III.

La mattina egli la passava presso di lei; seduto sulla sedia dove ella appoggiava i piedini, scherzando con i gomitoli di lana che le servivano per il ricamo, parlandole a voce sommessa, mentre la madre andava e veniva per le stanze. Non arrivavano mai visite, la camera era silenziosa, piena di luce e di sole; dei fiori erano messi qua e là in certi grandi vasi di cristallo tersi e puliti; Sofia si degnava di parlare con quella sua voce gravemente musicale, che aveva qualche cosa d'intimo e d'affettuoso: Sofia si degnava di sorridere con quel bel sorriso che correggeva la purezza statuaria dei lineamenti; Gaetano si sentiva penetrato da una grande pace, da una soddisfatta tranquillità. Egli godeva di mille piccole cose; le affusolate e bianche dita di Sofia, adorne di un anellino con turchesi che egli le aveva donato, volavano sul canevaccio come farfalle bianche; quando la lana finiva, nell'ago, essa la spezzava con un colpo netto delle graziose e lucide forbicine; quando un fiore si doveva incominciare, egli era chiamato a dare il suo parere sulle gradazioni e sulle mezze tinte; spesso la fanciulla lasciava andare in grembo il lavoro e si distraeva a discorrere con lui, lentamente, accentuando le parole solo con lo sguardo. Gli diceva che la sera avanti, sull'imbrunire, era uscita al balcone, e che aveva visto nella strada tanta gente; subito aveva pensato a lui, sagrificato in una camera buia, sopra un libro mastro, in compagnia delle cifre, e lo aveva compatito; gli diceva che se l'altra domenica fosse uscito un gaie sole, sarebbero andati tutti e tre a passeggiare nel bosco di Capodimonte; essa gli avrebbe indicati certi bellissimi viali, certi alberi vecchi vecchi e che avevano l'aria molto buona; gli diceva che aveva letto il tale libro, che le era piaciuto, specialmente un certo punto: prendesse il libro, era sul tavolo, lo aprisse a tale pagina, leggesse ad alta voce, ed egli obbediva sorridendo; leggeva con enfasi, comprendeva più col cuore che con la mente; ella lo ascoltava, socchiudendo un poco i bruni occhi. Poi rimanevano silenziosi, fissandosi a lungo col sorriso dello sguardo e finendo col sorriso innamorato delle labbra. Non discutevano mai; si trovavano sempre d'accordo; perchè Sofia era un po' esclusiva nelle sue opinioni, era inflessibile nelle sue idee; ma Gaetano, ammirandola ed amandola, s'inchinava a tutto quanto ella dicesse. Vi era in lei un sentimento così grande, così equo di probità, un disdegno così completo della facile morale del mondo, che il giovane si sentiva in sua compagnia diventare più forte, più fermo, più coraggioso. L'amava come fanciulla, come donna, come amica, come sorella; gli piaceva, l'ammirava, le voleva bene l'adorava; l'amava, l'amava, l'amava.

Ma appena uscito da quella porta, le sue ferite cominciavano a sanguinare. Egli era un mentitore, un traditore, un vigliacco che ingannava una giovinetta nobile e onesta; era indegno del suo amore, egli il buffone, egli il Pulcinella. Sinallora la sua mente era rimasta ottusa, egli aveva amato il suo mestiere, ne aveva compreso il solo lato buono, gli era parso di non essere da meno degli altri uomini che lavorano; ma le parole di Sofia gli avevano acuito l'ingegno, lacerato il velo che gli ottenebrava l'intelletto: suo padre gli aveva lasciato in eredità il ridicolo, quello che faceva ogni sera era un mestiere indegno. Quindi nutriva nel cuore un odio incurabile per quanto prima era stata la sua consolazione: il palcoscenico stretto, polveroso; le quinte nere, sporche, soffocanti, piene di ragnateli; l'ambiente di petrolio, di fumo rossiccio, di respiri graveolenti; i compagni volgari, chiassosi, sboccati; le donne dipinte, incipriate con la farina, cariche di oro falso, che parlavano il dialetto, gridavano, si urtavano, litigavano, alcune viziose, altre semplicemente miserabili; la sua livrea bianca, la maschera nera che lo deformava, il berrettone obbligatorio; quei caratteri di ghiottone, di pauroso, di egoista, d'imbroglione, che era costretto di rappresentare; quelle frasi a doppio senso, quei frizzi taglienti che addirittura portavano via il pezzo di carne, quell'amore esterno che doveva fingere—tutto, tutto gli sembrava ignobile. La sua vita della mattina lo ingentiliva e gli sviluppava tutte le facoltà morali; la vita di ogni sera lo avviliva, l'opprimeva, l'abbrutiva.

Con uno sforzo disperato aveva cercato liberarsene, aveva voluto gettare lungi da sè quel fardello tormentoso; ma gli mancava la capacità di un altro impiego, non sapeva nulla o un poco di tutto, che vale lo stesso: era un ignorante. Non lo avevano voluto neppure per copista; si chiedevano informazioni sul suo conto e quando si appurava che era il Pulcinella del S. Carlino, ognuno si stringeva nelle spalle con un sorriso: stava al teatro, vi rimanesse. Così soffrì due o tre rifiuti che gli facevano misurare quale e quanto fosse il ridicolo della sua posizione; e ritornava ogni sera alla sua catena addolorandosene, soffrendo, digrignando i denti quando il pubblico lo applaudiva; odiando sè stesso, il mondo—ed amando Sofia.

A lungo andare non ebbe più pace neppure nelle ore che trascorreva con lei, non giungeva più a dimenticare la sua personalità, il pensiero della sua condizione miserrima vinceva anche il balsamo della presenza di Sofia. Costei spesso gli chiedeva minute notizie della sua vita d'impiegato, se il lavoro non fosse troppo penoso, se i suoi banchieri lo trattassero con bontà, se andassero bene gli affari: ed egli ad ingarbugliarsi, a chiamare in soccorso le sue ristrette cognizioni per pescarvi qualche cosa di commerciale, ad infilzare bugie sopra bugie. Le rare volte che suonava il campanello, egli trasaliva, temendo che entrasse qualche persona da cui fosse conosciuto; qualche volta si alzava come se volesse fuggire; quando giungeva a Sofia una lettera in sua presenza, egli tremava che fosse qualche anonima denunzia: se la ritrovava malinconica, gli si gelava il sangue nelle vene, pensando: Ha saputo qualche cosa! Le aveva promesso di condurle sua madre, una buona popolana; ma con mille pretesti non aveva mantenuto la promessa. Nelle belle mattinate di estate, nei suoi rarissimi giorni di vacanza, Sofia lo incitava a uscire insieme con lei e con la madre; gli toccava scegliere le vie remote, guardarsi d'attorno, con sospetto d'incontrare qualche amico che lo chiamasse per nome.

Ma vi era di più: spesso nei più bei momenti di calma e di serenità, nei momenti in cui avrebbe voluto inginocchiarsi davanti a Sofia e adorarla come una Madonna, era assalito da un turbine di pensieri brutti. Sbuffi di cinismo gli salivano al cervello, ricordi di teatro gli intorbidavano la mente, egli si sentiva ridiventare volgare, plateale: chiedeva a sè stesso se quelle bugie, quelle finzioni, quelle delicatezze non fossero esagerazione, roba inutile con Sofia. I mariti sono scarsi e, pur di averne uno, le fanciulle chiuderebbero un occhio ed anche due sulla bellezza e sulla professione dello sposo: così aveva egli enunciato dal palcoscenico, ottenendo le approvazioni della platea; così gli accadeva di pensare presso la giovanetta. Con un volo della sua ammalata fantasia, s'immaginava già che Sofia gli avesse perdonata la sua menzogna, che fosse sua moglie, che venisse ad ascoltarlo recitare, che lo applaudisse… perchè no? Dirle tutto allora… ma Sofia gli alzava in viso gli occhi sereni e casti ed egli ricadeva nella realtà, più affannato, più crudelmente angosciato di prima.

Un giorno cadde ammalato di una febbre nervosa, sperò di morire. Invece dopo tre giorni era guarito ed il suo impresario gli venne a fare una visita per discorrere di cose importanti, secondo diceva lui. Era da tempo che il teatro faceva scarsi introiti, mancavano le novità ed il pubblico si ecclissava; nelle tre sere che Gaetano era stato assente, la sala era rimasta vuota: occorreva darsi da fare, lavorare, trovare qualche idea, arrischiare anche qualche spesa, battere la grancassa, pur di richiamare gente. L'impresario aveva un'idea, anzi due: si poteva tentare una parodia del Rigoletto, che sarebbe venuta fuori interessante e spiritosa dalla penna di Gaetano, si poteva riprendere una vecchia commedia di repertorio, non rappresentata da una trentina d'anni, dopo avervi praticate delle rifazioni. Che ne diceva il carissimo Gaetano, il sostegno del teatro S. Carlino?

Gaetano rispondeva di sì; avrebbe fatta la parodia, avrebbe praticate le rifazioni; egli era il sostegno del teatro S. Carlino, se ne accorgeva, se lo sentiva addosso pesante ed irremovibile. E si accinse al lavoro; scrisse a Sofia che una importante operazione finanziaria, una grossa liquidazione gli impediva di andar da lei per quattro o cinque giorni, che presto sarebbe ritornato, che l'adorava sempre. Dell'impastare alla meglio quella parodia del Rigoletto egli provò un amarissimo piacere ritrovandosi nella persona dello sventurato gobbo, cui unico conforto alla vita di buffone era l'amore della figlia: egli si compiaceva ferocemente contro sè stesso, mettendo in caricatura l'amore paterno del buffone e l'innocenza della figliuola, rilevando la gaia dissolutezza del Duca, di Maddalena. Egli, Gaetano, avrebbe fatto nella parodia la parte di Gilda, vestito da donna, cioè arrivando all'ultimo grado dell'avvilimento; giorno per giorno si configgeva nelle carni quelle spine, sorridendo, come gli antichi martiri, del suo sangue che se andava.

Già grandi cartelloni rossi e verdi, incollati per le mura della città, annunziavano al pubblico napoletano la nuovissima e brillante parodia del Rigoletto, scritta espressamente dal Pulcinella Gaetano Starace, in cui egli avrebbe preso parte insieme col buffo Barilotto, con don Felice Sciosciammocca, il Tartaglia, la caratterista ed altri dieci attori; già i giornali consacravano dieci linee della loro cronaca teatrale per raccomandare ai loro lettori la prima rappresentazione: sarebbe stato un successo clamoroso, una serata allegrissima, un brio da risuscitare i morti; anzi un cronista che masticava di francese, lo profetizzò addirittura un succés de fou rire; tutti poi prevedevano delle piene straordinarie.

Infatti la domenica della prima il teatro riboccava di gente e l'impresario gongolava di gioia: Gaetano, con una febbrile attività andava e veniva per badare al macchinismo. Uscì soltanto alla terza scena, fa salutato da un applauso fragoroso, come autore e come attore, ringraziò, pronunziò le prime parole: ma girando attorno lo sguardo fa assalito da un tremore mortale. Sofia era con sua madre nel fatale palco numero due di prima fila, vestita di azzurro, immobile, seria, attenta: anzi a quella voce aveva trasalito.

Allora Gaetano ebbe un disperato coraggio, il coraggio delle anime buone che si trovano nel più critico, nel più doloroso istante della vita; glielo ispirava il cieco terrore dì perder quella fanciulla che per lui era tutto. Ebbe il coraggio di andare avanti cambiando la voce con un falsetto sgarbato: pel resto era irriconoscibile. Esaltato da tanti mesi di lotta, dalla febbre patita, dalla presenza di Sofia, egli dispiegò quella sera tutta la sua versatilità per sedurre gli spettatori. Vestito da Gilda fa ridicolo sino alla caricatura, forzò la voce ed il gesto: imitò, esagerandole, tutte le grazie svenevoli delle attrici di terz'ordine; vestito da uomo prese tutti gli aspetti: ballò, cantò, suonò il violino, declamò, bastonò, fu bastonato, finse l'uomo ebbro, riempì il palcoscenico ed il teatro della sua voce, della sua presenza. Si ubbriacava di azione, guardava Sofia, la provocava, la sfidava, certissimo di non essere riconosciuto, inasprito dalla sua sventura, con una esaltazione nervosa spinta al massimo grado. La fine della rappresentazione si accostava, Gaetano vi anelava per liberarsi da quell'incubo, per liberarsi da quel soffocamento che gli montava dal cuore alla gola, per trionfare di quel pericolo…. Ecco: le ultime battute si compivano, le signore nei palchi si alzavano, Sofia era già in piedi….

Ma il pubblico, soddisfatto del suo amato Pulcinella lo applaudiva senza fine; fu mestieri fermarsi un minuto per ringraziare e poi giù la tela: un sospiro profondo di sollievo. Niente; gli applausi aumentano, bisogna rialzare il sipario, ringraziare di nuovo: Sofia si mette sulle spalle lo sciallo bianco, ma ha gli occhi fissi sul palcoscenico. Ad un tratto una voce dice una parola; due, tre, cinquanta la ripetono; è un grido solo:

—Maschera, maschera!

Egli era perduto. Il pubblico voleva vedere il suo viso, voleva vedere l'uomo che si nascondeva sotto la maschera di Pulcinella; Sofia lo guardava con la ciera fredda e disdegnosa della prima sera. Esitò….

—Maschera!—ruggì il pubblico sovrano.

Allora con un gesto disperato strappò la sua maschera e mostrò il viso disfatto di un morente: fissò lo sguardo sulla fanciulla; ma sul volto di lei lesse un dolore così fiero, un disprezzo così intenso che abbassò la testa, comprendendo la sua condanna.

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Qui finisce l'idilio di Pulcinella, perchè egli non osò più rivedere la fanciulla, nè essa cercò mai più di lui. Certo Gaetano Starace non era un eroe e non ne morì; neppure tentò suicidarsi; invece si consumò lentamente, recitando ogni sera, facendo prove ogni mattina, divertendo il popolo, scrivendo parodie, vivendo in quel teatro stretto, lurido, nero, con i comici volgari e le donne strillone, buono con tutti, ma sempre un po' distratto. Si consumò giorno per giorno, senza lagnarsi: ma dopo di lui nessun altro del suo cognome ha ereditato la maschera del Pulcinella; perchè egli è morto solo, senza famiglia, senza figli.