II.

Tre anni dopo, un giorno, a tavola, don Cosimo Demartino chiese a sua figlia Cristina:

— Cristinella, lo conosci Giovannino Sticco?

— Il figliuolo di donna Marianna?

— Sì.

— L'avrò visto tre o quattro volte, quando veniva qui, che vi era ancora Ferdinando.

— Che te ne pare, Cristinella?

— Non saprei, papà.

— È un buon giovane.

Il discorso cadde, essi continuarono a pranzare silenziosamente. Erano soli, soli, ora, ridotti a due: povera zia Rosina era morta della sua asma e Carluccio seguiva il terzo corso al collegio militare della Nunziatella. La zia aveva lasciato diecimila lire a Cristinella, e Carluccio aveva avuto ogni anno la cifra reale, come premio. Soltanto don Cosimo invecchiava giorno per giorno, logoro di fatica. Non parlarono più di Giovannino Sticco; ma sulle ventiquattro, appena Cristina aveva intonato il rosario a cui le donne di casa rispondevano, quasi cantando, il padre sopraggiunse, sedette sopra un seggiolone e tratta innanzi a sè una sedia, posò il capo bianco sopra la spalliera. Pregava anche lui quella sera, e Cristina, dopo essersi fermata un momento, meravigliata, ricominciò l'avemmaria. Quando il rosario fu finito, le serve scomparvero a una a una, e padre e figlia rimasero soli, nella penombra. Ella stringeva ancora fra le mani, sotto il grembiule, la coroncina.

— Quel Giovannino Sticco ti vuole sposare, Cristinella.

— Lo ha detto a voi, papà?

— Sì.

— E che gli avete risposto?

— Gli ho risposto di sì, Cristinella.

Vi fu un silenzio.

— Giovannino Sticco è un buon giovane — soggiunse il padre — è di buona salute, il suo negozio di generi coloniali è prospero, non ha che sua madre, avrà in tutto trentamila ducati di proprietà, potreste avere la carrozza.

Ella non disse nulla. Ascoltava, pensava, con le mani in grembo.

— Se si mette nel commercio degli spiriti, può fare guadagni grossi; è molto attivo, pieno di buonsenso. Ha trent'anni. Quanti ne hai, ora, tu?

— Ventuno, compiti a maggio.

— Va bene, mi pare.

Niente diceva Cristinella.

— Potrebbe Giovannino Sticco comprare questa casa qui accanto, di Marangio; apriremmo una porta nel muro divisorio e così non resterei tanto solo, poichè tu devi andartene. Che dici tu?

— Dico che va bene, papà.

— Ho fatto bene a dire di sì a Giovannino Sticco?

— Hai fatto bene, papà.

Nell'ombra egli le posò un momento la mano sui capelli, quasi benedicendo: essa baciò quella mano. Non era stato nè un padre espansivo, nè un padre carezzevole, non aveva sprecato nè baci, nè quattrini, ma era stato un padre onesto e buono, che aveva lavorato dalla mattina alla sera per la sua casa. Non si dissero più nulla, e il matrimonio fu come cosa fatta.

Non aveva trovato molte parole per esprimergli quanto fosse contenta, Cristinella. Era quello che desiderava lei, un marito quieto, una casa piccola da dirigere, la continuazione della vita che aveva sino allora vissuta, senza tempeste di cuore, un amore mite, senza complicazioni di gelosie. La tranquillità del suo bel temperamento aveva bisogno di un ambiente pacifico come quello di casa sua. Ella odiava gli imbrogli, i pettegolezzi, gli esaltamenti per nulla, le agitazioni inutili, gli strilli, le scene, le lagrime. Il suo spirito era semplice, come la sua persona. Ella aveva bisogno di pranzare alle due, di cenare alle otto, di dormire sette ore, di andare a messa ogni domenica, a confessione ogni mese, in visita dalle amiche ogni quindici giorni: ella scriveva ogni settimana a Ferdinando, due volte la settimana a Carluccio. Aveva bisogno che tutto ciò continuasse, senza interruzione. Sapeva, sì, sapeva che il matrimonio non è sempre una allegra cosa, ma conosceva Giovannino Sticco, come le ragazze conoscono bene tutti i giovanotti da moglie. Quando egli venne la sera, a prendere il suo posto di fidanzato ufficiale, dalle sette alle nove, lo accolse con un sorriso famigliare, e subito parlarono di questa compra della casa Marangio.

— Papà, capite, è vecchiarello, non potrebbe star solo.

— È naturale — disse lui.

Il giorno seguente le donò un orologetto di oro, con la catena.

— Ho ordinato un medaglione, a Napoli, con la lettera C, sopra — disse Giovannino. — Gli orecchini vi piacciono?

— Non ne porto spesso.

— Fate bene: nemmeno a me piacciono molto.

Parlavano nella strombatura del balcone, ella lavorando sempre all'uncinetto, il padre che giuocava alla scopa con don Ciccio Cannavale, poichè il cancelliere era stato traslocato.

— Mammà vorrebbe venire domani, Cristina.

— Non è meglio domenica dopo la messa?

— È vero, avete ragione.

Egli la guardava di sfuggita, con una certa dolcezza: ma ella era senza imbarazzo. S'intendevano perfettamente.

— Vi piace l'uva nera, Cristina?

— Mi piace, ma quando è uva fragola.

— Anche a me: è singolare!

Poi, tacevano.

— La coperta all'uncinetto è finita? — chiedeva Giovannino.

— È finita; questo è il terzo guanciale.

— Come la foderate?

— Di seta azzurra: non mi avete consigliato così, l'altra sera?

— Grazie, Cristina. Resta inteso, dunque, che il salone da ricevere lo mobiliamo di giallo.

— Giallo, sì, Giovannino.

— Starà bene?

— Starà benissimo: non avete visto quello di Clemenza La Corte?

— Lo faremo più bello.

Alla domenica, dopo la messa, passeggiavano tutti insieme pel Corso Garibaldi, don Cosimo accanto alla madre di Giovannino Sticco, i due fidanzati innanzi, senza darsi il braccio, perchè non conviene. Cristina conservava la sua serenità; ma vedeva arrivare l'ora del matrimonio con un certo senso di emozione. Essa amava Giovannino, ora, con un'affezione calma e sicura: e sentiva di essere amata come voleva.

Un giorno, come usciva fuori la terrazza, per sciorinare certi corpetti del suo corredo, che le serve avevano lavato, udì, come in sogno, quel sibilo breve e dolce, dalla parte di casa Fiorillo. Era chiusa da due anni la casa Fiorillo, dopo che la madre di Peppino era morta, di tifo, a Napoli, una volta che era andata a vedere il figliuolo che non tornava più a Santa Maria. Ella trasalì, tremò, vedendo nel vano della finestra la faccia di Peppino Fiorillo. Si era lasciato crescere la barba, era più grasso, più scialbo, ma ella lo aveva riconosciuto subito. Scappò in camera sua, tutta la giornata non ebbe requie, sgridò le serve due o tre volte, senza ragione. Sarebbero ricominciati, ora, i tormenti, con questo stravagante che tornava così in mal punto? Come avrebbe fatto a liberarsene, di questo Peppino Fiorillo? Alla sera Giovannino Sticco la trovò inquieta e distratta.

— Che avete?

— Niente.

— Tu hai qualche cosa — mormorò Giovannino, dandole per la prima volta del tu.

— Ho mal di capo.

— Va a letto, ti farà bene.

— Vado, buonanotte — disse ella docilmente.

Non potette dormire. Aveva addosso una inquietudine come mai, una febbre che le ardeva il sangue. Mai aveva provato l'odio, ma ora lo provava, grande, fiero, per questo Peppino Fiorillo che riappariva come un fantasma, a guastarle la vita. Non lo aveva amato, non lo amava, con che ardire egli ritornava ad annoiarla? Già non ci aveva mai creduto e non ci credeva, all'amore di lui; tutte parole tutte chiacchiere, come si leggono dentro i libri e non sono vere. A che scopo ritornare, per affliggerla di nuovo? A che serviva torturarla? Invano cercò di recitare le orazioni per calmarsi. Non ci riusciva, il suo pensiero fisso la vinceva, le disordinava tutte le altre idee.

L'indomani Peppino le scrisse:

«Sono tornato per te, tu sola mi resti, perdonami questi anni di obblio, ti spiegherò tutto, ti amo più che mai».

Ella non rispose nulla. Ma la sera, quando Giovannino Sticco venne, stringendole la mano, sentì che bruciava.

— Hai la febbre, perchè non sei rimasta a letto?

— In casa vi era bisogno di me.

— Lo sai che è tornato Peppino Fiorillo? — chiese egli, senza dare nessuna importanza alla domanda.

— Lo so — e non battè palpebra.

— L'hai visto alla finestra?

— Sì.

— Si è molto mutato.

— Già.

Il giorno seguente, altro biglietto.

«Mi dicono che devi sposare quella bestia di Giovannino Sticco, il venditore di caramelle. Non è possibile. Rispondimi di no».

Rispondere, a quel pazzo? Che rispondere? Non aveva nulla da dirgli, come sempre, e temeva che qualunque risposta avrebbe peggiorato le cose. Forse si convincerà da sè, senza che io gli risponda — pensava, con la transazione abituale degli spiriti tranquilli, che rifuggono dalle grandi decisioni. Difatti, per tre o quattro giorni Peppino Fiorillo non scrisse più, non comparve alla finestra, i cristalli rimasero chiusi, ella non udì parlare di lui. Dunque si era convinto, non ci pensava più, aveva forse abbandonato la casa a Santa Maria per ritornarsene a Napoli. Sollevata da questo incubo, respirava, riprendeva la sua serenità, la sua attività. Si era nel gennaio: il matrimonio con Giovannino Sticco era fissato pel 20 aprile, giorno di Pasqua: bisognava affrettarsi pel corredo. Giusto mancavano ancora le sottane di mussolo dalla balza ricamata: ne avrebbe chiesto il modello a Clemenza La Corte che ne aveva delle bellissime. Mentre pensava questo, capitò Carmela con un biglietto di Peppino: Cristina, per solito così calma, impallidì di collera.

— Non lo voglio — disse con una voce tremante di emozione — riportalo a chi l'ha scritto, a quel pezzente vizioso, e se mi compari innanzi con un altro biglietto, ti faccio cacciar di casa, Carmela, te e la tua famiglia.

— Gli debbo dire quello che mi avete detto, signorina? — balbettò la servetta spaventata.

— Diglielo.

E le voltò le spalle, tutta vibrante ancora di sdegno, tutta commossa ancora dell'atto di volontà che aveva fatto. Per ritrovare la calma dovette passeggiare su e giù, in camera sua per un pezzetto, parlando fra sè, cercando di sfogarsi per riprendere equilibrio. Poi la cuciniera venne a cercarle la roba per il pranzo, perchè Cristina chiudeva tutto, sempre, e si metteva le chiavi in tasca. Entrò nella dispensa e con un cucchiaio di legno staccò un grosso pezzo di strutto bianco, da una vescica già sventrata: lo misurò con l'occhio, era una libbra. Tagliò da una forma di cacio di Sardegna una fetta da grattarsi per i maccheroni: da una scatola di latta, prese tre cucchiaiate di conserva secca di pomidoro.

— Che ha mandato papà, dalla piazza?

— Un chilo di alici e un chilo di carne, pel sugo dei maccheroni.

— Ci vorrà l'olio, per le alici.

Ma Cristina trasse prima da un grande armadio un cartoccio di maccheroni, prese la bilancia e pesò tutto il cartoccio. Era troppo, ne levò un fascetto, a occhio. Mentre si alzava in punta di piedi per prendere un fiasco di olio da uno scaffale alto, tutta la casa fu scossa da una detonazione, vicinissima.

— Madonna Assunta, aiutateci voi! — strillò la serva.

— Che sarà? — chiese Cristina, come perduta.

Poi tesero l'orecchio. Nelle scale pareva che qualcuno strillasse e piangesse forte, una donna, Carmela.

— Avranno ucciso qualcuno nel portone — strillò la serva.

Allora Cristina, dopo avere esitato un momento, attraversò la cucina, la stanza da pranzo, l'anticamera. Nella scala i gridi crescevano; erano due o tre voci che si lamentavano:

— Signorino bello... signorino bello...

Ella fece per aprire la porta sulla scala. Non potette. Peppino Fiorillo giaceva lungo disteso sul pianerottolo, ferito nel petto: una ferita da cui sgorgava il sangue. La rivoltella era accanto a lui: egli era bianco bianco nella faccia, con gli occhi aperti. Li rivolse su Cristina, quando ella apparve.

— Signorino bello... signorino bello... — piangevano e gridavano le femmine.

Ella traballò, si sorresse alla porta, poi stramazzò.