6. Il vampirismo.
Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici.
Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato:
— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.
Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno ripetere:
— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.
— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?
— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.
— Arrivi tardi: li ho già venduti.
— Ah!...
— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi?
— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?
— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso.
— Hai ragione.
Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: al Phillostoma spectrum dei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo, come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano, che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male. Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito: appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto eroico, e poi sarebbe morto, con me.
Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo trasformossi in vampiro.
Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua e là a spegnersi e riaccendersi, ch'è il segnale postbellico della chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la saracinesca abbassata a mezzo.
Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo, c'introduciamo in certe vie oscure.
Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo.
Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era l'anziana; e ora parlava, e disse:
— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura. Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....
Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse:
— Avanti pure!
Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite. Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in linea con essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo il corteo.
Tanto per dir qualche cosa io domandai:
— Loro stanno a Porta Romana?
— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.
— E queste signorine sono le sue figlie?
— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio, come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui) mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana, stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola, ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli che volevano la guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati.
Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo scivolare lungo i muri un pallido lèmure.
Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese:
— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.
— Come?!
— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento. O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende, col suo interesse.
Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò:
— Pensaci: ecco un affare.
Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone annunziò:
— Intanto queste due qui per questa notte penso io a dargli da dormire. Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette.
— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va?
Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di rispondere:
— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un appuntamento importante.
— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.