La città senza bandiere
Udine, 20 settembre.
Udine è oggi — estate autunno del quindici — la città più interessante d'Italia. Tutta l'Italia è intenta soprattutto qua. È la città più importante della nazione. Poi viene, forse, Roma, caput mundi. Ma prima Udine. Non il capo; è il pugno d'Italia, che tiene stretto il ferro con la punta oltre l'Isonzo e lo spinge sempre più in là. O, se preferite, che stringe le briglie della nostra corsa verso la vittoria. O quale altra immagine vi piaccia meglio; ma oggi non è tempo da immagini. E non è città da immagini questa. Piena di fatti, positiva, ferma, tenace, pronta.
Era una città del silenzio. Oggi è piena d'una vita nuova, tutta azione fragore rapidità. Ma l'anima ne è calma e silenziosa ancor oggi come prima.
È stata sicura sempre della guerra senza sentire la necessità di gridarlo troppo alto. È sicura oggi della vittoria e non una bandiera sventola dalle finestre de' suoi palazzi vecchi e de' suoi villini recenti. Vede passare a uragani i soldati verso il fronte così vicino, vede tornare i feriti, sa ogni giorno ogni cosa, tutti i particolari minimi di quello che è avvenuto là, a pochi chilometri; conosce gli eroismi innumerevoli, le difficoltà sanguinose, le fatiche, gli ardori di quelle torme — tra le quali son tanti de' suoi figli. E non un grido d'incitamento o di spavento, di dolore o d'ardore, si leva dal colle d'Attila verso il denso cielo friulano, verso le muraglie nere della Carnia che le troncano l'orizzonte lontano, verso le alture accavallate di là dalle quali sente tremare e sperare Gorizia.
Racconta un padre:
— Mio figlio è stato ferito ieri in un braccio, d'una palla di fucile. Due giorni prima un'altra palla gli aveva portata via di netto la visiera del berretto. Si vede che la sua ora non è ancora venuta. Tra quindici o venti giorni sarà guarito e potrà tornare al fronte. —
Racconta un altro padre:
— Dicono che mio figlio, essendo stato tra i primi a saltare in una trincea nemica, sia stato ucciso. Non ho ancora messo il lutto perchè non ho l'annuncio ufficiale della sua morte. —
E sono padri affettuosissimi. E so certo che in fondo al loro cuore è la tempesta. Ma ciò che è inevitabile, naturale, superiore s'impone subito al loro pudore, ai loro affetti, alla loro umanità di individui.
Il friulano è fatto così.
Ho visto nella campagna, a San Giovanni di Manzano ov'ero stato in primavera, contadini insolfar le viti mentre si sentiva rombare il cannone: “No, no, non è il tuono” dicevano rassicurandosi.
Quando scoppiò la guerra non ci fu esodo. Solo poche donne s'allontanarono, e ora sono tornate. E si noti che prima della guerra era opinione diffusa che non avremmo avanzato subito oltre l'Iudrio, ma che ci saremmo ritirati sul Tagliamento.
Il friulano è fatto veramente così: ma c'è anche un po' di curiosa e simpatica civetteria collettiva della città, che sente tutti gli occhi e i pensieri d'Italia fissi su lei, sa di essere “la città del giorno”, e non vuol mostrare di maravigliarsene troppo. C'è la gran guerra? “Se capisse”. Il pugno della guerra è proprio Udine? Ma è naturale: “po no ueglial?” — come dicono nel loro musicalissimo idioma. A Milano se qualcuno viene a raccontare il minimo episodio nuovo, o anche a riraccontare il vecchio, tutti gli si stringono attorno, sbarrano gli occhi, commentano, gridano “Viva l'Italia!”. Qui non mostrano nemmeno d'interessarcisi troppo. Tengon dentro; sorridono d'un mezzo sorriso tenero, pieno di sfumature. E non gridano.
E per tutta la città non sventola un solo tricolore.
Se gridassero, non si sentirebbe. C'è una voce che s'impone su tutte, con un frastuono continuo, che al primo scendere nella città vi sgomenta; ma dopo mezz'ora la sentite anche voi come se fosse la voce naturale del luogo: sbuffi enormi e palpiti di motori, fischi di sirene, tremuoto incessante dell'acciottolato e del lastrico sotto le automobili, le motociclette, gli autocarri, i camions, i trasporti di ogni genere, dai più veloci, che v'abbagliano e sfumano, ai più pesanti, che stritolano senza riposo il suolo della città senza bandiere.
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Anche la chiesa s'è fatta per l'occorrenza una vita militare.
Tutte le domeniche c'è una messa speciale per i soldati, con predica eroica, di padre Semeria e di padre Gemelli, cappellani militari, alternatamente. La prima fu in giugno, nella chiesa di Sant'Antonio, annessa all'Arcivescovado. C'ero. Gremita di soldati: non più di due o tre borghesi, scivolati dentro contro l'ordine; non più di due o tre donne, ammesse per cavalleria: negli stalli del coro sedevano generali e altissimi ufficiali del Comando. Una messa — tra le pareti nude, in quel grigiore di uniformi avvivato appena dai varî colori dei colletti, illuminato appena dall'argenteo delle cento e cento stellette dei gradi — una messa breve, rapida, militaresca. E dopo la messa l'organo e i cantori intonarono l'inno di Mameli, e i soldati affollandosi all'uscita s'univano al coro. I muri stessi, e il monumento dei patriarchi Francesco ed Ermolao Barbaro, parevano maravigliati e commossi di quella novità miracolosa. — Da allora in poi fu sempre nel Duomo.
Anche fuori delle mura cittadine la vita della guerra vicina ci accompagna. Percorrendo i viali di circonvallazione intorno alla città si ha in qualche punto l'illusione che le sia stato messo l'assedio. Lunghissimi tratti dei viali sono orlati da una linea di tende da campo, ed è un vero accampamento, co' suoi bivacchi. In un largo prato i padiglioni candidi d'un ospedale da campo; in un altro un parco d'automobili; in un terzo d'areoplani; poi ancora le antenne i fili e le tende d'un impianto radiotelegrafico. Il colore caldo della paglia domina, penetra, tremola, un po' dappertutto. Più interminabili ancora delle file di tende, file di muli e muli, lungo le ville chiare; muli magnifici, da pianura e da montagna. E cavalli. È il frutto d'una requisizione immensa. I cavalli militari si distinguono a colpo d'occhio dai cavalli, diciamo così, borghesi. Quelli hanno pose più eroiche, scalpiti più impazienti. Questi sono dei buoni territoriali tranquilli, nitriscono meno alto, hanno nell'insieme qualche cosa di più sommesso e raccolto.
Come li capisco! Come si sente sperduto, solo, meschino, inutile, ingombrante, intimidito, il “borghese”, l'uomo in cravatta e paglietta, o magari anche in abito sportivo, qui in mezzo! Anche tra i carriaggi militari d'ogni genere vedo circolare modestamente per la città veicoli borghesi d'ogni forma e provenienza: carrettini siciliani, barrocci toscani, automobili d'albergo, d'alberghi d'ogni parte d'Italia. La circonvallazione è interrotta da nove porte, taluna delle quali ancora fiancheggiata da una torre bassa e quadrata. Molte sentinelle guardano ogni porta. Qualcuna guarda anche le lavandaie chine a sciacquar panni nella roggia: pare una cartolina illustrata. Unica nota malinconica di questo paesaggio, le fabbriche chiuse e silenziose: le necessità militari della regione non permettono che giunga qui in sufficiente quantità la materia prima. Ma nemmeno per questo il friulano mostra di commuoversi troppo.
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No, non si ha l'impressione della miseria, neppure se cerchiamo di addentrarci nella vita cittadina penetrando l'immensa sovrapposizione militare. Come tutte le persone silenziose la città senza bandiere è provvida. Meriterebbe più parole che non ne possa avere quest'articolo l'organizzazione della preparazione civile, solertissima e fortunata nel raccogliere e distribuire fondi per i disoccupati e per le famiglie dei richiamati, nel curare gli interessi di queste, nel custodirne i bambini, nel distribuire libri e biancheria e notizie. Il contraccolpo della guerra sarà sentito il meno possibile dalla parte più povera di Udine.
Ma in questo momento c'interessano, nella città alle porte della nuova Italia, soprattutto le organizzazioni che hanno più diretta attinenza con l'azione militare. Quella degli ospedali anzitutto. Udine è, oltre il resto, come un grande ospedale di tappa.
Non dobbiamo immaginarci che ciò diffonda su essa un senso di pena, che essa ne sia divenuta come un luogo di dolore, donde la guerra si vede da vicino in quello che ha di più orribile e di più compassionevole.
Non è vero affatto. Per accorgersi che questa è una delle più vicine e maggiori tappe di feriti, bisogna pensarvi, e cercarli: tanto ne è saggia la distribuzione. E di feriti ce ne sono, e assai più si potrebbe ospitarvene: circa duemila e cinquecento almeno. L'ospedale militare centrale, il collegio Toppo Wassermann, l'ospedale civile con succursale nelle scuole di via Dante, il seminario arcivescovile, l'ex caserma Duodo: ecco, oltre i parecchi e modernissimi ospedali da campo, tutti luoghi destinati ai feriti e ai malati. Modello di tutti è riuscito il Toppo Wassermann. Era un collegio, fondato con un lascito privato di un milione da un irredento: ora — pur continuando a ospitare durante l'estate in due camerate una ventina di ragazzi che essendo di famiglie triestine non furon potuti rimandare a casa — ha ceduto gratuitamente tutti gli altri locali e l'intero personale di servizio all'autorità militare. Tutta l'organizzione e il personale del collegio, dal rettore al cuoco, sono rimasti, e sempre gratuitamente, a servizio della nuova funzione. Soltanto i medici sono militari; il servizio e la direzione fu assunto dalle dame della Croce Rossa, che qui funzionano egregiamente. Ho potuto vederne tutte le sale: quelle dei feriti gravi, dei leggieri, degli ammalati, degli infettivi, dei feriti prigionieri, delle operazioni. Non ho avuto, fin dal primo entrare, l'impressione stringente che fa l'entrare in uno dei nostri soliti ospedali civili. Non so se fosse la gran luce, l'aria circolante, la chiarezza delle pareti, la candidezza delle dame bianche con la croce vermiglia, o la serenità e spesso la giocondità dei volti dei feriti che vi erano ospitati, o il vedere vuoti almeno una metà dei letti disponibili e pronti. In mezzo a una sala c'era una grande tavola bianca, piena di fiori, di cristalli, di bibite multicolori, di dolci. In fondo un altare infiorato e bianco, per la messa; è mobile, lo trasportano un po' in tutte le stanze.
Nessuno degli ospiti pensa a parlarvi della sua ferita; se glie ne domandate, dopo poche parole vi accorgete che egli ha già cambiato discorso. Parlano più volentieri dei fatti d'arme cui hanno preso parte: della conquista del Kuk, dell'ardua salita di fuoco alla Podgora, delle giornate tremende di Plava, del Carso desolato e violento, delle bombette che gli austriaci lanciano dalle cime dei cerri quando una loro trincea sta per essere raggiunta dai nostri, che a poco a poco le raggiungono tutte. Quasi tutti hanno voluto tenere il vestito che avevano quando furono feriti, e vi mostrano lo strappo. I pochi feriti alla testa hanno il berretto sotto il guanciale: ve ne fanno esaminare con molta compiacenza gli squarci. Alcuni si tengono sotto le lenzuola una cartuccia austriaca, un pezzo di shrapnell, una pinza di cui il nemico si serviva per tendere i reticolati, altri ricordi. I più sono feriti ai piedi, alle gambe, alle mani. Un fiorentino di Borgo dei Greci, allegrissimo, aveva la testa e mezza faccia fasciata; aveva perduto un occhio. Poi m'accorsi che aveva fasciati anche un braccio e una mano. Mi spiega che siccome nello sparare si chiude un occhio, lui potrà benissimo tornare al fronte e sparare ancora. L'importante per lui era che guarisse presto la mano. Tutti hanno questo solo pensiero: tornare al fronte. C'è in ognuno come un senso di delusione che quella grande cosa cui si era preparato con tanto fervore, debba, per lui, essere finita così, dopo pochi giorni, in un momento, mentre c'è ancora tanto da fare per gli altri. E vogliono tornare. E molti torneranno. Guariscono rapidamente, non è avvenuto che nessuna ferita si aggravasse nei feriti portati dal campo. Non so se ci siano statistiche in proposito ma mi fa l'impressione che la percentuale dei feriti che riprenderanno il fucile sia enorme. Allegrissimo era anche un altro, che aveva una palla nella pancia. Quando non sono in posizioni pericolose, non le estraggono: così si cominciò a fare nella guerra russo-giapponese. Il mio ferito passeggiava nel cortile dell'ospedale, fumando. Diceva: — penso a quando gli austriaci non avranno più palle: e io che ce ne ho una delle loro qui dentro! — E si fregava le mani.
Uno aveva perduto un po' di materia cerebrale, e dell'altra, quasi un cucchiaio, avevan dovuto levargliene. Affermava che è un rimedio eccellente contro il mal di testa. Mai la vitalità magnifica della nostra razza mi è apparsa manifesta e rigogliosa come in quel luogo. Di tutta la razza, non di una regione sola, perchè questi sono montanari e pianigiani, toscani, meridionali, padani: un po' d'ogni luogo d'Italia.
La loro gaiezza si diffonde in tutto l'ambiente e soverchia di gran lunga l'angoscia di qualche grido che viene dalla sala operatoria e da quella dei feriti più gravi. C'è qualche cosa di sorridente dappertutto; parte dai letti, va alle infermiere e agli aiutanti, guadagna i visitatori che sono entrati timidi e spauriti. Nella sala dei feriti prigionieri ho visto un rumeno verdognolo, della Transilvania, che non sapeva parlare che la sua lingua. S'accingeva a mangiare. Ferito a una mano (la sinistra) non gli riusciva di spezzare con l'altra sola il pane e la carne. Allora una infermiera venne in suo aiuto e spezzò il pane. La cosa dovè parergli giocondissima, perchè si mise a ridere a squarciagola e ci volle un bel po' prima che potesse rimettersi tranquillamente a mangiare.
M'hanno detto che in generale non arriva all'ospedale nessuno completamente sprovvisto di danaro: le venticinque o le trenta lire almeno le hanno tutti. Uno, un decoratore toscano, aveva un libretto di deposito del Banco di Siena con mille lire.
A chi interessasse qualche altro dato sulla organizzazione ospitaliera di Udine, posso ricordare anche l'eccellente gabinetto radioscopico municipale diretto dal dottor Giuseppe Murero, che si presta gratuitamente per l'esame radioscopico dei feriti in guerra; e della privata casa di cura del dottor Cavarzerani, ospedale chirurgico, che ha fatto col Governo un contratto sul genere di quello dell'Ospedale Civile.
In quest'ultimo i feriti sono curati sino a guarigione completa: dagli altri son fatti procedere verso i maggiori centri ospitalieri appena sieno sicuramente trasportabili.
Non posso abbandonare questo argomento senz'aver ricordato una figura popolarissima qui in Udine: quella della signora Adele Luzzatto, che, settantenne, presta servizio al Toppo come dama della Croce Rossa, per otto, nove, dieci ore al giorno, con un'alacrità e serenità che sono di sprone e di ammirazione per tutte le altre: con quella stessa alacrità, con cui ha curato i feriti del sessantasei.
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Più dei feriti dànno una dolorosa impressione i profughi.
Merita un rapido sguardo l'organizzazione dell'ospitalità data ai profughi delle terre irredente. Il 21 di maggio, cioè tre giorni avanti lo scoppio delle ostilità, cominciarono ad affluire a grossi gruppi i regnicoli che prima erano stati trattenuti dall'Austria e poi ceduti; il comitato costituitosi allora sotto il nome di “Delegazione per l'assistenza dei profughi” li ha fatti rimpatriare.
Due giorni dopo il principio della guerra cominciarono ad arrivare anche cittadini austriaci dei paesi che a mano a mano si venivano occupando, e di quelli vicinissimi alla linea del fuoco: in tutto circa tremila. Di questi soltanto il cinque per cento di uomini: inabili in ogni modo alle armi, e qualcuno di novanta, novantadue e fino novantasei anni. Ne ho visto uno ch'era stato ferito in Galizia combattendo contro i russi, e la guerra d'Italia lo aveva sorpreso mentre stava in cura, a casa sua. Venivano a gruppi di cento o duecento: il massimo degli affluiti in un giorno fu di mille cinquecento.
Il comitato di Udine ha disposto per alloggiarli varî locali: il Ricreatorio del Carmine, il Patronato Femminile, la Palestra di Viale Venezia, la Sala Olympia nella frazione suburbana di Paderno (per i soli slavi questa). Appena arrivano hanno latte e pane. Poi il governo passa loro buoni per pranzo e cena quotidiani alle Cucine Economiche: ai bambini e ai vecchi si continua la distribuzione di pane e latte. A tutti è cambiata ogni due giorni la paglia, e hanno visite mediche continue. Uno speciale comitato di signore si occupa dei bambini ammalati. Tutti poi sono sorvegliati perchè non entrino in città e non si avvicinino troppo agli estranei, e questo per espresso ordine del Comando militare. I casi, tutt'altro che frequenti, di morbillo e d'altre malattie infettive, sono immediatamente isolati.
Si trattengono in Udine per due, tre, quattro giorni; poi sono mandati a Firenze, a Siena, a Lucca, a Novara, a Benevento. Ai più sprovvisti si dà anche, quando ripartono di qua, un po' di denaro; son fatti viaggiare in carrozzoni di prima o di seconda classe, con tutte le possibili comodità. Ma non tutti sono sprovvisti. Uno di loro possedeva mille corone. Alcuni si erano portati i loro animali e masserizie, specialmente sacconi: giunti qui hanno vendute le bestie, con l'assistenza del Comitato.
Questi che sono venuti a Udine erano dei paesi oltre l'Iudrio, fino a Gradisca: di Lucinico (e non tutti sanno la sorte toccata al loro paese), di Fratta, di Gradisca, di San Floriano, di Mossa, di Caprivi, di Cormons. Dai paesi al sud di Gradisca hanno fatto invece capo a Cervignano, donde furono mandati direttamente a Firenze.
Sono stato qualche ora tra i profughi ospitati al ricreatorio del Carmine. È una vasta sala con un teatrino, molto chiara e arieggiata. Tutt'intorno i letti, così nella sala come nel teatrino. Quanti bambini! Nulla di quanto può vedersi in questi luoghi e in questi giorni, non le donne abbandonate non i feriti non i profughi non i disoccupati, dà il senso di pena che danno questi bambini, soccorsi nutriti curati, ma spauriti, con grandi occhi spalancati che vedono e non intendono. La cosa più penosa della guerra è vederla riflessa nei bambini e a stento riusciamo a consolarci pensando che la combattiamo per loro, per l'altra generazione. Tutto quello che di più grande e di più nobile si fa nella vita dell'uomo, si fa per l'altra generazione: quella a cui dobbiamo — e non possiamo mai compensarla abbastanza del beneficio — il senso sicuro della nostra continuità, unico rimedio contro la disperazione della vita che passa e della morte che ci aspetta.
Donne e bambini salgono e scendono per la scaletta che dalla sala conduce al palcoscenico. Dall'uno e dall'altro lato della bocca di scena due vecchi avvisi ammoniscono:
“È assolutamente vietato l'ingresso a chi non appartiene alla scena”.
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Come scende la sera, l'impressione di tumulto si frange in cento sensazioni minori, la vita unica che pervadeva la città pare interrompersi nelle plaghe d'ombra, ombra in cui è proibito accendere lumi. Allora nasce intorno a voi il frammento e l'episodio.
Ecco un gruppo di boy scouts con la camicia verde e l'ampia falda: si son resi utilissimi facendo da fattorini e da guide infaticabilmente da mattina a sera, vediamo già in loro la bella Italia di tra dieci anni. Scompaiono, al passo, in una via stretta già tutta guadagnata dalla tenebra. Piazza delle Erbe è ancora tutta odorante di spigo. In piazza del Duomo un tumulto maggiore: l'assalto quotidiano dei soldati alle rivendite dei giornali.
È un'ora che pare di riposo: vi si possono cogliere piccole impressioni di gaiezza, meglio che nelle altre ore del giorno. Fermiamoci, per esempio, vicino a qualche buca per le lettere. Le buche sono tutte a due a due: nell'una è vietata la impostazione ai borghesi, nell'altra ai militari. Il divieto è scritto a lettere di manifesto sulle buche, ma a buon conto ognuna è guardata da un carabiniere. Si avvicina un soldatino con una lettera da impostare, fa per metterla nella buca a lui vietata. Il carabiniere lo ferma: — Qui non possono impostare che i borghesi. — Allora il soldatino si guarda attorno, vede un borghese, e porgendogli la lettera lo prega candidamente:
— Mi farebbe il piacere di imbucarla? —
Il borghese eseguisce, il soldatino (certamente è un volontario!) è tutto felice, il carabiniere sorride. E io penso con soddisfazione che un italiano non sarà mai un tedesco.
Ma sono episodi minimi, piccole monellerie di un popolo geniale. Mi fanno accorgere di una cosa importante: che questa vita piena di limitazioni, senza telegrafi, senza telefoni, senza libertà di circolazione, ricca di censure, sotto la scrupolosa sorveglianza delle autorità, non per questo dà al privato un senso di peso, di legame, di dispotismo. Troppo è comune e concorde l'ideale da raggiungere, perchè il senso della libertà individuale sopravviva.
E nell'aria continua la pioggia di viole del vespero. Faccio un saluto malinconico alla statua della pace di Campoformio — un dono di Napoleone — e salgo su per la collina che i soldati d'Attila, dice la leggenda ancor viva nelle campagne, costruirono portando ciascuno pieno di terra il proprio elmo, e dond'egli, il vecchio buon tedesco, contemplò l'incendio di Aquileia. Sfuma il vasto orizzonte delle montagne carniche piene di punte e di movimento, delle Giulie, rigide monumentali muraglie. Sopra il nostro capo vigilano dall'alto le vedette anti-aeree.
Andiamo a cena. Troveremo una trattoria cordiale, del tipo della trattoria di campagna, ove si può stare all'aperto in una terrazza che guarda la Roggia. V'incontreremo brigate di volontari, quasi tutti irredenti, istriani e dalmati (quanti dalmati incontriamo tra le file dei volontari!), allegri come collegiali, ardenti dell'ora grande che li aspetta domani e cui hanno voluto concorrere, vincendo già prima una lunga battaglia d'audacia e d'astuzia per isfuggire alla rete terribile che voleva trattenerli.
Una fanciulla con gli occhi color grigio-verde m'insegna una villotta friulana:
Se saviesis, fantacinis,
ce che so penis d'amor!
E' si mur, si va sotiare,
e ancimò si sint dolor....
Soltanto domani il rombo del cannone, che qualche volta nelle albe silenziose giunge chiarissimo da oriente, ci ricorderà che poco lontano continua la bellissima guerra nostra.