I.

Guido aveva quel giorno l'aspetto di un uomo felice: fronte serena, occhi e labbra ridenti, andatura svelta e spigliata. Ritornava da un banchetto politico—in questo caso la parola pranzo è troppo volgare—dove alle frutta aveva minutamente spiegato ai suoi elettori futuri il suo programma: gli applausi erano fioccati, la cucina del cuoco, lo champagne ed il programma del candidato avevano prodotto molta impressione: l'elezione era assicurata. La sera poi, Guido sarebbe andato ad un ballo, dove avrebbe incontrato la baronessa Stefania, una crudele che cercava da un mese un pretesto dignitoso per lasciarsi intenerire: forse durante un waltzer di Metra o in una visita poetica al buffet, il pretesto si sarebbe offerto da sè: la misericordia divina è così grande! Aggiustati quindi i suoi affari pubblici ed intimi, Guido rientrava per dormirsela un'oretta, come il grande Napoleone alla vigilia di non so quale battaglia.

Ma Giuseppe, un servitore vecchio e fedele, come se ne trovano ancora pochi, Giuseppe rimaneva in posizione rispettosa davanti al padrone; sul suo volto si leggeva il desiderio di dire qualche cosa.

—Ebbene?—chiese Guido, che se ne era accorto.

—Chieggo scusa al signor padrone…. volevo dire….

—Purchè tu lo dica presto.

—Il signor padrone ricorda che giorno è questo?

—No, Giuseppe, no.

—Oggi è il suo compleanno….

—Ah!—fece soltanto Guido, la cui fronte si rannuvolò.

—Altre volte…. ai tempi di qualcun altro…. in questo giorno eran fiori dappertutto….

—….Erano, non ci sono più!—osservò Guido con una leggiera mestizia.

—Ci sono, ci sono—disse il vecchio servo smascherando un grosso mazzo di fiori che troneggiava sopra una mensola.

—E chi?…—domandò Guido, ma guardando il volto umile e sorridente del servo, comprese subito.—Tu, Giuseppe?

—Il padrone…. scuserà….

—No, non vi è bisogno di scusa. Ti ringrazio: mi hai fatto piacere con quei fiori.

E il candidato al collegio di Roccacannuccia ed al cuore della baronessa Stefania, si commosse, pensando che nel suo compleanno, al solo servo era venuta la gentile idea di un dono di fiori. Ma fa una lieve emozione, perchè anzitutto Guido era un uomo di spirito. Ora chi appartiene a questa onorevole e ristretta classe di persone, ha il diritto di commuoversi ogni tanto, ma a patto che lo faccia brevemente, senza dimostrarlo all'esterno, e che dopo sia pronto a sorriderne.

—Io vado a dormire un poco—riprese Guido;—mi sveglierai alle sette e mezzo.

—Sarebbe meglio che il signore non dormisse.

—E perchè, savio Giuseppe?

—Perchè stamane, mentre in casa vi era soltanto Girolamo, è venuta una signora. Quando ha inteso che il padrone era uscito, essa ha detto: «Benissimo, appena sarà di ritorno, ditegli che verrò nuovamente questa sera alle sei, che mi attenda ad ogni costo, perchè debbo parlargli di un affare urgente». Ed è andata via.

—Bravo! ed il nome?

—Non ha voluto lasciarlo.

—Uhm! roba misteriosa, qualche rondinella pellegrina. Girolamo ti ha detto almeno…. di che si trattava?

—Sì: giovane, alta, bruna, vestita con molta eleganza.

—Di bene in meglio. La mia curiosità è stuzzicata. E tu credi,
Giuseppe, che per questa incognita io non debba dormire?

—Sono le sei. Se essa è puntuale, il padrone non avrà neppure il tempo di stendersi sulla poltrona.

—E va bene, facciamo questo sacrificio alla Dea ignota. Giuseppe, dammi i giornali, attenderò leggendo. Una bruna ed alta! giusto, Stefania ha i capelli biondo-ardenti; sarà un diversivo.

Qui la lettrice alzerà gli occhi dalla pagina e penserà che Guido minaccia di essere un Don Giovanni; niente affatto. Non nego che ai suoi venti anni Guido era tanto ricco di cuore da adorarne anche tre alla volta; ma poi era venuta la sua grande passione in cui ce lo aveva rimesso tutto il cuore, poi per una sciagurata combinazione la felicità era crollata come un castello di carta e la grande passione soffocata e seppellita nel passato. Dopo due anni impiegati a farla morire, Guido aveva ripreso la sua vita da giovanotto, un po' qua, un po' là: ma erano fuochi di paglia.

—Signore, signore—disse Giuseppe, rientrando tutto turbato.

—È venuta?

—È in salotto.

—La conosci tu?

—No, no…. non la conosco—rispose il servo balbettando.

Ma il padrone era già presso la porta del salotto, dove si fermò un momento per contemplare l'incognita. Costei stava ritta presso il tavolo sfogliando l'album delle fotografie; voltava le spalle alla porta, sicchè non si distingueva altro che una figura alta e graziosa, vestita di un ricco abito di seta nera, carico di merletti.

—Signora….—disse Guido, avanzandosi.

Quella si rivolse subito: Guido provò come una scossa elettrica, e per celare la grande meraviglia che gli apparve sul volto, fece un profondo inchino.

—Non disturbo?—chiese ella, sedendosi con molta scioltezza, dopo aver risposto al saluto.

—Per nulla; sono a vostra disposizione.

—Peggio per voi se questo è un complimento; io sono disposta a profittarne.

—A mio rischio e pericolo dunque—replicò Guido sorridendo—compiacetevi di parlare.

La signora (in confidenza si chiamava Emma) carezzò un poco il pelo morbido del suo manicotto; pareva che, sicura delle sue idee, cercasse una forma efficace ad esprimerle. Guido si distraeva a guardarla; era proprio lei, sempre bella, sempre affascinante come il primo giorno che l'aveva vista; anzi adesso gli appariva completa, perfetta. Il profilo sempre puro era più deciso, più fermo; la carnagione bruno-pallida si era colorita di una leggiera tinta rosea; gli occhi che prima erano soltanto vivaci, avevano preso un'espressione profonda; quella donna aveva vissuto e sofferto.

—Avete mai recitato la commedia?—chiese lei infine.

—Si vive nel mondo, signora….

—E si recita da mane a sera. Benissimo, vedo d'aver fatta una domanda inutile. Dunque domani la reciterete ancora; ma vi avverto che avrete una parte seria e che il successo sarà difficile a conseguire.

—Tutto dipende dagli attori e dal pubblico.

—Avrete me a compagna.

—Conosco la vostra valentia.

—Nel fingere?

—Nel recitare. Sarà un proverbio?

—Sì, ma senza la moralità negli ultimi due versi. La moralità è nello scopo della rappresentazione: si tratta di un'opera pia.

—Viene da voi—disse Guido con una velatura d'ironia.

—Vale a dire?

—Che voi siete pietosa; e che io non capisco ancora.

—A momenti. E ditemi…. siete in corrispondenza con mio padre?

—Sempre; ma saranno ora due settimane che non mi scrive.

—Invece io ho ricevuto ieri una lettera. Mi scrive che sta bene e che domani arriverà a Milano col treno delle dieci e venti.

Questa volta Guido non credette dover celare la sua sorpresa.

—Domani?

—Proprio domani.

—Vostro padre che non si muove mai?

—Si trova di passaggio per andare a Napoli e fa una breve diversione per vedere….

—Sua figlia….

—E suo figlio, dice lui.

—Sicchè?

—Sicchè ci troviamo in un grazioso impiccio—disse Emma distendendo il piede sopra uno sgabellino di velluto.

—Lo chiamate grazioso?

—Non sono solita a pronunziar paroloni. Pure bisogna trovare un rimedio.

—Io non ne veggo.

—E siete un uomo politico, un uomo di spirito? A che vi giova aver imparato l'arte dei sottili sotterfugi, delle transazioni delicate, delle frasi leali e…. molto diplomatiche?

—Se continuate così, io troverò molto meno il rimedio.

—Bah! io l'ho trovato.

—Lo sapevo.

—Siete cortese anche nell'intenzione.

—Vorrei esserlo nei fatti per voi.

—Vedremo. Dunque vi diceva che un mezzo c'è. Eccolo qui: io, a niun costo, voglio fare sapere a mio padre la verità….

—La triste verità.

—Aggettivo inutile. Mio padre ne soffrirebbe molto ed io avrei un rimorso cocente della sua sofferenza: le colpe dei figli non debbono essere piante dai padri. Finora, per le mie cure e per le vostre, per la lontananza, per la nessuna conoscenza che egli ha di persone milanesi, gli è stato risparmiato questo dolore. Ma domani, tutto questo bell'edifizio di pietose menzogne cadrebbe, e sa Dio quali ne sarebbero le conseguenze. Occorre impedire ciò assolutamente; voi mi aiuterete in quest'opera. Che egli ci ritrovi domani insieme come ci ha lasciati; che non una parola, non un gesto gli riveli il vero stato delle cose: ecco quanto dobbiamo fare.

Tutto questo era stato detto con voce seria e grave, e seriamente
Guido lo aveva ascoltato. Pure non rispose subito: rifletteva.

Emma s'impazientì:

—È la commedia, come vedete—essa riprese.—Una commedia per beneficenza, non vi dovrà costare tanto.

—Per me sono pronto. Non temete che avvenga qualche equivoco?

—Quale?

—I servi….

—Darete licenza per domani al nuovo servo che ho trovato stamane. A
Giuseppe parlerò io.

—Benissimo: e se viene qualche amico importuno?

—Per domani non riceverete.

—Suppongo che andremo a prendere vostro padre alla stazione e che ve lo ricondurremo; la gente che ci vedrà uniti, che dirà?

—La gente non ci vedrà; andremo nel coupé e di corsa.

—Vostro padre resterà qui una giornata: per quanto sia buono ed ingenuo, credete che non si accorgerà di trovarsi nella casa di uno scapolo?

—Questa sera farò portare qui il mio tavolino da lavoro, i miei libri e la mia musica: sarà la messa in iscena.

—Pure….

—Vi è forse qualche cosa di cambiato nelle camere?

—Nulla vi è di cambiato—rispose Guido con voce grave—la vostra camera è intatta, quale la lasciaste.

—Fate del sentimento?

—V'ingannate, fo del rispetto.

—Grazie; avete altre obbiezioni?

—Nessuna più: resta a vedere se saremo capaci d'ingannare il bravo signor Giorgianni.

—Facendo gli sposini affettuosi? Ci ricorderemo i tempi antichi: le scioccherie del primo anno di matrimonio—disse con sarcasmo Emma.

—Io le aveva dimenticate—rispose prontamente il marito.

Si guardarono in viso, scambiando un'occhiata da duellanti che si riscontrano di prima forza.

—Ma forse io sono un'egoista, a pretendere di sequestrarvi per una giornata intiera. Domani non avete altri impegni?

—No, alcuno: avendone, li lascerei.

—Grazie, di nuovo; per questa sera, poi, siete assolutamente libero: io non ho bisogno di compagnia.

—Come, di compagnia?…

—Certo, io rimango qui stasera. Attendo le mie robe, come vi ho detto: ed intanto mi occuperò ad ordinarle, a disordinarle in modo che sembrino essere state sempre qui. Ma a voi non voglio dare maggiori fastidi; uscite, ritornate a quell'ora che vi piace: fino alle dieci di domani siete un cittadino indipendente.

—Infatti dovrei andare ad un ballo; pure, se volete, rimango.

—E perchè? dovremmo fare conversazione, e fra noi non ci è da dire niente più.

—O troppo; avete ragione. Sicchè chieggo permesso per andare a vestirmi.

Emma s'inchinò e Guido uscì, come un uomo scevro di cure e libero di spirito. Ma dentro era un po' scombuiato; infatti l'avventura era meravigliosa ed egli ci pensava, ci mulinava tanto che al ballo fu distratto in modo deplorevole. La baronessa Stefania gli gittò sguardi fulminei che egli ebbe l'impertinenza di non vedere: anzi, profittando di una quadriglia che teneva occupata tutta la sala, egli se ne andò senza salutare nessuno.

Ritornato a casa, si ritrovò in un ambiente trasformato, insolito, nuovo, era stata data aria al grande salone, chiuso da tanto tempo; nella camera da letto erano accesi i lumi, gli armadii erano spalancati, si sentiva un sottile odore di violetta. Nel salottino il pianoforte aperto e la musica squadernata sul leggìo, dei fiori freschi nei vasi, cangiato l'ordine dei mobili, ed Emma in veste da camera, che si adergeva sulla punta dei piedi per prendere una statuetta da un'étagère.

Era un sogno quello? Emma in casa che lo attendeva… cioè i tre anni di assenza cancellati, cancellato quel doloroso giorno della separazione… che follie!

—Buona sera—disse Guido e passò.

—Buona sera—rispose lei senza voltarsi.