6. Un ginnosofista.
Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile implorarmi:
— Signore, avrebbe un fiammifero?
Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque, e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.
Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera esitazione aggiunse:
— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?
Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con voce risoluta incalzò:
— E avrebbe anche cinque lire?
Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e sùbito cercò di tranquillarmi:
— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?
Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:
— Io sono un mendicante.
Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca generosa indugiavo, l'ignoto ripetè:
— Faccio il mendicante.
Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:
— Da quanto tempo?
— Da poche ore — rispose.
— Io l'avevo preso per un ginnosofista.
— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale, e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere. La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto, come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello, l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni lubrificante.
Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con effusione e disse ancora:
— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore, volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella mia critica condizione!...
— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi.
— Non intendo bene.
— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata, presso la signora Irene.
— Mi vuol dire l'indirizzo?
Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta. Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.
— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa piazza?
— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora.
Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:
— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico della placida Irene!
Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:
— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome.
Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre e fastoso albergo della città.
— Buona notte.