CANTO QUINTO.
ARGOMENTO.
Il fantasma di amore, che ha eternamente agitato l'Eroe, veste forme sensibili.—Ebe e Lucifero si amano: l'amore accerta l'Eroe del trionfo.—Si allontanano da Tempe, e giungono nell'Attica.—L'Acropoli di Atene.—Voluttà d'amore fra le rovine.—L'Ombre di Socrate, di Focione, di Codro.—Un bruttissimo e strano mostro appare in sogno all'Eroe, e lo beffeggia.—Onde questi, abbandonando la fanciulla nel sonno, si caccia impaziente ove il destino lo chiama.
Ma qual riposo mai, qual mai quïete
Quinci innanzi, o infelice Ebe, a te resta,
Se Amor, che ai passi tuoi tende la rete,
Sì fiero caso a la tua vita appresta?
Come fil di corallo entro a le chete
Onde germoglia Amor ne l'alma mesta;
Amor sen vien furtivo e taciturno,
Sen viene al cor qual ladroncel notturno.
Su le deserte, angoscïose piume
Ella inquieta si volge, ella sospira;
E, qual lieve farfalla intorno al lume,
Amor non visto intorno a lei si aggira;
Gira per l'aria, e com'è suo costume,
Nel foco, ch'ei destò, ventila e spira;
E de lo strano Eroe le reca innante
Le fogge, il riguardar, gli atti, il sembiante.
Ella il vede, ella il sente: ad una ad una
Fan le audaci parole a lei ritorno,
Qual nel tiepido ottobre a l'ora bruna
Tornan le pecchie argute al lor soggiorno;
Ed or le parla de la sua fortuna,
Muto or la guarda, or le si asside intorno;
Ed ella, a par di bianca aërea face,
Trema a quei detti, e d'ascoltar le piace.
Sorse alfine; e de l'ombre impazïente
Gli opposti vetri a le fresche aure aperse.
Taceva anco la notte, e rade e lente
Fuggían contro al mattin le stelle avverse;
Un zeffiro gentil da l'orïente
Le vaghe ali movea di brine asperse,
E ad ogni fior de le ben culte aiuole
Dolci olezzi traea, dolci parole.
Diceva a l'aura il fiore:—Aura pietosa,
Che mi porti le brine alme e vivaci,
Deh! per poco su me l'ali riposa
L'ali dolci così, così fugaci;
Tu in sen mi svegli ogni virtù nascosa;
Son mia vita ed amor solo i tuoi baci;
Deh! se posar non puoi rompi il mio stelo;
Che teco io venga a spazïar pe'l cielo!—
—Sorgi, dicea con lamentevol grido
Presso a la rosa il tenero usignolo;
Quanto bella sei tu, tanto io son fido,
Quanto lieta sei tu, tanto io son solo.
Già il candido mattin sorge dal lido,
E tu sorgi così dal tuo bocciòlo;
Tu il vago olezzo, il vago inno io t'invio;
Tu sei l'amore, e l'armonia son io.—
Questo udía pe'l giardin la vereconda
Ebe, e un mar l'avvolgea d'ombre e di larve,
Quando un fruscío sentì tra fronda e fronda,
E un'Ombra vide, o di veder le parve;
Stette, il respir contenne, e a la gioconda
Luce de l'alba il Pellegrin le apparve;
Mise ella un grido, e pallida divenne;
Se non fuggì, fu Amor che la rattenne.
—Ferma, sclamò l'Eroe con mesto accento,
M'odi, pietà del mio destin ti tocchi:
Io, che ai Numi recai guerra e spavento,
Ecco, supplice io cado ai tuoi ginocchi!
Ogni raggio d'onor fia per me spento,
Se non mi danno un raggio i tuoi begli occhi:
In quel raggio d'amor, poi ch'io l'ho visto,
La vita, il trono, la vittoria acquisto.
Ti sognai, ti cercai: ne l'infinita
Luce del ciel, nei cupi abissi orrendi
Sempre in traccia di te corsa ho la vita,
O eterna Idea, che umana forma or prendi;
Vista t'ho innanzi a me, t'ho in cor sentita,
Sempre acceso m'hai tu come or m'accendi;
Or che t'aggiungo, e intero alfin son io,
Son colmi i fati, ed il trionfo è mio.
Sì, vincerò. L'amor, ch'io sento e chiamo,
Sprona l'alme ad imprese inclite e chiare:
T'amai nel sogno, entro la vita or t'amo,
E immenso è l'amor mio siccome il mare:
Ei dà a la foglia il fior, la foglia al ramo,
La beltà agli occhi, a la beltà un altare,
Sola virtù di questa fragil salma,
Luce de la pupilla, aria de l'alma!—
Così dicendo, a l'odorato lembo
De le vesti di lei dolce si appiglia;
Ella pavida in atto, al vergin grembo
Restringe i veli, e al suol figge le ciglia;
E qual fussia gentil, che dopo il nembo
Scote la pioggia, e al Sol più s'invermiglia,
Stillante di pudor la faccia bella,
Senza il fronte levar, così favella:
—Stranier, qual che tu sii, dolce e cortese,
Benchè nuovo ed ardito, èmmi il tuo detto;
Deh! chi mai la possente arte ti apprese
Del suäve parlar, ch'apre ogni petto?
Ben questi alberi muti e le scoscese
Rupi verrían commossi a tanto affetto,
E amor risponderían, d'amore istrutti,
Le dure querce e gl'infecondi flutti.
Ma qual amor vuoi tu, ch'apra e rallegri
Il fior di questa mia povera vita,
Se le gioie del mondo e i giorni allegri
Par ch'abbian del mio cor la via smarrita?
Qui passan gli anni miei romiti e negri,
E m'è la speme del morir gradita;
Chè sol di là di quest'oscuro esiglio
Vede l'anima un pòrto e un astro il ciglio.—
Tal parla, e in verginale atto la faccia
Volge, e il respinge, e move gli occhi in giro,
E minacciar vorría, ma la minaccia
Le muore su le labbra in un sospiro.
Ebbro, anelante, con aperte braccia,
—Ah! no, risponde il Pellegrin delíro,
Tu, che sì bella e sì pietosa sei,
Senza luce d'amor viver non dèi.
No, non fia ver, che senz'amore al mondo
Volga tua vita abbandonata e sola,
Qual pèrsa gemma ai neri flutti in fondo,
Qual bianco giglio in solitaria aiuola:
Quant'alto è il cielo, e quanto il mar profondo,
La forte ala d'amor penetra e vola,
Nè tu vorrai, leggiadra e debil tanto,
Chiuderle il petto, e dar la vita al pianto.
Mira intorno, o fanciulla: ombra ed albore,
Raggio di sole e manto irto di neve,
Vol di farfalla e profumo di fiore,
Tutto passa così rapido e lieve;
Tutto è breve quaggiù, fuor che il dolore,
E l'istante d'amor forse è il più breve;
Oh! la vita e l'amor, cara fanciulla,
Il tutto è un'ora, oltre quell'ora è nulla.
Amiam, fanciulla, amiam; sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite!—
Disse, e acceso negli occhi e in atto strano
Chiuse le aperte braccia, e i labbri pòrse;
E un'armonia suonò per l'aër vano,
Ch'armonia parve, e baci erano forse.
Sorto era il sole intanto, e dal sovrano
Balzo a schiarar quelle due fronti accórse;
E negli occhi de l'un, qual fior nel lago,
Specchiar l'altra mirò la propria immago.
V'è una pianta gentil, ch'alma e giuliva
Di bei fiori non è, non è di foglie,
Ma al tocco sol, come se fosse viva,
Tutta in sè si restringe, e si raccoglie;
Nome il volgo le dà di sensitiva,
E senso di pudor certo essa accoglie,
Chè tutto, che del Sol si scalda al raggio,
Ha virtude d'amor, senso e linguaggio.
Tal divien la fanciulla; e il ciel sereno
Erra co'l guardo, e incerta pende, e geme;
Ed agli urti del cor le ondeggia il seno,
E il cor le fugge a la risposta insieme:
—Stranier, caro stranier, per questa almeno
Secreta ambascia, che m'affanna e preme,
Deh! per questa ti prego alma soletta,
L'onore, il pianto, i sogni miei rispetta.
Deh! se fido è il tuo dir, se l'alma è fida,
Se a l'audace voler tua possa è uguale,
Fa' che scorra da' regni aurei de l'Ida,
Nuova di giovinezza onda immortale;
Fa' che amico a le Muse il Ver sorrida;
Che men funesto a noi vibri il suo strale;
Che a questa vecchia gente infastidita
Riedan le Grazie a rifiorir la vita!
E se tanto non puoi, dammi che a questa
Terra, che non m'intende, alfin m'invole;
Ch'io mi scevri da tanta orda molesta,
Che sepolta nel ver l'anima vuole.
Oh! ch'io torni dei miei sogni a la festa,
Ch'io mi confonda in un raggio di sole,
Ch'io naufraghi coi miei poveri numi
In un mare di luce e di profumi!—
—Oh! no, vieni, amor mio, vieni, ei rispose,
Co'l Sol nascente e i rugiadosi fiori,
E alle fole, che il mito aureo compose,
I nostri involïam superbi cori:
Il trono de l'amor son queste rose;
Tutti son ne la vita i suoi splendori;
È qui sovra la terra il ciel che agogni,
Qui ne le braccia mie tutti i tuoi sogni!
Vivi a la terra e a me: vivi al governo
Di questo amor, che fiamma è del pensiero,
Di questo universal giovane eterno,
Ch'è lume sol fra l'intelletto e il vero;
Egli ombra e luce, ei paradiso e inferno,
Tempo ed eternità, verbo e mistero,
Principio e fine del mortal cammino,
Fede, legge, virtù, vita, destino.
Vieni con me; per l'infinita via
L'Ozio non poltre, e non sbadiglia Imene;
L'opra e l'amor son la ricchezza mia,
Mio cibo il ver, la libertà il mio bene:
Aquila altera per l'aria natía
Al Sol va incontro, e schiva è di catene;
I nembi sfida, i turbini sovrasta,
Libera muor; la libertà le basta.
Noi liberi così, per vario corso,
Correrem, cimbe audaci, il mar crudele,
E il dio, che non indarno ha l'ali al dorso,
De l'ali sue ne rifarà le vele.
A lui, che sdegna, e sia pur d'oro il mòrso,
Piega, o dolce fanciulla, il cor fedele;
Chè, finchè l'occhio ha un guardo e l'alma un riso,
Ei solo è il Dio, la terra è il paradiso!—
Favellando così, giuso a la valle
Avean, senza saper, già vòlti i passi,
E incerti si seguían, qual due farfalle,
Ch'erran lente sui fior, su l'erbe e i sassi;
Ma quando s'avvisâr del vario calle
De l'assòrta fanciulla i guardi lassi,
Tremò, gelò, rieder volea, ma vinta
Da l'angoscia al suol cadde, e parve estinta.
Cadd'ella sì, ma non di fiori e d'erbe
Guancial trovò sul molle suol proteso,
Nè le miti verbene e le superbe
Rose andâr liete del vergineo peso:
Ben ei l'amante Pellegrin le acerbe
Forme accoglie su'l petto ansio ed acceso,
E gli spiriti erranti in su le chete
Labbra le avviva, e geme, e le ripete:
—Amiam, fanciulla, amiam: sia piano o monte,
Sia valle o mar, vivrem l'un l'altro appresso;
Non v'è serto miglior d'un bacio in fronte,
Non v'è laccio miglior d'un primo amplesso;
Ci specchierem dentro a la stessa fonte,
Sognar potrem sovra il guanciale istesso;
Come ad olmo consorte edera o vite
L'alme unirem sovra a le bocche unite.—
Ed Ebe amò. Fatto più forte e puro
Gioì l'Eroe, che ben conobbe il segno;
Lampeggiò tutto al suo sguardo il futuro;
Splender mirò de la Ragione il regno;
Vacillò de l'Error l'idolo impuro;
Svelto il Nume dal sonno arse di sdegno,
E, vôlto il ciglio a quella parte e a questa,
Empio ognun trova, e a fulminar si appresta.
Sconosciuta fra tanto a la ventura
L'innamorata coppia oltre cammina,
E or d'un côlto villaggio entran le mura,
Or cercano la valle, or la collina;
Posan or su la sponda, or ne l'oscura
Selva, e pronubi han gli astri e il ciel cortina:
La vita, il mondo, il ciel tutto è un accento
Per essi: amor; l'eternità un momento.
Ma poi che sovra a lor dieci albe e sei
Le nitide versâr perle dal crine,
Fra il Saronico golfo e i flutti Egei
Il sacro Attico suol videro alfine;
E, i Bëozii varcati e i monti Onéi,
Le Cecropie toccâr mura divine,
Che avean, benchè or le copra oblio profondo,
Sfidato il cielo ed abbracciato il mondo.
Siede Atene nel mezzo, e a lei nel grembo
L'urne riversa il vigile Cefiso,
Ove, caro a le Dee, su 'l doppio lembo
Crescea corone un dì l'aureo narciso.
Qui al Sol torreggia acuta, e sfida il nembo
La pelasgica rupe appo l'Illiso,
Or rupe incolta, ma d'illustre prove
Già campo a la fatal figlia di Giove.
Di pentelici marmi, in su la cima,
L'inconcusso delúbro alto sorgea,
E d'opre egregie e sagrificî opima
Ivi ebbe l'ara la terribil dea:
Fra l'argive falangi inclita e prima
Sovente essa l'invitta asta scotea;
E al lampo sol del venerando aspetto
Venía prode ogni vil, rupe ogni petto.
Ma, se scevra de l'armi, ond'era onusta,
Temprate in Lemno a le celesti incudi,
E libera de l'irto elmo l'augusta
Fronte splendea fuor dei funesti ludi,
Ne l'alta d'Erettèo sede vetusta
Spirava il riso di men ferrei studi;
E a l'ombra del vocal delfico alloro
Venían le Muse, e s'assidea fra loro.
Tra i ruderi famosi e le dirute
Moli anch'ei venne un giorno il mio Titano;
Pensieroso guardò l'are cadute
E i fòri e del deserto ágora il piano
E il monte del tremato Are e le mute
Stoe d'Academo e l'Erettèo sovrano;
E d'un dio su la testa infranta e nera
Umor versò, che nettare non era.
Sorge la notte; ei là, presso al Pecile,
S'asside; Ebe è con lui. Sparuta e scema
Pende la luna, e sovra a la gentile
Bionda testa di lei sorride e trema.
Pensoso egli è più de l'usato stile;
È in lei mestizia, oltre ogni dir, suprema;
E nuotando le vanno incerte e scure
Cento memorie in cor, cento paure.
Sovra i ginocchi ei se l'asside, e cuna
Del sen le fa con le protese braccia;
E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
De le stelle del cielo essa l'abbraccia.
Velò la fronte ipocrita la luna,
Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
Come vecchia pinzochera far suole
Al caro suon di lubriche parole.
Disse alfin la fanciulla:—Oh! se sapessi
Che paure ho nel core! Ai giorni miei
Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
E amore e vita ed avvenir mi sei.
Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
Come rondin deserta io mi morrei,
Io mi morrei così!—Tacque, e gli avvolse
Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.
Poi riprendea piangendo:—Era fatale
Quest'amor, più di te, più di me forte;
Pria mi ridiede e poi mi bruciò l'ale,
E infranse e ribadì le mie ritorte.
Sento che tu non sei cosa mortale,
Ma ne le braccia tue sento la morte;
Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
L'alma s'eterna, e il viver mio sen fugge.—
Non risponde colui: torbido, immoto
Per le tenebre lunghe il guardo intende;
Chè un agitar di strane Ombre e un ignoto
Di larve brulicar l'aria comprende:
Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe 'l vuoto,
E incerta su di lor la luna splende;
E a lui d'intorno in apparenze strane
Prendon fogge e sembianze e voci umane.
Parla un'Ombra così:—Socrate fui,
E tra' mortali un'altra volta io vegno,
Chè contro a questi nebulosi e bui,
Che mal di saggi han nome, arde il mio sdegno.
Solo del vero io parlerò, di lui,
Ch'unico iddio su la natura ha regno;
E, perchè al fronte suo l'ombra sia tolta,
Beverò la cicuta un'altra volta!—
Sorge un'altr'Ombra, e dice:—Al vulgo iniquo,
Che tanto omai del suo poter presume,
Tal esempio darò, che da l'obliquo
Calle il ritragga d'ogni rio costume;
Chè ove manca a virtù l'ossequio antiquo,
Splender non può di Libertade il lume;
E ognun, che insorga al patrio onor rubello,
Sappia ch'io vivo, e Focïon m'appello.—
Sparve, e un'altra a dir prese:—O voi ch'eletti
Foste in terra a portar le regie some,
Al patrio ben primi volgete i petti,
E le stranie falangi allor fien dóme.
Codro son io; dei popoli soggetti
Fui padre, e l'aureo serto ebbi a le chiome;
Ma a salvar Grecia, inesorato e forte,
Gittai quel serto, ed abbracciai la morte.—
S'avanzarono altr'Ombre. A la fanciulla
Su le stanche pupille il sonno scese,
E sovr'esso a la terra arida e brulla
Le strenue membra il Pellegrin distese.
Gli aleggiò intorno un sopor dolce, e nulla
Per lo pian solitario o vide o intese;
Ma al dileguar de le notturne larve
Novo prodigio in su 'l mattin gli apparve.
Mostro ei mirò, che lungo e macilento
Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
Come punta di falce adunco ha il mento,
D'asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
Tien l'ali a tergo, e le svolazza al vento,
Intrecciate di scope ispide e nere;
Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
E su la testa un gran cappel da prete.
Qual trampolier, che da la ripa a un tratto
Dentro al placido rio salta e gavazza,
Così intorno al dormente agile in atto
Balla quel mostro, e per l'aria svolazza;
Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
Sbuffa, ride, saltella urla, schiamazza;
Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
E così lo deride e lo sbeffeggia:
—Questo dunque è l'ardir, questa la possa,
Di cui tremar dovean l'alme e le stelle?
Così la fede dei mortali hai scossa?
Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
Oh! il gran trofeo d'una fanciulla imbelle!
O eroe de la Ragione, o Re dei forti,
Torna meglio a regnar fra l'ombre e i morti!—
Si destò, balzò in piedi, al dir beffardo,
Lucifero, arse d'ira, i pugni strinse,
Minaccioso rotò d'intorno il guardo,
Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.