Exemplum literarum Ducis Mediolani

Ludovicus Maria Sforcia Anglus, Dux Mediolani etc.

Sono molte le cause, quale ne obligano infinitamente a quella Ill.ma Signoria; intra le qual essendo non mediocre l'aiuto de li Stratioti soi, mandati in Novarese, el beneficio so omni hora si fa maiore, per la qualità dil magnifico missier Bernardo Contarini provedador al governo d'epsi Stratioti; però che la singulare soa prudentia et vigilantia non solum fa che l'impresa non poria esser più aiutata quanto è per la venuta de Stratioti, ma che quasi posti l'inimici in disperatione, non lassandoli mai ripossare. Et in questa vivacità de tenere assiduamente infestati li inimici, li ha conjuncto una mesura de modestia incredibile, ad tenere in obsequio et officio epsi Stratioti. Le qual parte essendo rare, ne strenzano, ultra l'obligo quale habiamo a la Magnificentia Sua, ringraciarne anche omni hora quella Ill.ma Signoria, et farli testimonio che dal magnifico Provedador non possiamo restar meglio aiutati. Mediolani 7 Julii 1495.

A tergo: Domino Thadeo Vicomerchato equiti consiliario et oratori apud Illustrissimum Dominium Venetiarum.

In questa notte medema, domente nostri stavano in expetatione venisse lettere de campo, zonse lettere de Zuan Francesco Pasqualigo Vicedomino nostro a Ferrara, notificava questo esser sta a le man di campi, et che 'l Duca, di Rezo, ha via scritto al sig. Sigismondo so fradello, rimasto al governo de Ferrara come el campo di la liga era stae a le man con Franzesi, et che nostri erano sta rotti, et notificò la morte de quelli conduttieri, comettendoli dovesse mostrar ditta lettera al Vicedomino. Et nota che volse dir campo di la liga, licet tutte le zente quasi era a soldo di la Signoria, eccetto el conte de Caiazo, che era per Milan, come è chiarito de sopra; unde per tutta Ferrara se dimostrava grande consolatione de questa rotta. Concludendo, Ferraresi era di cattivo animo contra Venetiani, et che in Ferrara si buttava passavolanti, si metteva ferri in cao a le lanze, fortificava li passi loro dil Ferrarese. Ancora che esso Vicedomino, da poi queste lettere la Signoria fo certificata, volendo mandar uno suo con lettere a Bologna, in strata, poco fuora de Ferrara, fo assaltado et batudo, adeo convenne ritornar in driedo. Et che Ferraresi usavano assà stranie parolaze et bestial, per el grande odio ne havea. Ergo non immerito li puti cridava, et ogniuno diceva: A Ferrara! A Ferrara! Et li puti in questa terra cantavano una canzone:

Marchexe di Ferrara, di la caxa di Maganza,

Tu perderà 'l stado, al dispetto dil Re di Franza!

Et il populo era molto volonteroso de andar a tuor Ferrara; et li artesani et bottegeri quando andavano a li X Savij a esser tansati, tutti offrivano di pagar el dopio, volendo andar a Ferrara: tamen la Signoria non volse in questo tempo far niuna dimostratione contra esso Duca, el qual era in Rezana, et havia mandato molte vittuarie in campo dil Re di Franza, et barili di polvere per le artiliarie (che, si questo non fusse stato, non harebbe potuto el Re operarle), et non considerava l'ubligatione havia a questa Signoria, per haverlo una volta messo in stato, et a so zenero Duca de Milan che vi andava il so stato a pericolo, et a la vita di l'altro Marchexe de Mantoa nostro governador etiam so zenero. Et è da judicar con questo Re havesse tramato molte trame, tutto per rehaver el Polesine de Ruigo, acquistato per nostri con justissima guerra l'anno 1482, dove per la Signoria è sommesso, et si teneva a custodia in questo tempo zerca cavalli 600 et alcuni provisionati, nè mai li volseno mover. Et so fiul Don Ferante era pur a soldo dil Re, et quasi tutta Ferrara vestiva a la franzese, cridando Franza! Franza! Et come fo divulgato, che el zorno avanti el Re venisse zo di monti a Fornovo, esso Duca de Ferrara fo in campo a parlar a Soa Majestà stravestito, et li disse come l'opinione di Venetiani era, nostri non se apizasse nè facesse fatti d'arme con Soa Majestà. Et cinque zorni avanti seguisse el fatto d'arme, nel nostro campo acadete, che alcuni Ferraresi volendo insieme combatter, uno de loro andò dal Marchese governador, pregando Soa Signoria volesse venir a veder et cussì vi andò. Et zonto dove era ordinato, trovò 4 Ferraresi haveano le balestre carge, et li comandò discargasseno; tre de loro disserò el vereton in l'aiere; el quarto non volse; unde da quelli dil Marchexe preditto li fo butà la testa via da le spalle, et poi fo preso quello venne a chiamarlo, et examinato lo fece apicar subito; et mandò uno editto: niun Ferrarese ne le soe terre più non potesse habitar, et quelli erano lì dette termine tre hore a sgombrar el so paese: quale fusse la cagion, lasso considerar a li Savij lezerano.

Ma el Duca de Ferrara, da poi inteso la verità del seguito in campo, et come nostri haveano habuto vittoria et toltoli li cariazi, et assà franzesi morti, scrisse ad Aldobrandino di Guidoni dottor da Modena so ambassador in questa terra, dovesse andar in Collegio et alegrarsi con la Signoria di la vittoria havea habuto el campo di la liga. El qual orator, andato a dì 13 Luio, non potè haver audientia. Ma inteso el Serenissimo Prencipe come l'ambassador de Ferrara havia voluto audientia, deliberò a dì 14 la matina venir in Collegio; et venuto ditto orator, volendo alegrarsi, disse quanto li era comesso; El campo di la liga. Et el Prencipe rispose: Qual campo di la liga? Dicemo esser nostro, et nui l'haver pagato, et non la liga. Poi disse come per la terra se divulgava, che 'l so Signor in queste novità non havia fatto il dover so, excusandolo molto, disendo voleva star al paragon. Al qual el Prencipe sapientissimamente rispose, et li fece lezer due lettere del Vicedomino, de li portamenti di Ferraresi contra de esso Vicedomino et de nostri, li comemorò quello l'anno passato comportò el Duca a quelhoro fece quelle poltronarie in loza del Vicedomino a Ferrara, dagandoli taia solum lire 25 de pizoli. Conclusive li disse: questi non erano boni muodi, nè cosse dovesse esser accepte a niuno de questa terra, et che 'l non havea cagione. Et cussì dette licentia a esso orator.

Come el Re de Franza col so exercito se partì con gran fuga di le giare dil Taro.

Compita la battaia Franzesi si redusse a lo ascender di la collina che va verso la via romea, et lì stete, sì come ho ditto; et la mattina seguente a dì 7 ascese, et de lì se allontanono in uno loco atto et comodo a do mia, ficando trabache et paviglioni a l'incontro di la banda di l'esercito nostro, facendo strepiti et movimenti di battaia, traendo qualche botta di artilaria, dove el nostro campo tutto sempre stette in arme, aspettando di assaltare o vero di esser assaltato. Et cussì stando, a hore 16, vene uno trombeta dil Re da li Provedadori a dimandar tregua per 4 hore et parlamento, però che la Majestà dil Re voleva mandar quattro de soi a parlar al Capetanio et Provedadori, zoè mons. cardinal de Samallo, el mareschalco de Giae, mons. de Pienes et mons. d'Arzenton; et cussì li fo concesso, per veder quello richiedevano, i quali si poteva reputar rotti et in fuga. Et cussì a tal parlamento andò el Governador marchexe, li Provedadori et conte di Caiazzo con alcuni altri nostri condutieri, sora una certa aqua pur dil Taro. Da l'altro canto di la ripa dil Taro preditto venne mons. di Arzenton con alcuni altri Franzesi, ma non quelli tre doveano vegnir. Et dapoi le salutatione, fo da esso mons. di Arzenton collaudato molto li nostri Italiani usque ad summum, dicendo che haveano sostenuto la pugna et combattuto con li primi baroni et cavalieri dil mondo, quali sempre erano stati vittoriosi in battaie orribile et grandissime guerre. Da poi dete parole sub spe concordii sive autem che erano aparechiati a la battaia, et che quelli altri baroni et mons. cardinal, che la Majestà dil Re li havia deputati a venir con lui, non se fidando, et non conoscendo, come fo io, Venetiani, et però voriano uno salvo conduto in scrittura, et io, per essere stato a Venetia e saper vostra parola è carta fatta, son venuto. Adonca V. S. farà el salvo conduto; et domatina piacendovi de redurvi in questo loco, noi tutti veniremo a parlarvi, et son certo concluderemo cosse per beneficio de tuti nui. Et cussì fo concertato l'ordine; et fo mandà uno trombeta dil sig. Marchexe con esso mons. di Arzenton, aciò potesse la mattina ritornar da nostri a notificar la loro venuta. El qual trombeta non ritorno più, et non se intese quello di lui fusse fatto. Hor, interloquendum Arzenton molto si dolse de li morti in battaia, li quali ancora erano su la campagna meschiati li corpi con li cavalli, et fu spanto grandissimo sangue licet per pre' Zaneto di Santo Apostolo et per pre' Piero Magatello, capelani di Provedadori nostri, et per altri capelani et preti di campo ditti corpi nostri tutti trovati nudi, perchè erano stati spoliati, altri fonno sepulti con gran lacrime lì a Gierola in la chiesia, altri nel cimiterio; et li homeni de qualche conto fonno messi in casse et mandati in loro terre a sepelir: come fo el sig. Redolfo. Guido de Gonzaga et Zuan Maria, favorito dil Marchexe, fonno in casse mandati a sepelir a Mantoa; il conte Ranuzo in Brexana, dove era li soi lozamenti; Ruberto di Strozi et Alesandro Beraldo, cussì come in vita erano compagni carissimi, cussì fonno trovati li corpi uno a presso l'altro, et fonno sepeliti in chiesia a Gierola insieme, benchè poi fusseno in casse mandati a Padoa, et il Strozi fo sepolto a Santa Maria di Betelem, dove era la madre. Questo era il forauscito di Fiorenza etc. Et altri valenthomeni et de qualche conditione fonno messi in depositi, poi portati a sepelir. Et fo numerati li corpi de Franzesi, fonno trovati più de 2000; et era, come ho scritto, una terribilità a veder dove fo fatto la battaia, per tanti corpi, mescolate le budelle de cavalli con quelle deli homeni; qua era una testa et là un brazo; uno homo sbudelato et uno cavalo morto; adeo dirò cussì, fo crudelissima battaia, come da 200 anni in quà in Italia,.... quasi dicat, combattevano per el ben de Italia, come era con effetto: Hor, ditto Arzenton dimandava a li Provedadori (se) havea fatto niun preson. Risposeno non sapeva ancora; solum el bastardo de Borbon. Et lui disse: Manca mons. tal etc., nominando assà gran maestri, dicendo saranno sta morti: Et cussì fece uno trombeta dil Re, che venne poi, partito Arzenton, in campo con una poliza, dimandando se sapevano nulla, dagandoli li segnali. Et come intese non era fatto preson alcuno, venne palido nel volto, dimostrando, per quello diceva, mancava assà baroni franzesi; come etiam per le arme et altri trovati, chiaro si puol concluder et suspettar siano stati de degni homeni et valentissimi, perchè tutti de tal sorte si operò, come fece de nostri, che li vili et pusilanimi ateseno a robar, et strenui combattevano.

Ma Franzesi, consultato tra loro quello dovesseno far, vedendo esser in manifesto pericolo de esser compitamente rotti et fugati, et forsi niuno sarebbe tornato in Franza a portar la nova di la grande sconfita; et passato el zorno, zoè el marti, a dì 8 de notte venendo el mercore, artificiosamente mostrò de distender trabache et paviglioni in longo, et feceno fochi grandissimi, ne li qual brusono li corpi morti de soi nobili. Ancora, come li villani riferiteno, brusò assà numero de soi feriti; et stavano male, et non l'era speranza per non poter menarseli driedo, et lassarli non voleva, aciò per nostri non fusse inteso la gran rotta haveano habuto: et questo fo gran cossa, brusarli vivi et de soi medemi! Et etiam brusono paviglioni, et trabache; forzieri et barde dorate tagliono in pezi, per non portar tanto peso drio et volseno rimaner a la liziera: tamen non lassò le artilarie, menate su carete tirate da cavalli 14 in 16 l'una, aciò fusse securtà loro nel camino. Et in quella notte el Re con più de 500 zentilhomeni Franzesi fece cantar una solenne messa, e tutti se comunicò, zurando de mantener la fede, et, a modo disperati, con grandissima foga, a hore zerca 4 de notte, mentre li fochi grandi ardevano, si levò el Re con el so campo dove era, senza son de tromba nè tamburo come se suol far quando lieva uno exercito, ma a scavezacollo con gran pressa, riservato alcune tende verso el campo nostro, a ciò non se acorgesse de questa soa levata; et montono su la via romea andando verso el borgo san Donin; et lì disnato a le 20 hore; poi zonse ad alozar a Firenzuola. Et nostri in questo mezo credendo la mattina esser a parlamento, secondo l'ordine, vedendo li gran fuogi fatti per inimici, do hore avanti zorno mandono le spie fuora, ad explorar quello facevano i nimici. Et tornati al far dil dì riferiteno Franzesi erano fuziti, et che poteva no esser mia 8 lontano; et fo grandissima cossa, che tanta superbia quanta è quella de Franzesi fugisse la notte et al modo fugiteno; et ne l'andar non fevano dispiacer a niuno, et de qui fino in Aste era mia 80, qual li feceno in zorni... come dirò de sotto. Et per la strada fo trovato qualche Franzese morto, fo judicato esser de li feriti che, per non esser brusati, volseno seguitar el campo. Ma inteso questo per el Marchexe de Mantoa, Provedadori et Condutieri fatto consejo quid fiendum, et tutto el campo se messe in arme et a cavallo, volendoli proseguire le pedate dei inimici; et per el crescer dil Taro fo impedito, sì che fo forza et necessità a ritardar quel zorno. Et el conte de Caiazo con li balestrieri a cavallo li andò drieto per dar nele coaze; et scrisse a Milan al Duca, dovesse mandar zente a obstarli non passasse in Tortonese. Et esso Conte da poi disnar a dì 8, mandò dir a li nostri Provedadori li dovesseno mandar li Stratioti, perchè intendeva l'artilaria era rimasta da drio con poche zente et mal conditionate, et che sperava de zonzerli in le coaze... Unde li Provedadori subito mandò corando a dir a Piero Duodo, Provedador de Stratioti, era alozato un poco discosto dil campo, et li comesse montasse a cavallo con tutti li 700 Stratioti havea, et andasse a trovar el conte de Caiazo perseguitava Franzesi. Et rispose anderia statim; tamen, non fu a hora. Et consultato, come ho ditto, el Governador et Provedador, deliberono de andar con tutto lo exercito driedo; ma per quel zorno non poteno, come ho ditto. Et spazò lettere volando per tutto a Milano al Duca, dovesse far provisione de mandar zente a l'incontro, a ciò Franzesi havesseno contrasto, tanto che nostri zonzesse; et per tutto el conte de Caiazo in Piasentina, mandò a notificar a li contadini, el Re era rotto, et che fuziva, et che li obstassero facendo danni; tamen el campo Franzese fo più presto nel cavalcar, cha questi in far provision. Et quella matina el marchexe de Mantoa zurò de far la vendetta de li valenthomeni li erano stati morti, maxime dil so Zuan Maria so barba, sig. Rodolfo et altri. Et a dì 9 la matina, el campo nostro se levò di Gierola, et andò per quella via seguitando li nimici, li quali erano assà lontani, ma speravano si dovesse astallar in qualche luogo, et etiam haver contrasto de Milan, che nulla hebbe, o vero di le zente paesane; ita che non si presto zonzesseno in loco sicuro, come fo. Et tuttavia el conte de Caiazo li seguitava, et villani dava in le coaze et becava qualche cariazo et qualche cavallo; et loro dubitando non disordinasse, non fece difesa alcuna; ma andavano al so camino, avendo però gran custodia a le artilarie, in le qual havevano grande speranza. Li feriti veramente nostri, zoè el conte Bernardin Fortebrazo fo mandato in Parma, et ivi medegato; et cussì li altri; li presoni a Mantoa, et li butini molti fonno mandati a Brexa in custodia et in Parma. Ma Stratioti, che haveano fatto un bel et rico butino, et come per lettere de Domenego Benedetto podestà et capetanio de Crema se intese ivi esser zonto 100 Stratioti, con 80 some de butini fatti, et che ivi ditti Stratioti stavano a custodirli, i quali doveano atender a seguitar nimici; sì che, concludendo, in questa battaia Stratioti non si portò bene. La causa fo, ateseno a robar. Et anche scriverò questo: che qualche cariazo fanti haveva vadagnato, che Stratioti sopravenendo li amazono, et tolse li cariazi, sì che di loro assà di nostri fanti fo morti, et Stratioti comenzò a perder la fama apud Venetos, et laudando sommamente la zente d'arme. Et questo seguito dil fuzer dil Re zonse la nova in questa terra a dì 10 Luio de matina, zoè lettere di 8 di sera de Provedadori a hore 24; et cussì poi altre lettere venne de quello succedeva. Et chiamato el Consejo dei Pregadi, vedendo questo successo, molti sospettava la Majestà dil Re in la battaia non fusse sta amazato; et ne era assà ragione da creder sì per le arme trovate, che dimostra esser quelle dil Re, quam per la fuga et comunicarse et brusar li soi feriti, perchè el bastardo de Borbon diceva el Re era armato in quel squadron, et che el Marchexe li era vicino. Ancora, per lettere di Bologna zonte in questo zorno, che notificava di la consolation habuta el magnifico Johanne Bentivoj et Bolognesi, et le feste et soni de campane con fuogi haveano fatto, et scrisse la vittoria et assà più numero de morti de quello se judicava fusse de Franzesi, et che per quelli venuti de campo regio dicevano che in quella notte che Franzesi fusiteno, se diceva per el campo el Re era morto, et che non se trovava. Et etiam uno di quelli de Zuan Jacomo de Traulzi, venuto in questa terra, andò in Collegio del Principe, et disse come in campo de Franzesi si mormorava di la persona dil Re, che non fosse sta morto in la battaia. Et è da saper che fo messo in Rialto molte scomesse a dì ij ditto, zoè Hironymo Tiepolo da Londra.... per conto che el Re fin quel zorno era sta amazato et non era vivo; et 4 patricii tocò ducati 120 a darli ducati 400; et cussì se stava su queste pratiche: tamen el Re era vivo. Ancora in questi zorni fo messo scomessa et fatto aseguration, che le galie de Fiandra, nominate per avanti, non erano rotte; et fo dato ducati 50 per 100; et come esso Hironymo Tiepolo diceva, la nova doveva zonzer a dì 12 ditto ad ogni modo; tamen non vene alcuna nova et più de galie se intese. Hor nel Consejo de Pregadi, a dì 10 ditto fo decreto, per ringratiar Dio de tanta vittoria, quanta havia donato a le zente nostre, de far la Domenega proxima, a dì 13 e questo, una solenne procession a torno la piaza de San Marco, portando le reliquie de questa terra a torno, con tutta la chieresia, frati, scuole, etc. per render infinite gratie al nostro Signor Iddio; et cussì etiam scrisse per tutte le nostre terre da mar et luogi dovesseno far. Et de questa parte fo messa, have tutte le balote num. 206, niuna de no et niuna non sincera, et come dirò de sotto. Adoncha la fo fatta, fo ordinato messe per tutte le chiesie de conto Ducal, et una procession de obsequio per le aneme de quelli erano sta morti in battaia, et precipue dil Ser Redolfo et Ser Ranuzo, la cui morte molto dolse. Et intendendo come si haveano portà Stratioti, mandò la Signoria per el Consejo di X a suspender el butino, et scrisseno a Crema dovesse tenir li cariazi et mandar li Stratioti in campo, perchè poi parterebeno el tutto; et che la †, il calice, patena et altri adornamenti di la capella dil Re, presi per Stratioti, dovesseno mandar in questa terra, li volevano tenir per memoria, volendo a tutti satisfar quello valevano. Et Piero Duodo dovesse far inquisitione chi havea l'elmo et la spada dil Re, che la Signoria voleva ditte cosse. El qual elmeto poi fo portato in questa terra a dì 22 ditto; era coverto da le bande di cape d'oro con smalti suso, de sopra coperto di schiame d'oro et de smalti, et una corona d'oro firmata sopra con alcune zoie, Etiam la spada era bellissima. Et oltra de questo, alcuni zorni da poi, per lettere di Andrea Zancani podestà et capetanio de Ravena, se intese come era zonto certi fanti a Ravena, erano partiti di campo et quelli portono li sigilli fo dil Re et altro, come scriverò de sotto al loco suo, et al tempo fonno portati a Venetia. Ma lasciamo queste cosse de campo, et de altro scriviamo.

Essendo in questa terra venuto lo episcopo di Brexanon, orator dil Re de Romani, a dimandar a la Signoria ducati 100 milia, per venir in Italia, a imprestido, excusando el suo Re non havia potuto venir fino hora per caxon di la dieta, et volendo risposta, fo consultado in questo zorno. Venuto a l'audientia, li fo risposto per el Principe, come erano certi dil bon voler havia Soa Majestà, et che al presente, Gratia Dei, più non bisognava, et che 'l poteva considerar la grandissima spesa a hora si havea, sì di l'exercito de persone 25 milia tutte pagate dil nostro, et di l'armata in mar; concludendo non li potevano servir de denari; et che erano certi che gran consolation prenderia Soa Majestà, inteso havia la vittoria et fuga dil Re de Franza. La qual nuova per nostri fo expedito uno corrier con lettere a Soa Majestà a Vormes, et etiam in Spagna, a Roma et in altri luogi, offerendoli el Stado nostro. Et ditto ambassador habuto tal risposta, scrisse al Re; et poi che stete zerca un mexe da poi in questa terra, in Elemagna ritornò. Et è da saper che Thodeschi non fonno molto contenti di questa vittoria; et quelli di fontego el dimostravano, perchè harebbeno voluto el re Maximiano de Romani fusse stato quello havesse habuto questa fama, come havia el Marchexe de Mantoa; ma chi fusse stato ad aspettar li soi aiuti, sarebbero stati tardi. Etiam fiorentini, licet dal Re havesseno habuto pessima compagnia, pur, per la natura loro, non dimostravano quelli mercadanti erano in questa terra, molta allegreza.

Da Roma era lettere che 'l Papa rotto havesse al Re de Spagna guerra, et Maximiliano a Franza, lui faria le censure, et pregava nostri perseverasse a la destrution de Franzesi. Tamen non havea ancora inteso la vittoria, come da poi Soa Santità l'intese primo per via de...........

In questo zorno di X Luio, per uno navilio venuto de Bari, se intese, come l'armada di la Signoria nostra, ha acquistato Monopoli per forza, terra in la Puia, olim di re Ferandino la qual si teneva per el Re de Franza, et che era sta amazato da una bombarda Piero Bembo Soracomito. Et poi a dì 12 ditto vene uno gripo con lettere di 5 Luio dil capetanio zeneral, notificava el successo de quello in Puia havia operato, riportandose a le lettere di 3 scritte, le quale non erano ancor zonte per el contrario navegar. Tamen poi le zonse, zorni 4 da poi le prime. Et è da saper che el gripo, con la licentia dil romper, partì de qui a dì 18 Zugno et zonse a Brandigo a dì 26 ditto, ergo in 8 zorni vi andò et el patron moveva battaia..... dil ditto grippo. Et zonte a mezo zorno ditte lettere di la Signoria al zeneral, et fo ordinate le scale da scalar mure et altri instrumenti bellici, et per esser provenza freschissima non si potè muover per quelli do zorni l'armata de Brandizo. Ma a dì 28 Zugno la sera se partì ditta armata, galie 20, la barza capetanio Thoma Duodo, et le do nave nominate de sopra: patroni Zanetto da Muran et Anteo Amai. Et a dì 29 passato mezo zorno zonseno a Monopoli, restò però da drio galie 4, le quale haveano a remurchiar le nave. Zonta ivi la ditta armada, el capetanio Antonio Grimani mandò el copano in terra a chieder che li cittadini deputati li venisseno a parlar, perchè havea da comunicar certe cosse con quelli. Fatto la imbassada, li (cittadini) a li liti stavano armati con balestre carge, et cridavano Franza! Franza! Et uno domino Prudentio, era ivi capetanio per el Re de Franza non volse niuno vi venisse, ma mandò uno so araldo. Al qual el capetanio li disse como la Majestà dil so Re aveva rotto guerra a li collegati di la Ill.ma Signoria, zoè al Pontefice et Duca de Milan, et però Soa Serenissima Signoria li havia commesso dovesse romper guerra ai so Re, sì che: Partiteve de questa terra, altramente ve trattarò come inimici. El qual rispose: la Majestà dil so re è amico di la Vostra Signoria, et che erano deliberati di morir per quello. Et ritornò col copano a la terra, dove tutta la terra comenzò a cridar: Franza! Franza! Et messe le bandiere franzese sopra la torre dil porto, e si messeno in arme. Et el capetanio nostro, visto che trazevano alcuni colpi de bombarda, se tirò nel porto nominato el Paltan. Et in questo interim venne sera, et zonse la barza, e sorse da largo et el resto di le galie. Et el capetanio fece congregar Hironymo Contarini provedador di l'armada, Thoma Duodo capetanio di le nave, et li sopracomiti in la soa galia, et consultò quello havesseno a far. Et ciascuno ditto la sua opinion, rimaseno in questo: si tentasse la via de demostrar de darli el guasto, con brusar li olivari et uno campo di formento era lì proximo, per veder se si voltavano. Et messeno in terra Stratioti et certi homeni per galia, et corseno fino su le porte, et lì fece uno poco de scaramuza. Fo etiam fatto questo, per veder che zente se ritrovava dentro, et brusò el formento et qualche pochi de olivari, ma questo 0 valse. Et la matina seguente, a dì 29 Zugno, fo concluso darli la battaia. Et è da saper che in quella notte el sig. Alexandro da Santo Stefano spazò uno messo lì in Napoli, exhortando quel populo non volesse aspettar la battaia di l'armata di la Signoria; a cui li fo risposto, era rebello; che volevano morir per mantenir Franza. Li mandò etiam uno la mattina preditta, et volseno etiam amazar il messo. Tandem, con el nome de Dio, a hore 5 de zorno fo principiato la battaia. Preparate in primis le galie imbarbotate numero 16, et garidate da prova in sino a l'arbore, et messi tutti in arme, dato da far colation a la zurma, fo fatto dir un laudo (cussì da marineri chiamato) per el qual pregavano Dio ne desse vittoria. L'armiragio Antonio di Stefani fo quello el disse, stando in pie' armato a cao, el zeneral armato a meza galia et Marco Buza suo canzelier insieme. Et fece el capetanio far uno comandamento, sotto pena di la forca niun non se partisse di le sue poste, et el capetanio volse esser el primo che investisse con la sua galia con la prova in terra. Et la terra faceva grandissima difesa de bombarde et archibusi, et nostri li rispondeva con bombarde et passavolanti. Et el capetanio divise la battaia da mar in quattro parte, zoè esso capetanio con Francesco Valier, Nicolò Corner, el Gresolo zaratin et Piero Damian, Sebenzan vechio et andono a investir per mezo la terra verso Brandizo da la banda dil porto. In el porto proprio fo deputato el provedador Marin Signolo, Francesco Zen, Francesco Polani da la Canea, Francesco Bertolazo zaratin, et Gregorio Cinalello zaratin, sopracomiti con loro galie. Da la banda de levante, verso Brandizo, Piero Bembo, Piero Loredan, Spalatin, Sebezan novo et Lisignano, sopracomiti. Dal canton dil porto, verso el Pantano, fo deputate le tre galie corfiote et l'ystriana. Etiam ordinò un altra azion da la banda de terra, con li stratioti et homeni zerca 60, con scale, et una bombarda che trazeva da la chiesia de San Francesco a le defese, azò manco forte i fosseno da la parte de mar. Et quando la galia dil capetanio prima se apresentò a le mure, el capetanio preditto se tirò verso l'arboro, et quelli di la terra salutava de bombarde et freze; et perchè la galia non se poteva con la prova acostar in terra, messeno el ponte per andar in terra, non aspettando più la barza nè altre nave, le qual non potevano venir avanti, se non quella de Zanetto da Muran. Et dubitando non venisse soccorso, ordinò dismontasse la zurma, et li galioti saltono in acqua, non però senza uccision de uno, et tre feriti da li sassi; et cussì andono in terra. Et nostri con passavolanti tirava a le difese, et cussì balestrieri et arzieri nostri acostate le galie a le mura, cessò le bombarde et si comenzò a stringer la battaia con sassi terribili, adeo non se tentavano nostri de metter scale a le mura, per la gran defension faceva. Et il capetanio osò queste parole: Ah! figlioli, io che son capo vostro, voglio esser el primo che metta questa scala in terra a le mure! su figlioli de San Marco! Et dette la terra a sacco, promettendo al primo montava sopra li muri ducati 100, al secondo 50, al terzo 25. Et con questa vigoria da tutte quattro le bande fo combattuto virilmente, et fo messo la scala a le mura. Et subito uno balestrier dil capetanio, chiamato Todarin, saltò sopra le mura, et molti altri volseno andar drio, et la scala si rompè, et sempre questo stete fermo difendendose al meglio poteva. Con aiuto d'altri balestrieri di le galie conzata la scala, secondo fo Marcheto Capelo, et andò sopra una caxa. Il terzo Mathio Rizzo, et el quarto Zorzi Volzimonte. Et il capetanio have in man una maneruola todesca, stava a pope; confortando tutti; et tra li passavolanti, bombarde, soni de trombe, et cridi, l'aere era intronato, et uno non se intendeva l'altro. Et questa battaia dal canto dil capetanio durò una hora, et da altre parte durò una et meza. In la qual battaia fo amazato Piero Bembo soracomito, homo de farne gran conto, da una spingarda la qual li passò da banda in banda, arente la tetina zanca; et a uno li era vicino toccò nel petto, et subito questi moriteno. Ancora do Soracomiti, zoè di corfioti nominati di sopra, fonno feriti, et morite uno. Et conclusive tutti li altri Soracomiti si portono vigorosamente, maxime Francesco Valier, era a lai (lato) dil capetanio et saltò in acqua con la imbrazadura a far condur le scale a le mure; et etiam Nicolò Corner meritò gran laude. Fo morti in questa battaia....., feriti 15; morti in la terra 90, et feriti 150; fo crudelissima battaia. Hor, intrati nostri in la terra, non cessono de combatter et usar assà crudeltà, et una parte et l'altra si slanzavano. Partesani fo taiati a pezzi, tutti nostri scontravano, zoè zerca 150; et in le caxe fo trovati assà morti et feriti, femene et puti: uno di anni cinque fo ferito de uno mandreto in la fronte; un altro de anni 7 era cazato sotto alcune doge de boter a la piaza, et si teneva con una man stropati li ochi, et andato ivi Francesco Brognolo cogitor dil capetanio, vedendolo tutto sanguinoso, zercò si l'era morto, et lui sentendose tocar disse: ah fratello, non mi amazar, ma dame un poco de aqua: costui havia tutto el brazo sinistro mozo, fin quasi al cubito. Alcuni monasterii fonno aperti per forza; tolti li calici, piviali et zò che trovarono; molte donne corseno a la chiesia, et, se le haveano cossa alcuna, fonno spogliate. Inteso questo el capetanio, do hore da poi preso, mandò el suo armiraio et il miedego in la terra, a veder le donne non fusseno violate. Li corpi erano de li morti per le strade con el sangue, nudi over in camisa, el numero zerca 90, feriti 150. Le donne le prime di la terra, spogliate, con straze intorno, con li capelli zo per spale sparsi, et erano redute nel vescoado con molti puti. Et fo fatto comandamento che, se niuno faceva più tal crudeltà, ne movesse alcuna cossa, li fosse taiato la testa. Era per le strade cridori, galioti con barili et altre robe, lavacro de oglio et sangue. Et la sera poi esso capetanio zeneral dismontò, et andò in la terra, per asegurar le persone; et con una ronca in man cazava li galioti in galia. Et intrato prima in chiesia, comenzò uno crido: Marco! Marco! con pianti et batter de man, che fece lacrimar el capetanio et altri; et licentiò le donne andasse a caxa securamente. Et per non esser pan in la terra, el populo cridava: fame! fame! esso capetanio fece dispensar assà miara de biscotto, et el zorno seguente stera 200 formento, era de quel Prudentio franzese capetanio per el Re de Franza, el qual fo fatto presone, et se voleva rescattar per ducati 4000. Ancora el capetanio fe' comandamento, che, in pena di la forca, tutte le cosse ecclesiastice fusseno rendute; et cussì fo fatto; et etiam quelli haveano donne le dovesse restituir, et li cavalli da masenar le olive et li boi et utilità dil populo. Et ancora poi fece vender la roba qui in la terra a loro medemi, et el terzo manco de quello la valeva; però che fo fatto grandissimi butini, per valor a presso de ducati 20000 de ogli et altro; sì che li galioti si feceno richi. El qual butino fo venduto a quelli cittadini per ducati 1300, et che valeva ducati 4000; et etiam el capetanio donò vin al populo per farselo quello benivolo; et fece exempti per anni X; i quali tutti si rallegrarono, come dirò de sotto. In la scaramuza et la battaia è da saper fo morto Alvise Tinto veneto, era lì mercadante, e toltoli da galiotti ducati 130. Or li puti veniva con vino et acqua fresca porgendo a nostri, cridando: Marco! Marco! Et al primo dil mexe la matina da poi, honorato le exequie di Piero Bembo sopracomito, che fo messo in deposito al Domo, di lo qual tutta l'armata si dolse di la sua morte; poi el capetanio zeneral andò sotto la loza di la terra, et congregati tutti li cittadini, aldito prima messa dil Spirito Santo, et il populo cridando: Marco! Marco! fo levato el stendardo de S. Marco, et spegazato l'arme dil Re de Franza, et a hora li fece exempti di ogni angaria per anni X, salvo dovesseno dar una piadena de frutti etc. Questa terra de Monopoli è bellissima, tutta murada dentro et fora a quadri de pietra tufo; non ha castello; giardini bellissimi et aque vive; abondante de ogli più de terra di la Puia, et di le doane egli si traze ducati 20 milia a l'anno. Li cittadini molti erano anzuini, et si scusavano non si habia voluto render, perchè dubitava non ritornasse sotto caxa di Aragona: la qual cossa non vosene redir parola; et però feceno tanta difension, oltra le bombarde et sassi, pignate de calcina, ogio bogente, pezzi de travi etc. Et la bandiera dil Re de Franza el capetanio la tolse per tenir a eterna memoria, et fece governador de ditta città Thomà Duodo capetanio di le nave, fino la Signoria vi mandasse altro provedador.

Et a dì 2 Luio quei de Pulignan, mia 8 de lì, mandò soi messi al capetanio a renderse a San Marco, et fonno benigne accettati. Et la sera venne el suo episcopo con presenti de polli et persuti, dimandando aiuto da nostri, perchè quelli de Conversano, dove erano reduti Franzesi in uno, li molestavano. Et per suo conforto li fo mandati alcuni Stratioti, et Nicolò Corner soracomito per loro governador. Et è da saper che in armada eran 45 Stratioti, et el zumo di la battaia zonse Zorzi Malacassa con altri 45 da Traù, et a dì 4 ne zonse altri 45 da Sibenico, li quali tutti numero 135 fonno mandati a Pulignano, et a dì 4 ditto fonno a le man con quei de Conversano, erano 150 cavalli lezieri franzesi et 200 pedoni, et di le persone 3000 ivi redute paesane, et feceno una scaramuza per meza hora. Fo morti de li nemici numero 17, computà el conte de Gavina; et de li nostri, morti 3 et feriti 5. Et si separavano Stratioti havendo questo, e ritornò in la terra, mandando al capetanio a dimandar più zente, perchè loro non erano bastante al gran numero de li nemici. Unde el capetanio li mandò tre galie; le qual zonte, feceno grande alegreza, et levono do stendardi de San Marco con gran solennità; etiam mandò Alvise di Albori, homo valentissimo, con X compagni nel castello, et il zorno driedo mandò altre XV page in ditto castello, con cui XXV; et per uno al mexe li dette una paga et meza. Ancora Mola si levò San Marco, ma la roca no. Ma a dì 5 ditto, Franzesi la reacquistò per forza, però che nostri non li havea mandà alcun pressidio; pur poi fo recuperata. Et a dì 3, quelli Franzesi di Conversano scrisseno una lettera a quelli di Monopoli, confortandoli volesseno ritornar sotto el Re suo, dicendo haver cinque squadre di homeni d'arme et molte fantarie, et si manezava de far a loro come fo fatto a Gaetani. Zonse a dì 3 Bocari da Sibinico con cavalli 50 de Stratioti, et el capetanio mandò tre galie a Brandizo, a tuor li Stratioti ivi erano; et scrisse a la Signoria come voleva lassar 4 galie a Monopoli per custodia, et lui se voleva partir con el resto di l'armada, et andar a Manfredonia et Molfeta et altre terre si tenivano ancora per el Re de Franza; et che havia fatto discargar li orzi erano su la nave de Anteo Amai, per rispetto di cavalli di Stratioti, che de lì non se ne trovava; et come lì a Monopoli si potrà far un molo più bello di quello de Modon, et pregava la Signoria li dovesse mandar quello era bisogno in augumento sì di l'armada, quam di zente, a ciò potesse acquistar et danizar quelle terre in la Puia, si teniva per el Re de Franza. Fo dato a esso capetanio a Monopoli una armadura fo di re Ferando, la qual era in le man di quel Prudentio franzese, el qual solo fo causa di la ruina di quelli poveri cittadini.

Ancora per lettere da Corfù, drizate a esso capetanio, et di Constantinopoli, se intese Camallì corsaro havea preso a li Dardanelli una caravella de Candia con 150 botte de vin, et havea amazato homeni 18, et el sig. Turco havea comesso el sanzaco de Garipoli lo seguitasse con tutte le fuste poteva, per prender ditto corsaro, et cussì esso sanzaco lo seguitava. Di l'armata turchesca nulla seguiva; pur andava fenzando de lavorar ditta armata, et ogni giorno provava bombarde. Le lettere era di X, et 13 di Constantinopoli; et questo basta quanto a le cosse de mar.

Da Milan venne lettere al suo ambassador, dovesse andar in Collegio et pregar la Signoria seguitasse l'impresa, laudando la virtù dil nostro exercito, et che era ubligatissimo a questa Signoria, promettendo mai ni lui ni soi discendenti partirsi da li precepti di quella. Et anche per lettere di X Luio, di Hieronymo Lion kav. orator nostro, se intese esso Duca haverli usato gran parole in laude di la Signoria; el qual era amalato, nè usciva di camera, et che havea mandato el sig. Fracasso con 100 cavalli lezieri et pedoni alemani 200, a la volta di Tortona, per veder de devedar el passo al Re, et Franzesi non passasseno, benchè pareva cossa difficile a essa Duca; et ita fuit, come dirò di sotto, imo fece careze a esso Re. El qual sig. Fracasso volse con lui 50 Stratioti, i quali non volseno andar, per non dividerse da la compagnia; ma ben volevano andar tutti. Et cussì Bernardo Contarini dimandò al capetanio sig. Galeazo di San Severino, el qual mai volse se partisseno de lì, et cussì restono in campo a Novara, pur ancora in la villa di Perna, ni erano mossi, come voleva, esso campo per caxon di le pioze, che havea ingrossato li passi. Item che quelli Franzesi de Novara steva dentro, et che haveano habuto per spie el Duca de Orliens haversi molto doluto di la rotta dil Re, et stava assà sospeso, et si voleva partir et ritornar in Aste, ma li soi non lo lassaveno; unde nostri stavano vigilanti, a ciò non scampasse via. Et per lettere de Bernardo Contarini a la Signoria, di 9 ditto, se intese, come, havendo preso mons. Alvise di Sansonagio, come ho ditto, et lo teniva con lui nel suo alozamento, lo volse examinar, fatoli gran demostration che, si non diceva la verità, Stratioti li voleva taiar la testa; et havia fatto venir Stratioti dentro a dimandarli, per modo che 'l tremava, et si butò con li zenochi in terra. Or, interogato di più cosse, rispose. Et prima dil governo dil Duca d'Orliens, che 'l stava con grandissima reputatione; qualche volta sta serato tre zorni in caxa, che non si lassa veder, ma l'ordinario si è de dar audientia do volte a la settimana, et ha per suoi conseieri l'infrascripti, videlicet: mons. de Roan vescovo di Ambues, mons. Zuan de Loan governador de Orliens e governador di la terra de Novara, mons. di Corde (el nome non lo sapeva dir), mons. de Magli zamberlan: et questi sono quelli che hanno el Governo de ogni cossa. Dimandato che opinion è dil Duca di lassar Novara, come l'ha fatto li altri luogi, rispose che chi havesse vardato a la fuga dil Duca, el secondo zorno saria andato con Dio; ma li soi conseieri l'ha fatto soprastar, e chiamato el so consejo, nel qual entra questi cinque capetanij de zente d'arme (a nostro modo sariano condutieri), mons. de Sara, capetanio di le zente d'arme dil Dolfinà, mons. di Giudallum luogotenente del marascalco de Giae, mons. Menori capetanio di le zente d'ordenanza, mons. Jalatiel capetanio di le zente d'arme d'ordenanza (zoè ordenanza vol dir le zente di la corte), el luogotenente di le zente d'arme di Joam Perom, el nome nol sa; i quali, congregati insieme, fo deliberato di non si levar per honor et beneficio dil suo Roy, et assignata la raxon che li bastava a loro per el suo dimorar a Novara, tenir tanto exercito a sua posta, et non habbi caxon de adunarse insieme con el campo de Parmesana contra el suo Roy. Dimandato zerca a vittuarie, rispose a trovarsi dentro de Novara vittuarie per uno mexe, et non più. Dimandato s'è alcuna parcialità tra loro, per esser zente de varii paesi, rispose che tra le zente d'arme de Franza e quelle dil Dolfinà sono molte discordie, perchè li Franzesi tieneno per zente vil quelli dil Dolfinà; et se quelli dil Dolfinà havesseno el poter, cussì come non hanno, za li haveriano taiati a pezi; ma stanno bassi per non haver possanza. Dimandato la qualità di le zente d'arme, disse a trovarse in Novara lanze 500 a cavalli 4 et 3 per lanza, ma la mazor parte 4; et che cadauno homo d'arme ha do arzieri a cavallo, et che son 1000 altri arzieri dil Re; che son arzieri 2000, et 5000 alemani a piedi, la mazor parte balestrieri. Dimandato l'ordene dil suo pagamento, disse che homeni d'arme, e tutto il resto, se pagano da tre mexi in tre mexi, li homeni d'arme a raxon de scudi X al mexe, et li arzieri scudi 6, et li pedoni scudi 3. Dimandato quanto indriedo haverle pagade, rispose che a dì 20 dil presente vorano page per 3 mexi. Dimandato se i aspettano soccorso de Franza, o ver di Aste, rispose che l'è vero che 'l Duca ha scritto in Aste per soccorso di 200 homeni d'arme, et per danari per la paga di tre mexi; ma non sa certo si 'l soccorso venirà etc. Item che havia fatto experientia con uno altro preson arzier, e fatoge dar molte torture; la examination dil qual non è stata diferente a la prima, salvo nel soccorso, el qual afferma che per tutto el paese de Franza, el qual eran hozi 29 zorni che mancava di Guascogna, è venuto insieme con 100 arzieri a cavallo, come è sta fatto una cria per tutta Franza, che tutti li baroni, cavalieri et zentilhomeni subditi al Roy, monteno a cavallo et vegnino a soccorso dil Re. Et per le terre dove l'ha passato per venir in Aste, havia visto far mostre di zente, le qual se mettevano in ordene. Et ancora advisò come in quel campo duchesco, capetanio el sig. Galeazo, questi erano li consultori: el sig. Fracasso, el sig. Antonio Maria, el sig. Nicolò da Corezo, et el conte Hugo di San Severino; et anche lui entrava, ma non fevano niuna cossa senza el consejo dil Duca, et che haveano ardentissimo animo de apizarse con li nemici, licet quelle zente siano mal pagate; et che erano di tre generation, Italiani, Elemani, Albanesi o ver Greci; tamen tutti erano di uno voler contra Franzesi. Item rechiedeva danari per la paga di Stratioti, li quali a dì 26 Zugno l'haveano livrata, licet havesse hauto 6 page. Et è da saper, che a dì 26 Marzo comenzò la prestanza, et però pregò la Signoria li fusse mandati danari.

A Venetia, a dì 12 Luio di Domenega fo fatto in piaza di San Marco una solenne processione de tutti li frati, preti et batudi di questa terra, portando cadauno qualche reliquia de Santi o vero cosse de arzento: era bellissimi aparamenti. Conclusive, fo degna processione; et fo messo a torno la piaza li panni, per schivar el sol, sì come se suol far el zorno dil corpo di Christo. Non vi potè esser el Prencipe, per non esser ancora molto gaiardo; era vicedoxe Andrea Querini conseier più vechio. El Patriarca aparato, et questi oratori: dil Pontifice, do dil Re di Romani, de Spagna, de Napoli, de Milan et de Ferrara, con molti senatori per numero 120, vestidi de seda et scarlato, et alcuni cavalieri vestiti d'oro, i quali qui saranno nominati: Polo Pixani era Avogador di Comun, Polo Trivixan era Cao dil Consejo di X, Piero Balbi, Zorzi Pixani dottor, Zorzi Corner et Marco Dandolo dottor. Et li altri cavalieri haveano o.... d'oro, o ver qualche altra insegna. Et fo sonado campanon per quel zorno, ma non fo fatto fuogi la sera, nè messo lumiere per li campanieli, perchè ancora non sapevano la vittoria quanto era stata, et non havendo fatto nel principio, ni etiam in questo zorno volseno far altro.

Dil ritorno di re Ferando di Aragona in Napoli, et fu accettato di cittadini.

Domente queste cosse intervengono, di la battaia fatta per l'exercito veneto con el Re de Franza, a dì 13 Luio zonse lettere di Roma di 9, per le qual se intese haver di Napoli di 7, come a dì 6 de l'instante, fo el zorno el Re de Franza ebbe la rotta, re don Ferando de Aragona re de Napoli con galie 9 et zerca 31 caravelle de Spagna, si apresentò a la città de Napoli, volendo ritornar nel Regno. Ma pur molti napolitani soi nemici con Franzesi si messeno in arme, et da li castelli ditta armada era salutata di molte bombarde, et el populo cridava: Franza! Franza! benchè per lettere di Lunardo di Anselmi vice consolo nostro fusseno certificati... Qualche uno pienamente cridava: Marco! Marco! dimostrando sarebbeno stati contenti dil dominio veneto, e non star sotto Franzesi nè ritornar sotto caxa di Aragona. Et per quel zorno ditta armada se tirò alquanto lontana, a ciò le artilarie non li offendesse; et poi el zorno seguente, fo a dì 7, esso Re dismontò a le Madalene, et con molti cittadini li era venuto contra, intrò in Napoli per la porta de Formelo vicina a Castel de Capuana. Et come si apresentò a la terra, el populo armato cridò: Ferro! Ferro! Videlicet: Viva Ferando! Et cussì col nome di Christo andò Sua Majestà ad alozar in Castel de Capuana, el qual era senza guardo et non custodito da Franzesi. Adoncha, pacifice, col favor dil populo et cittadini, benchè li fusse contrarii, Ferandino è intrato in Napoli. Et el populo con li soi messeno a sacco la caxa dil Prencipe de Salerno et dil Prencipe de Bisignano et dil conte de Conza, erano stati soi rebelli. Ma mons. de Mompensier vicerè franzese erano tirati col Prencipe de Salerno et altri Franzesi in Castel nuovo, fornito di munitione et artilarie; et cussì in Castel dil Uovo, torre San Vincenzo, Pizza Falcon et uno Monasterio di Santa Crose, a modo di forteza et Castel Santo Elmo erano Franzesi a custodia, sguizari et altre generatione. Et questi castelli si teneno per el Re de Franza. Et el consolo nostro, intrato che fu el Re dentro, andò subito a la soa presentia, alegrandose da parte di la Signoria nostra dil suo felice ingresso; el qual Re li usò dolcissime parole, digando che 'l conosceva esser ritornato in Napoli per le operationi di essa illustrissima Signoria, a la qual in perpetuo voleva esser ubidientissimo fiul. Item che mandò tre galie per don Fedrigo prencipe de Altemura suo barba era in la Calavria, el qual pur da mons. di Obignì vicerè havea habuto qualche danno, et li havia el Re mandato a dir venisse a Napoli. Et a ciò che el tutto se intenda, vi sarà scritto una lettera, scritta al Duca de Milano da Roma per suo fratello mons. Ascanio cardinal. Narra ad plenum questa intrata.

Exemplum litterarum Rev.mi D. Vice cancellarij S. R. E. Cardinalis Ascanii ad Illustrissimum Dominum Ducem Mediolani.

Illustrissimo Principe et Exc.mo D. frater et pater honorandissimus. In questa hora, che sono circa 24, ho hauto aviso di Capua de lettere delo incluso exemplo. L'homo è venuto con esse lettere è fameio di missier Jacomo, quale li scrive et riferisce lunidì a dì 6 era in Napoli, mandato dal patrone, che l'armata dil re Ferandino, quale era gionto a Yschia il dì avanti, se mosse a li 6, et venne verso Napoli, et fece scala a la Maddalena, dove concorse molto numero di cittadini napolitani, et deliberorono che la notte seguente più segretamente potesse, bona parte di la zente, qual la Majestà Soa havea conduta con sè, et cussì stete. El dì seguente, che fo Marti a dì 7, a hore 13, tutta la città comenzò a cridare: Ferro! Ferro! Et la Majestà Soa, acompagnata da uno gran numero di cittadini napolitani, intrò ne la città per la porta di Formelo a lato dil Castello de Capuana, quale era stata abandonata; et cavalcava Soa Majestà uno cavallo liardo grosso, con el stendardo a fiame, et tutti li segi erano alzate le bandiere de la Majestà Soa. La quale fo accettata con universal et incredibil letitia, accorrendo tutto el populo a basarli li piedi. Parte de Franzesi, quali si trovono in Napoli, a li primi cridi dil populo erano malmenati, parte si salvavano in diverse caxe, ma la mazor parte era fuzita et salvati in Castel Nuovo. Et in quella hora lo homo à portata la presente me dice che partì et venne con celerità a Capua per anonziar al patrone el successo di Napoli, e passando per Aversa dice che la ditta città medesimamente havea la sera avanti levate le bandiere dil serenissimo re Ferandino, et gionto a Capua, dove la sera avanti erano sta mandati 300 fanti de la Majestà Soa, trovò el medesimo; et dice che 'l populo havea preso il locotenente de Capua per havere la rocca, quale hebbe in mano soa, referisce anche come la rocca del Monte de Ragone, la quale teneva li Caraffeschi, havea alzato le bandiere di la preditta Majestà. Significa anche come trovandose in Napoli el Principe de Salerno, et volendo fuzire in Castel Nuovo, el populo el confortò a stare et lo assegurò; et nondimeno parve non volesse assegurarse. Referisce anche come Castel Nuovo, da poi la intrata dil Re, non trahe più come l'havea fatto prima; et anche la Majestà Soa havea mandato a dire a mons. de Mompensier che trahendo la Majestà Soa retraria in le bombarde li corpi de li Franzesi et maxime mons. di la Spara suo parente, el quale havea con la Majestà Soa. Aviserò con ogni diligentia el successo. Questi principii ò inviato, volendo con la celerità di la tascha pagata.... L'armata dil Re, per quello se intende, è di 80 vele et di 6 in 8 milia persone. La narratione che Franzesi haveano fatto, di haver data la rotta in Calavria al prefato Serenissimo Re, è stata falsissima, et niente. A la Excellentia Vostra me racomando. Rome, die 9 Julii 1495.

Exemplum litterarum D. Jacobi de Capua ad Ill.um et Rev.um Dominum Vicecancellarium.

Alla gratia bona de Vostra Ill.ma S. me ricomando. Aviso quello ch'è in questa hora 17. Questa città de Capua ha alzate le bandiere di la Majestà dil sig. re don Ferando el quale con grande alegrezza...... et saria impossibile a scriver con quanta alegrezza tutto è fatto per questa università, m'è parso dar aviso a Vostra Illustrissima Signoria, tenendomi certo che la ne piglierà piacere, per lo amore grande che quella porta a ditta Majestà dil Re suo nepote. Et ancora il simele ha fatto Napoli et Aversa. Baso le man a Vostra Illustrissima Signoria, et in bona gratia di quella de continuo mi racomando. In Capua, 7 de Luio 1495.


Et zonto che fo questa nuova a Venetia, Zuan Battista Spinello dottor et cavalier, orator di esso re Ferandino, andò con grande alegrezza in Collegio, et la sera havia sul campo di San Polo fatto far grandissimi fuogi in segno di leticia, però che la notte lui have lettere di questo. Et cussì questa mattina, a dì 13 Luio, si congratulò con el Principe era andato in Collegio quella mattina, et con la Serenissima Signoria, di esser tornato el suo Re in caxa soa, pregando fusse ajutato; et etiam esso orator et quello di Spagna domandò fusse fatto sonar campanon in segno di gaudio per la terra. Et cussì per la Signoria fu ordinato che per quel zorno tutte le contrade et a San Marco sonasseno campane, ma non fo fatto lumiere ni fuogi. Et quam primum fo udito ste campane sonar, tutta la terra credeva nostri, seguiva el Re de Franza, havesse habuto qualche vittoria, ma poi inteseno la verità, et la cagione perchè si sonava. Unde molti si dolseno che per tanta nostra vittoria non se havesse fatto dimostratione alcuna de alegrezza, altro che la processione fo fatta. Et da poi disnar, chiamato el Consejo de Pregadi, consultono quello havesse a far, et si dovesse seguir l'impresa di Puia, et fu decreto et scritto al capetanio zeneral dovesse seguitar in acquistar terre teniva el Re de Franza nostro nemico, ma che vardasse di haverle pacifice, et far ogni acordo prima che darli battaia, a ciò non segui la morte de nostri, et la crudeltà seguì a Monopoli; benchè nostri judicava fino quell'hora esso capetanio havesse acquistato altro, ma nulla fece, come dirò di sotto. Et ancora li fo mandato ducati 3000, et do gripi cargi de munitione et artilarie tolte da l'arsenal nostro.

In questo tempo a Cesena, terra di la Chiesia, seguite alcune novità, come per lettere di Andrea Zanchani podestà et capetanio di Ravena se intese: zoè a dì 12 Luio di Domenega, celebrandose uno solenne vespero ne la chiesia di San Francesco, ne la qual se ritrovava molta zente, venne Achylle Tiberti con 13 compagni con certi pugnali et spade sotto li mantelli, et andorono 4 volte su e zo per ditta chiesia, et quando li frati comenzono a cantar questo salmo: Laudate pueri Dominum, messeno man a ditte arme, tutti a uno tratto et comenzono a menar le mano in tal forma, che immediate in ditta chiesia subito fonno morti 7 et certi altri si messeno in fuga, et li preditti seguitandoli, per modo che ne morì zerca 25, li quali saranno notadi qui da st'altro ladi, et questi fo de li Martinelli et altri, loro parte contraria; et sachizò et spianò le caxe, gridando: Giesia et Libertà! Et poi andorono a la rocca, et feceno intender al castelano non tragesse per la terra, perchè loro la tenivano per Santa Chiesia, ma che haveano estirpati li traditori; et si fortificano in la murata. Et el Luni seguente da matina haveano ordinato di far li Martinelli assà più male, zoè che si dovevano adunar in piaza le zente dil Duca de Gandia et, adunate, seriano corso el volgo per vederle, et li soldati, qualli erano deputati, doveano cinque o sei per parte pigliare le boche di la piaza, et certi altri qualli erano ascosi in caxa di li Martinelli, et doveano a uno segno de spingarda correr al palazo di li Signori, et quello pigliar et amazarli; et il simel dovevano far quelli di la piaza, et poi andar per la terra amazando quanti ne trovavano de li soi nemici Tiberti. Ma prima, a loro Martinelli el zorno avanti intervene che fonno amazati, sì che credendo amazar, loro furon li morti. Ma per questo successe la Domenega, non seguite altro se non la morte di questi 25 di Martinelli. Et da poi in Cesena feceno uno zeneral consejo, et volseno che ogni sorte di zente, et di contado et di la cittade, intervenisse, et proposeno, come era di novo designato dal Pontifice loro governadore el Vescovo di Arles, per el qual segue tutti questi inconvenienti, come dirò di sotto; et cussì volseno cadauno dicesse la sua opinione. Tandem fo concluso, nemine discrepante, di non lo voler acceptar; et cussì feceno intender a do soi, che esso Episcopo havea mandato a la comunità per intender etc. Poi formono una suplication al Pontifice, de communi omnium consensu, suplicando vogli mandarli uno altro governador, perchè niuno non vogliono aceptar el vescovo di Arles; el qual, come fo divulgato, voleva intrar per forza, con lo ajuto dil sig. di Pesaro, et che havia fatto comandamento per tutto el vicariato de Fano vengi zente; et el castellano di Cesena era suo parente. Quello seguirà l'intenderete da poi. Ma per saper la causa de questi homicidii et novità de Tiberti et Martinelli, la qual inimicitia prese origine zerca anni 7, però che essendo in Cesena governador el Vescovo di Rimano, contraxe parentella con questi Martinelli, et successive comenzò a favorirli et honorarli più che non faceva di Tyberti; per la qual cosa l'odio, stato za molti anni tra queste parte, et era quasi extinto et viveveno pacifice, comenzò a rinovarsi, et Martinelli vedendo haver parentado con el governador et esser exaltati, etiam suscitò novi odij con li Tyberti, unde, partito ditto governador di Cesena et functo officio, fo spegazate le sue arme per Cesena, et prohibiteno non se portasse calze a la sua divisa, et altre inzurie feceno questi Tyberti per dispetto di la parte contraria. Da poi sucesse uno governador el qual fu neutrale et si faceva temere; demun successe questo ultimo governador Vescovo di Arles, el qual fo partesano sviscerato de Martinelli et persecutore acerrimo di Tyberti; et nel tempo suo sempre exaltono li Martinelli, et Tyberti scaciati et messi in exilij per rebelli. Et essendo pur ditto Arles governador, fo remesso a contemplation dil Re di Franza uno altro per governador pur per la Chiesia, zenoese di caxa de Fieschi, et come zeneral comissario dil Re stette alcuni zorni. In questo mezo, conclusa la liga, el Papa remesse costui dil governo, et fino questo zorno Cesena stete senza governador. Or parse al Pontifice de nuovo designar questo Episcopo de Arles, fautore de Martinelli; et pretendendo lui de vegnir al suo governo designato, questi Tyberti, cognoscendo a loro inimicissimo, per questo feceno ste novità seguite, de amazar li Martinelli e soi principali seguazi, a ciò non havesseno più contrasto, et li nomi de quelli fonno amazati quivi è notadi, zoè: Malatesta Martinello et sachizata la sua caxa, Ruberto Martinello sachizata et spianata la caxa, Francesco Martinello, D. Matheo et Francesco dottori fradelli, fiuli del dicto Gasparo Martinello con 3 soi famegli, Maestro Piero orefice, parente del Vescovo di Rimano, D. Bartholomio Benintendi dottor, Orlando Benintendi suo fradello, et sachizata la caxa, Jacomo Zamarino, capo di squadra dil duca de Gandia, et sachizata et spianata la caxa, Francesco Lanzeto, Alberto de Thomio banchier con un fameglio, Baldissera so fiul, Marco cameriere, Jacomo da Montiano, parente di Martinelli, Don Matiolo, alievo di caxa di Martinelli, Anibal di Lapi, Francesco Paxolino, Gaudiano da Montiano e Basso suo fradello, Jacomazo da Cremona, Zuan Francesco di Martinelli, Bernardino da Modiana. Item reteneno 13 altri seguazi de Martinelli. Et è fuzito Paulo di Ettor, sachizato la caxa, Anselmo di Dandini, Thomaso Martinello et Baldissera da Palazo.

Seguito dil Re de Franza.

In questo mezo el Re de Franza seguiva el suo camino. Et stato a Borgo San Donnin, andò di longo a Firenzuola, poi passò Pontemuro et alozò di fuora di Piasenza, poi a Castel San Zuane, et passò vicin a le mure di Tortona, et andò in Aste senza danno alcuno, come dirò di sotto tutto el suo successo. Et tuttavia l'exercito nostro lo seguitava. Et come per lettere di XI se intese de li Provedadori, date a hore 9 in Piasenza, che ditte nostre zente in do zorni haviano fatto mia 43 perseguitando essi Franzesi, et che il campo andava come havesse a far fatto d'arme, et in ogni loco li era portate vittuarie. Et per saper quella strada, dal Taro a Borgo San Donnin è mia 6, da Borgo San Donnin a Firenzuola mia 8, da Firenzuola a Pontemuro mia 5, et de lì a Piasenza mia 13. Et che continuamente nostri trovava qualche Franzese morto per strada et altre cose de cariazi; et che li villani li haveano ditto che li devano vittuarie et tutte le pagaveno; et che in camino morite uno de soi baroni, el qual veniva portato driedo cussì morto, et altri feriti erano portati su le sbarre. Et questo non voglio restar de scriver, che per le hosterie in questa fuga Franzesi andava scrivando con carbon: Havem più perdù che guadagnà, et la fin farà li conti.

Et a dì 14 Luio venne lettere in questa terra di 12, a hore 13, di campo, date in castel San Zuane, mia 24 di là de Firenzuola, come l'exercito Franzese andava con veloce camino, et intendevano esser lontano dal nostro campo mia 22, et che za si poteva dir esser in loco securo; tamen nostri frequentavano di andarli driedo, et che lo Conte di Caiazo lo havia zonto, et per bona via erano certificati andava parlando con quelli Signori per strata, et che quando andò driedo, andò più presto per confortar quei populi di Piasenza et Piasentina che per offender Franzesi, perchè etiam non harebbe potuto farli nulla; et che Franzesi haviano vittuarie di ogni banda, et che sì da la banda di sora havesseno voluto Milanesi far el so dover, zoè di taiar strade presto con guastadori, et altre provisione in ostarli, non passeno si presto, nostri li harebbono azonto, et che il sig. Fracasso con li cavalli lezieri et elemani erano in Tortona, et che intendevano el Vescovo di Tortona havia reduti molti paesani per mandarli a certi passi; tamen li mandò più presto per deffension dil Tortonese che per offender Franzesi; et che i nemici facevano il camin da corieri, non fazando dispiacer ad alcuno, e andavano a la soa via.

In questo interim, ritornando el Re in Aste, vedendo non haver più el conte de Petigliano, et che il sig. gentil Virgilio Orsini andava con lui di malavoia, unde li dette licentia et cussì ditto signor con zerca... cavalli andò in un castello dil Duca de Milan. Et inteso questo per la Signoria, fo scritto a li Provedadori di campo dovesseno mandar per lui, et farlo venir in campo, et far inquisitione diligente di la condition dil Re et de Franzesi, et cussì ancora dal Conte di Petigliano, el qual havia habuto ducati 1000 in dono et cavalcava con l'exercito, operandose in ogni cossa come havesse habuto nostro soldo, qual l'have dapoi, come scriverò più avanti. Et per lettere di campo poi se intese, date a Vogara a dì 13 Luio, che ditto campo franzese era reduto in loco securo di là di Tortona mia cinque, et prendeva el camino per Piamonte, per lettere di la Marchexana di Monferà, et che più non speravano di zonzerlo. Item che, passando el Re di fuora via di Tortona, mandò uno araldo al sig. Fracasso di San Severino, era lì in Tortona, li mandasse vittuarie et renfrescamenti, et che Fracasso li andò a parlar, et li fece portar vittuarie et quello rechieseno, et che li havia ditto a Soa Majestà la caxon di questa guerra; et che lui era col Duca di Orliens, li tenisse la soa terra di Novara, et che 'l Re li rispose voleva esser bon amico di esso Duca, benchè fusse seguito quello era seguito, et havesse fatto liga, et che di le cosse di Novara lui voleva esser zudexe di le differentie tra il Duca di Orliens et esso Duca de Milan, che ditto Fracasso rispose: Sacra Majestà, bisogna li sia reso una volta Novara et Pontremolo li e sta brusato. Et el Re disse: Di Novara spero conzerò tutto, et li donò uno cavallo. Poi seguite el suo camino verso Aste. Queste parole Fracasso scrisse a Milan seguite, ma la verità Deus novit. Sì che in 7 zorni el Re de Franza fece 80 mia, et cussì si redusse in loco securo. Ma voglio pur scriver come a dì 15 Luio da matina, uno savogim mercadante, venuto in questa terra, disse a la Signoria come per camino si havea scontrà nel campo dil Re, dove si mormorava di Soa Majestà, et che molti credevano fusse morto in battaia; et nostri pur stevano con qualche sospetto; ma zonto poi la nova che 'l sig. Fracasso li havia parlato, tutti fonno chiari esso Re esser vivo, licet nel principio quelli havea inzegno et pratica di le cosse sempre cussì judicò, et io sempre fui de opinione el Re fusse vivo come era.

Cosse seguite nel Campo di Novara.

Nel campo di Novara in questo mezo a dì 11 Luio la mattina per tempo si levò di la villa di Perna dove era alozato, et venne ad alozar mia do de qua de Novara in una villa chiamata Minona verso Verzei, dove arivono a hore 23; et questo per haver convenuto far una volta longa, per causa di le strade era rotte per le gran pioze erano state. Et in ditto loco el campo se puose, et tolse la via di le vittuarie venivano di Aste et Verzei. Adoncha comenzono a sediar Novara, la qual è terra situada in campagna, distante da la montagna mia X, ha quattro bellissime strade: la prima va verso Milan, passa el fiume Tesino; l'altra va verso Vegevane; la terza va verso Aste, convien passar Po a Verzei terra dil Duca de Savoia; la quarta verso il monte, dove si va a la volta di Elemagna; et ditta terra è circondata di campagne bellissime et acque in abondantia; et questo basti, per haver di questa assà scritto di sopra. Et a dì 13 da poi una Bernardo Contarini montò a cavallo con 70 Stratioti, andando a piacer verso Franzesi, et trovono 6 cavalli di loro, et quelli prese; et come scrisse in questa terra, li cavalli et panni non valeva 4 ducati per uno; unde fonno spogliati, tolti li cavalli, e lassati andar. Et a dì 15 cavalcò esso Provedador con 300 cavalli de Stratioti, et la mazor parte andono fino ne li borgi di la terra, e snudò certe case, tolto li letti, et niuno Franzese venne fuora a la difesa. Et in questo zorno a hore 16 ivi arivò 14 Stratioti, et quelli sotto Piero Duodo, i quali non sapevano dove si andasse, et stete con li altri. Et è da saper che el nostro campo che seguiva el Re, visto non poter far nulla, a compiacenza dil Duca de Milan passò Po et venne a conzonzersi con questi a l'impresa preditta, come scriverò il tutto al luoco suo. Et adoncha, aproximatosi ditto campo mia 14, però che a dì... Luio zonze, a dì 16 ditto da mattina venne el conte de Petigliano avanti nel campo duchesco, et insieme con el sig. Galeazo, capetanio Bernardo Contarini, et altri conduttieri andono a veder uno alozamento distante mia uno, dove era el campo preditto duchesco, et questo per alozar el nostro exercito, era atraverso le montagne sopra la strada andava a Novara comodo assà de acque, pradi et strami; et visto diligentemente esso Conte ogni cossa, tornono a disnar; et poi le scolte fece intender come i nemici erano ussiti fuora, 100 homeni d'arme, 600 arzieri a cavallo et 200 elemani a piedi. Unde el capetanio sig. Galeazo subito mandò tanta zente contra de ditti inimici, et ancora Bernardo Contarini armato montò a cavallo con tutti li Stratioti, et fece 3 squadre di Stratioti, in modo di una ala, et fece tutti zurasse voler morir per honor di la Signoria, lui era ne le squadre di mezo; ed andavano cridando: Marco! Marco! San Zorzi! San Zorzi! Et esso Provedador vedendo li nemici in ordine de battaia, non obstante questo fo el capetanio, comenzò a dimostrar de investir: et cussì tutte tre le squadre de Stratioti deteno dentro in uno istante, et nemici si messeno in fuga; li pedoni se tirò a le sbarre per esser vicini al borgo, fo discavalcati 26 homeni d'arme, morti de questi 10, et 12 fonno recuperati per li loro pedoni, ma ben morti li cavalli, et fo fatto presoni 4, tamen feriti a morte, et di pedoni et arzieri molti ne fonno feriti. Et questa vittoria fo senza aiuto de zente d'arme nè de cavalli lezieri nè balestrieri, però che nunquam niun homo d'arme fin qui a Novara havia visto Franzese per la ciera in campagna, se non li presoni erano menati in campo. Adoncha tutto l'honor era de Stratioti, i quali venivano adorati in ditto campo. Et in ditto campo et in questa baruffa fo ferito do Stratioti et uno cavallo; et per questo Bernardo Contarini comenzò a venir, et merito, in gran fama apud Venetos, et la Signoria li scriveva lettere laudandolo summamente. Et a ciò il tutto se intenda, qui sotto sarà scritto uno summario di quello fece Stratioti lì in campo, dal tempo zonseno fino che venne il nostro exercito lì a Novara, et prima.

Summario de Franzesi presi da Stratioti nel campo di Novara in questi tempi.

A dì 24 Zugno si andò col campo a Vegevene, per uno Stratioto fo preso do homeni d'arme con i so cavalli et arme.

A dì 25 ditto a Vegevene, morti 9, presi 9, feriti 26 Franzesi, tra arzieri et homeni d'arme; cavalli, tra morti et feriti, 12.

A dì 2 Luio in Perna morti 12 Franzesi, portà 3 teste su le lanze in campo.

A dì 4 ditto, presi 12 villani di Novara, 8 Sacomani con i loro cavalli et muli.

A dì 7 ditto, cavalli 12, presi 6,..... cavalli et amazono 9 arcieri.

A dì.... ditto la sera, presi a la scaramuza 4 homeni d'arme, tra i qual mons. Loys di Sansonaia, morti 25, di quali li nemici ne fece sepelir 15; el resto fece sepelir nostri; item cavalli 31, pedoni 15, et un altro homo d'arme, el qual tolseno li Elemani, oltra cavalli assaissimi morti.

A dì 16 ditto in Megnone fo discavalcati homeni d'arme 26, de li qual X morti et 4 presoni con ferite; cavalli 12 morti, et fra arzieri et pedoni morti e feriti assaissimi.

A dì 17 Luio da matina, per lettere di 13 di Zenoa dil Secretario nostro, se intese come l'armada franzese de legni n. 12, tra galie et galioni et barze, era stata presa; sopra la qual havea trovato oltra li butini, che fonno assà, boche 300 di artilarie, 400 botte di polvere, le porte enee di Castelnuovo di Napoli, le qual costono ducati 20 milia, ut dicitur; etiam 200 donne, tra donzelle et altre giovane, licet da franzesi fusseno state assà tastate: le qual fo quelle tolseno a Gaeta, come ho scritto di sopra; et ancora 20 moniche, le qual essi Franzesi menava in Franza, et il modo le preseno, sì come per do lettere mandate al Duca de Milan, le qual saranno qui sotto scritte, se intenderà. Et essendo andato a ditta impresa Zuan Adorno capetanio di le fantarie fratello dil Governador, et Zuan Alvise Dal Fiesco fratello di Domino Obieto, tamen teniva col Duca de Milan, con molta zente verso Rapallo a dì 13 ditto a hora di terza l'armata zenoese assaltò ditta franzese et quella prese con tutti li homeni, che non potè fugir niuno. Et fo preso il capetanio mons. de Miolans, el qual era amalato; et esso medemo disse a Baptista Spinola, che fo quello lo prese, come dil suo proprio era su ditte Galie per ducati 10 milia, sì che zenoesi vadagnò per questa impresa più de ducati 100 milia, oltra li legni et le artilarie; et cussì ditta armada fo menata in Zenoa con grandissima consolatione. Et uno di quelli fantacini prese mons. Peron de Basser assà nominato di sopra, et quasi la prima causa di far venir el Re de Franza in Italia, et con inzegno si seppe liberar, perchè non era conosuto, et li dete ducati 125 a quello lo havia presone, et fo lassato; el qual andò a trovar li altri, zoè mons. di Bressa et il Cardinal San Piero in Vincula et quello di Zenoa, i quali si ritrovavano a Besegna su quella Riviera. Et Zenoesi con questa vigoria volevano mandar zente contra de questi. Ma Filippo mons. di Bressa preditto have comandamento dil Re dovesse venir con tutte le zente in Aste da Soa Majestà, unde subito si miseno in camino con li ditti do Cardinali, et venivano per certe vie per scontrar el Re, da poi inteseno el successo de Fornovo. Ma el Marchexe de Mantoa et Provvedadori nostri di campo, intendendo el venir de queste zente, mandò Piero Duodo provedador con li Stratioti zercha 200 et Cozanderle Todesco con 500 Elemani per obviarli la via, et si quelli fusseno venuti sarebbeno stati presi; ma loro, inteso questo contrasto, feceno un'altra via assà arida et cativa per alcuni monti, et tandem non senza pericolo zonseno in Aste, dove era zonto el Re, et San Piero in Vincula fo sempre al so consejo, ma quelli nostri fanti andono in Alexandria di la Paia per custodia di quella città.

Questa è una oratione devotissima scritta in franzese sul officiolo del re de Franza Carlo ottavo, la qual dicono fo di re Carlo Magno, transcripta et traduta in italian ydioma, ut infra, ad literam[139].

Come l'exercito di la Signoria andò poi a campo a Novara in aiuto dil Duca de Milan.

Essendo apropinquato l'exercito di la Signoria a Vegevene, per andar ad acamparsi a Novara, a dì 17 Luio, Piero Duodo provedador con li Stratioti volse prima venir a conzonzerse con li altri era sotto Bernardo Contarini, et li andò contra esso ditto Bernardo Contarini, usandoli savie et acomodate parole, volendolo ricever come suo cavo (capo), perchè quello fo electo per el consejo di Pregadi. Et zonto Piero Duodo scrisse a la Signoria, come per non metter division fra Stratioti era con lui con questi altri, non stava ben dui capi ivi; et zonse ditta lettera a dì 20 ditto. Et considerando el Principe con li padri de Collegio come optime se portava el Contarini, et senza alcun salario, prima li scrisse una lettera laudandolo summamente, exortando el perseverar di ben in meglio, et fo decreto che lui con li 50 Stratioti dovesse star separati di quelli era con el soprascritto Piero Duodo provedador, et fo mandato danari per dar paga a li Stratioti, et etiam a lui per farse le spexe, trombeta et stendardo, fo dato licentia potesse operar, licet ancora non havia titolo di Provedador, ma solum Governador o vero diretor de ditti Stratioti. Conclusive, le sue opere fo dimostrate esser accette a la Signoria. Et poi il campo preditto nostro, a dì 19 ditto, zonse a Castel Chiasuol mia uno et mezo di Novara et zerca uno dil campo duchesco, li venne contra el sig. Galeazzo capetanio zeneral dil Duca de Milan con tutto el so campo; et con gran vigoria nostri se alozono. El qual castello, è da saper, la notte avanti fo preso a patti, salvo l'haver et le persone; nel qual erano franzesi 30, dei qual molti fonno feriti. Et questi intendendo venia l'exercito di Venitiani, se volseno render; et fo trovato era assà biave et più de fuora in alcune caxe, le qual franzesi, intendendo ivi andava el campo duchesco, le brusono con le caxe, zudegando poterse loro tenir nel castello. Ma come li fo trato 4 passavolanti, subito se reseno al sig. Galeazzo capetanio con li so Elemani; pur fo trovato fermenti et vin poco et altre robe; le qual volendole partir tra Elemani et fanti ducheschi, tra loro veneno a remor, et ne fo morti alcuni. Et sopra venuto el nostro exercito, fo sedato el tutto. Et, subito zonto, scrisse li Provedadori in questa terra, come lì in campo era do openion. Una dil sig. Governador et altri condutieri fo de andarse alozar ne li borgi, et per assedio veder de rehaver Novara, facendo el tutto non vi entrasse vittoarie nè soccorso, unde convegnisse prender partito; et cussì voleva custodir tutti li passi. Quella dil Conte de Caiazo et ducheschi era di piantarli le bombarde per forza, non si volendo render, con battaia veder di haverla; et questa sarebbe stata la miglior via et manco spesa. Item che era venuto uno trombeta di Aste in campo, da parte di mons. di Arzenton che fo qui ambassador, dimandando salvo condutto de poter venir con 40 cavalli in campo a veder di conzar le cosse, et che loro Provedadori non l'haveano voluto far, benchè el Governador dimostrasse fosse ben fatto a farlo, per intender el voler suo. Et zonte quelle lettere a dì 22 da matina in questa terra, et el corier de le poste disse publice el nostro campo esser sta rotto et messo di mezo; unde, parse molto di novo a quelli l'uditeno, et stavano assà sospesi et di malavoia, non sapendo la verità. Et poi, lette le lettere, et visto la cossa come era, de baruffa de Elemani solamente, fo ordinato subito ditto corrier fusse retenuto a ciò havesse nunciatura di tal nuova. Et per li cai dil Consejo di X (era questo mese Marin Contarini, Francesco Mocenigo et Polo Trivizan kav. da la Dreza) li fo dato cinque strapà de corda, per voler intender dove havia inteso questo; et poi fo lassato con admonitione più non dovesse dir quello non sapeva, ma portasse solum le lettere. Et da poi disnar fo chiamato Pregadi, et scritto in campo che per niente fusse dato audientia a esso Arzenton, maxime havendo visto quello sempre ha operato, sì in la giara dil Taro, quam quando era qui orator; et che dovesseno piantar le bombarde, et al tutto veder de acelerar l'impresa et rehaver la terra, tuttavia havendo a mente et caro la vita di soldati nostri, la qual la Signoria molto amava. Et el zorno seguente venne lettere di 21 de Milan, come il campo havia cinto di ogni parte l'assedio a Novara, et non havia lassato aperta se non la via di monti; et questo fece a ciò venisse Franzesi per darli soccorso, li qual da nostri sarebbe stati presi, perchè non potevano venir senza esser visti da nostri; et che 'l Duca voleva mandar bombarde in campo; et che la Domenega venendo el Luni de notte, fo di 19, in Novara era sta visto gran fuogi, judicavano dimandasse soccorso; et che pur volendo mons. di Arzenton, zoè il suo messo, risposta da li Provedadori dil salvo condutto, etiam da ditti Provedadori questo istesso se intese; li quali, non havendo ancora habuto el decreto di la Signoria, ma tolseno rispetto uno zorno. Et poi a dì 20 la sera, consultato con el Governador, li detteno ditto salvo condutto, et che si ben per loro non l'havesseno fatto, el capetanio dil campo duchescho za lo havia fatto. Quello di lui seguite, et si venne o non venne, sarà scritto di sotto. Item, notificava come, per presoni presi di Novara, erano certificati esser assà numero de zente, el Duca d'Orliens et el Gran Bastardo de Borbon et altri signori assà, et che haveano vittuarie per pochi zorni, et non potendo venirvi per niuna via, necessario li sarà prender partito: la qual cossa feva per nui. Et a ciò el tutto se intenda, qui sarà notado quello fece summarie el nostro exercito, dal zorno che zonze fino a dì 28 Luio, come per una lettera venuta di campo vidi. Et prima, alozato che fu el campo, el sig. Marchexe de Mantoa, governador, con alcuni pochi da poi disnar essendo ussite di la terra zerca cavalli 200 per far la sguaita (la spia) a nostri sacomani andavano disproveduti, et per le guarde discoperti, ditto Marchexe andato, fonno a le man con nostri sti Franzesi, dei qual fo morti 4, feriti X, et de nostri fo feriti zerca 6, morti do, et do cavalli: et Franzesi fuziteno in la terra, et si disfidono per el zorno seguente, fo el Marti a dì 20. Unde, el campo se messe in arme et cavalcò, zerca persone 4000 tra le fanterie el homeni d'arme, verso la terra, et ne ussite Franzesi 2000, el forzo era però Sguizari, et fono a le man le fanterie, et de ditti fo morti 4, feriti da 30 in 40; de li nostri, do morti et zerca X feriti; et scaramuzono un hora. Et el sig. Marchexe non intrò in la scaramuxa, ma stette sempre a veder. Et Franzesi fono reculati ne li borgi. Et a dì 22, a uno castello mia 8 lontan dil campo, dove era zerca 40 cavalli di sacomani franzesi che andava lì intorno, da quelli dil castello fono presi e fatto presoni. Et a dì 24 de matina fo messo a sacco uno castello, chiamato Castellazo, che si teniva per franzesi, et dentro ne era da 30 persone, fonno tutte prese. Et la sera poi, volendo andar carra 10 in 12 di vittuarie in Novara, le qual venia condute per una strada di sopra verso la montagna, et havia una grossa scorta de Franzesi, i quali si haviano imboscato, et le zente de Paris da Lodron era sta messe do trati di balestra lontan di la terra con la sua compagnia, esso Paris di zerca provisionati 800, et vedendo ditte vittuarie le preseno et menavale per via per modo che ussite fuora la varda de Franzesi, e fono a le man con nostri, et recuperò li suoi carri, et menolli pur in la terra; et mandando in campo a dimandar soccorso et cri: Armedar! Arme! subito quello si messe in arme, ma non fono a hora. Et questo è quanto successe in sti zorni. Et a dì 25 ditto zonse in campo el sig. Pandolfo Malatesta de Arimano con squadre 12, era a soldo nostro; etiam zonse Zuan Paulo di Manfron, el fratello del sig. di Pesaro, et le zente dil Duca di Gandia, come dirò di sotto. In Novara era pur carestia; el pan picolo se vendeva uno soldo l'uno; vin poco et cussì strami da cavallo, come per uno fo preso questi zorni intesene nostri. Et si questi 12 carri non intravano, stavano molto mal. Atendevano a fortificar la terra, far fossi, repari dentro le mure; et in rocca era assà vittuarie et artilarie, et ogni zorno aspettava soccorso di Aste. Et è da saper che mons. di Arzenton, licet havesse el salvo condutto, non venne in campo, ma fo divulgato andò verso la Franza, o vero per far venir la zente o tuor danari, come di sotto più diffusamente scriverò. Verum est, che in campo era spetato, et lui non venne, et la cagion non se intendeva.

Questo è l'ordene per lo levarsi da Vespola e andar a conjungersi con l'altro campo verso Novara, fato a dì 18 Luio 1495.

Primo li guastadori.

Dom. Piero Duodo, provedador, con li stratioti di Levante.

Tutti li altri cavalli lezieri italiani.

La persona de lo Illustrissimo sig. conte de Caiazo.

El squadron de li alozamenti.

Le fanterie con tutti colonelli, nel modo parerà a misier Jacomazo, de' quali è antiguardo missier Nicolò da Savorgnano, oltra li Todeschi, quali andaranno inanzi.

Zente d'arme.

El colonello del sig. Antonio da Montefeltro, et conte Zuan Francesco de Gambara.

El colonello dil conte Bernardin Fortebrazo, et di Domino Marco da Martinengo.

El colonello de Domino Thadeo di la Motella, et domino Alexandro Coglione.

El colonello dil conte Carlo di Pian de Meleto, et domino Talian da Carpi.

El colonello dil sig. conte di Caiazo, et di domino Hanibal Bentivojo.

El colonello de lo illustre sig. Marchexe, al qual tocca el retroguardo de ditte squadre per le artilarie con 200 fanti dil prefato Marchexe.

Li cavalli a man manca caminando con la zente d'arme ch'è li capi de li colonelli, elezeno uno condutiero per cadauno, et lo mandino per tempo con el sig. conte di Petigliano et sig. conte de Caiazo, per partire lo alozamento. Item, che ogni uno facia che li sacomani vadino nel suo colonello, et si sarà trovati fuora alcuno, sarà apicato etc.

Ordine de le factione hanno a fare partitamente li marascalchi dil campo.

Primo che missier Marco da Martinengo et el conte Johanne Francesco de Gambara habino cura di mettere et ordinare le guarde, vedete, scolte et scorte, con tutte le altre factione dil campo secondo acaderà a la giornata, havendo intelligentia con la....

Che missier Febus et el conte Alvise Avogaro e missier Carlo de li Tagiati pigliano cura di le vittuarie, e provedano che non siano impedite, anzi prestino favore et aiuto a chi ne condurà, a ciò che 'l campo resti abondante.

Che missier Tuzo et Aloisio de San Nazaro stiano a la cura de cariazi, et per camino provedino che si vadi con l'hordine statuito, drizando simelmente le artilarie al loco suo.

Che Zuliano de Cotignola habi cura continuata de li guastadori, et de far far le spianate, tante nel cavalcar come ne li alozamenti et dove bisognasse.

Item, che ancora che li ditti marascalchi siano deputati a la factione partitamente, come di sopra, si debbano però in tutte le altre cosse varie et operare et atendere insieme, et ad ogni volta che chiunque di loro si trovano uniti possano dar sententia et determinare ogni cossa di qual sorta si voglia, pertinente a l'oficio suo.

Exemplum cuiusdam literae Alexandri Benedicti Veronensis, physici in castris.

In castrorum tumultu sumus, tumultuarias accipies literas meas, passus.... prope Novariam sumus, geminaque castra locata sunt, in quibus XL.ta milia hominum firmata sunt. Novarienses auxilia a rege expectant; ille Aste fixit castra; tormenta maxima huc mittuntur pro.... oppugnatione, circa Urbem.... non constituunt: in dies res protrahitur, magna Venetorum impensa. At Ludovicus Mediolani Dux consulto id facit; qui capta urbe, Venetos domum reverti dubitat, Gallorumque regem redditurum. De Venetis militibus hic pauca subjungam.

Petrus Duodus, militum levis armaturae Dux, magna potitus est.... V.m aureorum, nequiter inter stratiotas divisa. Aloysius Valaressus acriter pugnavit, ab omnibus laudatur, sine praeda est totus miles... Grittius in agmine erat juxta castra, cui pugnare non contigit. In commentariis historiam redegimus, quam expectabis. Vale. Ex castris venetis et sociorum, die 22 Julii 1495.


Non voglio restar da scriver come fo divulgato, che 'l Re de Franza, essendo za securatosi et fugito, ut ita dicam, de Italia, a quelli soi che nel fatto d'arme ben se portò a Gierola da poi a chi donò 1000 scudi, a chi 500, a chi possessione, a chi gratie. Et come fo ditto, el fiol dil Duca de Ferrara, don Ferante era con lui, li concesse privilegio de Duca de Melfi. Et è da saper che ditto Duca de Ferrara advisò esso Re, essendo per discender li monti al Taro, de 3 cosse, le qual fo causa che ditto Re si apizasse con le zente nostre et venisse di longo a passar: primo che la Signoria nostra non havia tante zente come era la fama, et, si ben fusse, non sariano preste; secondo, che Italiani haveano poco animo, et non poriano resister a le forze de Franzesi; tertio, che nostri in campo non haviano libertà de investir nè apizarse, et che questa era l'opinione di la Signoria; di le qual cosse tutte andò fallite.

Ancora voglio scriver, come partito el nostro exercito da Gierola, in campo fo amazà Lorenzo Avogaro, zentihomo nostro et cittadino di Brexa, era lì in campo franzese, et venuto nel nostro per adatar el conte de Petigliano, et fo incolpò di.... et vero. Lo amazò do fratelli, videlicet Hannibal et Zuan Antonio Del Denedo.

A dì 19 Luio zonse lettere di Roma, a dì 16, come el Pontifice era molto alegro di la gran vittoria havia inteso esser stata, benchè molti scrivesse in Corte al contrario, maxime Fiorentini, come ho ditto; et che di le cosse successe a Napoli, esso orator nostro non havia alcuna cossa, ma ben havia mandà tre messi, parte per mar et parte per terra a Napoli, con lettere a Lunardo di Anselmi et ad altri, per inquerir alcuna nuova; tamen ancor non erano tornati. Et che 'l cardinal Orsini li havia mostrato lettere, et etiam a la Santità del Pontifice, come mons. di Belcher era intrato con li altri in Castelnuovo, sì che non fu vero che Ferandino l'havesse ne le mano, come fo ditto; et che sperava di brieve Ferandino haria li castelli. Item, che 'l signor Prospero Colonna era andato a Napoli per veder de assestar le cosse, et voleva esser in amicitia con Ferandino preditto, el qual se ritrovava in Napoli in Castel de Capuana, et che se divulgava voleva mandar tre ambassadori, uno al Pontifice, l'altro a questa Signoria, et el terzo a Milan; et che molti lochi dil Reame voluntarie erano venuti sotto soa Majestà et caxa di Ragona, non però le terre grosse. Et quei de San Zermano, volendo per suo Re esso Ferando et non più el Re de Franza, li habitanti si erano levati in arme et pigliato el capetanio era lì a quel passo, franzese, et quello fece squartar in obrobrio de Franzesi et exaltation di Aragonesi; et che fino do zorni a la più longa ritorneria li messi mandati a Napoli, per li qual copiose l'ambassador nostro preditto sarà advisato dil tutto. Item, che 'l reverendissimo Cardinal de Medici era tornato in Roma, et dimostrava non voler cussì questa rotta, tamen Romani la credevano. Et poi a dì 24 ditto zonse altre lettere pur di Roma, date a dì 20, per le qual la Signoria fo advisata di molte cosse di Napoli; tamen che ancora non havia hauto risposta di sue lettere. Ritornati li tre messi mandati qui, vehementer se meravigliava, ma che havia hauto una lettera di 14 dil Ferandino, data in Castel de Capuana, drizata a esso Hyeronimo Zorzi, orator nostro, per la qual li advisava Soa Majestà come havia reabuto pacifice quasi tutta la Puia, tranne Barletta et Manferdonia, nominando fra le altre città. Item, Terra di Lavoro, Salerno et S. Severino in la Calavria, et altri luogi; et che ogni zorno veniva syndici de diverse terre a darse et ritornar sotto di lui, zurandoli di novo homazo, et che sperava di brieve haver el Castelnuovo, nel qual era mons. di Mompensier et el Principe di Salerno con altri, et che ditto castello bombardava la terra, facendo molti danni. Si ralegrava di la vittoria habuta la nostra Signoria contra el Re de Franza. Et come da poi per altre lettere se intese, in Napoli fece gran feste de fuoghi per la terra per tutte le strade, li qual durava tutta la notte, tamen quelli de li Castelli non sapevano la causa di questi fuogi, et credeva facesseno per esser ritornato il loro primo Re. Et tal rota a Napoli se intese a dì 2; ergo in cinque zorni l'ebbeno, che fo molto veloce et prestissimo; et la copia di ditta lettera mandò a la Signoria. Et ancora el so ambassador andò a la Signoria con grande alegrezza, et a molti patricii mostrava una poliza, diceva haver habuta dal suo Re don Ferando, de li lochi et terre reaquistate; la qual sarà qui sotto notada. Et esso Re medemo scrisse una lettera in questa terra, data in Castel di Capuana, a dì.... de l'istante, dagando al Principe dil Padre colentissimo, ringratiando molto la Ill.ma Signoria, però che, mediante quella, era ritornato nel Stato, et sperava haver li castelli, et recuperar tutto el Regno perso; et notificò el modo era intrato. La qual lettera era in carta pergamina, bollata tamen di cera; et il suo orator la presentò: la qual qui sarà notada, et fo letta in consejo de Pregadi a dì 25 Luio con grande piacer de tutti.

Lista de le terre rendute a la Majestà dil re don Ferando di Aragona, da poi esser intrato in Napoli.

Lo Ducato de Melfi, Capua, Aversa, Calbi, Carinolla, Sexa, La torre di Monte dragon, Castel a mar de Vulturno, La torre de Franco luxe, Teramo, S. Zermano con tutte le terre di la Badia, Murgliano, Nolla, La Sora, La Tripolda, Avellino et altri castelli vicini, Sarno, La torre del Greco, Carigiano, Castelamar de Stabia, Rico, Sorento, Masa, Salerno, Nocera dil Pagano, La cava, Montoro, tutto lo contà de Conza, Troya, Fogia, Nocera di Puia. In Puia, Manferdonia, Barleta, Trani, Bisignan, Molfetta, Juvenazo, Barri, Molla, Pulignan (non era vero), Leze, el contà de Venoxa, el contà de C...., el contà de P...., el contà de Spoleti, el contà de Matalon, Puozuoli, Carpi.

Et inteso questo prosperar de nostri, per varie opinione erano nel Senato, tandem a dì soprascritto preseno di far uno orator a Napoli a ditto re Ferandino, per dimostrar cussì come erano contenti di ogni sua allegreza et recuperation dil Reame; cussì ancora farli noto quello Venetiani havia operato in ogni tempo con el Re de Franza, et zerchato sempre de conzar le cosse in Italia. Et el zorno driedo, fo 25 Luio, venne pur lettere di Roma di 21, però che l'orator nostro era vigilantissimo in scriver et advisar il tutto, adeo tutti lo laudava summamente. Et si have lettere di Lunardo Anselmi, consolo a Napoli nostro, di 12 et 13, la continentia di le qual, per scriver la verità di ogni cossa, havendo quella, autentice qui sarà scritto, et maxime di quelle di 17, per le qual esso consolo narra el tutto assà copioso. Et prima, come per lettere di 12 di Roma, di l'ambassador nostro, havia inteso la rotta seguita a Fornovo, et felice successo de nostri a Novara, et che a dì 15 ricevette ditte lettere. Le qual habute, subito andò in Castel di Capuana a trovar el Re, el qual havia per lettere dil cardinal Ascanio inteso quasi questo, et era li soi dil Consejo reduti, zoè el Conte de Brienze, el Conte de Matalone, el Conte de maridiano, el Marchese de Pescara, el Conte de Muro, domino Marino Branchatio, domino Andrea de Genaro et Theodoro Tranlci et altri, et li lexe ditte lettere, le qual molto a Soa Majestà piaque, atribuendo gran laude a questa Signoria liberatrice de Italia. Et disputato qual camino potesse far el Re de Franza per liberarse, et concluseno deliberavano intender el successo. Et richiese ditte copie di le lettere di campo per farle exemplar, et mandar a la Serenissima Regina in Cicilia, et allo Illustrissimo Prencipe de Altemura, et cussì gele dette. Et el zorno avanti, havendo habuto queste bone nuove, esso Re a mezo zorno cavalcò a la Nonciata a referir gratie a l'altissimo Dio, et fece far fuogi per tutta la terra, che a pena se poteva passar per le strade mentre duravano. Et poi la mattina a dì 17 fo a San Domenego a messa al Crucefixo molto divotamente. Item, che a dì 16 de matina fo certa scaramuza a li repari, che alcuni Franzesi erano venuti fuora et altri erano descesi sul molo di alcune galie, per pigliar una torre; quali con le artilarie di la terra furono scaziati, con morte di 16 di loro a li repari; pur fo qualche danno, et più fu una ferita ebbe el Conte de Monte Odorisso nel zenochio, loco assà pericoloso: era persona notabile, et maxime nel exercitio militare. Item, come in quel zorno aspettavano dovesse zonzer el sig. Prospero Colonna, et el Re li fece preparar stancie in Castel de Capuana a presso a lui, et che si divulgava saria dacordo etiam el Prencipe de Bisignano, mediante ditto Colonna ch'è suo parente. Item, tutte le terre di la Puja se erano rendute al re Ferando, et che Soa Majestà usa ogni liberalità et munificentia, et quelli li erano rebelli et contrarij sono deventati devoti et fedeli, et che 'l conte da Liano et Joanne Paulo da la Maura, fugiano a Benivento, et fonno presi et menati da Soa Majestà, et liberò et perdonoli. Item, che 'l sig. Zuan Francesco di Gonzaga con la moglie et figlioli, che come ho scritto, andò a Napoli a trovar el Re de Franza, el zorno quando zonse l'armada de Ferandino di Napoli, fugite a la sera; et esso Re li mandò a dir liberamente venisse, et venne, et quello molto acarezò; el qual die ritornar a Mantoa, andando in Puja, poi per mar in questa terra. Et che nel castello se ritrovava el Conte de Conza, per causa dil Prencipe di Salerno, et el Re li havia perdonato; niente di meno volse suo fiul governasse el Stado; et per questo voleva ditto Conte ussir di castello, ma non fo lassato. Et come dice un'altra lettera di Hyeronimo Rengandori fiorentin, data a dì 18 Luio pur in Napoli, dirizata al nostro orator a Roma, che per lettere di 15 de lì, de Piero de Medici, haviano inteso la verità di la rota, la qual sarà causa di redure a devotion di quel Re el resto dil Reame, come el prencipio processe da la pigliata de Monopoli per la nostra armata; la qual cossa inanimò ciascun a convocar Ferandino senza paura; et cussì ritornò in Napoli. Et che quello Regno e tutta Italia, con la sapientia, prodentia et gajardi provedimenti di questa Signoria è stata redempta, et trata di mano di barbari, zente superba et insolente. Item, che in Terra di Lavoro manca solo a reacquistar lo castello de Salerno; el qual era forte et fornito per alcun mexe. Tutta la Puja si havia dato, se non il Monte di Santo Anzolo et Taranto. In Abruzo si teniva Ortona, Civita di Chieti, Sermona et l'Aquila. In Calavria era mons. di Obegnì, Vicerè, con 1000 sguizari et 200 homeni d'arme amalato. El Prencipe di Bisignano, el conte de Meleto, et de Capazo si sperava di redur con Ferandino, et che 'l Conte de Capazo havia mandà a dir al Re, quello si farà per li altri di caxa Severina lui etiam seguirà. Et el Re preditto ha mandato el conte de Matalon con 100 homeni d'arme, et dize sarà n. 2000 fanti in Calavria.

Item, che li castelli assiduamente salutavano con le artilarie Napolitani, senza tamen far danno fin qui; et hanno assà vittuarie de megli, et risi maxime; et l'armata franzese di barze do, galiaze do, et altri legni fino a la summa di 16, stava tra li do castelli distesa, mia..., con vento a proposito, facilmente se bruserebbe; et che fra tre zorni si dovea combatter et che l'armada dil re Ferandino nominata di sopra era lì dintorno et che quella notte era intrati do bragantini franzesi venivano di Hostia in ditta armata. Et che nostri, zoè el Re, pativa assà per non haver bombarde grosse, et quelle havea era poche; et el Re fece intender ne li castelli la rota e la fuga dil Re, offerendose de far passar do o tre di loro fino a Pisa ad accertarsi di questo. Ma loro mostrano poco stimarlo, et che Capua, Aversa et Nola li haviano portato a Ferandino danari, et menate zente d'arme et fanterie; el simel li baroni, et lo Duca de Traieto, le università convecine, et molti mercadanti et cittadini con danari; et el populo donò al Re ducati X milia. Item, quelli che non haviano consignato al Re de Franza el rescosso, consignò al presente a questo Re; in somma havia habuto zerca ducati 50 milia; molti monasterij li havea portati arzenti, perchè se ne servisse, et non li volse pigliare; et che 'l Re usa ogni umanità, piacevolezza, liberalità et gratiosità con ogni uno; parlando a tutti, nè niuno si partiva di Soa Majestà scontento; nè volse intender alcuna offesa, nè che li fusse parlato di vendetta, per bonazarse li populi. Et che, come ho scritto, el Conte da Liano, Jo. Paulo da la Maura et Troiano Gentil a Soa Majestà ribelli, confiscato el suo et condenati a morte, fogendo, fono presi a Forsolana, et Soa Majestà li fece liberar, et perdonò, et li confirmò ne li Stadi loro: cossa assà notabile, et che non se havia provisto ancora a la ordination di la justitia, nè ordination dil Regno, aspettando il Principe di Altemura, o vero non li paresse ancor tempo; et che in quel zorno era zonto el Sig. Prospero Colonna, ricevuto con molta festa dal Re. Et questo basti, quanto a ditte lettere. Et a dì 17 ditto, esso re Ferandino succedeva prosperamente, sì come ho qui scritto.

Et inteso tutte queste nuove per nostri, consultando quid faciendum, scrisseno al Pontifice erano di opinione che Soa Santità come capo di la Christianità, et havia quel Regno per suo et li dava censo, dovesse mandarli zente, zoè li 400 homeni d'arme Soa Santità dicea haver, a ciò esso Ferandino fusse soccorso mediante la lega; et che poi che 'l sig. di Pesaro non poteva venir in campo a Novara, et voleva mandar suo fratello, saria el meglio la sua persona a Napoli vi andasse con queste zente. Et haveano za a dì 25 eletto nostri ambassador a Napoli Nicolò Michiel, dottor et kav., era venuto capetaneo de Brexa el qual del 1493 fu orator a Napoli a re Ferdinando vechio, et da lui nel so partir ricevette la militia; ma per la età, et esservi stato in tal legation si excusò, et fu acceptata la soa scusa. Et a dì 27 ditto fo eletto uno altro, Polo Capello kav., era stato ambassador l'anno passato in Ungaria ad allegrarsi dil regno a re Ladislao di Boemia, insieme con Marco Lando, dottor et kav., da el qual Re fonno decorati di la cavalaria et libentissime accettò. Tamen non andò, mentre fo compito quasi questa impresa, zoè l'opera mia, come dirò da poi.

A dì 26 Luio venne lettere di Trane di 15, non però drizate a la Signoria, narava come el nostro capetanio zeneral con l'armata era ancora a Monopoli, et havia mandato Francesco Valier, soracomito, con una altra galia per quelle terre di la Puia a marina, a dir dovesseno render, non aspettando l'armata, zoè a quelle si teniva per Franza; et che a dì 7 venuto lì a Trane, quelli cittadini essendo di varie oppinione, però che 'l populo si harebbe dato, visto le gran promesse li era fatte et la bona compagnia si faceva a Monopolitani, ma li zentilhemeni non volevano, fino non intendeva il successo di caxa Aragona. Et è da saper che in questa terra, sì come ho scritto nel secondo libro, Venetiani hanno certe jurisditioni, ottenute da re Lanzilao, et cussì si observa di levar el stendardo di San Marco ogni festa, per mezo la chiesia di San Marco et dil palazzo dil capitano et altre. Hor conclusive, questi di Trane risposeno al preditto sopracomito andasse a Manferdonia, poi ritornasse, che li saria dato risposta. Et in questo interim venne la nova in Puia come Ferando era intrato in Napoli, et amazato assà Franzesi, sì che Barletta fo la prima levasse le insegne aragonese. Et a dì 9 etiam Trane levò, fazando feste etc., et mandono a Napoli a zurar fedeltà et omazo; et ancora Molfetta, Manferdonia, Bestize, con tutte altre terre di marina fece questo medemo, da Monopoli et Poligniano in fuora, che si tene per San Marco. Tamen che alcune rocche come quella di Bari et di altri luogi, non si havea voluto dar, et si teniva per il Re di Franza, ne le qual era Franzesi, ma che volevano aspettar uno di caxa di Aragona, che venisse et li presenterebbe le chiave. Et è da saper, si la Signoria nostra havesse voluto usar più celerità, et fusse stada cupida di acquistar Stado, senza dubbio acquistono tutta la Puia, perchè tutti bramavano Venitiani, et non volevano star più sotto Franzesi, et aspettaveno de zorno in zorno l'armada nostra, la qual steva a Brandizo senza far nulla; sì che si puol veder la bona volontà de Venetiani in voler spender per liberation de Italia, et non se curar de tuor altro Stado di altri, ma ben conservar il suo, che è assà et bellissimo sì da mar come da terra. Dil capetanio nostro Antonio Grimani, da 8 dil mexe in qua, non si have alcuna lettera fin questo zorno; et se intendeva havea mandà per Bortholomio Zorzi, provedador di l'armada, era con galie 6 a custodia di l'Arzipielago, dir venisse da lui, non essendo più paura per questo anno di l'armada turchescha. Item, mandò a Corfù a tuor zente per augumento di l'armada.

Adoncha, concludendo, re Ferando prosperava et reaquistava el suo regno; et a tutti perdonava, dicendo: Io son Ferando; et si havete sig. Baroni fatto alcuna inzuria o rebellion al Re mio padre o mio avo, non l'havete fatta a me, et vi perdono. Et volendo perdonar al Principe di Salerno, era in Castello con Franzesi a Napoli, in questi zorni li mandò a dir venisse a lui, che li perdonava ogni offesa. El qual rispose era Anzuino et volea morir al servizio dil Re di Franza. Et vedendo nostri el so felice successo, risposeno a la lettere di Soa Maestà sapientissime, con parole di gran conforto, congratulandose del so felice ingresso, sperando di rallegrarsi di l'aquisto di tutto el regno, et come per soa exaltazione li aveano eletto Paulo Capello kav. ambassador a Soa Majestà, el qual presto lo manderebbe, et conferirà con Soa Majestà el tutto.

Remuneratione fatte a molti benemeriti di la Signoria per le operationi fatte al Taro.

Parendo a li Savij di Collegio et a quelli che governano la Republica Veneta, non esser cosa più degna et laudabele in uno Stato quanto premiar quelli che nelle cose opportune si adopera, non solum dimostrando bon voler et vera fede, ma ancora meteno la propria vita per la salute dil Stato di quelli da li qual hanno stipendio; et conciosiachè in questa battaglia fatta a Fornovo su la giara dil Taro contra il Re di Franza, molti si portò valentissimamente, mediante de li quali seguite la fuga de Franzesi, non havendo stimato la vita per questa Signoria; et havendo inteso li principal nostri morti, et etiam quelhoro vivi fedelissimi, deliberono remeritarli con queste provisioni saranno notade qui sotto. Et cussì, a dì 24 Luio, nel Consejo di Pregadi fecero tutti questi decreti, et prima:

Conoscendo la fede de lo ill.mo sier Francesco de Gonzaga, marchese de Mantoa, Governador dil nostro exercito, et non havia ancora habuto el baston et stendardo, et strenue si havea portato in questa impresa, et per remunerarlo, licet fusse d'anni 28 et non più in altra battaglia experimentado, fo eletto Capetanio zeneral nostro da terra di tutte le zente sì da piè come da cavallo, et mandarli con grandissimo triumpho infino in campo el baston et stendardo: et per Piero Marcello et Zorzi Emo, eletti a questo oratori, fonno mandati, come dirò di sotto. Item, che l'habia tutta la conduta l'ha, et più quella di suo barba sig. Redolfo morto..... Item, ogni anno, per el suo fratello, li sia dato ducati 2000, et per il fratello di madona Ixabella soa mujer ducati 1000 ogni anno; et che di presente li sia dato ducati X milia d'oro de contanti, mandati fino in campo. Questo fo assà presente, et da esser stimato. Era in questa terra do soi oratori, venuti a inchinarsi a la Signoria, zoè dom. Phebus di Gonzaga suo cusino, et l'altro Zorzi Brognolo, era venuto per star fermo de qui; ancora uno Zuam Carlo, suo secretario: et in questa sera feceno assà fuogi et feste a la soa caxa; et la mattina andono in Collegio a referir gratie, et in questa sera medema li fo scritto.

Ancora, havendo ne li zorni superiori la Signoria ricevuto una lettera sapientissima di madona Catharina relitta dil sig. Redolfo di Gonzaga morto da Franzesi, et letta in Pregadi, la qual fece quasi tutti lacrimar, et era di questo tenor: Serenissimo Principe et Excelsa Signoria. Heri mi fo portato el corpo del sig. Redolpho mio dolcissimo consorte, la morte dil qual mi fo di amarissimo dolor, el qual m'ha lassà cinque figlioli, 3 femene e do maschij, li qual haveria mandati a far uno presente a la Vostra Serenità come servi, ma per esser quelli in tenera età gli nutrirò a nome di quella come suo schiavij, et come i serà in età perfetta, i manderò a donar a la Signoria Vostra, a la qual i racomando insieme con la povera madre, e prego V. S. si degni dar risposta a l'aflitta madre. In modo che, come ho ditto tutto el Pregadi si commosse, et preseno, sì come la richiese, prima di tuor li soi castelli in protetione et dar a lei con li figlioli di provisione a l'anno in vita ducati 1000 d'oro, et mandar tre sue fiole a spexe di la Signoria nostra, quando saranno a età legiptima, condecentemente. Item, a li do filioli promettono di dar a tempo saranno etiam in etade, la conduta havea il padre; la qual al presente ha el sig. Marchexe di Mantova loro cusino.

Et essendo morto quel strenuissimo sig. Ranuzo dil Farnese, preseno di dar la sua condutta di cavalli 600, zoè a uno suo fiul ha anni 14, cavalli 200, et ad uno altro di manco età altri cavalli 200, come havia il padre; licet in questa guerra havesse 200 in più: la qual condutta, fino saranno atti a governarla et ad età perfetta, sia governata per uno che parerà a la Signoria nostra. Item, che habbino de provisione a l'anno con le sorelle ducati 400; et le ditte etiam siano maridate juxta el so grado de li danar di la Signoria, quando saranno a la etade. Et el conte Bernardino Fortebrazo, condutier nostro, el qual era ancora a Parma in caxa di Don Andrea Baiardo, uno dei primi di quella città et si miedegava, et oltra li altri medici andò a la sua cura, per la Signoria nostra li fo mandato maistro Andrea Morandino cyroycho excellentissimo sta a Padoa, et etiam di qui uno maistro Zuam de Tristan da Verona, pur cyroycho; el qual lui lo richiese. Et per saper el tutto, come per una lettera soa scritta da poi megliorato assà. A dì 20 Luio in questa terra a Piero Marcello, fo di Jacomo Antonio kav. fiul, la qual ho etiam letta, come successe esso Conte in la battaglia, et la substantia sarà qui posta. Primo come lui non era di openione de apizar el fatto d'arme, ma voleva lassarli muover et loro stessi se rompevano; ma deliberato el sig. Marchexe di dar dentro primo, a lui tocò el secondo colonello, et el tertio al conte di Chaiazo; et assaltato ogni uno li nemici al luoco suo, procedevano a l'impresa. Et esso Conte armato, sopra el so cavallo combattendo, molti messe al basso. Et poi lo assaltò uno kavalier con sopravesta su le arme de veludo negro e d'oro a falde, et steteno un pezo a le man; tamen, ferito, si rese a lui et detoli el stocho suo, el qual messe a la cadenella de l'arzone; et demum ne prese uno altro, et successive in un momento 4, computà do kavalieri boni baroni, con catene al collo, et havia 4 stochi di nemici a un tratto a l'arzone. Et tuttavia andava combattendo verso el stendardo, con openion, si era seguitato, di haverlo o tutto o parte. Et zonto lì, lo afrontò uno gran maestro, et fonno a le man; et al suo cridar era saltato ditto conte da altri 4 kavalieri, et li presoni havia si mosse contra di lui, salvo uno; tandem combattè contra 8, et in fine have una bota di aceta in la tempia, un'altra in su la copa pur d'aceta et lo stornite; poi una lanza restata in la schiena, et cussì tramortito fo gittato da cavallo a terra, et li deteno 12 ferite, 7 su la testa, 3 in la gola, et do in le spalle; et si non havea el gorzerino doppio sotto l'elmo, le ferite in la gola l'harebbe morto; ma non lo penetrono: tamen li dette passion, adeo non poteva ingiotir l'aqua. Et cussì, habuto 12 ferite, Franzesi lo lassono per morto, abbandonato da tutti, dil so colonello, et fo conculcato da cavalli. Ma uno suo regazo lo strassinò in uno fosso, et il suo ragazo za era sta morto, che lo serviva a combatter, et tuttavia pioveva. Cessato il fatto d'arme fo per uno de li soi portato in campo a lo alozamento, et visitato da li Provedadori, et per essere in extremità li fo ricomandato l'anima; poi fo portato a Parma, et li medici de lì non se curavano medicar tal ferite, dicendo non era speranza. Et Alexandro, so cancellier, mandò a Bologna per medici, et li fo levato tre pezzi d'osso di la testa, in modo restò scoperto tanto cervello come uno fondi di bona tazza, per haver fatto di tre feride una sola; poi zonse la soa donna et lettere di la Signoria che molto lo rallegrò, et etiam maistro Andrea Morandin; adeo comenzò a star meglio, et in pochi zorni varite. Et el sig. Galeoto di la Mirandula, comissario de lì dil Duca, do volte lo andò a visitar, offerendoli per nome dil Duca etc. Et cussì la Signoria mandò per lui, et zonse in questa terra a dì primo Avosto, non però al tutto compito da varir; et fo medicato, mandatoli danari per la Signoria; et alcuni Savij di Collegio, nomine Dominij, lo andò a visitar, confortandolo etc., adeo in brevissimo tempo varite, et andò molto alegramente in Collegio, et tutta la terra have piacer di la sua salute per la sua fideltà. Adoncha, a questo conte Bernardin el qual havia 460 cavalli, li fo cressuto di condutta fino a summa di mille, et dato di provvisione a l'anno ducati 500 per la sua persona. Et a uno fiul fo di Vincenzo Corso morto ut supra, li fo dato el resto di la condotta che erano rimasti vivi degli homeni d'arme dil padre; el qual havia 200 cavalli, et mandar le so fie, et dar ducati 400 per dota; le qual non havendo madre, siano messe ad habitar in uno monasterio qual parerà, et habi ducati 40 per farsi le spexe.

Ancora Alexandro Beraldo patavino virilissimamente morto, fo conferito la sua condotta di cavalli 100 a uno suo fradello chiamato Francesco, et etiam confirmatoli la provision havia annuatim a la camera de Padoa, de ducati 8 al mexe, per haverse alias questo Alexandro in Roverè a la guerra di Thodeschi ben portato. Unde li fo dato ditta provisione.

A Ruberto di Strozi fiorentino foraussito, fo dato la sua condutta a uno suo fradello si ritrovava etiam ferito da franzesi a Ferrara; el qual scrisse a la signoria una lettera dicendo voleva morir come el fradello per quella. Et per questo, a ciò si restaurasse per Zuam Francesco Pasqualigo dottor, kav., vicedomino a Ferrara, li fo fatto dar ducati 100 d'oro.

A la muger de uno Zuan Bianco era contestabele, morto ut supra, tamen era saracino valentissimo, li fo dato una caxa in la cittadella di Verona, dove potesse habitar, et ducati 6 mese in vita suo.

A Nicolò da Nona fidelissimo nostro, havendosi operato strenue et non ateso tuor cariazi come li Stratioti, questo havia ducati 20 di provisione al mexe a la camara di Zara, che de coetero habi ducati 25 al mexe et 30 in tempo di guerra, et cavalli 100, et in tempo de pace tegnir cavalli 25.

Et oltra di questo fo scritto a li Provedadori in campo, et mandato queste provisione date, et che proclamano, che per questo la Signoria non si dimentica de li vivi restati che si hanno ben portato contra Franzesi; et che la volontà di la Signoria è di remeritar tutti ai benemeriti, et che hanno fatto questo quanto per la informatione habuta, et a li morti tanto; et che tutti debbino vigilar in portarsi bene etc. Et scrisseno al sig. Marchexe capetanio zeneral, et il titolo di la mansione e qui posto: Illustri et Potenti Domino Francisco Gonzaga Marchioni Mantuae et omnium nostrorum gentium armigerarum Capitaneo Generali filio nostro carissimo.

Ancora in ditto zorno fo premiato li heredi et muger di Piero Bembo patricio nostro, morto Soracomito da le artilarie de i nemici a la battaglia de Monopoli in Puia: fo preso che uno suo fiul habi a l'anno in vita soa ducati 120 da l'ofitio dil Sal per spexe de viver. Item, maridar do so fie quando saranno in età perfetta, et darli de li danari di la Signoria ducati 2000 per una; et do altre fie voleno andar munege, ducati 200 per una al suo munegar; et un'altra vestita nel monasterio di Santa Maria de le Vergene li sia dato a tempo di la soa sagra, per la festa ducati 50, et cussì fonno date queste provisione.

Seguito ne li campi di Novara fino a dì primo Avosto 1495.

El nostro campo in questo mezo alozato a Castel Tigliano, dove stava li Provedadori, el resto a la campagna; et erano vicini mia... a Novara, et stavano su pratiche de moversi, per non esser in loco sicuro alozato. Et li ducheschi zerchava molto di tuor le fanterie dil ditto, et non bastava. Zonto che fo lì ditto nostro campo, volseno 500 fanti per mandar in Alexandria di la Paia, poi fanti per mandar a Tortona, poi altri 500 per custodia di uno castello di la Duchessa di Savoia haveano preso, chiamato Castellazzo, come ho scritto avanti; et a dì 26 Luio dimandono fanti 1000 et cavalli 300 per mandar a custodia di uno passo, et li fono dati. Et Marchiò Trivixan, provedador, volea poner fine a l'impresa et dar el guasto a Novara; ma loro non volseno. La causa non se intendeva; imo intendendo nostri che in molti lochi vicini erano robe de inimici in salvo, non volseno consentir che le se tolesse, et dicevano voleva haverla più presto fatta che disfatta la terra; però non erano di opinione di piantarli le bombarde, le qual non erano però lì, ma dicevano di ozi in domane die zonzer, nè il guasto consentì fusse dato per non disfar el paese, ma haveano piacer di tenir el nostro campo ivi. Et a dì 26 ditto fo mandato Francesco Grosso, capetanio di la cittadella de Verona, nominato di sopra, con molti cavalli et fanti per expugnar uno loco chiamato Brionza, lontan dal campo mia 6, di la Duchessa di Savoia; et zonti haveno la terra, ma la rocca si tenne, et voleva pati. Mons. di Arzenton have el salvo conduto, et non venne in campo; et fo divulgato era andato in Franza. Et a dì 27 da matina li nostri Provedadori, ricevuto lettere di la Signoria dil crear dil capetanio zeneral el sig. Marchexe se andono a congratularsi con Soa Signoria el qual era molto di bonavoja e contento. Poi feceno lezer le lettere publice di le provision date, et come la Signoria era per premiar quelli che viriliter et con fede si havia portato nel fatto d'arme, adeo tutto el campo benedizea el Senato, digando, se uno moriva, lassavano a' sui figlioli et padre et madre. In questa sera mandono zerte zente d'arme et fanterie al loco di Brionza, a ciò non li vegni soccorso, perchè la rocca tolse termene fino a dì 28 a le 20 ore a renderse se non li venendo soccorso. Et per una lettera venuta a la Signoria dil Marchese di Mantova, tunc governador, fo decreto a dì 24 Luio per il Senato, et scritto in campo a li Provedadori dovesseno far comandamento a Piero Duodo, era sopra i Stratioti, dovesse subito venir a Venetia non passando per Crema. Et cussì a dì 28 da mattina li fo fatto tal comandamento; el qual subito montò a cavallo et venne verso Venetia, et zonse a dì 4 Avosto; et tamen non fo trovato in lui oppositione alcuna, pur non fo più rimandato in campo, ma el governo de li Stratioti tutti fo dato per li Provedadori a Bernardo Contarini, et poi confirmato per la Signoria, demum a dì... Avosto preso nel Consejo di Pregadi per portarse bene havesse titolo de Provedador de Stratioti, et ducati 100 al mexe, come havia esso Piero Duodo et ogni altra cossa. Et per spie tornate in campo a dì 28 Luio, li Provedadori inteseno fra Turin e Aste si feva aparati per alozar assà numero de persone, le qual di breve dovevano zonzer; et che 'l Re havia fatto tre consegli in Aste, et volea venir in persona a socorrer Novara. Ma poi haviano terminato non si mover ma mandarvi zente, et esser a le mano con nostri; et per questo li Provedadori erano in qualche consideration, et per non star col campo in loco securo, perchè, dove erano, da tre bande potevano esser assaltati: primo da li nemici da Verzei; secondo da le zente de Novara, dove eran zercha persone 3000 da fatti; tertio di le zente di Aste. Et convenendo combatter da tre bande, impossibil saria stato a resister; et li Ducheschi volevano nostri se tirasse mia 3 lontan, in loco manco securo; et nostri volevano redursi a Vegevene, et sarebbeno stati securissimi; et cussì stavano quotidie in disputation, scrivendo a la Signoria quello li pareva dovesseno far. Et in questo zorno la roca di Brionza se rese a patti.

In Aste per una spia inteseno se facea con gran pressa uno revelino a la porta. El conte Carlo de Pian de Meleto era con le sue zente in guarda de Tortona; li Ducheschi el mandò a Zenoa, et etiam Zuam Griego con balestrieri, la qual cossa non piaque a' nostri, de haver mandato senza licentia. Et a dì 29 Luio da mattina fo fatto consejo da li Provedadori, dove se redusse el capetanio zeneral nostro, et el conte de Chaiazo so fradello, et el conte de Petigliano, et altri conduttieri, et Jacomazo capetanio di le fanterie, et parlato per tutti quid agendum; ultimo volse esser Marchiò Trivixan, provedador, dicendo al tutto et mostrando con rason evidentissime, che meglio era andar alozarse in loco che si havesse el stado de Milan da drio le spalle, perchè non haveriano briga de custodir se non davanti per niente, perchè davanti saria el campo dil Re, dai ladi (lati) le zente di Novara, da l'altro lai (lato) quelli di Verzei. Et disse molte rasone, le qual non voglio qui scriver. Et tutti quasi si risolse ne la soa opinione, excepto li Ruberteschi o vero Sanseverini, li quali volevano sbaraiarsi et star in campagna; tamen non deliberono cossa alcuna. Era anco in questo conseio Bernardo Contarini, al qual in questo zorno li fo dato el governo de li Stratioti; et a hore 19 andò dove alozaveno li Stratioti dil Duodo, col canzelier de li Provedadori; el qual li comesse dovesseno tutti obedir questo come so Provedador, et tutti li basò le man, et fonno molto contenti, perchè havia etiam lui la lengua loro, et li acceptò benigne. Habuto nostri la rocca Brionza, el conte de Chaiazo mosse le so zente a custodia, et el sig. Talian da Carpi con la so compagnia fece ussir, et fo mandato a guarda di un'altra forteza chiamata Torqua. Le fanterie nostre per zornata andavano fuzendo, et non potevano nostri far tante provision che restasseno, secondo el costume de fanti, ma per la paga tutti erano. El Duca de Milan intendendo questo de li campi, deliberò de venir lui medemo in campo, per veder con l'ochio meglio li alozamenti, et udir tutte le opinion; et scrisse volea venir. Item, mandò più volte et in questi zorni a dir a la Duchessa de Savoia, che restasse di dar adito et alozamenti a' Franzesi; ma lei si scusava dicendo non poter far altro, ma che per sui subditi non sarà dato alcuna molestia a' nostri; et per queste parole el Duca non voleva, li Stratioti corseno a dar el vasto fino a presso Verzei. Et questo basti dil seguito fin primo Avosto. Quello succederà vederete.

Quello seguite a Napoli et in Reame fin a dì primo Avosto.

In questo mezo a Napoli el re Ferandino continuamente andava a li repari sopravedendo, et andava armato con una curazina et falda di maia et una partesana in man, insieme con el sig. Prospero Colonna, el qual zonse lì a dì 18 Luio, come ho scritto; et el consolo nostro spesso andava a parlarli, dimostrandoli nove de qui de li campi. Et essendo insieme a dì 21 a una fenestra, esso Re disse: Io ho causa de star de bona voia, conoscendo con quanto amor quella Illustrissima Signoria s'è mossa ad aiutarme, unde, avegna che io habbi portato sempre ogni paterna reverentia per la bona amicitia è stata fra quella et la Majestà dil sig. Re passato, tanto più al presente la ho in honore et reputomeli ubligato, quanto che ha fatto più per me che per niun de quelli. Et però sempre li sarò buon et optimo figliolo, et spero lo cognoscerà in dies; et cussì in tutte cosse occorrano sempre per servitio di quella, et per ciascun de quella terra, me troverà prompto et ben disposto etc. Et è da saper che andò contra el sig. Prospero Colonna, per honorarlo, Don Alphonso fratello dil Re et Don Carlo fratello dil Cardinal di Aragona, ambi naturali; et molto signori aozò in Capuana in Castello, et cenò la sera con il Re, et de amico dil Re de Franza si fece di questo re Ferandino. Ma so fradello sig. Fabricio era pur soldato ancora, et sviscerato, dil Re de Franza lì in Reame.

A Napoli li repari se lavorava continuamente, et era assistente el Marchexe de Peschara, fidelissimo al Re nuovo. Di continuo tirava a la terra artiglierie, et faceva pur qualche danno. Et a dì 18 di notte feno assà luminarie, et treteno più del solito; la causa non se intendeva. Et a dì 21 da matina, a hora di messa, quelli dil castello trete una bombarda, la qual dette nel tetto di la chiesia di San Domenico, dove era assà persone; inter caetera, el consolo Lunardo di Anselmi nostro, et fece uno buso, spavì (spaurì) ogni uno, et passò oltra di fuori. Item, a Napoli haveno a dì 20 lettere di 16 de Trani, come le rocche di Bari, Trani, Barletta et Manferdonia ancor se tenivano per Franzesi, ma speravano di breve haverle. Item, a dì 23 si aspettavano lo duca de Melfi a Napoli, et il simile lo duca di Gravina. Era divulgato esser morti in Calabria mons. di Obegnì, tamen non sapevano certo; ma ben stava malissimo. Et a dì 23 el molo grande con una torre si rese al re Ferandino; la qual torre subito il Re la fece ruinar, et fatto repari per ponervi le artiglierie, con le qual potrano far danno al castello da la banda dil mar, et l'armata; et li repari quotidie se lavoravano, et el Re andava ogni dì a soraveder. Et in castello si diceva mons. di Mompensier esser amalato, et steteno 3 zorni che non frequentono cussì el trazer, come soleano. Item a dì 24 inteseno le rocche preditte di la Puia erano rese; et che Leze havia alzato le bandiere di Ferandino, et preso el Duca con uno altro si chiamava el re de Pitot. A Taranto erano reducti molti Franzesi. El Prencipe de Altamura era a Brandizo; et per intender el tutto, qui sarà scritto una lettera dil re Ferandino, scritta a soi secretarii a Roma.

Exemplum literarum Ferdinandi regis.

Rex Siciliae al Ripol et Berardino.

Questa sera havemo hauto aviso da missier Piero Carazolo, quale mandamo in questi dì al Ducha de Melfe et al Duca de Gravina, come ditti Duchi hanno già alzate le nostre bandiere et si sono reduti a la nostra fideltà, et che erano in camino per venir ad trovarse con le zente loro. Similiter questa sera è venuto da noi lo canzelario del conte di Capaze, el qual ne ha affirmato, per parte de ditto conte, come sarà lo simile incontenente; et che manderia subito da noi lo figlio con le zente soe. Da Amanthea è venuto uno nostro fidato, et qual partì Domenica di quella città: dice che passando dui dì avanti per Cosenza, intese che mons. di Obegnì stava malissimo, te che da poi essendo in l'Amanthea, venne nova che era morto. Come sarà la nova certa, ve ne daremo aviso; fra tanto del preditto darete noticia a la Santità dil Nostro Signor, et a lo Ill.mo et Rev.mo Vicecancellier nostro patre, et al magnifico don Gracilasso, ambassador de Castiglia, perchè semo certi ne haveran piacer. Le zente franzese che sono in Calabria erano divertite ad Tropeya, et stavano de lì intorno, et ogni dì se presentano a la terra la qual sta fortissima. Et lo Rev.mo Cardinal scrive che di quelle cosse stieno di bon animo, et che ne lassemo lo pensier a lui.

Date in Castel nostro Capuano, Neapolis, 22 Julii 1495.

Rex Ferdinandus

Chariteus.

A tergo: Magnificis viris Aloysio Ripol et Berardino Francho secretariis et consiliariis nostris dilectis.


Et a dì 25 zonseno a Napoli el Duca preditto de Gravina et el Duca de Melfi con le militie loro. El Principe de Altemura smontò a San Cathaldo in Puia, et quel Duca si dete a lui a discreptione di la Majestà dil Re; demum andò a trovar el nostro capetanio zeneral con le tre galie havia, poi andò a Manferdonia per alcune reliquie gallice, che de lì se atrovava. A Napoli, preso el molo, fo messo per re Ferandino alcune artilarie tiravano a l'armata franzese. A dì 26 de notte el sig. Prospero Colonna con una galia partì de Napoli per andar dal Principe di Bisignano so parente, per condurlo a ubidientia dil Re. El prefetto de Senegaia era a Sora, indurato in nimicitia con el prefato Re; el qual pochi zorni avanti fo scritto, per via de Ravena, a la Signoria era morto, tamen non fo vero; pur era amalato.

A dì 27 lì a Napoli venne nova, el Principe de Altemura havia habuto, oltra tutte le forteze de Puia, anche el Monte de Santo Anzolo; et che tutte quelle zente franzese, di le qual era capo uno don Juliano, dovevano venir de lì assecurate. Et a dì 28 da matina con le bombarde fo profondato una de le barze franzese lì a Napoli. El conte de Monte Odorisso, fratello del Marchexe de Pescara, che fo ferito da' Franzesi, come ho ditto, stava pur cussì; poi varite. Et el consolo nostro, a dì ditto, havendo ricevuto lettere di 26 da Roma, andò in Castello da la Majestà dil Re, el qual li disse, Soa Majestà havea scritto in questa terra, dimandando l'armata nostra in suo aiuto; et che 'l favor de quella armata havia grandemente zovato a tutte cosse sue, incomenciando da quello fo facto a Monopoli, per la pertinentia de quelli, che exinde tutte altre terre fonno più facilmente venute a obedientia. Per el qual benefitio grande, disse Soa Majestà, siamo per haver perpetuo obligo verso quella Ill.ma Signoria, come havemo et haveremo; et che sperava haver di breve il Castel nuovo, perchè el cavo (capo, capitano) era stato a parlamento con il conte de Trivento, et che comenzavano a patir; et Castel di l'Ovo ha segnato, quello farà Castel nuovo, etiam loro faranno. Item el Re mandò el sig. don Cesare con zente a Taranto, et speravano si darà incontinente. El Prencipe de Salerno se intese in castello era amalato. Et in questo zorno di Napoli se partì uno ambassador deputato a Roma al Pontifice, chiamato Hieronimo Sperandio, dottor, che alias vi fu, et anche in questa terra, come ho scritto di sopra.

Exemplum literarum Regis praedicti.

Rex Siciliae etc.

Ripol et Berardino. Questa sera havemo habuto nova da Calavria, quelli de Terra nuova havevano mandato ad Reggio el capetanio dil serenissimo sig. Re de Yspania et nostro....., che è là, che si dovesse conferire in Terra nuova, atento che mons. de Obegnì era morto. Et preditto capetanio era stato deliberato partisse per quello camino, et poi andare a le zente franzese che son rimase in quella provintia. In questi dì, da quelli stavano al Castel nuovo fo mossa certa pratica per mezo dil capetanio di l'armada, che essendo noi stati ad parlamento con ditto capetanio fin ad l'armata, parendone che non c'erano cosse di substantia, dicessemo al ditto capetanio che non volevamo audire più simil pratice, et restamo in conclusione che se quelli dil castello non veniriano ad cose di fondamento et stabile, che non si dovesse dare più orechie, et auscultare cossa che dicesseno. Questa sera per ditto capetanio ne è stato mandato a dir, che domane ci vole venire a parlar, parendoli havere cosse di substantia. Noi intenderemo quello volerano dire, et a presso dil tutto vi aviseremo. Volemo che debiate comunicare ogni cossa con la Santità dil Nostro Signor et con lo rev.mo et ill.mo sig. Vicecancellier nostro patre, et con li magnifici Ambassadori di Spagna et Venetia, et con chi altri ve parerà. Hozi è venuto a noi Bernardin Branzia dal sig. Fabricio, el qual non era ancora arrivato. Jacomo Pontano noi lo havemo expedito; domane se ne torna con expeditione di quanto ne ha referito.

Data in Castello nostro Capuano. Neapolis, die 27 Julii 1495.

Ferdinandus Rex.

A tergo: ut superius scripsi.

In questi zorni, andando di Roma a Napoli certe lettere dil cardinal San Dyonisio a mons. di Mompensier, vicerè, era in Castello, fonno intercepte et presentate al re Ferandino. Le qual qui saranno notade.

Copia di una lettera scripta a mons. di Mompensier per el cardinal S. Dyonise, di la rota.

Mons. Io me recomando a Vuj tanto de bon cuore come posso. Io non ho hauto mai altro che una lettera de vuj, despò che el Re è partito da Napoli, nè saputo nove de vuj, si non per...., el qual m'ha scritto d'Aquapendente arente Siena, et heri mi manda le lettere originale che mons. lo conte de Lignì scriveva al suo locotenente al ditto luogo di Siena, zercha la vittoria et felicità che 'l Re havia hauta contra soi inimici; le qual ve ho mandate per la via de' mei signori Colonnesi, che ho tutti zorni confortadi et intretegnudi al manco male ho saputo, perchè tanti corieri hanno sta perduti et presi et amazadi, che non so si haverete hauto le ditte lettere. De recao ve rimando la copia, et vi prego che mi faciate sapere de le vostre nove al longo, per questo presente portador; azò che le menzogne et false inventioni di nostri inimici, noi hanno creduto far grandi danni et dispiazeri, et desviar assà di boni amici dil Re. Ma Dio sia laudato, che la verità di la vittoria de se est notoria, et clare cognosciuta tante volte, a fine che non facemo de recao sua utilitade de false inventioni. Io vi prego che spesso me scrivete de vostre nove, et la verità; et mandatine le lettere che vorete scriver al Re, perchè ho preso intelligentia per farle tenir secrete fino a Siena a mons. de l'Isle, che seguramente le manderà al Re. Mons., despò le ditte lettere, noi havemo per conto seguro che 'l Re sie arivato a Casal, et a questa hora pol zonzer mons. d'Orliens. Noi havemo la vegnuta de' mei signori lo principe d'Orange et mareschalcho de Riuss con una grandissima armada. Mons., io prego a Dio che vi daga bona vita et longa et vittoria contra nostri inimici. Mandatine la risposta a Gaieta, per la far me tegnir come ho scritto al capetanio.

Scritto in Roma, adì 19 Luio 1495.

Io tutto vostro,

Cardinal de S. Denis.

Copia de un'altra lettera de uno franzese, che nara al suo modo la rotta.

Villa nuova. Luni ultimo, che fo 6 de questo mese, lo Re desfece in bataia el marchese de Mantoa con tutta l'armada de' Venetiani e parte de quella del Duca de Milan, le quale stavano al numero de 25 milia in 30 milia persone, et poi che hanno sta bene batuti, si poseno ben a l'andar. Io vi assegno la più bella et grossa compagnia che mai homo habia visto, et meglio in hordene al mondo. Et a fine che voi sapiate meglio la facione, per contar ai altri, voi dovete saper che per il Domenega davanti, la matina, loro arivò a Fornovo, che è do mia del suo campo, et credeva el ditto sig. che al ditto zorno avere la battaglia, perchè aspettava soi inimici più de 8 hore sopra la bella riva; et quando vete che loro non volevano marchar avanti, lui s'è logà de fora dil ditto Fornovo, apropinquandosse, e lo dì driedo, che fo el dì de la batalia, el ditto sig. partissi del suo lozamento intra 7 et 8 hore la matina, per andarse alozar viso a viso del ditto campo, de l'altra banda de l'acqua per tutto. Et in camino li inimici per 4 bande in terribelmente et bello ordene et lo più malitiosamente, a quello che dicono i vechij capetanei, come era possibele; dove nui marcheremo verso lo antiguarda et sguizari. Et potevano esser in questo squadron de 300 in 400 homeni d'arme con 1000 pedoni. Arente loro, più alto, a sua man dextera, marchava l'altro squadron, per venir dar sopra la costa de nostra avantiguarda. Et li doi grossi squadroni che stava in camin, de 400 in 500 homeni d'arme, et le più zente da bene, passarono lo ditto fiume, poi noi, per venir dar sopra la battaglia dove era il Re in noi, fazando sempre scaramuze de Stratioti per ne atargar. Et fezeno sì grande diligentia, queste due ultime squadre che vi parlo, che rimanerono li primi intra de noi, a la banda dove stava al Re; et forno sì bene reculati, che forno rotti et messi in fuga, et sopra el campo et ala che li fo dado, forno morti bene 3 o 4000 homeni d'arme, senza piar nissuno presonier. Inter li quali fo morto el sig. Redolfo, barba dil marchexe de Mantoa, che stava el più homo da bene havesseno; uno altro signor, che si dimanda conte Bernardino et lo fratello dil sig. di Corezo, con 15 o ver 16 capi de squadre de quelli che erano li più valenti. Et quando lialtri che marchavano contra nostra ditta antiguarda vederino la ditta rotta, se retegnì subito, et tegnerono scorta d'un lato, et noi de l'altro, et poi se retirono pocho a pocho. Et credo che, se non havesse stà perchè non voler azzardarlo tanto, a causa di la persona dil Re che stava lì, che quelli non haveriano habuto meior marchà che li altri; nè in logo di chargarli, li fo dati tanti colpi di canoni, che rimagnò in campo da 3 in 4 mille et 500, et lo campo rimase dove fu fatto la ditta battaia al Re; lo qual logo dormì tutta la notte, et lì fece suo lozamento. El ditto Marchexe de Mantoa si era informato dil vestimento dil Re, et de qual banda stava per quel zorno; et per lo saper meglio el vero, mandò uno trombetta fino dove steva el ditto Signor, dimandando trieve per quel zorno, che era cossa strania, perchè non erano longo uno da l'altro uno trato d'arco, et marchava per venir fuore. Ergo, quel ditto trombetta parlò a Re, et se è possuto bene imparar quello che dimandava, perchè havea cargo de monstrar el Re a suo maistro: le qual cossa credo che fece, perchè ritornasse incontinente senza altra risposta.

Per le trombete che è stà mandadi dopoi a veder, che stava in presone de nostra zente, è stà saputo come havia fatto uno squadron 40 de li soi capi, per piar o far qualche grande despiacer al Re quel zorno; et forno la più parte de quelli che le...., perchè rimase più di la mità. Li hanno el bastardo Matheo presonier, mons. de... et lo bastardo de Pienes; che è tutti quelli che havemo noticia. Similiter hanno presonier el conte de Petilane, et di nostri non è stà morto, salvo Julian Bonivel, Panquenarde, Marten et Balaibre; et de questi 4 non se sa nova nissuna, perchè credo che sono morti. El Re non ha vogliuto che si habbia scritto le nove di la vittoria fin a questa hora, perchè la fazone de Italia si è de farsse beffe; et che la soa fuzita, poi che forno rotti, forno verso el so campo, el qual hera fortificato tante volte. Se il Re havesse voluto, loro havia sì grande fastidio a la monstration che fenzevano de abandonar, tanto che havesse perso sue forze che havesse, caminando in quella parte. Ma el Re volse più presto dormir dove havea stà fato la bataia. Et si avesino sta zente da bene, sono bene in hordene, ne haveriano combatuto un'altra volta, ma fin a a questa hora havemo cavalcado ogni zorno senza trovar loro nè altri che habia dimandato niente, salvo alcuni piccoli Stratioti che ne fano... Et havemo tanto fatto per nostre giornate, che doman con l'aiuto di Dio saremo passati a diexe meia arente tutto il paexe del Ducato de Milano. Et si alcuno dimandasse perchè mi ve facio la festa oltra sì tosto, si è perchè mons. d'Orliens è tanto deble di suo contato, che è forza andiamo a darli socorsso; ma andaremo prima fino a Casal, perchè el convien passar lì per le grosse fiumere che sono in questo paexe. Intervene er sera al più tarde a la nostra compagnia la mazor fortuna per loro che poteva intervenir, si havesse durato; perchè una fiumera, che lo ditto Signor havea passata una hora avanti, dove li cavalli non erano fino a li zenochij, in uno momento venne sì grossa, che l'artiglierie che era driedo, et più di la mità de' nostri Sguizari et qualche 600 homeni d'arme rimagnereno da l'altra banda tutta la notte. Ma Dio ne ha sì bene ajutati, che questa matina è discresciuta in modo, che ogni cossa è venuto verso de nui; et si l'havesse piovesto hozi, erano in pericolo d'esser combatuti d'una banda, et nui da l'altra, et haveria stà pericolo de perder. Quelli de questo paese, perchè poteno saper de novo, dicono che hanno fatto suo poter a seguitarne; et de quelli de denanti, che sono al Duca de Milan, che, segondo loro, domane farne qualche vegnuta. Ma poichè semo informati, metremo prova a far loro come a l'altra volta. Niente de men non credo la mità de quello che se dice; et se l'intervene qualche cossa, per uno altro, che mons. de Polysì m'à mandà, ve manderò tante nove. Io credo che dovete saper più tosto le nove che veneno da Zenoa, che non si fa de qui; perchè le poste che veneno sono robate, ma tanto, d'uno camino l'è. Luni medemo che noi combatessemo a Fornovo, dove vi desiderava con quelli di l'armada che combattino, li ordinati e li.... de Zenoa, le desfece, et rimaxe de zenoesi zercha 40 o vero 50 homeni d'arme. Se dise che questa zornata medema mons. d'Orliens fo asaltato dal Duca de Milano, et have el meglio niente de mancho. Queste ultime nuove non sono troppo sicure.

Scritto a Orovenze, a dì 10 Luio, la matina, 1495.

Mi havea dementegà a dirve, come a dì de la battaia forno morti più de mille et 800 Stratioti, et non altro.

Signato: L. de Luxemburgh.


Et queste lettere, benchè siano mal scritte, ad literam sono acopiade di le autentice, translatade di francese in latino.

In questi zorni, poi che ancora siamo su le cosse dil Reame, in Puia acadete, come a dì 21 Luio per uno navilio venuto se intese, come volendossi partir tre nostri merchadanti patricij di Leze, per haver la Signoria nostra ivi l'armata, fonno ritenuti, zoè Lucha Vendramin, fo de sier Alvise, et Zuan Querini, de sier Piero, et uno altro. Et li soi parenti andò a la Signoria, dolendossi di questo, et che dovesseno proveder. Unde alcuni puiesi scolari, studiavano a Padoa, pur de ditta terra, fo scritto a li rettori di Padoa li dovesseno far retenir et ponerli in castello; et cussì fo fatto. Unde dopoi nostri fonno lassati, et questi fo liberati. Vene ancora lettere del capetanio zeneral di l'armata, di 17, 18 et 19 Luio, date pur in Monopoli, come tuta la Puia havea levato le insegne di re Ferandino, excepto alcune roche, come di sopra ho scritto, et quello comandava la Signoria dovesse far, recomandando molto il locho di Monopoli, et che si dovesse mandar custodia, partendo l'armada de lì. Ma lassiamo queste cosse di Puia, e di altrove scriviamo.

Modo et hordine di le investiture date a Vormes per il Re di Romani.

Per lettere di oratori a Maximiliano, di 17 Luio, se intese come, essendo quasi a fine la dieta, el Re volse dar le investiture, et l'hordine et modo qui sarà scritto. A dì 14 Luio, de marti, la majestà dil Re, accompagnato da tuti li principi, baroni et oratori, che a Vormes vi era, et a tutti fonno dati li suoi luogi, andò a dar principio a far le investiture publice. Primo, sua majestà andò con la comitiva in uno tribunal grandissimo, fatto su una piaza, et coperto pro majori parte di restagno d'oro, el resto de pani de seda et de bone tapezarie; et deseso in una caxa driedo il tribunal, Soa Serenità se vestì in habito regal, che fo un paro de stivaleti d'oro, l'amito, camixe, stola, manipolo et streta de vanzelio, damaschino biancho; sopra, un pivial de campo d'oro. Tutti i ditti paramenti con so frisi d'oro guarniti, et capuzo recamado di perle, con zoie di ogni sorte di bon presio. In testa l'havea la corona, ne la man dreta el sceptro, ne la man sinistra el mondo; avanti li era portado la spada. Tutte le predette cosse d'oro, di gran precio, con bellissime zoie. Li principi electori ecclesiastici haveano mantelli da preti, grandissimi, messi per il collo, come portano li cubicularij in concistorio; in testa havevano barete de scarlato, longe et conze a piete, come solea portar i vechii; li manti et i capuzi et le barete fin a mezo erano fodrate de armellini con le code. Li electori laici haveano questo istesso habito di pano cremixin; li episcopi non electori haveano i so mantelli, capuzi et barete di raso paonazo; fodradi di dossi i manti e i capuzi tutti, et le barete fin a mezo. Li principi non electori haveano manti de raso cremexin, come quei de' nostri oratori, fodrati d'armellini senza code, con uno bavaro quattro deda, et un garzo da pe' et dove el mantelletto è averto, de quella medema largeza. Li principi che, morte alterius, poteno succeder ad esser electori, haveano in testa un capello de raso cremexin, fodrato de armellini, voltado davanti in suso, et da driedo in zoso, a modo de caloieri grechi. Li altri haveano barete pur di raso, con un frixo di 4 deda di armelini. Li langravij questo instesso habito di raxo pavonazo, fodrà di dossi, et li marchexi fodrà di vari. Et poi sua majestà si messe su una sedia con li electori a torno, da la banda dreta li prencipi ecclesiastici et da la sinistra li laici; et investì prima li arciepiscopi Magontia et Coloniense, et poi el conte Palatin et el duca Federico de Saxonia. Cadaun di loro con 400 cavalli, tutti vestidi ad una livrea, con un stendardo rosso che dinota la fedeltà et omagio de l'imperio, et tanti altri stendardi quanti stadi che uno hanno, con titolo di marchexe in suso, con le arme dei stadi: el duca Federico ne havea 12. Li arciepiscopi haveano su una maza ligadi con un cordon li sigili, perchè uno è chanzelier per Germania, l'altro per Gallia, et l'altro per Italia. Li electori laici haveano su li stendardi rossi quello hornamento che è suo ufficio a portar davanti la majestà dil Re, come el conte Paladin, el mondo; el Duca de Saxonia, la spada; et el sceptro, el marchexe de Brandiburg. Quelli erano a cavallo haveano una bandiera picola su la testa dil cavallo, et una su la testa loro, con l'arma di quel stado dal qual i hanno la principal domination. A questo modo cadauno di loro veneno con i so 400 cavalli corando fino al tribunal, et desmontati di bon passo a la presentia dil Re, e ditto alcune parole in thodescho, preseno li stendardi furono buttadi a la ruffa. Poi la majestà dil Re fece molti cavalieri, tra li altri domino Urban d'Alba, orator di Monferà. Nel far de le investidure, el vene molti jostradori ne la piaza, con lanze grossissime et feri moladi, adeo che ogni volta che i corano, etiam andasseno pian, ciaschuno chi con li chavalli et chi da per loro..... zercha a li luogi de li oratori fu pur qualche garbuglio: tra uno orator di Hongaria et quello di Napoli, nostri et quel de Milan. Da un canto era li oratori di Spagna, Napoli et Milan; da l'altro, Hongaria, Venetiani, et Monferà, et li oratori di alcuni Vescovi. Et è da saper che Maximiliano non volleva terminar, li nostri dovesse precieder Milano, ma voleva tenir la cossa in discussa, con assegnar luogi che si potesse dedur raxon ad utramque partem; tamen pur nostri, sì come a Roma et in ogni loco hanno sempre precedesto a Milan, et etiam al presente li andarono di sora. Et il zorno sequente, Soa Majestà, similibus solemnitatibus, investì l'arciepiscopo Triverense, el duca Alberto do Saxonia, el duca de Metelbur et el duca Federico de Brandimburg; et a dì 16 poi investì el Langravio d'Axia et alcuni altri marchexi et prencipi. Insumma fece zercha 30 investidure, che era bellissimo veder quelle cerimonie. Et per lettere de ditti Oratori, oltra di questo la Signoria fo certifichata, che a dì 15 lì era intrato el duca Henrico de Brunxvich con 350 cavalli in arme, benissimo in ponto; et molti di loro armati quasi a la italiana; e benchè su le arme non havesseno sopravesta alcuna, qualche uno havea etiam le barde; el resto erano armati a la leziera, tutti vestiti ad uno modo con genere suo. Et questo Ducha fra 3 zorni se dovea partir per Italia, et in effetto venne, come dirò di sotto. Di la dieta, molti diceva era conclusa, altri era prope conclusionem.

Item, che a dì 14 da sera haviano ricevute lettere, el Re, di 7, da Milano, con exempij di lettere dil conte di Caiazo, de 6, che narava el conflitto de' nostri con franzesi etc. Et quel zorno, a dì 17, ditti oratori andò a disnar con l'arcivescovo Coloniense, uno di electori di l'imperio, el qual li fece uno solennissimo et degno pasto, dove rasonono assa' cosse zercha a queste cosse de Italia. Et hæc satis.

Novitade di Cesena.

Sì come ho scritto di sopra di le novitade seguite in Cesena, a dì 12 Luio, et pur non cessando, Guido Guerra da Bagno intrò dentro con alcuni partesani a la fine di Luio, et teniva da la parte de Tiberti, et fece far uno bastion fortissimo tra la rocha vechia et la strada, per obviar el socorso potesse esser dato da quel canto a la rocha nova. Item, fece far certo reparo, o ver parapeto, in la murada, azò quelli di la rocha nuova non potesseno offender la terra, et che quelli di la terra potesse socorrer quelli di la rocha vechia.

Item, come per lettere di Andrea Zanchani, podestà di Ravena, se intese, et etiam per una lettera de Collela Grego, contestabele a Cervia, el qual mandò uno Francesco d'Alexandria, suo caporal, homo fidato et sufficiente, lì a Cesena a inquerir, et poter notifichar esso podestà dil tutto. Come, a dì primo Avosto, a hore 15, Guido Guerra disse a tutti li soi cittadini: Andate a disnar, poi tornate tutti armati; judicava per dar la battaglia a la rocha nuova, tamen non seguite altro; et che aspettaveno 500 fanti di Bologna. Et a di 12 steteno etiam in arme, et a hore 24 ne gionse 50 fanti di ditto numero. Et in ditto zorno, a hore 21, fo fatto publica crida, che tutti li marangoni se ritrovasseno in piaza con li istrumenti soi, quali subito veneno in gran numero, et ritornono ne le murate, dove si messeno a lavorar getti, scale, et ogni altra cossa necessaria per dar una battaglia. Et a dì 3 da matina fece portar in Cesena gran quantità di legnami per coprir il ponte di la porta dil fiume, acciò potessesi intrar e ussir di la terra per ditto ponte senza offesa di la rocha, et comenzono a lavorar. In questo zorno li fanti cridavano: Siega! Siega! Bagno! Bagno! ch'è la caxada di Guido Guerra. In la rocha era zercha 50 homeni d'arme, li qualli se difendevano virilmente. Et l'arcivescovo di Arles, dal qual causa dite novità, se ritrovava a Montifior, et diceva volleva venir a Cesena con le zente dil sig. di Pexaro e ducha di Gandia. Tamen, Piero Michiel era lì a Pexaro, a guidar ditte zente, sollicitava di menarle in campo a Novara. Et a dì 3 Avosto venne a Ravena dal Podestà uno domino Thomaso Buzardo, cuxin del prefato episcopo, con lettere credentiale, dicendo esso episcopo havia terminà di andar a socorrer la rocha di Cesena, et desiderava saper si la Signoria nostra li havia dato alcun hordine di darli quelle fantarie eran lì; et si tal ordine non era zonto, perchè il teniva fusse in camino, pregava ge le volesse consentir, perchè si dubitava non la expugnasseno. Et el podestà si excusò, non havia altro hordine, nè potea darli senza licentia di la Signoria. In Cesena in questo mezo la rocha era bombardata, et loro di rocha bombardavano etiam. Et vedendo il Pontifice queste novità, mandò uno breve a Guido Guerra, che sub poena excommunicationis non dovesse turbarli la sua città di Cesena, imo ussir de lì, et lassar viver pacifice quelli cittadini, nè impazarsse in quelle cosse; et che mons. lo episcopo di Arles potesse andar al suo governo di ditta terra. Et zonto ditto messo a Guido Guerra, quello lo fece statim impichar a uno arbore con il breve davanti il collo, che fu cossa assà crudel. Tamen, dopoi fonno sedate le discordie, et il Pontifice mandò uno altro governador, chiamato domino Nicolao Fiesco, genovese, episcopo di Forlivio, vedendo el populo non volleva questo vescovo di Arles. Et non quattro mesi dopoi, ditto Guido Guerra, quello fece ad altri li fo fatto a lui, come tutto di sotto sarà scritto.

A Venetia, a dì primo Avosto, essendo compito di fabrichar el fontego di la farina a San Marcho, ch'è bellissimo; et questo fo decreto per più comodità dil populo, che cussì come era uno a Rialto, ne fusse uno a San Marcho; et eletto do signori, li qualli fonno Benedetto da Molin et Marco Falier, fatto li fontegeri, et quelli havesseno custodia di quello. Or in questo zorno fo fatto una precession di Rialto a San Marcho, con trombe et pifari, con uno San Marcho biancho, et tutti li fontegeri et fachini che portono su le spalle 460 stera di farina per metter in ditto fontego; poi vene li signori scrivani etc. Et fo di sabado, et comenzono a metter farina dentro et vender. Et il marchexe di Mantoa mandò in ditto fontego stera 400 di farine, le qual fusse vendute lire 4 el ster, acciò el populo havesse bon merchato, che vallea lire 5 il ster; sì che a questo modo have principio ditto fontego.

A dì 30 Luio, in Pregadi fo messo 4 decime, do al monte vechio et do al monte nuovo, a pagar una fin mezo il mexe di Avosto, l'altra per tutto il mexe; et si possi metter arzenti in zecha, juxta el solito. Et la parte prima fo presa, et fo dato tal cargo a Maffio Soranzo, fo di domino Vettor, cavalier et procurator, havesse tal arzenti a receverli, et con una bolleta de li provedadori dil sal erano fatti creditori a la camera de imprestidi al monte nuovo. Et poi, a dì 7 Avosto, fo preso che chi pagava le do decime donate in termene di zorni 8, zoè fino a XV dil mexe, havesse di don ducati 12 per cento; le qual decime era numero 55 et 56, et quelli davano arzenti al sal, a ducati 6 la marcha, saranno fatti creditori di le decime numero 57 et 58. Item, che quelli pagava al termene le decime dil monte nuovo, numero 38 et 39, habino di don ducati 5 per cento, oltra il pro'. Queste provision fo causa si scodesse da ducati 25 milia in su per decime, ma fevano per richi et non per poveri, perchè ad ogni modo li poveri non pagava se non con pena poi di X per cento a le cazude, et non havia dono alcuno. Sì che nostri feva ogni cossa per trovar danari, per la grandissima spexa haveano, maxime dil campo a Novara.

Ancora in questo zorno fo preso, l'armada marittima era a Monopoli, fortifichato quel locho, et lassatoli custodia et uno soracomito per governator, qual paresse al zeneral, poi dovesse passar a Corffù, et ivi star fino la Signoria nostra li comandava. Et zercha questo fo assa' disputato, però che era tre oppinione di Savij di Colegio: alcuni volleva ditta armata andasse a Napoli, per dar reputation a re Ferando; altri andasse a Zenoa, poi a Niza di Provenza dil re di Franza; altri a Corffù. Et questa fu presa, et spazato al capetanio lettere. In questo mezo si amalò di dopia terzana; et poi, alquanto migliorato, messe governador in Monopoli Nicolò Corner, era soracomito, et in Pulignano Nicolò Paladin, cavalier, era soracomito.... Et poi, a dì 12 Avosto, nel conseio di Pregadi, per le nove succedeva di Napoli, fo decreto ditta armada, col capetanio zeneral nostro, Antonio Grimani, procurator, el qual era quasi varito, dovesse andar a Napoli; et questo per haverla con grande instantia el Ferandino richiesta. Quello seguite scriverò di sotto.

In questi zorni fo mandato in campo ducati 6000 al Marchexe di Mantoa, capetanio zeneral nostro, a ciò facesse 1000 provisionadi per guarda di la sua persona. Et ditto capetanio, abuto la nuova di la sua creatione, scrisse una lettera a la Signoria, di sua mano, rengratiando, promettendo fede perpetua. Et a dì 3 Avosto, per Colegio, fu eletto pagador in campo, in luogo de Daniel Vendramino, era amalato, Orssato Morexini; et abuto danari de qui, a dì 10 ditto, et venuto a Padoa, et sic successive per le camere, havendo danari per poter far la paga al suo zonzer; et menò con lui rasonato Andrea di...., scrivan a la camera di Padoa.

A dì primo Avosto, nel conseio di Pregadi fu conduto il conte di Petigliano, zoè scritto a li Provedadori in campo dovesseno tramar di accordarlo con la Signoria nostra, con fiorini 30 milia in tempo di pace et 40 in tempo di guerra, per anni 5, titolo di Governador zeneral, tengi cavalli 1400; ma lui non volsse aceptar, et tamen si adoperava a li exercitij dil campo. Pur a la fine con più summa fo conduto, come, descrivendo le cosse seguide questo mexe in campo, sarà scritto. Et il sig. Virginio Orssini, habuto licentia da' nostri et dil Duca de Milan, ritornò versso Roma a li suoi castelli.

In questo zorno, zonse in questa terra una bellissima reliquia, zoè la anconeta che fo dil Re di Franza, portata per uno di Val Brembana, chiamato Cristallo, el qual era ballestrier dil Marchexe di Mantoa, bandito dil brexan et bergamasco, al qual prima li fo fatto salvo conduto. Et con lui vene uno cittadin di Bergamo, chiamato el conte Urssino di Rotta, fidelissimo nostro, et quello mi baptezò io Marin Sanudo, compositor di questa ystoria. Et per saper il tutto, havendo questui in campo preso uno franzese di anni zercha 66, chiamato Cabriel Molendina, el qual era stato, ut dicitur, a servicio dil Re di Franza, et li trovò ditto Cristallo adosso ducati 101, o vero scudi...., questa anconeta con zoie et degnissime reliquie, zoè di la vesta di Christo et tutti li misterij di la Passione, cossa di farne grande extimatione; et uno subioto d'oro ch'el Re talhora sonava, chiamando certi chani.... Et habuto tal cosse et questo preson, si fuzì di campo, et vene in bergamasche; et conferito con ditto conte Urssino, come havia tal cosse, lui consigliò dovesse venir a presentarle a la Signoria, che li faria di gran bene. Et lui dicendo non era mai stato a Venetia, nè sapeva a che modo far; unde ditto conte Urssino, fidelissimo, volse venir im persona a sue spexe a menarlo a ditta Signoria nostra. Et, zonto, li fa fatto salvo conduto per anni 100 et uno, et presentato la ditta anconeta, a tempo era reduto el Conseio di X, et vista con gran devotione per le cosse sacre eran dentro, come per lettere in francese pareva, vi fosse etiam zerte perle et zoie atorno. La qual vidi et basai in la capella de' Procuratori, con gran devutione, perchè ivi fu posta, poi messa nel santuario di le zoie. Et volendo remeritar a questui portò tal presente, li dixeno dimandasse quello volleva. Rispose, esser cavato dil bando; et cussì fu fatto il salvo conduto. Demum, a dì 18 Avosto, preseno de darli ducati 10 al mexe di provisione, et ducati 50 per spexe l'havia fatto, et ducati 100 de beneficii, zoè de intrada a l'anno a uno suo fiol, et habbi la taglia data a ditto franzese, che era ducati 300, et li 100 ducati li trovò adosso; sì che fu assa' remeritato. Ma ben, prima li desseno alcuna provisione, scrisse a li rettori de Bergamo dovesseno mandar de qui ditto franzese, era lì in custodia; et cussì mandato, zonse in questa terra a dì 7 ditto, fo messo in caxa dil capetanio di le preson. Et poichè fo examinato, fo dato et restituto a ditto Crestallo, che lo havia preso. Et per quel poeta nominato di sopra, fo fatto a questa anconeta, o vero paxe, epigrama, zoè questo:

Epigramma de anchoneta ac reliquiis acceptis a Gallis.

Abstulit a Gallo pacem Deus armipotente;

Quid mirum, pacem si modo Marcus habet?

Despexit pacem Gallus. Miracula cernis:

Anchoneta patet, paxque reliquit eum.

Hanc Crystallinus rapuit, qui bergomas extat,

Maximus hic meritis perspicuusque suis.

A dì 10 Avosto, zonse in questa terra uno gripo, sopra il qual domino Prudentio da Trane, era capetanio dil Re a Monopoli, et menato per Alvise di Albori; et, poi che stete alcuni zorni qui, fo lassato andar, havendo habuto salvo conduto dal capetanio zeneral.

A dì 12 ditto, vene lettere di Antonio Vincivera, secretario a Bologna, come el magnifico Joanne havia per spie, el Re de Franza a Turim stava di malavoia, per esserli morto in la bataia 83 baroni, et che per tutta la Franza era levati assa' coroti.

A dì 6 Avosto, zonse lettere per la via di Zenoa, di Francesco Capello, kav., et Marin Zorzi, oratori nostri al Re et Raina di Spagna, date a dì 12 Luio in Burgos. Narra come erano stati da Barzellona fin a Burgos in camino zorni XXI, et passato per lochi amorbati, et cativi alozamenti habuti a Barzelona chatelena, Saragosa di Ragon; demum assa' honorati. Et che a dì 6 ditto, zoè Luio, di Luni, fo il zorno di la bataia, ritrovandossi mia 3 di Burgos, li veneno contra molti signori et gran maistri, zoè li presidenti de la città de Burgos, el comandador mazor, tutti li cavalieri, il comandador di Chalatra', il comandador di la Cantara, il comandador di Lion con cavalieri di l'hordine di San Jacomo, el conseio de Aragon, el conseio de Chastiglia, lo arziepiscopo di Messina, lo arziepiscopo di Calgos, lo episcopo de Burgos, de Vallentia, lo episcopo de etc. Item, de Villa, de Salamanca, de Tui, de Almeria, de Maioricha, de Barzelona con altri prelati, el ducha di Nazera, conte di Benivento, l'armirante di Ragon, conte de Niena, conte di Goziano, conte di Trivigno, marchese di Villafranca, presidente di Moran, prescidente de Chastiglia, signori et baroni et cavalieri assa' altri; in tutto 3000 cavalli, fra i qual era 200 mulle. Et a hore 24 faceva l'intrata in la terra; et il Re et la Raina erano a le finestre, et con gran jubilo dil populo introno a questo modo. El Capelo con l'arzivescovo de Milan, ambassador dil Duca, et il Zorzi con l'altro de Milan; et andati a lo alozamento. Poi el zorno driedo, ebbeno audientia. Era sentato il Re et la Raina su do sedie regal, et li fece bona et perfetta ciera, et volse tutti 4 sti oratori lì sentasseno per mezo, su uno scagno. Et presentate le lettere di credenza, Marin Zorzi li fece una oration latina; et il Re li fece risponder a uno maistro Diego, frate predichator valentissimo. Poi Zuan Battista di Sfondradi, orator de Milan, fece la sua oratione et risposta. Andono el Re, la Raina et questi 4 oratori in una camera secreta; et Francesco Capello notifichò a Soa Majestà el bisogno de Italia, et che dovesse romper al Re de Franza. Et il Re disse che ad ogni modo el volleva romper, et che 'l manderia di ogni ij uno; et dimostrò poi lettere havia di Perpignano, come Franzesi li havia scritto, che dovesseno levar ditte zente, che etiam loro si leveria. Item, che havia cavalli 13 mille et 8000 pedoni, et che scrivesseno in questa terra et a Milan, che certo romperia, perchè la liga lui la voleva mantegnir, et esser amico nostro.

Per lettere di Fiorenza, a dì 8 ditto, se intese come Fiorentini, seguendo pur l'impresa di reaquistar Pisa, et etiam Monte Pulzano da' Senesi, in questi zorni a presso Cassina et Monte di Sasso fonno a le man con Franzesi, et ne rupe zercha 200; parte di qual fonno aperti per mezo, perchè si divulgavano haveano danari ne le viscere, tamen non trovono alcuna cossa. Et pur non restavano Fiorentini di volersi acordar et far liga con il Re. Do loro ambassadori erano a Turin; et certo si divulgava, tal liga et amicitia havesse a esser causa di perturbar Italia, per aderirsi a esso Re. Quello seguite, et le lettere scritte zercha questo, di sotto intenderete.

Per la venuta di le nave di Soria, le qual zonseno a dì 16 ditto, et per lettere di Damasco, nostri fo certifichati come el sig. Turcho havia mandà uno ambassador al Soldan al Chaiero per queste cosse de Franza, havendo mo assae paura, et che de li Mori quasi vollevano far garbuio a le natione, dicendo: Questo Re di Franza prosperava, et vuj non reparate. Unde ne veniva a dischatiar nuj, sì come le prophetie loro dicono, che a questi tempi la sua leze deva patir. Unde Zuan Vallaresso, consolo, chiamato il conseio di 12, terminono di far certe lettere false, pareva venisse de qui, per le qual si advisava esso Re de Franza era rotto et andato in malhora, come, ita volente Deo, fu pocho da poi; et di questo deteno sacramento a tutti, adeo, mostrate queste lettere, Mori fonno aliegri, et non seguite altro; pur merchadanti stevano con gran paura di loro. Et oltra di questo se intese come il Soldan, havendo inteso che nel monasterio di frati di monte Syon in Jerusalem, li frati haveano arme nel convento, et che aspettava el Re de Franza, unde mandò alcuni Mori lì a veder, et vollea ruinar el tempio e occider li frati; et, cerchato ben per tutto, non trovono se non cortelli da taiar dil pane; et li frati li dixeno non erano di tal sorte, nè venuti a la religion per tenir arme ascose, et che era vania et calunnia. Unde, trovato la verità, non seguì altro.

A Roma el Pontifice, exortato da li oratori di la liga, et maxime dal veneto, dovesse excommunichar el Re de Franza, a ciò tornasse in Franza, lassando pacifice Italia, unde, chiamato concistorio et desputato, deliberono di farli uno brieve, el qual sarà qui sotto scritto; et questo per lettere di 3 Avosto di Roma se intese; et voleva mandar uno mazier fino a Turin a portarlo. Anchora fece esso Pontifice in concistorio uno nuovo decreto, che de cætero, li 4 Patriarchi siano cardinalli, zoè quello de Jerusalem, di Constantinopoli, di Antiochia et Alexandrino; et questo fece perchè aliquando in corte fra ditti Patriarchi et Cardinali sono venuti in contrasto zercha a li luogi, perchè li Patriarchi dicevano dover preceder et esser propinqui al Pontifice, et Cardinali non vollevano; et questo fo causa di l'odio ha el Patriarcha da cha' Lando nostro in corte per haver voluto precieder; unde non l'hanno mai voluto far cardinal, et tamen è dignissimo prelato. Hor el brieve dil Pontifice, mandato al Re de Franza, scriviamo; el qual fo traduto in terza rima per Zorzi Summarippa, veronese patricio, et butato a stampa; ch'è belissimo lezer.

Exemplum brevis sanctissimi Domini nostri ad Carolum Regem Francorum[140].

Cosse seguite in campo di Novara, dil mexe di Avosto, succincte descritte.

Vedendo questa gallicha historia, per le cosse successe et qui verissime descripte, venir assa' grande volume, unde mi è forzo di abreviar; et però, pretermetendo lettere per li tempi zonzevano in questa terra di campo, però che una al zorno almancho era scritta a la Signoria per li Provedadori, solum qui scriverò zorno per zorno quello seguite dil mexe di Avosto, et sic poi successive in ditto campo. Et nil miremini, lectores; chè, licet non me habi trovato presente, ma tutta la verità, nil praetermisso che sia da conto, qui scriverò, et prima:

A dì primo Avosto, pur essendo el campo nostro a Castel Chiasol sotto Novara, et in grandissime desputatione di levarse, Ducheschi volevano se tirasse più avanti, et li Provedadori volevano redurse in loco securo. Unde el Duca de Milan scrisse el zorno driedo vollea venir in ditto campo.

Item, in questo zorno esso Duca mandò una lettera al sig. Galeazo suo capetanio in campo, notifichandoli esser conclusa la liga con la compagnia dil Bo, o vero li sette comuni che sono sguizari, i qualli fin hora hanno dato assa' aiuto al Re de Franza. La qual nuova, intesa da' nostri, fo tenuta perfettissima. Et poi venuto a Milan, li capitoli sigillati, di questo fece gran dimostratione di alegreza, facendo fuogi; et cussì in campo. Questo accordo fo fatto per forza de danari; et fo divulgato esso Duca de Milan le deva ducati 30 milia in tempo di pace et 40 milia in tempo di guerra. Et ditti sguizari mandono a dir a li sguizari erano in campo dil Re de Franza, et quei sono in Novara col Duca di Orliens, in termene di 3 zorni si debbino redur in loro paesi, sotto pena di rebellione et confiscation di beni. Et cussì in campo aspettavano ussisse li sguizari di Novara.

In questo zorno vene una spia nostra da Verzei, mia X di Novara, dove il Re havia mandato cavalli 400 et 3000 pedoni, et continue veniva li franzesi; notifichava il Re esser a Turin, et si aspettava a Verzei a dì 2 ditto; et che judichava in tutto, ivi, fin quel hora, vi fusse di le persone 8000, et divulgavano di venir asaltar il nostro exercito; et ditta spia, per esser tolto suspetto, ebbe cinque ferite.

A dì 3 ditto, Bernardo Contarini, provedador di stratioti, scrisse a la Signoria una lettera, come li era stà dati in governo li altri stratioti da poi el partir de Piero Duodo, i qualli si sforzerà di governarli secondo le sue picol forze, non sparagnando faticha etc.

Item, che inteso la creation de lo illustrissimo sig. Marchexe, capetanio zeneral, per segno di alegreza, havendo uno cavallo bellissimo leardo de valuta de più de ducati 100, el qual lui lo havea guadagnato, et quello alegramente donò; stratioti prendono qualche sacomano franzese, discalzo et in camisa, unde li bastonò et cazono in la terra; et ultimo, havendone preso alcuni, per più disprecio de' franzesi, esso Provedador fece stratioti li vendesseno per uno melon l'uno, tanto pocho li stimavano.

A dì 2 ditto, el Duca de Milan con soa moglie et oratori di Spagna, Napoli et veneto, con la soa corte partì di Milano et vene a Vegevene; demum in campo. Et questo zorno, a hore 6, venendo la Domenega, fo a dì 2 Avosto, montò a cavallo el capetanio zeneral nostro, et el suo capetanio sig. Galeazo, et Bernardo Contarini con 80 cavalli de stratioti, et andono contra Soa Excelentia mia do di là da Vegevene, et, scontrato con bel hordene, fatto le debite acoglienze, Bernardo Contarini preditto volsse dismontar et tocharli la mano; ma il Duca mai li volse tochar, se non montato fo a cavallo. La Duchessa era con do charete, una coperta di pano d'oro, l'altra di veludo cremexin; et cavalchando versso Vegevene, molto ringratiò esso Bernardo di portamenti in suo servitio; et dismontò a Vegevene; a hore 20 montò a cavallo et vene a Vespole, dove dovea alozar Soa Excellentia quella sera, mia 6 distante dil nostro campo, dove scontrò Luca Pixani, provedador nostro, el qual con assa' cavalli li veniva contra. Et però il Duca volsse passar ditta villa, et in campagna, tochato la man a ditto Provedador, ritornò ad alozar a Vespola, et el capetanio zeneral, provedador, et el resto veneno in campo per quella notte. Poi la mattina, fo a dì 3 ditto, essendo il Duca a cavallo per venir in campo, volendo ussir di Vespola, la mula li scapuzò e gittolo in una pozza di fango, per modo tutto se infangò etc. la veste; subito si mutò, et dove era vestito di una veste damaschin negro, curta per fino al zenochio, si tramudò in una di quella foza, damaschin cremexin; et, aproximato mia do dil campo, el sig. Marchexe, capetanio, con Lucha Pixani, provedador, Daniel Vendramin, pagador, Bernardo Contarini, condutieri et molti stratioti, li andono contra, et lo acompagnò fino a lo alozamento dil sig. Galeazo, suo capetanio, di S. Severino; et nostri tolseno licentia de Soa Signoria. Li oratori era con lui veneno a smontar a lo alozamento dil nostro campo; et cussì non seguite altro quel zorno.

A dì 4 ditto, el Duca, capetanio zeneral nostro, et il suo, li oratori Spagna, Napoli, et li provedadori con Hironimo Lion, kav., orator nostro, et Bernardo Contarini, conte di Petigliano, et il conte di Chaiazo, reduti in uno, consultono utrum el nostro exercito si dovesse levar dove l'era, redurse più avanti, o andar a Vegevene, o pur star fermo. Et parlò sapientissimamente el conte di Petigliano. Rispose el Duca. Poi parlò Marchiò Trivixan, provedador; et cussì steteno in desputation. Et il Duca volsse veder, oculata fide, el tutto; et chavalchò per li alozamenti, dove Ruberteschi erano di opinione stesse el nostro exercito; tamen per questo zorno non concluseno alcuna cossa. Soa moglie, la Duchessa, vene a star con lui in campo; et, oltra li 3 oratori nominati, havia tre altri etc.

A dì 5 ditto, Bernardo Contarini non potendo correr a Verzei, perchè non volevano anchora romper guerra a la Duchessa di Savoia, da matina mandò 200 cavalli de stratioti a la volta de Verzei, per veder si Franzesi vollevano venir a scharamuzar con loro; et, aproximati a mezo mio lontano di la terra, trovono zercha 20 cavalli franzesi, et 10 ballestrieri a cavallo di Zuan Jacomo di Traulzi; li quali, visto stratioti, si messeno in fuga; Franzesi si salvono in la terra; et li balestrieri fonno tra morti et presi tutti con molte ferite; uno di qual fo examinato per esso Provedador, et la examination soa mandò a la Signoria.

In questo zorno fo fatto in campo una mostra zeneral di tutte le zente; era colateral nostro Hironimo di Monte sopranominato; et el Duca de Milan nel suo campo, sopra tutte le zente d'arme, Lorenzo d'Orffeo da Mozanega, et comissario suo Galeazo Visconte. Hor el Duca con madona soa moglie volse veder questa mostra, che fo bellissima, et za molti anni non fo fatta simile.

A Venetia, vedendo le cosse de Novara andar a la longa, preseno in ditto zorno che si dovesse strenzer Novara, bombardarla et far il tutto per poner fine a l'impresa. Et cussì par el Duca contentasse, et fusse dato el guasto a la terra, et ogni altra provisione; fo tre volte a consultatione con li Provedadori, stete uno dì et mezo in campo, poi tornò a Milan.

A dì 7 ditto, terminato di meter Novara in assedio, in questo zorno dete principio, che prima la notte intrava vittuarie dentro a loro piacer; et mandono cavalli 200 con 100 fanti a uno locho mia 4 lontano, chiamato...., per custodia; adeo franzesi più non porano ussir di la terra.

Item per li ballestrieri presi per stratioti a dì 5, se intese el Re esser a Turin, e diceva aspettava zente de Franza da persone 20 milia; et che domino Joan Jacobo di Traulci si trova a Verzei.

In la terra inteseno vin non vi esser; pan rasonevolmente, et che la notte questi paesani el portano, perchè il pagano bene. Item, nostri principiono a far le strade per poter dar la bataia a la ditta terra di Novara, et il Duca di Orliens si confortava con la venuta dil Re.

A dì 9 ditto, nostri corsse et spianò uno castello chiamato Bulgaro, fra Novara e Verzei; item, seguiteno di dar el guasto a Novara, tagliando arbori, vigne etc.; et stratioti prese do franzesi et alcuni chariazi; a la volta di Verzei fo mandato altri 400 fanti.

A dì 10 ditto, el nostro campo se levò dove era, et vene a conzonzerse con quel dil Duca de Milan, vicino a Novara, in uno locho chiamato Caxuol; et li Provedadori alozono in castello, el capetanio et altri di fuora; li pavioni (padiglioni) e tende erano stese, bellissimo veder, et li stratioti a la campagna, et Bernardo Contarini sotto una trabacha.

A dì 12, per spie inteseno el Re esser tra Turin et Chier, con la inamorata sua a Chier, dove spesso andava et stava a piaceri, recreandossi alquanto de li affanni portati. Et a dì 11 vene uno trombeta suo in campo a dimandar uno preson; el qual disse, Soa Majestà era a Chier, aspetava zente, et veria a Verzei poi a combatter con nostri.

In questo zorno vene fuora de Verzei zercha 100 todeschi, si atrovava ivi col Re sotto il Traulzi; et questi veneno per il comandamento di loro capi sguizari; et, venuti nel nostro campo, ebbeno soldo. Et anchora di altri sguizari di Novara ussite, in summa numero 250 in tutto, e tutti fonno charezati, e dato soldo da' nostri.

Quelli dil campo duchescho menava in longo di dar el guasto a Novara, et di ozi in domane menava la cossa; tamen pur da la sua banda poi conveneno dar.

In Novara fevano gran repari, et ogni zorno se fortifichava sì dentro come fuori; non haveano vin ma ben axedi, di li qual ne bevevano quelli baroni, con zucharo butado dentro; formenti assai, et feceno molini cinque da man; et cussì masenavano in farine; fevano pan negrissimo et chativo; carne poche, nè non ve haveano se non di chavallo. Et perchè scharamuzando con thodeschi ogni giorno franzesi, pur ne era feriti qualche uno, et volendolo miedegar, dicitur el vuovo valleva soldi 30 l'uno, cossa incredibile, per non esser galine. Questo tutto si have da uno nostro prexon che fuzite; ogni notte fevano signali de fuogi, dimandando soccorsso.

A dì 14 ditto, dil campo duchescho se partì alcuni homeni d'arme, capo uno fiul fo dil conte Zuan Boromeo, et andò a li alozamenti. Li provedadori si dolse con el sig. Galeazo, capetanio, et con el conte de Chaiazo. Risposeno, non saper nulla, et che provederebbe a questo.

Fo scritto a Millano al Duca, mandasse 2000 guastadori in campo, per esser gran bisogno per le cosse acadeva.

In questa matina, per uno di Monferà, partì di Novara, inteseno el Duca de Orliens fece far una crida, che, in termene di 3 hore, tutti quelli non haveano soldo si dovesse partir di la terra, con tutte le meretrice et li soi homeni; unde se partì tunc 150 homeni non haveano soldo. Item, mazenavano al zorno, con quelli molini da man, da manzar per 100 homeni et non più; non bevevano vin za zorni XV, per esserli manchato. Dil Re si divulgava a dì XV dovea esser a Verzei, tamen indusiò qualche zorno a venir.

In ditto zorno zonse in campo borgognoni 60 a piedi, belli homeni et ben armadi. El capetanio zeneral volsse si toleseno a nostro soldo per uno mese, a fiorini 4 di Rens per uno; erano stati a Milan, sperando el Duca li desseno soldo più di un mese, et ebbe solum uno fiorin per uno.

El sig. Marchexe de Mantoa, capetanio zeneral nostro, non se sentì bene et se amallò di fluxo; stava in letto in una cariola sotto il suo pavion (padiglione), et li Provedadori lo andò a visitar.

A dì XV ditto, Piero Marzello et Zorzi Emo, i qualli a dì 28 Luio nel conseio di Pregadi fonno electi oratori a portar el baston et stendardo di capetanio zeneral in campo a lo illustre Marchexe di Mantoa; unde, partiti a dì 6 Avosto da Venetia con molti zoveni patricij, andati per veder il campo, et trombe et pifferi dil Principe nostro; et zonti a dì 14 a Vespola, la sera ivi alozono. Et la matina, fo il zorno di S. Rocho, dovendo venir in campo, Bernardo Contarini con stratioti li andò contra mia 5, et, trovato ditti oratori, veneno di longo. Et el sig. capetanio mandò suo fratello, sig. Zuane di Gonzaga, era al soldo de Milan, et Hanibal Bentivoy, pocho lontano di Vespola; poi li andò contra el conte di Petigliano con un squadron a cavallo armado a la liziera et senza elmeti; poi andò una squadra de cavalli todeschi a cavallo, pur armati a la liziera; poi li cavalli alemani dil Duca, armadi come andavano, zoè il corpo di la curaza, arnesi, schiniere et zelade. Et zonti ditti oratori con lo stendardo spiegato et il baston avanti, sonando trombe et pifari, si tochono la man; et lì fo dimorato alquanto. Et dismontati al pavion dil capetanio, dove era fatto uno altar da dir messa, con alcune cortine atorno, fo dil Re de Franza, divisade di raso bianco et veludo paonazo, con molte lettere dorade di sopra, zoè questi segni C. A., che vien a dir Carlo et Anna, la nome di esso Re et Raina. Et qui sotto era, oltra el capetanio nostro, provedadori et oratori, el sig. Galeazo, capetanio zeneral dil Duca, el conte di Petigliano, el conte di Chaiazo, sig. di Rimano, sig. di Corezo, Hanibal Bentivoy, sig. Gasparo Frachasso con tutti altri nostri conduttieri et ducheschi, vestidi di zornede d'oro et d'arzento, con belle colladene d'oro. Et el sig. Marchexe havia una zornea di restagno d'oro, et avanti lui era uno forzier coperto de panno d'oro, dove el se inzenochiava. Il stendardo era posto in mezo il pavion, et baston d'arzento sopra l'altar; et fo cantato una solenne messa, con cantadori, pifari, et trombe venuti de qui. Et, fornita, fo portato el baston a Zorzi Emo, el qual dovea far le parole, et il stendardo. El qual apresentò a ditto Marchexe, per nome di la Signoria, dicendo con gran gravità, che la Illustrissima Signoria per li soi boni portamenti et opere havia diliberato ornarlo del ditto capitaniato zeneral, zoè dil titolo di tutte le sue zente d'arme, et decorar Soa Excellentia di l'insegne dil sceptro et vexilo dil protetor nostro San Marcho, a conservation et mantenimento dil Stato di essa Illustrissima Signoria, a honor et perpetua gloria de Soa Excellentia, et a confusion de tutti li inimici de quello Illustrissimo Stado, con altre parole di questa substantia. Et lui rispose: Magnifico ambassador, a mi par impossibele poter responder a le parole de Vostra Magnificentia, ma dirò ben che non per merito alcun quella Illustrissima Signoria, ma per l'amor et benivolentia che quella li portava, la se havea degnà de honorarlo de tal insegne, dil baston et honorifico vexillo. Lo qual con gaiardo et forte animo lo accepto, sperando far tal opere, che la Illustrissima Signoria cognoscerà haverlo conferito a persona che li mostrerà qualche bon fructo, preponendo el ben, utele et comodo de quello Illustrissimo Stado a la vita propria, et in fino nel corpo di mia madre era servidor de la prefata Illustrissima Signoria. Potrà haver uno capetanio più praticho de mi, ma di fede tale mai lo troverà al mondo. Et finito, tutti andono al suo lozamento; et li ambassadori veneno alozar con li Provedadori, et la sera fo convidati li zentilhomeni a zena col capetanio a uno suo pavion, et cussì poi la mattina a disnar alcuni andono etc.

In questa notte passata, el sig. Galeazo, capetanio dil Duca, et el conte di Petigliano andono asaltar li borgi di Novara con zercha 8 in X milia persone, tra cavallo et piedi, da diverse bande, per brusarli si tenir non li potevano. Et da una banda esso sig. Galeazo con 5000 alemani et 400 cavalli, da l'altra el conte de Chaiazo con alcuni altri pedoni et cavalli, da la parte verso Vegevene la nostra zente col conte di Petigliano; et l'hordine era di andar do o ver tre hore avanti zorno, ma non andono ducheschi se non a l'alba. Et cussì nostri, acostati a ditti borgi, principiò a fichar fuogo in alcune caxe, et con i nimici principiono a scharamuzar. Fonno rebatudi fino a le terze sbare, per modo comenzono a trazer bombarde, passadori et freze; li nostri con schiopeti et passadori. Et in questa baruffa fo morti de' nostri zercha 200, feriti alcuni; et da una spingarda fo morto Alvise Lanza, contestabele nostro; li altri moriteno, fonno alemani dil campo duchescho, et de' nostri zercha 64; et, si asaltavano a l'hora deputata, nostri certo ottenivano li borgi.

In ditto zorno, di 15 ditto, zonse lettere di la Signoria di 12, cometeva dovesseno nostri far corarie fino a Verzei, brusando etc., perhò che li ducheschi numquam havia voluto, dicendo Madama di Savoia era parente dil Ducha, et non era bon farli danno, perchè era costreta a far quello la faceva, non potendo resister a' franzesi.

Item, questa sera zonse el nontio dil Pontifice in campo con la scomunega dil Re di Franza; era mondano, et mandò uno dal Re a dimandar salvo conduto.

Per uno preson nostro, era in Novara, rescatato et pagato la taia, vene in campo et referite esser gran fame in la terra; masenavano a man, non haveano vin se non chara 5 in tutta la terra, assa' amalati da ponta. Et questa notte, tre hore avanti zorno, alcuni cavalli di Verzei con farine intrò in Novara; et che si aspettava venisse il Re a darli soccorsso.

A dì 16 ditto, li Provedadori fece lezer la lettera di la Signoria al capetanio, andati a soa visitatione con li oratori. Et disse, era stato sempre di questa opinione; et che se dia etiam el guasto a Novara, con mortari et mangani trazer a la terra; le bombarde grosse, erano mia cinque di là de Vegevene, di l'hordine dil Duca fo tornate ivi.

Item, 100 alemani, fuziti dil Re, nostri soldono con fiorini de Rens 4 al mexe per uno. Et li do capi referite esser tre settimane erano partiti di Aste, dove era il Re con persone utele et inutele 13 milia; haver solum 3000 alemani, di qual eran scampati 1500; tamen poi li zonse altri mille et ducento, et quelli fuzino fo per non haver le so page.

Item, che 'l Re havia mandà in Franza per danari, ma non li havea potuto haver, però che dicevano, vollevano prima Soa Majestà vadi in Franza, poi faranno quella deliberatione li parerà; et ch'el Re volleva venir, passà questo caldo, a Verzei, a far la massa, poi socorrer Novara.

Item, zonse in campo nostro 200 elemani, venuti di Elemagna per haver soldo, et per conseglio de domino Zorzi di Pietra plana, capetanio di li elemani ducheschi, nostri li asoldono. A tutti fo dato sacramento per el ditto Zorzi, juxta el solito, di fedeltà; tamen haveano poche armadure.

In questo zorno zonse in campo Orssato Morexini, pagador, con ducati 18 mille. Li andò contra Bernardo Contarini con alcuni contestabeli et stratioti.

Quello andò a Turin, per tuor il salvo conduto per il Nontio dil Papa, ritornò dicendo bisognava saper la sua nome.

Per do sacomani de Reame, era con Zuan Jacomo de Traulzi, fuziti di Verzei, venuti qui, et riferiteno li soldati taliani in Verzei esser mal voluti da' franzesi, et che alozano separati da loro, et in tutto sono da 8 in 10 millia persone, tra le qual 2000 alemani et alcuni guasconi; et che era zonto, za tre zorni ivi, el sig. Constantin Arniti, venuto da Monferà con cavalli 40, et aspettava il resto fin 100 homeni d'arme; cento era con il Traulzi, el resto franzesi; et vollevano metter li pavioni fuora di la terra, ma pur terminono de aspettar el Re; tamen haveano gran paura de stratioti; dopoi che i preseno i ballestrieri dil Traulzi, dicevano voler venir contra nostri e intrar in Novara.

A dì 17 el Duca de Milan scrisse in campo, esser contento si cora a Verzei, et si riportava al suo capetanio; et cussì consultato, el conte de Petigliano et el conte di Chaiazo erano di oppinione. Ma pur el sig. Galeazo slongava.

El capetanio zeneral nostro, migliorato, ussì di lo alozamento, et vene da li Provedadori; tamen non era ben varito.

In campo nostro era za zonti 40 homeni d'arme di la conduta dil Duca di Gandia, sotto questi, videlicet: sotto il conte Christofaro di Gonzaga, numero 20; sotto Iacomo da Poiana, vicentino, numero 8; sotto Zenon Avogaro, da Treviso, numero 8; sotto il Zenoese, era con il prefetto, numero 2, et do altri separati. Questi erano mediocremente a cavallo, ben armati, atti homeni a cavallo, ma in arte militar inexperti, dil Zenoese in fuora. Haveano habuto ducati 30 per curaza da domino Aloysio Becheto, orator dil Papa qui a Venetia.

Venne Francesco Grasso da Roma, et 4 contestabeli, zoè Zuan da Feltre, et tre altri. Li Provedadori li tolseno, et li dette 100 provisionati per uno, zoè di 150 page di Alvise Lanza, et 100 di provisionadi fo dil Cicogna, el qual era partito senza licentia. Item pagò 200 di Bernardin di Ugoni, era amalato et partito di campo. El residuo di quelli fo di Zuan Biancho de Sicilia et di Zuan Anzolo di Urbino. Et a li presone de li contestabelli deteno provisione; et oltra di questi fanti, la Signoria scrisse dovesseno far 200 elemani, non potendo haver nè desviar quelli era con il Re et duca di Orliens in Novara; et li Provedadori li mandono a far, come dirò.

A hore 3 di notte zonse una spia di Verzei, et notifichò come dovea venir cavalli 300 di farine per entrar in Novara, li qualli doveano partir a hore una di notte, e far più di 20 mia quella notte, e venir in la terra, e slongava la strada X mia per andar per vie sigure. Et el capetanio zeneral subito, licet fusse amalato, montò a cavallo et fece metter in hordine le zente, zoè 700 homeni d'arme, et Bernardo Contarini dete la mità di stratioti et alcune fantarie. Et a hore 4 andono a la volta di Vespola, mia 5 dal campo, versso Vegevene, perchè doveano ditta scorta et vittuarie far quella via. Anchora in quell'hora montò a cavallo el sig. Galeazo, capetanio zeneral dil Duca de Milan, con homeni d'arme 400, fanti alemani 5000, et esso Bernardo Contarini con il resto de stratioti; et andono a la volta di Novara, in su la strada maistra versso la montagna, e lì dimorò per fino a do hore di zorno. Visto non pareva niuno, el sig. Galeazo ritornò, et cussì etiam era ritornato el capetanio. Ma Bernardo Contarini, desiderando con li stratioti di far qualcossa, andò per quella strada maistra versso la montagna, et, chavalchato mia 8, si voltò per costa verso Verzei, visitando molti castelli, era prima dominati per franzesi, ma per stratioti reaquistati; et, acostato a uno castello chiamato la Badia, mia 3 vicino a Verzei, et non potendo haver alcun li venisseno contra, se non che trovò in una ara cinque franzesi con assa' femene che tribiava; et li franzesi volendo scampar, li stratioti li azonze con le lanze in la schena, ne amazono tre, do feriteno a morte, dei qualli non si potè far alcuna examination. Et cussì ritornò stratioti a li loro alozamenti.

Quelli di Novara mostrava fuogi et li studava, poi di novo li apizavano; per i qual signalli dimostrava esser in gran necessità, dimandando soccorso da Verzei.

A dì 18 ditto, essendo stato la notte avanti el capetanio zeneral nostro per aspettar venisseno quelli cavalli con le vittuarie, et non essendo venuti, dubitando la notte seguente non venisseno, mandò el conte Carlo de Pian de Melletto et Carlo Secho con bona suma di zente su la strada, da la qual via havevano più sospetto.

Fo principiato a far uno bastion a presso la terra, et, per non haver guastadori, non se compite sì presto; unde li Provedadori rescrisse di novo a Milan li mandasseno, perchè non era venuti di 2000 se non 200, li qualli erano stati do zorni et fuziti; et, volendo dar el guasto, necessario era esservi guastadori.

Item, fo comenzà a far uno fosso per fortifichar el campo, et continue lavoravano; ancora fo principiato a dar il guasto a la terra da uno canto.

Et a hore 4, nostri inteseno era ussito di Novara più di 500 cavalli a la liziera, e fuzivano verso Verzei; et quei di la terra, a hore 2 in 3, trete molte bombarde præter solitum, et levono 3 volte fuogo in zima di la torre, poi lo smorzò. Et el capetanio, inteso questo, subito montò a cavallo a la liziera con assa' cavalli, et andono driedo di questi fuzivano. Quello seguite, intenderete.

El messo, andò a tuor dal Re el salvo condutto, non era ancora ritornato, et el Nuncio pontificio stava lì in campo.

A dì 19 ditto, per tre vie, nostri haveno nuove di Verzei. Prima, a mezo zorno, zonse uno fo mandato per Tadio da la Motella a Verzei e a Turin, et referì esser partito a dì 16 da Turin, dove el Re con la so corte era, et spesso andava a Chier per veder la inamorata soa. Item, di Franza non era venuta zente, ma ni anche si aspetavano; et che da Turin fino a Verzei era alozate da 4 in 5 milia persone, in Verzei 8 in 10 milia; in tutto, el Re se ritrovava haver da XV in XVI milia persone, in tutto, tra utele et inutele, senza quei sono in Novara; et che se dicea volea venir a trovar il campo, et socorrer Novara. Et che el Duca de Savoia steva malissimo.

Item, a hore 22, el capetanio zeneral have per do soi trombetti, venuti da Verzei, come in questo zorno era zonto ivi 8000 elemani et 1800 homeni d'arme, et che volea venir asaltar lo nostro campo di notte da tre lai (lati) a un tempo; da Verzei, da Novara, et da un'altra via; tamen per questo nostri non hebbeno paura, ma avevano con grande....; et el capetanio havia ordinato li collonelli, e tutto.

Item, a hore una di notte vene uno vexentin, bandito di Vicenza, chiamato Basilio de la Scuola, el qual era stato in campo dil Re, et ozi, partito di Verzei mostrando andar a Turin, vene da' nostri et refferì a li Provedadori esser in Verzei lanze 1000 tra franzesi et taliane, elemani zercha 5000, con alcuni guasconi, borgognoni, savogini et paesani; in tutto, con quei è col Re, persone 15 in 16 milia; et che aspetavano el Re là per tutta questa altra settimana; et che ogni zorno andava in Verzei do homeni d'arme ducheschi a parlar con quelli baroni. Item, che hanno mandato el balio del Degiun a condur gran numero de elemani; tamen era ito con pochi danari; et era mesi cinque li provisionati non havia habuto denari; et a Verzei era zonto el Maraschalcho de Giaè et altri gran maestri, per veder qualche bon lozamento, per metersi col campo fuora di la terra; altri diceva era venuto per dar la paga.

Zente da cavallo et a piedi si ritrovava in Verzei, sì come riferite el vicentin sopra ditto.

Mons. de Fois, locotenente dil Re lanze 60
La compagnia dil Duca di Orliens » 60
Compagnia di mons. di Lignì, cuxin dil Re » 100
Compagnia di mons. l'armiraio di Franza venuto » 100
Compagnia di mons. Arbereto venuto nuovamente » 50
Compagnia dil Grand Venor, idest cazador, ut supra » 50
Compagnia di mons. di Borbon venuta, ut supra » 50
Compagnia porta castroni per insegna, venuta ut supra » 50
Mons. di Guisa » 50
Mons. d'Alban » 50
Mons. d'Armansa » 50
Mons. d'Auson, fratello di mons. de Obegnì » 50
Mons. di Serva » 50
Compagnia de mons. de Verzì » 30
El balì.... d'Auson » 20
Mons. de Beumon » 40
D. Zuan Jacomo di Traulzi » 40
Summa lanze 900

Cavalli lizieri numero 1000; et questi hanno do arzier a cavallo per homo d'arme.

Homeni da conto è ivi.

Fantarie.

Tra todeschi, savoini, guasconi, piamontesi et altre generation, zercha 5500.

Artilarie.

Serpentine numero 5, di 8 pie' et mezo in circa longe, traze ballote di ferro de lire 35, a unze 18 la lira.

Colovrine, zoè passavolanti, numero 4, di 12, 13 et 14 pie' longi l'uno, traze ballote di lire 22 et meza.

Falconi, a modo spingarde, numero 14, traze ballote di piombo di lire 10 in 12 l'una, sono longe pie' 7.

Item, per quanto inteseno li Provedadori da quel messo di Thadio di la Motella, era intrati quella mattina, a dì 19 Avosto, 40 cittadini di Novara in Verzei. Fu fatto duplicar le guarde et scolte dil campo, et ordinato steseno vigilanti, a ciò nostri non fusse intercepti.

Havendo la Signoria nel conseio di Pregadi preso, a dì... Avosto, di dar al conte di Petigliano in tempo di pace ducati 33 milia, et in tempo di guerra el terzo più, zoè ducati 44 milia a l'anno, et tegni le zente proportionate al stipendio, et questo per anni 5 et uno di rispetto in libertà di la Signoria, et titolo di governador, perchè non si havia potuto acordarlo con quello li Provedadori li offerseno al principio; et a dì 19 era stati a parlamento. El qual dicea havea col Re di Napoli in tempo di paxe fiorini d'oro 33 milia, a incoronati ij per fiorino, eran carlini 12, zoè lire 6 de nostra moneda, et in tempo de guerra la mità più, et perhò non volleva acceptar quello nostri li offeriva, ma dimandò licentia; tamen, dicendo volleva star ancora X o ver 15 zorni in campo per far cossa grata, et li Provedadori li dete per avanti ducati 500, juxta li comandamenti di la Signoria.. Et in questo zorno, a dì 19, ricevuto lettere di questo, ditti Provedadori volseno parlar con esso conte, el qual pregò che per do zorni non ne parlasseno alcuna cossa, per esser li cieli mal disposti, però che è homo segue molto astrologi et hore. Et cussì restono; poi parlono, et concluse come dirò.

Et in questo zorno ritornò el messo andato al Re per il salvo conduto, et il Re non li volse farlo. Ma quelli soi gran maestri li disse: Fa el nontio vegni sopra la nostra fede. Et cussì ditto messo la matina seguente, abuto cavalli da' nostri Provedadori, se partì et andò dal re; tamen non li apresentò el breve, et rimase de li soi, come dirò di sotto; e più non ritornò.

A dì 20 ditto fo consultato da li Provedadori con el capetanio, conte di Petigliano, et li ducheschi, però che dubitavano di non esser asaltadi da' franzesi, sì da quelli erano a Verzei, quam di li altri di Novara. Et el conte di Petiglian disse, li pareva, essendo el Re più grosso de nui, de non aspettarlo lì. L'opinion dil conte di Chaiazo era, che 200 homeni d'arme et 500 fanti, era in Trechano, venisseno in campo, et ivi rimanesse Zuan Griego con li soi ballestrieri a cavallo et 100 fanti. Et concluseno cussì, perchè el campo si augumentasse. Item, che da poi manzar el conte di Petiglian et il conte di Chaiazo dovesseno andar a veder li alozamenti de Monteselli, do a mia luntan dil campo più al basso, o vero inquerisse qualche altro più securo lozamento.

In questo zorno fuzite in Novara zercha 20 ragazi de li stratioti con li soi ronzini, et fo ben ricevuti dal duca d'Orliens, et datoli ducati 6 al mexe per uno et le spese; et questo per non haver auto el suo dover da li soi patroni, i qualli haveano tochato lhor page.

Li Provedadori have lettere di Pavia di Piero Michiel, provedador, conduceva le zente dil sig. di Pexaro in campo, governate da suo fratello sig. Galeazo, zoè 80 homeni d'arme et 60 ballestrieri a cavallo, et acelerava el camin. Et a dì 22 da matina zonseno in campo. Et Piero Michiel, sopra ditto, poi partì di campo, zonse a Venetia a dì 2 Septembrio.

A dì 21 ditto, da matina, stratioti andò a imboscarsse a presso la terra; et ussite fuora alcuni cavalli franzesi a la liziera, con i famegij o ver ragazi de li stratioti ivi fuziti; et pocho lontano di la terra stratioti erano ascosi ussite, et li dete driedo fino a li repari; et de li soi famegij, che volseno pur contrastar, do di fatto fo morti in la scharamuza, do fo presi, uno di qual era ferito su la testa mortalmente, el qual, menato in campo, morì. Fo feriti do altri, et uno franzoso; et stratioti dimandò a li Provedadori, quel suo famegio prexo, a exempio de li altri, fusse impichato subito. Ma Piero Busichio lo dimandò lui di gratia li fusse concesso lui medemo lo impalasse, per metter terror a li altri. Ma li Provedadori non volseno, et lo fece impichar.

In questo zorno, da poi manzar, li fanti di Chozanderle, todescho, si levò a remor, dicendo volleano danari, et esser satisfatti di le spexe haveano fatto nel venir in campo. E li Provedadori con bone parole li disse, non esser tempo di la paga, et al tempo ge saria data. Et loro non volendo questo, mostrò adunarse insieme et volersse partir, andando su certa pianura, et ivi steteno fermo. Et vedendo essi provedadori Chozanderle haver da loro pocho ubidientia, mandò a pregar domino Zorzi di Pietraplana, capetanio di elemani ducheschi, che andasseno a tasentarli et farli ritornar, mediante la sua reputation, la qual era assa'. El qual subito andò, et li fece ritornar, per esser molto reverito; et si questo non fusse, in campo non si poria governar todeschi.

Per uno eleman fuzito di Novara in questa matina, se intese in la terra esser gran fame; ogni giorno ne fuziva X in 12 elemani al troto, andavano a la volta dil monte; non haveano pan ni vin, ma formento, et non pono masenar a man a suficientia per tutti; et che viveano di carne et formazo, bevevano mosto, et pocho ne era; et assai de li animali era in la terra, per necessità morivano ogni zorno più di un paro.

Essendo andati, come scrissi, el conte di Petiglian et conte de Chaiazo a veder il lozamento di Monteselli, tornati, riferiteno non esser buono; et ozi andono a veder uno altro. Et tornato el conte di Petigliano, li Provedadori insieme col capetanio zeneral parlono con ditto conte di Petigliano, et li offerino ducati 33 milia im paxe et ducati 44 milia in guerra, et che questa era la intention di la Signoria; et lui non volleva. Tandem li disseno, ducati 33 millia et ducati 48 millia; et esso conte pur renitente, dicendo meritava più. Et chiamati dentro Piero Marzello et Zorzi Emo, ambassadori al conte, etiam tutti lo exortono. El qual conte, conclusive, dimandò ducati 33 milia in tempo di paxe, et ducati 50 milia in tempo di guerra. Et vedendo nostri esser la differentia solum di ducati 2000 in tempo di guerra, Luca Pixani, provedador, ambassadori et etiam el capetanio li promesseno ditti ducati 50 milia. Et cussì fo fermato l'acordo, et scritto a la Signoria. La qual rescrisse esser contenta. Et el conte mandò poi in questa terra Filipo di Arezo, suo secretario, Bortholomio de Vico et Antonio, suo fratello, tutti tre a far et sigillar li capitoli necessarij; a li qual dette plena comission. Et per non si poter far lì in campo instrumento di man di notaro, per non vi esser il modo, li Provedadori a dì 28 ditto conveneno scriver a la Signoria, et far fede questi venivano qui per tal causa. Et cussì esso conte fo condutto governador zeneral dil campo.

In questa sera a hore 3, essendo trate 3 o ver 4 bombarde da Verzei, et quelli di Novara risposeno, el capetanio nostro dubitò per questo signal non venisse socorsso a Novara. Et poi vene una di le guarde, et disse le zente nostre, era a Chamariano, havea asaltà alcune some di vittuarie andava in Novara et quelle havia prese. Unde el capetanio subito montò a cavallo, et mandò zente dove el bisognava, et stratioti. Et ditti stratioti, pocho lontan di Verzei, se scontrò in alcuni cavalli lizieri dei nemici et X homeni d'arme, et quelli investiteno. Li cavalli lizieri si messe in fuga, et li homeni d'arme volse far testa; et, non potendo resister, voltò le spalle, et stratioti ne prese uno vivo, amazò cinque et preseno etiam 6 franzesi, i qualli havia solum el corpo di la curaza, et molti altri pedoni da 40 in 50. Driedo veniva 80 homeni d'arme da Verzei; li qual, sentito la furia de stratioti, ritornono indriedo, sì come per la confession di l'homo d'arme se intese. Quelli veramente di la guarda de Chamariano prese 12 in 15 cavalli da soma, con alcuni presoni, et sacheti di farine streti et longi, tien mezo staro nostro l'uno; etiam altri sachi di pan, carne salade, butiro et qualche refrescamenti. Et erano però assa' some, parte fu prese, come dico, parte ritornò a Verzei; per modo intrò in Novara solum X cavalli con X di quei sacheti di vittuarie. In questa scaramuza de stratioti, do de loro fonno presi da li nemici, perchè li cavalli li straportono fino in le man de essi franzesi che fuzivano.

Et li Provedadori comesse a Bernardo Contarini, dovesse examinar l'homo d'arme preson de stratioti. El qual riferite de li 80 homeni d'arme veniva, come ho scritto, era solum 2000 elemani, ma el balì dil Degiun era andato a quelle montagne de sguizari per far 8 in X milia; le altre fantarie erano piamontesi, savogini et zente paesane; et notifichò le zente ivi erano.

Lista di le zente d'arme e fantarie sono a Verzei, secondo la examination di uno homo preso, facta a dì 22 avosto, nome Francesco d'Aracurt[141].

A dì 21 ditto, di notte, el sig. Frachasso di San Severino volse licentia dal capetanio nostro et dal sig. Galeazo, suo fratello, capetanio di Milan, di poter andar a far una coraria in certo loco, dove teniva el suo disegno anderia bene. Et la licentia habuta, andò con più di 100 homeni d'arme sul Verzelese, et fece uno bellissimo et richo butino, et la notte driedo ritornò in campo con il buttin di più de 200 animali grossi, piegore 900, et presoni 22 da taia. Et questo fo il principio di correr su quel di Verzei, per la qual cossa, madona stava alquanto suspesa. Et ditto Frachasso vadagnò assa'; se divulgava prima fusse andato dal Re, ma ritornò con ditto butino in campo.

A dì 22 ditto. Hozi, essendo stà comandato per el capetanio 100 stratioti de la compagnia che era con Piero Duodo, provedador, di andar a le scolte a l'alba dil zorno; andati, se incontrorono in 8 homeni d'arme et 50 balestrieri a cavallo et cavalli lizieri, ussiti da Verzei, con animo di andar ad asaltar Chamariano, dominato per nostri, qual è castello di Savoia, dove era 25 homeni d'arme, 100 pedoni. Et tre mia lontan dil campo verso Verzei scontrati, fonno a le man. A la fin nostri fo vincitori, cazando ditti homeni d'arme fino a Verzei, morti di loro 8 et tre homeni d'arme presi, et cavalli lizieri 35, tra li qual uno homo d'arme da conto, zentilhomo, et altri 6 armadi con il corpo di la curaza, il resto tutta zentaia et homeni desuteli. De stratioti fo presi do et uno ferito.

A dì 23 ditto, havendo per avanti scritto la Signoria in campo si dovesse far 2000 elemani, per via di domino Zorzi di Pietraplana, et cussì ditto domino Zorzi li mandò a far. Et essendo il tempo di mandarli a levar, et darli fiorini di Rens do per uno lì, et do come zonzevano in campo, unde ritrovandossi in campo venuto a veder uno nostro patricio..... Valier, parsse a li Provedadori di cometterli tal faticha, di mandarlo mia 50 de lì fino a..., per ditti elemani, et più in là si 'l bisognava, per levarli, pagarli et farli venir in campo. El qual patricio, vedendo era necessario per servir la Republica, libentissime questo cargo acceptò. Et cussì in questa matina, a dì 23, si partì con li danari et uno fameio et tre altri in sua compagnia; et, datoli scorta, lo accompagnaseno mia X lontan dil campo, andò al suo viazo.

Vene lettere di li capi dil conseio di X, che li Provedadori non scrivesseno a persone private nove alcune, juxta la leze era; et questo per certi remori di parole fo ditto a Venetia; et li rescrisseno erano contentissimi.

È da saper che, havendo a dì 22 ditto, a hore 3 di notte, li Provedadori scritto, juxta il consueto di una lettera al zorno, a la Signoria, el corier fo pigliato da i nemici di Novara, o fusse franzesi o villani, et tolto le lettere le averzeno, et parse di mandarle a Verzei, poi dal Re, per tre villani. Li qualli, ita volente Deo, fo da alcuni nostri fanti a pe' presi, et toltoli le lettere. Li quali li offerse a ditti fanti ducati 50, et liberasse colui portava le ditte lettere, le qual ancora nostri non le haveano acatate; ma visto, voluntarie se dava tanta taia, lo zerchono e trovoli queste lettere, et lo condusseno in campo a hore una di notte, et presentate le lettere di Provedadori insieme con altre lettere franzese, scritte per el Duca di Orliens al Maraschalcho de Giaè, a mons. di Pienes, a mons. de Fois et ad altri, tra le qual ne era tre in zifra. Su una era scritto li 600 elemani in Novara erano intrati, ma non le vittuarie; solum cavalli 10 con alcuni sacheti di farina streti et longi, da tener davanti l'arzon, de 400 sachi i erano, e alcuni.... de vin e altre cosse da manzar. In altre lettere si conteniva li dovesse mandar danari per dar a le zente da pe' et a' cavalli, zoè ducati 24 milia, come se referiva a quelle in zifra. Per un'altra significhava, come havia preso questo cavalaro con lettere di Provedadori, le qual le mandava a mons. de Fois in Verzei, che le lezesse et monstrasse a tutti dil suo conseio. Et la copia di le lettere in zifra li Provedadori mandono a la Signoria a dì 25, et ditti villani fonno messi in cepi per farli impichar. El corrier non intendevano dove si fusse. Quello sarà, scriverò.

In questo zorno, dovendo partirsse dil campo per ritornar a Venetia Piero Marzello et Zorzi Emo sopra nominati, et il Marzello si amalò e rimase a li Orzinuovi, et l'altro vene di longo, et acompagnati da Bernardo Contarini con 350 stratioti ditti oratori fino a Monticelli, mia 3 distante dil campo, et tolto licentia, esso Bernardo Contarini si voltò in zoso verso Verzei, et cavalchò con ditti stratioti fino mia 8 di là da Verzei, scorzisando tutto quel paese. Et havendo gran voluntà de scharamuzar, quel zorno se redusse sopra una colina, circondata di una bellissima campagna, et ordinò le guardie prima sul fiume, poi ai passi di le strade, et mandò fin su le porte di Verzei zercha 50 cavalli. Ma quelli di la terra mai volseno ussir fuora. Et vedendo stratioti che non ussivano, 100 di loro corse quasi fino a Turin, zoè sino sopra il fiume chiamato la Sciesa, et tolseno zercha cai 600 de animalli, tra grossi et menudi, et li condusseno a salvamento in campo, che niuno non li vene in contrasto. Et questo fo la matina.

El Duca de Milan mandò a drezar il suo pavion, et preparar il suo lozamento per venir in campo.

A dì 24 ditto, in campo se ritrovava molti amalati, per il manzar de fruti, et senestri patidi, sì homeni d'arme, contestabeli, quam fanti; dei qual ne era solum 2500, tra provisionadi et page da guazo, et questo per esser molti fuzidi. Unde la Signoria scrisse, el remedio di tenirli era darli la paga ogni 12 zorni.

In questa matina, per do fanti italiani fo preso uno frate di San Francesco, ussito di Novara, el qual arcogieva fasuoli et pome per portar in la terra. Et menato dal capetanio, li fo dato da disnar; et, examinato, referite in la terra esser gran necessità, et franzesi havia tolto quello havea da viver essi frati, et etiam uno monasterio di monache, per modo li soi frati non haveano che viver, et conveniva far cussì per viver; et che principiaveno a divider le carne per cadauno, et ne era pocha; non haveano pan, et viveano de fruti et fasuoli; masenaveno con molini a man, et il zorno masenavano pochissimo; ne era assa' amalati; e tal zorno al suo monasterio fo sepeliti 17 franzesi; et che aspettavano franzesi el Re de dì in dì li desse socorsso; el Duca di Orliens smarito in la ciera et di mallavoia. Hor li fo ditto vedesse, per via dil suo guardian, di far li habitanti si rendesse; et cussì fo lassato.

Questa matina ussite di Novara zercha cavalli 200 per andar a Verzei; ussite per fame. El capetanio con li ducheschi li andò contra; unde, vedendo franzesi haver obstaculo, se ritornorono in la terra; tamen, zercha vinti cavalli passò, et andono a Verzei.

Ancora in ditta matina Piero Busichio, uno di capi di stratioti, andò con cavalli 100 a la volta de Verzei, et fece prede de alcuni animali grossi et menudi, in tutto zercha 400, et li condusse in campo senza contrasto.

A hore 22 li fanti todeschi di Cozanderle si levono a remor con li fanti italiani nostri, et fonno a le man; ne fo morti di una parte et l'altra X in 12, et fo ferito in una cossa da uno schiopetto Marco da Rimano, contestabelle, et mediante el capetanio et conte di Petigliano, governador, fo cessato ditto remor, et Cozanderle, suo capo, non se ritrovò, per esser andato a visitation di domino Zorzi di Pietraplana, era amalato.

A dì 25 ditto, essendo andati quasi ogni notte stratioti a la guarda, perchè non intrasse vittuarie in Novara, et non havendo trovati, erano quasi desparati. Et inteso Bernardo Contarini, che dovea ussir 2000 cavalli di Novara in far la scorta a zerte vittuarie veniva, montò a cavallo da prima sera con li stratioti, et andò a uno passo, distante dal suo lozamento mia 3; ancora fonno mandate per el capetanio le zente d'arme per altri passi, adeo era impossibile a li nemici a passar senza contrasto. Et, a hore 2 di notte, le scolte vene dal ditto Contarini, dicendo haveano udito una gran chavalchata do mia di sotto di le poste sue; et mandato a dir al capetanio dovesse far star provisti li homeni d'arme, che la chavalchata era passata, li andò driedo a le peste, per modo che, seguitando le peste, li azonseno al passo di una certa aqua, et di là di l'aqua era la nostra zente d'arme. I qualli subito cridò: Marco! Marco! credendo fusseno 2000; et li nemici sentendo, bandonò le vittuarie et si messeno a fuzer; et, per esser notte, nostri have gran fatiche a trovarli; li andava zerchando per le machie, et nostri si corevano l'uno driedo l'altro, credendo fusse franzosi. Bisognava cridar: Marco! Marco! et il nome haveano stratioti, zoè: San Valentin! Et tandem i nemici forono tutti presi. Se dice erano 35 homeni d'arme et 100 ballestrieri; et preseno tutte le vittuarie; et fo gran danno a la terra, che con grandissimo desiderio le aspettaveno. Et da poi fece correr stratioti fino di là de Verzei, et fece butini di 100 cai de animali grossi, et si scontrono in 8 chara di vin andava in Verzei, et li sfondrò le botte e spanse el vin; unde in Verzei montò il quarto più di quello valleva el vin; et tanti animali haveano stratioti, che vendeteno ducati uno l'uno.

A dì 25 ditto, per decreto dil conseio di X, fo mandato Alvise Manenti, secretario di ditto conseio, in campo; alozò con li Provedadori. La caxon fo secreta; stette alcuni zorni, e ritornò.

In questa notte, ussite gran numero di cavalli di Novara, et andati a Verzei; e tanto era la gran fame haveano, che, zonti ivi, si mettevano a manzar tanto, adeo morivano.

Per lettere di Vincenzo Valier da...., se intese che de li alemani ducheschi fuzia a 50 et 100 al trato, et haverli scontrati; et questo per non haver le sue page al tempo dal Duca.

Vene in campo guastadori mandati per il Duca; fu cominziato a far fossi et bastioni, per assecuration dil campo.

Fo portato in campo ducati 20 milia per dar la paga etc. Et per lettere di 23, la Signoria scrisse dovesse el campo star fermo dove era, et non si movesse, per non dar animo a li nemici, et che i guastadori hanno decreto et scritto, si fazi a Brexa, Bergamo et Crema, e sia mandà in campo; et intendendo el bon portamento de stratioti, scrisse a Bernardo Contarini, laudandolo summamente, et che non andasse tanto avanti, e dovesse vardarssi la persona, et confortar et abrazar li stratioti da parte dil Principe per inanimarli. Et cussì fece. Ma el Duca de Milan scrisse in campo, non volleva si facesse più corarie su quel di madona di Savoia; et in execution di le sue lettere, a dì 28 ditto, fo publichato una cria da parte dil nostro capetanio et Provedadori; tamen la Signoria scriveva dovesse perseverar stratioti in tal incursione.

El capetanio zeneral nostro have per spie, questa notte dover partirssi da Verzei 4000 alemani, et venir a soccorrer Novara; unde terminò obstarli, et mandò zente a tutti i passi e strade. Et venendo in ditta notte, per la via erano le guarde, et discoperti, Thadio da la Motella, con la compagnia coionescha, li andò contra, e trovò zente d'arme et fantarie inimiche, e cavalli con vittuarie; et investite, et sacomani havea sacheti longi di farine; altri barileti de vin longi et stretti; altri carne fresca et salada, et polami cotti; et non potendo alcuni fuzer sì presto, saltono di cavallo per sconderse in le machie, lassando li cavalli con ditte vittuarie solli; et nostri prese in questa baruffa 25 homeni d'arme in 30, dei qual era do cavalieri, homeni di condition, et li menono in campo con li elmetti in testa. Sette di loro erano a cavallo, scosi ne le machie, aspettando la notte per poter fuzir; et etiam le vittuarie fonno tolte, et nostri soldati trovono adosso questi, sì homeni d'arme quam sacomani, molti danari. Item, preseno uno secretario dil bastardo di Borbon, è in Novara; el qual havea una busteta apichata a l'arzon dil cavallo, ne la qual era ducati 500; et per paura si butò da cavallo et fuzite, lassando el cavallo con la busteta e danari, li qual fo tolti per nostri. Et questo fo a dì 26 avosto, in mane.

A dì 26, quei di Novara teniva tutta la notte fuogo in zima la torre; la causa non si sapeva, si judichava volesse soccorso. Li presoni, presi come ho scritto, fonno examinati; li qual riferiteno, erano 35 homeni d'arme, 100 pedoni e cavalli molti de vituarie, venivano versso Novara; capetanio era mons. di la Palissa et mons. de Satiglion, et non sapevano si mons. de la Palissa era venuto, però lo lassono a la porta de Verzei, ma ben era mons. di Satiglion con loro. Item, si ritrovava esser in Verzei 600 lanze, senza quelle era col Re con la sua guardia; la qual è 100 lanze, 400 arzieri et 200 ballestrieri a cavallo; de fanti era in Verzei zercha 5000, tra elemani et altre generation, savoini, piamontesi, guasconi etc. El Re se ritrovava a Turin, e andava spesso a Chier; et che era partì 400 elemani per andar a Provenza, per passar a Napoli in soccorsso di castelli; et che era in ville tra Turin e Verzei molti amalati franzesi, ascosi nelle machie, et alcuni fanti, li qualli da li ragazi et villani dil paexe erano presi et condutti in campo. Et cussì a dì 30 ditto, mandono a Crema franzesi ij et arzieri 6 in castello a custodia, ordenando li fusse dato da manzar solum pan et vin. Et fo dato a tutti la so taia; poi ancora fo mandati de li altri, et etiam ducheschi mandono a Milan, a dì 31 ditto, pedoni 53; et questo perchè el Ducha ordinò cussì fusse mandati.

Per uno messo di Anzolo Francesco da Santo Anzolo, venuto di Verzei, se intese, per haver stratioti spanto quel vin, come ho scritto, era cresciuto el vin un quarto più di danari la mesura; et tutto il paese era in fuga per causa de stratioti, et che quei di Novara, vengono lì per fame, tanto manza che moreno.

A dì 27 ditto, li ducheschi have una lettera da uno suo capo di fantarie, in uno castello mia 3 a presso Fontane, advisava, un bon numero de cavalli et elemani se reduceva a....., nè sapeva ad quid; et che si dovesse far provision, dubitando di la rocha di Fontane, licet fusse forte. Unde, andati dal capetanio et Provedadori, deliberorono di mandar questa notte 100 homeni d'arme con 100 cavalli lizieri et 200 fanti a sopraveder, et Fontane è mia 12 dil campo, con hordene dovesseno star pocho, et poi tornasse.

El conte de Petigliano si fece uno pocho di mal a una gamba, tamen veniva da li Provedadori a consultation. Et la Signoria scrisse a li Provedadori che ditto Conte facesse 500 provisionadi, stesse sempre a presso la soa persona. Item, a dì 25 ditto, scrisseno, per li boni portamenti de domino Zorzi de Pietraplana, capetanio di elemani ducheschi, li Provedadori dovesse, nomine Dominii, donarli fiorini di Rens 300.

A dì 28 ditto venne in campo uno ambassador di la Duchessa di Savoia, dolendossi di le corrarie si faceva, et che questa madona non aspettava, essendo amiga di la Signoria, et consanguinea dil Duca de Milan, et che, fino hora, lei havia messo ogni sua forza a far ogni ben.... con il Re, et tamen li era stà tolti castelli per quelli ducheschi, et scorsizato el paese. Et che il Re, inteso questo, li havia ditto che, al presente, era tempo di romper et non aspettar più, et che fin pochi zorni la dominarave 4 castelli dil Ducha; perhò pregava el capetanio nostro et Provedadori non facesse far più corarie, perchè ancora lei poteva far danni su quel di Milan; et che dovea andar a Milan a dir etiam questo al Ducha. El capetanio rispose, poi che l'andava a Millan, el Duca li faria risposta conveniente; ma che si havea fatto comandamento non si facesse più corarie sopra quel di la sua Duchessa, fino non fusse ordinato altro. Et ditto orator restò assa' satisfatto, et tolse licentia, et andò a Milan.

Anchora, in questo zorno, vene in campo uno todesco di Strozpurch, zornate 12 lontano de lì, a uno...., capetanio di elemani 3000, era nel campo duchescho. Et referite, li elemani era col Re de Franza esser partiti per comandamento dil Re di Romani, et tornati a caxa. Item, che era zonto a Strozpurch cavalli 2000, et fanti 5000 di esso Re de Romani, venia in campo in soccorso nostro, et che de lì za erano partiti, venendo di longo. Questo era il Ducha de...., veniva in campo, come per lettere de li oratori nostri a esso Re se intese dovea venir.

Per uno venuto in campo, mandato a li Provedadori per Thadio da la Motella, el qual habitava a Turin, refferì, come a dì 28, a hore 15, el Re fece conseio, et, disciolto, vene fuora mons. de la Tremoglia et mons. di Bres, et che lui sentì dir a mons. de la Tremoglia versso mons. di Bres: El Duca de Millan zercha far apontamento con il Re nostro. Et mons. di Bres rispose: Io el so; ma voria più presto si fesse questo apontamento con la Signoria de Venecia, che con il Moro traditor. Item, che era con el Re 400 arzieri et zercha 100 homeni d'arme e alcuni zentilhomeni de Franza, ch'è la soa guardia; et in le altre ville, da Turin fino a Verzei, era zercha 3000 persone, et in Verzei haveano fatto la description di fuogi; trovò numero 1500; et partivano le zente a tanti per fuogo, zoè 5 homeni per cadaun fuogo, tra uteli et inuteli.

Item, ch'el Re vollea mandar a soccorrer Napoli alcuni cavalli et certi pedoni per mar; et in Verzei era gran numero de amalati, et tamen dicevano voler far gran cosse.

In questo zorno i nemici corsse a uno locho dil Ducha de Milan, chiamato Palestra, tolse animali et amazò tre villani; et, fatto pocho danno, ritornono a' soi lochi.

In ditto zorno zonse Alvixe Manenti in campo; et Zuan de Bernardo fo mandato canzelier di Bernardo Contarini, provedador di Stratioti, el qual prima era con Piero Duodo.

La Marchexana Maria di Monferà, di età zovene et bella donna, in questo zorno morite, et rimase di lei uno fiul, tra li altri, chiamato Guilielmo, el qual era Marchexe, di età picolo. Questa governava quel stado insieme con suo barba, el sig. Constantin Arniti; et fu etiam eletto da quelli popoli in governo dil sig. Marchexe et di quel stado. Et partito di Verzei se ne andò a Casal, et fu aceptato come governador; et scrisse al Ducha de Milan non voler acceptar tal governo senza sua saputa, però che quel stado era comandato a esso Ducha.

Li todeschi di Cozanderle in ditto zorno si levò a remor, et insieme con lui a cavallo si messeno in campagna, dicendo vollevano la sua paga senza far mostra, minazando de partirsse. Et non zovò a li Provedadori darli bone parole, per esser esso Cozanderle homo scandaloso; unde fo forzo al capetanio et al sig. Galeazo, capetanio di Milan, montar a cavallo; et ivi andono con bone parole fonno tasentati; et conveneno mandar per Orssato Morosini, pagador, li desseno la loro paga lì in campagna.

In questa mattina, domino Zorzi de Pietra Plana con gran febre fo portato a varir in Vegevene; et li Provedadori si offerse al suo canzelier in ogni cossa, volendo darli li fiorini 300.

Fo fatto in campo 3 bastioni: uno su la strada che va a Verzei; l'altro a una chiesia di Santa Marta, lontan di Novara mancho di mezo mio, per securtà de li fanti erano in detta chiesia a custodia; et il terzo su la strada di sopra, versso il monte, la qual strada è maistra etiam da Verzei a Novara. Item, fo fatto uno fosso, andava dal bastion primo, era a la strada di sotto, referisce a la strada di sopra, va da Verzei a Novara; el qual fosso veniva a divider Novara dal campo nostro, et questo pocho manchava a fenir, e dentro il fosso era un'aqua che correva; et di qua dal fosso fo fatto uno spalto, alto più di uno passo, con fassine et terren grosso zercha 4 pie'; et ogni zorno con li guastadori seguivano ditto lavor, per fortifichation dil campo.

Vedendo la Signoria la insolentia di elemani, et etiam el capetanio esser de opinion si facesse, in loco di 2000 elemani volevano ancora far, tanti provisionadi; unde scrisseno in campo, a dì 26 ditto, si dovesse remetter a li contestabeli di le page di guazo tante page, computà quelle hanno fino al numero di 2200, et non facesse più elemani ma 2000 taliani; oltra di questo, per lettere di 27, ordinono si dovesse al tutto strenzer Novara, ma non potevano nostri per le gran pioze, et quel terren esser molto al basso et palustre; et che a li stratioti, erano stà amazati li loro cavalli, si dovesse pagarli ducati 15 fin 20 per uno, a quelli presenterà li cavalli da comprar; et questo feceno a ciò stratioti fusse a cavallo; et dovesse dar a Bernardo Contarini, per spexe, ducati 100.

A dì 30 ditto, le zente andono a Fontane, sì come ho scritto di sopra, ritornò in campo, non havendo trovà niente.

Zonse in campo 100 guastadori da Crema, sotto uno cittadin chiamato Christofaro di Marco.

El Ducha de Milan scrisse vollea venir questa settimana in campo; et cussì referite el suo capetanio a li Provedadori.

In questa matina, essendo andati alcuni stratioti a sacomano, scorseno alquanto versso Novara, et detteno fuga a molti de li nemici, et preseno 6 franzesi, dei qual ne era 4 arzier et do sacomani, insieme con 8 cavalli; sì che stratioti non steva indarno.

A dì 31 ditto et ultimo di Avosto. Fo examinato Bonino, stafier di mons. di Serna, el qual diceva, a uno crido faria venir fuora di Novara zente. Unde, li Provedadori mandò Jacomazo di Venecia, capetanio di le fanterie, con alcuni fanti et cavalli, et el ditto legato, et più volte cridò, tamen mai non vene fuora niuno; unde lo feceno impichar per le busie diceva. El qual, avanti morisse, discolpò molti, dicendo non diceva il vero, però che incolpava molto quel..., capetanio di molti elemani ducheschi, tamen non era in alcun dollo.

Questa notte, essendo stà la sera deliberato de reiterar de dar el guasto a Novara, et Bernardo Contarini mandò 100 stratioti, et el capetanio mandò molti provisionadi e fanti a piedi, et detteno il guasto. Poi questa matina per tempo fo mandà tutti li sacomani e guastadori, con bona scorta di zente armata, sotto la terra a vendemar et tagiar li sorgi et megi, di le qual cosse quei di Novara trazeva grande sustantia; et niuno di la terra vene fuora a difendersse, ma con le bombarde fece alquanto de deffensione, per metter terror a' nostri, tamen non fece alcun danno nè dispiacer. Et in questo zorno vene fuora di Novara uno nostro fante a pe', preso dai nemici, et riferite come in la terra si vendeva pan molto negro e vin mosto. Et intendeva esser formento per tre mesi et non più; animali da far carne uno mexe; et la notte passata era intrati alcuni danari per dar la paga; tamen questo se divulgava, et lui non li havia visti; eran assai amalati, molti morivano; et che tutta questa setimana erano franzesi stati in arme, per il guasto aspettavano si dovesse dar, et eran 4000 ben armadi.

Nel nostro campo ne era molti amalati ne moriva, et etiam cavalli morivano; et li Provedadori continuamente dimandavano licentia de repatriar, et fusseno mandati altri in suo loco; ma il Senato non volsse, considerando la suficientia, maxime di Marchiò Trivixan.

In questa matina, come fortasse ho scritto, fo mandato uno presente al Ducha di Milan, di la preda dei nemici; zoè pedoni 53, tra francesi, guasconi et elemani, aziò ne facesse quello pareva a Soa Excelentia di loro.

La Signoria scrisse gli dovesse ultimar l'impresa; laudava Bernardo Contarini et li condutieri; che se diga a Cozanderle fazi li suoi elemani siano uniti, pronti a li bisogni et aparati; et che advertissa i non fuzano; et che quelle zente di Rimano, Pexaro et Ducha di Gandia, fatte le loro mostre, li debbino dar la soa paga.

In ditto zorno, Bernardo Contarini con li stratioti passò la Sesia, è uno fiume a presso Verzei, a man destra; et lui rimase con il resto in cima una collina, con ordene che quelli che correvano con el butin dovesseno andar a passar mia 5 di sotto, come havia mandato X stratioti a la varda di quel passo, perchè quel passo fusse stà occupato, li butini seria andati più basso mia X seguramente; et poi ritornò in campo.

In questo zorno fo rescatato el cavalaro nostro, fo preso da li fanti de Novara, et tenuto fin ozi; et fo reschatato per uno prete franzese, che za molti zorni era stato presone in campo.

Dil Nontio dil Pontifice, andò dal Re, O se intendeva, che subito dovea tornar, per haver fatto quello ho scritto. Et questo basti quanto a le cosse seguite il mese di Avosto in ditto campo. Et per sequir l'hordene di tempi, altro scriveremo; poi ritornerò al campo, al successo dil mexe di Septembrio, secondo il consueto.

Successo seguito a Napoli et in Reame in questo mexe di Avosto 1495.

A dì primo Avosto, per lettere di Hironimo Rengiadori, date in Napoli et mandate a Roma a l'ambassador nostro, demum in questa terra, come a dì ultimo Luio era ritornato el sig. Prospero Colonna con li capitoli dil Principe di Bisignano, et per il Re fonno subito expeditti. Le cosse di Calabria si prosperava; in Abruzo la città di Chieti alzò le bandiere di Ferando, li castelli più si teniva per il Re de Franza, et assa' molestavano la terra con le artiglierie, et ogni giorno erano a parlamento di acordarsi, tamen senza conclusione. Ferando pativa assai de artilarie et bombardieri; et qui sotto sarà notado una lettera di esso Re, scritta a li soi ambassadori a Roma, di le nove occorreva; la qual è questa:

Exemplum litterarum regis Ferdinandi, Regis Siciliae.

Magnifici viri consiliarii, fideles nostri dilecti.

In questa hora è ritornato lo ill. Prospero Colonna, qual, come vi fo scritto l'altro dì, andò con una galea al Prencipe di Bisignano, et ha riportato tali apontamenti dal ditto Prencipe, che già è a li nostri servitii e fedeltà, et è per far quanto da noi li sarà comandato. El simel dice del Conte de Capacci, et de quelli altri baroni Sanseverineschi. Del che ne è parso darve avviso per vostra noticia, et a ciò lo faciate intender a la Santità di N.S.

Data in castello di Capuana, ultimo Julii, 1495.

Rex Ferdinandus,

Charitaeus.

A tergo: Magnificis viris Hieronimo Sperandio, juris doctori, Aloysio Ripol et Bernardino Franco, oratori et secretariis nostris fidelibus dilectis.


A dì 4 a Napoli se intese a la volta de Castel di S. Giovanni esser sublevato el sig. Fabricio Colonna, lo Duca de Sora, el Conte di Populo, el prefetto sig. di Senegaia, Carlo di Sangiuna, Belengier Caldoro et alguni altri, per il Re de Franza contra re Ferandino, venuti per dar soccorsso a una terra chiamata Venafre, mia 40 lontano di Napoli; la qual terra ha tenuto e tenia le bandiere franzese contra il conte loro Signore, che teniva le bandiere aragonese; et si diceva questi erano con 8 squadre de cavalli et fanterie. Et subito inteso questo, in ditto zorno se partì de Napoli el Marchexe di Peschara con 5 squadre de cavalli et zercha 2000 fanti per seguitarli; et etiam andò lo Ducha di Mellfe con 3 squadre. Et questo perchè i nimici haveano dà voce de sachezar Venafre; et di Capua et altri lochi vicini altre zente li seguitono, in favor de ditto re Fernando. Tamen a Napoli se pratichava acordo con ditto Fabricio Colonna; et havia mandato a Napoli uno so ambassador, chiamato Bernardino..., come ho ditto di sopra, a offerir al Re la persona et le sue zente, et mandò capitolli; i qualli per il Re fonno subito expeditti et remandati in Napoli. Restò in loco dil Marchexe di Pescara el sig. Prospero Colonna, affine di ditto Fabricio, novamente venuto a Napoli a' stipendij di quel Re, come ho ditto di sopra. El Re deliberò di mandar 3 galie in Sicilia, per la Raina, fo moglie di re Ferando vechio, a ciò ritornasse habitar a Napoli.

Le cosse di Puglia, tutto era reso a esso re Ferando, eccetto lo castello di Barletta, et etiam el castello de Trane, non obstante ivi era andato il Principe di Altemura, don Federico, et havia ordinato una battaglia, et datolo a sacho, et al primo intrava ducati 200, al secondo 100, verum li custodi si reseno.

A dì 4 fo profondata un'altra barza francese in Napoli, et un'altra pur con quel colpo di bombarda fu trapassata et ingalonata; et cussì ogni dì indebolivano le cosse franzese.

L'armata di la Signoria anchora si ritrovava a Monopoli, et dete a don Federico cavalli 400 di stratioti, a ciò compisse di recuperar la Puia.

El conte di Monte Odorico, che fu ferito come scrissi per avanti, stava pur grave; tamen varite.

Questa è una lettera del sig. Fabricio Collona, di quello era successo.

Illustrissima Domina, consors honoranda.

Partendo per Venafre con lo sig. conte Populo et lo sig. Troiano, essendo propinquo a la terra 3 miglia, trovamo li nimici che si haveano fatto forti de là dal fiume, el qual divideva tra noi et lor. Li qual inimici erano lo sig. Hieronimo di Totavilla, el Ducha de Malffi, Rinaldo di Capua; con loro haveano tutti li ballestrieri de mons. Ascanio, et li cavalli lizieri et li ballestrieri dil sig. Hieronimo preditto, et fanti assai; et tutti erano più di 100 ballestrieri a cavallo, et cavalli lezieri zercha 60, et più di 500 fanti; nui non havevamo 30 ballestrieri, ni 25 cavalli lezieri, zercha 20 fanti. Con tutto questo avantazo, me aproximi a ditto fiume con 3 squadre et li cavalli lezieri, dove za era la artilaria; et vedendo li nimici disposti a far facti d'arme, li andai incontro solo con la mia squadra et li cavalli lezieri veneno. Loro con molti cavalli lizieri, ballestrieri et homeni d'arme, comenzono la scaramuza, dando l'uno a l'altro di bravi colpi; et ditta scaramuza durò più di un'hora; in la qual zoè furono feriti, tra una et l'altra parte, molti, et cavalli, et forono presoni di loro più di 80, svalizati, tolti li cavalli et morti; de li nostri, feriti zercha 3 o 4. Et anche in la preditta scaramuza è stato ferito de spada, ne la man dreta, el preditto sig. Hieronimo; dubito che non se ne possi prevalere. A l'ultimo de la scaramuza, che ancora non restavano di preliare, tra li molti altri che erano stati conquisi, zoè erano doi dentro al fiume, che li nostri li forno adosso, et, ussiti d'ogni speranza, mi si ricomandaron; li vulsi restituir la vita, et li usai una gran charità et magnanimità. Feci di continente retirar in driedo li nostri, che za li haveano conduti a l'ultimo extremo, et li feci ussir fuora dil fiume et ritornarli di morte in vita. Et cussì fornita la scharamuza, che l'una et l'altra parte, se tiramo indriedo del fiume; et loro se ne andorono a Prata, et io veni a Venafri, dove son stato molto acceptissimo et carissimo di tutta questa università; et spero d'indi haver lo castello. Di tutto ho voluto avisar V.S., a ciò che quella de le felicità ne faza partecipe li nostri. Son certo epsa insieme con mi ne arà piacere. Tamen V.S. non cessi darme avvisi assiduamente de tutte nove accadino, per missi a posta, dicho chiari et senza alguna passione, perchè come sa V.S. me sono importantissime. A la qual mi ricomando.

Venafrio, V Augusti 1495.

Vester consors Fabricius Columna, Taleacotij et Albae comes, armorum christianissimi Regis locumtenens.

A tergo. Ill. D. consorti hon. D. Agneti Monfeltrae de Collumna, Taleacotij et Albae comitissae. Questa è sorella dil Duca de Urbin.


A dì 7 Avosto a Napoli el re Ferando scrisse una lettera a la Signoria; et, parlato col consolo nostro, disse come eri era stato, et parlato con quei dil castello, dimandavano salvo conduto per alcuni, e poter ir salvi; et il re non li volsse far, perchè erano ribaldi, et dicevano una cossa hozi et diman un'altra, et non stavano saldi in uno proposito; però li volleva strenzerli, et frachassarli l'armada; et za havia cominciato. Item, che il Principe d'Altemura, abuto el castello de Trane, dovea andar a Taranto, et non aspettava se non Don Cesare a Brandizo con zercha cavalli 400, et che saria el vicerè franzese; tamen di questa morte non fo vero. Et stete cussì alcuni zorni, che Ferandino crete certo fusse morto. Et ancora li disse di l'acordo dil principe di Bisignano et conte di Capazo; et il fiul de ditto conte venia da soa Majestà, et sperava de acordar Fabricio Colonna, essendoli andato il marchexe di Peschara, era molto suo amico. Item, che esso Re se ritrovava a presso 1000 homeni d'arme, et ogni dì ne zonzeva de li altri, et vollea mandar 7 galie et qualche barza per la Raina; et havia lettere de li Reali de Spagna con bone nove, benissimo disposti a le cosse sue; et vollea mandar uno suo orator a Venetia, a rengratiar la Serenissima Signoria di le cosse geste. Et elexe domino Antonio di Zenari, dottor, operato in essa legation per Soa Majestà.

El castello non restava de trar continuamente a la terra; ruinava ma non però amazasse niuno. Et a dì 7 ditto si scaramuzò nostri con alcuni ussiti fuora de ditto castello; de i qual fo morti 9, et alcuni presi; et de quelli de Ferandino fo morto uno sollo. El capetanio zeneral nostro, per quanto inteseno a Napoli, era ancora a Monopoli con 14 galie; el resto havea mandate contra Camallì; el qual, come la Signoria have aviso per lettere de Levante, era con 6 fuste benissimo in hordine sora il Zante, in conserva con do fuste de mori, et volleva andar a la volta de Barbaria.

A dì 14 ditto fo preso el barco, ch'è uno loco a presso Castel nuovo.

A dì 15 avosto, preso il barco a Napoli, el Re comenzono atender a Santa Croxe, dove franzesi si haveano fortifichato, et faceva gran diffesa; et di monasterio era, si fece fortezza.

Questa matina fo ferito don Zuan de Zervigliano da' soi medesimi per disastro, non però di pericolo.

Et el Re, a dì 14 da sera, have nuova esser acordato con soa Majestà el sig. Fabricio Colonna et lo conte di Populo et l'Aquila e tutto Apruzo; per conseguente tenivano haver di brieve; et il marchexe de Bitonte a hora potrà venir a Napoli, qual prima non potea passar per questi nominati di sopra.

A Napoli aspettavano con desiderio el Vescovo di Melfe con le zente pontificie, doveano andar in soccorsso dil Re.

A dì 25 ditto, zonse a Napoli do nave grosse de zenoesi, zoè una chiamata la Negrona e l'altra Camila, benissimo in hordine; et il secondo zorno che le zonseno, alcuni franzesi montono in uno bragantin per andar in le ditte nave e dar partido a quelle, et quei dil Re preseno el ditto bragantin con ditti franzosi; tra i altri era el patron de la galiaza de Belcari, et el patron di la nave armada, et il tesorier di franzesi; e tutti fono menati al Re per presoni.

A dì 27 comenzò el Re a far bombardar Pizafalcon, si teniva pur per franzesi, et butono gran parte di muraglie zoso, et sperava di breve haverlo; unde franzesi dimandava acordo, et il Re non si curava. Et per più chiara intelligentia di le preditte cosse, qui ponerò il summario di alcune lettere scritte a la Signoria nostra per Lunardo Anselmi, consolo a Napoli, che narra tutto el seguito. Et prima:

Come per la lettera di 4 Avosto apar, che havia inteso da la regia Majestà come el marcheze de Peschara era tornato, per non haver trovato quelli che pratichavano acordo per Fabricio Colonna; et che el sig. Prospero era ivi a li repari, in luogo dil prefato marchexe; et che el Re havia mandato 300 cavalli a rincontro de quelli li saranno contrarij; et che reputava el sig. Fabricio suo et il conte di Populo; et erano andati con ditte zente el Duca de Melffi, el sig. Hieronimo Totavilla, el conte de Venafro; et che a dì 3 era ussito di castello mons. de Clarius, el qual era stato ivi ambassador per il Re de Franza in tempo di Marco Antonio Moresini, kavalier, orator veneto; et con lo ditto ussite 4 altri zentilhomeni d'assai, et fonno in longo ragionamento con la Regia Majestà; però non ce fu niuna conclusione; et il Re sperava presto haver ditto castello; et che di le zente di Calabria, era con il Vicerè morto, tamen è da saper non era morto, licet cussì si credesse, el Re tentava haverle a' suoi servitii. Item, come Soa Majestà havia habuto gran piacer di l'orator creato per venetiani, et che il castello non cessava di tirar a la terra di Sant'Elmo, pur se tirava anche al castello et dal muolo a l'armata...., la qualle ogni trato se diminuiva. Et per lettere di 5 ditto, come el Re li havia ditto, haver habuto aviso dil zonzer di domino Hieronimo Sperandeo, orator suo a Roma, solenemente riceputo; et li andò contra, tra li altri oratori, Hieronimo Zorzi, kavalier, orator veneto nostro. Item, che il castello tirava al continuo, era di gran molestia a la terra; et la Majestà Regia pur ogni zorno era a li repari.

Ancora ditto cònsolo scrisse a dì 30 Avosto a la Signoria una altra lettera di questo tenor. Le cosse di questo Re succedono ben; continuamente se atende a ruinar Pizafalcon, qual è in parte disfato; et, obtenuto quello, haranno Santa Croce et l'armada; la Majestà dil Re spera poter bombardar el castello, et haverà il fosso; et mandava a pigliar a Roma con una galia do bombarde grosse, che il Pontifice li consente, et ne haverano un'altra, che saranno tre; etiam ha deliberato mandar a Gaeta certe galee et barze, et fino 500 fanti per terra con alcuni boni capi, perchè ha qualche intention da quelli cittadini. Li ha ditto haver di Calabria, quelli spagnioli haver preso Terra Nuova et Monte Lione et uno altro loco; el prencipe di Altemura si preparava per Taranto, qual si l'haverà per le vendeme, che sono ogni loro sustantia, oltre le peschason che non ponno dispensar; et andò a questo modo. Questo legato l'altro heri fè convochar segii et molti zentilhomeni, a li qualli, per parte dil Pontifice, rende gratie di buon portamenti di questa città, in haver con tanto amor receputo la Majestà dil Re, con molte aconze parole; et che, quanto al juramento fatto al Re de Franza, Soa Santità absolveva ogniuno, pregandoli etiam per parte di quella, che volesseno continuar in questo buon vollere, secondo haveano incominciato. Li fo, per quelli, risposto ben a proposito. Venafra in questi dì alzò le bandiere; et cussì se attende habbi a seguitar per tutto l'Aprucio, mediante le opperation collonense et del conte di Popullo; et che per lettere di Trani, di 23, li stratioti nostri haveano fatto gran preda de bestiami, tra Altemura, Gravina et Matera et tutto quello paese, de più de capi 6000, et a quell'altre bande de Venosa et Spinazola, de più de 4000 tutti grossi.

Item, come era ritornato Prospero Colonna con la conclusion dil Principe di Bisignano, conte di Cosenza etc., li qualli tutti erano contenti di venir a l'ubidientia di quel Re. El vicerè de Calabria, mons. de Obegnì, se morì; et quelle zente erano rimaste con disordine, el Re atendeva a condurle per sè; tamen non fu vero ditta morte. Item, che il castello di Trani si teniva, non obstante la venuta dil Principe di Altemura, il qualle havea ordinato la battaglia, et datolo a sacho; al primo intrar, saltem ducati 200, al secondo 100; et che eri era stà profondata un'altra barza, et un'altra pur in quel medesmo colpo passata et ingalonata. Et cussì ogni dì se indebeliva le cosse francese. El conte de Monte Odorisso steva pur grieve, et el Re era stato in quel zorno a visitarlo, perchè molto lo amava.

A Roma cosse seguite.

El Pontifice a Roma, volendo aiutar re Ferandino, elexe uno legato a Napoli, chiamato el prothonotario Borges, suo nepote, di natione spagniol; et da questo Pontifice fatto arziepiscopo di... Et a dì 19 Avosto partì di Roma, ed andò versso Napoli.

A dì 21 ditto, vedendo esso Pontifice le continue spexe et operationi de Venetiani contra el Re de Franza, per ben de Italia, scrisse uno brieve, el qual sarà qui sotto scritto, laudando molto la Republica. El qual fo translatato in terza rima per Zorzi Summariva sopra nominato, et butato a stampa.

A dì 28 ditto, in Roma, Hanibal, fio dil sig. Jullio di Camarin, era già soldato di la Chiesia, con le sue zente d'arme zercha XI squadre, et poi fo mandato a Napoli in aiuto dil Re preditto.

A dì ditto, el castelan di Hostia, chiamato Monaldo di Guerra, franzese, però che ancora si teniva per esso Re, fece squartar uno; et questo perchè diceva el Pontifice lo havia mandato, a ciò lo atosigasse; tamen, ut dicitur, non era il vero; pur lo fece squartar, licet fusse molto suo amico, et homo di reputation.

Exemplum brevis sanctissimi Domini nostri ad Ducem et Senatum Venetorum[142].

Ancora el Pontifice, havendo per avanti scripto al re di Franza, lamentandose del suo capetanio de Hostia, che deva noia a' romani et a le vittuarie li veniva, unde el Re fece risposta. Etiam scrisse a ditto capetanio, le qual do lettere sono queste sotto scritte.

Copia di una lettera dil Re de Franza al Pontifice.

Sanctissimo D. N. Papae.

Sanctissime pater.

Noi havemo receputo el breve de Vostra Sanctità, facendo mentione di missier Monaldo di Guerra che sta in quella parte di là, che non lassa passar per lo Tevere le vittuarie che sogliono andar a Roma. Sanctissime Pater, noi l'havemo sempre cognosciuto per homo da ben, nè mai in lui fo trovato cossa che fusse di reprensione. Noi li scrivemo quello che voi ne havete ditto, e faccio quello che in vostre lettere si contiene senza fallo; le qual mandemo a Vostra Santità, et semo certi che lui non darà alcun impedimento, imo vorrà far tutti li apiaceri et servitii a Vostra Santità et a li habitanti in Roma, a li qualli nui siamo molto tenuti, perchè loro ci hanno molto ben trattati et tutta nostra compagnia, et ultimamente, quando passassemo per Roma; et cussì nui intendemo de loro; et piacia a la Santità Vostra cussì mandarli et notificharli. Sanctissime Pater, nui havemo inteso che vi sono state referite molte novelle de nostra venuta da po' di Roma fino qui, et specialmente quando noi siamo passati, et dove habiamo trovato tutta la potentia de' venetiani et la mazor parte de quella de Millan et altri de Italia et de altri loci; al qual loco piaque a Dio a noi donar victoria contra quelli che vollevano impedir nostro pasazo; et restò de loro quasi 4000 homeni d'arme, et de li più da bene et capi di squadra et conduttieri et de loro altra zente, fino al numero di homeni 3500 in 4000; et de li nostri, in fra boni et mali, non restò 60: il tutto fo in difensione de nostra persona. El Nostro Signor sempre ha condutto nostre facende; et si a lui piacerà le condurà fino a la fine. El qual sa bene nostra intentione quella era de andar contra turchi, per augumentation et exaltation di la fede et de la Sancta Ecclesia, se non fusse stato la machination et malli spiriti che hanno desturbato fino a questi zorni, attendendo a li malvasi prepositi.... Noi siamo stati mal contenti de la effusion dil sangue; niente di meno ci è stato ditto che hanno fatto li fochi de allegrezza in Roma, credendo che eravamo morti o ver menati presone a Milano, o ver a Venetia; unde nui havemo voluto notifichar a la Sanctità Vostra, che quelli che hanno fatto a questa intentione, doveano esser più mal contenti che alliegri. Perchè havemo inteso che Vostra Santità et alcuni de li signori Cardinali havete mandato soccorso de danari e de zente al re Ferdinando contra nostra zente che havemo lassato a Napoli, quello che non potevemo creder de Vostra Sanctità, che per rason non lo pò ne lo deve far; e più conveniente cossa è de quella mostrarse neutralle, che parte fermata, et cussì facendo fa l'officio de bono judice, perchè contra Vostra Sanctità non possamo haver fatto nè pensamo far cossa, per la qual quella da noi non se debba contentar, et speremo de bene in meglio continue, per l'honor de Dio et de sua Ecclesia et Vostra Santità, in quello saperemo et poremo per resone. Sanctissime Pater, noi siamo restati qui per resister al mal voler de' nostri inimici, et per mostrarli con effetto che non sono per venir a loro mala intention; perchè, considerato le turbation et impedimenti che loro ci hanno messo nel nostro Reame de Napoli, non semo deliberato di andar al nostro Reame de Franza,... che habiamo proveduto et assicurato nostro ditto Reame de Napoli, et che se dovessemo nui medesimo andar in persona; unde noi speremo, avanti sia la fin de questo mese, esser cussì forti, che quelli sopra ditti in loro potentie non saperano guardar quello che noi siamo deliberati di far, avanti che noi habiamo recuperato quello che hanno pigliato sopra noi da poi nostra partita, et mostrar a quelli che ne sono stati casone, che noi non semo de sofrir et comportarlo; et despiacentia a noi con tutto el nostro core saria, si in questa facienda intervenisse effusione di sangue, che meglio saria et volleria che le forze nostre et arme, che fusseno uno contra l'altro, fusseno drizzate contra li turchi et infedelli, per ben de la Ecclesia et exaltation di quella. Sanctissime Pater, qualche cossa che a noi ci è stata ditta, et che si potrà dire de Vostra Santità, che quella sia totalmente contra di noi, non lo potemo creder, vedendo le bone parole et tractamenti che voi ne dicesti et facesti in Roma; de nostra parte non remetemo, come Vostra Santità sa, da far verso de quella, modo debito, con mancho male che sapemo et potemo; et tutto el zorno, non obstante qualche cossa che si dice et che si potrà dire ne potesse intervenire, Vostra Santità ce troverà humilissimo et obedientissimo figliolo et christianissimo di la Ecclesia et de Vostra Santità, presto a metter el corpo et li beni per bene et honor de la Ecclesia et de la fede et de la christianità; et quando se potrà trovar le cosse disposte, che Vostra Santità, Principi de' christiani et altri voranno attender a la augumentation de la ditta christianità, ce troverà sempre aparechiato et il primo, per mostrar exempio ad altri, cussì come più volte per nostri oratori et per lettere habiamo explicato et richiesto instantissimamente a ditta Vostra Santità, perseverando et continuando come da principio. Insuper, sanctissime Pater, nui havemo inteso che havete, da pocho tempo in qua, revocato li privilegii dil nostro carissimo et fedel amico cardinale de Santo Pietro ad Vincula, per darli occupatione et turbulentie ne li soi beneficii; et lui è continuamente a presso de nui et ne fa de grandi servicii, come voi sapete. Per la qual cossa nui vi preghiamo carissimamente, che lo vogliate tractare benignamente, per nostro favor, et revocarlo in li soi benefitii et privilegii, et liberar in modo che non sia più impedito in li sui preditti beneficii, cussì come voi et lo Santo Collegio havite promesso, et come voristi nui facessemo per li vostri. Sanctissime Pater, nui preghiamo lo benedetto Figliolo di Dio, che longamente conserva Vostra Santa Ecclesia. Sanctissime Pater, per obviar a la longa vacatione de la Ecclesia de Cosenza, noi ordinamo, uno pezo fa, al cardinal de Sancto Dyonisio, quando il mandamo a Vostra Santità, et simelmente al nostro procurator, lo archidiacono de Chalons, et da poi per maistro Simon Assardi, nostro secretario, de suplicharve che vi piacesse deputar nostro confessor, administrator di la ditta ecclesia de Cosenza; quel che anche non è stato fatto niente, secondo che havemo inteso; et oltra che nostro ditto secretario, facendo questa sollicitudine, è stato amazato, et non sapemo in che modo, cussì supplichemo Vostra Santità che in quella volta li piaccia di voler cussì far, senza metter più questa materia in longo o dissimulatione, che havemo tanto al cor.

Data a Quier, die 21 Augusti 1495.

Vostro fiolo lo Roy de Francia, de Sicilia, de Hierusalem,

Carles.

Copia di una lettera dil Re de Franza a Monaldo di Guerra suo capetanio in Hostia.

Capetanio, io ho receputo uno breve di la Santità di N. S., come si lamentava et dolle, che non vollete soferir nè permetter che le vittualie et altre cose necessarie per Tevere venghino a Roma nè discendano di quella città. Io li faccio risposta, che vi ho sempre trovato sì bono et savio, che mai non havesti nissuna reprensione, nè spierò che haverete; et che vi scrivo per questa causa. Io vi prego che, continuando sempre vostri boni costumi, che tutti li servicii et piaceri che voi potete fare al ditto nostro Santo Pare, lo facciate, et simelmente a li signori Romani, a li qual voria far piacere con tutto lo mio potere, perchè voi sapete che me hanno ben tratato. El piacere che voi li farete, el tenerò fatto a me medesmo. Simelmente ho recevuto una lettera, per la qual me fate saper de le nove del mio Regno de Napoli, donde vi rengratio; fateli a loro sapere de le mie simelmente. Scrivetemi a presso, et tutti li piaceri et favori che a lor potete fare, fatilo. Io ho concordato con la Signoria de Fiorenza, li qualli vi daranno 1000 duchati a 12 carlini per ducato, et mi ha promesso Neri Caponi che ve li farà deliberar; et simelmente ho concordato con la ditta Signoria, che deve pagar per me a Fabricio Colonna, lo prefetto Viteleschi, Antonio Sabello, al qualle ho cresciuto fino 100 lanze, et a Troylo Sabello li ho ordinato 50, saranno pagati per la ditta Signoria de Fiorenza fino al primo dì de Zenaro proximo; et molti altri ballestrieri franzosi, che io mando, fatelo sapere a quelli sopraditti. Se afferma di le molte parole non vere, donde molti sono consternati; et, intra le altre cosse, da la giornata a Fornovo, ne la qualle hanno seminato che io stava morto, et era presone a Milano et a Venetia, et le mie zente simelmente. Niente di mancho, con lo aiuto de Dio, contra tutte le potentie de' Venetiani, la più parte de quel de Milano, et de molti altri de Italia et de altri luogi, restò de quelli detti mei nemici ben 4000 homeni d'arme, la più zente da ben, ne li qual erano 15 o ver 16 grandi personagi, cussì conti come capi di squadra, et di loro altre zente fino a 3500 in 4000; de li miei non restò, intra boni et malli, morti et presonieri presso a 60, donde il Bastardo di Mattheo è in presone; di che vi ha volluto bene advisar di la verità. Et per questo io arivai in Aste, et seppi che li miei nemici haveano pigliato alcuna piaza del mio Reame de Napoli, mi son deliberato non ritornar nel mio Reame de Franza, che non habbia donato ordine al recuperamento de quello ch'è stato pigliato nel mio ditto regno di Napoli; et per tutto questo presente mese ho speranza che la mia forza et potentia sarà sì bona, che non sarà solamente a ressister a li miei nemici, ma andar in persona o mandar fino al mio ditto Reame de Napoli, et recuperar quello che ha usurpato sopra me, et monstrar a quelli.... che hanno fatto mal. Io ho concluso simelmente a la liga con.... de' sguizari, del quale la bona memoria Re mio padre, che Dio absolva... con loro; et me mandano X milia combattenti che saranno qui nanti la fine de questo mexe, senza quelli che io ho. El mio fratello d'Orliens sta in Novara, ben acompagnato, et è stato dato victuaglie 4 volte da poi 8 dì, non obstante tutta la potentia de li ditti miei nemici; et da poi do dì sono venuti a dar uno asalto a uno de li borgi de la ditta Novara, nel qual restò 200 lanze, che vagliono 300 altri italiani, 1000 feriti, et incontinente s'andorno con lor cosse svergognati, hanno brusato et brusano ogni dì le picole ville et picoli castelli et villazi che sono intra ditta Novara et lo fiume Ticino, et hanno fatto cridar che tutto el populo con lor beni se retireno da quel fiume andando versso Milano. È segno che si vogliono andar senza voler expectar la mia venuta. Se non mi vogliono aspectar, sarà bisogno che io vada o manda driedo a loro, perchè questo è lo camino per andar nel ditto reame di Napoli. Io ho concordato con li fiorentini, et sono amici de' miei amici et nemici de' miei nemici; et per questo favorizateli in quello che poterete, expectando nostra ditta potentia. Mandamo avanti per terra, in nostro ditto Reame di Napoli, 600 homeni d'arme et 3000 ballestrieri; vui ne serete advertito, si presto passerano per vostri confini; per altro loco io mando altri soccorsi; et mi son deliberato, quel che mi costa, che io vederò la fine nanti ch'io vadi nel Reame de Franza. Mandate de mie nove ad Gaeta, ad Napoli, a la Calabria, a li sigg. d'Obegnì, a l'Aquila, al bailo de Vitrì, al prefetto, al sig. Fabricio Colonna, a li Sabelli et altri miei servitori, che per cossa dil mondo non li abandonerò, et che stiano securi che saranno soccorssi, sopra il mio honore, et ben presto, et più presto dal canto di Franza; et quelli che mi aranno ben servito, li recognoscerò per tal modo, che sarà exemplo a li altri. Capetanio, mai non dismentigarò li boni servigii che mi harete fatto, et spero che mi farete; et spero vi farò saper de le mie novelle; fatime saper di le vostre, et di quelle del ditto mio Reame di Napoli.

Scritto a Quier, a dì XXI Augusto.

Charles

Dubois.

A tergo: Al nostro amato et leale Monaldo di Guerra, cavalier demorante in Hostia.

Et vedendo el Pontifice, come per altre vie etiam intese, che Fiorentini erano acordati et confederati con esso Re de Franza, et fo divulgato li promettevano di dar ducati 70 millia al Re, et il Re li rendeva Pietra Santa, Serzana et Serzanello; i qual danari promettevano di mandar in Reame a pagar le zente contra re Ferando, etiam loro esserli contra; la qual nuova a Venetia zonse a dì 20 Avosto. Or el Pontifice, non vedendo altro remedio a far che Fiorentini non concludesse ditto accordo, et havendolo concluso non lo observasse, li mandò a Fiorenza uno breve, quasi excomunicatorio, si davano favor al Re de Franza. Però el qual, a ciò el tutto si veda, è qui posto.

Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Florentinos.

Alexander Papa Sextus, Florentinis etc.

Dilecti filii salutem et apostolicam benedictionem.

Praevidentes quam variae calamitates infinitaque secutura essent mala ex adventu carissimi in Christo filii nostri Caroli Francorum regis christianissimi cum copiis in Italiam, pro nostro pastoralis officii debito tantis futuris aerumnis occurrere cupientes, sepe majestatem suam, nunciis ac litteris nostris omni paterno officio et charitate refertis, ut ab hujusmodi in Italiam adventu abstinere pacemque christiano populo dare vellet monuimus, et per viscera pietatis Redemptoris nostri fuimus adhortati. Verumtamen haec nostra imo apostolica salubriaque monita serenitas sua aure surda obaudiens, totam usque ad nostrum Siciliae regnum citra Farum, spirituale beati Petri patrimonium, cum exercitu Italiam penetravit. Ob cujus adventum, quantum subversionis atque destructionis tota Italia in eius libertate, hominum caede fortunarumque direptione passa fuerit, quantumve vos in vestrae Reipublicae oppressione sustuleritis, non modo intellexistis, sed etiam in vestris interioribus estis experti, ita ut existimavissemus vos, sicuti non minus iniuriae atque jacturae quam caeteri a Gallis perpessi estis, ita non minori quidem animo atque fortitudine quam alii adversus ipsos Gallos libertatem tranquillitatemque Italiae infestantes et status Reipublicae vestrae mutilatores insurgere et cum reliquis Italiae potentatibus, ut par est, convenire debere, sicut naturali quodam instinctu singula corporis membra invicem atque ipsius defensione corporis famulantur. Postquam ea, quae de ipsius Regis adventu, mala Italiae praesagiveramus, successere, et Majestatem suam in finibus Italiae cum copiis consistere, nec in regnum Franciae, prout praedicaverat, progredi velle, sed faciem versus Italiam cum armis iterum vertisse percepimus, ex praeteritorum manifesta ratione turbationem libertatis Italiae excidiumque verentes, perhorrescentesque christianorum caedes et sanguinis effusionem, ex parte omnipotentis Dei ipsiusque ac beatorum apostolorum Petri et Pauli ac nostra auctoritate, sub excommunicationis latae sententiae poena, Majestati Suae omnibusque suis adhaerentibus, seu auxilium vel favorem...., per nostras litteras sub plumbo.... proximis superioribus diebus, de venerabilium fratrum nostrorum Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalium consilio, mandavimus ut ab omni offensione atque invasione contra Italiae potentatus aliosque christianos infra novem dies a die litterarum earumdem intimationis penitus abstineret, alioquin infra alios viginti, post ipsos novem, dies, propter dictam causam, et ob Regni nostri Neapolitani occupationem in dictam excommunicationis aliarumque censurarum poenam incurrisse. Quibus censuris sicut quoscumque alios, ita vos, contraveniendo et ipsum regem juvando, procul dubio comprehendi manifestum est; et licet a plerisque, inter vos praefatumque Francorum regem foedus conventionemque tractari adversus Italiae potentatus et praefatum nostrum Siciliae regnum nobis relatum fuisset, nil tamen tamquam perhorrendum damnandumque facinus de vobis nedum credere sed ne suspicari quidem potuimus; utpote cum in perniciem Italiae libertatis christianaeque religionis vergeret et jacula ad vos ipsos feriendum interimendumque fabricaretis, censuras ipsas damnabiliter incurrendo. Sed cum multis variisque testimoniis didicerimus, vos praefato regi adhaesisse, vel potius subjecisse quaedam capitula inter vos et ipsum conventa ad disturbandam subvertendamque Italiam et dictum nostrum regnum perspeximus, certe non solum valde admirati fuimus, verum etiam errorem ac coecitatem vestram graviter improbare atque clamare compulsi sumus, quippe cum Galli nil aliud cogitent, ad nil aliud intentius inhient, quam ad occupationem subversionemque Italiae libertatis. Vos profecto obliti esse videmini eorum, quae a Gallis tum venientibus tum redeuntibus, gravi jactura atque scissura status vestri, perpassi estis; de quo plurimum, ob paternum affectum nostrum erga rempublicam vestram dolemus. Certe, sicut coeteris in rebus sapientia vestra ubique digna laude persistit, ita hoc casu apud omnes cum praefato rege conventio et adhaesio contra servitium omnipotentis Dei eiusque sanctam catholicam religionem et fidem, ad subversionem quoque exterminiumque Italiae, unionis et pacis ac publici et universalis boni, ob turcarum in christianos invasionis periculum, evidenter apparet, et tandem status vestrae Reipublicae subversionem est paritura. Hortamur vos, et per viscera benignitatis Salvatoris nostri Jesu Christi rogamus, quod ad iter rectum reverti et cum toto tam excellentis Italiae provinciae corpore conformare atque convenire velitis; quamcumque conjunctionem aut adhaesionem cum Rege Francorum per vos forsitan factam, utpote perniciosam et contra jus fasque atque justitiam penitus retractetis. Et ne nostri pastoralis officio debito deficiamus, quamvis si quid favoris vel auxilii genus praefato Regi contra christianos et potentatus Italiae praestiteritis censuras ecclesiasticas in eum, ut praemittitur, per nos promulgatas vos incurrisse non dubium existat, tamen, ut vobiscum etiam eodem paterno ac pastorali officio praecipue specialiterque utamur, vobis omnibus et singulis, sub excommunicationis ac ecclesiastici interdicti in toto dominio vestro latae sententiae poenis, quas eo ipso, si non obediretis, incurratis, et dictum dominium vestrum ecclesiastico suppositum sit interdicto, monemus, et mandamus quatenus contra christianos et praesertim aliquos Italiae potentatus et dictum nostrum regnum ab omni offensione et invasione abstineatis, nullumque prorsus auxilium vel favorem praefato Regi contra christianos, dictum Regnum, et potentatus praedictos vel eorum status directe vel indirecte exhibeatis. Alioquin si, quod absit, contra facere vel venire praesumpseritis, veniemus contra vos ad executionem ac publicationem. Omnia si graviter atque sapienter considerabitis, et vobiscum mente libera reputabitis, quam acerrime omnes potentatus Italiae adversus vos provocaretis, vires suas in vestris visceribus undique..., expectare profecto non dubitamus, juxta hujusmodi nostra paterna monita et mandata, non patiemini hanc perpetuam infamiam, ut soli vos inter omnes ad desolationem ruinamque Italiae et vestram intendatis, ubi, cum caeteris conveniendo, et vestra et Italiae salus faciles servari poterit.

Datum Romae, sub annulo piscatoris, die octavo Septembris 1495.

Floridus

Et questo breve etiam per Zorzi Summa Ripa patricio veronese, nominato di sopra, fu posto et vulgarizato in terza rima et butado a stampa, et ancora ad 9 fiorentini per il re Ferando una lettera, la qual qui avanti è posta.

Exemplum litterarum Regis Ferdinandi ad Florentinos.

Rex Siciliae etc.

Magnifici et excelsi Domini carissimi.

Nec immemores nunc sumus, nec futuro unquam tempore erimus, amicitiae quam Ferdinandus avus atque Alphonsus pater, praestantissimi reges, cum florentina Republica per multos annos summa cum constantia fideque tenuerunt; neque item plurimorum ac maximorum beneficiorum, quae ultro citroque in maximis etiam discriminibus collata sunt. Quia ea mens nostra est, id institutum atque propositum, ut veterem ipsam tamque confirmatam amicitiam cum populo vestro, vobiscum etiam renovemus, renovatamque cumulemus officiis, commodis, honestamentisque omnis generis; cum illud omnino persuasum habeamus, nostris his studiis a vobis vestraque republica sic responsum iri, ut nec vinci a nobis velitis quemadmodum a vobis ipsi nec vincamini omni arte, rationeque...; quod quidem, pro tam honesto proposito rectoque desiderio Deum ipsum non modo praestiturum, verum etiam (quae sua benignitas est) curaturum speramus. Ne quid autem forte accidat, quod aut omnino prohibere aut modo aliquo impedire institutum hoc nostrum valeat, decrevimus vestris cum Dominationibus et per litteras et per oratores ingenue ubique agere ac etiam loqui; quandoque aliquid a ratione magis alienum accidit minusque creditur... hoc... illud aperire atque etiam eloqui, quodque in malis corporis humoribus usuvenit, tamquam virus evomere, ne aliqua ex parte noxium esse queat. Ac praesertim id quod nuper prolatum ad nos est multorum tum litteris tum sermone, rempublicam vestram, tot annis tam magnis in periculis avi ac patris nostri sociam, nulla interim a nobis causa data, nec minima quidem, aut offensa..., cum Carolo Gallorum rege hoste nostro consensisse, ut de mittendis etiam adversus nos auxiliis suppetiisque ferendis, scripto cautum sit, firmatisque foederibus pactum fuerit. Tulit florentina Respublica, tulere quoque ejusdem administratores prudentiae laudem eximiam majorum nostrorum temporibus; ac nostris eadem commendata mirum in modum semper fuit, quod amicitiae esset fideique quam observantissima; atque in ferenda gratia non solum grata esset, verum etiam contenderet, ut in illa referenda maior.... appareret. Dignum profecto tam vetustae Reipublicae atque Hetrusci senatus institutum atque officium! Quocirca, animi atque consilii nostri cum simus recte conscii, divulgationem hanc vanam potius fictamque existimavimus, quam aut illi fidem aliquam adhibendam judicaremus; aut nulla utique ratione a nobis lacessitam, nullis injuriis provocatam aut suspicionibus excitatam, in tanto Italiae universae discrimine, a se ipsa, maiorumque suorum tam probato... discessisse illam nobis persuaderemus. Absit crudelitas haec tam stulta ne dicam nefariam! Quando si ullus umquam populus communis publicaeque libertatis assertor fuit, Senatus Populusque florentinus primas in hoc genere laudis partes tulit. Attamen, si mens nostra ejusmodi... ut de populo florentino non aliter quam de amicissimo nobis ipsi persuadeamus, decrevimus tamen ingenue, ut dictum est, cum eo agere, nec, quod aliquando noxium esse posset, nullam... nos divulgationi huic fidem adhibuisse..., neque ab nostro majorumque nostrorum instituto discessisse... In conservanda benevolentia amicitiaque, officiis amplificandis, pollicemur ut neque ab avo ac patre, neque a quoque Reipublicae vestrae amico, quantum facultates nostrae tulerint, superaturum iri patiamur; nulla unquam ratione nobis persuasuri... ut vel suspicemur quidem Rempublicam vestram aut nobis adversam futuram, aut Italiae libertati deesse hac in tempestate tantisque in procellis... Quae quidem omnia, qua sinceritate animi, quo etiam consilio a nobis dicta sunt, eadem mente Dominationes vestrae accipiant rogamus atque etiam adhortamur.

Data in castello Capuanae, Neapolis, vigesimo Septembris 1495.

Rex Ferdinandus.

Oltra di questo, esso re Ferando scrisse una lettera al summo Pontifice, el zorno da poi questa scritta a' Fiorentini, la qual è qui posta, benchè non sia suo loco, volendo seguir li tempi; ma a ciò siano una driedo a l'altra descripta.

Exemplum litterarum regis Ferdinandis ad summum Pontificem.

Sanctissime ac beatissime Pater et domine, post humilem filii commendationes et pedum oscula beatorum.

Egit diebus his sanctitas vestra paterne mecum, ut assolet, in significandis ac communicandis iis quae a Maximiliano romanorum rege inclyto scripta sunt, tum pro conventu a foederatis paucis post diebus Mediolani habendo, tum pro iis comminiscendis peragendisque, quae rebus meis videantur praesertim.... quae de me in socium foederatumque adsiscendo. Itaque, acceptis sanctitatis vestrae litteris, iisque cognitis quae ab ea mihi significabantur, mirifice, uti debui, laetatus sum, et quam par fuit voluptatem inde coepi. Quid enim mihi accidere jucundius, in hoc praesertim statu rerum potuit, quam ex ore Pontificis ac per eius mihi litteras significari, Maximilianum Augustum de rebus meis tantopere sollicitum esse, ut neque factis neque consiliis defuturus mihi ratione ulla videatur, quin illud potius et agat et cogitet atque comminiscatur quod a me quidem ipso vel cogitari vel desiderari salubrius, aut magis e re mea meaque e sententia potuisset? Illud autem in primis me movit ac movet, quod video sanctitatem vestram paterno in his significandis affectu commoveri, cum ea mihi significet, quod profecto nequaquam significaret, nisi ea, quam egomet, iisdem e rebus voluptatem caperet. Itaque Sanctitati Vestrae hac eadem e re et devincior arctius et gratias etiam longe maximas ago; atque eo magis quod compertum ac persuasum omnino habeo, Sanctitatem Vestram sua sponte pro iis quae a Maximiliano rege scribuntur praestandis atque efficiendis, praesertim quae de me in socium adsciscendo nihil penitus aut non tentaturam aut quod in re ipsa fuerit non facturam, ac dictis operaque, summo etiam studio curaturam. Quod declarare mihi cum primis potest oratio ea quam Sanctitas Vestra, lectis Maximiliani documentis cum oratoribus qui tum aderant, nuper habuit, non minus etiam fortiter quam eloquenter; quo fit ut eo maiori fiducia, spe et animo, Sanctitatem Vestram oro et obsecro supplex ad eam praestandam operam, ad illud cum foederatis peragendum perficiendumque, ut e vestigio jam in socium ab illis adsciscar, neque ultra res differatur. Quod e re non solum mea, verum Italiae totius atque ipsius colligationis, foederationisque esse publice intelligetur, cum hoc ipsum Sanctitatis vestrae intersit, vel quia foederis ipsius caput et princeps est, vel quod patris officio in me fungatur. Atque eo etiam vehementius officiosiusque, quod omnes intelligent paternam de me rebusque meis curam ab ea susceptam esse, atque ita quidem susceptam, ut nihil aliud aut agere aut curare videatur elaboratius, quam ut intelligant omnes, patris in me pietate atque officiis uti. Intelligit itaque Sanctitas Vestra quid e sua, sanctaeque Romanae Ecclesiae dignitate sit; quid rerum mearum, quid Italicae etiam quietis usus expostulet; quid horum temporum status exigat; quid futurorum dignitatem, auctoritatem, magnitudinem quoque faciat. Atque haec profecto tametsi Sanctitatem Vestram movere mirifice debeant, ut quidem, quod videmus, movent; illud in primis tamen agitare animo Sanctitas Vestra debet, deque eo apprime sollicitam esse, quod palam videt, quod aperte intelligit, quod manu tractat, nihil neque perniciosius neque laetalius rebus accidere meis posse, quam si de me inter foederatos admittendo cunctatio posthac futura prorsus est aliqua; languescent amici, titubabunt subjecti, et si qui dubiis sint animis, quos quidem esse in tanta multitudine ac confusione non paucos necesse est, in adversariorum partes tamquam impulsi declinabunt... Quam sint haec rebus meis, imo Sanctitati Vestrae, cuius res meae sunt, offutura, Beatitudo Vestra facile intelligit. Quam nec latere illud volumus quod iis diebus Mediolani accidit, cum Guidantonius Vespucius, florentinorum orator apud Ludovicum Mediolani ducem,.... interrogatus ab illo curnam cum Carolo Galliae rege, hoste meo, consensisset Florentina Respublica. Atqui, respondit, Dux eximie, nullam foederatis tuis tuaeque societati injuriam aut fecimus aut facimus. Quid enim ex hoc queri potest, cum Ferdinandus rex neque foederatorum sit e numero, neque aliquo modo foederibus comprehendatur vestris? Responsum sane rebus meis praesentibus maxime adversum, futuris vero etiam incommodissimum. Maximilianus rex, non minus sapiens quam fortis, quem honoris gratia tam saepe nomino, licet absens..., sentit haec..., occurrere, et litteris et consiliis et mandatis atque admonitionibus suis et vult et studet; quae si non sentiret non mitteret, non occurrere etiam studeret, neque eadem hac de re tam saepe scriberet, aut per oratores tantopere insisteret, et aliorum et suos, neque quae tam assiduus monet moneret facienda. Quid Rex ipse Romanorum dicet, ubi responsi certior factus fuerit? Quid Italici permulti, et cives opulenti, et civitatum ipsarum primarii viri? Quid qui nondum mecum in fidem obedientiamque redierunt? Quam autem non modo incommodum, verum etiam pestilens rebus futurum sit meis, si ulterius hoc prolatetur, cum posthac consultationis deliberationisque excusatio reliqua nulla sit. Alexandri Macedonis dictum illud aperte docet, cum publice sententiam illam protulit, fama bellum constare; quae autem fama imoque non infamia atque auctoritatis jactura futura est, ubi factum hoc mecum de me in socium adsciscendo etiam atque etiam differri et tamquam procrastinari videatur, cum procrastinatio ipsa, apud eos qui perverse sentiunt, pro despectu contemptioneque et quadam quasi irrisione habenda atque extimanda sit? Quae ne accidant, Pater Beatissime, cum Sanctitatis Vestrae proprium sit obsistere ac prohibere, quod patris mei, quod Romani Pontificis, quod populorum ac principum providi pastoris officium est, amplectatur rem hanc meam,.... et ita quidem amplectatur ut differri ulterius nullo modo possit. Quod facile quidem impetrabit, si voluerit; si velle hoc se declaraverit. Volet autem, quia pater, pastor, pontifex et sapiens et bonus est, resque meas ita curandas susceperit, ut earum onus omne desumpsisse jam sibi videatur; et quod desumpserit, auctoritate, opera, opibus, consiliis, praesidiisque suis palam ubique faciat. Quo autem animo haec scribo et oro, eodem accipienda a Sanctitate Vestra judico, et peragenda constantissime spero. Bene valeat Sanctitas Vestra quam Omnipotens felicissime conservet.

Data in Castello Capuanae, Neapolis, XXI Septembris 1495.

Seguito di cosse de Napoli et Reame, dil mese di Settembrio 1495.

A dì 7 settembrio, a hore 4 di notte in circa, volendo al tutto el re Ferandino haver il loco di Santa † in Napoli, dove franzesi si havea fortifichato, et con le artilarie quelle muraglie butavano in terra, et di breve li volleva dar la battaglia se non se rendevano; unde li custodi chiamò el Marchexe di Peschara, che venisse a parlamento con loro sotto le mura. El qual andato da quelli franzesi, fo usato... tal tradimento, che li treteno uno vereton in la golla, unde statim expirò. Questo era capetanio di le zente dil Re preditto, et sempre statoli fidelissimo, huomo magnanimo et valoroso; et a tutto Napoli dolse di la sua morte, maxime a essa Majestà dil Re; et non senza gran lacrime fo sepulto. Et questo fo a dì 30 Avosto, come se intese.

El sig. Prospero Colonna, ritornato per acordar el Principe di Bisignano et conte di Capazo, li qualli erano voltati in inimicitia con il re Ferandino, non solum non potè acordarli, ma pur non ebbe audientia, et in questi zorni ritornò a Napoli, et il Re in locho dil Marchexe di Peschara lo elexe capetanio di le sue zente.

El Re, a dì 13 ditto, deliberò di mandar zente, oltra quella havia prima mandato, contra mons. di Obegnì, vicerè franzese in Calavria, el qual non era morto, come fo ditto, et come ho scritto di sopra; imo con zente vollea venir a dar soccorsso a li castelli; et esso Re desiderava molto zonzesse l'armada di la Signoria nostra, la qual a dì 8 ditto era partita di Corfù per venir de lì a Napoli, juxta il decreto dil Senato; et questo desiderava per li molti anzuini era in quella terra, a ciò convenisseno star bassi.

El castello questa notte di 13, et tutto el zorno, tirò bombarde a la terra più dil consueto, et cussì quei dil Re che bombardava Pizafalcone; et in ditto zorno Ferandino cavalchò con il legato dil Pontifice per la terra di Napoli, et non restava continue di far provision, volendo al tutto rehaver li castelli.

A dì 14 di notte fuzite alcuni di l'armada franzese, era lì in Napoli, a presso Castelnuovo, et veneno a re Ferandino; notifichò la calamità de ditta armata, et che stavano per soccorso, et questa speranza li mantenevano, et che quasi tutte le barze era innavicabile per le percution di le artilarie; le galie era sane, ma con pochi homeni, et stavano per fuzir, aspettando l'oportunità dil tempo, et che in castello era stato certo rumor.

In questo zorno el Re se mutò di stantia, di la caxa dil Principe di Salerno, et andò habitar in la caxa dil Duca de Malffi; et questo per dar luoco al Principe di Altemura dovea venir lì, al qual havea questa casa donata.

Et eri si partendo[143] uno galeone di l'armata franzese, et levò l'alboro a una barza di le men guaste; et cussì ogni zorno il Re indebilitava le forze inimiche. Era 4 galie, do di le qual vollevano fuzir. Francesi pativa assai di viver; haveano do panelli di meglio al zorno per uno, sì che a misura si destribuiva; non haveano più carne di niuna sorte, tamen haveano malvasie, et le sparagnaveno usando di l'aceto; et, non obstante havesseno questi desasij, non restava il castello di tirar, non feva danno ma ben gran paura, aspettando soccorsso. Et etiam re Ferandino stava in expectatione di l'armata nostra... di la Majestà di la Raina, per la qual havia mandato le zente pontificie, et a dì 15 ne zonse una squadra; et etiam a dì 14, zonse la galia di ritorno con el subsidio, mandò lo rev.mo vice cancellier a esso Re suo nepote; et el fio dil sig. da Chamarino etiam a dì ditto zonse con le soe zente.

Et essendo in assedio li castelli, et combattendo Pizafalcon, et l'armata franzese esser sotto li castelli, el Re parecchiò do nave, et messe dentro di brusca et polvere di bombarde per mandarle apizate a brusar ditta armata, a ciò franzesi de li castelli andasse a soccorer l'armata; e aragonesi, in quello, haveano uno ponte fatto per buttar al castello di Pizafalcon et tuorlo. Unde, messo la nave in hordine, et trovato homeni che li bastò l'animo de far questo, et a dì ditto fonno messe a vella con uno vento in pope via, et essendo mezo mio lontan di l'armata, quelli dentro li parsse metter foco; et per el gran vento el fuogo se impiò in le velle, in modo che le nave non potè far camin et se brusono tutte avanti zonzesseno a ditta armata nemicha. Quelli le conducevano montò ne la barcha, et ritornò in la terra, havendo gran dolor di haver apizato el fuogo molto per tempo, sì che non fo fatto nulla, et perso la spesa.

Ben che questo non sia el suo loco, pur non voglio restar da scriver, come el zorno drio che fo morto el Marchexe de Peschara da quelli di Santa †, Franzesi ordinò di asaltar el campo aragonese, perchè più non haveano capo, et da tre bande; in modo che si non era li sguizari in varda di le artilarie, et tante ne treteno, che i nemici se tirono indrio, et assai fo morti da ditte artilarie. Etiam di aragonesi, combattendo, qualcheuno fo amazato. Et fato el dì sequente capetanio Prospero Colonna, subito fece parecchi fossadi, e serò Franzesi in modo che non potevano ussir fuora de ditto loco, poi si messe a bombardar l'armada, et sfondrò la galeaza nova, come ho scritto, et guastò bona parte de ditta armada. El castello de Pizafalcon, fino a dì 20 Settembrio, da tante artilarie le muraglie tutte fonno ruinate, adeo pareva mai non fusse stato castello, et remaso solo el sasso vivo; tamen Franzesi si manteniva dentro, et fece certi repari et fossadi dove si ascondevano, che la bombarda non li trovasseno; et, come se intese, si aragonesi butava el ponte, vollea brusarlo. Et, conclusive, fevano grandissima diffesa.

Item Franzesi butò uno vereton con una lettera, la qual dicea: Fè saper al re Ferando, come el tal si è in hordene per amazar Soa Majestà; unde, presentata a esso Re et letta, andò in persona, et fece prender certi zoveni drachioti, et non se intese poi quello facesse di loro. Et visto Franzesi che la sua armata era troppo batuta da le artilarie, et che a la zornata veniva bombardata, deliberono di far ogni suo forzo per pigliar el muolo haveano perso, e questo per salvation de ditta armata. Et zercha a dì 19 Settembrio, Franzesi saltono a montar su ditto muolo, et la varda di repari comenzò a cridar in modo, corsse tanta zente in la terra in soccorsso del muolo et in favor dil re Ferando, che Franzesi tornò con vergogna; tamen fo alquanto combatuto, e morti alcuni di ambe do parte. Et poi, el zorno sequente, Franzesi di novo provò di aquistar ditto muolo; vi andò a la diffesa el re con tutta la terra, et Franzesi conveneno tornar adriedo, con pocho danno di tutti.

A dì 22, Franzesi, postosi in hordine con le artilarie di l'armada, et quella di Castelnuovo, et cussì ussiti di ditto castello, bona parte andono a li repari, e un'altra parte corsse al muolo, et con le barche subito montono suso el reparo. Trovono zercha 25 de quelli dil Re, i quelli si butono in mar per scampar; et de ditti scapollò solum tre, el resto si negò per esser armati; e l'altra parte, che andò a li repari de la chavalaricia, zoè quelli Franzesi ussite del castello, trahendo schiopetti et passavolanti, etiam assai veniva trati dal castello che non lassava intrar aragonesi per la porta di l'arsenal per soccorrer il muolo; et comenzò quei di l'arsena' a romperse, et quei di la ruga Catelana a voltar le spalle in modo, che tutti fuzivano. Et andò una galia con la prova al muolo, et le barche de' Franzesi subito passò a l'altra banda del muolo da driedo via, trahendo passavolanti et volendo ancora tuor el muolo pizolo; et subito tutti li navelii del ditto muolo pizolo si levò et passò al mar de Santa Madalena, dove era le galie di re Ferando. Adoncha Franzesi prese il muolo grando, el barco de San Nicola et lo riparo di la torre di la porta dil muolo. Et aragonesi non poteno far molta diffesa, per esser le artilarie mandate in campo, dove se ritrovava la Majestà dil Re contra mons. de Obegnì voleva venir a soccorer li castelli et etiam nel campo atorno Pizafalcon et Santa Croxe, et altre bombarde poste per ruina di l'armata franzese. Era solum al reparo de San Nicolò una bombarda grossa de ferro, et nel muolo tre bombarde, le qual Franzesi le preseno. Ma pur i nemici non poteno intrar sì presto in l'arsenal, che nostri fonno primi, e comenzò a difender el muolo pizolo. Et in quello se levò le galie dil re Ferando, con un vuoga che pareva venisse per recuperar el muolo; et le galie franzese voltò la sua prova verso a le nostre, et dil castello treteno assai colpi di bombarda a le ditte nostre galie. Tutta la terra, visto franzesi al muolo, zudegando che i se ha vessino fatto forti in li repari cridavano: O dove è l'armada de' venitiani a hora? Et fuora di la porta di la terra, in questo fo pigliato uno franzese andava in la... Or la terra dubitando di novità e tradimenti, serrono la porta di la terra, et li artesani le loro botteghe, et tutti si messeno in arme. E la Majestà dil re Ferando, benchè di sopra scrivesse era contra mons. de Obegnì, tamen ancora non era andato, et andò poi; ma in queste baruffe se ritrovava in Napoli con li soi homeni d'arme, zentilhomeni et cittadini benivoli in la ruga Catelana, et don Carlo, suo fratello picolo natural, era al marchado con bona parte di le zente; et il Re confortava le zente sue andasseno a recuperar el muolo; et loro pur si excusaveno, dicendo non haveano artilarie. Et ditto Re diceva: Fratelli, poi che non me volete soccorer, delibero andar mi in persona, poi che volete che io mora. Et come le sue zente uditeno, una voce, tutti risposeno: Sacra Majestà, non fate, che nui volemo morir più presto. Et subito se partino in do parte, una dal fossado di la chavalarizia, risponde al reparo de San Nicolò, in la porta dil muolo; l'altra parte da l'arsenal; e feno sonar trombe et tamburri con gran remor et strepito, cridando: Viva Ferro! Più di 1000 persone si messe in via, dimostrando grande amor al suo Re. Ma Franzesi, dil reparo de San Nicolò subito si messeno in fuga versso al muolo, et nostri driedo, in modo haveno assa' gran rotta, feriti et morti assa' di loro; et montono in le sue barche et galie, et se ritirò indriedo. Li nostri tirava con archibusi, etiam quelli dil castello a' nostri. Fo recuperato a questo modo el muolo, el qual Franzesi lo teneno in poter, tanto quanto disserono 6 volte la bombarda era ivi; et cussì fo recuperate le artilarie.

Ancora si teniva per il Re de Franza li castelli, zoè Castelnuovo, Castel di l'uovo, Pizafalcon, lo monastier di Santa † et la torre di San Vincenzo. Et re Ferando attendeva a pugnar Pizafalcon, ma per le gran fosse, licet le muraglie fusse a terra, non lo poteva haver. Et ancora l'armada franzese esso Re continuamente faceva bombardar, adeo messe con ditte artilarie in più zorni a fondi la galiaza granda, lo galion nuovo et do altre barze; etiam la nave Camilla di zenoesi, che venne come ho scritto. Et volendo esso Re haver el monasterio di Santa Croxe, et bisognava bombardarlo; unde el Re mandò a dimandar licentia a Roma al Pontifice, perchè pur havea qualche conscientia, per esser chiesia al divin culto dedicata. Etiam mandò a tuor 6 bombarde da Roma, pregando el Pontifice li dovesse servirlo. Et cussì have et la licentia et le ditte bombarde; et subito feceno repari a Santa Croxe, et piantono ditte bombarde grosse, et assa' spingarde et falconetti. Et visto Franzesi non potevano tenirse, dimandò di esser a parlamento con el signor Prospero Colonna, capetanio dil Re. Et cussì a dì ultimo Settembrio fonno a parlamento de rendersse, et fezeno trieva per uno zorno, per veder si se potevano acordar; et, non li bastando questo zorno, ne volse uno altro, poi etiam doi altri zorni per parlar meglio insieme, et andava elongando la trieva; tamen stevano Franzesi su le mure in hordine, et nostri dil campo disposti, si non si rendevano, darli la battaia. Et niun parlavano, altri cha Prospero Colonna et don Zoanne, i qualli andavano ne li castelli; et de' Franzesi veniva do zentilhomeni dil castello a parlar al Re. Et cussì stevano in queste pratiche. Et accidit, che uno sguizaro, valente homo et bellissimo di la persona, vestiva di veludo, havendo uno suo fratello di Santa †, et pativa gran fame et disasij, unde parsse a questo sguizaro nostro di butarli do pani freschi. Et el sig. Prospero, vedendo questo, mostrava volerlo far morir. Ma la Majestà dil Re li mandò dir li dovesse perdonar, perchè era stato causa l'amor dil fratello. Et el capetanio de' sguizari nostri, inteso questo, subito fece sonar la sua trombeta, e insieme con la soa compagnia andò a la volta dil preditto sig. Prospero. El qual signor credeva ditti sguizari venisseno per ajutar el so compagno. Ma zonto lì, el capetanio domandò dove era il suo homo, dimandandolo; dicendo: Io so ben quello debbo fare di lui, et altri cha mi non dia far justicia sopra li miei. Et el sig. Prospero rispose: La Majestà dil Re li ha perdonato. Et el capetanio disse: La Majestà dil Re può perdonar a li suoi; et io farò la nostra usanza, secondo il costume nostro. Et cussì lo tolse, et lo menò in uno loco, dove francesi, maxime il suo fratello, i qualli stavano su le arme, lo potea veder. Et, ordenatamente conzati li sguizari a fila a fila con le lanze, poi el capetanio disse a tutti che, per il sacramento haveano di esser fedeli dove serviano, tegnisseno le lanze, et comandò che questo suo compagno dovesse esser morto da le soe lanze de tutti, et se niun fusse che non desse di la lanza, poi lui sarebbe morto, poi disse a quel sguizaro: Conféssate. E mandato per il prete, fo confessato. Le lanze tutte stavano a la fila con la ponta avanti; et el capetanio disse: Su, corri per mezo. Et il sguizaro alzò li ochi al cielo, et si racomandò a Dio, digando le sue oration. Poi disse: Si ho dato do pani a mio fratello, che moriva da fame, l'ho dato in presentia et palexe, che ogniuno mi vedeva, non per falsità alcuna, nè per tochar danari; ma poi che lo mio capetanio vuol che io muora, voglio obedir, et mi ricomando a Dio et a la Vergine Maria. Et poi tirò la sua bareta tanto in zoso, che si coverse i ochi; poi corse per mezo di le lanze in modo non restò niuna che non fosse fichata in la sua persona. Have più di 200 lanze, et cussì morite da li suoi proprii compagni e parenti; sì che, judicio omnium, fo usato gran crudeltà. Et il capetanio fece per mantenir la sua fede di non esser traditori, e mostrò haver grande ubedientia da li soi, che in fina lo morto lo obedite. Et questo, per esser cossa notoria, ho voluto qui scriver.

Novitade acadute in Perosa.

In questo mezo a Perosa li Odi, foraussiti di Perosa, havendo intelligentia in la terra, a dì 3 Settembrio introno dentro Perosa; però che lo principalle cittadino che se ritrovava in la terra, in ditta mattina a l'alba andò a la porta di San Zuanne, et fece aprir la porta per forza a li custodi. Et aparse quatro squadre de cavalli de ditti fora ussiti, bene in hordine, et 2500 fanti; et preseno la terra fino al Monte, avanti che la parte contraria de Baioni, che in quella regnavano, sapesseno alcuna cossa. Ma, inteso questo, tutta la terra fo in remor; et pigliato le arme, fonno a le mane, taliter che fonno morti di quelli fora ussiti a presso 150, et do di li primi. Alexandro Savello perse el cavalo et scampò. Et fo presi di questi, erano con li Odi, zercha 400, e di quei di la terra non ne fo morti se non 6, però che fino le donne li aiutaveno combattendo. Et a ciò el tutto se veda et intenda, quivi sarà notado una lettera che scrisseno li do arbitri di la città di Perosa al suo secretario, era a Roma, di quello successe la prima battaglia. La qual è questa.

Exemplum litterarum Perusiensium.

Domine Petre Paule. Da poi la lettera nostra de la felice vittoria contra li inimici, tuttavia le cosse nostre sono prosperade per la gratia di Dio; imperochè havemo trovato 272 cavalli guadagnati et 80 para di barde, et havemo pregione el sig. Troylo Sabello, capo de li nimici, qualli tenimo honoratamente et con comodità in palazo de li signori Priori, ma con bone guardie. Havemo recuperato Geliano et siamo in praticha de recever la Frata, quale in breve intenderete, piacendo a Dio, esser tornata a la obedientia nostra. Sì che state de bono animo, et comunicate con li amizi, aziò partecipano de ditta felicità. Bene valeat.

Perusiae, 7 Settembrio 1495.

Federico et Bontempo de li Bontempi et Bernardino Cavacepi sono stà impichati... Lodovico de li Ermani, quale aprì la porta di Santo Andrea a li nimici, è morto da certe ferite che ricevete in lo conflitto. Li filioli de Leonello de li Odi, che sono tre, se conservano vivi in loco securo.

Post scriptas. Ne è refferido, alguni fanti, qualli hanno recuperado la pieve de mons. rev.mo el Vescovo nostro, occupata prima da li fora ussiti, havere fatto zerte disonestà..., quale non havemo inteso particularmente, per esser tanto occupato el magistrato nostro, quanto fusse mai più. Excusate la cossa che è fatta penitus contra nostra voluntà, imo con grandissima nostra desplacentia, et provederemo a la restitutione.

Subscriptio:

Domini arbitri civitatis Perusiae.

A tergo: Praestanti viro, domino Petro Paulo Venacio, secretario nostro dilectissimo, Romae.

Successo di Pisani con Fiorentini.

Domente queste cosse intervengono, Fiorentini, disposti di haver al tutto Pisa, vi mandò el suo esercito gubernato dal Duca di Urbin, atorno. Et in questi zorni acadete che, havendo Pisani a loro soldo Paulo Vitelli, el qual li rebelono et si acordò con fiorentini, et vene nel borgo di San Marco in compagnia de molti fiorentini, vestiti a la franzese tutti, con la insegna dil Re di Franza et de' Pisani, cridando: Franza! Franza! Et Pisani, credendo venisseno in loro ajuto, per esser esso Paulo in acordo col Re de Franza, ussiteno per venirli contra a farli festa a questo soccorso. Ma Lucio Malvezo, capetanio de' Pisani, vedendo andar fuora Pisani, li disseno non dovesseno andar, et che prima vedesseno che zente fosseno. Ma loro, di tanta alegreza li fusse mandato per il Re soccorso, ussiteno pur, et malle li colse, però che fonno messi in mezo da ditto Paulo Vitelli, et fo morti assa' Pisani; et si non era el capetanio dil Re de Franza, che ussite di cittadella per aiutarli, erano compidamente tutti morti o pigliati, et quel zorno fiorentini haveano la terra; ma Franzesi combatteno gagliardamente, et fo morti assa' zente di ambedoe parte, ma pur Pisani ebbeno la pegiore. Et poi separato la pugna. El qual capetanio franzese messe molti Pisani a guarda dil centro dil muro di la cittadella nuova, et fiorentini prese il borgo di San Marco, et quello tene; ma quelli di la cittadella li salutavano dì et notte con artilarie, et trevano bombarde a le caxe per ruinarle; et a la fine lassò ditto borgo. Questa battaglia fo fatto el dì di Santa Croxe, a dì 14 Settembrio, a hore 24 che li nimici veneno a quell'hora per non esser cognosciutti. El zorno da poi, fo a dì 15 ditto, arivò in Pisa el sig. Frachasso di San Severino con... cavalli, el qual fo mandato per il Duca de Milan, per nome de la Signoria de Venetia et d'altri confederati, et venne per mar. Et è da saper, che la liga terminono de aiutarli et mantenerli in libertà. Et el sig. Frachasso, zonto, li mandò uno suo trombetta in campo de' fiorentini, a notificharli da parte di la liga che i se levasseno de l'impresa infra 4 zorni, et, non facendo, se intendesse esser rotto guerra di la liga contro di loro. Et li commessarii de' fiorentini risposeno, che loro non rompeano liga alcuna, ma che vollevano la terra loro, et che el Re de Franza ge l'havea reduta, et però la volleano.

Questo fo divulgato si fusse; onde tal parole io non l'acerto, tamen la ragion persuade che le debbi esser state etc.; sì che, a questo modo, Paulo Vitelli rebelò li Pisani, et etiam sempre havia dato danno al paese. Et come vidi una lettera di uno Jacomo da Luca, scritta a dì 17 Settembrio in Lucha a uno Gerardo Arrigi, habitava in Roma, che etiam esso Paulo havia fatto da prima tuor li grani, et mandato in campo de' fiorentini, et cussì vendemar e toglier bestiami; sì che dove Pisani credevano esser aiutati, erano dannizati. Et in questa baruffa ditto Paulo Vitelli fo ferito a morte, et il fratello fo morto. Et è da saper, che fiorentini haveano, ut dicitur, fatto una stratagema et assa' degna astuzia; et feceno far do sachi di grossoni, di quelli valeano soldi 7 l'uno si bateno a Fiorenza; et quelli feceno dorar, adeo parevano fiorini d'oro; et questi mostrono a certi franzesi che steva col capetanio francese ne la cittadella di Pisa, dicendo vollevano darli al suo capetanio, si desse la forteza a loro, perchè cussì era la voluntà di la Majestà dil Re de Franza. Et quasi erano concordate le cosse; ma in questa baruffa fo preso uno fiorentino, el qual volendo esso capetanio franzese amazar, disse: Non mi amazate, che vi dirò cossa che vi piacerà assai haverla saputa. Et manifestò questo de li grossoni dorati, et etiam haveano fiorentini fatto far do some de capestri per impicharli tutti, et Franzesi et Pisani, et maxime esso capetanio, habuto che havesse li ditti danari. Unde fo molto a charo al ditto de intender questo; et deinde fo mortal nimico de' Fiorentini, et tenne sempre da' Pisani.

In questo mezo, Piero de Medici a Roma feva fanti, et, acordato con el sig. Virginio Orssini, volleva venir versso Fiorenza et ritornar nel stato, dischaziando la parte contraria. Et questo se intese a Venetia, a dì 19 Settembrio, per lettere di l'orator nostro a Roma. Dove poi, partito ditto Piero et venuto a Siena, in Fiorenza acadete che uno, chiamato il Serpe, portò alcune lettere di esso Piero ad Averardo de Medici, suo parente, homo veterano et animoso, pregando dovesse immediate vestir in forma di ragazo madona Alphonsina di casa Orssina sua moglie, la qual era in uno monasterio et stavasi, et che dovesse menargela. Unde, ditto Averardo vestite la ditta donna a modo ditto di sopra, facendo vista di andar a una sua possession con alcuni soi, et havendo questa donna, vestida da ragazo, una bolzeta a l'arzon e al brazzo alcuni lazzi con cavi[144] et uno capello con una capa di scherlato atorno, a cavalo, et cussì ussite ditto Averardo di Fiorenza, che niun de costei se n'avide, et andò a una sua possession, et zonse a horre do di notte. Poi, a hore tre tolse la volta de Siena, et presentò la moglie a Piero, non senza tenere lacrime di esser stato tanto a vederse. Et poi esso Averardo ritornò in Fiorenza. Et la Signoria già havea saputo questo; unde li 8 de la balia mandò per ditto Averardo, dimandandoli la cagione perchè havia fatto questo. Rispose, che per niuna età si dinegava, etiam a' rebegli, la mogliere; et quando uno non tratava cosse di stado, che non meritava reprensione, et che havia acompagnato la moglie al suo parente, et che si non l'havesse fatto, lo farebbe di novo. Et ditti signori, vedendo era ragion, non li feceno altro.

Come fu amazato domino Jacomo da Savona a Forlì.

In questo mexe di Settembrio, essendo andata la madona de Forlì, fo moglie dil conte Hieronimo, una matina con domino Jacomo Feo di Savona, so favorito, a la chaza con cavalli zercha 60, et quel zorno stando in piacer, per uno da Forlì, era scolaro, et uno da Imola, homo d'arme, el qual da ditto domino Jacomo era stà tenuto tre anni in carzere, con altri cinque, ferono una congiura dentro di una chiesia, di voler devorar ditto domino Jacomo, ritornando da la cazza. Et si messeno a la porta de Schiaonia sotto uno portico questi 7, armati con spada et roncha, et a hore una di notte veteno venir alcuni dopieri impiati, zoè madona in chareta ritornava in la terra, et ditto domino Jacomo a presso, confabulando con lei venia. Uno de li 7 conjurati se li fè incontra, et disse: Ill.mo Signor, io ho lettere dil rev.mo Cardinal di S. Zorzi. Et ditto domino Jacomo, tochandoli la mano, disse: Dove è le lettere? Et lui rispose: Signor, ve le darò adesso. E cavò una spada, tenendo domino Jacomo per un brazo, li dete una botta nel petto, et passolo da un canto a l'altro, dicendo: Queste son le lettere. Et il remor essendo grande, cridavano li altri de la congiura: Non si mova niuno, che madona et el signor si fa far questo; tamen non era la verità. Unde niuno per questo si mosse. Et madona si butò di chareta, intendendo queste parole; e andoe per grandissimo dolor in angossa. Molti soi favoriti et servitori la prese, et messela a cavallo, et corsero a la rocha, stimando la terra fesse qualche novità o tradimento. Et a hore 4 ditta madona si armò de tutte arme, e vene dove era stà morto domino Jacomo, et vetelo morto, tagliato in 100 pezzi. Et dimandato dove era le case di questi proditori, vi andò con zente d'arme et fanti, et fece prender le loro donne, et fele taiar a pezi; tra le qual ne era molte gravide; etiam li figlioli di 3 anni feze amazar, cossa crudelissima, et contra quel ditto di Christo, che: Filius non portabit iniquitatem patris, neque pater iniquitatem filii; et poi fece bruxar le caxe: et tutta la terra era in gran terror. Et a hore cinque fece adunar el populo in arme in piaza a lumi di dopieri; feze metter 5000 ducati ne le man di 4 cittadini, et publichar la taia contra li coniurati, o vivi o morti chi li presentasseno, havesse quelli danari, etiam provisione in vita, et di herede in herede. Et non passò do hore, che 4 di loro fonno presi et strascinati la notte a coda di cavallo, di la porta va a Cesena fino a quella di Schiavonia; et dove fu seguito el delicto fecili tajar una man per uno, poi li fece squartar et metter li pezzi a le porte di la terra; et la matina fo preso uno prete, et uno altro pur de ditti, li qual fonno tanaiati, dapoi che fo trascinati et morite; sì che feze crudelissima vendetta, la qual smorzò il dolor dil suo domino Jacomo. Et è da saper, che il cardinal San Zorzi, fo fradello dil conte Hieronimo, in quelli zorni persuadeva ditto domino Jacomo volesse partirssi di Forlì, et li daria ducati 20 milia, et uno castel chiamato San Marco, facendolo far condutier di la Chiexia; et lui non volsse acceptar questo partito, per non partirssi de Forlì.

Finit liber quartus.

Magnifico et sapientissimo Marco Sanuto Bergomi praetori justissimo, Marinus Sanutus Leonardi filius patricius venetus salutem.

Si l'amore et la benivolentia, oltra l'affinità, Pretore integerrimo, mi astringe de intitolarti alcuno de questi libri di la gallicha ystoria, non mancho mi exorta ogni tua conditione; perchè, volendo considerare fra me più fiate, a chi dovesse questo libro quinto dedicare, niuno a Toa Magnificentia trovai dover esser antiposto, sì per esser primario di la caxa nostra Sanuta, quam per la sapientia et, ut ita dicam, summe dote de' cieli, che in te sono. Aduncha, posto da canto ogni altro patricio che in questa guerra si habbia exercitato, ho voluto, et merito, dedicarti parte dell'opra grande et faticosa, per mi con ogni verità descritta, et in quella de Toa Magnificentia non mi dimenticare, perchè niuna cossa debbe esser più extimata, quanto honorar il sangue et prole sua. Et quanto me ne glorii dil tuo dignissimo portamento in questa pretura bergomense, credo non sia celato a Toa Magnificentia; et però non son stato immemore delle fatiche, sine farti participe. La qual opera, benchè vulgare sia, et non da le orecchie tue, immitatore di ogni philosophicha et astrologicha disciplina, pur, per la verità della materia et amore dil compositore, son certo ti piacerà talhora leggerla, quando harai otio, licet di raro in questa pretura hai, per le frequente audientie et expeditione che fai cotidianamente; tamen, captato tempore, leggendo, prometto a Toa Magnificentia, non di ornato parlare, non di vocabuli exquisiti, non di nuove imaginatione, ma ben de verità et cosse ordinate a suo loco, vederai questa piena, et con summa diligentia descritta. Et niuna cossa tanto mi ho inzegnato di scrivere, quanto come sono vere passate le cose di questo Re di Franza, et seguite in Italia et in varie parte dil mondo; opra, si non al presente, apud posteros, da esser laudata grandemente. Perchè, magnifico Marco affine mio, io volendo veder tutte ystorie a principio mundi usque in hodiernum diem, trovo questa venuta di Carlo re non esser mancho da farne memoria d'ogni altra seguita, si per la pocha... et grande animo, la fortuna prospera et poi contraria, la division de Italia, Veneti tacere et poi moversi a la liberatione di quella, già quasi in potere gallico venuta, mediante la qual Italia è liberata. Ergo grande ubligatione tutti Italiani debbeno haver a questa Republicha, come leggendo si vederà il tutto giorno per giorno. Et etiam Toa Magnificentia zercha questo ha habuto qualche faticha in questa pretura, col magnifico collega tuo, in mandare saepius provisionati, et tanti, in campo, adlozar zente d'arme, et altre provisione libentissime mandate ad effetto per quella fidelissima comunità; le qual tutte.... qui scripte. Et sono certo non potrai star de laudar l'afine tuo di la faticha grandissima, che è stata talle, che talhor vorebbe mai haver principiato scriver alcuna cossa; ma poi che havia fatto assae, volsse con ogni inzegno venir al desiato fine, et cussì scritto ho fino dil primo di Gennaro; et più presto ho voluto dar materia a molti che mi apontano, che star taciturno, cossa che a Toa Magnificentia molto dispiace; et saepius questa mi ha ditto: l'autorità digna di philosopho dover esser limitata, che frustra est illa potentia, quae numquam reducitur ad actum; et per questo ho voluto tenir ascoso questa opera, come di qualche altra ho fatto, che Toa Magnificentia ne sa qual cossa. La qual reverisco et honoro come padre, possa che la fortuna mi privò dil carissimo genitore a la legatione romana, et dil patruo, padre tuo, et da me non manco extimato, in la castrense legatione de Ferrara. Unde, rimasto Toa Magnificentia, merito ti dobiamo l'amore paterno portare. Conosci adoncha quanto Marino è volonteroso di metter in eternità le cosse de la Republica et patria nostra; vedendo questa inculta opera, chiaro el conoscerai. El qual a Toa Magnificentia si ricomanda, quae diu felix valeat. Vale et me ama, tibique persuade a me plurimum amari.

Venetiis.

Marini Sanuti Leonardi filii Patricii Veneti de successu Caroli regis Francorum in Italia post cladem acceptam Liber quintus feliciter incipit[145].

Exemplum brevis sanctissimi D. Nostri ad Januenses.

Alexander Papa sextus.

Dilecti filii salutem et apostolicam benedictionem.

Cum ex ipsa rerum magistra experientia clare cognoverimus tui gubernatoris et istius genuensis reipublicae optimam dispositionem, et mentem ac effectus voluntati correspondentes, pro salute et conservatione italicae tranquillitatis, adversus Regis Gallorum conatus, vos plurimum in Domino commendamus, et pro pastorali, quod nobis incumbit, officio ad gregis dominici custodiam, enixe hortamur velitis eosdem vos in futurum praebere qui hactenus fuistis. Nam quoad promissionem vobis ab agentibus sanctissimae confoederationis nostrae factam, circa loca vestra Petraesanctae, Sarzanae et Sarzanellae vobis restituenda, certissimi esse potestis, nos et confoederatos nostros unite pro virili parte non esse defuturos; quin imo ad quaecumque expedient prompto animo elaborabimus, ut voti compotes evadatis.

Datum Romae, apud Sanctum Petrum, sub annulo piscatoris, secundo Kalendas Septembris, M CCCC LXXXXV, Pontificatus nostri Anno IV.

A tergo: Dilectis filiis nobilibus viris Augustino Adurno, gubernatori, et consilio antianorum civitatis Genuae.

Zente franzese lassate a la custodia dil Reame di Napoli quando se partì el re de Franza.

Mons. de Mompensier, vicerè, con lanze Num. 100
Mons. de Obegnì, gran contestabele, con lanze » 100
Mons. de Beucario, gran camerario, con lanze » 100
Mons. de Perssì, gran sinischalcho, con lanze » 50
Mons. de Campo rosso, con lanze » 100
Gratiano de Guerra, con lanze » 50
Gabriel de Monfalcona, con lanze » 50
Mons. de la Martia, con lanze » 25
Domino Julliano, li ballestrieri, et lanze » 25
Altre lanze date a diversi franzesi, zercha » 100
Summa 700

Zente Italiane.

El Prencipe de Salerno, domino Antonello di S. Severino, lanze Num. 100
El Prencipe de Bisignano, lanze » 50
El Ducha de Melffi, lanze » 50
El Marchexe de Martina, lanze » 50
Missier Trojano Papacoda, lanze » 25
Altre lanze spezade, fin al numero de » 400
675
Summa 1375

Le qual lanze de italiani, li conduttieri de epse le pagino in su li salli e fochi di le terre per questo anno, zoè l'instante, si po far stima de potersine haver. Et queste zente ho voluto qui poner, per la caxon che scriverò.

A dì 14 ditto, el Duca de Millano, et Luca Pixani e Marchiò Trivixan, provedadori nostri, con altri signori et conduttieri, da poi disnar chavalchoe a sopraveder Chamarian. Et, chavalchando, disse: Ad ogni modo voglio far palese. Questo ambassador di Spagna vorria impazarsi, et mai el suo re ha roto. Et voltato versso li Provedadori, disse: Sarò sempre obsequentissimo fiul di la Signoria, et lasserò a' mei figlioli fazino el simile, perchè questi do stati stando insieme, non è da dubitar d'alcuno. Et diligentemente explorato, tornoe al logiamento. Et poi esso Duca in questa matina è da saper chavalchoe per veder li suoi fanti alemani; poi, tornato in camera da li Provedadori nostri con li oratori era con lui, et disse haver lettere da la Majestà dil Re de' Romani, di la morte di la marchesana de Monferà, e del governo di quel stado esser dato al sig. Constantin Arniti; el fiul saria in età legitima; di la qual cossa Soa Majestà scriveva esser contentissimo. Et cussì mandoe un, con ditte lettere, al ditto sig. Constantin, offerendoli le forze sue per conservation di quel stado, persuadendolo a moversse de li servigii gallici, e unirse con esso Duca; et mandoe domino Jacomo Soardo, homo dil marchese di Mantoa, che alias vi fu.

Nel nostro campo se divulgava esser fatta la pace dil Duca de Milano preditto con el Re de Franza, et che andava dissimulando fino havesse ordine... El capetanio nostro, el conte Zuan Francesco, et domino Marco da Martinengo erano di questa oppinione; tamen la verità non si sapeva. Et la sera avanti vene un franzoso per metter ordine di aboccarse oratori dil Re col Duca.

El Re era a Verzei, et il fiume di Sesia, per le aque et pioze eran state, era cresciuto; il ponte passava a Verzei si ruppe, unde el Re rimase di là da l'aqua con parte di le sue zente, et il resto de l'exercito di qua; adeo si non era questo levar de le offese, Franzesi pativano gran danno, perchè el Re non li poteva soccorrere..., licet a l'ultima paga se ritrovasse fanti num. 7860 in tutto. Li provisionati al presente eran nel numero, fanti da guazo 2000, provisionati 1000, senza quelli erano in Alexandria di..... e Tortona, che erano più di 700, pagati per la Signoria, e guardava le terre dil Duca de Milano; elemani erano 350. Et in questa sera zonse li 400 elemani fatti per Vincenzo Valier, venuti per la fin di Trento, et etiam ozi ditti elemani ne zonse a presso 1000. Ancora li provisionati del capetanio nostro eran, ma nel campo tudesco li mancava più de la mità per esser fuziti. El Duca in questi zorni mandoe 300 fanti, et etiam fuziti assai elemani, come diceva domino Zorzi di Pietraplana, eran circa 4000 e non più. Si Brexa e Bergamo..... si faceva li provisionati.

Zonse in campo ducati 5000 mandati da Venecia, et già ne havean mandato de gli altri; et questo per aproximarse le page, le quale si faceva a dì.... del mexe. Et Orsato Moresini, pagador, in questo zorno andoe a Milan in careta per mutar aere et curarsi de la egritudine; pur stava meglio. Et el conte de Petigliano era a Milan, et li medici dicevano bisognava curar una tumefaction, unde mastro Ambroxio andoe a Milano per darli bon zorno.

Quattro stratioti se partì di campo con licentia de' Provedadori per venir a la Signoria per nome de li altri, et dimandar, oltra le page, li fusseno pagati li cavalli amazatili in campo.

In questa sera zonse dal Duca un secretario del signor de Piombino, e portò lettere de la comunità de Siena. Quello volesse non se intese.

È da saper, che domino Francesco Bernardin Visconte e Hieronimo Stanga, andati eri al Re, non poteno andar a Verzei, per esser rotto el ponte, et esser cresciuto assai l'aque che li... nemici si adaquoe, et fonno guasti vestimenti et arme. Hor questa matina questi andono, et a hore 4 di notte si tornono in campo dal Duca, et referite che quando confutoe esso Francesco Bernardin li capituli dati per Franzesi, cioè quelli deputati..., et cussì de le proposition diceano al Duca dimandava cosse grandi. Item, come haveano terminato, el maraschalcho de Giaè, mons. de Pienes et mons. de Arzenton de venir diman qui nel nostro campo a parlar col Duca de Milan, et se restringeriano su do cosse: la prima, su lo armar a Zenoa; la seconda, dil reame de Napoli niun se ne impazasse, ma lassar far a la fortuna; et pur che Zuan Jacomo di Traulzi mandava a dir a' nostri Provedadori che se mandasse una volta il... in Franza, et che tutti haveano voluntà de ritornar a caxa, maxime quelli signori baroni; e poi saria quel Dio voia. Item, che el balì dil Degiun dovea menar assai sguizari, et lo aspettavano de zorno in zorno... Notifichoe ancora, che se più durava le pioze, era forza Franzesi si levasseno, che si tragettava el fiume con barche, et tutto adaquato quel paexe.

A dì 20 da matina in camera del Duca con li ambassadori et Provedadori, ditto domino Francesco Bernardin referì come havean fatto trieva fino venere proximo, sarà a dì.... ditto, et che li tre oratori regii sariano questa matina lì. Et immediate fo publicata la trieva, et fonno fatte tre copie, una mandata a la Signoria nostra, una al Re de Franza, l'altra al Duca di Orliens in Novara. Comenza cussì:

El se fa bando e noticia come, essendo fatta trieva tra el christianissimo Re de Franza con l'exercito suo et con l'exercito nostro etc., et non fo nominà el Duca de Milan, nè el capetanio nostro, niuno; et questo fo fatto per buon rispetto, non senza savio consulto. Et el Duca iterum con l'ambassador de Spagna se apizono de parole, perchè esso ambassador non vollea fusse fatto pace senza saputa del so Re; et el Duca pur diceva, se l'avesse rotto guerra etc., et che per li capitoli potea farla, però che el capitolo parlava a questo modo: si forte occurreret, quod Deus avertat, quod ad bellum deveniretur, non possit quovis modo fieri pax nisi scientia sociorum, et cum reservatione et sine praejudicio praesentis confoederationis et ligae. Et mostrato ditto capitolo el Duca a l'ambassador, disse: el dice saputa, non dice consultatione; lo ho za scritto a la Majestà dil Re vostro; ergo etc.

Vincenzo Valier, nominato de sopra, ritrovandossi in campo, et non vi essendo il pagador, parse a li Provedadori de dar al ditto questa altra faticha di esser pagador, a ciò li danari fusseno ben dispensati. Et fu contento di accettar tal provintia, per servir la Republica, et restoe pagador fino el campo se disciolse. Et Urssato Morexini si ritrovava a Biagrassa, volendo andar a Milan.

A dì 20, a hore 21, el Duca de Milan con l'ambassador de Spagna, li Provedadori et ambassador nestro, et Bernardo Contarini, provedador di stratioti, andò circa un mio avanti in campagna aspettar; et a hore 23 zonseno li tre oratori franzesi[146] nominati di sopra, de compagnia col Marchese di Mantoa, nostro capetanio, li era andato più avanti contra; et el Duca andò solum circa do miglia. Et smontati nel pavion dil capetanio, dove feceno colation, poi veneno nel castello dal Duca. In quella sera medema el Duca mandoe per li Provedadori, che si trovasseno ad udir le imbasate loro. Era la duchessa soa consorte, el capetanio nostro, l'ambassador de Spagna, el nostro orator, el Duca et ditti Provedadori, posti a sentar a la fila, i oratori sentono su tre cariege per mezo. El primo el marascalco de Giaè; el secondo, che dovea esser mons. di Pienes, lui volsse fusse mons. di Arzenton, perchè esso dovea far le parole. El qual Arzenton disse: La Majestà dil Re nostro ha voluto mandar nui tre a la Excellentia Vostra, a ciò possiamo presentialmente dir a quella quanto è la mente de Soa Majestà, la qual è desiderosa venir a la pace. E questo è stato meglio che dir per intermedie persone, come hieri fo ditto. El Duca rispose: Hessendo quello son con la Majestà dil Re di Spagna, et fiul de la Illustrissima Signoria di Venetia, a la qual son sempre ubligatissimo, torò questo assumpto in risponder in nome de tutti, et ringratiar la Majestà dil Re che ne ha mandato tal huomini, qual sono le signorie vostre. Ringratiamo etiam quelle de la faticha le hanno tolto per venir qui. Per quanto aspetta al desiderio ha la Majestà dil Re al vegnir a la pace, io ve dico che in tutte cosse honeste non me trovarete manco pronto di quello è Soa Majestà; però dicete quanto vi par. Et mons. di Arzenton disse: Illustrissimo signor, la Majestà dil mio Re non vuol far apontamento alcuno de Novara, se prima el non parla col Duca de Orliens suo fradello; però rechiedemo un salvo conduto per lui. Et el Duca rispose: Magnifici ambassadori, io non ho da far de niente con el Duca de Orliens, perchè lui non ha tolto la mia terra de Novara, ma la Majestà dil Re me l'ha tolta con le soe zente et con li soi danari; e so ben che 'l Duca de Orliens non havea posanza di tormela, per lui. Acordamose pure con la Majestà dil Re; et se 'l Duca d'Orliens vorà poi cossa alcuna da me, la rechieda, perchè io li risponderò. Dil salvo conduto da esser fatto, io sarò insieme con questi magnifici signori, et vi responderemo. Et el Duca con li altri andò in un'altra camera, dove fo disputà et concluso farli el salvo conduto de andar a parlar al Re; e, non seguendo la pace, possi ritornar in Novara con quelle zente vi sarà. Et cussì fo risposto a ditti ambassadori, et diliberato per segurtà dil ditto Duca d'Orliens, de mandar la matina seguente uno de quei signori, con uno ambassador franzese, a Novara, per trazer fuora el ditto e condurlo do o ver tre miglia. Et questo volse esser el nostro capetanio marchexe de Mantoa, che vi andasse. Et li oratori, tornati a lo alozamento per esser tardi, spazoe uno trombeta con lettere al Re.

A dì 21, per esser l'aque grandissime, adeo non se poteva guazar, non fo trato el Duca d'Orliens di Novara, come era l'ordine dato, ma fo trato come dirò di sotto. In questa matina, el Duca con li oratori, Provedadori et signori nominati di sopra, fonno insieme con li ambassadori franzesi, et mons. di Arzenton pur parlò. Disse che Zenoa, la qual era data in feudo al Duca, era conveniente el Re potesse disponer de quella, per recuperar el suo regno de Napoli. El Duca rispose, era vero dil feudo dato a' suoi antecessori, et li pareva stranio el Re volesse tor la cossa che una volta haveva donata, nullo demerito praecedente. Et poi Arzenton dimandoe almanco fede, di poter armar a Zenoa. Rispose el Duca: La fede mia è bastante. Disse Arzenton: El Re vuol el casteletto de Zenoa per segurtà, per haver speso assai in aquistar el Reame de Napoli; e saria vergogna lassar l'impresa. Rispose el Duca: Lui non era stà causa el spendesse, et se lo havia perso, Soa Majestà era stato cagione; et non voleno darli el casteletto. Et mostrò el privilegio antiquo dil feudo. Poi disse: Si ve metterè a l'honesto, mi metterò; si vorè la pace, la vorò; si vorè la bataia, etiam la vorò e quanti è in questo campo la volemo; et son partito di Milano per venir a far bataia. Et li ambassadori disse, che non volevano ofender el Re de Romani, perchè Novara era de l'imperio. Et el Duca rispose: Non son io soto l'imperio? Et mi ofendè. Poi la Signoria mi pol comandar, de la qual son fiul, e sempre ubligatissimo; vojo che in ogni tempo la me comandi, per haverme conservato mi et el mio stado; et dil mio stado voglio la disponi quanto dil suo proprio. Et cussì andò tutti a disnar. È da saper, li Provedadori udiva, ma non parlavano; et dil tutto advisavano statim la Signoria; e a Venexia si faceva gran consultatione. Etiam l'ambassador di Napoli, era col Duca in campo, non intrava in queste cosse.

Dapoi disnar, li ambassadori ditti veneno a la camera dil Duca, dove si reduseno Provedadori e li altri; mancava l'orator di Spagna, el qual venne dapoi. Et mons. de Arzenton parlò, et disse haver visto el privilegio dil feudo di Zenoa, nel qual si contien di esser buon vassallo dil Re, amico de li amici etc. El Ducha rispose: Son contento; a li soi nimici li farò brutta ciera; non che spenda dil mio. Parlono poi dil casteletto, et el Ducha disse: Non penssè. Arzenton disse: Trovemo qualche via el Re sia securo. Et volendo consultar el Ducha con li Provedadori nostri, quelli risposeno, sua signoria era sapientissima, et non li bisognava consulto. Etiam l'orator yspano non volsse dir alchuna cossa. Poi li ambassadori franzesi dimandò Monopoli, per venetiani preso. Rispose el Ducha: Magnifici provedadori, rispondete. Lhoro risposeno, non sapevano nulla. Poi dimandò le galee dil Re, prese a Zenoa. Rispose el Ducha: Le galee prese in guerra non voglio restituir, ma ben quelle sono state retenute a Zenoa son contento restituirle. Poi disseno, el Re vollea esser satisfatto di le spese di ritorno, dal dì partì di Pisa sino al presente. Rispose el Ducha: Anchora io ho speso; remetiamo questo in judexi, et quello sarà sententiato, quello paghi. Havete altro da dir? Et ditti oratori pensono un poco; poi disseno, zoè mons. de Arzenton: E la restitution di lochi etc. de missier Zuan Jacomo Traulzi e qualche un altro. Rispose el Ducha: Son contento; dite chi son i altri. E loro risposeno: Missier Francesco Secho. Et in questo el Ducha rispose non ha da far nulla di lui. El sig. marchexe di Mantoa è qui, che è patron di questo. Et ditto Marchexe disse: Missier Francesco mi ha voluto tor la vita. Poi dimandò mons. de Miolans et il Bastardo di Borbon sieno deliberati, i qualli erano presoni. Rispose el Ducha: Anchora che mons. de Miolans sia mio gran nemico, son contento, et li ho fatto bona compagnia; et del Bastardo di Borbon, era preson a Mantoa, el capetanio nostro, marchexe preditto, disse: Che mi refarà de li miei huomeni, son stà morti nel fatto d'arme a Fornovo. Demum essi dimandoe la taglia data a li presoni suoi, fusse pagata ma non duplichata. Rispose el Ducha: Era cossa honesta. Et, ultimo, dimandò che alcuni zentilhomeni amalati in Novara, franzesi, fossero licentiati andar... Rispose el Ducha, dovesseno dar in nota quei erano, poi se deliberaria. Et altro non fo ditto. El Duca volsse lezer le sue petition, et fè ogni instantia fosse restituito a' zenoesi Serzana, Serzanello et Pietra Santa. Non fo concluso. Poi dimandò li 80 milia ducati havia prestati al Re, et li ducati 17 milia li prestoe il rev.mo cardinal Ascanio, vice cancellier, suo fratello. Risposeno li ambassadori, quando el Re se aboccarà con Vostra Excellentia, tra voi vi acordarete di questo. Et fo messo tutto in scriptura, et una copia statim mandata a la Signoria. Et avanti a hore 21 se disciolseno di queste consultatione, et li ambassadori tornono al loro alzamento.

A dì 22 ditto, de matina a bon'hora, el Ducha de Milan preditto partì di castello, et andò al suo pavion, dove era li oratori franzesi, et steteno soli più di un'hora in colloquio; poi mandò per li Provedadori et Hieronimo Lion, cavalier, ambassador nostro, et zonti ivi trovono esso Ducha solo con el capetanio nostro e quelli signori ducheschi; unde dette molto a suspettar a' venetiani questa falsa materia come l'inteseno. Disse el Ducha: Li ambassadori mi ha ditto, el Re non mi vuol restituir li miei danari, ma vol di altri per la spexa; li ho ditto si mettiamo in zudexi. In questo zorno zonse lettere di la Signoria col Senato consulto, in campo, a li Provedadori et ambassador nostro, come, poi tramavano pase, quella fusse conclusa con honor et gloria de tutti do i stadi, zoè nostro et di Milan; et che tra li altri capituli sia messo questo, che il Regno di Napoli sia messo in compromesso nel Papa, imperador et re di Spagna. Et conferito questa voluntà dil Senato veneto con el Ducha, disse: Sono contenti la liga....; li ho parlato di dar in feudo a re Ferando el regno de Napoli; rispondeno li ambassadori non haver di questo commission; et ho scrito mi tre lettere a la Majestà dil Re; credo el farà questa pace. Et Marchiò, provedador, disse: Saria buon veder le lettere. Tamen el Duca non le mostroe.

Fo posto ordine col capetanio zeneral nostro e mons. de Pienes, ambassador franzese, andasseno fino al campo regio, et questo per segurtà dil Ducha d'Orliens, a trazerlo de Novara. Vi andasse el Mareschalcho di Giaè et el conte de Chaiazo; poi el ditto Mareschalcho tornasse qui in campo, zonto fusse a Camariano; et el conte de Caiazo con 200 cavalli andasse dove era el capetanio nostro a..., poi ritornasse in campo col capetanio et mons. de Arzenton restava in campo. Et cussì, a dì ditto, a hore una di notte, el Ducha d'Orliens fo trato de Novara con zercha 250 cavalli, a presso li repari andò con la scorta nostra verso Verzei. Et ozi era ussito di Novara da cavali 100 malandati et amalati; et come li Provedadori scrisseno a la Signoria, che dal dì fo levato le offese fino questo zorno, eran ussiti di Novara de le persone 1000. Et cussì el Ducha d'Orliens andò a trovar el Re, et el capetanio nostro tornò in campo a hore 3. El Ducha mandò in questo mezo domino Francesco Bernardin Visconte per mons. de Arzenton, era restato solo in campo ambassador. Et qui Marchiò Trivixan, provedador, haver in conclusion lettere da la Signoria, come nel memorial haveano visto uno capitulo che dicea, el Re non volea altro che quello era di raxon in Italia et che li parteniva di giustitia; et però pareva a la Signoria el regno de Napoli se metesse in compromesso. Et mons. de Arzenton rispose, che quel capitolo lui lo havia messo, et che 'l Re non sapeva nulla. Parlò poi col Ducha e madona soli. Et la Signoria scriveva tuttavia, facendo la pace, voleano tre cosse: che la liga rimagnesse ferma; dil Regno di Napoli, sia messo in compromesso; et non volendo far questo, nostri attendesseno a ingrossar l'exercito et star preparati. Et feceno a Venexia molte provisione di far zente et altro. Et li Provedadori rispondeva, che el Ducha de Millan al tutto volleva far la pace per non star in pericolo; che la liga nostra sia ferma non bisognava parlar, perchè erano contenti; et che di metter el Regno de Napoli in compromesso, niente era stato parlato finhora; et ingrosar l'exercito el fezeno et el faranno continuamente; et che mons. di Arzenton era caldo a la paxe, ma mons. de Pienes un poco duretto.

Il Re in questa sera mandoe a dir a li soi ambassadori ritornasseno diman da lui. Et però, a hore zercha 6 di notte, volseno audientia dal Ducha; e, reduti tutti, excepto l'orator yspano che era a dormir, mons. di Arzenton parlò: che dil castello el Re non el volleva tegnir se non tre mexi da poi reaquistato el Regno de Napoli. Et el Ducha rispose: Si el Re vol far bona pace, die vardar tre cosse: la fede, l'utile et l'honor. Son contento darvi uno ostaso per un tempo. Item, la Majestà dil Re voglia dar in feudo a Ferando el Reame senza spender. Risposeno li oratori: De questo non potemo parlar, ma di l'ostaso parleremo col Re. Et el Mareschalcho di Giaè disse al Duca: Son certo la Excellentia Vostra aiuterà el Re aquistar el Regno. Rispose el Duca: De aiutar nulla habiamo parlato. Et cussì, andati a dormir, la matina ritornono a Verzei.

A dì 23 ditto, da matina, li Provedadori e li altri fonno insieme; dove era etiam l'orator di Napoli, raxonando de metter in compromesso etc. L'orator di Napoli disse, mettendo in compromesso, ritorneriano in pristinum; ergo etc.

Vene un ambassador de la duchessa de Savoia, in campo, a li Provedadori nostri, et disse prima: S'eli havevan receuto Franzesi ne li suoi paesi, avanti la i ricevesse volse el parer dil Ducha de Milan, el qual fo contento, et par per publico istrumento; poi che, intendendo si era su pratiche di pace, havia grande contento, per desiderar la pace et tranquillità de Italia, per esser ancor lei italiana; et se offeriva, se fusse differentia in qualche capitulo, de pratichar con qualcuno di principal signori a presso el Re, e far forsi si adaterà. Et li Provedadori risposeno dolcemente, ringratiando etc., et dimandono con chi la poteva. Rispose lui: Con mons. de Lignì, che dormiva col Roy; et questo medemo riferite a Hieronimo Lion, cavalier, ambassador nostro.

Ancora tornò domino Jacomo Soardo, era stado a Casal dal sig. Costantin Arniti, come ho ditto di sopra, mandato per il Duca. Referite quel signor era bon servitor dil Re di Romani, et volleva esser obediente et neutral in questa impresa; et sempre l'animo suo era stato di ben operar verso la Santa Liga. Quanto al revocar le zente havia col Re, che nol potea far con suo honor, per haver hauto soldo per homeni d'arme 100 per mexi cinque, finiva questo Zenaro; ben era vero havia solum 50 homeni d'arme col Re, et era ubligato tener 100, el qual resto era a presso di lui. È da saper, che con li ambassadori franzesi andoe el conte Albertin Boscheto, nominato di sopra; et la trieva finiva domatina.

In campo questi zorni pioveva assai; le aque de li torrenti crescevano, et mal li cavalari potevano passar; pur ogni zorno almeno una lettera, e tal do e tre, li Provedadori scriveva a Venetia.

A dì 24 ditto, a hore 17, zonse li tre oratori franzesi et do altri de più, zoè mons. el vescovo de Roan et uno Presidente de Parisi; et venuti in campo, andati a disnar a lo lozamento, da poi hebbeno audientia dal Ducha. Et mons. di Arzenton parlò, come el Re havia mandà tutti cinque per pratichar la pace, excusandosi che essi non veneno per el tempo pluvioso. Poi parlò el Presidente de Paris, e propose le petition dil Re in scriptis, le qual qui sotto sarà scripte, con la risposta dil Ducha. Poi volseno ditti oratori parlar al Ducha solo; et licentiò li Provedadori, et oratori Spagna et nostro. Stettero soli in colloquio do hore, et, come disse el Ducha, fonno su la diferentia di danari prestati al Re... El Ducha poi se portò da ditti oratori: Magnifici Provedadori, scrivè a Venetia, se la Signoria vol intrar in la pace subito, ne rescriva; io la vojo, perchè il Re di Romani et il Re de Spagna me la fano; anche li capituli de la liga non mi astrenze non la fazi; et confortatela la fazi, da parte mia, perchè el tempo conseia molte cosse. Et cussì li Provedadori spazoe a quel'hora, era una di notte, lettere a la Signoria; et la trieva fo perlongata per tutto Domenega proxima, zoè fino a ditto dì. Et è da saper, che, fatto la trieva, molti cavalli e fanti se partì di campo; assa' ne moriva, dico de li nostri, per esser alozato el campo in loco basso, et per le pioze stavano quasi sotto aqua, sì che li homeni et cavalli se perdeva. Fo mandato per la Signoria in campo ducati vintunmilia a li Provedadori. Et poi partiti, li oratori si ritornono dal Ducha, dicendo vollevano zerchar l'opinione de Provedadori di la Signoria zercha sta paxe. Et el Ducha rispose: Voi havete guerra con mi et non con la Signoria. E li oratori disse: Adoncha quello si fa con vui non si fa con Venetiani; et rimaseno molto sopra de si, però che il Re stimava molto di haver buona paxe con la Signoria nostra.

In questo mezo zonse Jacomo di Tarsia, contestabele, con alcuni provisionati, in campo; et per lettere di Enea Griscello, ambassador dil Ducha a quelle comunità di sguizari, scritte al Ducha, s'intese come el bailo dil Degiun con elemani numero 900 et cavalli 50 esser passato de lì, el qual andava dal suo Re de Franza.

Di 24 Settembre.

Peticione fece li sigg. ambassadori franzesi in nome dil christianissimo Re de Franza, videlicet mons. de Roan, mons. el mareschalcho de Giaè, mons. de Pienes, mons. di Arzenton et mons. lo Presidente de Paris in campo sotto Novara.

Primo, che 'l casteletto de Zenoa sia posto in mano di un terzo, lo qual desiderano che sia lo ill.mo sig. Ducha de Ferrara. Item, che esso Ducha, el governator de Zenoa, con missier Zuanne suo fratello, missier Joane Alovisio dil Fiesco et li Antiani in nome de la città, jurano che lo ill.mo sig. Ducha de Milan observarà l'obligo dil feudo di Zenoa versso lo christianissimo Re, cossì ne lo armar e disarmar, come ne le altre cosse... Et casu quo advenisse a morte lo sig. Ducha de Ferrara, quod Deus avertat, quelli che remaranno, d'acordo lo christianissimo Re et lo sig. Ducha de Milan, debba haver lo ditto deposito o juramento; medemamente se intenda che chi sarà posto per lo sig. Ducha de Ferrara in casteletto, et cussì li soldati saranno posti per soa Excellentia, faccino lo medemo juramento che farà lo sig. Ducha, cussì acadendo dil Governador. Quello sarà Governador, habbia lo medemo juramento et obligo. Et questo intende habia a durar per anni due tantum, quanto al casteletto; et quanto al juramento del Governador et città, se intende per anni X, et passati li dui anni, lo prefato sig. Ducha de Milan, et passati li X anni, la città sia libera dil juramento et obligo preditto, restando però poi el feudo di Zenoa in robore suo. Promettendo li preditti signori ambassadori franzesi, in nome dil christianissimo Re, che la Soa Majestà curarà, che, cum armata che fatia a Zenoa, non farà contra lo prefato sig. Ducha de Milan, nè contra lo presente governo de Zenoa, per recto o per inderecto; et che ne lo armar torà de li navilii de li amici de li Governadori dil stado presente, et non d'altri; intendendo che essi amici ancora siano tenuti de dar li navilii, che li saranno rechiesti.

Item, domanda li prefati signori ambassadori, che la Signoria illustrissima de Venetia, et lo sig. Ducha de Milan non prestano ajuto ni favor alcuno al re Alfonso, ni al re Ferando et successori, ni alchun altro che pretendesse haver ragion in ditto Reame per recto o per inderecto; et se al presente se trovasseno haver zente o armata in lor favor, debiano removarle; et cussì, havendo la prefata illustrissima Signoria terra o loco in man sua de quel dil reame, li debba relaxar. Item, che la preditta illustrissima Signoria de Venetia et sig. Ducha de Milan debbano far far cride, che li suoi soldati (non) vadano contra al christianissimo Re, ni a la impresa dil Reame de Napoli; et andando, siano puniti.

Item, che alcuni homeni particulari siano restituiti; quali sono anotati qui di sotto, con le risposte dil Ducha, ut infra.

Responsione dil Ducha de Milan.

Quanto a missier Jean Jacomo di Traulzi, el sig. Ducha è contento restituirli el suo, et possa andar et venir, et haverlo in gratis come da prima.

Quanto a missier Francesco Secho, risponde che conforterà el Marchese de Mantoa a volerli compiacer; et havendo Soa Excellentia alcuna cossa dil suo, sarà contento de restituirli.

Quanto a missier Joanne Rosso et fiolli, è contento restituirli quello haveano quando andorno a la Majestà dil Re.

Al Cardinal di Zenoa e missier Obieto, risponde esser fuora, per esser stati a li servigii de la Majestà dil re Ferando et inimici dil christianissimo Re; et per questo non li pare de farne altra mentione, ma è contento di lassarli.

Ad Alexandro e Michiel...., che l'è contento perdonarli a quello, quanto aspetta a la Excellentia soa.

A tutti quelli fuora di Zenoa e dil zenoese, qualli sono intrati in la guerra presente, per haver tenuto con la Majestà dil Re, risponde Soa Excellentia esser contenta; et cussì tutti quelli de Novara et novarese; et im spetie ad Opizino Caccia con li soi, et conte Manfredo Torniello et fratelli, risponde che è contento perdonarli et restituirli quello godevano al tempo che deteno Novara al Ducha d'Orliens, nè mai darli molestia alcuna per ditta cagione.

Seguita le altre persone.

Item, che siano liberati li presoni, excepto quelli che hanno fatto taglia; la qualle sia accettata come la è stata fatta da li presoni, et non possano esser astretti a far maggior taglia. Li altri che non hanno fatto taglia siano liberati, salvo lo Bastardo de Borbon, quelle se rimette a lo illustrissimo sig. Marchexe de Mantoa.

Quanto a li colligati et adherenti, se accepta li nominati in nome dil christianissimo Re, che sono li seguenti, videlicet:

Altre responsione dil Ducha preditto.

Quanto al Prefecto, lo sig. Ducha risponde, quanto per sè è contento de non darli impazo, nè al stado nè per altro.

Quanto al Cardinal S. Piero in Vincula, havendo benefitio in lo stado suo, el prefatto sig. Ducha è contento di lassarli goder.

Quanto a li colligati, se rimette al capitulo et petitione sue.

Quanto a li adherenti de la ill.ma Signoria et de lo ill.mo signor Ducha de Milan, se piglia tempo de nominarli fra un mexe; dimandano li signori ambassadori che la Santità de Nostro Signor vogli revocar ogni excomunication qual havesse fatta contra la Majestà dil Re suo et qualunque andasse in favor suo per lo conquisto de lo Reame de Napoli. El sig. Duca risponde, è contento che, quanto spetta a Soa Excellentia, de farne opera con Soa Beatitudine.

Quanto a perdonar a tutti quelli c'hanno dato aiuto al sig. Ducha d'Orliens, risponde che, essendo, sarà contento di perdonar a tutti, et chi vorà star ne lo stado gli potrà star, et quelli non li voranno star, sarà contento di lassarli goder el suo.

Et a dì ditto, 26, essendo de nuovo ritornati dui ambassadori, et richiesto di nuovo di la Signoria et sig. Ducha de Milan, voglia restituirli le galie et artilarie che furono prese a Rapallo, rispose la Excellentia dil Duca, dicendo che, per gratifichar et far piacer a lo christianissimo Re, sarà contento restituirli tutto quello sarà in man sua.

Item, dimandono li prefati oratori, che sia relassato mons. de Miolans. Et el Ducha rispose esser contento. Et cussì... di navi, hessendo in mane di alcuno de Soa Excellentia.

Et a dì 26 ditto, da matina, el Ducha de Milan montoe a cavallo et andoe verso Novara. Et avanti havea mandato el capetanio nostro et el suo capetanio, sig. Galeazo, per assicurar quelli ussivano, però che havia posto ordine con li ambassadori franzesi de mandar fuora quelli cavalli et fanti; ergo la pace se poteva dir conclusa. Sì che ussiteno cavalli, computà li cariazi, più de 2500, et fanti più de 3000. Et ussite el marchexe Ludovico de Salutia, fece reverentia al Ducha, et venne insieme in campo e disnò col capetanio al pavion. Da poi disnar andoe a tuor licentia dal Ducha, per andar a Verzei. Fo tratte de Novara le artilarie, et la terra restoe nuda de franzesi et elemani; tamen ne la rocha eran 300 fanti franzesi dil Maraschalcho di Giaè; tamen non erano conclusi li capituli, unde nostri si dubitava di segreta intelligentia. Et el Presidente di Paris, con li tre altri oratori dil Re, ancora erano nel campo. Ma el vescovo de Roan partì questa matina, et tornò dal Re. Et da poi manzar, el Ducha con li Provedadori et reliquis nominati di sopra, fonno insieme con ditti oratori, i qualli si dollevano di non haver risposta da Venexia da la Signoria nostra, dicendo con la nostra armata a Napoli se li haveano fatto gran danno al Re. Li fo risposo si aspettava risposta, et non poteva star che non zonzesse; et come sapeva mons. di Arzenton, el governo de Venexia, bisognava consultar nel conseio de Pregadi; et che di l'armata niente sapevano, ma che il Re era stà causa a Fornovo a procurar l'exercito di la Signoria. Et cussì steteno alquanto su queste parole, Marchiò Trivixan rispondendo. Et poi slongono la trieva, et per tutto questo mexe de Septembrio, per aspettar risposta da Venetia. Demum dicti oratori azonseno certi capituli, zoè volevano el pasazo per terra. Et parlono poi soli con el Duca più de una hora; et, montati a cavallo, lo acompagnono uno mio. Et cussì ditti 4 oratori ritornoe dal Re, et el Duca terminoe de mandar la matina sequente 4 soi oratori al Re, per far la petition soe, zoè domino Francesco Bernardin Visconte et tre altri.

È da saper che 'l Ducha, in queste pratiche, contentò di donar al Re li ducati 80 milia li havea prestati, et che 'l potesse passar per terra per il suo stado, sì che quasi, et publice, si poteva tenir la paxe fatta. Et ozi, domino Antonio Maria Palavicino, fo capetanio di esso Re de Franza, parlò a Zuan Jacomo de Traulci, et dimostrava haver piacer la Signoria venisse a la paxe. Et intesa questa nuova a Venetia, et come si poteva tenir conclusa la paxe dil Ducha de Milan con il Re, la qual nova zonse a Venetia a dì 29 ditto, el zorno de San Hieronimo, e tutti erano in angustie e fastidio, vedendo quello seguiva etc., et si dubitava molto di l'exercito, per esser ivi in terre aliene, et non poter partirssi, nè passar le fiumare senza licentia de esso Ducha, adeo in questa terra tutti steno in gran pavento, e li Padri consultaveno non senza gran dolor, che esso Ducha havesse facto tal paxe, e nui che tanta spesa e periculo havian portato, fusse a questo modo tratati; et si l'exercito fusse stato di qua sul nostro, niuna cossa si harebbe temuto. Tamen seguite poi che l'exercito senza alcun danno venne di qua sul nostro, come dirò di sotto al loco suo.

A dì 27 da matina, li 4 ambassadori dil Ducha de Milan partino dil campo per andar a Verzei a trovar el Re; et da poi disnar ritornò in campo mons. di Arzenton, et a caso el Ducha li andò contra, perchè era a cavallo, et ditto Arzenton si dolse di tre cosse. La prima, che era stato tolto per nostri 4 passavolanti trati di Novara; item che alcuni franzesi erano stà spogliati; l'ultima, che alcune zente, ussivano di Novara, erano stà morte. A la prima el Ducha rispose, li passavolanti erano salvi, li daria, et messe ordene de dargeli e mandarli ozi fino a Verzei; secondo, a quelli erano stà spogliati, el capetanio havia donato ducati 80 a quelli, aziò si remendasseno el danno; a la terza, non era il vero fusse stà amazato niuno. Et stato alquanto insieme con el Ducha e Madona, ditto Arzenton ritornò al Re. Nè mai smontono da cavallo, ma a cavallo parlono insieme. È da saper che 'l Duca nunquam volse parlar a li oratori, quello voglia la Signoria, zoè di metter el Reame de Napoli in compromesso, o ver farli feudo; et el capetanio mandoe via gran parte de cavalli lezieri et sue robe: era signal di la conclusion di la pace.

A dì 28, domino Francesco Bernardin Visconte, con li altri oratori dil Ducha andati dal Re, mandoe certi capituli... el Re volleva. El Ducha subito rispose a quelli, et rimandoe indriedo.

In questa sera, a hore due di notte, li elemani ducheschi si levò a remor con li italiani; unde tutto el campo si messe in arme, et maxime el nostro. Fo per un'hora gran tumulto, morti de tutte do parte, zoè dil campo duchescho alquanti, e molto più di elemani; et per mezzo de quelli Signori fo cessato, et non senza gran faticha, per esser todeschi huomeni terribili et pericolosi. Et come se intese, si se cridava Italia! Italia! cussì come cridorno: Maria! Maria!, perchè la custion fo principiata fra todeschi, erano morti, che ne fo amazati pur 60. Et el Marchexe de Mantoa, nostro capetanio, volendo reparar a questi se amazavano, disse al Ducha: Signor, venite a remediar. Il Ducha rispose: Ma, mia moier. Et il Marchexe rispose: Mettetila ne li forzieri etc. Et dicitur fo tanti morti in questa baruffa, che fo cargi 7 carri de corpi, et mandati a sepelir.

.... ritornò; et si have tre stratioti erano fuziti in Novara; et li Provedadori li volseno far impichar, et el capetanio zeneral non volsse, dicendo li havia promesso de non farli morir.

Et a hore una di notte ritornoe in campo Francesco Bernardin Visconte con mons. di Arzenton, havia lettere di la conclusion di la paxe, e di tutto erano d'acordo, excepto di uno capitulo, zoè de li ducati 50 millia da esser dati al Ducha d'Orliens, el qual lui li voleva de contanti.... Et el Re è contento si paghi in mesi 18, et che el Re desiderava presto el concluder di la pace, per esserli venuti 24 mille elemani, a ciò non facessino qualche novità. El Ducha de Millan volleva pagar tal danari in anni 3; ma a la fin contentò come volsse el Re. Et volea diman haver Novara e la rocha, avanti facesse levar l'exercito suo et nostro; unde mons. di Arzenton molto aliegro, in quella notte medema spazò uno trombetta al Re, et etiam Francesco Bernardin preditto fo mandato iterum dal Re per ambassador di esso Ducha. Et vedendo questo li Provedadori, havendo cussì in commission da la Signoria, dimandoe licentia al Ducha, e modo de levar l'exercito. Et el Ducha fo contento; unde subito li Provedadori, a hore 6 de notte, spazoe lettere di questo a la Signoria nostra.

A dì 30 Settembre, da matina, zonse in campo nostro provisionati 200 di bergamasca, di la Valle Seriana di sopra, ben in hordene, pronti a ogni cossa, et pagati dal comun di dette valle. Et el zorno avanti, a dì 29, zonse 800 provisionati dil capetanio zeneral nostro, etiam ben in hordene, et provisionati di brexana. È da saper, che a li altri provisionati 500 di brexana, la Signoria comandò soprastesseno quei di Axola 200, Pedemonte 200, Franza curta 100, Valtrompia e Val de Sabio 200; et nel conseio a Brexa preseno tutti d'acordo de far ditti provisionati; et haveano ducati 2000 in deposito per questo rispetto. Etiam, a dì 27 ditto, zonse in campo Todaro Paleologo con stratioti ben in hordene, era stato in Tortona; et el Ducha de Milan mandoe li suoi elemani ad alozar a uno castello chiamato Granosa, mia 3 lontan dil campo, et le sue zente si ritiroe versso Vespola, et li fanti andava via; unde esso Ducha dimostrò dolerse, dicendo: Non è conclusa la paxe, et li fanti vanno via; e mandoe a li porti a revocharli, che dovesseno ritornar in campo. Venne lettere di Vormes, de 14 de l'instante, scrive a la Majestà dil Re di Romani, haveva in Italia elemani 4000 et 1500 cavalli, et che Soa Majestà volleva venir con altri 4000 elemani.

A dì ultimo Septembrio, ritornò el conte Albertin Boschetto con el canzelier de Francesco Bernardin Visconte in campo, e riportò al Ducha alcune difficultà di capituli; et el Ducha subito rispose.

A dì primo Octubrio, el Duca de Milan sotto scrisse altri capituli, scritti in franzese, et hora par fusseno azonti tre o quattro; et l'andata dil Visconte a Verzei fo per longar la trieva otto zorni, et formar in bona forma li capituli. Perchè è da saper, che a dì ultimo Septembrio, ditto Francesco Bernardin Visconte ritornoe la sera in campo con li oratori regii, et a hore 3 di notte fonno a parlamento col Ducha e li Provedadori; et habuto la voluntà dil Senato, per una lettera scritta a dì XXVIII ditto, unde Marchiò Trivixan, provedador, parloe a ditti oratori, dicendo che la Signoria havea buona lianza con el Re, et cussì li scriveva voler esser et haver, et che siamo stati provocati e lacessiti a quello seguite a Fornovo, et le lexeno la lettera ducal. Li oratori dimandono la copia, la qual... li fusse data praecise come la fo letta, di man de Lorenzo de Mozanega. Et quella lui l'autenticò, senza tamen saputa de ditti Provedadori et orator nostro. Et, hauta la copia, ditti oratori steno più di una hora soli a consulere; poi chiamò el Ducha, e stè più di altra hora insieme. La conclusion de ditta lettera era, che la Signoria scriveva a li Provedadori et orator suo, come eran contenti de restar in la fede et amicitia era prima con la Majestà dil Re, avanti che fusse fatta la liga. Et el Ducha disse a li ambassadori: Se la Signoria non vuol far pace, la Majestà dil Re non vuol farla con mi. Loro risposeno: Non sapemo questo. Et però fo scritto al Re; et etiam andoe esso Francesco Bernardin Visconte, sì come ho scritto di sopra.

Li fanti dil nostro campo cominciava a partirsse; etiam parte di todeschi de Cozanderle, i quali volsseno doi fiorini per uno, et fu forza a li Provedadori de darli.

A dì primo ditto, la sera, ritornò ditto Francesco Bernardin con li oratori regii, et tra li altri mons. di Pienes; et disse a li Provedadori, che il Re non se contentava di la lettera di la Signoria nostra, ma volleva difinitiva dechiaratione de li tre capitoli mandatili a dimandar a la Signoria, zoè levar via l'armada di Reame, e non porzer favor a re Ferando directe, vel indirecte etc. Secondo, che restituiscano le terre haveano in la Puia. Tertio, che la Signoria fusse amica de li amici dil Re et nimica de li nimici; et a questo si risolvano, et sol questo harebbono voluto. Et a dì ditto, da matina, ditti oratori ritornò dal Re; et sono contenti perlongar la trieva do zorni.

La Signoria mandò in campo ducati X milia et gropi 4 de fiorini di Rens, ducati 1000 l'uno, a ciò li desse una paga nel levar de l'exercito. Et Vincenzo Valier esercitava l'officio di pagador, e da tutti in campo era ben voluto; et etiam Hieronimo di Monte, vice collateral zeneral; unde da li Provedadori, come era la verità, fo laudato de integrità et fede, facendo l'officio suo con sincerità et realtà.

Venne nove in campo da Roma, per lettere dil vice canzelier, come Piero di Medici era con homeni d'arme 550 et fanti 3000, con el sig. Ursin, et per andar di brieve versso Fiorenza.

Li ambasadori dil Ducha, era dal Re, scrisse come Franzesi parlava de maridar un fiul de Soa Excellentia in la fia di mons. de Bres, zoè Filippo mons. di Savoia. Et el Ducha rispose esser contento de darla al secondo so fiol.

In questa sera, a hore 1 di notte, ritornò in campo mons. di Arzenton et el Presidente de Paris, et do altri maestri di caxa dil Re, et a hore 3 haveno udienza dal Ducha con li Provedadori et reliquis vi intraveniva sempre. Et Arzenton disse, el Re non volleva più el casteletto di Zenoa.... ne le mane, ma ben volleva una chiareza di la Signoria nostra, di la fede li prometteva. El Ducha rispose in favor di la Signoria, et che bastava quella lettera; et quello prometeva una volta, la Signoria era sempre assueta de observar.

A dì 3 ditto, el Duca dubitando, ut dicitur, non venisse a prender Camarian, volse far la mostra di fanti e provisionati era nel nostro campo; et cussì fu fatta.

Da poi disnar zonse in campo el Duca de Brusvichi con cavalli 400 in zercha, benissimo in hordene et ben armadi, mandato per el Re di Romani, et el Ducha volsse andar in campagna a vederli, et fece bellissima mostra.

El conte de Petigliano a Milan steva pur meglio; la ballotta era redatta do deda a presso la piaga.

In questa sera li Provedadori fo a parlamento col Ducha, et mons. di Arzenton era rimasto, et el Presidente de Paris, con li do altri, era partiti quella matina e andati dal Re. Arzenton aspettava el Mareschalcho de Giaè et Francesco Bernardin Visconte, et disse el Re volleva aspettar lettere da Venetia, perchè al tutto volleva Soa Majestà più chiareza.

A dì 4 ditto, passando mezo zorno, zonse ditto Mareschalcho de Giaè con el Visconte preditto, et dimandoe el Bastardo de Borbon in cambio de Fregosin de Campo Fregoso, fiul dil cardinal di Zenoa, preso per Franzesi, et havia taia ducati 8000, et li capituli di la paxe col Ducha de Milan erano conzi, et che 'l Re desiderava el Marchexe nostro capetanio si abocasse con lui.

Fo divulgato, el sig. Antonio Maria de San Severino era conzo con el Re; havia per la sua persona ducati 10 milia l'anno, uno stado in Franza con intrada de ducati 5000, homeni d'arme 100 di condotta, et balestrieri a cavallo 100; et deva a li homeni d'arme scudi ij per paga a ziaschaduno, et li ballestrieri scudi 5.

Ancora, dicitur che il Re al Traulzi li dava in Franza stado per 60 milia franchi de intrata, et in Reame el ducato de Venoxa, con 6 milia a l'anno de provision per la sua persona, soldo per 100 homeni d'arme et per cento ballestrieri a cavallo e fanti 3000; ditto Zan Jacomo de Traulzi dia andar col Re in Franza.

A dì 5 ditto, a hore 17, zonse in campo el Ducha Hercules de Ferrara, suoxero dil Ducha de Milan. Il Ducha li andò contra con la duchessa, l'ambassador de Spagna, Luca Pisani et Marchiò Trivisan, provedadori, e Hieronimo Lion, cavalier, et altri signori, uno mio; alozò in castello; era con molti cavalli e tutta la sua corte. Et el capetanio nostro Marchexe de Mantoa, etiam zenero di ditto Ducha de Ferrara, soprazonse, dicendo voler andar a Verzei da la Majestà dil Re. Et Lucha Pixani, prima ditto Marchese dicesse dove volesse andar, disse: Signor, dove volete andar? Rispose el capetanio: A Verzei. El Re ha mandato per mi, volete che io vadi? Et ditto Provedador rispose: Mi par di no, habiando il governo di tutto questo campo. El capetanio disse: Ho licentia da' Venetiani. Et poi partito, di nuovo ritornò da li Provedadori a dimandar licentia. Et a la fin andò in questo zorno, per dir al Re, quello prometteva la Signoria era certo.

Da poi disnar el Ducha de Ferrara se partì dil campo, e andò a Verzei a trovar el Re. El Ducha et Provedadori lo acompagnò uno mio. In questo zorno, mons. di Vadoma, zerman cusin dil Re, fo fiul di la sorella de suo padre, venuto novamente de Franza, di età di anni 28, morite; et il Re have grandissimo dolor. Fece far l'esequie ne la chiesa principal di Verzei; et poi el Re fece metter el so corpo in una cassa de piombo, et lo mandoe in Franza; conclusive have gran maninconia. In ditto zorno, in campo nostro zonse provisionati di Brexana e Bergamasca numero 1200, zoè 600 per uno et a dì 4 zonse li 200 provisionati di Asola, a loro spexe fatti, come ho scritto di sopra. Etiam zonse hozi Hanibal da Dozea con le so zente; et cussì come el nostro campo se augumentava, cussì quel dil Ducha de Milan le sue zente si partiva, et non erano pagate; et etiam zonse in campo nostro maistro Nicolò di Olanda, bombardier, stava a Vicenza. Coioneschi cazò Albertin Lasefer, franzoso, era so conseier, et tolseno Jacomo Basilisco per conseier. Fo mandato al governador, conte de Petigliano, di campo, per spender in curarse de la egritudine, ducati 500.

In questa matina, el Ducha de Milan fece do cai di stratioti, cavalieri, per soi boni portamenti; zoè Repossi Busichio et Mexa Busichio, et li vestite di do caxache di panno d'oro.

A hore 3 di notte ritornò in campo el Marchexe de Mantoa, capetanio nostro, era stato dal Re; et refferì esser stà accettato dal Re molto honorifice, et che, menato in camera da Soa Majestà, per spacio di do hore stette insieme soli, parlando de diverse cosse, dil fatto d'arme seguito, et di la paxe; et che 'l Re disse, volleva esser amico di la Signoria, et non volleva altro che 'l so Regno de Napoli, et si meravigliava la Signoria non volesse paxe. Et el capetanio rispose, per lettere di essa Signoria Soa Majestà poteva comprender la bona intention soa. Poi che 'l Re li dimandò che l'andasse aquistar Napoli, et li daria lanze 500 et 4000 pedoni. Et lui rispose, era capetanio di la ill.ma Signoria di Venetia, et non poteva prometter. Et disse el Re: Fatto la paxe, voglio... uno ambassador a Venetia a dimandar questo. Poi volsse facesse colatione, et che in hoc interim, el Re andò a cavallo fora di Verzei, et aspectò lì dicto capetanio nostro; et fece venir cavalli belli, et il Re li fece uno presente di quelli, et lui ne aceptò do soli corssieri: uno baio scuro, grande, castigliano; l'altro era zervato, costò scudi 500. Demum che zonse el Ducha de Ferrara, et tolse licentia esso capetanio dal Re, et ritornò in campo, et con lui menò altri condutieri.

Item, referite era con el Re tre capitanei italiani, Zuan Jacomo di Traulzi, Troian Papacoda et Camillo Vitello; et che era tre cardinali, San Piero in Vincula, el cardinal de Zenoa et el cardinal Samallo. Et qui el ditto Marchexe fece uno presente al Re dil Bastardo di Borbon, era suo presone, senza pagar taia alcuna; etiam Freghosin Fregoso fo deliberato.

A dì 6 ditto, el Ducha de Milan se dovea abocar con la Majestà dil Re, ma la cossa andò a la longa, adeo non se abocono. Et a Milan se ritrovava esser uno secretario dil Re di Romani venuto, chiamato Herasmo Brascha, tamen era milanese.

In questo zorno, a hore 19, zonse in campo nostro el fiul di Zuan Jacomo di Traulzi con 30 cavalli, et parloe col Ducha.

A dì 7 ditto, da matina, Francesco Bernardin Visconte andoe a Verzei dal Re, per veder se Soa Majestà doman si vollea abocar, justa l'hordine, con el Ducha de Milan suo.

Venne in campo nostro ducati 15 milia, mandati per la via de Crema, et a solicitar el pretor vi mandasse, vi andoe Sonzin Benzon.

A dì 8 ditto, a hore zercha 22, venne in campo Francesco Bernardin Visconte con el Mareschalcho de Giaè con molti cavalli. Et el preditto mareschalcho disse, el Re havea spettà risposta da Venexia, et desiderava saper la intention de la Signoria. Et li Provedadori risposeno, come l'opinion di la Signoria era quella lettera, la copia havia habuto la Majestà dil Re. Et lui disse, volleva pur la restitution de Monopoli. Et poi disse a li Provedadori, volea zurar de mantegnir quello era in la lettera nostra; et che volendo el Re el Regno de Napoli, non faza contra la liga. Risposeno de no, salvo quello li ordenava la Signoria volevano far. Fo prolongata la trieva, et ditto Mareschalcho la sera se partì, et mons. di Arzenton restò in campo. Et el Ducha de Milan, essendo a cavallo, disse a li Provedadori: A Venexia vien ditto io son un traditor; voglio venir a Venexia per ringratiar quella Ill.ma Signoria dil benefitio ho ricevuto. Et li Provedadori risposeno, Soa Excellentia non dovesse a vardar le parole del vulgo, ma a quello che la Signoria havia per lui sempre fatto. A dì 9 ditto, a hore 18, zonse in campo una lettera de Francesco Bernardin Visconte, era dal Re, di la conclusion di la pace, la qual sarà qui posta.

Copia de una lettera de domino Francesco Bernardin Visconte al Ducha de Milan, di la conclusion di la paxe.

Ill.mo et Excell.mo Signor mio.

In questa hora è ussito di conseglio la Majestà dil Re, dove è stato per spatio di do hore con questi signori conseieri, et hanno stabilito et confirmato la paxe con la Excellentia Vostra, per modo che più non ci resta disputatione. El Mareschalcho de Giaè con el qual di presente veniva da Vostra Excellentia, me ha ditto che 'l ge par de levar via l'exercito suo, che, come siano lì et li habiamo parlato, non habia se non a farli levar, perchè anche la Majestà dil Re farà el simele. Et ho voluto subito dar aviso dil tutto a la Excellentia Vostra, a la qual me ricomando, et laudato sia l'omnipotente Iddio.

Vercellis, 9 Octubris 1495.

Et zonta ditta lettera in campo, el Ducha dimostroe grande alegreza, et disse a li Provedadori, che l'exercito nostro si levasse, perchè cussì voleva far lui dil suo; et di questo li Provedadori fonno molto contenti, et spazoe un corier a la Signoria subito, notifichando questo, et come in quella sera non potevano levarsse, per esser li sacomani fuora. Ma la matina, Sabado, a dì 10, col nome de Christo se leveriano per venir versso Brexana con ogni presteza, sì come la Signoria scrisse per lettere di 5, 6, 7 dil mexe a ditti Provedadori, che dovesseno levarssi ad ogni modo, fatta la paxe.

A hore 21 zonse in campo el Mareschalcho de Giaè con Francesco Bernardin Visconte et altri franzesi, et, andati dal Ducha, steteno fino a hore 23 insieme, et el Ducha poi mandò per li Provedadori, i quali zonti, trovono che i scrivevano i capitoli, et a hore 24 el Ducha zuroe de observarli sopra el crocefixo dil messal, presente l'ambassador de Spagna, li Provedadori et orator nostro. Et poi el Ducha disse come havia fatto bona deliberation a far la paxe; et che l'havia habuto lettere dal suo ambassador di Venexia, come qui si diceva mal de lui, et che 'l volleva vegnir im persona a Venexia a purgasse, et che volleva mandar un suo con li capitoli di la paxe fatta col Re, come mandoe; li qual capitoli saranno qui, a la fine de le cosse seguite in campo, posti.

El Ducha de Ferrara era pur col Re de Franza a Verzei, et dovea andar a Zenoa ad haver el casteletto, justa la forma de' capitoli; et è da creder ivi col Re tramasse qualche cossa.

Adoncha, a dì ditto, 9, fo publichato in campo dil castel di Caxuol la paxe preditta, fatta et conclusa tra el Christianissimo Re de Franza et el Ducha Lodovico Maria Sforza, anglo, duca de Milan; a la qual publication non si volse trovar li nostri Provedadori; et fo divulgato che le zente de la Signoria una voce cridava: Viva! Viva San Marco, che mantien la fede!

A dì 10 ditto, da matina, el campo nostro se levò, et veneno alozar a Gravalona, ch'è una valle lontana, dove era alozato ditto campo, mia 12; et el Ducha con la Duchessa, li ambassadori de Franza, de Spagna et de Napoli, et el Veneto acompagnono el capetanio zeneral nostro, marchexe de Mantoa, Luca Pixani et Marchiò Trivixan, provedadori zenerali, et Bernardo Contarini, provedador di stratioti, et Vicenzo Valier, pagador, con li altri signori et nostri conduttieri; et cussì cavalcono insieme più di uno mio. Et el Ducha disse a li Provedadori, volleva ad ogni modo venissino el zorno sequente da lui a Vegevene; et che, partito el campo, doveva andar el sig. Galeazo, suo capetanio, con el Mareschalcho di Giaè a Novara, a tor la consignation di la terra, et che l'exercito franzese se dovea levar ozi, e andar a la volta di monti. E tolto combiato, el Ducha andò con li oratori, et il nostro etiam, a Vegevene; et el campo di longo a Gravalona, mia tre lontan di Vegevene, a la volta di andar a Pavia, et lì alozono.

A dì 11 ditto, summo mane, ditto campo si levò da Gravalona, et andoe dittongo a passar Texin et Ada a Lodi, per vegnir in Cremascho; et li Provedadori andoe a Vegevene. El Ducha li venne contra, et andati in castello, disse: Havemo fatto la paxe per conservation dil stado nostro; et, in particulari, sono molto ubligato a questo magnifico capetanio, perchè ivi era il Marchexe di Mantoa suo cugnato, et a la Signoria buon fiul ubediente, e per la experientia si vedrà. Item, che 'l Re volleva parlar con lui, et poi andar a Turin; et qui a Vegevene fece un bel pasto a ditti nostri Provedadori. Et da poi disnar, montorono a cavallo per andar a Milan; et el Ducha li acompagnoe fuora di Vegevene. Et li Provedadori veneno di longo a Milan. Et el campo in questo mezo andava passando Tesin; et fo fatto un ponte per el Ducha, a ciò passasse l'exercito. Et venuti li Provedadori a Milan, visitoe el governador nostro, conte di Petigliano, el qual steva meglio; et a dì 14 dovea partirssi de lì per venirsene a Venetia. Orssato Morexini, era pagador, etiam se ritrovava a Milan, agravado de gravissima egritudine, adeo, come per lettere de Provedadori di 12 ditto se intese, di lui non vi era speranza, et più cognoscieva nissuno, et poi a dì 12 ditto morite lì a Milan, et el suo corpo portato per Po in questa terra, a dì ditto 20, ne la chiesa di Santi Apostoli, li fo fatto bellissime exequie. Et el Prencipe nostro, per esser stà costui marito di la figliola di una sua figliola, hebbe grandissimo dolor, stette do zorni andar in collegio et pregadi; poi vestito di scarlatto, da corotto, ussite per alcuni zorni etc.

A dì 14 ditto, el campo nostro era za zonto in Cremascha; et li Provedadori zonseno questa matina, et qui alozono le zente d'arme, in quelli confini tra 'l Cremascho, Bergamascho et Brexana; non però volseno disolvere ni separar l'exercito, fino nostri non inteseno il certo di l'andata dil Re de là da monti. Et li Provedadori, partiti di Crema, a dì 15 ditto veneno a i Orzi Novi, et lì alozono, et el capetanio rimase a Crema, e tutta via la zente cavalchava. Et a dì 14 ditto hebeno una mala zornata per le pioze, et el ponte non era compito di far su Oio, et ditte zente have la sua paga. Poi a dì 16, dopo manzar, ditti Provedadori zonseno a Brexa; et da Hieronimo Donado, dotor, podestà, Unfrè Zustignan, capetanio de Brexa fidelissimo, fonno honorifice ricevuti, dove steteno alcuni zorni, come dirò di sotto. Qui partino a le zente d'arme le soe stantie. Et a dì 17, el capetanio zeneral, rimasto a Crema, volendo venir a Brexa, non potè passar la Mella per el tempo pluvioso, che tanto quel fiume era cressciuto, che non se poteva guazar, unde tornò a Chiari alozar, et poi a dì ditto venne a Brexa da li Provedadori.

In questi zorni, a dì 13 Octubrio, a Pavia morite el conte Carlo de Pian de Melletto, veterano condutier di la Signoria nostra, et molto experto nel mestier di le arme. Li manchava uno ochio, era di età di zercha anni 50. Questo, amalato in campo, fo portato a Pavia, et qui expiroe; sì che in questa impresa morite tre capi principali, do in battaglia et uno di sua morte, el governador a Milan amalato et il conte Bernardin in questa terra. Et la Signoria non volse tornasse in campo. Et ditto conte Carlo havia cavalli 400 con la Signoria nostra. In questo mezo, el Ducha de Milan dovea abocarse con el Re de Franza a uno castello di esso Ducha, chiamato Palestro; et il Re era pur a Verzei, et andò a Turin; et il Marchexe de Ferrara andoe a Zenoa, a tor el dominio dil castello, sì come dirò di sotto, ponendovi a custodia el conte Girardo Rangon.

Et a dì 17 ditto, el Marchexe di Mantoa, nostro capetanio zeneral, partì di Brexa e andò a Mantoa, sotto causa che soa sorella, moglie di mons. di Monpensier, franzese, steva mal, per ritornar poi, bisognando. Et la Signoria scrisse a li Provedadori a Brexa che, per non esser andati franzesi di là ancora da' monti, dovesse far star 1500 cavalli sul Cremascho, 2000 sul Bergamascho, et il resto in Brexana su le rive di Oio; a le qual zente... paga fo data in campo; et cussì steno zorni zercha 15. Et poi, intendendo la Signoria el Re andava in Franza, ordinò ditte zente fusse mandate a le stantie, et li Provedadori dovesseno ritornar a caxa; la qual diliberation fo facta in conseio de Pregadi, a dì doi Novembrio, come etiam dirò più avanti. Et è da saper, che da Crema se partì el signor de Rimano et el fradello dil sig. de Pexaro, et le zente dil Ducha de Gandia et di Hanibal Bentivoj, et fonno mandate in Romagna, a li lozamenti, et li signori andono a le sue terre. Et li Provedadori volendo vegnir a Venetia, el Marchexe, capetanio nostro, scrisse et li pregoe se volesseno transferirse fino a Mantoa, perchè poi insieme vegneriano a Venexia. Et cussì, di voluntà dil senato, andono. Ma prima Bernardo Contarini, provedador di stratioti, havendo mandato di la Signoria di cernir 800 stratioti, qual a lui pareva, et il resto licentiarli; era lozato tra Lonà, Peschiera et ivi vicino; et cussì attese a far la mostra, et poi vene a Venetia, come dirò di sotto. Ma li Provedadori, con Vicenzo Valier, pagador, venuti a Verona, veneno con zercha 100 cavalli versso Mantoa, et zonti a Marmirolo, mia 5 lontan di Mantoa, ivi desinato, li vene contra el Marchexe, con suo fratello prothonotario, et l'altro signor zeneral di Gonzaga, et a dì... Novembrio introno con gran honor in Mantoa, alozono in castello. Se ritrovava esser lì un ambassador dil Re di Napoli, et sua sorella dil Marchexe, moglie dil Ducha di Urbino; et demum veneno insieme col capetanio a Venexia.

Apunctamento, concordia, unione et amicitia facta et conclusa et acordata a dì X octubrio 1495, fra el christianissimo Re de Franza, de Sicilia et de Hierusalem, da una parte, et Ludovico Maria Sforza, Ducha de Milan, da l'altra parte, con li capituli che seguiranno[147].

Seguito a Napoli et in Reame dil mese dì Octubrio fino a la fine di Novembrio.

In questo tempo che 'l Ducha de Milan atendeva a far la paxe con el Re de Franza, a Napoli re Ferando attendeva a recuperar el Regno et haver li castelli tenuti da' Franzesi. Se ritrovava mons. di Obegnì, vicerè di la Calavria, con lo exercito franzese; et quelli el seguitavano era 1200 sguizari, el resto franzesi e calavresi, al numero di 8 milia persone. Et partiti di la Calavria per vegnir in soccorsso di castelli di Napoli, che continue Ferando faceva bombardar, et vegnendo per la via, tolseno la terra di Salerno et alchune altre terre, che se haveano date, et ritornate sotto el re Ferando, et ditto exercito franzese messe a sacho, facendo gran danno. Et venuto tal nuova a Napoli, subito el Re terminò di mandarli zente a l'incontro; et mandò prima, fra homeni d'arme et pedoni, numero 4 milia, con ordene che dovesseno taiar certi ponti di alchune fiumane, a ciò Franzesi non havessino con che passar; et cussì fecino; ma rimase più a basso un ponte con pocha vardia de' nostri, unde Franzesi, zonti, per quello passoe, et taglioe a pezzi la vardia; poi fonno a le man con li nostri, zoè con quelli dil re Ferando, et de ditti, 7 squadre voltoe, e andono con Franzesi, et detteno dietro a le altre zente dil Re preditto, in modo che fonno rotte, et tajati a pezzi zercha 800, altri fuzite, et altri fonno spogliati. Fo preso in questa baruffa un fiul dil sig. da Camarin, et alcuni altri fatti presoni. Et volendo Franzesi con questa victoria venir di longo a dar soccorso a li castelli de Napoli, devano intender a li villani che, subito zonti a la terra, volevano sachizarla; et per questo molti villani venivano con lhoro, et cussì se ingrossava di zente. Et con loro menavano assa' animalli grossi, bovi et muli per chariazi, con farine et altre vittuarie per metter ne li castelli sopra ditti.

Inteso questa nova el re Ferando, et come molti napolitani zentilhomeni, anzuini, li erano contra, dubitando di pezo, havendo parlamento con mons. di Mompensier, vicerè, era in Castello Nuovo, unde fece trieva con ditto Castello, con lo castel Pizafalcon, et con la torre de San Vicenzo, et con l'armada franzese era ivi, et con lo monasterio di Santa †. Ma quelli dil Castello di l'Uovo non volse intrar in la ditta trieva; la qual trieva fo fatta a questo modo et con queste condition, de non bombardar ni far alchuna movesta, niuna de le parte, in termene de zorni 50; et si in ditto tempo li ditti castelli non havesseno soccorso dal lor Re de Franza, debino, passato el termene, lassar li castelli, et tor le sue robe et andar con Dio. Item, che se intendi debbino tor quello era suo, et non quello haveano tolto e sachizato da' merchadanti de le doane, el qual debiano lasarlo o pagarlo. Et per segurtà de ditta trieva, detteno in man dil Re 9 franzesi con tre famegli, cioè di li primi baroni erano in castello, driedo dil vicerè, mons. di Mompensier, et dil Beuchaiari, tra i altri mons. de Alegra et el capetanio di l'armada. Et menati davanti el Re, el zorno drio Soa Majestà mandono ditti ostagi a Yschia, per più segurtà. Et è da saper, che 'l re se obligò de dar vittuarie a ditti castelli, zoè con li suoi danari, vin, pan, carne et altro, al zorno, che fusse bastante al numero; et fo deputato la quantità havea ad esser data. Item, che 'l Re dovesse dar el modo de poter mandar el vicerè uno de li suoi dal suo Re de Franza, a notificharli questo acordo. Et questo acordo seguite a dì 4 Octubrio. Tamen li Franzesi, dati li ostazi, lo rupeno, et comenzò bombardar.

A dì 5 ditto, che fo el zorno sequente da poi l'acordo, vene nove in Napoli, come Franzesi col campo erano arivati mia 8 vicino a la terra; et el re Ferando, molto spaventato, licet l'acordo fusse sequito, mandò per il populo che venisse da lui in Castel Capuano, et disse: Cittadini miei, vuj me havete chiamato che venghi qui; per vostra cagione ho receputo questa terra di Napoli; et se voi seti contenti che sia vostro Re, avisatemi, et se volete esser miei fedeli, per che in vuj mi fido; altramente volendo, advisateme, che me ne vadi con Dio. Et tutti quei cittadini, una voce: Sig. Re, tutto el popul delibera mantegnir la Majestà Vostra, se ben dovesseno morir loro, le moier et fioli; ma volemo che la Majestà Vostra ne daga licentia a nui, perchè molti de' nostri zentilhomeni sono anzuini, che li amazemo, altramente sempre haveremo garbugli. Et el Re li contentò con le bone; poi mandò a pigliar zercha 300 zentilhomeni de' principalli et li mandò nel castello a Yschia; poi fece una crida, che tutti li zentilhomeni dovesseno partir di la terra per tutto quel zorno, et andar habitar fuora di Napoli. Et el populo volleva sachizar tutti li anzuini; et el Re, per non metter la terra a rumor, non lassò far; et preso alcuni anzuini, tormentati confessono assa' cosse. Et in lo monastier di Santa Maria di Oriente erano muneghe, zentildonne napolitane, parenti di anzuini; el qual monastier è situato in canto di la terra, et le mure de Napoli se include in ditto monastier verso el Castel de Capua. Et qui dentro alcuni anzuini havea fatto far una fossa, che respondeva de fuora, dove volevano far intrar dentro Franzesi, et haveano 300 curaze et 300 ballestre con veretoni. Et una di dette muneghe scrisse una lettera, e la mandò al re Ferando, et li avisoe di questo tradimento. Et subito fo retenuto uno prete, el qual confessoe quelli erano nel trattato, et fonno presi, nè se intese quello facesse di lhoro il Re, o l'impicasseno secretamente, o vero li mandasseno im preson a Yschia, zoè a l'isola a l'incontro de Napoli. Et questo faceva, perchè non seguisse rumor ni novità in la terra.

Et poi, adunato zente, ussite di la terra col sig. di Camarin et el sig. Prospero et Fabricio Colonna et altri condutieri et signori, et si redusse nel campo di Santa Madalena, poco lontan di Napoli, et ivi se pose. Ma Franzesi, che erano lontano otto mia di Napoli, sentito come el Re havia discoverto li tradimenti di anzuini, et quello di le muneghe sopraditte, tolseno l'altra volta da la banda di Santa Maria de Pe' de Grotta, per passar et andar in Castello di l'Uovo, che non volse intrar in la triegua. Et cussì, a dì 10 Octubrio, arrivò nel monastier de Santa Maria de Pe' de Grotta, et a le 4 ore di zorno haveano pigliato el zardin de la Raina, et lì si feceno forte. Et el re Ferando era con zercha 21 millia persone poco lontan di nimici, adeo che con freze qualche volta si azonzevano li ditti campi, et nostri con le artilarie faceva gran danno a' Franzesi, amazavano huomini et cavalli. Et el Re dubitava de tradimento, però non volleva se investisse, li beschaini et li sguizari a piedi solamente scaramuzava. Fo feriti et morti di Aragonesi zercha 4 millia, de Franzosi assa' in ditto zorno di X Octubrio, per modo che a le 24 ore scomenzò Franzesi a tirarsi indrieto; et a meza notte bischaini et sguizari dil Re saltono il campo franzese preditto, et quello messe in fuga, et lassono molti cariazi et gran quantità de muli, che nostri tolseno, et aseni et ronzini carichi di farine più de 300, carri più de 40, boi più de 200, bombarde pizole 16, et molte altre cosse. Et cussì, rotto et fuzito il campo nimicho, mons. de Obegnì, con el resto li restoe, deliberò de andar a la volta de Gaeta; ma nostri fonno provisti, et haveano ruinato un ponte di una fiumera, adeo che non poteno passar; unde si messeno a tornar per quella via dove veneno, per ritornar a la volta de Salerno, et zercha 2000 de quelli dil re Ferando li seguitono. Et Franzesi, per impazo de' nostri, rimaseno la Domenega, fo a dì 11 ditto, la sera, nel Castel Marano, lontan di la terra mia 5; et al Luni da mezo zorno, la Majestà dil Re cavalchoe con zercha 12 milia persone versso el ditto campo nemicho, et subito Franzosi se messeno a fuzir, et andono in uno monte a presso a.... Et el Re se messe poi andar con l'exercito a Sarno, mia 20 da Napoli, et qui stete. Ancora è da saper, che fo nunciato al Re come venia zerte velle dil Re de Franza, veniva di Provenza, per socorrer li castelli; et ditto re Ferando li mandoe contra 20 barze di Spagna et altre galee, per andar contra zercando la ditta armada veniva. Et la Raina, fo moglie dil re Ferando vechio, era in Sicilia, per la qual fo mandato Villa Marin con tre galie, a dì 12 Octubrio, a hore 22, zonse a Napoli; et per non si trovar il Re in la terra, la Raina non volsse dismontar in terra, et se partì con le galie, et andò a lo porto di Baja. Et li Franzesi, non ostante la trieva, trazeva artilarie in la terra tutta la notte; et cussì era rotto l'acordo; tamen el Re havia li ostaggi, expectando il termene de li do mexi.

A dì 12 ditto, a mezza notte, zonse uno bregantin a Napoli, et notifichoe come l'armata di la Signoria nostra era zonta in lo porto de Baja; per la qual cossa la terra che stava in gran paura subito have conforto. Et el zorno sequente, a le 20 hore, venne l'armata ditta, di galie 20, provedador Hieronimo Contarini, et la Majestà di la Raina tunc volse dismontar a la Madalena, et venne in la terra, sì come tutto più diffusamente sarà scritto. Smontò la Raina, la nostra armata si levoe, et tornò iterum nel porto di Baja; et questo perchè feva vento de sirocho, che non poteva star in la spiaggia di la Madalena.

L'armata franzese, per lettere de Roma, se intese esser passata da Hostia, zoè otto velle grosse, tra nave et barze; la qual armata, a dì 19 Octubrio, per lettere pur di Hieronimo Zorzi, cavalier, ambassador nostro in corte, se scontrò sopra l'isola de Procida con l'armada aragonexe, de velle 27, fra le qual, una zenoese, chiamata Negrona, di 4 milla botte, et la Camilla di botte 3000; et che essendo apizate le ditte armate, soprazonse valido vento de syrocho che le separono; et quello seguite, ad plenum non se intese. È da saper che con el re Ferando, in campo, se trovava esser tra preti e frati più de milla, andati voluntarie a combatter per el suo Re; et questa è cossa notanda. Item, tutte le terre circumstante a Napoli, per liberarse da insulti franzesi, porzevano aiuto de danari a esso Re; et in questi zorni catò ducati 22 millia.

L'armata de la Signoria nostra veramente, levata di Corfù per andar versso Napoli in aiuto dil re Ferando contra Franzesi, et zonta a Taranto, qui essendo Antonio Grimani, procurator, capetanio zeneral, con Hieronimo Contarini, provedador di l'armada, in tutto galie numero...., convenne alchuni zorni a riquisition dil sig. prencipe don Federico di Altemura, el qual ivi se ritrovava, venuto per recuperar Taranto. Et acadete certe scaramuze, et prender di un locho; tamen non poteno rehaver la terra, come per una lettera di esso capetanio qui posta, et scritta a l'orator nostro a Roma, si vede. Et accadete che, per egritudine sopravenne al ditto nostro magnifico capetanio, li fo necessario, contra sua voia, restar di andar a l'imprexa de Napoli, et ritornar con la sua galia et un'altra dalmatina; sopra la qual, mancando el soracomito, che, come ho scritto, a Monopoli fo amazato, vi messe uno patricio, Alvise Grimani, el qual di Roma, che prima era col fiol reverendissimo Cardinal, ivi venne, et posto al governo di ditta galia fino venisse el soracomito, fiol dil defunto. Ergo con do galie el ditto capetanio venne a Corfù, dove si curoe la egritudine sua; ma Hieronimo Contarini, provedador, habuto mandato da esso capetanio de seguitar sempre l'impresa, andoe di longo versso Napoli; et, zonto, scrisse una lettera a la Signoria nostra, la qual per esser copiosa et molto a proposito, a intelligenza di suo viazo, et come le cosse de Napoli passava, et dil compagnar fece la Majestà di la Raina, in Napoli dismontata per terra, con li soracomiti, et il tutto, lezendo le lettere sequente si vedrà.

Exemplum litterarum Antonii Grimani, procuratoris, generalis capitanei, ad oratorem nostrum venetum in Curia romana.

Magnifice ac clarissime eques.

Da li 14 dil presente se trovamo qui a l'isola de Taranto in XXVij galie, cussì richiesto cum grandissima instantia da lo ill.mo don Federico; et, a dir la verità, sempre son stati tempi contrarii, che non era possibele poterse levar per Napoli. Interim, ad richiesta de soa Signoria li havemo dato circa 400 homeni de questa armata, cum el qual, insieme con alchune zente sue, e stà recuperata la terra et castello de Groptaglie, loco molto apto a strenzer Taranto, perchè per quella via se fornivano de vitualie et altre comodità. Et ogni zorno si dette la battaglia a quel loco, azò li franzesi sono in Taranto, che par siano da 300 cavalli, non andasseno a darli socorsso. Nui etiam mettessemo de questi huomeni di l'armada in terra, et scaramuzando furno morti alchuni franzesi, e de li nostri zercha 25, perchè li pedoni con le zente da cavallo hanno grande disvantazo. Questo facessimo per tenir quelli di la terra che non patisseno. Aspettamo si conzi el tempo, et subito partiremo nel nome de Dio, per esser a Napoli, come è hordene di la nostra ill.ma Signoria, a la qual la Vostra Magnificentia con le prime manderà aligate nostre. Il magnifico missier Bartholamio, fratello di Vostra Magnificentia, se trova a Corfu con 6 galie per fornirsse de pan, et sta benissimo; et questi zorni passati a... prese due fuste de turchi corsari, compagni de Camallì, et speremo ogni zorno in Dio udir di sua Magnificentia cosse degne et honorevele. Sono sempre a li piaceri de Vostra Magnificentia.

Ex triremi, ad insulas Taranti, 27 Septembris 1495.

Antonius Grimani
procurator, capitaneus generalis maris.

A tergo: Magnifico et clarissimo equiti, domino Hieronimo Georgio, oratori veneto ad Summum Pontificem.

Copia di la lettera di Hieronimo Contarini, provedador di l'armata a la Signoria, dil zonzer a Napoli con l'armata[148].

Adoncha, sì come ho scritto di sopra, el re Ferando a dì 12 Octubrio se levò da la Maddalena con 500 homeni d'arme, altri cavalli lizieri et ballestrieri a cavallo, et 2000 fanti et altre zente paexane, con X bocche d'artilarie avanti; et andò a la volta de Fraola, dove attendeva li nimici erano arivati. Li ponti, passi, erano tutti rotti, a ciò non potesseno passar li fiumi; li nimici erano in fuga, et se reduxeno im parte, a dì 14 ditto, che per la strettura di passi non poteano ussir con li cavalli; loro instessi se rupero, et lassando li cavalli et ogni cossa a piedi, se ne fuzivano, imboscandossi come meglio poteano. La qual nuova fo molto grata al re Ferando, et reputava la impresa finita: tamen non restava di seguitarli, zerchando completamente disfarli. Et zonta a Napoli questa nuova, a dì 15 ditto, el legato dil pontifice, Borges, con l'ambassador yspano, cavalchoe a torno la terra, et el Principe de Squillazi, figliuol dil Pontifice, zenero dil re Alfonso; et se divulgava Nocera et San Severino doveano alzar le bandiere de Aragona, et el campo nostro andar a Nocera. I nimici in questa fuga usoe gran crudeltà per li castelli dove passavano, e fra li altri Pomognano (?) dove tagliono a pezzi ogniuno. Et el Principe de Altemura, don Federico, se ritrovava in questo tempo a Taranto, et vedendo non poter rehaver la terra, se messe in camino con zente per vegnir versso Napoli; ma quei dil Castel Novo de Napoli, in questo mezo, a dì 11 Octubrio, di notte, fece gran luminarie; et la matina, a dì 12, ne l'aparir del zorno, la loro arma' de' Franzesi era lì tirò assa' colpi de bombarda et artilarie, et questo perchè dicevano haver per un bragantin nuova, come el soccorsso lhoro era vicino, e a le mane con l'armada di re Ferando; tamen tutto era argumento e fintione.

A dì 16 ditto, zoè Octubrio, la Majestà dil re Ferando venne di campo et intrò in Napoli la sera, per visitar la Majestà de la Raina et l'infante et ambassador de Spagna, la qual, cussì come ho scritto, era intrata in Napoli, et alozata nel Castel de Capua. Et li nimici erano in fuga tra Montorio et San Severino; le zente regie fece prede assa' de le cosse loro. El Re fece portar bombarde in campo per expugnar alcuni lochi si teniva anchora per il Re de Franza; et el zorno sequente ritornò in campo, et scrisse esso Re a Antonio de Zenari, dotor, et Zuambattista Spinelli, dotor et cavalier, suoi oratori in questa terra, la qual per esser a proposito, è qui sotto scritta.

Exemplum litterarum regis Ferdinandi ad suos Oratores Venetias existentes.

Rex Siciliae.

Ambasciatori, molte volte sperando nui che questa Ill.ma Signoria, per sua infinita virtù et singular sapientia, dovesse pigliar lo patrocinio non solamente de le cosse nostre ma de la salute et libertà de Italia, prendevamo tal consolatione de qual se vol adversitate passamo, con bono et fortissimo animo. Al presente, vedando chiaramente che, per gratia del nostro Signor Dio, la speranza nostra non solamente non ce ha ingannati, ma ancora lo effecto et optima operatione hanno superata la expectatione nostra, sentimo nel core leticia tanto maiore de la prima, quanto è la diferentia che è tra la speranza et la consecutione del fine del desiderio. È arivata la fidelissima armata de questa Ill.ma Signoria in Napoli, al tempo che più ne era necessaria; che essendo stati nuj necessitati de ussir a l'incontro de questa zente, che erano venute da Calabria per soccorrere el Castello Nuovo ... in mezo de questa turbulentia è aparsa la preditta felicissima armada, con quel fulgore che sole aparer el zorno a li naviganti da poi la tenebrosa notte, quando el mar se mostra turbato, ha confirmato li animi gagliardi, ha excitati li languenti, ha data general leticia a l'universo populo; del che noi rimaremo non meno pensosi che contenti, però che non è menor lo pensier del desiderio de satisfar tanta obligation, che l'alegreza de conseguir tal beneficio, perchè l'animo nostro sta tanto inclinato a la satisfation de tanti paterni beneficii de questa Ill.ma Signoria versso noi, che con dulcissima speranza desideramo che 'l nostro Signor Dio ce dia el modo de poter dar qualche principio a la nostra gratitudine, che non saremo contenti tanto del proprio riposo, quanto de farli cognoscere che eternalmente ne recorderemo del suo memorabil beneficio, et resteremo non poco satisfacti che la gratitudine nostra s'habbia dimostrar versso chi tanto la merita, che da noi è tanto venerata et honorata in perpetuo tenor de diuturna benivolentia.

Per amor nostro vogliate esser al cospetto de questo ill.mo Prencipe, et dichiarir a sua ill.ma Signoria la contenteza de l'animo nostro, insieme con l'obligatione li havemo, et quanta conoscenza tenemo de la soa paterna carità versso lo stato nostro et la nostra propria vita, talchè, se ben possidessimo major regno de questo, anzi si ponessimo la persona in pericolo ogni giorno per conservation et augumento de l'honor et dignità sua, non poriamo satisfar a la più picola parte del suo merito. Pur ne basterà assai, che soa Signoria ill.ma conosca in noi amor perfetissimo et animo volonteroso de far quanto possibel ne sarà, perchè se mostra la memoria de tanti beneficii esser in noi inextenguibile, rendendoli gratie infinite ne pare che saria diminuir de la demostratione de lo amore che tenemo ne l'animo. Meglio è tacer, e rimetterne a la experientia che sarà de la nostra voluntà argumento chiarissimo. Nè volemo anche exortar Soa Signoria Ill.ma a la perseverantia, però che havemo ne la sua fede et virtù tal confidenza, che cussì come è stata principio et mezo de nostra prosperità, cussì nostro Signor Dio ne farà gratia che sarà fine di tutti li nostri travagli; et a quella sola sarà decreto triumpho de la victoria nostra. Non volemo pretermetter de dir in quanto amore e cortesia si è dimostrato lo magnifico Provedador versso la Majestà de la signora Regina nostra madre, et in tutte le cose nostre; talchè ben monstra con sua gravità, cortesia et prudentissimi modi, esser mandato da questa Ill.ma Signoria, piena di sapienza et sanctissimi consigli. De tutto darete notitia a questo invictissimo Principe et al suo ill.mo Senato, non cessando raccomandarli la vita, lo regno et tutte le cose nostre, le qual ponno extimar proprie, non meno che nui medesimi le extimamo.

Data in nostris fidelibus castris, ad Sarnum, XVIII Octubris.

Rex Ferdinandus.

Chariteus.

A tergo: Magnificis nostris oratoribus, Venetiis.


A dì 23 octubrio zonse don Federico, prencipe de Altemura, a Napoli, non havendo potuto haver Taranto. Et a dì 25 ditto fece far la mostra de le zente di Napoli, et fu bel veder; et trovono persone X milia et octocento, le qual al bisogno se potevano armati mandarli in campo, non però erano tutti da fatti. Et la Majestà dil Re in questi zorni venne a Napoli, per esser insieme con ditto don Federigo, et poi, a dì ditto, ritornoe in campo. Et li nimici havendo finto di volersi levar da Nocera, perchè vollevano condur certe victuarie, le zente regie li forno sopra, et preseno 20 huomeni d'arme et trenta cavalli lizieri, et assa' some con vittuarie, chiamate salme in lingua napolitana, et preso un fiul dil conte di Montorio; et tamen li nimici non si mosseno per questo dove erano. In questi zorni in Puia, per lettere dil consolo nostro, a dì 20 ditto, se intese esser stato preso per anzuini passionati, el sig. Bernabò de la Marra, suo fiul, et suo fratello Joan Paolo de la Marra, Francesco de Angelis da Trani, et Bernardino Spina; li qualli tutti fonno mandati presoni a Brandizo. Et da ditti el re Ferando potrà trazer da 30 milla ducati, che li saranno a conzo in proposito di questo tempo.

L'armata nostra, era lontana alquanto di Napoli, a dì 26 ditto ritornoe ivi vicina, zoè galie numero 18, et do erano andate versso le nave che cum biscotti a Messina se intendea erano zonte; le qual venivano a l'armata con biscotti, di li qual la ditta armata ne havea gran bisogno.

A dì 27 ditto, mons. di Mompensier, mons. di Belcher, el Prencipe de Salerno et altri signori franzesi et baroni di Reame, erano in Castelnuovo a Napoli con le artilarie et molte robbe, cargate la notte su la sua armata era lì vicina, lì al castello, se messeno in galia, con vele numero XI se partino da Napoli, et andoe a dismontar a Salerno, como dirò di sotto, habandonando loro i castelli; tamen lassoe ditto mons. di Mompensier, vice re, presidio in ditto castello di zercha 400 franzesi. Questo feceno per doi rispetti: primo, perchè pativano di vittuarie, et vedevano non poter tenersi, et havian dato li ostaggi in le mane al re Ferando; etiam per scapolar l'armata, robe et artilarie, et conzonzersi con mons de Obegnì in campo. Et questo piaque molto al Re, sperando di breve haver li castelli.

Exemplum litterarum regis Ferdinandi ad suos oratores in Romana Curia.

Rex Siciliae.

Ambassadori, acciò intendiate le cosse di qua in quali termini si trovano, vi avisamo come l'armata franzese, ussita dil Castello Nuovo, havendo tirata la via di Salerno, et arrivata là, è dismontati tutti quelli bertoni, italiani et franzesi; et questi altri inimici, quali erano qui a Nocera, se levorno et sono andati a Salerno per unirsi con lhoro et ingrossarsi, et tuttavia attendono a racoglier li altri franzesi che sono sparsi nel Regno, et simel quelli che si ritrovano in Ariano; et cum le zente et cum li danari che li hanno portato dal castello, con li quali faranno più zente, se ingrosseranno in tal maniera, che ne reduranno in dificultà grandissima, dove già in tutto se vediamo posti et redutti. I populi dubij et male intencionati, da questo haverano causa et ardir de scoprirse, maxime essendo tutto lo Reame contaminato. Lo lassamo judichar a voi, che sapete che zente e che modo havemo, che non n'è altro se non quello che aspettiamo in soccorsso; e de praesenti non è più tempo de mantenirsse la Santità de Nostro Signore e signori colegati in parole, ma se li ne volleno nel regno, senza altro consulto, in loco de rasonamenti, ne siano di presidio in executione, volendo, perchè se no in mazor dificultà.... che bisogna de praesenti esser forti in campagna. E però vi diciamo che, de continenti, siate al conspecto de la Santità di Nostro Signore, dove sia lo rev.mo ill.mo Vice Cancellier, nostro zio e padre, et li magnifici ambassadori de la sanctissima et serenissima lega, e li narate la confusion e dificultà nostra, imo la nostra mala contenteza de non poter corresponder a li animi cum le forze spontane; e supplicate Sua Santità a volerme far gratia de mandarme subito lo recapito de 1000 fanti, e mandar a le altre zente dessignate, e procurar con li potentati di la sanctissima lega a provedermi de li presidij raxonati. Et se 'l nostro Signore ne potesse ajutar de altre zente da cavallo et a piedi, per esser cussì vicino, saria de gran momento, non meno de zente che de favor, perchè non è più tempo de parole, et bisogna lo procurar sia unito con lo exequir si voleno... nel regno. Et perchè dil regno Soa Santità prima haverà disponer et poi tutta la liga, a lor arbitrio, e nuj non haveremo ad exequir se non tanto quanto ne sarà comandato, e per honor de Dio voliamo esser messi et non volemo redurse al termine extremo da non potersene più valer, noi non pregamo altro el nostro Signor Dio, se non che siamo messi e non siamo lassati perir per non esser exauditi a li nostri bisogni; che, per Dio! non sapiamo più come exprimer queste nostre dificultà, imo periculi e ruine, quando subito et non a tempo siamo aiutati. Et quando li nostri rispetti non bastano a solicitar li presidii, lo interesse comune de li signori colligati et de tutta Italia doveriano esserne.... State avanti li ochi de la Santità di Nostro Signore e di Signori colligati continuamente.... che reaquistano uno reame ad uno loro fiolo; non sapemo più che dir; la ruina nostra sapemo non esser gloria ni beneficio a nessuno, salvo a dicto... Ormai intendete tutto. Per l'amor ne portate, voliate imprimare queste cose efficacemente, e seria lo bisogno nostro de manera, che aspettamo più presto efecti cha risposta de questa lettera, perchè di qua dipende la defensione, vita et victoria nostra, et se confidemo ne la vostra discretione, tanto che suplirete quello che più dir non potemo a questo nostro urgentissimo bisogno.

Data in nostris felicibus castris ad Sarnum, die XXViiij Octubris 1495.

Rex Ferdinandus.

Cariteus.

A tergo: Magnificis viris Hieronimo Sperandeo, Aloisio Ripol, oratoribus nostris in curia Romana J. U. doctoribus.


Et zonta ditta lettera al summo Pontifice, el qual era molto caldo in aiutar ditto re Ferando, licet questa pace fatta (tra) el Ducha de Milan et el Re de Franza lo feva star alquanto sospeso, benchè continuamente el rev.mo cardinal Ascanio, vize canzelier, fradello dil prefato Ducha li fusse a presso, et habitava im palazo. È da saper che, in questo tempo, cinque cardinali, do ex instituto antiquo, per li lor officii tengono, che bisognava esser lì im palazo, zoè el cardinal Alexandrin et Sancta Anastasia, etiam vi abitava ditto cardinal Ascanio, Monreal, nepote dil Pontifice, et Valenza, fiol dil Pontifice. Ma vedendo el Pontifice Venetiani erano constanti, et non haveano voluto far pace con el Re de Franza, imo pronti ad ajutar re Ferando, etiam Soa Santità omnibus modis volse aiutarlo. Et a dì 30 Octubrio, come per lettere del mio carissimo Francesco Zorzi, fiol di l'ambassador nostro, el qual a Roma etiam se ritrovava, et dal qual, essendo accaduta la egritudine mia di febre quartana, nel qual tempo scrissi et compilai questa gallicha ystoria, havi molti advisi di cosse succedeva, degne di memoria, perchè, alio modo, non poria haver compita la verità di questa opera, perchè non potendo inquerir le nove, quelle non poteva scriver; ergo, cum aiuto de molti necessario mi fu, da primo Septembrio fino a la fin de questo, intender et inquerir quello seguiva; et sopra tutto la verità. Hor, nel zorno sopraditto, se partì di Roma... Alfonso spagnolo, parente dil Pontifice, con cavalli 100, et andoe versso Napoli in aiuto di re Ferando preditto; et ancora lo episcopo de Concordia, in questo zorno partì di Roma per andar legato al Re de' Romani, zunse a Venezia, come dirò di sotto. El sig. di Pexaro con la moglie, fia dil Pontifice, in questo tempo se ritrovava a Roma. Et bellissimo fo a veder, la vizilia de Ogni Santi, el Pontifice aparato in capella, et servito dal rev.mo cardinal Ascanio et San Zorzi, juxta il solito, tunc più veterani diaconi, e l'uno tirarli la mitria, l'altro la beretta; et el cardinal S. Chimente al servir del teribolo; lo episcopo Antivarense tene el libro sopra la testa, quando el Pontifice disse l'oratione; et l'arziepiscopo de Nicosia, patricio nostro de casa Priola et molto mio amicissimo, tenne la candela. Et cussì disseno vespero con XX cardinali, oratori dil Re di Romani, Spagna, Veneto e Milan, etiam do dil Re di Hongaria, auditori de Rota, cubicularij, arziepiscopi et episcopi assai. Et poi el Pontifice dette la beneditione, et fo portado da 6... sopra una carega a torno la chiesia; et, come mi fo referito, bellissima cossa a veder. Et poi, el zorno de Ogni Santi, cantò la messa el cardinal Chartagenia; et el zorno de' Morti el cardinal S. Dionise, franzese. Et benchè questo non sia a proposito, pur ho volato qui scriver. Et in questo mezo, el capetanio de Hostia, monsignor..... di Guerra stava malissimo et in ponto di morte, tamen poi varite. In quella terra si tenia per il Re de Franza, et era molto contraria a vegnir vittuarie a Roma, licet non desse fastidio.

Ritorniamo a le cosse de Napoli. Partita l'armata franzese de Napoli, la nostra la seguitava; et non potendo far nulla, se retirono a Castello a mar, perchè la franzese era intrata in Salerno. El Castel Nuovo a Napoli tirava continuamente a la terra con ruina et danno assai. Et el re Ferando con el campo a dì 4 (andò a) Nocera, et non volendosi arender, li deteno la battaglia, et prese ditta terra, et poi il castello, et la messeno a sacho tutta, et li huomeni fonno dati presoni a le zente d'arme. Nel castello era la dona dil conte Montorio, la nuora, el primo et secondo genito; item la moglie et figli de Salvador Zurlo, et altre donne con molte loro cosse. Et a Napoli la torre de Santo Vincenzo è bombardata continuamente da le artilarie dil Re, et feva gran danno. Et a dì 12 Novembrio, per lettere di Napoli, se intese el prencipe don Federigo attendeva a tirar a la cittadella con la bombarda pontificia, et cascò el castello con morte de homeni X de Ragonesi. Et el Re, considerando el suo prosperar et haver aiuto consisteva tutto in haver la Signoria de Venetia propicia, et havendo oltra li oratori mandati alchuni secretarii, i qual saranno nominati di sotto, scrivendo le cosse di Venetia, unde terminò mandar el conte domino Hieronimo de Totavilla, fo fiol dil cardinal Roan, et con Soa Majestà in benivolentia, nomine suo, a dicta Signoria; et a dì X partì di Roma, andoe prima a Milan, demum a Venexia, come el tutto sarà scritto di sotto. Etiam Alvise Ripol, secretario dil Re, partì di Roma et venne a Venexia dove stette tre zorni. In questo tempo el sig. Prospero Colonna, essendo con zente per ditto Re in Apruzo, dette rotta a Carlo de Sanguine. Et li soldati franzesi, a dì X Novembrio, erano parte a Ivolo et parte a Salerno, e 'l campo dil Re a Sarno. Vene l'armada franzese nel colfo de Salerno, et la veneta a Castelamar, et la regia a l'incontro di l'altra franzese. Et è da saper che a hora le cosse dil re Ferando comenzoe a prender assa' buon fin; tamen mancava li danari, et vollevano comenzar adoperar li arzenti ecclesiastici, a far moneda di manco precio et valuta, con far valer il terzo più; tamen non fece, licet fusse grandissimo bisogno.

A dì 17 Novembrio, per lettere havi da Roma dal mio carissimo Francesco Zorzi, di l'orator fiul, come havea da Napoli che il Re, habuto Montorio, à preso el Duca de Lege, che già sotto fede fuzite.

A dì 13 Novembrio fo dato la battaglia a la cittadella de Napoli, non ordinatamente ma per experimentar le forze de' nimici, et veder che zente erano. Et fo arbitrato esservi zercha 400. La qual battaglia fo data animosa et gagliardamente, et fo scalata et montato sopra lo primo reparo, drieto al qual i era altri repari fatti per li nimici, li qualli erano da lor guardati e defensi con pietre et pignatte de foco, calzina et olio, et cum ballestre, schiopetti et lanze. Et per convenir scender, per montar poi a l'altro riparo, forno li nostri, zoè Aragonesi, constretti a cessar la battaia. In la qual morì tre nostri et alcuni feriti; ma de li nimici, da le artilarie regie molto più ne fonno morti et feriti. A dì 14 la Majestà dil Re essendo stato 4 zorni a Napoli, se ne tornò in campo a Sarno. Et in questa matina la nostra armada se redusse a Mergolino, et tre galie a le Madalene andoe per condur zente a le nave zenoese, et preparavasi etiam certe barche, erano a Castelamar, per esser tutte di compagnia adosso l'armata inimica. La qual, a dì 13 ditto, a hore 18, si levoe da Salerno, et a li 14 fo vista fra Capri et Yschia, et tenne la volta di Gaieta, ma per li venti che era..., che si non bonazava non si potevano levar, steteno tanto a farse bon tempo, che ditta armata nimica zonse a Gaeta. Et a Salerno, a dì 14 ditto, zonse don Juliano, che era al monte, con zercha cavalli 200, et si trovò sotto Ariano con Carlo de Sanguine e Paolo Orssini.

È da saper che, havendo diliberato la Signoria nostra, a dì 5 ditto, de dar aiuto a re Ferando, come dirò di sotto, de mandarli 1000 cavalli et 1000 stratioti et 1000 fanti, come scriverò di sotto al loco suo, questa tal nova andò prestissima a Napoli, et zonse a dì 12 ditto: unde tutta la terra, maxime quelli ch'amava casa da Ragona,... consol nostro per intender la verità et tenor di le lettere, havia aviso di questo. Et subito mandoe a notifichar questo a la majestà dil re Ferando in campo. Tamen ditto pressidio non andoe, per le cosse seguite, come intenderete. Et cussì esso Re, come have a piacer di questo, cussì mons. di Arzenton, ambassador dil Re de Franza, che tunc se ritrovava a Venezia, have altrettanto dolor, vedendo la Signoria disposta in aiutar Ferando.

A dì 16 ditto l'armata nostra si ritrovava tra Pizo e Baia, et in questo zorno don Federico, prencipe de Altemura, partì di Napoli, et venne lì a conferir con Hieronimo Contarini, provedador di l'armada, et poi ritornò a Napoli. L'armada nemica era zonta a Gaeta, et li nimici col campo a Salerno atendevano a farsi forti. Et in Apruzo el marchese di Martina si scoprite nimico dil re Ferando, et a Napoli fo retenuto el suo canzelier. Et bombardavano la cittadella, facendo el Prencipe far certe cave subteranee; et vedendo il Re che 'l soccorsso, dovea mandar la Signoria a lui, era za in camino, era stà suspeso, mandoe uno suo secretario, chiamato Zambattista Charaffa, et zonse in questa terra a dì 22 ditto; tamen nulla fece.

A dì 27 ditto, re Ferando essendo venuto di campo a Napoli, in questo zorno feze dar la battaglia a la cittadella; la qual, posto fuoco a li portelli per le cave, incontinente ruinò quasi tutta, et in poco spacio vigorosamente fo presa, et non solum la cittadella, ma etiam il paradixo et case matte fece far re Alphonso, con tutto zò che è intorno, per modo che restò el castello smembrato in tutto. Alchuni de li nimici fonno morti, ma la più parte si salvorno nel ditto Castelnuovo. Et intrati aragonesi dentro, trovono assa' roba et artilarie; et il pane manzavano franzesi, tristissimo, poco e mal conditionato. Et quelli di la terra feceno gran dimostration di alegreza per questa felize zornata, et per importantia di la cossa, perchè solum il castello rimase, et senza modo di haver sufragio, et se intendeva con poche vituarie.

In Puia in questi zorni zercha 1000 persone se adonoe a uno, fra Andre et Barletta e quelle terre convicine, per andar a la expugnation di Quarate, che ne li dì precedenti levò le bandiere de Franza. Et questo a Napoli se intese per lettere di 21 da Trane.

A dì 29 ditto, da sera, s'have la torre di San Vincenzo, et continue si messeno nostri a bombardar el castello, el qual non feva difesa, nè apareva persona, et non potea haver aiuto ni soccorsso.

In questo mezo li nimici a Salerno attese a far zente; poi veneno a San Severin, per haver quel castello; dove era 100 fanti dil re Ferando a custodia, et li nimici erano più di le zente regie, et haveano molte artilarie, et mostravano vegnir a trovar el Re. Et vedendo el Re che in questo consisteva tutto, mandò a Napoli a dimandar 500 fanti, et cussì fonno mandati. Et el Re volsse mandar 200 fanti in aiuto dil castello di San Severin, et il castellan non li volsse, dicendo era bastante, con li fanti havia, di resister a' Franzesi. El sig. Fabritio Colonna con le sue zente venne per augumentar l'exercito regio, zoè zercha 250 homeni d'arme. Et zonto a dì primo Novembrio a Nola, andoe poi in campo dil Re; etiam alcuni stratioti eran in Puia. Et ancora in questi zorni zonse le zente dil conte de Matalone, sì che Ferando si andava ingrossando, et molto desiderava lo aiuto di la Signoria nostra, tamen però non volleva far cauto essa Signoria, la qual spendeva et havia speso. Et zercha questa materia più avanti sarà scritto. Et questo basti quanto a la descritione di le cosse di Reame; pur non restarò de scriver come in questi zorni el duca di Melffi, el qual l'era aragonese et con re Ferdinando, in Napoli, da quei dil Castelnuovo con artellarie fo morto.

Cosse seguite a Venetia et in altri lochi de Italia dil mese de Octubrio et Novembrio.

Benchè di sopra habi assa' scritto di le cosse di campo, ne le qual molte deliberation dil Senato è incluse, et però non mi estenderò in scriverle; ma solum che nel principio de Octubrio, quando el duca de Milan era su le pratiche, et havea concluso la paxe con el Re de Franza, et el nostro exercito, che lo havea aiutato fino a hora, eran ne le sue mane, dubitando nostri di quello haveria possuto intervenire, feceno molte consultatione, adeo che in X giorni fo pregadi 8 fiate, scrisseno lettere a li rectori di la terra dovesseno star provisti, et, a bisogno, cavalchar, si alcuna cossa li fusse comandata. Ma, venuto di qua de Tesin et Oio l'exercito, nostri hebbeno grandissimo contento et piacer; et el Duca de Milan scrisse a la Signoria, che, non ostante questa paxe, volleva esser ne la liga et in miglior amicitia che mai con la Signoria nostra, a la qual era ubligato dum spiritus regeret artus. Et ancora el Duca de Ferrara, ritrovandossi al Re de Franza, scrisse a la Signoria come sperava far cossa saria grata a quella, con honor e reputation, per modo che ogni uno conoscerà lui esser fiul di la ill.ma Signoria, al despetto do quelli mormoravano de lui.

Venne a Venetia in questi zorni uno orator dil subassì di la Valona, vestito a la stratiota, et menoe tre belli cavalli con sella, archo, tabarho e carcaxo, et una balla de tapedi; le qual cosse donò a la Signoria per uomo dil Signor Turcho, offerendo a soe spexe X in XV milla cavalli de' Turchi, a ogni bisogno, contra el Re de Franza. Et el Prencipe rengratiò el signor de tal offerta. Et ditti cavalli, de ducati 100 il pezo, donoe uno al conte Bernardin, era qui a Venetia, et li altri do mandoe al conte de Petigliano, era a Bergamo, venuto da Milan, tamen non varito ancora, et dovea vegnir a Venetia, et pocho da poi vi venne.

A dì 12 Octubrio, nel Conseio di Pregadi preseno di desarmar la barza, capetanio Thomà Duodo, et 4 galie de Candia mal conditionate. Et Bortolamio Zorzi, provedador di l'armata veneta a Corfù, come è scritto di sopra, al qual governo di l'Arzipielago et custodia al mar dal capetanio era dato, a ciò corssari non vi stesse et danizasse nostri; el qual..., come a dì otto Settembrio, come havia trovato in quelli zorni do fuste andava in canal di Negroponte a tor archi et altre cosse per Camallì corssaro, era in Barbaria con cinque altre fuste, et quelle prese insieme con una galia de Candia, soracomito Marco Grioni, et l'altre erano rimaste in l'Arzipielago. Fo examinato quelli di le fuste, inteso come ditto Camallì era per vegnir, zoè a dì tanti di Ottobre, a la Fangagnana et poi a Cavo Bon, andrà poi a Malta. Unde, fatto impichar ditti turchi, scrisse questo al capetanio zeneral, che dovesse andar, parendoli, o mandar galie per scontrar ditto Camallì. Et lui mandoe tre galie a quella volta, desideroso de trovarlo.

In questi zorni, el Ducha de Milan havendo fatta la paxe con el Re de Franza, senza far altra consultation con li colligati di la liga, dubitando el Re et Raina de Spagna non havesse a mal, maxime havendo usato il suo orator quelle parolle ho scritto, mandoe in Spagna uno orator, chiamato domino Joanne de Gallarà, con li capitoli di la pace.

A dì 14 Octubrio a Fiorenza morite mons. di...., era lì per nome dil Re de Franza; et questo per egritudine presa sotto Pisa. Et a dì 15 ditto, lì in Fiorenza fo sepulto con grandissimo honor.

El campo de' Fiorentini in questi zorni, governato per il Ducha de Urbin, si levoe de l'impresa di Pisa, e andoe a Pogibonsi. Questo, perchè Piero di Medici, come ho scritto di sopra, a Roma havendo asoldato assa' fanti, insieme con el sig. Virginio Urssini, nominato di sopra, et con assa' zente d'arme vollea venir e intrar in Fiorenza et ritornar nel stado; di la qual cossa Fiorentini molto dubitava, et però fece levar il loro campo di Pisa per andar contra Piero, quam per esser l'impresa di Pisa molto difficile, et indurati erano Pisani a (non) volerssi render. Hor ditto Piero prese alchuni muli di Fiorentini, andavano con robe a Roma, fo divulgato numero 30, et con aiuto de' Senesi, volendo etiam aiuto di Perosa, unde necessario li era di aiutar Baioni contra li Odi foraussiti. Et però, con 3000 fanti et 600 huomeni d'arme, ditto sig. Verginio et Piero di Medici al principio de Octubrio veneno versso Terni contra ditti Odi, per venir in aiuto de' Pisani, poi contra Fiorenza, havendo molti che lo seguitavano in ditta città, licet quelli governavano el stado li fusse nimicissimi et di contraria parte. Et andati a campo a Gualdo, per lettere de 5 Novembrio da Roma se intese hebbeno ditto castello, salvo l'haver et le persone, zoè capitolono di rendersi a Baioni, tamen l'inganono, et tolse soccorsso da li Odi et da Foligno, et non attese a la promessa, per modo che questo campo di nuovo convenne piantar le bombarde et bombardar ditto castello; et tandem a dì 19 Novembrio hebbeno ditto castello per forza, et quello fo messo a sacho. Et Piero de' Medici fo a Siena, et have promission de haver soccorsso, et poi tornò in campo. Et el Pontifice tenia da lui, et scrisse al magnifico Zuam di Bentivoj volesse vegnir in soccorsso di ditto Piero; et el cardinal de' Medici, suo fratello, andoe a la fin de Novembrio a Milan, a pregar el Ducha volesse tenir suo fratello. Et in Fiorenza erane pur qualche rumor, et li favoriti de Piero si reducevano insieme, et se udia qualche voce che diceva: se non si cala el pan, chiameremo Piero et Julian. Et etiam una notte fo chiamato per molti: Bale! Bale! Et per la Signoria non fo fatto provisione nè inquisitione, chi fusseno. Et Fiorentini mandono tre oratori a Milan; et, come per lettere di 23 ditto da Roma, intesi che uno franzese, chiamato Lanzainpugno, et era a Fiorenza per nome dil Re, et andò a Pisa per far quella consignar a' Fiorentini, et Pisani retenne el ditto. Et el castellan franzese, chiamato mons. d'Antreges, el qual era sopra et al governo non solum de Pisa ma de Serzana, Serzanello et Pietra Sancta, terminò di voler abitar et morir a Pisa; et questo per dubito che, ritornando in Franza, el Roy li haveria fatto oltrazo, unde se maridò in Pisa, et ivi restoe. El qual, per esser molto amico di mons. di Lignì, zerman dil Re de Franza, nominato di sopra, al Re comenzò a non esserli più in gratia questo suo cusino, imo privò di la soa corte, che prima sempre steva con lui; et andoe, come disperato, im Picardia.

Copia de una lettera de Piero di Medici a don Antonio Spanochij, orator di Siena, a Monte Pulzano.

Magnifico missier Antonio, patron mio.

Perchè siamo questa matina stati con el sig. Verginio, el qual se trova qui a le Tavernelle con tutto el campo, vi spacio la presente, a ciò che sia Vostra Magnificentia informata de tutto, et che el sig. Verginio con tutto el campo nostro se ne vene da matina sopra a la.... a mia 3, et l'altro sopra di Castiglion del lago, dove intenderà Vostra Magnificentia quello che se deliberarà, zoè de passar di costì o di tener qualche cosa di qua da le Chiane. In questo mezo Vostra Magnificentia stia ad hordine di le victuarie et artilarie et altre cose, a ciò che quello li fusse adimandato, sia subito expedito; che, come vede Vostra Magnificentia, questo è termene brevissimo. Me ricomando a quella.

Ex Castro Plebis, die 17 Novembris 1495.

Petrus Medices.


In questo mezo, Pisani mandò a Venetia uno suo cittadino, chiamato Zuan de Lanti, per ambassador de quella comunità a la Signoria, a la qual se volevano dar et levar San Marco, et che la Signoria li mandasse uno Provedador et volesse adaiutarli, che non venisseno sotto Fiorentini. Et benchè ancora Franzesi havessino el dominio di la cittadella, tamen Pisani con lor conseio governavano le cosse; et Frachasso se trovava lì, mandato, come ho scritto di sopra, con 400 cavalli; ma al presente le soe zente eran licentiate, et lui rimase lì quasi come cittadin a goder certi soi beni. Et zercha questa cossa di Pisa fo fatto molti consegli, disputatione quid fiendum. La qual terra è camera de l'imperio, et molto lontana sì da mar come da terra da darli soccorsso, et non senza gran spesa si harebbe mantenuta unde, pro nunc, fo terminato non torla, per dimostrar a tutti, Venetiani non esser cupidi di stado, ma volonterosi dil ben et pace de Italia. Et poi ancora ne venne un altro loro orator, chiamato Silvestro del Tignoso; et altri ambassadori pixani, se ritrovavano a Roma, solicitava di questo Hieronimo Zorzi, cavalier, orator nostro; tamen nostri non volsse.

A dì 17 Octubrio fo fatto una cria su la piaza de San Marco et in Rialto, che conzosiachè li savii deputadi sopra la sanitade havia inteso a Siena, Fiorenza, esservi la peste, a ciò non imbratasseno questa città, niun di ditte terre vi potesse, pro nunc, qui venire.

In questo mezo, el Re de Franza era pur anchora a Verzei, con el Ducha de Ferrara, et stava in consultatione; et fo divulgato el Ducha d'Orliens doveva andar versso Zenoa, poi a l'impresa di Napoli con mons. di Lignì, et el sig. Antonio Maria de San Severino; et lì a Zenoa el Re volleva far armar alcune nave, come più avanti scriverò. Et poi ditto Ducha de Ferrara andoe a Zenoa a tor el dominio dil Casteletto, et quello haver; et vi messe dentro a custodia un conte Girardo Rangon da Modena. Et el Re licentioe li sguizari et altri pedoni, et cussì bona parte di le sue zente ritornava in Franza, et questo per non aspettar le neve a passar li monti. Et la Majestà sua, a dì 23 ditto, per lettere di Hieronimo Lion, cavalier, orator nostro a Milano, se intese partito da Turin, andò a Susa, demum a Garnopoli, dove, per lettere da Lion fo divulgato, qui si amaloe da ponta. Et, varito, andoe di longo a Lion, dove venne la moglie et el Ducha de Borbon, suo cugnato, et ricevenno Soa Majestà molto volentieri, et qui restoe, ordinando un parlamento. Et el cardinal S. Piero in Vincula, in molta gratia et benivolentia col Re, imo sdegnato partì, et andò in Avignona al suo episcopato. El cardinal di Zenoa, avanti andasse el Re de là da' monti, venne a Mantoa, et ivi è et stassi. Et Zuan Jacomo di Traulzi rimase con zente in Aste. Et fo divulgato el Ducha de Orliens dette Aste con tutte le jurisdition al Re, et contracambiò per un altro stado in Franza.

A dì 22 Octubrio, havendo inteso la Signoria che 'l conte Nicola Ursino di Petigliano, governator di le zente nostre, venne per Po in questa terra, fo preso nel Conseio de Pregadi de darli el bucintoro per honorarlo, et far cinque paraschelmi, juxta el consueto; et fo preparato in la caxa dil Ducha di Ferrara, vicina a la mia. Et zonto a Chioza, da Stefano Contarini, podestà, fo honorifice ricevuto, et mandatoli contra alchuni patricii fino a Chioza per honorarlo; et per sier Nicolò Michiel, dotor, più zovene, li fo fatta una oration latina. El qual dicendo non intendea latino, la fece di nuovo vulgare, et sempre sapientissima. Et in questo zorno, venuto di longo, el Principe con la Signoria, oratori et il Senato li andoe contra fino a Santo Antonio, et quello benigne ricevete. Et era vestito di bianco tutto a la longa, con do berette in testa, una di le qual nunquam si cavava per esser toso, et questo habito havia per el vodo fatto; tamen non era ancora varito di la piaga et ballotta have. Con lui vene uno fiul di età circa anni 20, et do medici che 'l Ducha de Milan mandoe con lui per medicarlo continue. Et smontato a ditta caxa, la Domenega poi, fo a dì 25 ditto, andò a la audientia da la Signoria, acompagnato da molti cavalieri et patricii nostri. Et ditto conte, volendo la Signoria far il tutto per cavarli quella ballotta, mandoe do soi medici phisici excellentissimi, lezeano a Padoa, zoè maistro Zuanne da l'Aquila et maistro Hieronimo di Verona; i qualli fonno a la sua cura, tamen non poteano trovar la ditta ballotta; era etiam ciroyci, ut supra dixi. Et per la Signoria fo provisto di darli ducati 25 al zorno, per farsi le spexe. Era con zercha 60 persone, et ditto conte stava in casa, hora in letto, hora im piedi; et è huomo di grandissima auctorità et governo, di anni zercha 52, et molto va seguendo hore astrologiche; unde, havendo nostri diliberato di darli el baston et stendardo di governador, lui volsse li fusse dato uno zorno era...., fo 19 Novembrio, come dirò di sotto.

A dì 26 ditto, nel Conseio di Pregadi, havendo richiesto per sue lettere licentia di partir, Antonio Grimani, procurator, nostro capetanio zeneral da mar, era a Corfù, non molto sano per la egritudine hauta, dicendo in ogni tempo poi era preparato a servir la Republica, per la qual havia et era disposto di poner la vita; unde fo preso che ditto capetanio venisse in questa terra a disarmar lui solo, et tamen a niun di le altre galie fo concesso questo.

In questi zorni venne nuove, come Jacomo Capello, capetanio di le galie di Barbaria a Tunis, essendo con l'altra galia a la vela, prese una barza biscaina, di botte 400, andava in corsso con homeni 60 suso, et uno altro navilio picolo. Li homeni fece apichar, et la barza abrusar. El qual corssaro, nome havea Nicolò Bonfio, byscain. Et fece brusar tutto, fuora l'artilarie et corriedi. Et ditto capetanio corsaro fuzite con una barzetta picola, et le galie li dava lo incalzo. Et questo intravenne a dì... dil mexe di Avosto passato.

Venne uno secretario di re Ferando, chiamato Vicentio de Laudato, di Gaeta, con molte zoie in questa terra, per haver danari sopra. Li qual, parte have da uno Joam Beltrame, chatelano, che za stava a Napoli, ducati 6000 im prestedo, et 2 millia dovea haver da esso Re; sì che venne a esser creditor di 8000 ducati. Et pur trovato altri danari, ritornoe a Napoli dal Re, che molto li bisognava danari, per pagar le zente teniva in campo, et in Napoli, et altrove.

A dì 31 ditto, nel Conseio di Pregadi fo preso di far uno provedador a Monopoli, loco aquistato in Puia, con ducati 500 l'anno, netti; stagi doi anni; meni con si uno Vincenzo, doctor, uno canzelier, al qual se provederia di salario per la Signoria, per esser quella terra stà fatta exente per X anni per el capetanio zeneral nostro, et tegni 4 cavalli et 4 famegli. Item, habbi in ditta terra do contestabeli, con fanti 100 l'uno. Eravi tunc provedador Nicolò Corner, era soracomito, messo per el zeneral. Et cussì, a dì 3 Novembrio, nel ditto conseio per scurtinio fo electo Alvise Loredan, era a le Cazude, nominato di sopra; et acceptoe; tamen non se partì fino a dì 22 Zener, come dirò di sotto.

A dì 3 Novembrio, per lettere di Modon se intese, Camallì turcho, corsaro, era zonto con tre fuste a Negroponte, et do caravelle; havea fatto presente a quel subassì, suo amicissimo, de molti schiavi et robbe; et quel Camallì era stato fin hora in Barbaria.

A dì 4 ditto, zonse in questa terra mons. di Arzenton, ambassador dil Re de Franza, stato in questa terra; et vene per Po da Milan. Et fo ordinà da la Signoria mandarli alchuni patricii contra tamen pochi vi andoe. Alozò a San Moisè, in casa di Mattio Baroni, sopra Canal grando; et li fo fatte le spexe per la Signoria, al contrario di quello feva el Re, et cussì ogni altro re a li nostri oratori, che non li fanno le spese et, mirum! tutti oratori de Re etc. Et venne con zercha X persone. Et a dì 5 fo a la Signoria, a la qual fo acompagnato da alcuni patricii. Et zonto a l'audientia, el Principe, juxta el solito, venuto contra a la fin dil mastabè, li disse: Monsignor, sete venuto magro, et, in veritate, era la verità. Unde lui rispose: Serenissimo Principe, li fastidii di la guerra fa cussì; et etiam le bone spese mi faceva far la Vostra Signoria, quando era qui, mi faceva far bona ciera. Et poi expose, da parte dil suo Re, come amava questa Signoria, et volleva haver bona paxe, et versavice, exortava li fusse servato la lianza promessa, et che quella non se impazasse in ajutar Ferandino, perchè d'ogni modo l'hera deliberato esso Re di repeter, et iterum ritornar in Italia, et aquistar ditto suo Regno. Et la Signoria volse observarli tre capitoli li era stà mandà, do di campo. Or fo tolto rispetto di farli la risposta. Et chiamato el Conseio di Pregadi, consultato quello si havesse a risponderli, et tamen terminò di farli questa risposta, la qual in scriptis sarà qui posta, a ciò si veda tutto ordinatamente. Et la copia di la ditta responsione fo mandata a li colligati, a ciò vedesseno con quanta sincerità si procedeva.

A dì 5 ditto zonse in questa terra Bernardo Contarini, nominato di sopra, che era stato provedador sora i stratioti, et valentissime si havia exercitado, come più volte di lui ho scritto; tamen pocho stette, che fo mandato al governo de stratioti, per mandarlo in Reame; tamen restoe a Ravena; et stratioti venuti in questa terra, zoè quelli fonno licentiati, et volendo ritornar nel ditto loro paese, quivi spese assa' danari in panni, lavor di seda, taze d'arzento et altre cosse. Et questo è signal che di prede et botini haveano ben guadagnato. Et in segno de bon servir, poi, a dì ditto, venuti alchuni capi a la presentia dil Principe nostro, i qualli fonno carezati, et per suo bon servir di Piero Busichio, da Napoli di Romania, monoculo, ditto Principe nostro in colegio lo fece cavalier di San Marco; et fo vestito con una casacha di panno d'intorno d'oro, et rimase di qua; et con la sua compagnia di cavalli 200 andoe etiam a Ravena.

In questo zorno, a dì 5 Novembrio, da poi disnar, da poi la matina dato audientia, a ciò el conoscesse che la Signoria nostra era disposta ad aiutar Italia, et maxime ritornar don Ferando in pacifico stato dil Reame, chiamato el Conseio di Pregadi, preseno di mandar a Napoli Bernardo Contarini, era quel zorno venuto con 1000 stratioti, cerniti de tutto el numero. Item, 1000 cavalli lizieri, zoè el sig. de Rimano con la sua conduta, et el sig. de Pexaro. Item, 1000 provisionati; et mandar ducati X milia a esso Re, a ciò se aiutasse in questo bisogno. Et subito, la sera driedo fo facto queste provisione, ditto Bernardo Contarini, licet assai si havea affaticato, pur per servir la Republica, etiam havea ducati 100 al mexe, se partì, et andato a Padoa, cavalchoe versso Ravena per andar in Reame. Et a dì X ditto, passò per Ferrara 400 stratioti ben in ordene, gridando: Marco! Marco! Ferraresi cridavan: Franza! Franza! Et un puto che gridò: Marco! per Ferraresi fo batuto assai; et si pol dir: Mala mens, malus animus fecit hoc. Et tre hore da poi passò ditto Provedador con altri stratioti. Smontato, andò a visitar Zuan Francesco Pasqualigo, doctor et cavalier, vice domino, et demum a Ravenna andoe ad aspetar mandato ducal. Et cussì dietro andò Piero Busichio con altri 250. In tutto, a Ravena s'adunoe stratioti 300. Et ancora fo scritto a Napoli, li mandavano questo soccorsso, al Pontifice, el qual hebbe grandissimo piacer; et etiam scrisse a Milan, pregando el Ducha volesse far questo medemo. Et fo fato capetanio de fanti Francesco Grasso, capetanio di la cittadella de Verona, per collegio, et 5 contestabeli con 150 fanti ognuno, et al Grasso 250. I quali fonno questi deputati: Marco da Rimano, Antonio di Fabri da Ravenna, Francesco da Maran..., Zuan Dedo da Feltre et Zuan de Feltre, fo fiul de Zuan Gotardo, doctor; tamen non andono. Et è da saper, come se divulgava che, dovendo la Signoria nostra torse la guerra con el Re de Franza, aiutar Ferando et spendar li suoi danari, metando decime per tegnir, come fevano, XX galie a Napoli, mandar 1000 cavalli lizieri, zoè stratioti, 1000 cavalli di zente d'arme, et 1000 fanti, necessario era esser cauti da la spexa; et se diceva per questa terra, che nostri havea concluso cum li ambassadori dil re Ferando era qui, che la Signoria havesse alchune terre in la Puia; tamen, poi acadete che 'l Re se mutò de opinion, et non volse far nulla, ma slongava el concluder. Et vedendo questo, Venitiani mandoe a suspender l'andata de stratioti, et li fanti et cavalli; et li stratioti con Bernardo Contarini restono a Ravena, et sono ancora fino al presente. Et pur l'armata volseno poi che ora restasse a Napoli.

A dì 6 ditto, zonse in questa terra uno ambassador dil Ducha de Milan, chiamato Lorenzo de Orfeo de Mozanega, era sopra tutte le zente d'arme duchesche in campo; et venne per Po. Et la matina, andato di sopra Tadio de Vicomerchà, cavalier, era ambassador etiam di esso Ducha, qui in collegio a la audientia, et exposto quello volleva, presentoe li capitoli di la paxe havia fatto con el Re de Franza el suo signor. Et disse come per questa paxe, el loro Signor non era partito di la liga, imo vollea esser più amico et ubligato che mai a questa Signoria. Et poi, a dì ditto, partì et ritornoe a Milano.

In questo zorno, a dì 6, el conte di Petigliano fo a veder l'arsenal, poi le zoie, marzaria, far veri et altre bellissime cosse si mostra a' forestieri quando veneno in questa terra; tamen lassoe di veder la più bella, che fo il nostro Gran Conseio; et dimandò si elexeno li offitii et rezimenti ogni festa; et etiam non era varito, et si medicinava tuttavia.

A li 8 ditto, essendo zonti Luca Pixani et Marchiò Trivixan provedadori zenerali dil campo a Mantoa, sì come ho scritto, et il zorno drio, insieme col Marchexe, capetanio zeneral nostro, andati fuora di la terra contra li stendardi che fonno portati in Mantoa con gran triumpho, zoè il stendardo de S. Marco, portato da domino Alexandro di Gonzaga, et el baston arzenteo portato da domino Phebus di Gonzaga, et cussì con gran festa menati et conduti in la terra. Et el zorno drio, visto combatter uno lion con uno toro, ch'è bellissimo veder, lì a Mantoa. Poi, montati insieme col Marchexe in ganzara, veneno per Po versso questa terra, et zonti al Lago scuro, il sig. Sigismondo da la ca' di Este, fratello dil Ducha, et don Sigismondo fiol dil Ducha con molti cavalli venne a recever ditto capetanio et Provedadori. Et el Ducha era a Zenoa. Hor zonti a Chioza, et honorifice da Stefano Contarini podestà ricevuti, alozono questa notte im palazo, dove fo mandato molti patricii contra ditto capetanio, fino lì a Chioza; et poi doctori et altri a Malamocho; et preso nel Conseio de Pregadi, licet un'altra volta havesse habuto tal pompa, di andarli contra la Signoria con el bucintoro, et far bellissimi paraschelmi. Et fo preparato la soa caxa, zoè quella fo donata al sig. Ruberto di San Severino, et in questa Domenega fo desmesso Conseio, et tutta la terra era in festa. Et a ciò venisse per tutto il Canal grando, fo ordinato smontasse esso capetanio con li provedadori al Corpus Domini, et con li piati fo menato demum el Prencipe nostro sublime con la Signoria et Senatori, et il Conte di Petigliano, pur vestito di bianco, oratori dil Re di Romani, dil Re de Franza, mons. di Arzenton, dil Re de Spagna, do dil Re de Napoli, do de Milan et uno de Ferrara, D. Tuciano, baron de Ungheria, el conte Bernardin Brazo et altri conduttieri nostri, erano venuti a inchinarse a la Signoria. Et acettato ditto capetanio dal Prencipe nostro con grande dimostratione, et vene per Canal fino a la sopraditta caxa, dove dismontoe. Havia con lui un fiul, fo di suo barba sig. Redolffo, de età di anni.., et vestito di negro. Et a questo Marchexe, licet non volsse accettar le spexe, li fo dato ducati 40 al zorno per cere et confetione. Et Marchiò Trivixan, provedador, el zorno drio referite in collegio la soa legatione, et introe consier, come era stà disignato. Et da poi disnar in Pregadi referite Luca Pixani. Et poi, a dì 9 ditto, el Marchexe de Mantoa, capetanio nostro, andoe a l'audientia a la Signoria, publice, et demum, a dì 11, iterum ritornoe. Et poi, a dì 13, da poi disnar, partì de qui; et fatto la via per Padoa, andò a Mantoa. Venne con zercha 300 persone. Ancora vene Hanibal Bentivoj, fiul dil magnifico Joanne, bolognese, con zercha 100 persone; et li fo provisto di caxa, zoè quella di Hieronimo Donado, doctor, et fradelli, in la contra' de' Servi; et che, poi se inchinoe a la Signoria, a dì 13 ditto da matina partite, et ritornò a Bologna a li lozamenti, seguendo la condutta con la Signoria nostra.

A dì 8 ditto, ritornò et zonse in questa terra con un gripo Alvixe Sagundino, fo secretario nostro al sig. Turcho, et a dì X referite nel Conseio de Pregadi molte cosse di quel Signor et di Constantinopoli. Tra le qual, come el turcho Baiazeto ha de intrata ducati do milioni et 20 milia, li qualli tutti li spende in sei fiuli et 7 zeneri, che a ciaschaduno tien corte separata; era homo quieto, ma stimolato da uno suo bassà da guerizar, et se estimava fazi armata questo anno; et che saputo a Costantinopoli dil conflitto col Re de Franza, un bassà li disse: Bon secretario, la tua Signoria de' haver vodato tutti i sachoni de danari in questa expeditione. Et lui subito rispose: El ne sono de altri sachoni pieni, che non sono toccadi; et, se hanno svodà i sachoni, hanno impito li canoni. Et che quando el Re de Franza era in Italia, Turchi haveano gran paura, et el signor fece fortifichar Constantinopoli et Pera, et per le mure messe le bombarde, et cussì altri luoghi in marina, maxime li castelli di Galipoli; et che ha fatto galie zercha 200, tra nuove et vecchie, nove otto palandarie et fuste assai; et, volendo, haveria grandissimo exercito; et che de li fioli dil Signor, che sono 7, et chi dice 6, el primogenito attendeva a piaceri, el secondo a cumular thesoro, et el terzo attende a le arme et è ben voluto da tutti li populi; et se judichava questo terzo, occorrendo la morte dil padre, sarebbe Signor lui; et che de' Venetiani ivi si feva grande reputation, più che di stado de Italia. Tamen, che per niun modo el Signor volleva bailo più nostro vi vadi là a Constantinopoli, et esser però bon amicho.

A dì 10 ditto, venne nove per lettere de la Londra, come a dì 5 Octubrio Piero Bragadin, patron di quella galia di Fiandra che scapoloe la fortuna, et le altre do si sumersse et rupe, come scrissi di sopra, volendo ritornar in questa terra insieme con le nave, che, essendo in Antona montato in barcha per andar a galia, con Baseio Griti, consul nostro, et do altri patricii, uno Donado et l'altro Capello, fonno presi tutti, avanti zonsesseno a galia, da una caravella de Franzesi o vero de Bretoni, et si judichava fusseno menati a Onflor, loco dil Re de Franza; tamen non sapevano quello di loro fusse. Et poi, al primo di Dezembrio venne lettere, come erano vivi a Onflor; a li qual era stà dato taglia: al Bragadin et Griti ducati ottocento per uno; a li altri do patricii, erano nobili di la galia, scudi 70 per uno; et altri galioti et famegli, scudi 14 l'uno. Et cussì passono ste cosse.

A dì 13 ditto, zonse in questa terra lo episcopo de Concordia, vicentino di casa Chieregata, legato dil Pontifice, andava al Re di Romani. Et li fo preparato a San Griguol, et andato a l'audientia da la Signoria; demum de lì a zorni 6 partite, et a l'altra legatione in Elemagna si transferite.

In questo mezo, a Zenoa se faceva novi preparamenti di armar 6 nave per el Re de Franza, et mandarle versso Napoli; et a questo el Ducha de Milan consentiva. Et ivi se ritrovava do, per nome di ditto Re, zoè mons. Peron de Basser et un altro; et el Ducha de Ferrara havia hauto el Castelletto de Zenoa, come ho scritto. Et per questa cossa de armar molto si dolse nostri, et etiam el Pontifice; el qual poi scrisse uno breve a' zenoesi, admonitorio, non dovesse dar aiuto al Re de Franza contra el Re di Napoli, altramente li haria per scomunicati. El qual breve sarà scritto di sotto. Et fo divolgato ditte nave se armava, do terzi a spese dil Re de Franza, et uno dil Ducha de Milan. Et zenoesi dimandoe li fusse dato securtà, in caso che ditte soe nave grosse fusseno brusate dai nemici, che montavano più de ducati 50 milia; et cussì non havendo, quelli per el Re se ritrovava, de dargela, stevano senza armar. Et quello seguirà qui a Zenoa, in altro libro fortasse sarà descripto, ma fin qui satis est.

A dì 13 ditto, nel Conseio de Pregadi, vedendo esser necessario haver capetanio zeneral maritimo, havendo dato licentia de repatriar a Antonio Grimani, procurator, et per queste nave si armavano; unde, preseno di far al primo Gran Conseio capetanio zeneral da mar, homo maritimo et praticho; et venne per 4 man di election et per scurtinio..., et a Gran Conseio el Trivisan per suoi meriti rimase, et el zorno driedo acceptoe, dicendo esser pronto di servir la Republica. Ancora fo preso de far riconzar le nave di Comun, era a Chioza; et fu astretto le quattro ultime decime, a pagar per tutto el mese, a ciò danari fussino recuperati al bisogno.

A dì 18 ditto, havendo da Milan mons. Arzenton, ambassador dil Re de Franza, hauto risposta da la Signoria di la soa richiesta, perchè di lui volleva li tre capitoli scritti nel successo dil campo, et la Signoria volleva al tutto liberar l'Italia et aiutar Ferando, ergo non fonno d'acordo; et però ditto sig. di Arzenton deliberò partirsse, e andar dal Re suo per terra, et dimandoe li fusse dato li cavalli. Unde fu decreto darli do cavalli de terra in terra fino a Milan; et scritto a li oratori nostri lo dovesse honorar, et farli le spexe; et li fo dà braza 24 de veludo cremexin, in segno era accepto a questa terra. Et cussì se partì, dolendossi non haver potuto otenir quello che si credia, et tolse licentia da la Signoria, dicendo era tutto nostro.

El Conte de Petigliano, sì come ho scritto, a dì 19 Novembrio, per esser bon zorno, seguendo le dispositione di cieli, seguendo le opinione astrologiche, volsse li fusse consignato lo stendardo et baston di governador di le zente nostre. Et cussì fo ordinato de far, et mandato molti cavallieri, dotori et altri patricii a levarlo di casa con li piati ducal et assa' trombe. Andoe vestito con una veste bianca brocata di soprarizo d'oro, cossa bellissima a veder, longa fino in terra, la qual si havia fatto infra questi zorni. Et menato in chiesia di San Marco, dove vi fo el Prencipe con tutti li oratori, et cantata una solenne messa, ut mos est, per el Patriarca nostro, dil Spirito Santo, da poi, davanti l'altar grando, per el Prencipe, con molte ornate parole, li fo consignato el vexillo, ancora non compido, et il scetro argenteo. El qual esso conte di Petigliano in sustantia rispose, che tanto più fedelmente serà ubligado de operarse nel governo di la militia veneta, quanto che lui conosceva che la Illustrissima Signoria, di presone che lui era dil Re de Franza, l'havea facto libero, et de morto per la ferita, l'havea facto vivo et risanato etc.; promettendo fedeltà. Et andoe per la chiesia de S. Marco, a presso el Prencipe, con el stendardo avanti, et el baston portato da lui in man; demum ne li piati ritornoe a caxa con assaissime trombe, le trombe et pifari dil Prencipe nostro, acompagnato da alchuni patricii; tra li altri vi vidi Thomà Zen, cavalier, Marco Dandolo, doctor et cavalier, Jacomo Contarini, Antonio Pizamano et Zuam Badoer, tutti doctori, et altri patricii, et el conte Alvixe Avogaro, et el conte Bernardin, che dovea dir prima, et altri assa' condutieri, et molti soldati erano tunc in questa terra. Et tutto quel zorno fo facto ivi gran feste de soni et cridar de putti: Marco! Marco! etc. Et sempre fu fino caxa, esso Governador tenia el baston in man. Et poi, habuto danari, a dì 24 ditto, da matina, se partì di questa terra, et andoe versso Padoa, dove fo assa' onorato; demum a Gedi in Brexana, dove fo diputato l'alozasse, per esser loco comodo a tal cosse. Et ivi andato, comenzoe a far la soa conduta.

A dì 19, per lettere di ambassadori nostri al Re de Romani, s'intese el certo de la lianza, sì come ho scripto de sopra, et parentado facto dil dito Re con el Re de Spagna, zoè el Prencipe, fio dil Re de Spagna, primogenito, in la fia di esso Re de Romani, sorella di l'archiducha de Borgogna, che era prima dedicata al Re de Franza; et esso archiducha de Bergogna in la infante donna Joanna, seconda fia dil Re de Spagna; et che, a Vormes, con li ambassadori de Spagna fo facta la solemnità et cerimonie. Et ita certum est; ma di Spagna non si havia niuna nuova, da le lettere di do Avosto in qua, che tutti se meravejavano, tamen vi fusse li corieri lì, et che niuno fusse ritornato. Pur se divulgava, el Re havia voluto... in Franza, et cussì el suo ambassador era qui tenia certo; tamen la verità non se intendea. Et fo decreto nel Consejo de Pregadi, che uno ambassador di quelli erano al Re di Romani, et uno in Spagna, ritornasseno in questa terra, restando l'altro ivi, o per tessera o per acordo. Et fo subito expedito le lettere in Spagna, in Elemagna. Et di quella andoe in Elemagna, essendo li oratori andati seguendo el Re, et, partiti di Vormes, in una terra chiamata Norlinga, feceno dir una messa dil Spirito Santo, et butoe le tessere a chi tocar dovesse di lhoro oratori repatriar; et tocoe a Zacaria Contarini, cavalier, restar, et Benedetto Trivixan, cavalier, ritornar. E quello statim, tolto licentia da la Cesarea Majestà, a dì 6 dil presente mexe, partì e zonse in questa terra a dì 26 Decembre.

A dì 24 ditto, nel conseio de Pregadi, in locho di Hieronimo Lion, cavalier, ambassador a Milan, fo electo Nicolò Michiel, dotor etc., era stà capetanio a Brexa; et per esser dil conseio di X se excusò; unde, el zorno driedo, fo creato Marco Dandolo, dotor et cavalier, che alias era stà orator in Hongaria, et acceptoe. Ancora Hieronimo Zorzi, cavalier, orator nostro a Roma, essendo stato assai a la soa legatione, et con grandissima faticha di andar quotidie dal Pontifice, expedir ogni 3 zorni lettere a la Signoria, come facea, esser vigilante et inquerir et advisar le cosse, adeo che prendeva molta faticha, più che l'età vi potesse portar, però che havia anni 64; et havendosi assa' exercitato in questi zorni, scrisse exortando la Signoria nostra fusse facto in suo loco, et dato in questi carghi ad altri patritii, perchè quasi lui già non potea portar la faticha, più che mai si affaticava. Unde li padri di Collegio, a dì 11 Dezembrio, nel conseio di Pregadi messeno parte di far orator a Roma in loco suo, et li Senatori, considerando el buon portamento facea, et a li fastidii di la Republica esser necessario haver tal sapientissimo homo e pratico in corte, e maxime essendo in gratia dil Pontifice, come era, et altri reverendissimi cardinali, et, conclusive, benissimo si portava; unde, pro nunc, non li volseno dar licentia, ma etiam che fusse creato in locho suo...

Fo decreto, a dì... Novembrio, nel ditto conseio, che niun cavalier di zente d'arme vi fusse, di altre terre che di quelle subdite a la Signoria nostra; et questo per buon rispetto.

A dì 23 ditto, zonse in questa terra uno secretario dil re Ferando da Napoli, licet vi fusse do ambassadori, chiamato....; et, fo divulgato, cum amplo mandato dil Re. Poi, a dì 16 Dezembrio, venne uno ambassador di esso Re, nominato domino Hieronimo de Totavilla, et alozoe a San Polo, et venne incognito et non con alchuna pompa. El qual, prima venisse qui, fo a Milan; se judica a pregar el Ducha non fusse contrario. Poi venne in questa terra per acordar che la Signoria volesse mandar el soccorso al suo Re, senza il qual non potria mantegnirsse nel Regno. Quello seguirà forse, lector, scies. Et in questo medemo zorno, a dì 16 Dezembrio, se partì... a Napoli, Antonio di Zenari. Etiam venne Alvise Ripol, era a Roma, stè tre zorni, poi se partì. In questi zorni tornò le galie di viazi, primo Baruto, poi trafego et Alexandria, cariche di mercadantie et senza danno.

Domente queste cosse a Venexia si fanno, non voglio restar scriver quello acadete in Fiorenza, che, volendo pur al tutto ritornar nel stato Piero de Medici, el qual con zente era a li confini; el qual, sì come ho scritto nel primo libro, questa caxa di Medici per la venuta de Carlo Re de Franza.... e non per errori che lui, Piero, havesse comesso contra el stato, unde Fiorentini deliberorno, da poi la privation sua, in questi zorni, che l'anno sequente, eodem die che fu scazato, si congregorno tutti i mercenarii, el popul in piaza et li... di Fiorenza in su la renga. Et uno de dicti signori declamoe Piero di Medici per usurpator et per tiranno, commemorando come quel zorno proprio fu scazato quello, mediante el qual con soi antecessori el proprio dil comune era andato zerca anni 60 in oblivione, dicendo che la plebe dovesse exclamar al cielo tre volte, ringratiando il motor dil cielo che quel zorno compiva l'anno, zoè a dì 6 Novembrio, la liberation di la libertà de la Republica, et perhò haveano decreto dover quel zorno celebrar in tal memoria. El qual per non haver facta niuna... nominata, lo dovesseno chiamar la festa de San Caza Pietro, et che tutti dovesseno far festa, facendo molti convivij et grande jucundità. Alcuni altri de li seguazi, non dil populo ma più presto de la casa de' Medici, vedendo el mondo non esser stabile, se la ridevano di tal cossa, andorono in alchuni colloquij tra lhoro, dicendo questi pronosticavano la festa di Pietro deve ritornare nel stato. Et vedendo Fiorentini poi che Pietro procedeva, e veniva con zente contra, feceno di lo stado di dieci di la guerra, primo Filipo Pandolfini et Paulo Antonio Soderini, i qualli erano di seguazi di esso Pietro. Et questo feceno non sine causa; o vero perchè questi si contentasse di esser dil stado, e più non favorizasse Pietro; o vero che non vi havesendo questi huomeni primarii, aproximandosi Pietro a la terra, non si sublevasse el populo, et non intravenisse qualche novità; ergo etc.

In questo mezo, Guido Guerra da Bagno, assa' nominato di sopra, et cupido di nove mutatione in Romagna, non li bastando di quello havea fatto sæpius in Cesena, che etiam contra l'arzivescovo nostro di Ravenna volsse mostrar il poter suo, benchè male li advenisse. Et un zorno dimandoe alchune zente al sig. Pandolfo di Rimano, nostro soldato, non dicendo quello voleva far; et venne a un loco di la jurisditione di ditto arzivescovo, nel territorio de Ravena, chiamato Castel Nuovo, et quello prese et aquistoe, perchè era senza custodia. Et inteso ditto arcivescovo, che tunc se ritrovava ai soi castelli, questo, scrisse ad Andrea Zancani, podestà et capetanio de Ravenna, dolendossi non tanto de Guido Guerra, che lo cognosceva suo nimico, ma di la zente dil signor di Rimano; et etiam si dolse a la Signoria nostra, la qual hebbe molto a mal che, con le zente nostro medeme, fosse seguito tal inconvenienti. Et scrisse al signor de Rimano che si dolevano molto di questo, et facesse provisione fosse reso ditto castello, et dimostrar a Guido Guerra havia facto assa' dispiacer a la Signoria a far questo. Et zonte ditte lettere a Rimano, el signor deliberoe monstrar la fideltà havia, et mandò a chiamar ditto Guido Guerra venisse a parlar. Et zonto ivi in castello, li fo ditto come era presone de la Signoria. Et esso Guido disse: Non so haver facto cossa alcuna contra di Soa Serenità, et al manco habbi questa gratia che li parli. Ma, indubitante Senatu, senza dir altro, a dì 13 Novembrio fo strangolato, et cussì finite la sua vita dolorosamente, et messe fine a tanti mali, quanti havia commesso. Era tamen valentissimo homo et di gran cuor, et favorizava le cosse franzese; unde, questa morte non solum a la Signoria nostra, ma etiam al summo Pontifice..., per le molestie deva a Ravena, terra di la Chiesia, come di questo di sopra ho assa' scritto. Et morto che 'l fu, madona di Forlì, fo moglie dil conte Hieronimo, femina quasi virago, crudelissima et di gran animo, mandoe alcuni fanti a questo Castel Nuovo, et vi mandoe Achiles, capetanio di le soe zente ivi, et tolse ditto castello. Et benchè la Signoria scrivesse fusse renduto, per esser cossa del territorio di Ravena, et lei diceva esser di Forlì; unde fo necessario scriver al signor di Rimano vi mandasse alchune zente, et a Bernardo Contarini, provedador de Stratioti, era con 850 stratioti a Ravena, che statim andar dovesse a recuperar ditto castello, et far sì ch'el si havesse; et scritto a Andrea Zancani, podestà de Ravena, facesse ogni provisione. Et statim questo receuto, Bernardo Contarini, licet non fusse ancora ben risanato dil mal acutissimo havia habudo, pur disposto di metter la vita per questa Republica, a dì 28 Novembrio partì con stratioti et fanterie di Ravena, et con lui vi era Jacomo da Veniexia, Jacomo da Tarsia et Antonio di Fabri, capi di fantarie. Et la sera, a hore 24, arivono a Mendula, loco dil signor di Rimano, ordinato per lozamento lhoro. Et non havendo quelli facto alchuna preparation per espugnar Castello Nuovo, tutta quella notte nostri steteno in exercitio, in far far scale et far preparar 4 spingardele; et fo facto 30 scale. Et a dì 25 a l'alba, montoe ditto provedador a cavallo con li stratioti, et aviate le fanterie avanti, a hore 17 si presentò atorno ditto Castello Nuovo, et dismontoe a piedi, e con tutti li stratioti, per esser mal loco su quel monte a cavallo; et mandò el suo trombeta con Jacomazo, capetanio di le fantarie preditto, el qual fusse a parlamento con el castellano, e notificharli era venuto ivi per haver ditto castello o per amor o per forza; prometandoli che, si aspettasseno la bataia, tutti sariano tagliati a pezi, et le sue robbe messe a saco. Li quali risposeno, volentier parleriano col suo Provedador. El qual, visto esser richiesto, andoe e si presentoe a l'incontro di la porta. Et el castellan disse, come ditto castello era tolto e tenuto per la Chiesia, et che facesseno venir el governador di Cesena, che li comandasse che desse el castello, che lo daria volentieri. Et per el Provedador li fo risposto, che tal parole non era a proposito; et che se intendeva bene, Achiles capetanio di le zente de madona de Forlì havea preso ditto castello, et quello si teniva ad instantia de madona; et che li deva termine do hore li dovesse consignar le chiave, altramente lo daria a sacomano. Et li dimandò el castellano li desse termene tutto doman, per poter mandar a Cesena, et per intender el parer dil governador. Et visto el Provedador le artilarie non esser zonte, ita che li huomeni non potevano dar la bataia, fo contento darli tutto ozi termine. Si tolse una chiesia a presso le mure, et lì fece alozar el capetanio et tutta la fantaria, et lì volleva metter le artilarie. Et esso Provedador scrisse a la Signoria, come la mattina li volleva dar la bataia, non si rendendo. Et cussì Stratioti alozoe a uno loco se chiama el Monte dil Vescovo, circondato da molte neve. Et a dì 28 Novembrio, in lo borgo di Mendula, le nostre fantarie fonno a le man tra loro; et fo amazato uno de' provisionati de Antonio di Fabri; et questo per cridar: Favri! Favri! e Tarsia! Tarsia! El Provedador, adunata la matina la fantaria, fece far una crida, pena de la forcha, che niuno chiamasse altro che: Marco! Et poi a dì 30 ditto, da matina, a hore 13 de notte, fo compito de far uno poco de riparo, dove erano alozati a l'incontro di la porta dil castello. Et a questa hora andò el Provedador, con tutti li capi de Stratioti, a piedi, un poco di arzer a canto le mure dil castello, et stavano coperti da bombarde. Et la caxon andoe avanti zorno, fo perchè le bombarde et archibusi bateva tutta la strada dove nostri haveano ad andar. Et messo le poste, el Provedador con li stratioti et Antonio di Fabri da una banda, et il resto da l'altra, et havendo promesso aspetar fino la matina, et come fo levato el sol, mandoe ditto Provedador missier Zorzi Paleologo et Nicolò da Nona, capi de Stratioti, con Antonio di Fabri, contestabelle, a notifichar che li daria la battaia, sì come li haveva promesso. Et questi apresentadi fonno salutati di molti sassi, et, nel levar dil sol, fo deserato una bombarda e le spingarde tutte a le difese. Mettendosi in hordene nostri per darli la bataia, li contadini, che erano dentro, fece segnal soprastesse, dicendo volleva dar la terra, la qual era per loro guardata, con condition fusseno salvi l'haver et le persone, et che daria ogni aiuto per haver etiam la rocha et la torre. El Provedador mandoe ditto Zorzi et Nicolò da Nona et Antonio Fabri con 50 fanti dentro la terra, i qualli gridò: Marco! Marco! Quelli di la rocha et di la torre comenzono a trar a li ditti di fora et di dentro; et Bernardo provedador, considerato el poco numero di zente vi era dentro, in tutto numero 25, et per nome di la Madona de Forlì, et 50 contadini, volse intrar im persona in la terra con stratioti e fanti numero 100, con la bandiera de San Marco protetor nostro; et quella fece metter sopra la torre con molte alegrezze. Et quelli contadini subito si poseno a li piedi, dicendo volevano morir per San Marco. Poi el Provedador fece adunar gran numero di fassine, et tutti con li... andono versso ditta rocha, mostrando voler brusarla. Et quelli di la terra li salutono con sassi. Et stando in questa scaramuza, quelli di la rocha dimandoe pacti di darsi, salvo l'haver et le persone. Et el Provedador fo contento. Et aperta la porta di la rocha, introno nostri dentro, et fo a parlamento con quei di la torre, la qual era inexpugnabelle, havendo vittuarie: et li persuase volesse render, altramente li daria la bataia, et li faria segar vivi. Et steno per un quarto d'ora a risponder. Et poi uno si fece a una fenestra grande, li saria vergogna renderse; et che, per suo honor, a ciò Madona non li facesse apichar, dovesseno nostri trar tutte le artilarie. Cussì fo trato do colpi de bombarda, et a la terza l'andò in pezzi. Et cussì, dimandato si rendesseno, fonno contenti, et veneno tutti zoso, excepto do, li quali pregò di gratia el Provedador li desse quelle spingarde de Madona. Et cussì le donò, et andono via. Et el Provedador messe do caporali con 25 compagni de Antonio di Fabri, et ne la rocha et torre lassoe ditto capetanio con fanti 100, al qual consignoe le chiave, et comandò le dovesse custodir a instantia di la Signoria nostra, per far quello comanderà. Et adunato contadini, raccomandoe a ditto contestabile, et feze far una cria, a son de tromba, che sotto pena di la forca niuno, provisionato o fante, posto in ditta custodia, non ardisca torre alchuna cossa, riservato pane et vino per suo viver; et se a li contadini niuno li fazesse oltrazo, se venghi a doler a Ravena, li sarà fatto rason. Et a hore 15 se partì ditto Provedador con li stratioti, et venne ad alozar quella sera a Mendula, et scrisse a la Signoria quello havia fatto, et el sito dil Castello Nuovo, el qual è posto sopra un monte distante da Cesena mia 8, et di la terra Romea mia 3, dall'altro canto, versso Forlì, mia 6, et al passo de Fiorenza mia 3, et è la chiave de tutti i castelli fo de Guido Guerra, et tutti li altri castelli, che è circonstanti, sì come de la Chiesia, come di l'arzivescovo di Ravena, che sono sotto a questi monti. Conclusive, è sito molto excellente, e degno, e si tenia con pochissima spesa. Et poi el zorno sequente, lo primo Dezembrio, esso Bernardo Contarini con questa vittoria ritornoe in Ravena, con li stratioti et fanterie.

Dil romper guerra el Re et Raina de Spagna col Re de Franza juxta li capituli di la liga.

Domente queste cosse in Italia intravengono, la Majestà dil Re et Raina di Spagna, essendo sollicitati da Francesco Capello, cavalier, et Marin Zorzi, dotor, oratori di la Signoria nostra, etiam da li do oratori dil duca de Milan, che dovesse romper guerra in Franza, a ciò per questo el Re lassasse l'impresa de Italia, et convegnisse ritornar in Franza a difender el suo regno, el qual pur da' monti in qua se ritrovava, sì come ho scritto di sopra; unde el Re et Raina di Spagna, ordinato grande exercito per tutti i suoi regni, mandoe assa' zente a la volta de Perpignan, capetanio zeneral uno castigliano, chiamaro Enriques de Gusman. Et etiam el Re ditto se partì di Burgos, come più avanti difusamente sarà scritto. Et più volte a Venetia fo divulgato, che 'l Re de Spagna havia rotto; tamen la verità non se intendeva, perchè non vegniva lettere da li oratori de Spagna, ni, da 4... in qua, di lhoro se havia inteso alchuna cossa. Et a dì 4 di Dezembrio, per lettere di Roma di... Zorzi, cavalier, orator nostro, date a dì 30 Novembre, s'intese come don Gracilasso de la Vega, orator yspano a Roma, havia notifichato a la Santità di Nostro Signor, Alexandro Sexto Pontifice, che havia habudo lettere dil Re suo, per la via de Sicilia, et capitate a Napoli, come era rotto su quel de Franza, et fatto per Spagnoli gran danni vicino a Perpignan; et cussì etiam certificoe ditto orator nostro. El qual expedite subito lettere a la Signoria de questo, et quasi certificoe esser la verità, licet prima avanti più volte fusse stà divulgato questo romper, et niuna fermeza poi si havea. Et ancora domino Lorenzo Soares de Figarola, horator yspano a la Signoria nostra, andoe in questa matina in colegio, notifichando che 'l suo Re et Raina dil certo havia rotto in la Franza, et che lui di questo havia lettere. El qual romper fo principiato a dì XV Octubrio, sì come per una lettera data a esso ambassador di Spagna, la qual sarà qui sotto scritta, chiaro il tutto si vede. Tamen, da' nostri oratori in Spagna non era lettere, che molto ognuno se meravigliava; et questo perchè la Signoria havia expedito diese corrieri, et niuno era ritornato. Tamen, et per lettere da Roma, et per parole de questo orator, nostri crete dil romper, et con desiderio aspettavano lettere de li oratori nostri.

Così finisce nel nostro manoscritto la cronaca. Seguono alcune pagine, le quali evidentemente appartengono al primo libro, raccontando gli avvenimenti degli ultimi mesi del 1494.

A dì 29 (Ottobre 1494) el campo aragonese essendo a Castrocaro, et le fantarie si partiva per zornata, et per li tempi cattivi erano morti et morivano assa' cavalli, et stevano mal de vittuarie, quelli de Castrocaro non li volse lassar intrar in la terra, ma ben li dava di fuora le vituarie.

In Cesena li citadini erano in diverse openione, ........., per dubito di campi; vedeva prosperar el Re di Franza, stevano con guardie, provedevano de marteletti et ripari, mandava fuora di la città le persone inutile.

Et uno Marti, el campo ditto aragonese se levò da Castrocaro et vene a Bertonoro, territorio de Cesena, mia 5 distante di Cesena, et el Duca de Calavria ordinò fusse vendute le sue biave si ritrovava in Cesena, et il consejo di Cesena per questo terminò non darli vittuarie.

El campo franzese in questo zorno, parte di lhoro, zoè Italiani et Franzesi, se partino da Mordano et andono a Codigniola, Lugo et Bagnacavallo et Traversara, per restaurarse lhoro et li cavalli; un'altra parte andò verso Faenza; et molti ammalati se partiva de campo, altri per non haver danari. Homeni d'arme italiani et franzesi se portava mal, volendo esser superiori.

A dì 30, el sig. de Faenza si offerse, per non haver danno, de darli vituarie, et passò per tre zorni; morivano assa' cavalli etiam de questo campo per li desasij portati; et se partì de campo alcuni cavalli lizieri di la guardia dil sig. Lodovico, et andò a trovar esso signor fatto Ducha de Milan.

In questo zorno, venne uno trombeta de Franzesi a Ravena al Podestà, con lettere de mons. de Obegnì suo capetanio, per le qual dimandava, essendo el suo Re in amicitia con la Signoria, li volesse mandar vituarie nel suo campo. A la qual lettera Andrea da Leze, podestà, li rescrisse, excusandosse etc., et che se quelli di Ravena volevano portar vituarie, era contentissimo. Et subito mandò ditta lettera a la Signoria, a ciò comandasse quello li piaceva facesseno ditti cittadini di Ravena.

El campo franzese, benchè havesse quella offerta dal sig. de Faenza, non li bastono; ma andò a Granarolo, luntan de Faenza mia 5, li messe atorno molte artilarie, et la notte li tolse l'aqua di le fosse; quelli dentro si rese, volevano andar a Solarolo. Quello seguirà sarà scritto.

El campo aragonese venuto sotto Cesena, quelli di la terra non li lassono intrar niuno dentro; et, a dì 29 Ottubrio, el Duca de Calavria con il conte de Petigliano volseno intrar. Quelli cittadini non li volseno lassar intrar, nè li volevano dar vittuarie; pur in quella sera et ozi li deteno un poco di pan, et si partì di questo campo. El fio dil magnifico Joanne Bentivoj passò per Ravena, et ritornò a Bologna; et cussì per zornata molti altri condutieri, capi di squadra et homeni d'arme se partivano, e in bona parte comenzava questo campo a disciolversi. Et è da saper che, benchè questa levata di sotto Faenza di sora descrissi, pur voglio notar quanti infortunij venne a questo misero campo a uno tempo. El qual, essendo sotto Faenza, non potendo più haver vittuarie da' Faventini, si levò di notte con pioza et scurità, et passò el fiume dil Roncho a guazo per andar a Castrocaro; et in nel passar, ditto fiume se ingrossò per le pioze, nel qual se anegò assa' persone, et maxime ragazzi con li cavali, et perseno assa' cariazi, et, per li tempi cativissimi, cavali apena vuodi poteva caminar. Et poi per li villani di la Val di Lamon, havendo notitia di questo, detono in le coaze, et ricolse assa' eariazi et cavali, sì che hebeno gran danno.

A dì 1 Novembrio, havendo habuto Franzesi Granarolo, loco di Faenza, messe in la terra in guardia Jacomo Albanese, contestabele, et nella rocca intrò mons. Juliano, franzese, et volevano andar a Solarolo et Russi, ma li antiani de Faenza veneno in campo per adatar le cosse; ma Franzesi volevano la rocca di Faenza in sua potestà, et Faventini non volevano; et cossì steteno in queste pratiche.

El campo Aragonese totaliter se disciolse, et in questo zorno el Duca de Calavria se partì et andò verso Santo Arcanzolo, loco di la Chiesia, et quelli di la terra non lo volseno accettar ne la terra, ma li promesse di darli vittuarie stagando di fuora. Et cussì el povero Duca convenne far. El Duca d'Urbin etiam andò a caxa sua a Ugubio; el signor de Pexaro ritornò a Pexaro; Zuam Jacomo de Traulzi et el conte de Petigliano seguiteno el Duca de Calavria; et rimase solum X squadre dil Papa con Alvise Becheto in Cesena, et in quella sera intrò in la terra con volontà di cittadini, alozono sotto li portici. Ma poi, a dì 2 da matina, el populo se messono in arme, et con rumor li cazono fuora; le qual squadre partite, se aviono verso Roma.

A dì 2, la Domenega de notte, el Governador de Cesena, per nome dil Papa, tolse dentro di la muraja el conte de Petigliano et el Marchese de Peschara con 700 fanti: et l'altra notte seguente, che fo a dì 3, ditti soldati veneno fuora de ditta muraja, andono per la terra, et amazò alcuni, facendo danno assà'.

Ma, il zorno seguente, li cittadini chiamono Guido Guerra dentro, el qual è uno valentissimo partesano, el qual alcuni castelli ivi vicino domina, chiamati Giazolo etc. Or, intrato in la terra questo Guido Guerra, perchè li cittadini tenivano le chiave di le porte, fo a le man con el conte di Petigliano, et si portò molto strenuamente, et di sua mano ne amazò alcuni, et fo morti zerca 40 di quelli dil conte, et Guido Guerra prese ditto conte, et tennelo per ore cinque prexon nel palazo de li Signori, aspettando soccorso de Franzesi, el qual non venne sì presto; ma soprazonse soccorso al ditto Conte, per modo che li fo forzo a Guido Guerra ussir con li soi di la terra, el qual era intrato con zerca 50 cavali lizieri et alcuni fanti. Questo era acordato col Re de Franza, havia 40 homeni d'arme, 50 cavali lizieri et 200 fanti; et se li cittadini lo havesseno seguitato, come era l'ordine, sine dubio saria seguito gran scandalo; ma niun de li cittadini si mosseno, per non descompiacer al Pontifice. Et continuamente el governador metteva zente in la terra da driedo per la porta dil castello; le qual zente era mandate per el Duca de Calavria, era a Santo Arcanzolo. Ma, ussito, Guido Guerra andò verso il campo franzese, et trovò mia 3 lontan di Cesena, a..... loco di Bertenoro, el sig. Fracasso di San Severino, che con 500 cavalli lizieri et alcuni fanti veniva in suo ajuto; et visto esser venuto tardi, ambi ritornorono indriedo. Ma partito Guido Guerra de Cesena, el Conte de Petigliano tolse le chiave di la terra da man de li cittadini, et quella custodiva, et za era intrato squadre X et 1000 fanti. Et è da saper che 4 caxe di quelli cittadini fonno messe a sacco, et ne restò molti feriti in la baruffa soprascritta.

A dì 3. El campo franzese in questa mattina si levò per andar a Villafranca, passò vicino a li confini di Ravena, et havendo noticia i nemici haver condutto bestiame su quel di Ravena la sera, a dì 4, da matina, corseno in la villa de.... et altre ville, hanno tolto bestiame et fatto qualche danno. Et subito, inteso questo, el pretor de Ravena, era pur Andrea di Leze soprannominato, el qual dil tutto el seguito di questi campi teniva benissimo advisato la Signoria, et benissimo si portò, mandò tre di quelli cittadini nel ditto campo; i qualli fonno Zuan Filippo, collateral, Piero Grasso, cavalier, et Stefano Dolzigno, con lettere directive al conte di Cajazo et mons. di Obegnì, dolendosi di tal movesta. Et zonti, referita la loro commissione, quelli dimostrò haver molto molesto, excusandosi non esser di mente soa, ma che l'aveano fatto forsi per disaio de viver, promettendo restituir. Et poi disseno, essendo cosse da viver era da soportar. Et pur mons. di Obegnì preditto, montato a cavalo, fè provisione; ricuperando quello poteno, che non era consumato, et restituite. Et, a dì 6, poi relaxò li vilani che haveano prexoni; pur volevano vittuarie da Ravena; et el podestà comandò a tutti dovesseno redur el suo dentro la terra, a ciò fusseno più securi.

Intesa la nuova de Cesena, parte de ditto exercito se levò et passò il ponte dil Ronco per andar alozar a Folimpuovolo et Bertonoro, per esser vicini a Cesena.

A dì 4. In questo zorno el sig. di Faenza rimase d'acordo con Franzesi et Milan, che Granarolo romagnisse in le man de Franzesi, el resto al Signor. El qual ha ducati X milia a l'anno, è ubligato tenir 80 homeni d'arme, et 20 balestrieri, si obbliga dar alozamenti al campo ogni volta li farà bisogno, et li dè per caution et ostaso 4 cittadini di Faenza, de li primi de la Valle di Lamon.

A dì 6 li capi franzesi feceno consiglio nel loro campo, el Duca di Calavria essendo in Cesena. El conte de Petigliano, partito di Santo Arcanzolo, in questo zorno entrò in Cesena con squadre X, et poi ne venne di le altre, ita che era con squadre 30; et el Duca de Urbin e Signor di Pesaro rimaseno a Santo Arcanzolo, et poi andono a loro stantie per aproximarse l'inverno. Et esso Duca, con li soi cavalieri, alozò in le caxe di cittadini, et mandò fuora di la terra molte zente inutele, le qual se reduseno su quel de Cervia; et fece fortificar la terra et condur gran quantità di formento. Ne la qual citade el so exercito fo alquanto restaurato, havendo patiti tanti incomodi, et questa terra era molto grassa, abondante de ogni cossa; ma poco vi stete, che convenne andar verso Roma, come dirò più avanti. Et è da saper, licet non habi scritto, che Fiorentini revocò le so zente, le qual tornono a Pisa et Fiorenza.

In questo zorno zonse a Ravenna Jaba, locotenente dil Marchexe di Salucie, con uno mastro Francesco, phisico, con cavali 50, come orator de mons. de Obegnì, con lettere di credenza. Diceva haver provisto a la restitution dil danno fatto su quel territorio, et che dovendo dimorar de lì, tanto havesse risposta dal Re, che come amici li volesseno farli parte de vittuarie, secondo la possibilità dil paese, de strami et biave da cavali sopra tutto, per li soi danari; et che, non dagando, saria difficil cossa, essendo cussì vicini, tenir Franzesi non facesse qualche danno. Unde el podestà de Ravena li honorò assai, et feceli uno conveniente presente per carezarli, et rispose saria con li cittadini et li risponderia, et che de feni et biave ne faria parte, per la bona amicitia dil Re con la ill.ma Signoria soa. Et poi, per voler far el pretio, ditti oratori disseno che fusse mandati do di Ravena con loro dal suo Signor; et cussì, a dì 7 da matina, ritornono in campo. Et zonti, mons. di Obegnì disse non bisognava più, perchè si voleano levar, et che manderia do de li soi a ringratiar a Ravena. Et in ditto zorno ditto capetanio et Fracasso fè impicar do Italiani et do Franzesi, per el desordene fece su el territorio de Ravena; tamen è da creder fusse per altro.

A dì 8 el podestà de Ravena mandò do cittadini in campo, a star a le spalle de quelli Signori, a ciò non facesseno danno su ditto Ravenese: et questo fo molto a proposito.

A dì 9 el campo franzese si levò, et andò ad alozar a San Martin, mia do lontan da Forlì, 4 da Bertonoro et 9 da Cesena. Et li Italiani alozò verso el confin de Ravena, come promesse de far mons. de Obegnì; et la note avanti el Duca de Calavria fece brusar tutti li strami se ritrovavano sotto Bertonoro; et etiam el grano, era in magazen al porto Cesenatico di esso Duca, fece condur a Rimano et lì discargar in uno navilio.

A dì X Novembrio da mattina, Franzesi andono in campo a Bertonoro, terra di la Chiesia, et quello comenzò a bombardar. La terra, per esser situada in montagna, se difese virilmente; et mandono a dir che mai si pensasse che per volontà si rendesseno, ma che andasse col campo a Cesena, et ex nunc erano contenti et promettevano de far quello faranno Cesena, ch'era mia 5 distante. Ma prima tolseno termene 3 zorni; et vedendo Franzesi non poter haverla, ne volseno andar a Cesena; ma, habuto precepto regio, si andono Franzesi a conzonzer col campo dil Re, che si apropinquava a Fiorenza. Et, sopravenendo l'inverno, Italiani andono a le stantie in Milanese, et el conte de Cajazo tornò a Milan. Et questo non voglio restar de scriver, che questo anno fo lo inverno bonissimo, non piogie, venti, nè fredi secondo il consueto, adeo tutti se meravigliava, et dicevano era volontà di Dio el prosperar de questo Re, et che li cieli lo volevano adjutar, et che le prophetie venivano vere. Ma ad altro seguitamo el scriver.

Quello seguite a Roma.

Colonnesi essendo potenti su le arme, in questo mezo dannizava molto Roma; erano a Frascato con squadre 35 et fanti 4000; eravi ancora el cardinal Ascanio, vice-cancellier, el cardinal Savello et el cardinal Colonna. Unde el Pontifice, havendo molto a mal che questi dannizasse et facesse tal danni, non potendo resister con forze, a dì 7 Ottubrio fece far uno proclama che, termene sie zorni, tutti dovesse venir a Roma a soa obedientia, sì seculari come ecclesiastici che ivi dintorno se ritrovava, sotto pena di rebellion et privation di le facoltà loro, officij et beneficij di la Chiesia Romana; et, venendo, li fusse perdonato; aliter excomunicati fusse etiam etc. Era con questi, ditti di sopra, Hieronimo de Totavilla, che fo figlio dil cardinal Roan, che fu ricchissimo cardinal, et morite del 1483. Or per questo tal proclama niun si mosse, imo feceno più danno a Roma che prima.

Et a dì 15 el Pontifice in Roma fè ruinar 4 palazzi bellissimi do dil Sig. Prospero et Fabricio Colonna, uno vicino di uno Colonnese, et uno altro di Hieronimo di Totavilla; et molto si dubitava, vedendo el Re de Franza che veniva di longo, et etiam che la fortuna era contraria a re Alphonso, et che Fiorentini volea voltar.

Ussita ultima di l'armata dil Re di Franza di Zenoa et dove andò.

L'armada dil Re di Franza, che era a Zenoa, essendo instruttissima sì de zente quam de artelarie, et molti Franzesi vi era; sollicitandola dovesse ussir el cardinal San Piero in Vincula, per andar verso Pisa, a ciò Fiorentini voltasse, come feceno; et a dì 16 Octubrio partì de Zenoa una nave, chiamata Salvaza, de botte 3000, et do barze, per andar a le Specie, ch'è verso Pisa, terra grossa et una cittadella molto forte; su le qual nave era fanti 2000, artelarie et farine assa'. Et poi, in quel zorno medemo, ussite l'armada granda, zoè nave grosse 3, galie 27, galeaze 1, galioni 6 et barze 5: in tutto vele 42, con fanti et provisionati zerca 4000, et cavali 700. Et San Piero in Vincula restò a Zenoa. Capetanio mons. di Mompensier, che za avanti el Re era venuto di qua da' monti. Et ditta armada zonse in Porto Venere de' Zenoesi, ch'è castello forte, con la terra a presso la marina, dove è bonissimo porto; et poi andò verso Roma, et intrò parte nel Tevere, et messe zente in Hostia, non ostante l'armada aragonese, era ancora potente sul mar. Poi ditta armada ritornò a Zenoa a disarmar, et poco fu operato.

Quello seguite al Re di Franza da Casal fino a l'intrar in Fiorenza.

Di sopra scrissi come el Re andò a Casal, a visitation di la marchesana di Monferà, che fo a dì 7 Ottubrio, se partì di Aste. Hor, zonto a Casal, honorifice fo ricevuto. Stato alquanto in piacer et consolation, a dì 10 se partì, et venne a disnar a Chozo; fece poi la via per boschi, et venne cazando fino a Mortara, ch'è dil Duca de Milan, mia 7 luntan da Vegevane, dove dormite quella note; dove volse fusse serato le porte dil castello la note per sua securtà, che prima non si serava ni de dì ni de notte. La soa guardia steva armada, come ho scritto de sopra. Za el sig. Ludovico con soa moglie era venuto a Vegevane, a far preparar per la venuta dil Re, et cussì l'ambassador venetiano venne a...., poi a Vegevane.

In questo mezzo el sig. Ludovico fè far uno ponte su Po, per mezo Piasenza, per passar Franzesi et cavalcar in Parmesana; el qual non fo adoperato.

A dì 2 Ottubrio el Re intrò in Vegevane, li andò contra el sig. Ludovico con li ambassadori, et fo molto honorato. Vegevane ha uno palazzo bellissimo dil sig. Ludovico, zoè dil Duca de Milan, mia 20 da Milan, et per esso sig. Ludovico adornato, per esser in sito bellissimo et ameno, comodo a ogni piacer et cazasone, dove è fatto una forteza; et, el più dil tempo, ditto sig. Ludovico sta in questo loco, el qual è il forzo fabricato di novo. Or, zonto il Re, li volse le chiave di le porte, le qual li fo apresentade; et visto una porta serata, volse etiam di quella le chiave; la qual porta non si adoperava. Et la notte mandò a torno, dapoi fatto serar il castello, a veder si le porte erano serate. Vedendo la Signoria che le cosse andava da vero, in questi zorni scrisse a Zorzi Pisani, ambassador, dovesse dir al sig. Ludovico facesse tornar el Re indriedo, a ciò non seguisse danno et ruina in Italia. Et cussì ditto ambassador expose al sig. Ludovico. El qual rispose: Non posso; vedete che vuol fino le chiave di le forteze. Et esso Re partite a dì ditto da Vegevane, et non vuolse andar a Milan per non perder tempo, ma a dretura con le sue zente, in compagnia dil sig. Ludovico, se ne venne a Pavia, terra de Milan, et intrò a dì 14. Tutte le strade di la città erano coperte di panni; li chierici et cittadini li venne contra, et con grandissima pompa li fu preparato per la Soa Majestà in castello, dove vi si ritrovava amalato el duca Zuan Galiazo de Milan. Et avanti el Re intrasse in castello, dimandò le chiave de quello, le qual ge fu date. Et intrato, messe custodia de li soi a le porte, et in una parte alozò lui, in l'altra era il Duca amalato, come ho ditto. Et la notte medema andò a visitar madona Bona, era lì in castello, madre dil Duca de Savoja, chiamato Ludovico secondo, che fo fiolo di Amedeo et padre di Amedeo 3.º, el qual del 1462 a Lion morite, havendo regnato anni 31. Questo ebbe 3 figliole: una fo maridata a Ludovico re de Franza, di la qual è nassuto questo Carlo re; l'altra fo questa madona Bona, nel duca Galeazo de Milan, padre de questo Duca; et la terza in Guielmo marchexe de Monferà, di la qual non vi naque niuno. Et have uno figlio, come ho ditto, chiamato Amedeo, el qual have per moglie la sorella dil prefato Re de Franza, et have do figlioli: Philiberto et Carlo, et regnò 13 anni. Et Philiberto, da poi la morte dil padre, dominò, et, morto giovineto, successe Carlo suo fratello, che adhuc domina. Adoncha questa madona Bona è sorella di la madre dil Re, et per conseguente el Duca de Milan vien ad esser suo zerman cosino, et sono di una etade; et poi ditta madona Bona partì di Pavia et andò a Milan.

A dì 15 el Re andò a visitar el Duca, el qual era in letto amalato; et andato dentro el Re, li usò parole acomodate. Et lui rispose: Christianissimo Re, molto mi doglio di esser in termene de non haver potuto venir a honorar la Majestà Vostra, come era el mio debito et voler, et merito di la Celsitudine Vostra, et presentarvi el mio stato. Et non havendo da darvi se non città, le qual tutte era de Soa Majestà, et za per avanti offerte, per il sangue et benivolentia era tra loro; ma che solum li restava a far uno presente di la più cara cossa che havea, che era il so fiul primo genito. Et cussì quello presentò in dono a Soa Majestà, et ge lo dette in brazo; el qual era de anni cinque. Et el Re lo tolse et abrazò et basò, recevendolo per fiul, rengratiando el Duca de tal offerta. Et tolto combiato, se partì et andò a la sua stantia. Quivi col Duca era madona Isabella, moglie di esso Duca et fia dil re Alphonso. Questa, considerando che questo Re andava a la destrution de suo padre, mai si volse venir a tocarli le man nè venirli davanti. Imo, exhortata dal sig. Ludovico et sig. Galeazo di San Severino, che dovesse venir a tocar la man al Re, rispose mai vi vegniria. Et tolse uno cortello in man, et disse: Prima mi amazerò mi medesima, che mai vadi a la sua presentia de chi va a la ruina dil Re mio padre. Era qui in Pavia Lorenzo Spinelli, che feva le facende a Lion di Lorenzo de Medici, et praticava acordo col Re et Fiorentini.

A dì 16 el Re andò a disnar a la Zertosa di Pavia, ch'è uno monasterio de Zertosini de li belli che sia in Italia.

A dì 17 si partì con lo suo exercito et el sig. Ludovico, che lo seguitava per honorarlo fino fuora el territorio de Milan, et venne a Castel San Zuane, mia 12 lontan da Pavia.

A dì 18, a hore 22, el Re intrò in Piasenza, terra grossa pur dil Duca de Milan, et intrò con pioza. Li fo fatto grande honor da' Piasentini; alozò in palazo, et la matina volse andar aldir messa a San Sisto, dove è una capella regia, dove ha dil corpo de Santa Barbara, che fo di nacione franzese, et è monaci di l'ordine di la Congregatione de Santa Justina. Questo Re havia con la sua persona prima lanze 600, che son cavali 3600, balestrieri 200, arzieri 400 et 200 zentilhomeni in guardia soa; in tutto 7800 cavali: le qual zente el forzo se aviò a la volta de Parmesana. Seguiva el campo molte donne meretrice franzesi; et oltra di questo assa' persone inutile. Havea carete de artilarie n.º 40, menate con sè de Franza, et passavolanti che butavano balote di ferro di....... l'una, fabri, marangoni, maestri di bombarde, inzegneri et altre arte assa'; Sguizari, gran numero: conclusive, tutto era preparato a dover haver vittoria. Era ivi di molte generatione, come ho ditto di sopra. Et el Re cavalcava con gran pompa, et a le volte si faceva menar a una careta, tirata da corsieri bellissimi et di gran precio; et è torniato de molti, ch'è la sua guardia. Non cavalcava la domenega, per devotione. Veste di negro; et quelli di la sua corte porta uno signal a questo modo: zoè C A, che vuol dir Carlo re et Anna rezina sua moglie. Li suoi stendardi erano tre zii (gigli) in campo azuro, con la corona granda di sopra; et, ut plurimum, di zendà bianco. Fo ditto alcuni erano con lettere: Voluntas Dei; et altri: Missus a Deo. Havia molti chariazi per le arme, et mons. di Samallo et mons. di Beucher erano li principali a presso la soa persona, ut conseieri a questa impresa; etiam Filippo mons. di Savoja. Et havia uno so cuxin, chiamato mons. de Lignì, el qual dormiva con lui. Franzesi sono zente molto superba, fortissimi et gaiardi; nel combatter non perdona la vita, ma trano a la gorza (gorge, gola); portano gran pantoffe in piedi et molto, in questo tempo, large; et le sue stafe di le selle de li cavali sono longissime; portano li stivali di sopra le schiniere, et cappelli grandi in testa; habiti curti con manege large; sono condoti a luxuria, et manzano et bevono voluntiera: conclusive, sono zente assa' disordinata. Seguite fino qui a Pavia l'ambassador dil Re de Spagna, nominato di sopra; et el Re li dete licentia, et si partì, et tornò a Zenoa, demum in Spagna, dolendose molto di questo Re.

Venne uno ambassador di la Raina di Napoli, che fo moglie di Re Ferdinando, sorella dil Re di Spagna, in Piasenza dal Re preditto, insieme con uno fra Zuane de Monlion, di l'ordine di San Francesco di l'Observantia, di natione franzese, el qual fo causa et mediator de pacificar le cosse con questo Re et il Re de Spagna, quando li rese el conta' di Rossiglione. Questi, a dì primo Octubrio partino di Roma, et a dì 17 zonse a Piasenza, et fonno a parlamento con el Re, per voler conzar le cosse con Re Alphonxo; ma non poteno.

El Pontefice, vedendo el Re seguitava di venir di longo, deliberò de interponerse, per veder si poteva conzar le cosse, et che 'l non venisse più avanti; et volse mandar legato el cardinal Monreal, suo nepote. Ma el Re non volse parlarli, per causa lui fo quello incoronò el re Alphonso, come è scritto de sopra.

A dì 19 Octubrio l'ambassador di la Signoria andò a parlar al Re; era il sig. Lodovico. Expose et lexe la lettera dil conte Bernardin de Frangipani et dil retor de Raspurch, zerca a le cosse di Turchi. Et el Re ringratiò la Signoria, et disse: Provederemo ben tutto.

In questo mezo che 'l Re dimorava a Piasenza, dove vi stete zorni 6, et aspettava do ambassadori lucchesi, et è da saper che za era venuto da Soa Majestà Lorenzin de Medici, el qual era confinato mia 3 da Fiorenza, et appropinquandose el Re in Italia ruppe li confini, et andò dal Re dicendo: Sacra Majestà, io, per honorar li toi ambassadori et alozarli in caxa, son stà da' Fiorentini mandato in exilio; unde al presente son venuto a inchinarmi a Toa Christianissima Majestà, facendoli bon animo la vengi; et si da' Fiorentini non haverà quella il passo, li offerisco di sopra, per la via di mio cugnado, sig. di Piombino, el qual è dedito a Toa Majestà. Et il Re lo vete volentiera, et molto lo carezò, et tenelo a presso de sè molto stimato.

Ma el Duca de Milan, da poi partito el Re, comenzò a pezorar di la egritudine havea, et, di hora in hora, di questo el sig. Lodovico era advisato. Hor, come piaque a Dio, esso Duca a dì 21 Octubrio, de Marti, a hore 8 di notte, in castello morite: la qual morte soto sora a tutti fo gran meraviglia, et si judicò fusse stà tossicato. Lassò el fiul Francesco, primogenito, di anni 5 et unico; et do figliole, una di anni 3, l'altra de mexi 9 in X; et la moglie graveda: la qual poi parturite una figlia.

Questo Duca era de età de anni 27; però che, amazato el padre da Andrea de Lampugnano, milanese, el zorno de San Stefano, in chiesia de San Stefano a Milan, del 1476, essendo di anni 9, comenzò a dominar sotto il governo di la madre, et di uno Cecho di Calavria, primo del Consejo secreto dil padre; el qual, ne l'anno 1479, chiamò al governo di quel Stado el Sig. Ludovico, barba paterno, et fradello dil duca Galeazo morto. El qual da esso Cecho prima fo mandato in exilio, ma ritornato a Milan Ludovico, et preso el governo di quel Stado di man di madona Bona, madre di esso Duca, fino questo zorno sempre ha governato, reto et ministrato; et fece taiar la testa a ditto Cecho nel 1480, 19 Ottubrio, ne la piaza de Milan, oponendoli havea fatto contra el Stado.

Adoncha, questo Duca regnò al modo ditto di sopra, sotto questo governo, anni 17; era Duca, tamen Ludovico disponeva. Ma inteso el sig. Ludovico, era col Re a Piasenza, in quel zorno medemo, in hore pochissime, tal nuova, senza andar altrove, chavalcò di longo a Milan, ch'era mia 40 de lì lontano; et lì a Milan era madona Bona, quando suo fiul morì. Et zonto che 'l fu, che fo molto veloce, in questa sera medema de dì 21 Octubrio, fece dar danari a tutti li soi provisionati, et deliberò di farsi lui Duca; et cussì si fece, come dirò.

A dì 22, la matina, za era divulgato per tutto Milan la morte dil Duca, et venuta dil sig. Ludovico in castello; et tra loro molto mormoravano quello havesse a seguir, o se 'l faria lui sig. Ludovico, o pur volesse levar el putino, fio dil Duca, a cui de jure aspettava el Ducato. Hor ditto sig. Ludovico a bona hora mandò per tutti li zentilhomeni primarii di la terra, li qual venisseno in rocca a parlarli; et cussì veneno zerca 200. I qualli venuti, li usò queste parole: Citadini miei, havendo piaciuto a l'eterno Iddio de privarne di la Excelentia dil Duca nostro et mio nepote, essendo io stato sempre quello che ho governato questo Stado, difeso da molti, et augumentado ne l'esser che vedete, che tutto el mondo lo aprecia, et, chi non l'havesse custodito, saria sta dilaniato, come fo al tempo dil duca Philippo Maria Anglo, mio avo materno, che, morto che 'l fu, parte dil suo Stado da soi vicini fo dilaniato e tolto; et a hora, benchè vi sia rimasto uno fiul dil Duca, che a pena è fuora di fasse, parmi per il meglio, con el nome de Christo et voler vostro, prender questo dominio et governo per ben vostro; et che voleva correr et cavalcar la terra. Unde quelli citadini, essendo dove erano, non potendo far nè dir altro, risposeno esser contentissimi, et desideravano che Soa Excelentia havesse tal dominio, perchè si potea dir, da poi la morte dil duca Galeazo non haveano habuto altro Duca che lui. Et queste parole et molte altre risposeno Galeazo Visconte, ch'è di le prime case de Milan; però che in Milan sono do caxade principale: Visconti, el qual cognome hanno li Duchi di Milan, et Traulzi, che sono gelfi. Et cussì a hore 17, la qual hora esso sig. Ludovico volse elezer et cernir per optima dal suo maistro Ambrosio Astrologo, et fo di Mercore, 22 Octubrio, montò a cavallo, vestito d'oro, con la spada portata davanti per Galeazo Visconte, vestito etiam de pano d'oro, cridando: Duca! Duca! Moro! Moro! Andò prima a Santo Ambrosio, protetor de Milan, dove giace el suo corpo; poi cavalcò per la terra. El populo era admirato; niun non dimostrava letitia, se non li soi di la corte; et, ritornato in castelo, fo trato colpi di bombarde, sonate le campane, et fece serar le botege di la città.

L'ambassador di la Signoria...... da Piasenza etiam lui ritornò a Milan, ma non potè venir sì presto; et a Marignan, mia 10 lontan di Milan, intese el correr di la terra havia fatto el Duca; et subito spazò a la Signoria, la qual nova venne prestissima. Et la sera medema che si fece Duca, zonto l'ambassador a Milan, ditto signor, al presente Duca, venne in persona da l'ambassador, con el qual conferite insieme; dicendo era certissimo, la Signoria haveria grandissimo piacer di tal sua creatione, offerendose etc. Et poi, el zorno driedo, mandò el conte Zuan Boromeo et Piero di Galera, sei consejeri, per ditto ambassador, et lo menò in rocca dal Duca, el qual era stato a Santa Maria di le Gratie, vestito con uno mantello da coroto, longo insino a terra; et qui l'ambassador si dolse di la morte dil Duca.

A dì 22 ditto, la notte fo conduto in Milan el corpo dil Duca, et portato al Domo con 300 torze, con tutti preti et frati de Milan, fo posto in mezo a presso l'altar grando sopra uno soler, vestito damaschin bianco fodrà de varo, con un zupon d'oro, con la bareta ducal di panno d'oro, con uno revoltin de varo; in la man destra uno baston inarzentado, in la sinistra una spada, et li speroni roversi in piedi. Et poi che fo tenuto tre zorni sopra la terra, fo lì in domo sepulto, a presso li soi progenitori Duchi, i quali sono tutti in casse coverte d'oro lì a l'altar grando; et sopra di la cassa del deposito fo trovato tal epigramma.

Epigramma sepulchro Ducis Mediolani affixum:

Dux pater ense perit, rapuit me dira veneni

Sorbitio, qua dux tertius arte cadit.

Debuerat natus Ligurum succedere sceptro;

Comprimat exardens hoc Jovis ira nefas.

Aliud in eodem sepulchro:

Dux Ligurum pater, hic ferro, natusque veneno:

Morsque reum sequitur primum, mox fata secundum.

Et el Duca mandò 4 consejeri per la duchessa et fiul, erano a Pavia, et condurli a Milan; li quali fonno el conte Zuan Rusca, Gaspar Visconte, Branda da Castiglion et Battista Sfondrà. Et a dì 25 ditto zonse a Milan, et fo messa ditta duchessa ad habitar in la rocca, in una stanza contigua a quella di madona Bona, et lì stetene con gran coroto; et da quelli vi andono, era gran oscurità a veder.

A dì 23, col Duca preditto, l'ambassador de Ferrara et quello do Bologna, et Antonio Maria di San Severino, el qual lo fece a la guarda di la soa persona, con 60 balestrieri armati a cavallo, et le menò con lui quando tornò dal Re; et la matina seguente ditto Duca venne a visitar a caxa l'ambassador di la Signoria. Et con Soa Excellentia ditto ambassador, nomine Dominij, se allegrò sumamente; et el Duca scrisse a la Signoria dil successo et creation sua, sottoscrivendo: Ludovicus Maria Sforcia Vicecomes Dux etc.; et confermò l'ambassador era a Venetia, stato za anni 4, chiamato Thadio de Vicomercà, el qual al tempo di la liga, fatta con il Pontifice et Duca de Milan,...... fo dal Prencipe fatto cavalier et vestito d'oro, donatoli le insegne de San Marco nel petto. Et è da saper che ditto ambassador dil Duca, or andato in Collegio vestito con panni lugubri, presentò le ditte lettere, et offerse el Duca suo a questa Signoria.

Ancora esso sig. Duca, sì al re de Franza, quam a Roma al Pontifice, et ad altri potentati de Italia mandò a notificar la soa creatione; et in questo zorno expedite uno suo secretario, chiamato Maffio de Pirogno, con cavalli 12, al serenissimo Maximiliano re di Romani electo imperador, el qual era in Fiandra. Et è da saper che ditto Re di Romani ha per moglie madona Bianca, sorella che fo del Duca de Milan nuovamente defunto, et nezza di esso signor Ludovico, al presente Duca. La qual con grandissima pompa de Milan, in questo anno, fu mandata a marito, et datoli dote di ducati 300 millia; et zonta a Yspruch da Sigismondo d'Austria, olim Archiduca, el qual poco avanti, per esser in decrepita età dette el Stato suo et renonciò al prefato Maximilian suo nepote et figlio de l'Imperator suo fratello, et si tolse una vita quieta, et ha provisione. Questo ha una bellissima moglie et giovane, figlia di uno di Duchi de Saxonia, la qual con gran jubilo ricevette questa, che doveva esser imperatrice. Et pur alquanto quivi dimorò, perchè molti di Baroni di Elemagna non volevano esso Massimiliano per niun mondo sposasse tal donna, dicendo non era conveniente uno Imperator tolesse la fia di uno Duca suo subdito, però che Milan è Camera de Imperio. Queste noze adoncha fo concluse, subito morto el padre Federigo terzo Imperator, el qual del 1493, a dì 19 Avosto, expirò. Unde et tamdem ditto Maximilian vuolse torla per moglie; et cussì ivi venuto, in questo medemo anno 1494, di quaresima, habuto licentia dal Pontifice di consumar in quel tempo el matrimonio, ch'è zorni che la Chiesia non vuol che si sposi alcuna donna, pur in una città chiamata Ala, mia 5 di là de Ispruch, sposò questa madona Bianca; et volendo ritornar in Fiandra, lei volse sempre seguitarlo, et cussì va seguitando, et è carissima moglie.

[ INDICE]

Avvertimento [pag. 3]
Dedica di tutta l'opera al doge Agostino Barbarigo [15]
Libro I. Principi di Carlo VIII. Apparecchi della spedizione [19]
Morte di Ferdinando re di Napoli. Incoronazione di Alfonso II [34]
Alessandro VI [41]
Exemplum Brevis Apostolici [45]
Copia di una lettera scritta per il Gran Turco a papa Alexandro VI [46]
Carlo VIII a Lione [47]
Questo è il numero di l'armada di re Alphonso [51]
Maneggi dei principi italiani [52]
Venezia [60]
Zente mandate sul Polesene, a Ravenna e a Cervia [61]
Politica di Alessandro VI [63]
El successo di l'armada dil re Alphonso [65]
Seguito di l'armada di Zenoa [66]
Successo di cose seguide in Romagna per li do campi erano dil mexe di Avosto 1494 [ivi]
Partita dil Re di Franza da Lion per fino a Susa di qua da monti [70]
Successo di cose seguite in li campi di Romagna dil mese di Settembrio 1494 [71]
Seguito di l'armada aragonese a Rapallo [83]
El viazo dil Re di Franza da Susa fino in Aste, et quello fece in Aste [85]
Quello fece re Alphonso in Reame [91]
Successo di quello seguiteno li campi in Romagna di Ottubrio et Novembrio 1494 [92]
Segue lo stesso argomento [664]
Cose di Roma [669]
Carlo VIII a Casale, a Vigevano ed a Pavia [671]
Carlo VIII e Gian Galeazzo [ivi]
Carlo VIII a Piacenza. Morte di Gian Galeazzo. Gli sottentra Lodovico il Moro [672]
Epigramma sepulchro Ducis Mediolani affixum [676]
Aliud in eodem sepulchro [ivi]
Questo è uno editto fatto a Milano adi 28 Ottubrio 1494 per el Duca nuovo [98]
Carlo VIII a Pontremoli [100]
Comitiva che si trova a Pontremolo con la Maestà del Cristianissimo Re di Franza, videlicet sua corte per servicio et custodia de sua regal corona [102]
Queste sono zente d'arme deputate per mandar su l'armada di Zenoa con Monsig. Duca di Orliens dil mexe di Avosto [ivi]
Cavalli de Franzesi passati per lo Novarese guidati dal conte Borella [103]
Questi altri è passati per lo Alexandrino guidati da Scaramuzza Visconte [ivi]
Questi sono li nomi de molti capitanij et Gran Maestri venuti col Re in Italia, i quali tutti è stà nominati per lettere in diversi tempi [ivi]
Carlo VIII e Piero de' Medici [107]
Carlo VIII in Lucca [109]
Carlo VIII in Pisa [111]
Quello seguite a Roma in questo mezzo [115]
Partenza dell'armata francese da Genova [670]
Come l'armada dil Re di Franza andò nel Tevere a Hostia et ritornò a disarmar [116]
Cose seguite a Milano da poi la tornata dil Duca dil mexe di Novembrio 1494 [ivi]
Epistola Caroli Barbavarae Mediolanensis ad Bernardinum Figinum Veneciis commorantem [117]
Quello faceva re Alphonso in questo tempo [120]
A Venetia quello seguite [121]
Dedica del secondo libro ad Antonio Grimani [129]
Libro II. Firenze [131]
Questo è il modo de l'intrar dil Re di Franza in Fiorenza a dì 17 Novembrio [133]
Protesta Regis Franciae ad Alexandrum pontificem etc. [ivi]
Quello seguite in Fiorenza mentre el Re vi stette et in Toscana [138]
Successo a Fiorenza da poi la partita dil Re [142]
XX accoppiatori creati per un anno [ivi]
X Conservatori di la libertà [143]
8 di guardia di balia [ivi]
Intrata dil Re di Franza in Siena adi do Dezembrio 1494 [144]
De l'intrata dil Re di Franza in Viterbo et successo fin l'intrar in Roma [147]
A Roma quello fece Alexandro pontifice in questo tempo [118]
Exemplum brevis SS. Domini nostri ad Ill. et Exc. D. Ducem Mediolani [150]
Responsum ducis Mediolani Pontifici maximo [151]
Partita dil Re di Franza da Viterbo et quello seguite fino a l'intrar in Roma [153]
Seguito et rumore accaduto in Fiorenza et di loro governo [157]
Cose accadute in Venetia in questo tempo et dil Gran Turco [158]
Come el Pontifice mandò el duca de Calavria fuor di Roma, et quello fece [160]
Intrata dil Re di Franza in Roma adi 31 Dezembrio 1494 et quello fece in Roma [163]
Cardinali romani, anno 1494 [168]
Provvisione fatte per re Alphonso nel reame in questo tempo [172]
Dil re Maximiliano alcuna cosa notanda, et di la sua Dieta [175]
Electores Imperii [177]
A Venetia quello si faceva et anche a Milano [178]
Come el Pontifice si accordò con el Re de Franza [183]
Come re Alphonso renonciò la corona a so fiol don Ferando et si partì di Napoli; et quello ivi seguite [192]
Di la partita dil Re di Franza, et come prosperò in Reame [195]
Cose seguite in diverse parte de Italia in questo tempo [198]
Successo dil Re di Franza fino a l'intrar in Napoli [204]
Di l'aquisto di San Zermano per Franzesi [215]
Di la venuta di quattro ambassadori dil Re di Romani a Venetia [217]
Copia di una lettera scritta al signor Soldam per el rezimento de Nycosia [223]
Dil felice prosperar dil Re di Franza in Reame et fuga di Ferandino [225]
De l'intrata dil Re di Franza in Napoli, che fo a dì 22 Fevrer 1494 [230]
Quello seguite in Napoli da poi l'intrata dil Re di Franza [241]
Cose seguite in Venetia et in diverse parte in questo tempo mezo [250]
Come el Re de Franza habuto Castelnovo comenzò a bombardar Castel dil Uovo et quello fece a Napoli [258]
Cose seguite a Venetia et a Milano et Fiorenza fino al concluder de la liga et in questo mexe de Marzo 1495 [268]
Quello seguite a Roma in questo tempo [277]
Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Illustr. Principem et Senatum Venetum [280]
Responsio Venetorum [281]
Conclusione di la liga fatta a Venetia, et el modo che la fu conclusa [283]
Provisione fatte a Venetia et cosse seguide in varii luogi fin al publicar di la liga [288]
Dedica del libro III a Gerolamo Zorzi [297]
Libro III. Solenne processione per la publicazione della lega [299]
Questa è la publicatione di la liga [305]
Quello acadete a Venetia, Roma, Napoli, Milan et altre parte dil mexe (di Aprile) 1495 [307]
Segue lo stesso argomento (Maggio 1495) [318]
Ordine et cerimonie usate a Milano in la investitura dil Duca a dì 26 Mazo 1495 [353]
Come el Re de Franza se partì di Napoli [356]
Come el Pontifice se partì di Roma per la venuta dil Re de Franza et andò a Orvieto [356]
Quello seguite a Venetia in questo tempo [358]
Intrata dil Re di Franza in Roma, de ritorno, et quello fece, et come poi si partì [364]
Avvenimenti del Giugno 1495 [365]
Partita dil Pontifice et Cardinali da Orvieto et come andò a Perosa [367]
Quello successe in diversi luogi [369]
Carlo VIII in Viterbo [380]
Come el Duca de Orliens tolse Novara al Duca de Milan [382]
Relazione di Sebastiano Badoer, stato ambasciatore a Milano [385]
Qui saranno notati li Franzesi di conditione che restono in Reame [391]
Come el Re de Franza de ritorno intrò in Siena [392]
Consigli di mons. d'Argenton a Carlo VIII [395]
Relatione de Piero Bembo soracomito al Capetanio zeneral de quello fece in Cicilia [416]
Come el Re de Franza partito di Siena andò a Pisa et Lucca, et quello fece [421]
Carlo VIII a Pietrasanta e a Sarzana [437]
Avvenimenti del Luglio 1495 [439]
Ordene di l'exercito di la Illustrissima Signoria et colonnelli partiti a dì primo Luio [447]
Qui comenzano baruffe seguite in campo con Franzesi venivano zoso di monti [449]
Exemplum literarum d. Coradoli Stangae prothonotarii ad Illustrissimum Dominum ducem Mediolani [457]
Questi sono li primi eletti di la Signoria di Fiorenza per novo modo [463]
Copia de una lettera (di Bernardo Contarini, 5 Luglio 1495) [466]
Digresso di l'auctore, come stava Italia in questo tempo et li potentati [469]
Dedica del libro IV a Melchiorre Trevisan [471]
Libro IV. La battaglia di Fornovo [473]
Exemplum literarum Ducis Mediolani [484]
Come el Re de Franza col so exercito se partì con gran fuga di le giare dil Taro [486]
Dil ritorno di re Ferando di Aragona in Napoli, et fu accettato di cittadini [501]
Exemplum litterarum Rev. D. Vice cancellarij S. R. E. Cardinalis Ascanii ad Illustrissimum Dominum Ducem Mediolani [502]
Exemplum litterarum D. Jacobi de Capua ad Ill. et Rev. Dominum Vicecancellarium [503]
Novità di Cesena [504]
Seguito dil Re de Franza [506]
Cosse seguite nel campo di Novara [508]
Summario de Franzesi presi da Stratioti nel campo di Novara in questi tempi [510]
Come l'exercito di la Signoria andò poi a campo a Novara in aiuto dil Duca de Milan [511]
Questo è l'ordene per lo levarsi da Vespola e andar a conjungersi con l'altro campo verso Novara, fato a dì 18 Luio 1495 [515]
Ordine de le factione hanno a fare partitamente li marascalchi dil campo [516]
Exemplum cuiusdam literae Alexandri Benedicti veronensis, physici, in castris [ivi]
Lista de le terre rendute a la Majestà dil re don Ferando di Aragona, da poi esser intrato in Napoli [519]
Remuneratione fatte a molti benemeriti di la Signoria per le operationi fatte al Taro [524]
Seguito ne li campi di Novara fino a dì primo Avosto 1495 [528]
Quello seguite a Napoli et in Reame fin a dì primo Avosto [530]
Exemplum literarum Ferdinandi regis [531]
Exemplum literarum Regis praedicti [533]
Copia di una lettera scripta a mons. di Mompensier per el cardinal S. Dyonise, di la rota [534]
Copia de un'altra lettera de uno franzese, che nara al suo modo la rotta [535]
Modo et hordine di le investiture date a Vormes per il Re di Romani [538]
Novitade di Cesena [540]
Epigramma de anchoneta ac reliquiis acceptis a Gallis [544]
Cosse seguite in campo di Novara, dil mexe di Avosto, succincte descritte [547]
Basilio dalla Scuola abbandona i francesi e si unisce ai veneziani [557]
Zente da cavallo et a piedi si ritrovava in Verzei [558]
Successo seguito a Napoli et in Reame in questo mexe di Avosto 1495 [572]
Exemplum litterarum regis Ferdinandi, Regis Siciliae [ivi]
Questa è una lettera del sig. Fabricio Collona, di quello era successo [574]
A Roma cosse seguite [578]
Copia di una lettera dil Re de Franza al Pontifice [579]
Copia di una lettera dil Re di Franza a Monaldo di Guerra suo capetanio in Hostia [582]
Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Florentinos [584]
Exemplum litterarum Regis Ferdinandi ad Florentinos [587]
Exemplum litterarum regis Ferdinandi ad summum Pontificem [588]
Seguito di cosse de Napoli et Reame, dil mese di Settembrio 1495 [591]
Novitade acadute in Perosa [597]
Exemplum litterarum Perusiensium [ivi]
Successo di Pisani con Fiorentini [598]
Come fu amazato domino Jacomo da Savona a Forlì [600]
Dedica del libro V a Marco Sanuto [603]
Libro V. Exemplum brevis sanctissimi D. Nostri ad Januenses [605]
Zente franzese lassate a la custodia dil Reame di Napoli quando se partì el re de Franza [606]
Zente Italiane [ivi]
Maneggi nella seconda metà di Settembre [ivi]
Peticione fece li sigg. ambassadori franzesi in nome dil christianissimo Re de Franza.... in campo sotto Novara [615]
Responsione dil Ducha de Milan [616]
Altre responsione dil Ducha preditto [618]
Seguitano i maneggi negli ultimi di Settembre e primi d'Ottobre [619]
Copia de una lettera de domino Francesco Bernardin Visconte al Ducha de Milan, di la conclusion di la paxe [626]
Conclusa la pace tra Francia e Milano, Venezia ritira le sue truppe [627]
Seguito a Napoli et in Reame dil mese di Octubrio fino a la fine di Novembrio [630]
Exemplum litterarum Antonii Grimani... ad oratorem nostrum venetum in Curia romana [635]
Exemplum litterarum regis Ferdinandi ad suos oratores Venetiis existentes [637]
Exemplum litterarum regis Ferdinandi ad suos oratores in Romana Curia [639]
Cosse seguite a Venetia et in altri lochi de Italia dil mese de Octubrio et Novembrio [645]
Copia de una lettera de Piero di Medici a don Antonio Spanochij, orator di Siena, a Monte Pulzano [648]
Dil romper guerra el Re et Raina de Spagna col Re de Franza justa li capituli di la liga [663]

Fine.