Ancora attorno al Freikofel
Tolmezzo, 16 settembre.
Stento ad allontanarmi da questa regione brulla ed eroica, che dallo Zellenkofel al Pal Grande ha accumulato le più aspre difficoltà e per la difesa e per l'offesa; regione desolata, priva d'ogni fascino della terra e del cielo, senza messi nella valle, senza boschi alle cime, senz'alcun aiuto naturale all'opera dell'occupazione, e che segnò della nostra conquista prima il tratto forse più maraviglioso. Qui la prima conquista costò più che altrove: per ben due mesi dovettero combattere i nostri per prendere ed afforzare le cime che già in diritto appartenevano al nostro confine. E per due mesi combatterono e, che è quasi più maraviglioso, vissero, sotto la pioggia continua, in un terreno in cui la costruzione dei ripari era estremamente difficile, senza comunicazioni perchè queste strade furono costruite poi, allargando a carrareccia quella ch'era mulattiera, facendo mulattiera d'ogni sentiero da capra, scavando strade nei canaloni franati dalla vetta: ivi vissero e combatterono, conducendo su per quei dirupi non assalti isolati, nei quali l'impeto quasi ebro della prima mossa regge e spinge fino alla fine, ma serie ininterrotte d'assalti. Sul solo Freikofel se ne fecero sette, a baionetta in canna.
E può darsi che il lettore ricordi che altre volte gli ho detto qualche cosa di simile e si stanchi della monotona ripetizione. Ma la situazione è quella sempre, dappertutto, e non si stancano i nostri alpini — e i bersaglieri e la fanteria che appena posti là diventano degni alpini essi pure — e pazientemente riprendono quasi ogni giorno le azioni faticose e sanguinose. Il loro eroismo di fronte al pericolo è quasi meno ammirevole della loro resistente pazienza a una vita di quella sorte, che par non debba avere un termine mai.
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Eccoli, guardia arcigna del passo di Monte Croce, eccoli là giù, il Pal Piccolo, il Freikofel e il Pal Grande, come li abbiamo visti da una cresta di Monte Crostis ove il prato s'è arrampicato ad altezze cui giunge raramente.
Lungo la cresta corre una trincea, ora abbandonata, onde mosse nei primi giorni l'azione. Appoggiandoci al parapetto della trincea come a un terrazzo di belvedere, lo sfondo delle cime austriache, dal Rauchkofel al Polenick e al Köderhöhe, irto di punte nitide e candide, ci abbaglia. Ma più vicini e più bassi Pal Piccolo e Pal Grande, fiancheggiando il Freikofel e facendo una stretta triade con esso, s'isolano, tristi, freddi, maligni: il Freikofel specialmente, tondo come un cranio, e calvo con radi capelli d'alberi magri e brulli che ne fanno apparire più tignosa la calvizie, e tutto d'un colore maligno di croste risecchite giù per i fianchi che dal cocuzzolo tondo scendono alla radice ripidi senza una piega senza una sosta.
L'ho riveduto dal basso, dopo avere ripiti faticosamente gli scaglioni d'una gola angusta in cui piove sempre, anche nei giorni più quieti, qualche granata errabonda fischiata giù dal Köderhöhe. E di giù la sua crosta appare ancora più cattiva e maligna, corsa, dalla base alla sommità del cocuzzolo pelato, da un canalone di ghiaia: quello su per il quale gli alpini condussero i sette assalti impossessandosi della cima.
Ora sulle cime dei tre monti e sulle creste delle forcole che li congiungono e li distinguono, sono le nostre trincee, e a cinquanta, a quaranta metri, di faccia, di sotto, di sbieco, a seconda dei bizzarri accidentamenti della roccia nel versante settentrionale, le trincee nemiche. I nostri e i loro sono a faccia a faccia. Si vedono, si parlano, si uccidono.
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Ho potuto visitare parecchie delle trincee che costituiscono tutto questo sistema — limitato a occidente dalla testata di Val Degano e a oriente da quella di Val But; — ed era appunto un giorno in cui s'era dovuto respingere uno dei frequenti attacchi che il nemico ritenta contro queste posizioni invidiatissime: il 14 settembre. I soldati hanno osservato che gli attacchi più aspri furono fatti il 14 di giugno, il 14 di luglio e il 14 di settembre: forse gli austriaci annettono a quel giorno il valore di una misteriosa cabala. Ma la cabala non ha mai valso per loro. Anche l'altro giorno, quando sono arrivato alle trincee, essi avevano già cominciato a cedere e a ritirarsi. In realtà non s'erano nemmeno arrischiati troppo fuori dai loro ripari. Al solito, avevano cominciato, all'alba, con un intenso cannoneggiamento di tutto il settore, subito accompagnato da fitte scariche di fucileria dalle trincee, che, come ho già detto, sono in qualche punto a non più di quaranta metri dalle nostre. E poco dopo da qualche trincea qualche linea di soldati era uscita accennando ad avanzare: movimento più accentuato ove la trincea loro non era parallela alla nostra ed essi potevano quindi sperare nell'effetto di un fuoco d'infilata. Ma dopo pochi metri erano stati falciati, nè altri si arrischiarono dietro i primi. Continuò il fuoco da tutte e due le parti: fuoco di cannone e di fucile, perchè le artiglierie del Pölenich e del Köderhöhe proteggevano in avanti la loro azione, così come le nostre più alte proteggevano la difesa. Perciò le granate austriache che cercavano le nostre trincee s'incrociavano con le nostre che battevano sulle trincee nemiche; una specie d'infernale padiglione di sibili e di scoppi s'intesseva e s'incurvava sopra le opposte gragnuole della fucileria. Fortunatamente le nostre trincee sono in angoli morti rispetto ai loro tiri d'artiglieria e non temono l'arrivo diretto delle granate; d'altro canto sono così saldamente scavate nella roccia e così ben protette, sopra e dinanzi, dalle murature e dagli strati spessi dei sacchi, che lo scoppio dei proiettili anche a poca distanza ben raramente le offende. Ognuno degli attacchi che dobbiamo respingere rappresenta per noi una percentuale di perdite assolutamente irrisoria di fronte al logorìo continuo di forze del nemico.
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Irrisoria.... La parola pare crudele a chi ha visto un morto. Vedere l'uomo, che poco prima stringeva un fucile e gridava una parola di vita impetuosa e sorrideva una sfida alla morte, fatto pochi minuti dopo inerte e solenne, recinto attorno dalla pietà commossa dei compagni — vi richiama d'un tratto, in mezzo a tanto tumulto di esasperata vita collettiva, a quel senso dell'individuo che l'aspetto della guerra aveva assolutamente abolito dalla vostra visione.
Ma il primo cadavere che ho veduto era austriaco.
Fu appunto da una di queste trincee. Spingendo lo sguardo di là da una feritoia, un momento in cui l'azione illanguidiva, nel breve tratto che mi separava dalla muta trincea nemica, scorsi, gettata bocconi in un anfratto della roccia, una forma semiumana, schiacciata contro il suolo come da un'antica intemperia che vi fosse passata sopra senza possibile rifugio. Potevano alle prime parere nulla più che vesti, dalle quali il vento, la pioggia e la polvere avevano tolto ogni definibile colore; ma un ondeggiare sotto di quelle mi vi faceva sentire entro la presenza delle membra, mentre pure avevo l'impressione che andando a raccogliere quella cosa essa mi si sarebbe sfasciata tra le braccia. Poi mi accorsi che un piede usciva di sotto, una mano di fianco, un piede e una mano fatti vicinissimi dalla deformazione del cadavere e dallo scorcio violento in cui la forma del suolo me lo presentava. E d'improvviso mi s'integrò nella mente tutto il corpo morto come doveva essere ridotto sotto i cenci scoloriti: appiattito, slogato, lacunoso: raccapricciante in quel tragico abbandono.
Anche invitati dai nostri a ritirare i loro cadaveri con la promessa d'una sosta nelle offese, non sempre gli austriaci si fidano, e rifiutano: — Se non tirate voi tiriamo noi — rispondono. E lo fanno davvero. C'erano tre cadaveri austriaci in quello stesso punto. Alcuni nostri soldati, non riuscendo a credere alla cinica affermazione austriaca, uscirono e corsero per adempiere essi all'ufficio pietoso. Ma gli austriaci mantennero la promessa e spararono. Tuttavia anche feriti i nostri riuscirono a raggiungere e raccogliere due di quei cadaveri e a portarli tra i nostri. Gli austriaci raddoppiarono il tiro tanto che un ufficiale dovette ordinare ai nostri di non uscire più e di abbandonare il terzo.
Ora quei due sono sepolti in un piccolo cimitero a valle della posizione. Nel luogo più riparato e sicuro i soldati italiani non hanno disposto una trincea, un ridotto, un appostamento, una sede di comando: ma il cimitero, in cui all'occorrenza dànno ospitalità anche ai nemici rifatti fratelli dalla morte. Rocce altissime lo proteggono, alberi radi lo adornano, file di crocette bianche con un nome e una data lo costellano, dandogli aspetto di placida aiola: aiola di gloria e di pietà. Vengono ivi ogni giorno, anche per un sol minuto, a salutare i morti; cercano di fare attecchire qualche fiore, sradicato dai dirupi, nella terra arida. I fiori attecchiscono e il vento dell'alpe li nutre, sotto il sibilare delle granate. I soldati, a capo scoperto e volti chini, guardano con affetto le tombe. E tacciono, finalmente. È la sola isola di silenzio e di meditazione in mezzo all'ondata impetuosa e fragorosa del loro ardore impaziente.