il testo di una lettera che Teodorico inviò al console Massimo[527]. In questa lettera il re gotico raccomanda a Massimo di rimunerare con lauti premî i venatores, e di premiarli più generosamente che i lottatori, i sonatori ed i cantanti; perchè quelli (dice), ond’essere applauditi, si espongono nell’arena dell’Anfiteatro Flavio a divenire preda certa delle feroci belve, ed a provare (prima che lo spirito abbandoni le lacere membra) i più crudeli tormenti. Detesta un tale spettacolo, inventato per onorare la Scitica Diana, la quale dilettavasi dell’effusione del sangue. Dopo una breve descrizione dell’Anfiteatro Flavio, Teodorico passa a narrare la maniera degli inumani ludi; quindi raccomanda di nuovo al console di mostrarsi liberale verso quegli uomini, che, per festeggiare il suo consolato, sono invitati alla morte; e conchiude: «Ahi deplorevole errore degli uomini! Se un lieve lume splendesse di ciò che richiede giustizia, di tante ricchezze si userebbe a favore della vita dei mortali, piuttosto che gittarle per procurarne la morte».

«È singolare, conchiuderò col Gori[528], il modo di ragionare di Teodorico. Giudica l’atto detestabile; ma, per non opporsi al fanatismo popolare, non solo ordina di tollerarlo, ma anche di ricompensarlo con molta liberalità!».