CANTO OTTAVO.
ARGOMENTO.
La catastrofe di Sédan.—L'ombra di Turenna e la resa.—Lucifero entra in Parigi.—La babilonia delle gazzette.—L'assedio.—Gloria ed obbrobrio a chi spetta.—Un generale francese, trasformato in asino, è condotto al macello.—I Prussiani entrano nella città.—L'allocuzione del proletario.—La colonna Vendôme.—L'ombra di Federigo.—La petroliera.—Allo spettacolo di tanti eccidî Lucifero si parte, non senza dubitare un istante del suo trionfo.
Io l'ho visto cader, morir l'ho visto
L'aquila dei trïonfi, il fior dei forti;
Tutto sbucar di Teuta il popol misto
Da l'empie selve e dominar le sorti;
Correr, non pago, oltre il fatal conquisto,
Straziar le genti e gavazzar sui morti;
Piegar la fronte a l'ultime sconfitte
L'inclito Sir de le falangi invitte!
O sventura, e fia ver? Caduto in fondo
Di rea fortuna, che non tien mai fede,
Il gran popol vedrem, che, a niun secondo,
Di Quirino parea l'unico erede?
Colui vedrem, che impallidir fe' il mondo,
L'armi chinar d'un vincitore al piede?
Al piè d'un vincitor, deposte in guerra,
L'armi, che già dettâr leggi a la terra?
Ahi! così non solean rieder dal campo
Sotto duce miglior di Francia i figli!
L'afro Leon lo sa, cui nullo scampo
Fûr l'arse arene, e poca arma li artigli;
L'Istro lo sa, che, di lor pugne al vampo,
Abbondò al mare i flutti suoi vermigli;
Lo san le valicate alpi, lo sanno
L'ispido Scita e il mercator Britanno;
E il sai tu pur, che là su' fumiganti
Campi di Iena fulminato e fiâcco
L'orgoglio tuo vedesti, e lordi e infranti
Di Torgravia gli allori e di Rosbacco.
Ov'è, Francia, quel brando? Ove quei tanti
Prodi? È fatto ogni cor molle e vigliacco?
Sol di lingua son prodi i figli tuoi?
Vincer non san, morir non san gli eroi?
Morir volean, tutti morir! Dai colli
Cari a la Mosa, ove Turenna nacque,
Ruïnavano a morte, e facean molli
Di strage i campi, e rosse e gonfie l'acque.
Pallido, in suo dolor chiuso, mirolli
Il Sir de l'armi, ed aspettando tacque;
Vide la morte, e con terribil gioia
Spronò il destriero, ed esclamò: Si muoia!
E s'avventò. Da le sonanti Ardenne
Lucifero lo vide. Allora a un punto
Di Turenna balzò l'Ombra, e il rattenne,
Gridando: Il dì fatal non è ancor giunto!
Si volse il duce, il fier caval contenne,
D'ira non men che di stupor compunto,
—E, tu chi sei? sclamò: sotto ai miei sguardi
Cadono i prodi, e non vuo' giunger tardi.
Lasciami, sgombra: a la battaglia il loco,
La speme al petto, al dir l'ora già manca;
Mi assegna il fato un breve istante, e poco
Forse è a morir, ch'anco la morte è stanca.
Mira; in un cerchio di strage e di foco
Ne serra il vincitor da destra a manca;
Pria che cedere a lui questa mia spada,
Lascia ch'io pugni, ed imperando io cada!—
—Non è ancor tempo di morir, riprese
L'Ombra, e negli occhi balenò; gagliarda
Alma non ha chi de l'avverse imprese
Non sostien l'ira, e ad avvenir non guarda.
Uom, che a ferma virtù tutt'opre intese,
Spregia il fulgor d'una virtù bugiarda;
Cede, non fugge; e innanzi ad empia sorte
Viltà è la fuga, ed è fuga la morte.
Non io, che la superba alma fiaccai
Ne le mobili Dune al fermo Ibero,
Non io, quel dì che il mio destin mirai
Di Marindàl sui piani avverso e nero,
Piansi perduto il mio nome, o spronai
Negli abissi di morte il mio destriero;
Ma tenni fronte al fato reo; mi accinsi
Ad imprese più belle, e venni e vinsi.
Cedi così. Nè libero, nè solo,
Come al comando, oggi al morir tu sei:
Di generosi petti inclito stuolo
Pugna ai tuoi fianchi, e tu salvar lo dèi.
Freme la patria tua, che mira al suolo
I figli suoi; questi almen serba a lei;
S'ella ha piagato il cor, la fronte ha rossa,
Abbia almen chi per lei combatter possa!
Tu piega e va: la via del trono è chiusa;
Sorge ne l'ira il popol tuo rubello;
Gente vedrai, che lo tuo scettro accusa,
Far tue vendette con l'oprar suo fello:
Gente, che, al regno e a servitù mal usa,
Predica in piazza, e traffica in bordello;
Sovrani, che saran servi al più destro,
Frolli eroi da polenta, o da capestro!—
Disse, e ridendo un cotal riso altero,
Sporse le labbra, e ottenebrossi in volto,
E ratto s'involò come il pensiero
Dove il nembo di morte era più folto.
Stette il Duce, ondeggiò, tacito e fiero
Girò lo sguardo, in mar di dubbî avvolto,
Quando tra l'armi e il fumo e i morti e l'ira
Nuova vision, nuovo portento ei mira.
Cheta pe'l mar d'Atlante irto di scogli
L'isola illustre al suo sguardo apparío,
Splendida del fulgor di mille sogli,
Riverita sì come ara d'un dio:
Ivi, fiaccati a' Re l'ire e gli orgogli,
La fortuna posò del suo gran Zio,
Simile al Sol, che da l'eteree tende
In grembo a l'oceàn placido scende.
—Salve, allora esclamò l'alma dubbiosa,
E consolata al ciel la fronte eresse;
Han pur luce i tramonti, e glorïosa
Voce di fama han le catene istesse!—
Tal disse, e a la guaína disdegnosa
Il fiero acciar con man lenta concesse.
Un'orribile voce allor fu udita:
Reso è l'Imperator, Francia è tradita!
—Chi di resa parlò? L'empia parola
Chi proferì? Parola infame è questa!
Finchè una spada è in pugno, un grido in gola,
E guarda una pupilla, e un'alma è desta,
Finchè un palpito al cor, finchè una sola
Stilla di sangue ed un respir ne resta,
Vil, chi deporre il brando ai prodi indìce,
Traditor chi il suäde, empio chi il dice!—
Così fremeano i prodi. Immenso, orrendo
Ne la vittoria sua Teuta procede,
E i vinti eroi, che maledían morendo,
Strazia co'l ferro, e calpesta co'l piede.
Piega intanto il vessil franco, e tremendo
Piega, e fiammeggia, e n'ha stupor chi il vede;
Piega, si avvolge, al suol lento declina
Qual cometa, che volga a la marina.
Al fero, indegno, inusitato aspetto
Urlano i vinti; e qual leva le braccia,
Qual rompe il brando, e dal ferito petto
Strappa le bende, e fra' morti si caccia;
Chi tra gli estinti, su' gomiti eretto,
Leva in fiero e sdegnoso atto la faccia;
Chi schernisce al suo duce, e con amara
Voce gli grida: A morir, vile, impara!
Mandò allor la francese aquila un grido
Alto così che ne rimbomba il cielo;
L'ale staccò da lo stendardo infido,
Le scosse a l'aria, e ne fe' agli occhi un velo.
L'udì il Borusso, e il trïonfato lido
Guardò geloso, e sentì al petto un gelo;
Da l'ardua rupe, ove sdegnoso stassi,
Lucifero discende, e volge i passi
Pensieroso colà, dove l'irata
Aquila artigliatrice il vol protende;
Ov'ebbra di vendette e di peccata
La fortuna di Francia alza le tende.
Mille de la fatal Senna a l'entrata
Trova l'Eroe strane chimere orrende,
Sfingi fallaci e sozze furie immani,
Mostri di cento bocche e cento mani.
Vede la Ciarla in pria, gonfia e linguarda
Furia fra quante mai vivono al sole,
Che l'Assurdo brïaco e la bugiarda
Fola al mondo lanciâr, turgida prole.
Molta a lei diè l'Error stirpe bastarda
D'anfibî mostri e tumide figliuole,
Che, nutrite di fango e di vendette,
Nome portan di gazze e di gazzette.
Ruzzan torbide intorno, e son cotante,
Sì varie son di fogge e di favelle,
Di color, di costume e di sembiante,
Che tante voci non udì Babelle:
Quante locuste ebbe l'Egitto, o quante
Zanzare ha il luglio assai son men di quelle;
E ciascuna di lor tanto un dì gracchia,
Quanto un anno non fa corvo o cornacchia.
Gracchiano tutto dì folte, importune,
Voci e aspetti mutando e usanze e vie,
E al latrar de le vaste epe digiune
Aguzzan gli estri, e ruttan profezie:
Apostoli da piazze e da tribune,
Ch'àn di coniglio il cor, l'unghie d'arpie;
Bolle, che, di livor gonfie e di ciance,
Pensan coi labbri, e senton con le pance.
Or lisce e chete, or bieche, ispide, incolte
Non pur turban le vie, ma i sensi e i cori:
Inquiete, ansanti, curïose, folte
Corron, s'urtan le turbe a' lor clamori.
Sorgono a mille intorno a lor le stolte
Menzogne alate e i pallidi Timori
E il cieco Ardir, che ne l'error gavazza,
E il Dubbio inerte, e la Discordia pazza.
Libertà v'è; su l'abborrita reggia
Alza il suo trono, ed al caduto impreca:
Trono di nubi, in cui siede e galleggia,
E in tumide promesse il tempo spreca;
Nebbiosa Dea, che, non che senta o veggia,
Sorda alla legge, ed ai perigli è cieca;
Tremenda Dea, che a l'armi a lei funeste
Scudo oppone di frasi e di proteste.
Turba sta intorno a lei, che in lei si sfoga,
E d'idropiche ciarle impregna i venti,
E onor, giustizia e fin sè stessa affoga
In un mar d'aforismi e d'argomenti:
Aërostati eroi, rabule in toga,
Frontespizî di libri e cavadenti,
Tutti saltati a l'imperar supremo
Qual dal fòro mendace e qual dal remo.
Vince intanto il nemico; e l'armi e l'arte
Usa egualmente, e desta ire e litigi;
Fra' trïonfi procede, e d'ogni parte
Versasi, e irrompe a circondar Parigi.
Pugnano ancor, benchè deluse e sparte,
Le franche genti, e son tanti i prodigi,
Che dir non puoi, se sia de' due maggiore,
Chi pugna e vince, o chi pugnando muore.
Ahi! miracoli vani! E che mai giova
Disperato valor, cui manchi il forte
Senno, che le falangi ordina, e a prova
Le guida e regge a dominar la sorte?
Già il vincitor superbo di Sadòva
De la reggia di Francia urge a le porte,
E l'accerchia, e la serra, e con orrenda
Fame di strage intorno a lei si attenda.
Etna così, quando dai fianchi immensi
L'infocata trabocca onda vorace,
E di sabbie infiammate e zolfi accensi
I campi opprime, e l'aria accende e inface,
Al povero pastore, in men che il pensi,
Cinge di fiamme il campicel ferace,
E, fatta isola intorno a lui che fugge,
Lento e crudel tutto divora e strugge.
Muta e sdegnosa a quell'ardir nefando
Stette Europa e guatò; stetter gl'infidi
Regi, e nullo è di lor che snudi il brando,
E pace imponga, e il dritto invochi, o gridi.
Nè però il cor perdono i Franchi; e quando
Men lungi è il male, ognun par che più fidi:
Generosa fidanza, eroico inganno,
Che l'alme abbaglia, e fa più grave il danno.
Ferve il popol ne l'opre, e mai non resta
Per mutar d'ore o per mancar di giorno,
Ed armi e ordegni e vettovaglie appresta,
E boschi incide, e spiana campi intorno;
Di su, di giù, da quella parte a questa,
Gente industre che va, che fa ritorno,
E s'ingegna, e s'adopra a far sicuri
Le contrade, le vie, le case, i muri.
Fra cotanto agitar d'opre e di cose,
Cui segue il canto e mai non giunge al vero,
Ad accender vieppiù l'alme vogliose
Il popolar rimbomba inno guerriero:
Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
Forti ne l'ira, ardenti in un pensiero,
Mescon l'opre e l'ardir, l'anime e i carmi,
E incuorano alla pugna, e veston l'armi.
E rompendo talor, pari a torrenti,
Fuor da le mura, a tanto ardor già strette,
Gittansi in mezzo a l'avversarie genti,
E scompiglian lor piani e lor vendette.
Ben dei mille che uscîr non tornan venti,
E rimangon le madri orbe e solette:
Paghi son tutti, ove la patria possa
Un riparo innalzar di scheltri e d'ossa.
Quinci fulmina l'oste, e impiaga e uccide,
E fiamme ai tempî, a le magioni avventa;
Quindi fra le macerie alto si asside
L'orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
Quel che l'uno non può, l'altra conquide;
L'un vince i corpi, e l'altra i cor sgomenta;
Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
Le mura oppugna, e i difensori atterra.
Pur, tra' morti e le fiamme, e dagli amati
Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
E sembran dal valore i fati oppressi:
O che pulluli il suolo armi ed armati,
O fecondin la vita i morti istessi;
O a difender la patria, integri e forti,
Per miracol d'amor, tornino i morti.
—Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
Primi a pugnar, soli a morir voi siete;
Se fia che lo straniero oggi vi adimi,
Egli avrà l'onta, e voi la palma avrete;
Vestiti di valor, di gloria opimi
A le più tarde età splendidi andrete,
Sprone ed esempio ai generosi petti,
Rampogna ai vili, obbrobrio ai duci inetti.
Obbrobrio a voi, che con vostr'arte obliqua
L'ire svegliaste del natal paese,
E d'armi impari, in vana guerra iniqua,
Lo abbandonaste a le nemiche offese;
Obbrobrio a voi, che la temuta, antiqua
Gloria offuscaste de l'onor francese,
Pur che rotta la spada, e infranto e nero
Giaccia il vessil de l'abborrito impero!
Matricidi! A la patria, ai figli suoi,
Qual frutto mai de le vostr'opre avanza?
Duci, guerrier, francesi, uomini voi?
Voi del suolo natio gloria e speranza?
Capi senza cervel, scimmie d'eroi,
Spugne gravi d'invidia e d'arroganza,
Vernici di valor gonfie di vento,
Molluschi in campo e tigri in parlamento!
Oh! viva il nome tuo, viva il gagliardo
Tuo braccio e l'alma a tutte prove invitta,
Primo, solo, raggiante astro Nizzardo
Fra tant'ombre d'obbrobrio e di sconfitta!
Dove che fra le genti io giri il guardo,
Ne la lor libertà tua gloria è scritta,
Gloria miglior del buon sangue latino,
Cui sollevo il pensiero e il fronte inchino!
Oh! viva, unico eroe! Di': quest'altera,
Cui voti il braccio e il vasto animo e i figli,
Colei non è, che a la sorgente e fiera
Lupa de la Tarpèa ruppe li artigli?
Colei che fulminò la tua bandiera,
E fe' i campi del tuo sangue vermigli?
Colei non è, che la tua patria inulta
Co'l piè calpesta, e a la tua spada insulta?
No'l chiede ei già: d'un gran popolo oppresso
Balenan l'armi e il grido al ciel rimbomba;
E dal guardato suo scoglio inaccesso
Tremendo irrompe, e il brando snuda, e piomba;
E, vincendo del par gli altri e sè stesso,
Al superbo oppressor schiude la tomba;
Dal trono de l'error balza i potenti;
Dà spada al dritto e libertà a le genti!—
Così dicea l'Eroe, quando una strana
Vista mirò. Tratto al macel venía
Uno zoppo asinel, che in voce umana
Tapinavasi invan lungo la via.
Folta era intorno a lui la disumana
Turba, che il morso del digiun sentía;
E qual dicea ch'alto miracol fosse,
Chi d'insulti il pungea, chi di percosse.
Sordo da tanto urlar, da' picchi infranto,
E più dal senso del supplizio atroce,
Il poverel movea simile a un santo,
Che tra fieri Giudei porti la croce.
Con l'orecchie dimesse, in suon di pianto
A intenerir la turba alza la voce,
E ragli emette ora profondi or fini,
Ch'àn l'armonia dei versi alessandrini.
L'Eroe gli si fe' presso, e de la doppia
Sua bizzarra natura interrogollo;
Quei leva il muso, allunga gli occhi, addoppia
I sospiri, e fa il greppo, e scote il collo;
E poi che ragli e pianti e voci accoppia,
E di tanto preludio ha il cor satollo,
Digrigna i denti al ciel, gli occhi al ciel fisa,
Batte la coda, e parla in questa guisa:
—Uomo già fui, nè de la plebe: amici
Pria m'ebbi i fati; ai marziali ardori
Fei campo il petto, ed ai ben posti uffici
Non fûr tardo compenso i dolci allori.
Francia è la patria mia; contro ai nemici
Guidai gli altri e me stesso ai primi onori,
Fino a quel dì che prigionier si rese
Nei campi di Sedàn l'Augel francese.
Mi resi anch'io; ma con arguto ingegno
Ruppi la fede, e il Prusso irto delusi:
Fuggo, i campi divoro, e qui ne vegno
Per la patria a pugnar; chi vuol mi accusi.
Già s'appressa il nemico, e d'aspro, indegno
Feroce assedio i nostri muri ha chiusi;
Io vittoria prometto, e, oh! poco accorto,
Ritornar giuro o vincitore o morto.
Fuor proruppi, e pugnai; ma, com'è vero
Ch'asino or sono, io fui sconfitto e vinto;
Morir tosto pensai, ma in tal pensiero
Tremai, gelai, fui per cadere estinto;
Quando rinvenni dal terror primiero,
Qui mi trovai d'una vil turba cinto,
Che gridava, insultando al mio dolore:
Ritornar giuro o morto o vincitore!
Allor, gelo in pensarlo, io non so come,
Tutte raccapricciar le membra sento;
S'alzan lunghe l'orecchie in su le chiome,
E allungasi la testa, e cresce il mento;
Stendesi su pe'l dorso e per l'addome,
Questo cuoio abborrito in un momento;
Pendono a terra ambo le mani, e ognuna
In un zoccolo vil si chiude e aduna.
Credo sognar, cerco fuggir, me stesso
Fuggir che ognun, segno d'obbrobrio, addita;
Ma batter sento in suon quadruplo e spesso
Sul percorso terren l'ugna abborrita.
Sorge il sole, e dinanzi, a fianco, appresso,
L'ombra fatal veggio al mio corpo unita;
Rizzar mi vo', ma star dritto non vaglio;
Vo' domandar soccorso, e metto un raglio.—
Tacque, e poi che più fiera al fiero caso
L'affamata canaglia urla e s'avventa,
Da superbo furor l'animo invaso:
—Vil turba, esclama, or le mie carni addenta!—
Nè briciolo di lui saría rimaso,
Se l'opra del Demonio era più lenta;
Ei la turba contiene, e la captiva
Bestia discioglie, e vuol che soffra e viva.
—Viva, egli dice; e dal suo tristo esempio
Quindi a far senno ogni francese impari;
Oh! se ognun dei suoi duci, o inetto od empio,
Forma assumer dovesse a costui pari,
De la patria non più traffico e scempio
Farían, come finor, volpi e somari;
Che tosto ognun conoscería le vecchie
Golpi a la coda e gli asini a l'orecchie.—
Sorse un grido in quel punto. Il popol forte,
Da l'armi oppresso e da la fame infranto,
Schiude al superbo vincitor le porte,
Che a quest'orrido aspira ultimo vanto.
Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
Suo cibo il sangue, sua letizia il pianto;
Piega il ginocchio, e, crudelmente pio,
Chiama a le stragi sue complice Iddio.
Fan monti i morti; a rivi, a fiumi ondeggia
Per le rigide vie torbido il sangue;
Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
Là un incendio che sorge, uno che langue;
Là un ebbro vil, che a lo straniero inneggia,
Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
Ed armi infrante e sparse membra ed adri
Globi di fumo ed ulular di madri.
Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
La polve degli eroi Teuta calpesta:
E sul terreno ancor fumante e molle
La fiera Idra plebea scote la testa;
Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
Fauci spalanca, e l'aria intorno infesta;
E su la fossa dei fratelli inulta
La civile Discordia orrida esulta.
Sorge il vil proletario, e l'empia ed adra
Ambizïon la tôrta alma gli addenta;
Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
Ne le sostanze altrui superbo avventa.
Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
Fiere dottrine, e novo dritto inventa;
E scapigliato, in truce atto di sfida,
Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:
—Lasciate le servili opre; le glebe
Abbandonate; il profetato giorno
Giunto è per noi, che come abiette zebe
Digiuni erriamo a le ricchezze intorno!
Vendette abbia e trïonfi anche la plebe,
Nè di sua servitù vada altri adorno;
Non più sparga sudor, sangue ed affanni
A crescer l'onta e ad educar tiranni!
No, non sparga, per dio! L'antiche some
Gittiamo alfin, leviamo al cielo il volto!
Le terre, il tetto, il pan, l'onore, il nome,
Tutto i vili patrizi hanno a noi tolto!
Ci hanno emunte le vene; infrante e dome
Le virtù, stôrto il senno, il cor sepolto,
Fatto de le nostre ossa argine e scudo
Al petto vil d'ogni giustizia ignudo!
Ov'è la patria nostra? I nostri figli
Ove son mai? Ce l'han tutti rapiti;
L'han trascinati fra' nemici artigli,
Carchi l'han di vergogna, e l'han traditi!
Geme un popol fra' ceppi e fra' perigli;
Essi spandon sui morti onte e conviti;
E le nostre deserte, orbe contrade
L'orgoglioso stranier devasta e invade!
Oh! sia fine a l'obbrobrio! Alta vendetta,
Anzi onor di giustizia il tempo chiede;
Tale un'opra da noi la patria aspetta,
Che le dia ferma in avvenir la sede.
Cada il patrizio altèr; cada interdetta
L'aurea fortuna, ond'ei si tien l'erede;
E, partiti ugualmente i censi avari,
Con noi soffra o s'allieti, e a noi sia pari!
—Pari sian tutti a noi! Con legge uguale
Il benefico Sol dispensa a tutti
Il vivifico suo raggio, ed uguale
Splende, sì come il Sol, l'anima in tutti.
Tal sia la legge e la giustizia! Uguale
A tutti ognuno, e uguale a ognun sian tutti;
Tutti un nome, un pensier, tutti un'insegna:
Il popol Dio, che a Dio somiglia, e regna!—
Tal parla; e come al boreäl flagello
Mugghian negre le nubi, e il mar si sfrena,
A l'audaci promesse, al parlar fello
Freme la turba, ed urla, e si scatena;
Dà piglio a l'armi; al vero, al giusto, al bello
Guerra incomincia inesorata e piena:
Quel che a l'ira fuggì de l'armi infeste,
Cieca nel suo furor, travolge e investe.
Com'è colui, che, d'improvviso ossesso
Da bieca furia de la mente insana,
La man, vana in altrui, volge in sè stesso,
E le proprie sue carni adugna e sbrana;
Il superbo così popolo oppresso,
Poi che su l'oppressor l'ira fu vana,
Ebbro d'odio feroce e di dispetto,
L'armi ritorce de la patria al petto;
E così ne la strage infuria, e immerge
Nel delitto così l'anima prava,
Che le macchie del sangue il sangue asterge,
E l'uno error l'altro disperde e lava:
Tutto vorría quanto risplende e s'erge
Spegnere ed adeguar la turba ignava;.
E d'ogni mal, d'ogni miseria in fondo
La patria seppellir, la Francia, il mondo.
O dal tempo e da l'armi invïolate
Moli, d'invidie oggetto e di stupori,
Ove accolser le industri Arti onorate
Tante illustri memorie e tanti allori,
O tempî de l'uman genio, crollate,
Date campo di stragi ai vincitori;
Già su voi la fraterna ira si sferra:
Titani, eroi, numi de l'arte, a terra,
A terra tutti! A la possente e nova
Aura di libertà, che altera incede,
Tremi dal trono suo Fidia e Canova,
E s'umilî del gran popolo al piede!
Al gran popol la molle arte non giova;
All'oro, al sangue, e non all'arte ei crede;
Degna luce per lui, ch'ai numi è pari,
Gl'incendî son, son le rovine altari!
Tu, colonna fatal, ch'ergi l'altera
Testa agli astri e co'l piè Francia calpesti,
E di rampogna tacita e severa
Le loquaci dei vivi alme funesti,
Crolla tu pur, bronzea colonna, e fiera
Su le rovine tue Francia si desti,
Si desti alfin; scoperchi i freddi avelli,
Schiaffeggi i padri, e il nome lor cancelli!
Ecco gli eroi. D'intorno a quel gigante
Trofeo di gloria, per lo piano immenso,
Vario di cor, di lingua e di sembiante,
Corre, brulica, ondeggia il popol denso.
Già s'alza a l'aura il vessil trïonfante
Tinto nel sangue e negl'incendî accenso;
E a tal segno di strage e di vendetta
S'allieta il volgo, e il fatal crollo aspetta.
Sta superba frattanto e indifferente
La colonna regal, pur come suole,
E del purpureo suo raggio occidente
Tranquillamente la saluta il sole.
Tranquillo a par sorge il Guerrier possente,
Che l'altera sovrasta inclita mole;
E di ghirlande glorïose onuste
Spandon l'ale tuttor l'aquile auguste.
S'ode un bisbiglio; al fiero assalto muovono
Gli ardui congegni; al ciel stridono; imbianca
Ogni volto; tentenna in su l'aërea
Reggia il Guerrier, piega da destra a manca;
Piega, balena; con fragor terribile,
Che il cielo assorda, ed ogni cor disfranca,
Cade, non già, ma su la rea canaglia,
Stanco di più soffrir, scende e si scaglia.
Trema la turba, e come avesse al dorso
De l'incalzante eroe l'ira e la spada,
Urla fuggendo, e l'ali impenna al corso,
E l'uno, avvien, che a l'altro inciampi e cada.
Frenate, o prodi, a la paura il mòrso;
Volgi la faccia, o terribil masnada;
O Erostrati, o tribuni, o genti indôme,
Non è un uom, che v'insegue, è solo un nome!
L'uom dei fati è colà: disteso, avvolto
Di negra polve, nel deserto piano
Poco ingombra di terra, e gli occhi e il volto
Vinti ha nel bronzo, e inerte è la sua mano.
T'accosta a lui; vittorïoso e folto
Corri a l'insulto, o gran popol sovrano;
E dir possa ciascun, se tanto egli osi:
Su'l fronte a Bonaparte il piede io posi!
Soli a l'oltraggio non sarete! Esulta
Dai vigilati balüardi il fiero
Nemico, e applaude a l'opra vostra, e insulta
A la caduta del fatal Guerriero.
Da la polve di Iena, or non più inulta,
Balza un popol di scheltri orrido e nero;
E su l'immago de l'eroe nemico
Poggia l'Ombra regal di Federico.
Sorge orgogliosa, e il ciel torbida e grande
Prende co'l capo, e al negro aere torreggia,
E le rotte al suo piè bronzee ghirlande
Conculca, e dai profondi occhi fiammeggia.
—Ch'io vi cancelli, esclama, orme esecrande
De la vergogna mia; ch'io più non veggia
Vôlti in trofei, cangiati in monumenti
Questi bronzi rapiti a le mie genti!—
Dicea, quando pe'l ciel rigido e scuro
Un sinistro baglior sorge e risplende,
E un piceo fumo, un odor crasso e impuro
Gli occhi travaglia, ed il respiro offende.
Ahi! qual cagion, qual destino empio e duro
Di nuova rabbia i franchi petti accende?
Tra le fiamme sepolta e la rovina
De la Senna cadrà l'alma regina?
Torna il dì. Sola sola, incerta, oscura,
D'un rosso nastro il crin sozzo costretto,
Le vie trascorre una strana figura,
Guardinga agli atti, agli sguardi, a l'aspetto;
Muta, veloce rasenta le mura;
La destra invola furtiva nel petto;
Sogghigna, ammicca la strada romita,
Fermasi, brontola, fugge, è sparita.
Ma dietro ai suoi passi, trascorsa appena,
Un suono scoppia di grida e di pianto;
Fra dense nubi l'incendio balena,
Stride, si spande da questo a quel canto;
Essa a la danza gli stinchi dimena,
Cionca co'l lurido suo drudo intanto,
Con pazzo volto, con gioia feroce,
Salta, e lingueggia con stridula voce.
Vide le fiamme e l'ultimo periglio
Lucifero e l'orrende ire e il gran lutto,
E, lo sdegno nel petto e il pianto al ciglio,
Fuor dei lidi infelici erasi addutto.
Qual uom che muova a volontario esiglio
Di fieri casi e di giust'ira istrutto,
Tal ei si parte, e la diletta e grama
Terra saluta, e dolorando esclama:
—Dove ti cercherò, se qui non sei,
O intemerata e splendida
Reggia dei sogni miei?
Luminosa Ragion ch'ardi e ravvivi
Ogni terrena cosa,
Se qui non regni, in qual region tu vivi?
Pur io da l'abborrite ombre ho veduta
La maestà dei tuoi passi e la luce,
Che dai vigili, acuti occhi tu spandi
Sovra il mar dei destini; io l'amorosa
Voce ascoltai, che l'anime riduce
Agli amplessi del Vero, io la solenne
Voce di libertà, che a voli arditi
Del pensiero de l'uom sferra le penne.
Di tenebrosi troni e di ferrati
Gioghi e di fronti umilïate e vili
Lieta non vai, bella non vai di fiori,
Che di pallidi servi il pianto edùca;
Nè tuo serto è il terrore. Inclita e ferma
Tu ne l'alme ti assidi, e l'alme e i fati
Previdente governi. Ardon nei tuoi
Limpidissimi sguardi
Quante spemi ha il futuro, e quanti ha raggi
L'onnipossente libertà, ch'è dono
Tuo primo e non caduca
Gloria di umani e tua miglior parola.
Tu di sensi gagliardi
Le umane alme alimenti,
E sè stesse a sè stesse insegni e sveli,
Perchè libere alfin corran le genti
A la vittoria di più fidi cieli.
È sogno il mio? M'illude,
Vôto fantasma, il desiderio, e fingo
Larve di spirto ignude?
Dai ciechi abissi invano
A combatter con Dio l'ultima pugna
Sorse il mio spirto? Ombra incompresa, ignota
Correrò questi lidi, infin ch'io piombi,
Fulminato Titano,
A divorar ne l'ombre il mio dolore?
Ne l'ombre io tornerò? Quest'infinita
Luce, che il mio pensier valica e pasce,
Questo perpetuo fluttuär di cose,
Quest' impeto di vita
Non son mio regno e vita mia? Non sono
Consorti mie le mobili
Genti, cui la vital morte rinnova,
Come opportuna piova,
Ch'apre la terra, e svolge
La ritrosa virtù del germe inerte?
E tu, tu che le incerte
Nubi diradi, ed ogni ben mi sveli,
Santa Ragion, tu indarno
Entro al petto de l'uom levi il tuo trono?
O forse ai regni tuoi,
Diva maggior, presiede
La tiranna Natura,
O, sconsigliato e inutile
Poter, che ne le ignare anime hai sede,
Fuor che altere lusinghe, altro non puoi?
Che dissi? Il dubbio indegno
Sperdano i venti, e il mar vorace inghiotta!
Qui sei, qui regni: io sento,
Unica dea, la tua presenza in questa
Splendida reggia degli umani affanni.
La terra è tua; su' simulacri infranti
Di sbugiardati iddii sorge la possa
Dei regni tuoi: da fiere alme son còlte
Le tue leggi inconcusse, e fermi e santi
Di perenni olocausti ardon gli altari,
Che cementan co'l sangue i figli tuoi!
O generosi, o cari
Apostoli, o gagliarde ostie ed eroi,
Voi non cadeste indarno! Ecco, su queste
Ingombrate di stragi inclite rive
La nova alba diffondesi
D'una sorgente età; spiran le meste
Genti educate dal dolor le vive
Aure di libertà; vigili e pronte,
Di fieri casi esperte,
Al sorriso del Vero ergon la fronte;
E dal sangue fraterno, onde coverte
Son queste piagge illustri,
Coronata di lauri e di baleni
Tu balzi, o dea; chiami la Pace, e vieni!—