CANTO TREDICESIMO.
ARGOMENTO.
Santa Caterina alla vista di Lucifero si perde d'animo, e, invece di convertire lui alla fede, converte sè stessa all'amore, e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti dell'Eroe.—Alcuni Angeli, sedotti dall'esempio, disertano il cielo, e cantano il desiderio della terrena voluttà.—Ultime ore di Pio IX; a cui apparisce l'Ombra di un solitario, che, non valendo a persuaderlo di rinunziare al dominio temporale della terra, lo lascia in preda a spaventose visioni.—Una vittima delle stragi di Perugia.—Due decapitati.—Straziato da queste apparizioni, il vecchio Pontefice muore, domandando inutilmente perdono.
Vestitevi di rose, aride arene
Del Colossèo! Se a fecondarvi, indarno
Scorse a fiumi su voi degli ostinati
Martiri primi e de le belve il sangue,
Valga a farvi fiorir la dïuturna
Prece di Pio: l'augusto veglio è padre
D'ogni portento, e tutto può. L'han chiuso,
Qual recidivo malfattor, nei templi
Transteverini; e, com'è ver, che al cenno
Del suo divo pensier struggesi in pianto
La sacra effigie di Maria, dai ceppi
Egli uscirà vittorïoso e forte,
E di vergini gigli incoronato
Ascenderà securamente al cielo.
Or, mentre aspetta il sacro giorno, e inqueti
Giacciongli al piè l'anàtema e la scure,
Volga ad altr'opre il non fallibil petto
Egli che, fabro di verginee madri,
I dolci nati de le madri uccide
Con serafico istinto. Un improvviso
April fiorisca il Colossèo; discende
A battagliar Lucifero l'altera
Amazzone di Siena, a cui più spade
Volse il facile eloquio e la virile
Beltà, che doma ogni poter. Chi vide
Entro al sereno immaginar del mito
Lieve il piè, cinta il vel, rosea le forme
Volger la fuggitiva Ebe fra' Numi,
Quei dirà qual fioría grazia e splendore
Di giovinezza e di salute in volto
De l'ardita Senese, allor che al guardo
De l'orgoglioso Apostolo ad un punto
Si appalesò. Muto ei sedeva in cima
A un dirùto pilastro, e la raggiante
Misterïosa immensità del cielo
Gli pendeva su'l capo: eran più vaste
Più chiare assai le sue speranze, e acuto
Più del guardo del Sole oltre a le cupe
Reggie d'azzurro il suo pensier vedea.
Meditava così: Dentro a l'audace
Spirto de l'uom fervida alfin si stampa
L'immagin mia; vantino uranghi e numi
A lui simile aspetto: il suo pensiero
A me rassembra, e il suo destino è il mio.
Libero già d'alte paure, scevro
D'ogni fallace illusïon di senso
Vuole, conosce e può; spezza il segnato
Limite del mistero, e dove è luce
Ivi il suo campo e il regno suo prescrive.
Così parlava dentro al cor; ma in quella
Che l'armato pensiero apríasi il varco
Ad alate parole, eccogli incontro
Sorger la Dea, che de l'eloquio ha il vanto.
Stupì l'Eroe di tanta vista, e, tutto
Ne la diva fanciulla il viso assorto,
L'ardimentosa giovinezza e gli atti
Securamente mansuëti e il lume
Di sì maschia bellezza iva ammirando
Silenzïoso. Anch'essa Dea non senza
Stupor mirava il gran Ribelle, e come
Una mesta pietà prendeale il core
Secretamente. Alfine in questa forma
Prese a parlar:
—Superbo e sventurato
Angiolo, nè so dir se in te più sia
La superbia tenace o la sventura,
E come puoi di tanto umile stato
L'aspetto solo comportar, tu primo,
Già primo, or fatto di pietade obietto,
Fra le schiere del ciel? Misero! e dove
Son l'ali tue? Dove la schietta luce
Del tuo fronte immortal? Scemo di tutte
Doti del cielo, a un passeggero e reo
Figlio d'Adamo io ben ti assembro, e nulla
D'eterno hai più, fuor che la tua sventura!—
—E la sventura è la ricchezza mia,
Bella figlia del ciel, così a dir prese
L'onor di Lui che da la luce ha nome;
Tesoro è il pianto, a cui null'altro agguaglia
Ne la terra e nel mar. Povero e gramo
Cultor l'arido solco apre a fatica,
Ed una al seme ed al sudor gli dona
Le speranze sue belle. Ispido e bianco
Sibila tra l'ignude arbori il verno,
Croscian piogge e gragnuole, e giù ridondano
In tumulto i torrenti: il poverello
Guarda tremando i duri prati, e al magro
Desco seduto a la sua donna a lato
Pur dolorando il bel tempo predice,
Finchè tutt'oro il crine e in man la falce
Esce il fervido giugno, i mareggianti
Campi sorvola, e generoso adempie
Di bionda mèsse i rustici abituri.
Così egregia mercede a l'uom prepara
L'esperimento del dolor. Dai solchi
Seminati d'umane ossa fuor balza,
Santa prole de l'opra e de l'affanno,
La Libertà, premio ai costanti: umana
Diva, ignota ai Celesti, ella inghirlanda
Dei raggi suoi l'ardue fatiche, e serba
Ad ogni affanno una vittoria. E quale
Dono è quaggiù, che non da lei derivi?
Per essa han luce ed armonia le genti
E veritade ed uguaglianza e vita,
Poi che vita non ha, nè veramente
Uomo è chi giace in servitù, ma ignaro
Bruto, ch'à in sorte il brago e la catena.
Vivon sol d'essa i generosi, ed io
Son la sua voce, e gli ozïati scanni
Del ciel per essa e volentier sdegnai.
O solenni cadute, o glorïose
Sconfitte, a cui libera vita io deggio,
Ricordando, mi esalto! E dovea forse
Crogiolarmi fra' sogni aurei del cielo
Eternamente, io re degl'irrequeti
Spiriti? Assiso ai tiepidi banchetti
In silenzio vorar le dispensate
Manne, io figlio de l'opra? Erger le palme
Supine a Lui, che, del suo nulla esperto,
Pur ne l'impero de l'error si ostina?
La terra elessi, ed ei cadrà! De l'ali,
Ch'ebbi inutili al dorso, armai la mente;
De la luce del fronte il petto istrussi;
Con l'uom piansi ed amai: scrissi co'l sangue
Le sue vittorie; e già n'è presso il giorno,
Che Dio dal regno e da la vita escluda!—
Rabbrividía come per febbre al fiero
Parlar la diva, e da' superbi accenti
Con la candida man schermía l'orecchie
Inorridita; nè risposta alcuna
Formar può, nè fuggire osa. Ben gli alti
Gesti de la sua vita e il dir facondo
E l'audace promessa a Dio giurata
Vergognando rimembra, e non sa quale
Fascino occulto or l'incateni innanzi
A l'avversario suo feroce e bello.
Dicea fra sè: Molti in virtù prestanti,
Molti in bellezza e in favellar maestri
Conobbi al mondo animi egregi; ha il cielo
Angeli molti, a le cui rosee membra
Vestimento è la luce e amplesso eterno
La giovinezza; or qual virtù ha costui,
Che sì mi svolge ed incatena il senno?
Così pensando, a l'anima dubbiosa
Fa forza; di rigore arma l'aspetto,
Cerca austere parole, e questi invece
Le vengono dal core umili accenti:
—Angelo, oh! soffri ch'io t'appelli ancora
Co'l tuo nome perduto; e che ti giova
Per questa ultima sfera ir pellegrino
Qui dove segue a la fatica il pianto
E ad entrambi la morte? Assai feroci
Detti hai parlato or or; ma una parola
Melodïosa, o che mi falli il senso,
Una dolce parola anche dicesti,
Che a perdonarti ogni fallir m'induce:
Pianto ed amato hai tu? Radice ha in terra
Ne l'empia terra anche ha radice amore?
Oh! come il viver coi mortali il senno
Pur dei forti travolge! Il paradiso
Oblïato hai così? Non sai che vita
E stanza e reggia ha solo in ciel l'amore?
Vieni, oh! vieni con me! Là, nel tranquillo
Regno degli astri al buon Iddio da presso
Vivrem vita serena; e in quella pace
Troverai la tua patria e l'amor mio!—
Tacque tremando, ed arrossía. Fu lieto
Di quei detti l'Eroe, però che vide
Su cotanta beltà certo il trïonfo,
E l'incalzò con queste voci:
—O chiara
Sopra a tutte le dive e la più bella
D'ogni terrena creätura, eguale
Solo a colei ch'è del mio cor regina,
E che parli d'amor tu che nel cielo
Al banchetto degli angeli ti assidi,
Ove straniero e dispregiato è amore?
Ben di tutta pietà degna t'estimo,
Se amore altro non sai, che la fallace
Larva impotente, che il gran nome usurpa,
E i parvi e non interi angeli illude!
Tutta ossessa di Dio, fiera dei molti
Trïonfamenti de la tua parola,
Da la terra passasti, e ti fu oscura
La vittoria miglior che donna ambisca,
La dolce voluttà de l'esser vinta.
Oh! cedi a me, cedi e trïonfa! Amore,
Terreno iddio, che fa pensier la creta,
Ti apprenderà come si vince: ei solo
Mi süase a pugnar contro a le cieche
Menti del cielo; ei qui mi addusse; ei muta
Ogni lagrima in fiore, e a le dubbiose
Anime ignare il vero Èden insegna!—
Parla, ed a lei che muta trema, e intorno
Päurosa si volge, apre le braccia
Supplicando con gli occhi, e in un amplesso
D'avidi baci l'anima le serra.
Cadea fra tanto il Sol; cheto e deserto
Era il loco; salían come invocate
Rapide al ciel le grandi ombre notturne,
E Amor lesto venía. Cedea la bella
Diva; e quando con man trepida e tutto
Fiamme e palpiti il cor, la virginale
Zona ei le tenta, ed ambi ansano, ignoti
Mondi ella vede: arde d'immenso aprile
La terra; giù dal ciel scendono in folla
Cento e cento lucenti angeli, e, fatta
Di sè fra terra e cielo ampia corona,
Sciolgono l'arpe al suon, le voci al canto:
—Stanchi di tesser danze
Di cento arpe al ronzío
Ne le lucenti stanze
De la magion di Dio,
Scender soleano un giorno
Gli angeletti scapati
Là nel mortal soggiorno
De le figlie de l'uomo innamorati.
Nei freschi antri, su' fiori
Tremolanti a la brina
Ponean l'ali e gli albori
De la fronte divina;
E, colto il bacio primo
Sovra le bocche ardenti,
Schernían gli astri, e da l'imo
Radïavan più belli e più possenti.
Lascia or l'eterea sede
L'inclito onor di Siena:
D'intemerata fede
L'alma loquace ha piena;
Al gran Ribelle incontro
Tumida sorge; e quando
Spera, che al primo scontro
Vinto egli fugga in volontario bando,
Ecco, dal labbro il detto,
Come spuntato strale,
Cadele; al dolce aspetto
Del gran Fattor del male
Pallida trema; al laccio
D'Amor l'anima assente,
Scorda sè stessa, e in braccio
Del rivale di Dio bello e possente,
Immemore del cielo,
Donasi, Oh! vaga, oh! bella!
Già del vergineo velo
Scevra, com'aurea stella,
Splende; da l'ansio viso,
Da le membra sincere,
Ignoto al paradiso
Spira in mille piacer solo un piacere!
O amore, amor! Sì forte
È il tuo terreno impero?
Sfida per te la morte
Del fango il figlio altero;
E, mentre a la tua rete
La voce tua ne incalza,
Ei l'ale irrequïete
Svolge dal fango, e contro al ciel s'innalza!
Scendiam, proviamo! A tutti
Zimbello è il Padre eterno,
E saggi e farabutti
Si ridon de l'inferno.
Scendiam, facciam baldoria
Tra' fiori e le donzelle;
Abbia l'Amor vittoria:
Vale un'ora d'amor tutte le stelle!—
Mentre i furbi angeletti in queste voci
Disertavano il cielo, e l'umanata
Senese, avvinta dal più dolce amplesso,
Primamente sentía la vita intera,
Su l'antica di Pio ferrea cervice,
Come sinistro augel, striscia la Morte.
Abbandonato su'l gelido letto
Luccicante di frange e di cortine,
Rabbiosamente egli vaneggia:
—Urlate,
Accorrete, soccorso! Il ciel, la terra,
L'inferno tutto ai cenni miei! Demòni,
Angeli, a voi: la forte anima mia
Per un anno di vita! I miei nemici,
Gli usurpatori impenitenti al mio
Piede un istante, e poi morir!—
Comparve
Pallido, immoto, macilente un Frate
Sovra la soglia:
—A questa Croce atterra
L'orgogliosa tua fronte!—
—Chi sei tu?
Che vuoi? Chi innanzi mi ti tragge? A l'ira
Non mi sforzare!—
—A la pietà ti sforzo,
A la pietà, se Dio, per maggior pena,
Non ti chiude la via d'esser pietoso.—
—Ma tu chi sei? Di vane ombre io non temo:
Son forte ancora!—
—Ombra, demonio, o Dio,
Quel che tu temi io sono. Ecco si appressa
L'ora; è scoccata: a le tue ferree porte
Batte il giudizio del Signor!—
—Che intendi?
Che oseresti tu mai?—
—Sgombra dal petto
La fallace paura: Iddio corregge
Pria di punire; e suo ministro io vengo,
Io, che di Dio non già, ma sol dovrei
Venir ministro de la mia vendetta!
E ancor forte ti vanti? A brani io veggio
L'inconsutile veste; ai fuggitivi
Tuoi passi il trono, il suol vacilla; e al cielo
Non ti rivolgi?—
—Al cielo, al ciel! Tu parli
L'eretica parola! Il ciel lo lascio
Ai miei nemici; a me la terra!—
—E quale?
Schiavo tu sei d'altri e di te! Mal tieni
Di Bonifazio e d'Ildebrando: hai l'ira
De l'un, de l'altro la superbia: il senno
D'ambi ti manca e i tempi. Il destin solo
Pari ad entrambi e in uno avrai: l'eterna
Città di Pier per te mutasi a un tempo
In Salerno ed Anagni: esule vivi,
Benchè in Roma; e a la tua guancia canuta
Stampano i Re più durature offese
Del ferrato manipolo di Sciarra.
Deh! rivolgiti al ciel!—
—Frate, pon fine
Al tuo sermone, e sgombra. Il cielo è patria
Dei deboli; la terra è mia! Già in armi
Sorgon Francia ed Iberia: il ceppo illustre
Dei Borboni immortali a l'aura nova
Mette nove radici, e fronde e rami
E fiori e frutta porterà: saranno
Frutti i trofei tolti ai nemici e il capo
Di quel Sabaudo avventurier tiranno,
Che, pur che copra le sue membra oscene,
Ruba a Cesare il serto e il manto a Cristo.—
—Vana speme è la tua! Dio, che a la terra
Dopo il gel manda i fiori, a l'uom consiglia,
Dopo lungo servir, la sacrosanta
Libertà del pensiero. E chi potrebbe
Co' suoi delitti attraversare il corso
De le leggi di Dio? Con l'empia destra
Ottenebrar l'indefinita luce,
Che da l'insetto a l'uomo equo dispensa
Di tutte cose animatore il Sole?
Credi tu, che ammucchiando ossa sovr'ossa
Tal diga innalzerai, che su la china
Si soffermi il torrente, a cui dan forza
I destini del mondo? Ah! il credi: amore,
Fede non si raccoglie ove non altro
Ch'odio e terror si seminò! Non sono,
Non sono, e Dio che tutto sa ne attesto,
Distruttor de la fede i rubellati
Spirti e l'ereticanti alme! Voi primi,
Voi soli, occulta d'ogni mal radice,
Voi co'l sangue versato alimentaste
L'idra de l'Eresia; questo malnato
Poter, che cinge Iddio d'ire e di sangue,
Ai quattro venti de la terra il grido,
Fu la prima eresia!—
—Frate! s'hai caro
Il viver tuo, non funestar l'estreme
Ore del poter mio. Smetti l'altero
Tuo cipiglio d'apostolo: la fame
Rende spesso profeti; avrai se 'l brami
Copia di tutto; or lasciami.—
—La mia
Vita è cosa del ciel; se dono alcuno
Vuoi che da te, vecchio feroce, accolga,
Dammi il rogo, o la scure. Odi l'estrema
Voce di Dio: rassegnati e perdona;
Già perdonando incominciasti.—
—Ardisci
Rammemorar la mia viltà? la fonte
D'ogni sciagura mia? Male incomincia
Perdonando chi regna! Al generoso
Uopo s'applaude in pria; povero e scarso
Indi appare ogni don, però che ingordo
È il cor di lui che a nullo bene è avvezzo:
Debito par la carità; diritto
La pretesa più stolta. Egual si tiene
A lascivo signor che la careggi
Meretrice proterva, e a lei somiglia
L'avida plebe: oggi le dài l'anello,
Doman ti chiederà manto e corona;
Alza dal fango la servil cervice,
Spezza il fren, rompe il cheto ordine, invade
L'altrui poter, dritti e doveri ingombra,
Tal che, sconvolto il socïal congegno,
Divien chi serve re, servo chi regna.
No, no: perde chi cede. Uom che securo
Tien l'alta riva, io non dirò che il senno
Abbia intero, se al torbido torrente
Perigliando abbandonasi. Tal fui
Un solo istante, e n'ho rabbia e rimorso:
Nel reo vulgo ebbi fede; osai l'esempio
D'Alessandro imitar!—
—Del pari infido,
Ma più debole fosti!—
—E qual mercede
N'ebbi dal mondo? Risvegliai l'orrenda
Idra dormente al mio piede; potea
Schiacciarla, e la svegliai. Stolto! i suoi primi
Sibili e i morsi avvelenati io primo
Sperimentai: mira qual sono!—
—Accusa
L'alma tua poca e infida. Esser potevi,
Rege non più (fra le vergogne e il sangue
Già da gran tempo era sepolto il trono
Su le vergogne e su le colpe eretto),
Ben regnar da l'intatte are potevi
Pontefice, e lo puoi! —
—Se crolla il trono,
Caggia anche l'ara: o tutto, o nulla! —
—E il dito
Di Dio non temi? —
—Il Dio che adoro è fatto
Ad immagine mia!
—Ben veggio: è indarno
Ogni mio favellar. Ma se in te morto
È il pontefice e il re, l'uomo ancor vive;
Odimi dunque, o sciagurato, e trema.
L'ara di Dio non crollerà: cadranno
Gli astri del ciel, la fede no. La terra
Stanca è d'ire e di stragi, e pace e amore
Cerca, e l'avrà. Dio tornerà su queste
Sedi, da cui tu lo cacciasti in bando;
Tornerà Pietro a regnar l'alme: assiso
Umilemente a Cesare da lato,
Avrà di lui non men possente impero
E più vasto d'assai. Tu muori intanto,
Implacabile vecchio; impreca, e muori
Impenitente; al tuo letto custodi
La tua memoria e la Coscienza io lascio! —
Disse, e disparve. Il bieco occhio e la voce
Mosse il fiero morente, e una tremenda
Vista mirò. Più sol non era: accanto,
A piè del letto, al capezzal, d'intorno
Un popolo sorgea di brulicanti
Scheletri: avean ne le profonde occhiaie
Come due fiamme che parean pupille,
E un tal verso facean con le dentate
Mascelle, che parea voce e sogghigno.
Trema, boccheggia il vecchio irto; l'infermo
Corpo giù giù tra le diffuse coltri,
Scivolando, rannicchia; e freddo, cheto,
Senza respir, con muto occhio furtivo
Segue dei suoi tremendi ospiti i moti.
Uno spettro parlò:
—Possa la voce,
Che un'altra volta acquisto,
Strazïarti così, vecchio feroce,
Trafficator del Cristo,
Che, incenerito il reo manto e la stola,
Di cui nascondi invan l'anima fella,
De le vive tue carni ogni parola
Un bran vivo divella!
D'ossa e di polpe ignuda
La negra anima tua sensibil resti;
Ch'io l'afferri, e nei miei pugni la chiuda,
E co 'l piè la calpesti!
Forse canuto a par di te non era
Vecchio cadente anch'io?
Non era tua quell'itala bandiera,
A cui tutto fu sacro il viver mio?
Ma tu, Giuda due volte, il bacio vile
A Cristo e al popol dato,
Tolto di sotto al manto il doppio stile,
Li trafiggesti entrambi al manco lato.
Sbucaron da li Elvezî antri le ladre
Turbe, che a libertà mal dànno il petto,
Se, liberate da la man d'un Padre,
A prezzo maledetto
Concedon l'alme, e li venali artigli
Affondano nei fianchi
De l'abusate vergini, ed i figli
Sotto agli occhi dei padri infermi e bianchi
Svenano. O voi, più dei miei pover'occhi
Cari lattanti e nuore giovinette,
Voi sedevate attorno ai miei ginocchi,
Come innocue agnellette,
Quel dì, che scatenate
Dal cenno di costui che il ciel promette,
Per le vie di Perugia insanguinate
Correan le sue vendette.
Cinti di ferro, e d'oro e sangue ingordi
Rupper ne le mie case in un momento
Gli sgherri di costui feroci e sordi
Come tigri in armento.
E i miei due figli, i miei leoni intanto
Non erano con noi!
Pugnando a l'ombra del vessillo santo,
Caduti eran da eroi!
Nè mi fu dato, oimè, baciar le care
Teste morenti e udir le voci estreme,
Comporre i corpi vostri entro le bare,
A voi morire insieme!
Ben dei pargoli vostri e de le amate
Spose lo strazio vidi
E il vitupero!… Oh! in me, in me sol vibrate,
Empî, i ferri omicidi!
Ultimo caddi. Or paradiso, o inferno,
Vedi? o vecchio feroce, io non aspetto:
Dio qui mi manda; e qui starommi, eterno
Fantasma, al tuo cospetto!—
Tacque, e due sovra gli altri orridi in vista
Fuor de la calca si avanzaron: muti,
Rigidi, ritti ritti, lenti lenti
A le due sponde del funereo letto
Stettero; e, del lenzuol freddo scoprendo
A viva forza del morente il capo,
Tentennâro i crocchianti omeri. Come
Da l'ultimo edificio, allor che trema
Sussultando la terra, e bianchi in viso
Fuggono i passegger, cade un divelto
Sasso, e paura ai fuggitivi accresce;
Così a quel poco tentennar divisi
Lor cascano li teschî rilucenti,
Che balzando e mettendo orrido un suono
Ruzzolan sul marmoreo pavimento,
Come vediam dietro ad arancia o mela,
Che per trastullo il genitor gli lancia,
Correre il fanciullin con passo incerto;
Quando più crede che le sia da presso
E già già la raggiunga, ad afferrarla
Gittasi, e quella, che ad avverso oggetto
Battuta è intanto, retrocede o volge
Per via diversa, e il seguitor delude,
Che il piccioletto cor gonfio di bizza
Carpon, carpon la insegue, e non si cheta
Pria che in pugno la stringa e la riporti
Al genitor, che sorridente incontro
Gli apre le braccia, e sopra al sen lo accoglie;
Tal dopo ai proprî teschî si lanciarono
I mutilati scheletri; da terra
Li raccattâr; fra' cricchiolanti carpi
Li strinsero, e con fiero atto al morente
Li avvicinâr, mostrandoli. Fremea
La turba, come avvien, quando improvviso
Sguiscia aquilon su l'arido scopeto
De la foresta; ma parola o voce,
O moto alcuno non mettea l'oppressa
Anima del morente: il dubitoso
Spirito avea tutto negli occhi; un cupo
Rantolo gli stridea per entro ai duri
Visceri, perocchè, simile a un ferreo
Non unto filo di dentata sega,
L'ultime fibre gli rodea la Morte.
S'avvivarono a un tratto i mozzi capi,
E battendo le labbra e le palpèbre
In terribile forma, e sangue e detti
Fuori gemean de la divisa strozza.
S'appressarono allor quanti d'intorno
Eran spettri e fantasmi, ed in quel sangue
Tutti tingendo fieramente il dito
Segnarono sul fronte il morituro,
E gridarono insiem: Sii maledetto!
A quel tocco, a quel grido, immantinente
Si scosse, si agitò, tutto si storse
L'irto veglio, qual suol malaugurosa
Nottola da le unghiate ali, qualora
Dispietato monel con improvvisa
Canna l'abbatte, ed al nemico lume
L'appressa sì, ch'ella bestemmî e strida.
Ma qual putida ràzza, che, di mano
Sguizzando al pescatore, agita al suolo
Le acute pinne e la scabrosa coda,
Finch'egli irato la riprende, e sbatte
Contro un sasso, e l'acqueta ne la morte;
Così fuor dal lenzuol frigido a terra,
Dibattendo le flosce membra, piomba
Il tormentato agonizzante; i gialli
Occhi stravolge, e mugola: Perdono!
Sparîr gli spettri; su la fredda soglia
Lucifero comparve, e disse: È tardi!