CAPITOLO TERZO. Il Colosseo nel secolo XVIII.
Abbiam visto nel precedente capitolo che in occasione dell’Anno Santo (1675) furono murati tutti gli archi interni dell’ordine inferiore dell’Anfiteatro Flavio. Gli archi esterni però rimasero aperti, ed i portici seguivano ad essere il ricettacolo dei malviventi. Onde impedire un tanto male, il Papa Clemente XI[793] li fe’ chiudere: i portici furono ridotti a deposito di letame, collo scopo di trarne il salnitro per la vicina fabbrica di polvere; ed a questo ignobile uso servirono fino all’anno 1811.
Il 3 Febbraio del 1703 «per effetto del terremoto»[794] cadde un arco dell’Anfiteatro[795]; e coi materiali caduti e con quelli rinvenuti nella fondamenta delle case dei Serlupi, si costruì la scalinata del porto di Ripetta. Il Valesio[796], il Fea[797], ed il Cancellieri[798] descrivono la caduta di quest’arco; anzi quest’ultimo scrive che, essendo caduti tre archi del secondo recinto del lato del monte Celio, e trattandosi di mettere in vendita i caduti travertini, il Papa credè più espediente assegnarli per la scalinata di detto porto. Il ch. Lanciani[799] dice che «nei rogiti originali dei notarî della Camera Apostolica[800] esiste un’apoca di appalto pel risarcimento della strada carrozzabile che dall’arco di Settimio saliva alle stalle del Senatore ed alla piazza del Campidoglio; nel qual contratto si permette a mastro Domenico Pontiano che debba valersi delli massicci o mura cadute del Colosseo».
L’anno 1714 l’erudito mons. Bianchini domandava ed otteneva dal papa Clemente XI il permesso di praticare uno scavo nell’arena dell’Anfiteatro, onde rinvenire il piano o livello primitivo di essa arena. Il lavoro non fu ingente, giacchè alla profondità di 25 palmi tornò in luce l’antico pavimento formato di grosse ed ampie lastre di travertino.
Nonostante la chiusura degli archi, fatta nel 1675, e la diligenza spiegata onde conservare le reliquie del nostro insigne monumento e delle sue memorie; pur nondimeno, e per l’ingiuria dei tempi e per la malizia degli uomini, pochi anni dopo, gran parte di quei muri di chiusura erano a terra. La vastità dell’edificio ed i suoi nascondigli furono nuovamente il richiamo della gente immorale e ladra; e non v’ha chi ignori quanti e quanto gravi disordini, specialmente di notte, vi si tornassero a perpetrare.
Non lungi dal Colosseo eravi un ospizio eretto dal ven. P. Angelo Paoli, carmelitano. Questi, fin dalla sua celletta, osservava attentamente gli eccessi ed i disordini che si commettevano nell’Anfiteatro, ed escogitava ogni mezzo onde eliminare tanto scandalo. Si decise finalmente di darne relazione particolareggiata al Pontefice Clemente XI, nella speranza che questi volesse rimediarvi. Il desiderio del P. Paoli venne soddisfatto; verso l’anno 1714 ottenne un sussidio pontificio; raggranellò anche altre elemosine; e con questo danaro fe’ riparare i muri che chiudevano gli archi esterni; rinnovò i cancelli degli ingressi secondarî, e ai due ingressi principali fece mettere solidi portoni di legno[801]. Restaurò parimenti i muri di chiusura degli archi interni, i quali erano stati danneggiati dalla caduta di alcuni archi. Circa quest’epoca nella parte interna del primo arco, presso l’ingresso occidentale dell’Anfiteatro, fu dipinto un rozzo quadro della città di Gerusalemme e della crocifissione di Cristo; ed intorno all’arena, in varî punti del podio, vennero erette 14 edicolette, sormontate da croci e con pitture rappresentanti i notissimi misteri della Via-Crucis[802].
Il detestabile abuso che i malviventi facevano di un santo venerando edificio, stimolò l’architetto Carlo Fontana[803] ad elaborare un progetto il quale tendeva a rendere l’Anfiteatro un luogo assolutamente sacro, edificandovi un tempio dedicato ai SS. Martiri. Il progetto fu pubblicato all’Aia nel 1725, ma non fu messo in attuazione. Fra le tavole dimostrative dell’opera del Fontana, ve n’è una (la V) che rappresenta l’interno del Colosseo nello stato in cui trovavasi a quei tempi. Nel fondo dell’arena, verso il Laterano, si vede una rozza chiesuola innanzi alla quale sorge una croce[804].
Nel 1741 la custodia della piccola chiesa della Pietà era affidata a Francesco Boufort (di Parigi), il quale se ne vivea tranquillamente nell’attigua casetta. I dediti alla malavita ed i ladri non vedevano nè potevano vedere di buon animo il Colosseo ben chiuso; e presto tornarono a far pertugi sui muri di chiusura. La notte dell’11 Febbraio dell’anno 1742 il disgraziato Boufort fu vittima degli audaci malfattori. Varî di questi penetrarono nella sua abitazione: gli assestarono sette pugnalate, e gli rubarono i suoi modesti risparmi. Lo sventurato romito sopravvisse miracolosamente alle ferite, ma rimase impedito nella mano destra.
Onde evitare la continuazione di simili eccessi, il generoso papa Benedetto XIV sborsò nell’anno 1743 una vistosa somma; e con questa furono restaurati (ancora una volta) i muri che chiudevano gli archi, e fortificati gli ingressi principali e secondarî; e si restaurò inoltre il piano superiore, sopra ed intorno alla chiesuola.
Il sullodato Pontefice ordinò in pari tempo a Mons. Simonetti, Governatore di Roma, la pubblicazione del seguente
EDITTO.
RANIERO SIMONETTI ARCIVESCOVO DI NICOSIA, DI ROMA E SUO DISTRETTO GENERALE GOVERNATORE, E VICE-CAMERLENGO.
«Invigilando sempre più con pia sollecitudine la Santità di N. S. Benedetto XIV felicemente regnante a fare, che da quest’alma città di Roma, che con il buon esempio deve servire di norma e di regola a tutte le altre del mondo cristiano, venga rimossa ogni occasione di offesa di Sua Divina Maestà e di pubblico grave scandalo, ha considerato essere molto indecente, che l’antico Anfiteatro, volgarmente detto il Colosseo, luogo degno di tutta la venerazione per la memoria di tanti ss. Martiri, che in difesa della fede cattolica, spargendo il proprio sangue, vi hanno gloriosamente riportata la palma del martirio, venga profanato da taluni figli d’iniquità, che prevalendosi dell’opportuno comodo che a lor presentano e la solitudine del luogo e i molti nascondigli che in esso sono, vi commettono gravi eccessi. Quindi è che, con ordine datoci a bocca, ci ha comandato di pubblicare il presente Editto, da durare a beneplacito suo e della Santa Sede Apostolica, con cui, inerendo alle pie pontificie e supreme determinazioni, ordiniamo e comandiamo, che in avvenire niuna persona di qualsivoglia stato, condizione, grado e sesso, benchè Ecclesiastica, Claustrale e Regolare, abbia ardire di trattenersi, sì di giorno che di notte, a mal fine in detto Colosseo, sotto pena, se sarà uomo, di tre tratti di corda da darglisi in pubblico: e se sarà donna, della pubblica frusta, oltre le pene pecuniarie da imporsi all’uno ed all’altra a nostro arbitrio; dichiarando, che per l’incorso di tali pene, sarà sufficiente che siansi portati in tal luogo a mal fine, e così possa legalmente presumersi da altre congetture, e dall’escludersi, che vi siano portati per altra causa.
«Ma se poi questo mal fine avrà avuto il suo pieno effetto, e vi avranno commesso qualche eccesso e delitto, vogliamo che le suddette pene possano estendersi a nostro arbitrio; rispetto agli uomini, alla galera ad tempus, o perpetua, ed in quanto alle donne, alla rilegazione a tempo, o perpetua, ed anche agli uni ed alle altre a quella della vita, secondo la qualità e circostanze de’ casi e dei delitti che avranno commessi.
«E siccome per ovviare a simili inconvenienti, la San. Mem. di Clemente XI fece cinger di muri li primi archi di detto Anfiteatro, e munir di cancelli, quelli, che servir doveano per l’ingresso delle carrette e bestiami che vi portano il letame per servizio della fabbrica de’ salnitri, così la Santità di Nostro Signore, dopo aver fatto riattare detti muri in quelle parti, ove o per l’ingiuria dei tempi o per colpa di chi ha desiderato avervi l’ingresso, erano devastati, ci ha ordinato di dover proibire, come facciamo con il presente Editto, che in avvenire niuna persona di qualsivoglia stato, grado, condizione e sesso, come sopra, abbia ardire di rompere, disfare, anche in piccola parte, per qualunque causa e fine detti muri, e che li carrettieri, stabiaroli, conduttori di bestie, o qualunque altra persona, a cui spetti l’aprire e richiudere i cancelli che vi sono, non possano in alcun tempo, sì di giorno come di notte, tanto nell’entrare che nell’uscire, lasciarli aperti, sotto pena in ambedue li casi di tre tratti di corda, da darglisi in pubblico irremissibilmente, ed altre pene, anche corporali più gravi a nostro arbitrio, secondo la qualità e circostanze de’ casi che potessero darsi, o per causa delle rotture di detti muri, o per li cancelli suddetti lasciati aperti.
«Avverta pertanto di prontamente ubbidire ciascuno a quanto si dispone nel presente Editto, mentre contro li trasgressori si procederà irremissibilmente alle imposizioni delle pene, ancorchè non fossero presi in fragranti dalla corte, ma per inquisitionem, ex officio, ed in ogni altro modo; volendo, che il presente Editto, pubblicato ed affisso ne’ luoghi soliti, obblighi subito ciascuno, come se gli fosse stato personalmente intimato».
Dato dal Palazzo della nostra solita residenza questo dì 8 Febbraio 1744.
R. Simonetti, Arciv. di Nicosia
Governatore e Vice-Camarlengo.
Bernardino Rossetti
Notaro per la Carità.
Il 1750 non era già lontano; e i fedeli, volendo solennizzare con qualche novità l’Anno Santo, stabilirono di fondare nel Colosseo una Congregazione o Compagnia laicale, composta di soggetti civili. Progettarono quindi di erigere sul piano restaurato da Benedetto XIV un grandioso tempio, di rinnovare le 14 edicole della Via Crucis, e restaurare le parti fatiscenti dei portici e delle scalinate dell’Anfiteatro. Non tutti questi progetti si attuarono, ma la devozione verso quel luogo andava nondimeno ogni dì più crescendo. Nell’anno 1749 il Papa Benedetto XIV consacrò l’arena anfiteatrale alla memoria della Passione di Cristo e dei suoi martiri. A perenne ricordo dell’Anno Santo, fe’ incidere su marmo quell’iscrizione che già il papa Clemente X aveva fatta imprimere sul bianco intonaco[805], e che dice:
✠
ANPHITHEATRVM . FLAVIVM
TRIVMPHIS . SPECTACVLISQVE . INSIGNE
DIIS . GENTIVM . IMPIO . CVLTV . DICATVM
MARTYRVM . CRVORE . AB . IMPVRA . SVPERSTITIONE
EXPIATVM
NE . FORTITVDINIS . EORVM . EXCIDERET . MEMORIA
MONVMENTVM
A . CLEMENTE . X . P . M .
ANNO . IVB . MDCLXXV
PARIETINIS . DEALBATIS . DEPICTVM
TEMPORVM . INIVRIA . DELETVM
BENEDICTVS . XIV . P . M .
MARMOREVM . REDDI . CVRAVIT
ANNO . IVB . M . DCCL . PONT . X[806].
Rinnovate le 14 edicole della Via-Crucis su i disegni di Paolo Posi, senese; il Vicegerente mons. Ferdinando M. De Rossi, il 27 Dicembre del 1749, fece la benedizione dei quadri, e nel centro dell’arena si eresse una croce. S. Leonardo da Porto Maurizio, dell’Ordine dei Minori, dimorante nel convento di S. Bonaventura al Palatino, diè tosto principio all’esercizio della Via-Crucis. Il popolo accorse numeroso al pio appello di S. Leonardo, e Benedetto XIV, con chirografo del dì 8 Gennaio 1752, donò al Sodalizio degli Amanti di Gesù e Maria, le edicole suddette.
In certi giorni stabiliti, l’Arciconfraternita recavasi processionalmente al Colosseo per praticare l’esercizio della Via-Crucis: la processione era preceduta dalla croce, la quale veniva portata dal direttore del Sodalizio, che era sempre un Cardinale.
Il 19 Settembre dell’anno 1756 il card. Guadagni, Vicario di Sua Santità, celebrò la messa con comunione generale nell’Anfiteatro. Un numero straordinario di sodali d’ambo i sessi e di altri fedeli si accostò ai sacramenti: a tutti si diè una medaglia benedetta.
Le comunioni così dette generali, si seguirono a fare nel Colosseo (ed anche con maggior solennità) negli anni seguenti; e i Sommi Pontefici Benedetto XIV e Clemente XIII annessero a quella pratica l’indulgenza plenaria.
Ridotto il Colosseo a luogo sacro, potè meglio conservarsi; e a questo fatto si deve se si salvarono dalla completa distruzione almeno le reliquie di un edifizio che fu mai sempre l’oggetto dell’ammirazione universale, ed un soggetto fecondo di profondi studî e ricerche di famosi archeologi ed architetti, i quali, come è noto, ci lasciarono interessanti lavori e saggi commenti.