LIBRO OTTAVO
CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Avvegnachè antica questione sia stata tra’ savi, nondimeno la mente nostra s’è affaticata in ricercare gli esempi degli autori d’ogni tempo per avere più chiarezza, quale sia al mondo di maggiore operazione, o la potenza dell’armi nelle mani de’ potentissimi duchi e signori senza la virtù dell’eloquenza, o la nobile eloquenza diffusa per la bocca de’ principi con assai minore potenza; e parne trovare, avvegnachè il mio sia lieve e non fermo giudicio, che l’eloquenza abbi soperchiata la potenza, e fatte al mondo maggiori cose; e l’eloquenza di Nembrot, ammaestrato da Gioniton suo maestro, raunò d’oriente tutta la generazione umana in un campo a edificare la torre di Babel; la confusione della lingua mise la loro forza e la loro opera in distruzione. Serse volendo occupare la Grecia coprì il mare di navi, e il piano e le montagne d’innumerabili popoli; la leggiere forza di Leonida, con cinquecento compagni inanimati dall’ammaestramento dell’eloquenza di quello uomo, fece sì incredibile resistenza a quello sformato esercito, che a’ Greci diede speranza di vincerlo, e al re volontà con pochi de’ suoi di ritornare indietro. Alessandro di Macedonia con piccolo numero di cavalieri infiammati dall’informazione della compiacevole lingua di colui, vinse le infinite forze di Dario e’ suoi tesori. I nobili principi romani più per savio ammaestramento della disciplina militare, che per arme o per forza di loro cavalieri domarono l’universo. E cominciando a Tullio Ostilio re de’ Romani, condotto in campo per combattere co’ Toscani, vedendosi in su gli estremi abbandonato e tradito da’ compagni, e preda de’ nemici, tanta virtù ebbe la sua provveduta ed efficace eloquenza nel confortare i suoi con fitte suasioni, ch’e’ li fece vincitori. E che fece il nobile Scipione affricano? Non rimoss’egli con la virtù della sua lingua il malvagio consiglio de’ senatori, che per paura voleano ardere e abbandonare la città di Roma, e per questo vinse e soggiogò Affrica al romano imperio? Il magnifico Cesare con poca compagnia, a rispetto della moltitudine de’ suoi nemici, potendosi arbitrare in Francia, in Borgogna, in Sassonia e in Inghilterra molte volte preda de’ suoi avversari, per l’ammaestramento e conforto della sua voce tante volte vinse i nemici forti e potenti, che li ridusse sotto la sua libera signoria. Che si può dire di questo, quando con un pugno di piccolo fiotto di cavalieri, per lo suo conforto domò e sottomise tutte le nazioni del mondo in un campo a Tessaglia? Ma tornando alle minori cose, Zenone filosofo vecchio, posto in croce miserabilmente a gran tormento, usando la forza della sua magnifica eloquenza, fece abbattere la sfrenata e gran potenza del tiranno siracusano. Dunque chi commuove i popoli chi apparecchia le grandi schiere, se non la eloquenza risonante negli orecchi degli uditori? E però senza comparazione pare, che l’eloquenza ordinata al bene più giovi che l’armi, e indotta al male più nuoce che altra cosa. E perocchè il nostro trattato per debito ci apparecchia di fare comincia mento all’ottavo libro, uno lieve e piccolo esempio per lo fatto, ma assai strano e maraviglioso per lo modo, prima ci s’offera a raccontare.
CAP. II. Chi fu frate Iacopo del Bossolaro, e come procedette il suo nome, e le sue prediche in Pavia.
Era in questi tempi nato in Pavia un giovane figliuolo d’un picciolo artefice che facea i bossoli, il quale nella sua giovinezza entrò nella via della penitenza, e abbandonato il secolo, traeva vita solitaria in alcuno romitorio nel deserto. È vero, che per essere a ubbidienza prese l’abito de’ frati romitani, e chiamavasi frate Iacopo Bossolaro. E avendo costui gran fama di santità e di scienza, fu costretto dal suo ministro di ritornare in Pavia, e di stare nella religione, e ivi tenea vita più solitaria e di maggiore astinenza che gli altri del convento. Avvenne, che venendo il tempo della quaresima, ed essendo consuetudine di fare il primo mercoledì della quaresima nella sala del vescovo uno sermone al popolo, fu commesso a questo frate Iacopo, il quale il fece in tanto piacere del popolo, che fu costretto a predicare tutta la quaresima. E come fu piacere di Dio, questo religioso facea le sue prediche tanto piacere a ogni maniera di gente, che la fama e la devozione cresceva maravigliosamente per modo, che molti circustanti delle terre e delle castella traevano a udire le prediche di frate Iacopo. Ed egli vedendo il concorso della gente, e la fede che gli era data, cominciò a detestare i vizi, e massimamente l’usura, e l’endiche, e le disoneste portature delle donne, e appresso cominciò a dire molto contro la disordinata signoria de’ tiranni; e in poco tempo ridusse le donne in genero a onesto abito e portamento, e gli uomini a rimanersi dell’usure e dell’endiche. E continovando le sue prediche contro alla sfrenata tirannia, e avendo, come addietro è detto, per lo suo conforto fatto pigliare l’arme al popolo a sconfiggere quelli delle bastite, per la qual cosa le sue parole aveano tanta efficacia, che i signori da Beccheria, ch’erano allora signori di Pavia, cominciarono a ingrossire delle parole ch’egli usava in genero contro a tutti i tiranni. E allora erano signori messer Castellano e messer Milano. Costoro cercarono segretamente di farlo morire per più riprese, tanto che la cosa gli venne palese, e’ cittadini ne cominciarono ad avere guardia, e dovunque andava l’accompagnavano, per modo che i signori nol poteano offendere, ed egli per questo più apertamente contro alle crudeltà già fatte per costoro predicava, e incitava il popolo alla loro franchigia.
CAP. III. Come frate Iacopo fece tribuni di popolo nelle sue prediche in Pavia.
Il valente frate, sentendo il popolo disposto a seguire il suo consiglio, avendo alcuno consentimento dal marchese di Monferrato vicario dell’imperadore in Pavia, raunato un dì il popolo alla sua predica, avendo molto detto contro alle scellerate cose, e’ vizi che regnano nelle tirannie, e aperto l’aguato che alla sua persona più volte era fatto per li tiranni da Beccheria per torgli la vita, disse, che la salute di quel popolo era che si reggessono a comune, e sopra ciò ordinò molto bene le sue parole. E stando in sul pergamo, nominò venti buoni uomini di diverse contrade della città, e a catuno disse, che volea ch’avesse cento uomini al suo seguito; e de’ detti venti fece quattro capitani di tutti. E com’egli gli ebbe pronunziati nella predica, così il popolo li confermò con viva boce, ed eglino accettarono l’uficio. Sentendo questo i signori, furono sopra modo turbati, e cercarono con forza d’arme d’uccidere il frate, ma il popolo gli ordinò sessanta cittadini armati alla guardia; e per tanto que’ da Beccheria, temendo più la commozione del popolo che degli armati, non si vollono mettere a berzaglio. In questi dì messer Castellano era col marchese, e volendo per questa novità tornare a Pavia, non potè avere la licenza da lui. E questo manifesta assai, che ’l marchese fosse consenziente a quello ch’era fatto per lo Bossolaro.
CAP. IV. Come frate Iacopo cacciò i signori da Beccheria di Pavia.
Dopo questi centurioni fatti in Pavia, del mese di settembre anno detto, messer Milano, ch’era in Pavia, con assentimento del fratello, vedendosi tolta la signoria, cercava segretamente di dare la città a’ signori di Milano. Frate Iacopo, che stava attento, sentì il fatto, e di presente raunò il popolo alla sua predica, e in quella disse molto contro il malvagio peccato del tradimento. Ed essendo già di ciò sospetti al popolo i signori, e chiariti per la predica del Bossolaro, il detto frate comandò d’in sul pergamo a uno de’ centurioni, ch’andasse a messer Milano, e comandassegli, che di presente si partisse della città e del contado di Pavia. Il signore temendo il furore del popolo ubbidì, e spacciò la città della sua persona e di tutta sua famiglia in quel giorno, e andossene a loro castella. Avvenne poco appresso, che essendo morta la moglie del marchese, ed egli imbrigato nell’esequio, messer Castellano prese suo tempo, e partissi senza licenza, e vennesene al fratello; e come furono insieme, diedono le castella a’ signori di Milano, e ricevettono quella gente d’arme ch’e’ vollono, e rifeciono trattato co’ loro amici della città, pensando colla forza de’ signori di Milano rientrare in Pavia; il trattato si scoperse, e tutto il rimanente di que’ da Beccheria furono cacciati della città, e furono presi cento cittadini degli amici de’ signori, e di loro quelli che più furono trovati colpevoli ne furono dodici decapitati, tra’ quali furono cinque giudici e avvocati servidori de’ signori, gli altri furono liberi a volontà del popolo e di frate Iacopo, e la terra riformata a popolo, e ribanditi tutti gli usciti guelfi, e nominatamente il conte Giovanni e ’l conte Filippo, e’ loro figliuoli e discendenti, che quarantasei anni erano stati di fuori cacciati da’ tiranni da Beccheria. E come che ’l reggimento fosse a popolo assai bene ordinato, niente si facea che montasse senza il consiglio di frate Iacopo; e nondimeno il frate osservava onestamente la sua religione, e infino allora l’avea trenta anni usata con laudevole vita. Chi può stimare il fine delle cose, e la varietà delle vie della volubile fortuna? La signoria da Beccheria non potuta sottomettere dalla gran potenza de’ signori di Milano, nè da molte guerre sostenute, prese fine per le parole d’un piccolo fraticello: ma che più? quella città credendosi essere sciolta dalla servitù de’ suoi cittadini e tornata in libertà, poco appresso fu sottoposta a più aspro giogo di tirannia, come leggendo innanzi si potrà trovare.
CAP. V. Della materia medesima.
Erano in questo tempo i signori di Milano intenti con tutto loro sforzo e studio sopra l’assedio della città di Mantova, e però il marchese di Monferrato andò a Pavia con milledugento barbute e quattromila fanti, i quali improvviso a’ signori di Milano cavalcarono il Milanese; e posono loro campo presso alle porte di Milano; e questo feciono avvisatamente, sapendo che gente d’arme non era nella città, e acciocchè quelli di Pavia ch’aveano perduto il vino, per l’assedio e per le bastite ch’aveano avuto addosso, il ricoverassono sopra il contado di Milano, e così fu fatto; che stando quella gente a campo come detto è, frate Iacopo Bossolaro in persona uscì di Pavia con tutta la moltitudine del popolo, uomini, e femmine, e fanciulli con tutto il carreggio della città e del contado, e con tutti i somieri e vasella da vendemmiare, e misonsi nelle vigne de’ Milanesi, e in un dì vendemmiarono e misono in Pavia diecimila vegge di vino senza alcuno contasto, e catuno n’andò carico d’uve; e questo avvenne, ch’e’ tiranni sentendosi poche genti temettono di loro persone, e però non vollono uscire della città. Il marchese con la sua gente veduta fatta la vendemmia, e ’l popolo raccolto a salvamento, saviamente levò il campo, e messosi innanzi il popolo e la salmeria, del mese d’ottobre del detto anno, sano e salvo si tornò in Pavia, con grande vergogna de’ superbi tiranni.
CAP. VI. Come per più riprese in diversi tempi fu messo fuoco nelle case della Badia di Firenze.
Avvegnachè vergogna sia mettere in nota quello che seguita, tuttavia può essere utile per l’esempio il male che seguita della discordia de’ religiosi. La Badia di Firenze avea undici monaci in questo tempo senza abate, perocchè l’insaziabile avarizia de’ prelati avea questo monistero conferito alla mensa del cardinale che fu vescovo di Firenze, messer Andrea da Todi; costui traeva il frutto, e’ monaci rimanevano senza pastore; e presono a fitto dal cardinale la rendita, che ne fece loro buono mercato, per fiorini mille d’oro l’anno, acciocchè il monastero si mantenesse a onore. I monaci erano uomini senza scienza e di lievi nazioni, e intendea catuno alla propria utilità, e del monistero non si curavano, e ’l nimico co’ suoi beveraggi gl’inebriava per modo, che tra loro era tanta invidia e tanta discordia, che nè dì nè notte vi si potea posare. E come che s’andasse, cominciando di questo mese d’ottobre, in sei mesi appresso quattro volte fu messo fuoco nelle case della Badia, e non si potè sapere certamente per cui, ma da’ monaci della casa per la loro dissensione si tenne per tutti che fatto fosse. Il primo dì d’ottobre arse la sagrestia e le case del dormentorio infino alla volta della via del Garbo; e un altro ve ne fu messo poco appresso, che avvedendosene tosto fu spento senza troppo danno, e così un altro dopo quello. E la notte di nostra Donna di marzo ne fu messo uno nella casa di costa al palagio, il quale l’arse tutta, e avrebbe arse quelle di san Martino, che l’erano congiunte, se non fosse il gran soccorso, ma molto danneggiò le case e’ mercatanti lanaiuoli ch’ebbono a sgombrare. Questa malizia benchè movesse da singulare persona, tutta si può dire che procedesse dalla sopraddetta avarizia de’ maggiori prelati, che per empiere le loro disordinate mense levano i pastori alle chiese cattedrali, e per questo le gregge si dispergono, e diventano pasto de’ rapaci lupi.
CAP. VII. Come la terra di Romena si comperò per lo comune di Firenze.
Era lungo tempo stata questione tra ’l conte Bandino di monte Granelli e Pietro conte di Romena della terra e della rocca di Romena, e in questi dì era per compromesso la questione in mano del conte Ruberto da Battifolle, il quale si dicea ch’avea aggiudicata, o ch’era per aggiudicare Romena al conte Bandino contro alla volontà del conte Piero; per la qual cosa Piero ricorse al comune di Firenze, e con molta sollecitudine e grandi preghiere indusse i collegi, che ’l comune comperasse la sua parte di Romena per fiorini tremilacinquecento d’oro; e diliberato questo per li collegi, si mise al consiglio del popolo, e per due volte si combattè la detta proposta nel consiglio, e perocchè ai popolo non piacea l’impresa furono in discordia; in fine i priori e’ collegi aoperarono tanto che la proposta si vinse, e fu diliberato pe’ consigli ch’a Piero conte fossono dati tremilacinquecento fiorini d’oro delle ragioni ch’avea in Romena. Ed essendo la terra e la rocca nelle mani del conte Bandino, ed egli allora in bando del comune di Firenze, il qual bando falsamente gli diede un suo nemico da Calvoli quand’era podestà di Firenze, ed egli per isdegno, o per altro, non s’era procacciato a farlo rivocare, e per questo il comune diliberò, o per amore o per forza di volere avere la tenuta delle sue ragioni. Sentendo Bandino conte l’impresa determinata per lo comune di Firenze de’ fatti di Romena, mandò per sicurtà di potere venire a’ signori, e avutala, fece co’ signori raunare i collegi, e in loro presenza disse, come Romena era sua per chiara sentenza, e quella tenea e possedea; e sentendo che ’l comune avea l’animo di volerla, niuno la potea meglio dare di lui, e in grande grazia si tenea di donarla al comune di Firenze, di cui si riputava figliuolo e servidore; e non tanto Romena, ma tutte l’altre sue terre volea dare liberamente al comune di Firenze, e per lo comune l’avea tenute, e intendea di tenere sempre. Le profferte furono tanto libere e graziose, che di presente impetrò grazia d’essere ribandito, e messo in protezione del comune, e d’essere fatto suo cittadino. E non volendo il comune le sue ragioni in dono, non potè essere recato a porvi alcuno pregio. Infine i signori con discreto consiglio ordinarono, che al detto Bandino fossono dati contanti cinquemila fiorini d’oro, de’ quali e’ si tenne molto contento, e di presente fece liberamente la carta della vendita della terra di Romena, e de’ fedeli e di tutta la giurisdizione ch’avea in quella, come pochi dì innanzi avea fatto Piero conte della sua parte, e a dì 23 d’ottobre anno detto, per li consigli del comune fu ribandito, e fatto cittadino di Firenze, e a dì 28 del detto mese ebbe contanti fiorini cinquemila d’oro, avendo il dì dinanzi fatta dare la tenuta della terra e della rocca al comune di Firenze. E le carte della detta compera di Romena si feciono per ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio notaio. Da’ detti conti il comune liberò i fedeli e feceli contadini, e diè loro l’estimo e le gabelle come agli altri e la cittadinanza, e feceli popolari; onde molto furono allegri e contenti, e ripararono i difetti del castello.
CAP. VIII. Come la compagnia di Provenza si sparse per vernare.
La compagnia dell’arciprete di Pelagorga, stata lungamente in Provenza, era cresciuta in più di quattromila barbute. Il papa e’ cardinali aveano cerco con preghiere di farli partire del paese; e non avea avuto luogo. Ma sapendo come la maggiore parte di quella gente era del reame di Francia, impetrarono lettere e comandamento da parte del re di Francia, come si dovessono partire delle terre di Provenza ch’erano del re Luigi, il qual’era di suo lignaggio, e congiunto parente. Le lettere e ’l comandamento furono ubbidite come da prigione, e di presente si ridussono in più parti di Provenza per vernare; e così tribolarono il verno come la state tutta la provincia. E per questo i Provenzali mandarono al re loro signore, che li venisse a soccorrere con forte braccio, altrimenti e’ non potrebbono sostenere.
CAP. IX. Come la compagnia del conte di Lando fu condotta per i collegati di Lombardia.
L’altra compagnia in Italia dimorando in sul terreno di Bologna, ricettati da messer Giovanni da Oleggio ch’allora era signore, e per sicurtà di sè s’era fatto amico del conte di Lando e degli altri caporali di quella; e com’è narrato poco addietro, i signori di Milano aveano presa la Serraia di Mantova, e fortemente stretta la città d’assedio, e quivi faceano ogni punga per vincerla. Gli allegati lombardi contro a loro cercavano la difesa, la quale non si potea fare senza gran forza, che lungamente si potesse mantenere: e però diedono ordine alla moneta che catuno dovesse pagare ogni mese, e fu stribuita per questo modo: che Bologna pagasse come detto è fiorini dodicimila, e ’l marchese di Ferrara fiorini ottomila, e’ signori di Mantova fiorini tremila, il comune di Pavia fiorini duemila, quelli di Novara duemila, i Genovesi coll’aiuto segreto ch’avea il doge loro da’ Pisani fiorini quattromila; il signore di Verona allora si stava di mezzo e quello di Padova; il marchese di Monferrato non ebbe a conferire moneta, perocch’era capitano in Piemonte, e là facea guerra colla sua gente; e trovata la moneta, di presente soldarono la compagnia del conte di Lando, e del mese d’ottobre sopraddetto la feciono partire d’in sul Bolognese con più di tremila barbute e con tutta l’altra ciurma, e parte ne misono sul Mantovano, e parte ne mandarono in Vercellese, accozzati coll’altra loro masnada. Quello che di ciò seguì appresso al suo tempo racconteremo.
CAP. X. Come il re Luigi richiese i comuni di Toscana d’aiuto.
Il re Luigi, vedendo a mal partito il contado di Provenza, diliberò col suo consiglio d’andare in persona al primo tempo in Provenza con tutto suo sforzo e degli amici, per liberarla dalla compagnia, e però richiese tutti i suoi baroni del debito servigio, e ordinò d’avere moneta e di fare alcuna armata; e del mese di novembre anno detto mandò per suoi ambasciadori a richiedere i Fiorentini d’aiuto, e tutti gli altri comuni di Toscana. Il nostro comune diliberò di darli l’insegna del comune con trecento buoni cavalieri in fino ch’avesse cacciata la compagnia di Provenza, gli altri comuni feciono la loro profferta più lieve, e chi se ne diliberò con altra scusa.
CAP. XI. Come i Pisani feciono armata per rompere il porto di Talamone.
Avvedendosi i Pisani ch’e’ Fiorentini per preghiere, nè per promesse larghe, nè per minacce, nè per armata ch’avessono fatta in lega col doge di Genova per impedire la mercatanzia che non andasse a Talamone, non si moveano, e che pertinacemente ne portavano ogni sconcio e ogni gravezza, pensarono di volere vincere Talamone per forza, e ardere la terra e guastare il porto, e mandaronvi subitamente e per terra e per mare a fare quel servigio, avendo armate otto galee e uno legno alla guardia che mercatanzia non andasse a Talamone; ed essendo apparecchiati in mare, s’apparecchiarono di cavalieri e di masnadieri e d’argomenti per combattere la terra, e di vittuaglia. I Fiorentini sentendo questo, avvisarono i Sanesi, e di presente mandarono per terra assai gente da cavallo e da piè e di molti balestrieri a Talamone, per potere difendere la terra per mare e dall’oste per terra; i Sanesi anche vi mandarono loro sforzo. I Pisani vi mandarono l’otto galee e un legno per mare, e mosso la cavalleria e ’l popolo pisano per terra, sentirono come il loro aguato era scoperto, e come gente d’arme da Firenze e da Siena erano andati a Talamone per azzuffarsi con loro, sicchè per lo migliore si tornarono addietro; e le galee vedendo fornito il porto di cavalieri e di balestrieri, non ardirono d’accostarsi alla terra, e stati alquanti dì sopra il porto, del mese di novembre anno detto lasciarono a Gilio due galee, che ogni navilio che venisse a Talamone fosse menato a scaricare a Porto pisano. Per questa cagione i Fiorentini più accesi contro a’ Pisani per li loro oltraggi, ordinarono di fare armata in mare, per fare ricredenti i Pisani della loro arroganza; onde seguitarono assai gran cose, come appresso nel suo tempo racconteremo.
CAP. XII. Come essendo l’oste de’ Visconti a Mantova, parte della compagnia si mise in Castro.
Essendo l’oste de’ signori di Milano stretta a Mantova, e non movendosi per la venuta della compagnia, nè per la guerra del Piemonte, i collegati mandarono mille barbute e cinquecento masnadieri in sul contado di Milano a un grosso casale che si chiama Castro, sedici miglia di piano presso a Milano, ed entrativi dentro, lo trovarono bene fornito da vivere, e di là cavalcarono il paese sino presso a Milano, facendo a’ contadini gran danno, e a’ signori maggior vergogna. L’altra parte della compagnia s’accostò in Vercellese colla gente del marchese, e tolsono a’ signori di Milano parecchi castella: e per questo modo, non potendo levare l’oste da Mantova, guereggiavano i tiranni dove potevano. I signori di Milano aontati da’ cavalieri di Castro, ch’erano pochi, e in su gli occhi loro, di subito gli feciono assediare con intenzione che niuno ne campasse, ma d’avergli a man salva, e di fargli tutti impendere per la gola, e però non li lasciavano partire. Ma la cosa ebbe tutto altro fine, come nel suo tempo innanzi si potrà trovare.
CAP. XIII. Come la Chiesa di Roma fe’ gravezza a’ cortigiani.
Avvegnachè lieve cosa sia per lo fatto, la disusata e strana materia ci strigne a fare memoria, come il papa e’ cardinali contro all’usata franchigia della corte di Roma, rompendo quella, per volere riparare le città d’Avignone, e fare guardare la terra per tema della compagnia di Provenza, non volendo toccare i danari di camera, feciono imposta a’ mercatanti e agli artefici ben grave, e di presente l’esazione. E misono la gabella al vino, e un’altra più grave di fiorini uno per testa d’uomo, e ordinarono gli esattori, e riscossonne parte, ma era sì incomportabile alla minuta gente, che poco andò innanzi. L’avarizia de’ prelati, e la franchigia rotta a’ cortigiani, fece di questo molto maravigliare ovunque se ne seppe le novelle, e maggiormente, perchè la città è della Chiesa. La gabella del vino e altre gravezze rimasono in piè, in poco onore de’ guidatori della città di Roma
CAP. XIV. Cominciamento di guerra tra certi comuni in Toscana.
Era stata, dopo la partita dell’imperadore da Pisa, tutta Toscana in tranquillo stato, e alcuna volta in lega tutti e quattro i maggiori comuni, e non si dimostrava alcuna apparenza di cagione di guerra. E’ Fiorentini erano fermi di mantenere il porto a Talamone senza cominciare guerra, o mostrare che rotta fosse loro da’ Pisani. I Perugini trovandosi in prosperità, e forti di gente d’armi, non ostante ch’avessono doppia pace col comune e col signore di Cortona, la prima fatta per proprio movimento del loro comune, innanzi a quella generale che si fece coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi collegati e aderenti, alla quale prima richiesono il comune di Firenze, che entrasse loro mallevadore al comune e al signore di Cortona di diecimila marche d’oro, che manterrebbono la pace lealmente, e ’l comune fece un sindaco a potere fare il sodamento e la promessa, e così fece; e’ Perugini, istigati da Leggiere d’Andreotto loro grande cittadino, il quale promettea di dare loro la terra per trattato ch’egli avea dentro, di subito del mese di dicembre anno detto, con quattrocento cavalieri e con gran popolo vennero a Cortona, e guastaronla intorno, e poi si posono all’Orsaia, e non si trovò che trattato vi fosse dentro. L’impresa fu rea, e mossa da gran malizia per animo di setta, e non ebbe il fine che s’aspettava per i Perugini, ma fu cagione di gravi cose in Toscana, come seguendo nostro trattato diviseremo.
CAP. XV. Di certe novità apparenti contro il soldano d’Egitto.
Aspettandoci alquanto le novità de’ cristiani, ci occorrono di quelle de’ saracini; e per meglio intendere le presenti, ci conviene alquanto trarre addietro la nostra materia. Quando morì il Saladino, uomo valoroso di virtù e di prodezza, e molto temuto e ridottato signore, e accrebbe la sua signoria, quando venne a morte lasciò quattordici figliuoli maschi, e ’l maggiore fu fatto soldano; ma i suoi ammiragli avendo provato la signoria del padre dura e ridottabile, volendosi maliziosamente provvedere, s’intesono insieme; e come il soldano non faceva a loro senno, l’avvilivano di parole nel cospetto del secondo fratello, e prometteano di farlo soldano se consentisse la morte sua; e tanto procedettono nella loro malizia, con inducere la vaghezza della signoria ora all’uno fratello e ora all’altro, che in spazio di venti anni già otto soldani di quelli fratelli avean fatti morire l’uno appresso l’altro; e per questo gli ammiragli aveano accresciuto loro stato e loro baronie, e abbassato quello del soldano, per modo che poco era ubbidito; e nel 1357 de’ quattordici figliuoli del Saladino ve n’erano rimasi due, l’uno soldano male ubbidito. E per questo abbassamento della signoria in questi dì s’era sommosso un signore de’ Tartari, il quale si disse che s’era convertito alla fede di Cristo per certi frati minori, il quale s’apparecchiò con grande esercito di sua gente, e con molti cristiani giorgiani, per volere venire a racquistare la terra santa; e innanzi mandò lettere al soldano comandandoli, che dovesse a’ suo saracini fare sgombrare la terra santa. Il soldano e’ suoi ammiragli di queste lettere si feciono beffe, e ordinarsi dov’e’ venisse di mettersi alla difesa. L’impresa dilatò la fama, ma il signore, o ch’e’ non fosse in perfetta fede, o in tanta potenza, raffreddato dell’impresa non seguì suo viaggio.
CAP. XVI. Come il re di Navarra fu tratto di prigione.
Essendo i trattati della pace e le triegue dal re d’Inghilterra a’ Franceschi, non ostante ciò, messer Filippo di Navarra, mostrando d’avere accolta gente da sè, e avea molti Inghilesi in sua compagnia, era entrato in Normandia, e facea là e in altre parti del reame più aspra guerra che mai non aveano fatto gl’Inghilesi, e molto tormentava i Franceschi, dicendo, ch’a torto teneano il re suo fratello in prigione. E per questa tribolazione del paese, e perchè il re avea amici tra i tre stati che governavano il reame, i prelati, i baroni, e’ borgesi ch’erano al governo, feciono sopra ciò loro consiglio, e mostrarono al popolo come messer Filippo si movea a ragione, perchè il re di Navarra riceveva torto: e in parlamento di gran concordia, a dì 28 di novembre anno detto, il trassono di prigione: e in quello parlamento e’ si scusò, e mostrossi innocente, e mostrò, come ciò che gli era stato fatto era stata operazione del cancelliere, ch’oggi era cardinale; e ringraziò il popolo e i tre stati, e seguì d’essere fedele, e fu fatto capitano di guerra.
CAP. XVII. Come i Perugini dall’una parte e i Cortonesi dall’altra mandarono per aiuto a Firenze.
Incontanente ch’e’ Perugini s’avvidono che ’l trattato d’avere Cortona era stato bugiardo, e pur l’impresa era fatta, mandarono ambasciadori a’ Fiorentini significando, ch’aveano trovati i Cortonesi in trattato di furare certe loro terre contro a’ patti della pace, e però erano venuti sopra Cortona, e intendeano non partirsene d’assedio, ch’eglino avrebbono la città ai loro comandamenti. E molto sfacciatamente, e con grande arroganza, sapendo che ’l nostro comune avea promessa e sicurata la pace per loro, e’ domandarono aiuto di gente d’arme a quello assedio. Dall’altra parte in que’ medesimi dì, con più giustizia e ragione, erano a’ signori gli ambasciadori de’ Cortonesi e del loro signore, i quali si lamentavano forte de’ Perugini, che senza alcuna cagione di subito aveano loro rotta la pace, della quale il comune di Firenze era mallevadore, e domandavano al comune che desse loro solamente l’insegna con cento cavalieri alla guardia della città, facendo chiaro il comune ch’e’ Perugini non aveano ragione, e che trattato per i Cortonesi contro a’ Perugini, o contro alle loro terre, non era pensato non che fatto; e di questo s’offeriano a fare ogni chiarezza. Il comune di Firenze, che di natura e d’antica consuetudine è tardo alle cose, per avere a diliberare con molti consigli, in fine ordinò e mandò suoi ambasciadori a Perugia, riprendendo il comune di quella impresa non giusta, e pregandoli per l’onore loro medesimo, e appresso del comune di Firenze ch’era obbligato, a loro stanza che se ne dovessono partire; e di ciò furono male ubbiditi.
CAP. XVIII. Come la gente de’ signori di Milano furono sconfitti in Bresciana.
Essendo tra’ signori di Milano e’ collegati di Lombardia contro a loro stretto trattato di concordia, avvenne che duemila barbute della compagnia valicavano per lo Milanese. Messer Bernabò Visconti sentendo questo, e temendo d’alcuna sua terra, di presente fece cavalcare messer Giovanni da Biseggio suo capitano con millecinquecento cavalieri, e appresso lo seguivano mille barbute per soccorso. Messer Giovanni, franco e coraggioso capitano, si mise innanzi senza attendere gli altri mille cavalieri, e colla sua brigata s’aggiunse co’ nemici in sul Bresciano, e ivi si fedì tra loro aspramente. Quivi avea di buoni cavalieri, che li riceverono allegramente, ove fu aspra e fiera battaglia. In fine i cavalieri di messer Bernabò furono sconfitti, e preso il capitano con venti conestabili, e bene quattrocento altri cavalieri, e lasciati alla fede, all’usanza tedesca. Trovaronsi morti in sul campo tra dell’una parte e dell’altra trecento uomini, i più de’ vinti; e questo fu del mese di dicembre anno detto.
CAP. XIX. Come l’oste del re d’Ungheria prese la città di Giadra.
Nel settimo libro addietro è narrato l’assedio del re d’Ungheria posto a Giadra, il quale stato lungamente, del mese di dicembre anno detto, coll’aiuto d’alcuno trattato d’entro, si menò una cava di fuori in certa parte ov’era l’aiuto d’entro, e in pochi dì furono fatte cadere quaranta braccia di muro; e atati da coloro con cui s’intendeano dentro, ebbono l’entrata della città, ed entrati gli Ungheri dentro, senza gran contasto vinsono la terra, e tutta la gente de’ Veneziani ch’erano alla guardia si raccolsono nel castello, ch’era alla marina alquanto scostato dalla terra, fortissimo e ben fornito a ogni gran difesa, e da potere avere soccorso di mare. Questa è quella città che tanta guerra ha fatto fare tra ’l re d’Ungheria e’ Veneziani, e alla quale il re d’Ungheria in persona alcuna volta con centomila cavalieri è stato all’assedio, e partito se n’è con vergogna, e ora così vilmente è stata vinta. Credo che l’ambiziosa superbia de’ Veneziani per gravi discipline sia umiliata nel cospetto di Dio, per la qual cosa si può comprendere che Iddio per grazia gli traesse con lieve danno di gran pericolo e di gravi spese; e bench’elli avessono grande appetito di pace, tenendo Giadra non la sapeano lasciare, ma ogni omaggio, ogni gran quantità di pecunia offeriano per quella; ma il magnanimo re volea innanzi il suo onore, che la pecunia e l’amistà de’ Veneziani. Come i Veneziani sentirono che la città di Giadra era tolta loro sbigottirono forte, non ostante che tenessono il castello, ch’era di gran fortezza, e da poterlo tenere e fornire per mare; ma consideravansi consumati dalle spese, e la potenza del re essere sopra le forze loro, e però subitamente gli mandarono ambasciadori per volere trattare della pace con lui. Il re essendo cresciuto in vittoria sopra loro, per farli più accendere nell’appetito della pace, a questa non li volle udire, mostrando animo grave contro al comune di Vinegia per le grandi ingiurie ricevute da quello, e scrisse in Puglia all’imperadore per volere fare armare galee, e in Lombardia a’ signori suoi amici perchè s’apparecchiassono al suo servigio, ch’egli intendea di venire ad assediare Trevigi, e far guerra per terra e per mare a’ suoi nemici veneziani. Per questa risposta i Veneziani temettono più forte, e conobbonsi disfatti dentro alle incomportabili gravezze, e di fuori dalla gran potenza del re. E per questo diliberarono tra loro ch’ogni altra posa era accrescimento a’ loro guai, salvo che la pace, e questa procacciarono, come innanzi a loro tempo racconteremo.
CAP. XX. Come messer Bernabò fece combattere Castro.
Come poco innanzi narrammo, messer Bernabò signore di Milano avea lungamente tenuti assediati nel castello di Castro in sul Milanese mille cavalieri, e cinquecento masnadieri di quelli della compagnia, con speranza d’averli per forza e di farli impiccare. E avendo fatto ordinare sua gente alla battaglia, non essendo il castello forte, da ogni parte il fece assalire con aspra e stretta battaglia; e avvegnachè ’l luogo fosse debole alla loro difesa, la necessità di difendere catuno la vita, diede loro smisurata sollecitudine e forza alla difesa, e combatterono sì aspramente contro alla moltitudine de’ loro nemici, che per forza gli ributtarono addietro della battaglia, e con danno di molti morti e d’assai magagnati si ritornarono addietro al campo loro, ch’era intorno al casale. Avendo l’altra parte della compagnia ch’era in Vercelli sentito il pericolo de’ loro compagni, mandarono ad avvisarli della giornata, che verrebbeno col loro sforzo per levarli di là, acciocch’elli stessono apparecchiati. E incontanente, improvviso alla gente de’ signori di Milano, del mese di dicembre anno detto, con duemila barbute bene in concio se ne vennero in sul contado di Milano dall’una delle parti del casale: e trovando in concio i loro compagni ch’erano in Castro, con bella schiera fatta s’uscirono del casale, e aggiunsonsi co’ loro compagni, per modo che la gente del tiranno non ebbe ardire di muoversi contro a loro. E in questo modo senza niuno assalto si ridussono, con vergogna de’ signori di Milano, sani e salvi in Vercellese.
CAP. XXI. Come si cominciò a trattare pace da’ collegati a’ Visconti.
Dibattuta lungamente la guerra tra’ signori di Milano e gli altri Lombardi collegati, e le cose molto imbarrate da ogni parte, non ostante che in molte cose la fortuna avesse prosperato gli allegati, e vergognata l’altra parte, tant’era la forza de’ signori di Milano di danari e di gente d’arme, che solo sostenendo consumava gli allegati, e della perdita delle genti e delle terre piccole non si curavano, e continovo ogni mese aveano fornite e ricresciute le loro masnade, mostrando maggiore forza l’un dì che l’altro, tenendo l’oste sopra Mantova, e facendo cavalcare sopra i Lombardi, tormentandoli dopo le sconfitte ricevute più che prima. Il signore di Mantova, toccandogli la guerra più nel vivo, mandò messer Feltrino da Gonzaga a’ collegati per riprendere il trattato della pace co’ signori di Milano, e fece dare speranza a’ signori di Milano di dar loro la città di Reggio, e per questo diedono udienza al trattato del mese di gennaio del detto anno. Ma innanzi che ’l trattato avesse effetto, altre cose avvennono tra loro, le quali prima ci verranno a raccontare.
CAP. XXII. Come i Perugini puosono cinque battifolli a Cortona.
Tornando a’ fatti di Cortona, trovando coloro ch’allora reggevano il comune di Perugia, che l’impresa non era stata ben fatta, e ch’e’ Fiorentini glie ne riprendeano, e molti altri loro buoni cittadini, per non avere vergogna dell’impresa, poichè fatta l’aveano, e il popolo minuto, che allora reggea la città, se ne mostrò tanto infocato, che incontanente crebbono gente d’arme da piè e da cavallo, per fornire il contradio di quello che erano pregati da’ Fiorentini. E già però i Fiorentini per troppo amore che portavano a quel comune, e per vergogna che ricevessono di loro promessa non vollono tramettersi contro a’ Perugini per difesa de’ Cortonesi, com’e’ poteano a loro vantaggio, altro che con parole, onde da’ savi uomini furono assai biasimati. E’ Perugini vedendo che ’l comune di Firenze non volea prendere la guardia di Cortona, come e’ dovea e potea fare, presono più baldanza, e rinforzarono l’oste di molta gente, e chiusono la città d’assedio con cinque battifolli, per modo che non vi si poteva entrare nè uscire senza grande pericolo; e questo fu all’entrata del mese di gennaio del detto anno. Gli assediati erano male forniti di gente forestiera alla difesa, e a’ cittadini convenia fare la guardia grande di dì e di notte che gli affliggea molto, e questo dava grande speranza a’ Perugini di venire a’ loro intendimenti; e ’l signore ne stava in grande gelosia, temendo de’ suoi cittadini, ma i cittadini per singolare odio che portavano a’ Perugini, temendo di venire alla loro suggezione, rassicurarono il signore, e strinsonsi con lui, e ordinarono la guardia volontaria e buona alla difesa della città, e cominciarono a trattare de’ loro rimedi.
CAP. XXIII. Come i Trevigiani furono rotti dagli Ungheri.
Lavorandosi il terreno de’ Trevigiani per gli Ungheri, come già è detto, trovandosi in Trevigi una franca masnada di cavalieri e di masnadieri, avendo pensato di fare una grande e utile preda, ed essendo i lavoratori pe’ campi sotto la guardia degli Ungheri operando la terra senza paura, non temendo de’ Trevigiani, i cavalieri ch’erano in Trevigi, con certi Veneziani e Trevigiani a cavallo, e con tutti i masnadieri a piè, una mattina innanzi al dì uscirono della terra cinquecento cavalieri, e altrettanti masnadieri e gran popolo, e cavalcarono il paese, e raccolsono grandissima preda di bestiame grosso e minuto, e d’uomini. Gli Ungheri sentirono il romore, e come gente apparecchiata di loro cavalli e che non s’hanno a vestire arme, di tutte le castella d’attorno trassono a pochi e ad assai insieme, e cominciarono da ogni parte a impedire colle loro saette i nemici, e non gli lasciavano cavalcare innanzi alla loro ritratta. E tenendoli per questo modo, l’altra moltitudine degli Ungheri traeva e cresceva loro addosso sempre saettando, uccidendo e fedendo de’ cavalli e degli uomini; e perchè contro a loro si movessono i cavalieri, e’ si voltavano, e fuggivano, e ritornavano prestamente. E non valendo a’ Trevigiani il combattere e ’l lanciare, che a mano a mano n’aveano più addosso, convenne loro per forza abbandonare la preda, e intendere a campare le persone; ma non lo poterono fare sì interamente, che de’ loro non rimanessono trecento tra morti e presi, a cavallo e a piè. E d’allora innanzi di Trevigi non uscì più gente per vantaggio che fosse loro mostrato di fuori, e’ Veneziani con più appetito procacciavano l’accordo della pace col re d’Ungheria.
CAP. XXIV. Cominciamenti di nuovi scandali nella città di Firenze.
Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace, e la novità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa, dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non riparassono a questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’ diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici usurpati più per procaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte, e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso. E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’ collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta, non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così convenne che si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto. E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà, e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.
CAP. XXV. D’un singolare accidente ch’avvenne in questi paesi.
Essendo dal cominciamento del verno continovato fino al gennaio un’aria sottilissima, chiara e serena, e mantenuta senza ravvolgimento di nuvoli o di venti, oltre all’usato natural modo, per sperienza del fatto si conobbe, che da questa aria venne un’influenza, che poco meno che tutti i corpi umani della città, e del contado e distretto di Firenze, e delle circustanti vicinanze fece infreddare, e durare il freddo avvelenato ne’ corpi assai più lungamente che l’usato modo. E per dieta o per altri argomenti ch’e’ medici facessono o sapessono trovare, non poteano avacciare la liberagione, nè da quello liberare le loro persone, e molti dopo la lunga malattia ne morivano; e vegnendo appresso la primavera, molti morirono di subitana morte. Dissesi per gli astrolaghi, che fu per influenza di costellazioni, altri per troppa sottigliezza d’aria nel tempo della vernata.
CAP. XXVI. Come in Firenze nacque una fanciulla mostruosa.
A dì 4 di febbraio anno detto nacque in Firenze al Poggio de’ Magnoli una fanciulla portata sette mesi nel ventre della madre, la quale avea sei dita in ciascuna mano e in catuno piede, e i piedi rivolti in su verso le gambe, senza naso, e senza il labbro di sopra, e con quattro denti canini lunghi da ogni parte della bocca due, uno di sopra e uno di sotto; il viso avea tutto piano, e gli occhi senza ciglia: e vivette dalla domenica a vespro al lunedì vegnente alla detta ora, e più sarebbe vivuta se avesse potuto prendere il latte.
CAP. XXVII. Come i Sanesi si scopersono nemici de’ Perugini.
Il comune di Siena aspettando, e vedendo ch’e’ Fiorentini non rimoveano i Perugini della impresa di Cortona, avendo il signore di Cortona singulare amistà co’ Sanesi, gli avea richiesti d’aiuto; e i Sanesi gravandosi de’ Perugini ch’atavano contro a loro quelli di Montepulciano, furono contenti d’avere cagione di atare i Cortonesi. E in prima cercarono per più riprese di mettere masnadieri di furto nella città, e per la sollecita e buona guardia de’ Perugini non venne fatto, anzi ne furon presi e morti, ch’aggiunse a’ Sanesi maggiore sdegno. E trovandosi già scoperti da’ Perugini per queste cavalcate, conobbono che in palese conveniva fare l’impresa incominciata, se non ne volevano rimanere vituperati. Cercarono in prima avanzare, se fare il potessono, e tennero in prima due trattati, l’uno in Chiusi, e l’altro in Sarteano; e accolta gente a cavallo e a piè cavalcarono prima a Chiusi, credendovisi entrare, ma la guardia v’era buona, sicchè i loro amici non ebbono ardire di muoversi, e con vergogna si tornarono addietro. Appresso cavalcarono a Sarteano, e anche con disonore, scoperti al tutto nemici de’ Perugini, si tornarono in Siena.
CAP. XXVIII. Come i Sanesi misono cavalieri in Cortona alla guardia.
Fatto questo cominciamento per li Sanesi senza alcuno acquisto, intendendosi con gli assediati, sentirono da loro, come tra la bastita della Pieve a quella dall’Orsaia avea gran campo voto in mezzo, per lo quale avvisatamente si potea fare passare della gente; incontanente i Sanesi elessono cento cavalieri ben montati, e cinquanta Ungheri con alquanti masnadieri scorti e destri, e con buona condotta li feciono cavalcare una notte per modo, che giunti la mattina per tempo al luogo tra le due bastite, senz’essere scoperti, stretti insieme si misono a passare, e senza ricevere impedimento entrarono in Cortona, ricevuti dal signore e da tutti i cittadini a gran festa, come gente ch’aveano gran bisogno d’aiuto e di soccorso; e immantinente misono l’insegna del comune di Siena nel cospetto de’ Perugini in sulla torre della porta maestra, e appresso cominciarono a uscire fuori a loro posta, e dare noia e danno a quelli del campo, e a ricevere e a mettere roba nella città, di che eglino aveano bisogno, e massimamente strame e legne, che di vittuaglia erano assai bene abbondanti. Per questa novità i Perugini si vidono al tutto entrati in guerra co’ Sanesi, e’ Sanesi co’ Perugini, e però catuno si mise in provvisione; e’ Sanesi con maggiore sollecitudine feciono provvisione d’avere danari in comune; ed essendo uno Anichino di Bongardo Tedesco fatto capo d’una nuova compagnia che si levava, ed erano già accolti insieme più di milledugento barbute, mandaronlo a conducere con tutta sua cavalleria. Lasceremo alquanto al presente le novità di Toscana per dare parte a quelle di Francia, che prima ci offrono con non minore ammirazione di lieve materia sformato avvenimento.
CAP. XXIX. La cagione che mosse i borgesi di Parigi a nuovo stato.
Essendo in alcuna cospirazione segreta di trattato il proposto de’ mercatanti di Parigi col re di Navarra, favoreggiato occultamente dal re d’Inghilterra, prese ardire, e ’l caso gli apparecchiò la materia acconcia al suo proponimento. Uno borgese di Parigi vendè al Delfino di Vienna, primogenito del re di Francia, due suoi destrieri, e ’l Delfino comandò a un suo tesoriere che ’l pagasse: il borgese andò molte volte al tesoriere per farsi pagare; il tesoriere il menava per parole; e parendo essere al borgese disperato de’ suoi danari, si turbò col tesoriere, e dissegli, che s’e’ non pagasse, che ’l comperrebbe di suo corpo: il tesoriere altiero e presuntuoso non si curò del pagamento nè delle minacce del borgese. Avvenne, che valicando del mese di febbraio anno detto il tesoriere per una ruga di Parigi, si scontrò nel borgese, il quale gli attenne la promessa; e ucciselo; e fuggissi in franchigia. La novella corse al Delfino e al suo consiglio; i quali di presente a forza il feciono trarre di franchigia; e impenderlo per la gola. Per questo il proposto di Parigi montato in furore per lo male reggimento del consiglio del Delfino, prese compagnia di certi borgesi di suo seguito, e crebbegli ardimento del favore si sentiva in segreto del re di Navarra, e che comunemente il Delfino e ’l suo consiglio erano odiati da tutta maniera di gente; e con meno di ottanta borgesi armati copertamente, in quel furore se n’andò al palagio reale ov’era il Delfino e’ suoi consiglieri; e innanzi vi giugnessono, trovarono nella via un avvocato ch’era del consiglio del Delfino, e di presente l’uccisono; e seguendo loro viaggio, giunsono al palagio; il portiere non volea lasciare entrare altro che ’l proposto con pochi, ma entrato dentro il proposto con alcuni compagni, costrinsono i portieri, e misono dentro gli altri compagni, e di brigata se n’andarono dov’era il Delfino con due de’ suoi consiglieri, per cui più si reggea e governava, e l’uno era il conestabile di Chiaramonte, e l’altro il conestabile di Campagna; il proposto nella presenza del Delfino li fece uccidere a ghiado. Il Delfino impaurito si gittò ginocchione innanzi al proposto, pregandolo che nol facesse morire; il proposto non sostenne che egli stesse a basso, ma levollo su facendoli reverenza, e dicendo, come l’aveano per loro signore, ma aveano in odio coloro che per loro malizia gli davano consigli; e acciocchè non fosse offeso nel furore della gente già commossa, li misono in capo un cappuccio di loro assisa, e menaronlo con loro in una parte di Parigi che si chiama Grieve, e ivi lo feciono giurare che di questo fatto non renderebbe loro per alcuno tempo mal merito, e che si reggerebbe per consiglio de’ borgesi; e fatta la promessa, e fermata col suo saramento, il rimisono nel suo primo stato. Divolgata questa cosa per tutta la città di Parigi, i borgesi lieti s’allegrarono insieme in gran parte, sommovendo l’uno l’altro, e prestavano il saramento come s’ordinò per lo rettore, a mantenere il loro novello stato e la loro usurpata franchigia.
CAP. XXX. Della pace del re d’Ungheria a’ Veneziani.
Avendo i Veneziani consumato il tempo della matta follía, la quale a torto aveano sostenuta per molti anni contro al re d’Ungheria con molto loro danno, si disposono di comune consentimento che dal re si procacciasse buona e fedele pace; e per poterla avere, liberamente il comune si rimesse in lui, acconci di fare tutti i suoi comandamenti delle terre d’Istria, e di Schiavonia e di Dalmazia, che per loro si possedeano, e che oltre a questo gli fosse offerto ogni ammenda di danari e d’altre cose ch’alla sua signoria piacesse di volere da’ Veneziani; e fatti de’ maggiori della loro città solenni ambasciadori, con pieno mandato alle predette cose li mandarono al re; il quale sentendo la liberalità di quel comune, graziosamente li ricevette; e udita l’ambasciata, come magnanimo signore, disse, ch’era contento di riavere tutte le terre del suo reame, e che quelle si levassono al tutto del titolo del loro doge, sicchè mai per innanzi nè ’l doge nè ’l comune se ne titolasse; e quando questo fosse fatto, intendea co’ Veneziani avere buona pace. Ammenda di danari, disse, che non volea, perocch’e’ non era cupido nè bisognoso di pecunia, ma volea per ammenda e per titolo d’amicizia, che quando e’ richiedesse il comune di Vinegia, fosse tenuto di darli armate a sua volontà ogni volta che le domandasse infino in ventiquattro galee alle spese del re. E come egli divisò, di buona volontà tutto fu accettato, e promesso di fare fedelmente per autorità degli ambasciadori, e ferma la pace; e incontanente feciono rendere il castello di Giadra, e tutte le terre che teneano in Schiavonia, e in Dalmazia e in Istria che al re s’apparteneano, e dentro vi misono la gente del re d’Ungheria, e del titolo del doge le levarono tutte; e il re, del mese di febbraio anno detto, mandò suoi ambasciadori, i quali restituirono al comune di Vinegia Colligrano, e tutte le castella che gli Ungheri teneano in Trevigiana, e con grande allegrezza e festa de’ Veneziani feciono pubblicare e bandire la pace; e fu in patto, che tutti i gentili uomini di Trevigiana rimanessono in pace col comune di Vinegia, e liberi possessori delle loro tenute e castella. E fatto solenne onore agli ambasciadori del re, feciono per loro decreto in consiglio che di niuna materia di guerra si dovesse ragionare, e che catuno si dirizzasse al navicare e a fare mercatanzia. Costoro straccati della guerra conobbono il beneficio della pace; il nostro comune infastidito di troppo tranquillo stato, cercò materia di grande turbamento della cittadinanza, come appresso racconteremo.
CAP. XXXI. Come da prima in città di Firenze furono accusati certi cittadini per ghibellini.
Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino, o non vero guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato, come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare. Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’ quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’ sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria, e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono rinunziare all’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia. A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle, lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti, Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia, Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo, che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e la esecuzione che ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’ volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono, Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del comune, ma degl’iniqui cittadini.
CAP. XXXII. Come a’ capitani della parte furono aggiunti due compagnia
Al presente occorre a scrivere cosa incredibile e vera. Questa nuova seduzione dell’iniqua legge fatta sotto il titolo della parte, generalmente spiacea a tutti i buoni e cari cittadini, veri e diritti guelfi, e più la sconcia esecuzione che se ne facea, e tutti diceano, che a ciò si mettesse consiglio e rimedio, ch’e’ cittadini non vivessono in tanta sospiccione di loro stato. Molti consigli se ne teneano, e niuno modo vi sapeano trovare, per non dirogare al nome della parte; e coloro che entravano agli ufici de’ collegi, e agli altri maggiori, ch’erano più sospetti, coloro erano quelli che più parlavano, e che più si mostravano zelanti a mantenere la legge e la sua esecuzione insino che la pietra cadeva sopra loro. Ma vedendo il genero de’ cittadini essere caduti sprovvedutamente sotto il giogo della malvagia legge, e non potendovi per via diretta riparare, e vedendo così i guelfi come i ghibellini, ma troppo più i guelfi, che l’onore e lo stato potea essere tolto a catuno, quando a tre uomini capitani di parte paresse, e conoscendo che tutti i più malivoli uomini di Firenze erano poco dinanzi stati insaccati per capitani, priori e consiglieri di parte senza alcuno divieto, per riparare in parte, ove non si potea riparare in tutto, a tanto male, i priori ch’erano allora, di subito e segretamente ordinarono co’ loro collegi una petizione, e fu di presente vinta in consiglio, che a’ capitani di parte guelfa s’aggiugnessono due popolani, e che niuna cosa si potesse diliberare per li capitani, se tre popolari non fossono in concordia; e dove i grandi doveano essere cavalieri, s’allargò ad ogni grande, acciocchè l’uficio non continovasse in pochi grandi; e misono a tutti divieto un anno, e che gli squittini della parte si dovessono rifare di nuovo, e annullare tutti i fatti; e questa riformagione fu ferma per li consigli a dì 24 d’aprile 1358. E avvegnachè questo non fosse opportuno rimedio, fu alcuno freno all’ordinato male, e molti per questo intervallo ebbono tempo da potere rimediare a’ fatti loro; nondimeno coloro ch’aveano l’animo e la mente sollicita a rimanere col bastone della parte, per potere premere gli altri cittadini, argomentarono a nuovi squittinì, e in questo e in altre cose feciono tanto, ch’ogni uficio accresceva nuovo scandalo nella cittadinanza, come leggendo per li tempi si potrà trovare.
CAP. XXXIII. Come i Sanesi uscirono fuori per soccorrere Cortona.
Tornando a’ fatti di Cortona, i Sanesi ch’aveano presa la difesa, e soldata la compagnia d’Anichino in Lombardia, e fattala valicare a Siena, e con alquanti loro soldati, a dì 18 del mese di marzo 1357, uscirono fuori con milleottocento barbute, e con gran popolo di soldo e del loro contado per andare a soccorrere Cortona, ch’era al tutto circondata e stretta da’ battifolli de’ Perugini; e andaronsene in su quello di Montepulciano, e ivi stettono quattro dì. E in questo tempo i Perugini per recarsi più al sicuro, sentendosi presso l’oste de’ Sanesi, arsono il battifolle da Camuccia; e quelli di Cortona, sentendosi presso il soccorso, e ch’e’ Perugini per tema aveano arsa la bastita da Camuccia, presono ardire, e subitamente popolo e cavalieri uscirono di Cortona, e assalirono il battifolle ch’era ad Alti sopra la città, e quello combatterono sì aspramente, che per forza il vinsono, e molti de’ difenditori uccisono e presono, gli altri si salvarono fuggendo al battifolle di Mezzacosta, e all’Orsaia. In questi medesimi dì messer Andrea Salimbeni, che guardava la rocca di Castiglioncello oltre al Noro, avea promesso di darla a’ Perugini per fiorini tredicimila d’oro, i Perugini vi cavalcarono, e per lo trattato entrarono nel castello; il traditore per paura de’ consorti, o per altra provvisione de’ Sanesi, non volle dare la rocca a’ Perugini, onde poco appresso se ne partirono, e’ Sanesi ne presono la guardia, e trassonla di mano a messer Andrea.
CAP. XXXIV. Come si levò l’oste da Cortona.
I capitani dell’oste de’ Sanesi avendo fatto vista di valicare a Cortona contro all’oste de’ Perugini per la via dall’Olmo d’Arezzo, avendo innanzi segretamente provveduto loro cammino, subitamente si misono per lo contado d’Orvieto, e cavalcando sollecitamente, prima furono al ponte Cavaliere in sulle Chiane di là dal Castello della Pieve ed ebbonlo passato, ch’e’ Perugini se n’avvedessono; ed entrati in su quello di Perugia, entrarono senza contasto in uno castelletto de’ Perugini chiamato Piegaia; e nel borgo arsono alquante case, e valicarono innanzi alle taverne di Bertuccio, e di là se ne vennono a Panicale sopra il lago; e benchè potessono fare assai danno per lo paese, se ne temperarono, per non accrescere materia di maggiore odio co’ Perugini. Essendo l’oste de’ Sanesi appressata, senza mezzo delle Chiane o di fiumari, e bene in concio per combattere, e’ Perugini mal provveduti da riceverli alla battaglia e alla loro difensione, presono partito di partirsi dall’assedio di Cortona per lo meno reo; e in quella notte fortificarono il battifolle da Mezzacosta, e arrosonvi gente alla guardia, e tutti gli altri battifolli abbandonarono, e partironsi da campo popolo e cavalieri assai vergognosamente, e ridussonsi in certe loro castella più vicine. La gente de’ Sanesi scesono la mattina in sul piano del lago, e colle schiere fatte se ne vennono all’Orsaia, e non trovandovi i nemici, si posarono quivi il sabato santo a dì 30 di marzo 1358, e in Cortona misono quella gente a cavallo e a piè che vollono con ogni altro fornimento compiutamente; e appresso il dì della Pasqua si tornarono all’Olmo, e appresso se ne vennero a Torrita in su il loro terreno, sani e salvi senza alcuno contasto. E per questo modo fu libera Cortona dall’arroganza de’ Perugini per le mani de’ Sanesi.
CAP. XXXV. Di novità di Perugia per detta cagione.
Venuta la novella a Perugia come la loro oste con vergogna s’era levata, e Cortona s’era fornita, il popolo si levò a romore e presono l’arme, e averebbono morto Leggiere d’Andreotto loro cittadino, e motore di questa guerra e capitano dell’oste, perch’egli avea abbandonato a’ Sanesi il campo dall’Orsaia, se non ch’e’ si partì, e cessò il furore; e racquetato il bollore, egli, come molto pratico e astuto, fece mostrare a’ rettori del comune, come per lo migliore s’erano ridotti in più salvo luogo; e andando di notte ad alcuni suoi confidenti de’ rettori, tanto adornò sue parole, che le sapea ben dire, e tanta suasione fece di larghe promesse da sè e da’ conestabili de’ cavalieri di far tosto la vendetta, e di recare onore al comune de’ loro nemici, che fu rimandato nell’oste da capo con più cavalieri, e con maggiore forza di masnadieri e d’altro popolo. E per fornire questo, atandoli lo sdegno già conceputo de’ Perugini contro a’ Sanesi, catuno si sforzò a servire il comune di danari, e accolta gente d’arme, chiamarono per capitano di guerra Smeduccio da Sanseverino, con grande animo di volersi vendicare de’ Sanesi. Lasceremo alquanto questa materia de’ due comuni, che catuno si provvede, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.
CAP. XXXVI. Di una gran festa fe’ bandire il re d’Inghilterra.
Il re Adoardo d’Inghilterra avendo fatta concordia, e lasciato di prigione il re David di Scozia suo cognato, si pensò di volere fare pace col re di Francia, la quale avesse principale movimento dalla sua persona. E per fare questo, fece bandire in Francia, in Fiandra, in Brabante, in Irlanda, nella Magna, in Iscozia e altri reami, una solenne festa di cavalieri della Tavola rotonda alla Sangiorgio d’aprile del detto anno; facendo ogni maniera di gente sicura in suo reame, e offerendo arme, cavalli, e arnesi a ogni cavaliere che alla festa venisse, e appresso le spese a chi fare non le potesse; e ancora a tutta gente d’arme per loro, e chi per loro servigi venisse, ogni cosa che loro bisognasse per loro vita, e per far prove di loro cavallerie. Perchè molta gente, udito il bando, si mise in assetto per esservi al tempo, chi per mostrare di sua virtù, chi per vedere.
CAP. XXXVII. Come l’armata del comune di Firenze venne a Porto pisano.
Addietro narrato avemo il malvagio movimento de’ Pisani per levare la franchigia a’ Fiorentini di loro mercatanzie, e come per la detta cagione i Fiorentini del tutto partirono da Pisa, e gli altri mercatanti forestieri che con loro trafficavano, aveano fatto porto e Talamone; e come i Pisani per levare il detto porto, con favore di messer Simone Boccanegra doge di Genova amico de’ Pisani, perchè l’aveano ricevuto e favoreggiato quando fu sposto doge, con otto galee impedivano il mare, il perchè mercatanzie nè uscire nè entrare poteano in Talamone. I Fiorentini di ciò aontati pativano disagio e dannaggio, piuttosto che riconciliarsi co’ Pisani, essendo di ciò richiesti e per li Pisani e per lo detto doge di Genova a loro richiesta, offerendo ogni franchigia e ogni vantaggio ch’e’ Fiorentini volessono domandare. Onde seguitò, che i Fiorentini pertinacemente seguitando, e perseverando nel loro proponimento, non avendo al gran costo rispetto ma all’onore del comune, segretamente feciono armare in Provenza dieci galee, e quattro nel Regno, le quali dieci galee, a dì 18 del mese di marzo detto anno, si mossono di Provenza cariche, e se ne vennono levate l’insegne del comune di Firenze in Porto pisano, e ivi stettono per alquanti giorni, facendo fare la grida sotto piccolo nolo, che chi volesse mandare mercatanzie a Talamone in sulle galee del comune di Firenze le potesse sicuramente caricare, e ’l simile feciono in Foce; e d’indi si partirono, e scaricarono a Talamone; onde molte barche e legni v’apportarono con roba d’ogni parte, vedendo il mare sicuro. Le quattro galee del Regno in questi medesimi dì vennono da Napoli, e incontrarono una galea e uno legno di Pisani cariche di mercatanzia ch’andavano a Corneto, e presonle, e fecionle scaricare a Talamone senza fare loro altro danno; d’indi se n’andarono a Porto pisano per lo modo dell’altre, e appresso in Provenza a caricare. Appresso di questo i Fiorentini lungamente ritennero cinque galee provenzali, che stettono a guardia del mare il più sopra Porto pisano, sicchè ogni legno e ogni barca liberamente caricava a Talamone. I Pisani avendo fatta la loro pruova, e rimasi beffati di loro pensiero, con loro usata astuzia mandarono il bando, che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone colle sue mercatanzie; nè già per questo i Fiorentini non lasciarono le loro galee della guardia. Avemo questa materia forse più stesa che non richieda al fatto del nostro trattato, ma la novità del fatto ci scusi; sì perchè è la prima armata che mai nostro comune facesse in mare, e sì per mostrare il fermo proponimento del nostro comune; il quale nè la disordinata spesa, che in poco tempo passò i sessantamila fiorini, nè danno, nè sconcio di mercatanti, nè le grandi profferte de’ Pisani e d’altri per loro, muovere di sua perseveranza poterono. L’animo del nostro comune si vide netto e intero per fare de’ loro errori ricredenti i Pisani, dimostrando, che senza loro e il loro porto i Fiorentini potevano fare; e appresso conobbono, che niuna altra guerra tanto danno e abbassamento poteva loro fare, quanto quella che si cominciava a praticare: ancora perchè sottilmente cercando, quanto allo stato de’ detti due comuni, la materia ha più dentro che non mostra di fuori, e però pensiamo d’essere scusati se di ciò avessimo soperchio parlato.
CAP. XXXVIII. Come il popolo di Parigi cominciò scandalo.
Il governamento del reame di Francia, come è detto addietro, era ridotto a tre stati, cioè prelati, baroni, e borgesi, i quali tenevano il consiglio, e diliberavano quello voleano che nel reame si facesse, e il Delfino vi consentiva. Durando il detto ordine, del mese di marzo detto anno, avendo il proposto di Parigi con suoi confidenti presa baldanza dell’abbacinato popolo per lo tagliamento fatto de’ consiglieri del Delfino, avendo nel suo segreto il trattato col re di Navarra, si sforzava con astuzia mostrare a’ borgesi di Parigi, che per questi fatti s’intendea più a singulare profitto che a comune bene, e che la pace e l’accordo del re d’Inghilterra se ne dilungava, e che il re loro signore n’era tradito. E sotto questo dimostramento col favore del popolo ruppe quell’ordine, e recò il governamento di Parigi alle mani de’ borgesi, schiudendone prima i baroni, e poscia i prelati. E per esempio di costoro così feciono l’altre ville di Piccardia, ed altre provincie del reame. E qui cominciò l’odio da’ gentili uomini al popolo, che poi fece grande novità nel reame, come appresso si potrà trovare. Il Delfino di ciò mal contento, e non potendo riparare, si partì da Parigi, e andossene ad Orliense.
CAP. XXXIX. Come i Perugini tornarono a oste a Cortona.
Tornando alla nuova guerra de’ Perugini e’ Sanesi, ed essendo molto faticato il comune di Firenze per suoi ambasciadori a Perugia per mettere accordo e pace tra loro, disponendosi i Sanesi liberamente alla volontà del comune di Firenze, i Perugini per loro alterigia mai si vollono dichinare ad alcuno accordo, parendo loro ch’e’ Sanesi gli avessono troppo oltraggiati; non volendosi ricordare dell’ingiuria loro fatta di Montepulciano, e d’altre cose ond’eglino aveano assai villaneggiati i Sanesi, e però ne’ loro consigli usarono atti e parole non belle contro gli ambasciadori del comune di Firenze, non lasciandogli dire, sufolando, e picchiando le panche quando faceano loro diceria; e nella città i loro famigli udivano ontose e vituperose parole sovente dall’indiscreto popolo minuto. Ma per l’affezione ch’aveva il nostro comune a quello, e al mettere pace tra’ suoi vicini, ogni cosa faceva dolcemente comportare. E stando ne’ detti ragionamenti male intesi, i Perugini accolsono gente d’arme e tornarono a Cortona, e fortificato ch’ebbono e rinfrescato l’assedio, a dì 8 d’aprile valicarono in su quello di Montepulciano con milleottocento barbute e grande popolo, e posono loro campo a Greggiano. I Sanesi con loro cavalleria si stavano in Torrita con milleseicento barbute, e masnadieri e popolo assai, e nella terra e nelle circustanze assai erano sicuri, se poca provvedenza e matta baldanza non li avesse sconci, come appresso diviseremo.
CAP. XL. Come i Perugini richiesono i Sanesi di battaglia.
Parendo, come detto è, a’ Perugini avere ricevuto vergogna e oltraggio da’ Sanesi, per vendicare loro onta li mandarono a richiedere di battaglia: e per avventura Anichino di Bongardo capitano de’ Tedeschi fu il primo richiesto, il quale allora era nel borgo di Torrita. Esso vanaglorioso prosuntuosamente fe’ tantosto sonare li stromenti, e con gran festa prese il guanto della battaglia di suo proprio, facendo doni al messaggio. Ma dopo il fatto s’avvide che troppo avea fallato di non avere di sì gran fatto preso consiglio co’ cittadini di Siena, ch’erano conducitori dell’oste e suoi consiglieri, e però ritenne il messo, ed entrò nella terra dov’erano i suoi compagni, e loro disse quello ch’avea fatto. Ai Sanesi molto dispiacque, conoscendo il pericolo; e per ricoprire il fallo del loro capitano, feciono aggiugnere alla risposta, che il giorno fosse fra gli otto dì che seguivano. I Perugini avendo questa risposta, e sapendo il modo che per lo capitano prima era stato tenuto, e appresso per lo consiglio, compresono chiaramente ch’elli non erano acconci a torre battaglia, onde diliberarono di trarsi innanzi, e richiederli colle schiere fatte in vergogna di loro avversari: e ciò facendo, senza prendere battaglia, pensavano avere purgata loro vergogna, e tornarsene addietro; stimando, che con loro onore poi, mediante il comune di Firenze, si potesse venire a concordia e a pace. Ma forse la superbia dell’uno popolo, e l’arroganza dell’altro e presunzione, non avea merito d’avere riposo; uscì l’impresa ad altra fine che per loro non si stimava.
CAP. XLI. Come furono sconfitti i Sanesi da’ Perugini.
Come detto è, il seguente dì a di 10 del mese d’aprile detto anno, i Perugini, come saviamente aveano diliberato e provveduto, si partirono da Greggiano, dirizzandosi con tre schiere fatte di loro verso Turrita, e strinsonsi infino a piè della terra nel piano, e cominciarono a trombare e richiedere i nemici di battaglia. I Sanesi vedendo i loro nemici venire baldanzosi colle schiere fatte n’ebbono sospetto, e per non avere quella vergogna, presono consiglio d’armarsi, e d’uscire fuori del castello a loro vantaggio in luogo ch’e’ non potessono essere sforzati, e ivi starsi, e rendere suono per suono, e per parole parole senza combattere, non pensando potere essere tratti a battaglia per la fortezza del luogo, e per le spalle della terra. Ma non sono nell’uomo le vie sue, ma nella provvidenza di Dio, la quale sovente dispone oltre agl’ingegni e consigli degli uomini; e così avvenne a questi due popoli, e a ciascuno fuori di sua opinione o pensiero. Perocch’e’ Sanesi fidandosi, come è detto, della fortezza del luogo e delle spalle della terra, uscirono fuori all’inviluppata, e con poco ordine, e senza il loro capitano Anichino di Bongardo, il quale, o per sdegno preso della folle accettagione da’ Sanesi non esaudita, o per altra pazzia, o malizia, co’ suoi Tedeschi non prendea arme. Intanto da quaranta cavalieri scorridori di quelli de’ Sanesi si misono di costa in su un collicello, ch’era in mezzo tra l’una e l’altra oste, per vedere con loro sicurtà il reggimento de’ nemici loro; e ciò veduto per li Perugini, si mossono di loro schiera circa a cento cavalieri, e per traverso giunsono sopra i detti scorridori de’ Sanesi, e loro quasi improvviso assalirono; perchè non potendo sostenere il soperchio, si ritrassono alla schiera. Gli Ungheri arditi e vogliosi gli seguitarono, e tanto avanti trascorsono, che a salvamento ritrarre non si poterono; e’ Perugini non vedendo senza grande pericolo poterli soccorere, gli avevano posti per abbandonati, ma il loro capitano disse: Facciamci innanzi colle schiere, sicchè s’e’ si vogliono raccogliere noi li possiamo più da presso ricevere; e così seguette. I Sanesi vedendo muovere le schiere verso loro, non avendo pensiere di combattere, e temendo di non esservi recati per forza, non essendo con loro Anichino colla sua gente, volsono le insegne, e tornaronsi in Torrita. I Perugini veggendo che sconciamente e per viltà si partivano, montarono in ardire, e misonsi innanzi; e non trovando contasto, in fino alle barre del borgo di Torrita giunsono baldanzosi, e cominciarono con grande romore ad assalire il borgo. Veggendo ciò Anichino, colla sua gente disordinatamente si mise di fuori tra’ nemici, e di presente fu preso col maliscalco dell’oste e con cinquanta altri cavalieri, perchè di tradimento mala boce li corse. Preso il capitano e la sua gente fuori del borgo, e rotta, i Perugini assalirono il borgo; e scesi molti cavalieri de’ loro a piede, e trovando al riparo lieve contasto, per forza lo presono; e più avanti passando messer Cagnuolo da Coreggio soldato de’ Perugini con sessanta cavalieri per entrare nel castello, i Sanesi uscirono per costa, e tutti a man salva li presono. Allora si ritrassono i Perugini e rubarono e arsono il borgo, e tornaronsi co’ prigioni, e colla preda e colla non pensata vittoria a Greggiano, portandone bandiere assai de’ conestabili ch’aveano trovate negli alberghi. Nella detta battaglia non ebbe oltre a cento uomini morti tra dall’una parte e dall’altra, ma assai cavalli morti e fediti, e più di quelli de’ Perugini. I Sanesi rotti vilissimamente, venendo la notte, distribuirono i cavalieri alla guardia delle loro terre, e scrissono al comune loro, che se di subito non s’avesse gente nuova al riparo, che il loro contado sarebbe arso e guasto da’ Perugini.
CAP. XLII. Come si dispuosono i Sanesi dopo la sconfitta.
I Sanesi udita la mala novella gran dolore ne presono, sì per la vergogna, e sì perchè credendosi avere pace co’ novelli nemici loro, per l’arroto oltraggiati, si vedevano nella guerra rifermi, e sentivano ch’e’ Perugini per loro crescere vergogna erano per venire infino alle loro porte, e non vedeano ciò potere vietare; che perchè il comune di Firenze avesse d’ogni parte suoi ambasciadori, misurato mezzo trovare non vi poteano, per la disordinata superbia e dell’uno e dell’altro comune, onde si disposono di fare danari per diversi modi, quanti più ne potessono ragunare, e feciono ambasciadori a’ signori di Milano, e mandarono alla compagnia ch’era in Lombardia per conducerla contro a’ Perugini, e aspettando questo, si ritennono alla guardia delle loro terre murate, e sgombrarono il contado. I Fiorentini non poterono ritenere i Perugini, ch’e’ non volessono per loro arroganza, sentendosi il favore della fortuna, ed essendo nel caldo della vittoria, andare infino alle porte di Siena, come appresso racconteremo.
CAP. XLIII. Come i conti da Montedoglio presono e perderono il Borgo.
Sentendo i conti di Montedoglio, che la maggior parte degli uomini del Borgo a Sansepolcro erano andati in aiuto de’ Perugini, e che per tanto, la terra era rimasa sfornita di gente da guardia, avvisato loro tempo, nel quale si credettono agevolmente prendere la terra e recarla alla loro signoria, a dì 5 del mese d’aprile detto anno, dato ordine d’avere gente di soccorso alla loro impresa, cominciarono con numero di seicento fanti, co’ quali si misono nella terra, e la corsono senza contasto, e in parte rubarono. I terrazzani spauriti per lo subito assalto si ridussono nel cassero, e prestamente a’ loro amici e vicini il fatto feciono assapere, domandando soccorso, e nell’oste de’ Perugini loro stato feciono sentire; onde i castellani v’andarono di presente per comune con tutta loro possa, ed ebbono l’entrata per lo cassero. I conti conoscendosi impotenti a potere tenere la terra contro a tanti e tali nemici già venuti al soccorso, e a quello che speravano che tosto dovesse potere venire, senza indugio di tempo, non s’affidarono di fare lunga dimoranza nella terra, ma l’abbandonarono il secondo dì che presa l’aveano, portandosene quelle cose sottili che poterono, e ciò non senza danno della codazza di loro gente, che ne fu morta e presa.
CAP. XLIV. Come il re d’Inghilterra andò a vicitare il re di Francia, e annunziarli la pace.
A dì 14 d’aprile, essendo bandita la gran festa che il re d’Inghilterra dovea fare alla Sangiorgio, il re mandò innanzi a Guindifora, ov’era prigione il re di Francia, e ’l figliuolo, e altri baroni di Francia, messer Lionello suo figliuolo a dirli, che il re suo padre volea venire a fare con lui colezione. Il re di Francia il ricevette a gran festa, e tennelo la mattina con seco a desinare; appresso mangiare il re d’Inghilterra fu là, e il re di Francia gli si fece incontro, e ricevettonsi insieme con molta reverenza, e dopo molta contesa di mettere innanzi, e onorare l’uno l’altro, il re di Francia lo prese di pari, e andarono a bere insieme con gran festa e allegrezza; di che uno ministriere festeggiando disse: Mala morte possa fare chi di voi sturba la pace: il re d’Inghilterra rispose al motto, che già per lui non rimarrebbe, e che coll’aiuto di Dio tra loro sarebbe buona pace; e invitò il re di Francia alla festa ch’avea ordinata alla Sangiorgio, e il re di Francia accettò, e fece suo sforzo per potervi comparire magnificamente come a lui s’appartenea; dopo ciò il re d’Inghilterra preso il congio si tornò al suo ostiere.
CAP. XLV. Come i Tarlati si feciono accomandati de’ Perugini.
Montata la pompa de’ Perugini per la nuova vittoria, segretamente teneano trattato co’ Tarlati d’Arezzo, e ricevutigli in loro protezione e accomandigia con mala intenzione, pensando coll’aiuto de’ segreti amici, e per furto e per ingegno rimetterli in Arezzo per averne la signoria, senza scoprirsi contro a’ Fiorentini, cadendo il bisogno del borgo come è detto, e richiesti furono i Tarlati da’ Perugini, ed elli s’apparecchiarono prestamente con tutta loro forza d’andare a soccorrere la terra: non fu bisogno; perocchè i castellani, come di sopra dicemmo, aveano fatto il servigio, e liberata la terra. Allora si scoperse, e fu palese che i Perugini senza richiesta de’ guelfi di Toscana, o consiglio, s’erano collegati co’ Tarlati, e gli aveano ricevuti loro accomandati, e promesso di rimetterli in Arezzo, onde i Fiorentini e gli Aretini forte se ne turbarono, e cominciossi a fare in Arezzo di dì e di notte buona e sollecita guardia coll’aiuto e consiglio de’ Fiorentini, sicchè cortesemente fu rotta la speranza a’ Perugini e a’ Tarlati di rivolgere lo stato d’Arezzo. Nel quale trattato non si trovò messer Luzzi figliuolo naturale di messer Piero Saccone, il quale per sdegno ch’avea co’ suoi consorti s’accostò a’ Sanesi, e non volle essere co’ Perugini, e apertamente si mescolò nella guerra contro a loro.
CAP. XLVI. D’una folgore percosse il campanile de’ frati predicatori di Firenze.
Nel detto anno, a dì 20 d’aprile, nell’ora quasi di mezza notte, il tempo ch’era sereno si turbò con disordinata e subita pioggia, e una folgore percosse nella punta del campanile de’ frati predicatori, dov’era un agnolo di marmo di statura in altezza di quattro braccia con grandi alie di ferro, il quale volgea sopra una grossa stanga di ferro, mostrando col braccio steso il segno de’ venti, la quale figura in molte parti spezzò, e la stanga volta in arco volse con una gran corteccia del campanile, e assai di lontano gittò le pietre, spargendole: e discesa nella maggiore cappella in più parti la incese, e abbronzò le figure, e il simile fè nel dormentorio senza far danno a persona, vituperando le cose pompose. Stimossi per molti che ciò non fosse senza singolare dimostramento d’occulto giudicio, considerato che i frati del detto luogo disordinatamente passando l’umiltà della regola loro data da san Domenico, i loro chiostri e’ dormentori sono pomposi, vezzosamente intendendo alle delicatezze e piaceri temporali. E di ciò accorgendosi il venerabile maestro Piero degli Strozzi del detto ordine, uomo di santa vita, considerando che ne’ suoi giorni tre volte il detto caso era avvenuto, non volle che figura niuna più si ponesse nel detto luogo, ma armò la vetta del campanile contro la forza delle folgori con reliquie sante. Continovando alla predetta materia, le simili cose ne’ detti giorni occorsero infino al mese di luglio, che spesso cadde grandine sformata nel nostro contado, e nell’altre parti della Toscana e della Romagna con grandissimi danni di frutti, e di bestiame e d’alquante persone: nel nostro contado cadde in grandezza di due tanti d’un uovo di gallina: altrove udimmo che cadde vie maggiore.
CAP. XLVII. Della pomposa festa che si fè in Inghilterra in Londra.
Avendo il valoroso Adoardo re d’Inghilterra promessa pace al re di Francia, come di sopra dicemmo, e ordinato alla Sangiorgio d’aprile la solenne e vana festa de’ cavalieri erranti alla città di Londra, grandissima quantità di baroni, e di cavalieri, e di nobili uomini d’arme del reame s’accolsono per essere alla festa. I baroni come meglio poterono, ciascuno bene montato, e con nobili armadure e sopravveste, e insegne vaghe e maravigliose, e le donne vestite di ricchi drappi, e ornate di ghirlande, fermagli e cinture di perle e d’altre pietre preziose di gran valuta, ciascuna come meglio potè. Nella città di Londra era per tutto apparecchiato a ricevere i forestieri onoratamente, ciascuno secondo il grado suo. Quivi rinnovellandosi l’antiche favole della Tavola rotonda, furono fatti ventiquattro cavalieri erranti, i quali seguendo i fallaci romanzi che della vecchia parlano, richiedeano, ed erano richiesti di giostra e battaglia per amore di donna. E intorno alla piazza erano levati incastellamenti di legname con panche da sedere, coperti di ricchi drappi a oro, e forniti di dietro di ricche spalliere, dove il re e le reine e altre nobili dame stavano a vedere; e davanti al re veniano dame e cavalieri con finti e composti richiami di gravi oltraggi, e differenti l’uno dall’altro, domandando l’ammenda del misfatto, o battaglia, e il re discernea la giostra, e quale era vinto perdeva sua dama: le quali facevano alle loro giostre cavalcare, quasi come presente premio di colui che vincesse: le conquistate erano di presente menate a corte, e assegnate alla reina come gaggio del vincitore: e altre molte cose simili a queste vane e pompose, e piene di tante inveccerie, che forse a Dio ne dispiacque. Le mense furono poste ornatissime, vezzose e dilicate, con molte e varie vivande. Alle prime mense fu posto sopra tutte quella della reina vecchia d’Inghilterra, appresso quella del re di Francia, alla quale cinque figliuoli del re d’Inghilterra servirono in su grandi destrieri; e il re d’Inghilterra medesimo, ch’era all’altra tavola con quello di Scozia, alcuna volta si levò dalla mensa, e andò a vicitare quella del re di Francia. Questa solennità di festa si coprì sotto il titolo della pace, e per tanto alcuna scusa ricevette della disordinata burbanza e vanità. E nota lettore, che le parole del savio che dicono, gli estremi dell’allegrezza sono occupati dal pianto, si verificarono nel re d’Inghilterra, a cui la moria, che poco appresso seguette, tolse i figliuoli con molto dolore e tristizia.
CAP. XLVIII. Come i Perugini cavalcarono i Sanesi fino alle porti di Siena.
Smeduccio da Sanseverino della Marca, nuovo capitano di guerra de’ Perugini, come giunse nell’oste, di presente con duemila cavalieri e con gran numero di gente da piè si dirizzò verso Chianciano, e lo combatterono, e arsone i borghi. Appresso entrarono in Valdorcia, e arsono Bonconvento, e corsono infino al Bagno a Vignoni, facendo danni assai maggiori in vista che in fatto, ardendo di rado allora capanne e altre vili e disutili cose, e a dì 29 di aprile cavalcarono verso Siena, e passate le forche assai di presso a Siena fermarono il campo; e coll’usate burbanze toscane alquanti cittadini di Perugia ivi si feciono cavalieri, e’ loro scorridori passarono infino a porta nuova: nella quale per matta baldanza entrarono due di loro, de’ quali l’uno vi fu morto, e l’altro rimase prigione. Sopraggiugnendo la sera, co’ prigioni che presi aveano in numero di centocinquanta si ritrassono a Isola, e il seguente dì ripigliarono la via d’Asciano, e si ritornarono a Perugia: per la qual cavalcata lo sdegno oltre a modo a’ Sanesi crebbe, di che ne seguì quanto appresso diviseremo. È vero, che come uso di guerra sovente dimostra, i Perugini non ebbono netta del tutto l’avventurosa vittoria, perocchè sentendo il signore di Cortona che tutto lo sforzo da cavallo e da piè era cavalcato a oltraggiare i Sanesi, veggendosi libero il tempo da potere danneggiare i nemici, nol volle perdere, e con dugento cavalieri mandò il popolo di Cortona, e assai danno feciono intorno a Castiglionaretino e a Montecchio, e arsono presso al lago la Valdecchio; e correndo infino all’Orsaia, presono due de’ cavalieri novelli de’ Perugini, che per quella via poco accortamente si tornavano a casa, e a salvamento si tornarono a Cortona con molta preda, e circa a dugento prigioni. La preda e il danno fu grande, perchè avendo a vile i Cortonesi, con baldanzosa sicurtà sprovveduti furono sopraggiunti.
CAP. XLIX. Come il legato del papa ripuose l’assedio a Forlì.
L’ultimo dì del detto mese d’aprile, l’abate di Clugnì legato del papa, avendo accolta molta gente d’arme, fece bandire, che qualunque cittadino o forestiere volesse uscire di Forlì, sarebbe ricevuto benignamente da lui e dalla sua gente, e perdonatogli l’offesa di santa Chiesa, e ricomunicato. Per la qual cosa molti per più riprese se ne fuggirono al legato, e assai volte quelli che v’erano messi alle guardie delle mura se ne collavano a terra, e fuggivansi la notte a’ nemici. Il legato vi si ripuose ad assedio con grandissimo popolo, e con mille cavalieri al cominciamento. Il capitano e’ suoi cittadini pazzi di lui disperatamente, senza volere prendere accordo, attaccarsi alla pertinacia e alla durezza, disponendo di tenersi alle difese con grandissimo loro affanno e disagio.
CAP. L. Come i Provenzali feciono compagnia per vendicarsi di quelli dal Balzo.
Essendo molto assottigliata la compagnia di Provenza, i gentili uomini, ch’aveano lungamente ricevuto danno ne’ loro paesi, avendo preso sdegno sopra la casa del Balzo, e sopra quelli del Delfinato che l’aveano mantenuta loro addosso, si raunarono insieme più di ottocento cavalieri, e corsono sopra le terre di quelli del Balzo, e guastarono di fuori, e nel Delfinato feciono alcuno danno. E se il re Luigi avesse valicato di là, com’avea promesso loro, avrebbono fatte assai maggiori cose.
CAP. LI. Come si pubblicò la pace de’ due re.
Finita la pomposa e vana festa del re d’Inghilterra fatta a Londra, della quale di sopra abbiamo fatta menzione, poco appresso, a dì 8 del mese di maggio, il re di Francia e quello d’Inghilterra in pubblico parlamento feciono pace insieme, e abbracciaronsi e baciarono in bocca: e dissesi, che per buona concordia e buona pace il re di Francia lasciava al re d’Inghilterra la contea di Aghemme, e la Normandia, e la contea di Guinisi, con Galese e le terre che ’l re d’Inghilterra avea acquistate, e che il re di Francia, in fra la festa di tutti i Santi milletrecentosessantotto, dovea avere dati al re d’Inghilterra seicento migliaia di scudi vecchi, e il re Adoardo dovea con tutto suo sforzo riporre il re di Francia in signoria di suo reame. Onde ciò seguendo per fornire l’impresa, il re di Francia mandò messer Giovanni conte di Pittieri suo minore figliuolo, il quale era stato preso con lui in Linguadoca, a procacciare la moneta, con patto ch’alla festa di santo Dionigi dovesse tornare, e rimanere per stadico a Bologna sul mare, tanto che l’altre promessioni e convegne fossono fornite.
CAP. LII. Come il legato del papa pose due bastite a Forlì.
Di questo mese di maggio, vedendo il legato la durezza del capitano di Forlì e del popolo di quella città, che per niuno modo si disviava dal volere del capitano di Forlì, acciocch’e’ s’avvedessono, che senza abbandonare l’assedio la state e ’l verno, il legato era fermo di vincerli per forza, pose tra Faenza e Forlì una grande e forte bastita, ove mise quella gente a cavallo e a piè che bisognava, per tenere da quella parte stretta e assediata la città di Forlì; e appresso ne pose un’altra tra Forlì e Cesena al ponte a Ronco; e nondimeno il campo suo con l’altra oste pose presso alla città, e continovamente cercava d’assalire la terra il dì e la notte. E di tutto questo non parea che ’l capitano e’ Forlivesi si curassono niente, ma spesso il capitano colla giovanaglia di Forlì usciva della terra, e assaliva il campo, e ritornavasi contamente a salvamento.
CAP. LIII. Pace fatta dal re Luigi al duca di Durazzo.
Lungamente era durato lo sdegno che il duca di Durazzo avea portato contro al re Luigi, parendoli male essere trattato da lui; e per questo modo guerra si nutricò nel Regno per la compagnia, e poi per lo conte Paladino, e per gli altri baroni che teneano la parte del duca, di che il Regno era per tutto mal disposto, e’ ladroni multiplicavano, e non v’era paese nè strada che sicura fosse. Avvenne, che morto il conte Paladino e ’l fratello, i baroni cercarono di fare la pace tra’ reali, e il gran siniscalco sopra tutti v’adoperò tanto, che gli recò a buona pace. E del mese di maggio 1358 con gran festa, con tutti i baroni e gentili uomini di Napoli, desinarono insieme al vescovado, e cavalcarono per tutta la terra insieme. E incontanente s’ordinò e bandì, che tutti i forestieri uomini d’arme si dovessono partire del reame, e cominciossi a venire rassicurando il paese.
CAP. LIV. Come si partì la compagnia di Provenza.
Abbiamo innanzi narrato, come il re Luigi era costretto d’andare in Provenza per difenderla dalla compagnia che lungamente l’avea tribolata, e avea richiesti i baroni d’aiuto e i comuni di Toscana, e catuno s’apparecchiava di servirlo ove andasse la sua persona. Avvenne, che per le ribellioni che le comuni di Francia avevano fatte contro al Delfino duca di Normandia, primogenito del re di Francia, e contro agli altri baroni e gentili uomini del paese, i baroni col Delfino furono costretti di fare gente d’arme per la loro difesa, e per offendere le comunanze. E perocchè la compagnia era nutricata e creata al suo caldo e degli altri baroni, per averli presti al bisogno, e mantenerli alle spese de’ Provenzali di qua dal Rodano; a questo bisogno chi mandò per l’una parte e chi per l’altra: e così si partì di Provenza una parte della detta compagnia. E il re Luigi per questa cagione, e perchè mal volentieri si partiva del Regno, sostenne l’andata di Provenza.
CAP. LV. Come i signori di Milano posono l’assedio a Pavia.
I signori di Milano, per la grande entrata ch’aveano di loro terre in que’ tempi erano di gran podere, sicchè perchè alcuna volta perdessono loro gente d’arme, di presente per la forza del danaro erano riforniti di nuovo, e possenti a tornare in campo meglio che prima. E però non ostante ch’avessono l’oste grande sopra Mantova, e fornissono contro al marchese di Monferrato la guerra di Novara e di Vercelli, essendo la compagnia del conte di Lando, come detto avemo, in aiuto a’ Lombardi collegati, feciono di nuovo grande oste, e andarono a porre l’assedio alla città di Pavia del mese di maggio, ove aveano più di duemila cavalieri e pedoni, e popolo assai per questi assedi. E per mantenere le grandi spese consumavano le forze de’ collegati, non ostante che spesso negli assalti la loro gente ricevessono danno e vergogna; e ciò addiveniva, perchè i loro soldati tedeschi aveano ricetto, e parte di loro cavalcatori nella compagnia, sicchè contro a loro non si combatteano lealmente, per non disfare la detta compagnia; e avvedutisi i signori di Milano per più volte di questo, e trovatisi con diecimila cavalieri a loro soldo, e mille di quelli della compagnia gli cavalcavano presso a Milano, non ostante ch’avessono vantaggio contro a’ loro avversari, per questa cagione cominciarono a dare gli orecchi al trattato della pace, la quale poi si fornì, come al suo tempo racconteremo.
CAP. LVI. Come i Perugini afforzarono l’Orsaia.
Di questo mese d’agosto, i Perugini per potere con meno gente d’arme e con minore spesa mantenere l’assedio a Cortona, cominciarono ad afforzare di mura e di fossi l’Orsaia per farvi una terra nuova, sicchè il verno come la state potessono tenere assediati i Cortonesi dal lato del piano. I Cortonesi per questo poco si curavano, perocchè la montagna era in loro balía, e aveano gente a cavallo e a piè che spesso faceano risentire i loro nemici.
CAP. LVII. Come si fece la pace da’ signori di Milano a’ collegati.
Quasi per spazio di tre anni era continovata la guerra da’ signori di Milano a’ collegati Lombardi, nella quale erano i signori di Mantova, di Ferrara, e di Bologna, e il marchese di Monferrato, Genova, e Pavia; nelle quali battaglie, ribellioni e presure d’assai città e castella erano fatte, com’addietro abbiamo narrato, con vari avvenimenti di guerra e di fortuna e d’una e d’altra parte; e come che la possanza de’ signori di Milano fosse grandissima, pure aveano perdute la maggior parte delle terre che tenere soleano nel Piemonte, e Novara, Como, Pavia, e Genova, e Savona, e con la Riviera e di levante e di ponente, e molte altre castella in quelli paesi; ma tutto che queste terre fossono loro tolte, per loro entrata e potenza conduceano gente d’arme, e nuove osti faceano, avendo più forza l’un dì che l’altro, almeno in apparenza. Per le quali cose i collegati straccati dalle gravezze delle spese incomportabili a loro, con gran pericolo e pena sosteneano la guerra, avendo nel segreto grande appetito di pace; dall’altra parte i signori di Milano s’erano trovati più volte ingannati dalla gente d’arme di lingua tedesca, che avendo essi forza di novemila in diecimila cavalieri, mille o duemila barbute della compagnia per più riprese, come mostrato abbiamo, correano infino alle porte di Milano, e stavano a oste nel loro contado, e non trovavano Tedeschi che contro a loro facessono resistenza, che tutti teneano parte nella compagnia, e i cassi da’ soldi entravano in quella, e per questa cagione s’aveano vedute rubellare molte terre; per la qual cosa anche eglino desideravano concordia. Onde essendo mezzano e sollicitatore della pace messer Feltrino da Gonzaga de’ signori di Mantova, la pace si fornì, e palesossi per tutto all’uscita del mese di maggio, gli anni 1358, con certi patti e convegne che poco vennono a dire, come appresso si dimostrò per lo fine.
CAP. LVIII. Come s’abbattè i palazzi di quelli di Beccheria.
Essendo cacciati da Pavia quelli della casa di Beccheria, come a verno addietro narrato, frate Iacopo Bossolaro fece sua predicazione, alla quale s’adunò tutto il popolo di Pavia uomini e donne; e con belle e ornate parole mostrò, che non era bastevole avere cacciati di Pavia i tiranni, se a loro non si togliesse la speranza del tornare, la quale loro durerebbe mentre che le loro case e’ palagi fossono in piè; e che per tanto a lui necessario parea d’abbatterli, e fare piazza del sito dov’erano. Fornita la predica, tutto il popolo si mosse, e volonterosamente corse ad abbattere le dette case e palagi: e in picciolo tempo non vi lasciarono pietra sopra pietra, che non portassono via; e il luogo recarono a piazza, secondo che il frate predicando avea consigliato. E fu ciò cosa mirabile, che tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi vi furono per maestri e manovali, e a modo delle formiche ciascuno ne portò via la parte sua.
CAP. LIX. Di molte paci e altre cose notevoli fatte.
Gli antichi Romani al tempo del popolo gentile aveano un tempio nella città consacrato a Giano, il quale nel loro errore faceano Iddio dell’anno. E per tanto il primo mese dell’anno a questo loro Iddio era consacrato, e da lui era denominato Gianuaro, che noi volgarmente appelliamo Gennaio. Questo tempio di Giano, quando stava aperto era segno di guerra, e quando stava chiuso era segno di pace. Di che tornando alle favole antiche, e all’usanze antiche della magnificenza romana, questo nostro anno dire si potrebbe quello della pace: perchè in esso fu fatta e fermata la pace dal re d’Inghilterra al re di Scozia, e lasciato fu di prigione il re David, che carcerato il tenea quello d’Inghilterra. Ancora si fè la concordia dal re di Spagna al re d’Araona, e quella dal re d’Inghilterra al re di Francia, il quale era suo prigione, benchè per li patti rimanesse sospesa. E fecesi la pace dal comune di Vinegia al re d’Ungheria; e quella de’ signori e tiranni di Lombardia, che di sopra avemo raccontata; e quella dal re Luigi al duca di Durazzo; e quella da’ Perugini a’ Sanesi. E più ad aumento di pace in questo anno fu abbondanza di tutti i frutti della terra. È vero, che furono nel verno malattie di freddo, e nella state molte febbri terzane, e semplici e doppie, sicchè se gli uomini fer pace delle loro guerre, non dimanco gli elementi per li peccati sconci degli uomini loro fecero guerra. Nella quale fu da notare, che come l’anno passato la Valdelsa, e il Chianti, e il Valdarno furono di molte infermitadi gravate e morie, che così nel presente, che fu mirabile cosa. E perchè per queste paci fossono liete molte provincie, il reame di Francia in questi giorni ebbe grandi e gravi commozioni di popoli contro a’ gentili uomini, che molto guastarono il paese, e tre gran compagnie di gente d’arme settentrionali conturbarono forte Italia e la Provenza. Il perchè appare, che universale pace non può essere nel mondo, come fu al tempo che ’l figliuolo di Dio umana carne della Vergine prese.
CAP. LX. Come la compagnia del conte di Lando venne in Romagna.
Incontanente che la pace de’ Lombardi fu fatta, la compagnia del conte di Lando, ch’era stata contro a’ signori di Milano per condotta de’ collegati, com’addietro abbiamo narrato, si partì di quei paesi; e all’uscita del mese di giugno, avendo per tutto il passo aperto, e la vittuaglia da’ paesani, con licenza del signore di Bologna se ne vennono a Budrio in sul Bolognese; e ivi stettono alquanto di tempo prendendo loro rinfrescamento, dando di loro usati aguati e improvvisi assalti assai di tema a tutti i Toscani, e al legato del papa in Romagna, e così al Regno, aspettando in quel luogo civanza di condotta, e danari da chi con loro si volesse patteggiare e comporre.
CAP. LXI. Come il re Luigi riebbe il castello di Parma.
Narreremo in questo capitolo cosa che non pare degna di memoria, nè certo è, se non in, tanto per quanto per essa si può dimostrare la debolezza in que’ giorni del famoso reame di Puglia. Certi ladroni e rubatori di strade nel detto regno in questi giorni faceano compagnia, e aveano preso per loro ridotto un castelletto tra Serni e Castello da mare che si chiama Parma: e ivi s’erano adunati, e rubavano le strade e’ paesi che da loro non si volieno rimedire. E aveano già tanto fatto, che circa a centoventi di loro erano montati a cavallo, e armati a guisa di cavalieri, e spesso correano fino a Napoli, e per Terra di Lavoro; e maggiore guerra e danno faceano a’ paesani, che quelli della gran compagnia quand’erano nel Regno, perocch’e’ sapeano i passi e le vie del paese, e conoscevano i massari e’ paesani da cui si poteva trarre il danaro. E così teneano in mala ventura e angoscia tutto il paese, che niuno osava andare per cammini senza buona scorta. E per questa cagione il re fece gente d’arme, e ristrinseli nel detto castello, e assediolli: e in fine vedendo i detti ladroni che non poteano tenere il castello, l’abbandonarono, e fuggirsi del paese, e il re riprese la terra, e la fornì di sua gente; perchè alquanto ne migliorò la sicurtà delle strade e de’ cammini.
CAP. LXII. De’ fatti di Siena della loro guerra.
Li Sanesi avendo veduto non rotte le loro forze, nè con ordine di battaglia, essere così sventuratamente sconfitti e cavalcati da’ Perugini infino alle porti, essendo di natura sdegnosa e altiera e di voglioso consiglio, di comune assentimento deliberarono di fare ogni loro sforzo e podere per qualunque modo potessono, per vendicare loro vergogna; non ostante che per lo comune di Firenze oltre all’usato amore consueto di faticarsi a pacificare loro vicini, ingelosito che per loro riotte non surgesse allettamento di signore forestiere, di continovo sollecitamente cercasse modo comportevole a sgravare il soperchio dell’onta fatta a’ Sanesi, e a questo per forza d’amistà de’ reggenti e maggiori di Perugia avessono condotto ad assentire i Perugini, nè modo nè verso co’ Sanesi trovare non potè, i quali nel furore di loro lieve animo, non guardando a stato di parte guelfa, nè a’ pericoli che seguire ne potesse alla libertà de’ comuni di Toscana, malcontenti di ciò che per l’uno comune e per l’altro si facea, cercando sempre concordia tra loro senza favorare in segreto o in palese eziandio in parole nessuno di loro contro all’altro, solenni ambasciadori con pieno mandato e larghe promesse mandarono a’ signori di Milano per impetrare loro aiuto e favore; ma poco loro valse, tutto che in niente montasse per loro mal volere e pravo concetto, perocchè per la pace tra detti signori e comuni di Toscana fatta, per non romperla non se ne vollono travagliare. Il perchè veggendosi i Sanesi mancare la detta speranza, in sulla quale stavano ventosamente a cavallo, cercarono convegna colla compagnia che di Lombardia era venuta a Budrio, e si patteggiarono ch’andasse al loro soldo per certa quantità di moneta: e nel patto inchiusono, che la compagnia un mese e più con altra loro gente dovesse stare in sul contado di Perugia; e per lo detto servigio diedono caparra e la ferma, all’entrata del mese di giugno 1358. Semoci un poco allargati in parlanza sopra questa materia, per fare ricordanza a coloro che per li tempi verranno al reggimento del nostro comune, che stieno avvisati a’ rimedi della straboccata e ventosa volontà de’ Sanesi, i quali sovente per levità d’animo hanno tentata la loro sovversione e degli altri comuni di Toscana, che vogliono e amano di vivere in libertà.
CAP. LXIII. Come i Pisani abbandonarono la gara di Talamone.
I Pisani avendo provato e riprovato per molte riprese, che nè per loro armate, nè per impedimenti di mare, nè per lega che tacitamente avessono col doge di Genova, nè per qualunque altri loro argomenti o sagacità, usando larghe promesse di nuove franchigie e più utile a’ Fiorentini, non aveano potuto rimuovere il comune di Firenze dal suo fermo proponimento del non tornare a fare porto a Pisa, ma piuttosto coll’aizzamento gli aveano fatti indurare; e veggendo ch’esso comune di Firenze s’era messo in armare galee, e cercare ventura di mare contro a loro; colla usata astuzia, del mese di giugno detto anno, con segreta deliberazione fatta tra loro mandarono la grida, che i Pisani e’ loro distrettuali, e ogni altra maniera di gente liberamente potesse andare a Talamone co’ suoi legni e mercatanzie, e di là recare e portare mercatanzia salvi e sicuri da tutta loro gente. E incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro con fare porto a Talamone; e nondimeno i Fiorentini continovo le loro galee teneano alla guardia del mare.
CAP. LXIV. Come i Sanesi chiamarono capitano, e uscirono a oste.
Avendo i Sanesi l’animo infiammato contro al comune di Perugia, elessono per loro capitano di guerra il prefetto da Vico con gran balìa nella città e di fuori sopra la gente d’arme, il quale accettò: ma non venendo presto come il furore de’ Sanesi cercava; a dì 21 di giugno uscirono fuori a oste sopra il Monte a Sansavino colla loro gente d’arme, e con settecento barbute che avea Anichino di Bongardo capitano della nuova compagnia, e ivi sforzandosi di vincere la terra, senza frutto stettono aspettando il loro capitano e l’altra gran compagnia che aveano condotta in Lombardia. I Perugini temeano forte l’avvenimento della compagnia, e acconciavansi bene a lasciare trovare modo a’ Fiorentini d’avere la pace; nondimeno afforzavano l’Orsaia per potersi tenere più forti e provveduti alla loro difesa.
CAP. LXV. Come si fece certa arrota al palio di san Giovanni.
Di questo mese i Fiorentini arrosono al palio di san Giovanni, ch’era di due finissimi velluti chermesi, con uno nastro d’oro largo quattro dita coll’arme del popolo e del comune, riccamente ricamate di seta d’otto braccia di lunghezza, quanto le dette due pezze erano larghe, di vaio sgrigiato; cosa molto orrevole e bella alla nostra festa.
CAP. LXVI. Come il Delfino mandò per lo proposto di Parigi.
Tornando a’ fatti di Francia che occorsono in que’ tempi, il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orleans, come addietro avemo fatta menzione, per disdegno, o forse per paura piuttosto, che più verisimile parve, s’era partito di Parigi, e l’amministrazione e governo del tutto avea lasciato al proposto de’ mercatanti e a’ borgesi di Parigi; perchè essendo ripreso di codardia, si mosse, e appressossi alla città, stimando che il proposto li portasse reverenza, e come reale lo ridottasse, e a lui mandò a dire, che con trenta compagni li venisse a parlare. Il proposto rispose di farlo; e di presente tutto il popolo commosse, il quale in numero di trentamila o più il seguirono per ire seco infino al luogo dove stava il Delfino. Il quale udendo in che forma venia, non lo attese, ma si partì in fretta, per non attendere la piena del popolo ignorante e mal consigliato, e tornossene ad Orliens. E ciò fu all’entrata di giugno.
CAP. LXVII. Di novità fatte per lo popolo di Parigi.
I borgesi e ’l popolo minuto di Parigi vedendosi armati, che n’erano poco usi, e che ’l Delfino non attendendo loro furia s’era partito, montarono in baldanza; e come suole avvenire, e per sperienza si vede, che i vili, che prendono ardire contro a chi fugge, vantandosi di loro cuore e ardire, col fumo della vittoria senza contasto si fermarono, aspettando se loro fosse mosso niente. Il proposto con quelli che lui seguivano nel malvagio proponimento e consiglio, veggendo lo stolto popolo armato, e per levità d’animo nimicato contro la casa reale, pensarono con esso, avanti che giù ponessono l’arme, a maggiori fatti procedere. E per tanto confortato il popolo, e inanimatolo a speranza di migliore fortuna, quasi come gente furiosa e irata la condussono spartamente come vedeano che richiedesse la faccenda, e ogni parte d’essa sotto guida a’ palagi e a’ manieri de’ gentili uomini ch’erano vicini a Parigi, i quali non prendendo guardia di loro, e non avendo alcuno avviso di loro iniquo e reo proponimento, nè del movimento di chi li guidava, molti ne furono sorpresi. Il furioso popolo incrudelito, quanti ne giugnea tanti ne mettea al taglio delle spade, non perdonando a fanciulli o a donne; e a’ micidi aggiugneano l’arsioni, diroccando fortezze e manieri a costuma di fiere selvagge. E intra gli altri nobili e ricchi dificii guastarono il bello castello di Montmorensì, e altre molte castella notabili. E con questa rabbiosa vittoria, con spargimento di cittadinesco sangue, si tornarono in Parigi, avendosi fatti nemici i gentili uomini e i baroni del reame.
CAP. LXVIII. Come l’altre ville seguirono di fare come Parigi.
Sentendosi per lo paese quanto inumanamente, e con quanta bestiale fierezza il popolo di Parigi s’era portato contro a’ baroni e a’ gentili uomini circustanti e vicini a Parigi, l’altre buone ville di Piccardia e di Francia, prendendo esempio dal popolo di Parigi, tantosto s’adunarono in arme, e uscirono delle ville come se andassono contro a’ nemici, e ricercarono i gentili uomini e le famiglie loro per li manieri, e per le castella, e per le tenute dove si riduceano, e quanti ne poterono giugnere senza misericordia n’uccisono, e i loro manieri e castella dove poterono entrare disfeciono. E fu sì subita e improvvisa questa tempesta, che molti tra le loro mani ne perirono, dando boce e cagione, ch’e’ gentili uomini e i baroni erano traditori del re loro signore; ma certo chi fu primo motore di tanto scellerato male fu il reo e il traditore di suo signore e di tutto il reame, come appresso leggendo si potrà trovare.
CAP. LXIX. Di novità di Forlì.
Bene che paia assai disonesto e fuori di ragione, che li prelati che dovrebbono essere correggitori de’ difetti e peccati de’ secolari s’inviluppino e rivolgano in quelli, e massimamente in quelli errori mondani che più paiono orribili e abominevoli, come sono tradimenti, o se volemo più onesto parlare, trattati, nondimeno per la corrotta usanza del malvagio tempo che corre, non pare si disdica a coloro che sono posti da santa Chiesa alla cura de’ suoi beni temporali, tutto che cherici sieno, usare arte di tradigione. Per questa larga e non dannata licenza, l’abate di Clugnì legato di papa in Romagna, avendo fatto tenere certo trattato con le guardie d’alquante bertesche della città di Forlì, le quali gli doveano essere date, mandò della sua gente una notte intorno di seicento tra a piè e a cavallo, e presonle, ed entrarono nella terra; e se avessono avuto con loro più forte braccio n’erano signori. I cittadini, per l’improvviso e subito assalto non sbigottiti, insieme col capitano francamente si fedirono tra loro ch’erano entrati, e per forza gli ripinsono di fuori, avendone morti e presi una parte di quelli che più s’erano messi innanzi; intra gli altri rimase preso il figliuolo del conte Bandino di Montegranelli; e gli altri si fuggirono senza avere caccia fuori della terra, e tornarsi al legato beffati.
CAP. LXX. Come il legato ebbe Meldola.
Uno de’ terrazzani di Meldola capo di setta, essendo per più tempo stato con certi suoi congiunti sostenuto dal capitano di Forlì per sua sicurtà di quella terra, si collò dalle mura con suoi compagni di furto, e fuggissi nel campo al legato, e ivi segretamente stando più giorni s’intese con altri suoi terrazzani. E a dì 2 di luglio detto anno, il legato ordinata sua gente sott’ombra di combattere Meldola, si strinse alla terra. Lo Meldolese di cui avemo parlato, senza arme uscì della schiera, e innanzi si mise verso la terra, e fè certo segno a quelli delle mura, sicchè fu conosciuto; e sperando nell’ordine e nel favore di coloro che dentro avea temperati con belle e savie parole, ed efficaci alla materia, disse a’ suoi terrazzani, che non volessono essere morti e disfatti in contumacia di santa Chiesa, che domandava con gran ragione la sua terra, e con beneficio, per servire al tiranno scomunicato, che contro a Dio e contro a ragione si tenea in ribellione del legato e di santa Chiesa, il quale era stretto per modo, che tosto dovea e potea essere disfatto; loro assicurando che dalla gente della Chiesa non riceverebbono offesa nè danno alcuno. I Meldolesi alla Romagnuola voltanti, e affannati dalla lunga guerra, udendo così parlare il loro terrazzano, ed essendo sospinti da’ consigli e conforti di quelli dentro che col detto loro terrazzano s’intendeano, di presente apersono le porte, e ricevettono liberamente con allegrezza e festa la gente del legato pacificamente. Li forestieri che v’erano ciò vedendo, bellamente si ricolsono al cassero, e quelli del legato di presente s’afforzarono nel castello, e assediarono la rocca dentro e di fuori, avendo dottanza che la compagnia ch’allora era di presso non li venisse a impedire; e strignendo forte con assedio, e ricercando spesso con trabocchi e con altre battaglie quelli della rocca, a dì 25 del detto mese s’arrenderono salve le persone.
CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono il monte nuovo per avere danari.
Per l’armata del mare essendo consumata molta moneta dell’usate rendite del comune, sopravvenendo le compagnie del conte di Lando e d’Anichino di Bongardo, e apparecchiandosi molte altre novità in Italia, alle quali per conservare suo stato necessità era al nostro comune di provvedere; e non potendosi ciò fare senza danari, ed essendo l’entrate del comune indebitate, e porre di nuovo gravezze senza manifesta guerra incomportabile e pericoloso parea, massimamente per la nuova dissensione e sospetto nato tra’ cittadini per le accuse e persecuzioni, che sotto il titolo della parte guelfa si facea de’ buoni, e a’ buoni antichi cittadini che si voleano vivere in pace, sotto il segno della detta pace onorando il comune, e non poteano. Quelli che reggevano il comune cercavano nuovo modo, provvedendo per legge che chi spontaneamente prestasse al comune fosse scritto a suo creditore nuovamente nell’uno tre, cioè in fiorini trecento prestandone cento di quello che veramente prestavano, dando al detto monte nuovo e a’ suoi creditori tutti i privilegi e immunità del monte vecchio. Per questa via il comune senza altra gravezza ebbe al suo bisogno soccorso; e se bene si misura, non per carità o affezione ch’avessono i cittadini alla sua repubblica, ma per la cupidigia del largo profitto; il quale fuori del buono e antico costume de’ nostri maggiori molti n’ha tirati dalla mercatanzia in su l’usura, e sì ha ingrossate le coscienze, che le vedovelle poco si curano dell’anime, pur che il monte risponda bene loro.
CAP. LXXII. Della gran compagnia.
La gran compagnia essendo nella Romagna a’ confini del Bolognese, sotto la condotta del conte Broccardo e di messer Amerigo del Cavalletto, in numero di tremilacinquecento cavalieri e grande quantità di pedoni, baldanzosamente del mese di luglio mandarono a domandare il passo in Toscana al nostro comune; il quale sorpreso dalla subita domanda, non avvedendosi de’ patti ch’aveano con loro, intra’ quali che non dovessono offendere nè passare per lo nostro terreno fra certo tempo, il quale ancora durava, e temendo della ricolta, che la maggiore parte era in su l’aia, di presente vi mandarono ambasciadore, concedendo che potessono passare a dieci bandiere insieme, togliendo derrata per danaio. Li conducitori e caporali di quella insuperbiti per la temenza che parea mostrasse il comune, tacendo i patti, risposono, che non voleano passare spartiti, nè per lo luogo loro assegnato, ma per quello più loro piacesse. Non volendosi per lo comune a ciò consentire, nel consigliare che se ne fè furono ricordate e ritrovate le convenienze il comune avea con loro, e furono creati ambasciadori ch’andassono a loro, i quali furono; messer Manno Donati, messer Giovanni de’ Medici, Amerigo di messer Giannozzo Cavalcanti, e Simone di Rinieri Peruzzi; i quali ebbono i punti di loro ambasciata, e portarono i patti giurati, soscritti, e suggellati per li caporali e conducitori d’essa compagnia; i quali mostrati loro, come è usanza di gente d’arme di sì fatta maniera quando si sente podere, niente li pregiarono; e perseverando in loro sconce e disoneste domande, accennavano di passare a loro posta, e donde loro bene paresse, a mal grado di chi il volesse vietare. Perchè ciò sentendo il comune, sollicitamente s’apparecchiava alla difesa; e per chiudere loro i passi dell’alpe a suo podere richiesto avea gli Ubaldini, i conti Guidi e gli altri amici del comune ch’aveano podere ne’ luoghi onde si temea che potessono passare, e con poco ordine per la fretta, e senza capitanare, mandò la gente sua da cavallo e assai balestrieri nel Mugello e alla guardia de’ passi. Essendo i detti ambasciadori nel campo della compagnia, e segretamente rivocati dalla loro ambasciata, vi fu mandato di nuovo ambasciadore Filippo Machiavelli, a cui fu commesso in segreto, ch’aoperasse co’ caporali ch’e’ non venissono per lo nostro contado, e che in ciò spendesse da cinquemila in seimila fiorini: e avendosi da lui in risposta che ciò non si potea fare, il comune raddoppiando la sollicitudine a sua difesa intendea.
CAP. LXXIII. Come il conte di Lando tornò d’Alamagna alla compagnia.
Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato, e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore, e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto, sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese, ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse, ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola, e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’ Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano. Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal loro comune.
CAP. LXXIV. Come la compagnia fu rotta nell’alpe.
Fermata per lo nostro comune la concordia colla compagnia, come è di sopra narrato, la compagnia di presente si mosse con bello ordine de’ suoi capitani, e a dì 24 del mese di luglio 1358 prese albergo nell’alpe tra Castiglione e Biforco: e come è d’uso di gente di sì fatta maniera che male si può temperare, che come il ferro alla calamita non corra alla preda, passando i patti e convegne si toglieano la vittuaglia loro apparecchiata senza pagare, e se trovavano cose non bene riposte nè in luogo sicuro ne faceano danno, oltraggiando i paesani e di parole e di fatti. Perchè dolendosi gli offesi di ciò, ed essendo male uditi e peggio intesi, ne presono cruccio; e raccogliendosi insieme, nel mormorio alquanti di loro cominciarono ragionamento e di vendetta e di ristoro di loro dannaggio, e senza perdere tempo, s’intesono insieme quelli di Biforco fedeli de’ conti da Battifolle, e quelli di Castiglione fedeli di quello d’Alberghettino, e con loro s’aggiunsono alquanti di quelli della Valdilamone, e disposonsi a loro vantaggio a luogo e tempo nel trapasso d’assalire la compagnia, o parte d’essa, e cercare loro ventura per rifarsi di loro danni, e vendicarsi degli oltraggi che aveano ricevuti. Quella sera medesima che questo per li villani si cercava ciò fu detto al conte di Lando, e avvisato che la seguente mattina gli s’apparecchiava novità: poco mostrò averlo a calere, sapendo che poco numero essere potea, e di gente alpigiana, e male in arnese quella che il cercasse d’offendere; nondimanco avanti al fare del giorno avacciò sua cavalcata, e mise sua gente in cammino, e ne fece più parti, nella prima fè cavalcare messer Amerigo del Cavalletto, e con lui gli ambasciadori fiorentini, fuori d’uno che ne tenne con seco, colla maggior parte di sua gente armata e disarmata con tutta la salmeria.
I conestabili con gente d’arme avvantaggiata con loro arnese sottile e di valuta, in numero d’ottocento a cavallo e cinquecento pedoni, col conte Broccardo lasciò alla retroguardia e riscossa. Il cammino ch’eglino aveano a fare, tutto che non fosse lungo, era aspro e malagevole, perocchè venendo da Biforco a Belforte presso alle due miglia della valle, quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo, do v’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti, e tale passo è detto alle Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Il detto luogo passò liberamente messer Amerigo con tutta sua brigata, perchè ancora non erano giunti i villani, i quali poco appresso vi vennono in numero d’ottanta, o in quel torno, disponendosi partitamente ne’ luoghi dove pensarono a vantaggio e loro sicurtà potere meglio offendere i loro nemici: e volendo uno de’ maliscalchi della compagnia con sua brigata il detto luogo passare, fu da’ villani assalito, e con le pietre indietro ripinto. Il conte di Lando s’avea tratto la barbuta di testa, e mangiava a cavallo, e sentendo ciò ch’era cominciato, subito si rimise la barbuta, e fece gridare arme; onde i villani, che come detto è, s’erano riposti per le creste de’ colli, e nelle ripe e balzi che soprastavano le vie, sentendo il passo impedito, si cominciarono a mostrare per le ripe dintorno, e a voltare gran sassi, e a gittare con mano sopra la gente del conte ch’erano nel basso del fossato, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Il conte non spaventato nè invilito per lo subito assalto, come uomo d’alto cuore e maestro di guerre, di subito fece smontare da cavallo circa a cento Ungheri, e li fece montare per le ripe per cacciare i villani dalle ripe ov’erano posti colle frecce e colle grida: ma poco li valse, perocchè i villani ch’erano ne’ luoghi avvantaggiati e sicuri, e soprastanti assai a quelli dove gli Ungheri in uosa, e gravi di loro armi e giubboni non poteano salire, colle pietre n’uccisono alquanti, e gli altri cacciarono a valle. E stando il conte e’ suoi nel romore e travaglio, colle difese che le sue genti poteano fare nel luogo stretto e malagevole, dove poco poteano mostrare loro virtù, una gran pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e ’l cavallo ne portò nel fossato, e uccise; e per simile modo molti e morti e magagnati ne furono. Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’ cavalieri in luogo che li poteano fedire colle lance manesche, che i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la strettezza di loro da non si potere ordinare a difesa, nè per niuno modo abile atare, scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte Guido con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando, e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed essendo ricevuto, come s’ebbe tratta la barbuta, uno villano d’una lancia il fedì nella testa, della quale ferita lungo tempo dopo stette in pericolo di morte. Arrenduto il conte di Lando, tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono, spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al romore, e atare i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ danari e gli altri arnesi: e avvegnachè assai ne fuggissono per questo modo, molti morti ne furono, e pure de’ migliori, e assai presi, e così de’ fanti a piè. In questo baratto si trovarono morti più di trecento cavalieri e assai presi, e più di mille cavalli e bene trecento ronzini, e molto arnese sottile, e robe e danari vi perderono; e benchè fossono usciti del passo, errando molti presi ne furono nelle circostanze dagli altri paesani che non s’erano trovati alla zuffa.
CAP. LXXV. Come il conte di Lando scampò di prigione.
Come volle fortuna, che per li peccati de’ popoli sovente favoreggia coloro che a loro sono flagello di Dio, essendo il conte di Lando preso da uno fedele e uficiale del conte Guido, il detto valente uomo per acquistare maggior preda, essendo il conte fedito, come dicemmo, l’accomandò a due suoi compagni: il conte vedendosi nelle mani di due villani, temendo forte che non lo menassono a Biforco, per l’offese di sua coscienza fatte la sera dinanzi a quelli della villa, disse a coloro che ’l guardavano, di dare loro fiorini duemila d’oro, ed elli lo menassono altrove ovunque a loro piacesse, e che se in questo il servissono, li farebbe ricchi uomini. I villani conoscendo che se il conte venisse alle mani del loro signore, che della preda e riscatto del conte avrebbono piccola parte, si disposono a servire il conte; e ’l menarono alla donna di messer Giovanni d’Alberghettino. La donna, non essendo ivi il marito, il fece menare a Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini suo fratello a Castelpagano. Ciò sentendo il signore di Bologna, ch’era suo intimo amico e compare, di presente vi mandò medici e guernimenti, e lo fè medicare, e per sua operazione tanto fece, che liberamente li fu mandato a Bologna: il quale essendo bene provveduto e curato alla Tedesca, poco regolando sua vita, e massimamente non prendendo guardia del vino, come fu da Bologna partito cadde in grave infermità, nella quale più volte fu a pericolo di morte, e liberato del male rimase in assai povero stato.
CAP. LXXVI. Come l’altra parte della compagnia si ridusse in Dicomano.
Essendo rotta e sbarattata la retroguardia della compagnia, come detto avemo, messer Amerigo del Cavalletto che guidava la parte dinanzi avendo ciò inteso, ed essendo ne’ prati verso Belforte, e sentendosi dintorno alcuno romore sì di coloro che fuggivano come di coloro che li seguitavano, di subito prese grande sbigottimento: e certo e’ li bisognava, perocchè ’l conte Guido e gli altri paesani conosceano che venuto era il tempo di potersi vendicare della compagnia, e d’arricchire della preda loro. Ma il peccato volle che gli ambasciadori del comune di Firenze si trovarono con loro, a’ quali, temendo di tradimento, si ristrinsono e messer Amerigo e’ suoi caporali con minacce di tor loro la vita, se a loro fosse faltata la promessa. Gli ambasciadori che si sentivano in lealtà, e sapeano che ciò ch’era fatto non era stato operazione del loro comune, gli assicurarono colle parole: e per non mostrarsi ne’ fatti dissonanti alle parole, cominciarono a usare autorità che non era loro commessa, e ferono comandamento a’ fedeli del conte Guido, e a molti altri ch’erano tratti a’ passi, per parte del loro comune ch’e’ non dovessono offendere nè danneggiare coloro cui aveano fidati il comune di Firenze, a cui salvocondotto elli erano diputati, e ch’e’ si dovessono de’ passi levare: i quali tutti, contro a loro intenzione e volere, per reverenza del nostro comune si levarono dall’impresa. Perchè quelli della compagnia ch’erano vogliosamente avanti passati affrettarono di tornare alla schiera, e tutti insieme stretti avacciarono il cammino, e per le strette vie delle piagge in quel dì si ridussono in Dicomano, e ivi con botti e altro legname senza perdere tempo s’abbarrarono il meglio poterono: e conoscendo il pericolo dove erano ridotti, stavano tutti muti e smarriti alla speranza degli ambasciadori. E nel vero elli aveano da temere per l’avviso che loro subitamente fu fatto, che ’l nostro comune avea in quelli stretti passi più di dodicimila pedoni, de’ quali i quattromila erano balestrieri scelti tra gli altri, e circa a quattrocento cavalieri, che tutto che temessono il nostro comune, più ridottavano i villani dell’alpe che li aveano assaggiati.
CAP. LXXVII. Come il comune di Firenze procedette ne’ fatti della compagnia.
I rettori del nostro comune avuta la novella della detta rotta, e di coloro ch’erano rinchiusi in Dicomano, e inteso come contro a’ patti i loro dinanzi aveano scorso infino a Vicchio, e le some del pane ch’erano a Dicomano aveano rubate, e tolti i muli, e fediti de’ vetturali; avendo mescolatamente queste novelle senza altro avviso de’ loro ambasciadori, conoscendo che la materia richiedea tostano consiglio e partito, di presente feciono consigli di numero di richiesti in gran quantità, nel quale furono molti notabili e savi cittadini, e consigliato sopra la materia, di grande concordia diliberarono, che i passi si tenessono per modo ch’e’ non entrassono sul nostro contado, e che non si desse loro niuno fornimento, nè si vietasse ad alcuno la loro offesa: e di presente si mandò per tutto il contado, che là si traesse d’ogni parte per non lasciarli passare. Il comandamento fu per li contadini subito adempiuto, perocchè gran voglia avea il popolo di levare di terra quella maladetta compagnia; ma benchè traesse il contado di gran volontà, mancaronli per mala provvisione capitani e conducitori, e nondimeno presono i passi, e stavano con grande appetito di cominciare la zuffa. E se fatto si fosse, come fare si potea e dovea, in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della compagnia per lungo tempo in Italia.
CAP. LXXVIII. Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini.
Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’ suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli, cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto. La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune, il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi; fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’ giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune; ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’ Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze, e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello, perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per poco fedeli e diritti al loro comune.
CAP. LXXIX. Come la compagnia andò in Romagna.
Sentito a Firenze che contro alla diliberazione del comune la compagnia sotto la condotta de’ suoi cittadini s’era partita da Dicomano e ridottasi a Vicchio, e che era nella signoria del piano di Mugello, la città per comune se ne dolse, e li rettori d’essa non sapeano che fatto s’avessono, nè che fare s’avessono; e la grande moltitudine di gente a piè ch’era sparta per li poggi del Mugello non essendo capitanata, e non sapendo cui ubbidire nè offendere, non si partia dalle poste. Quelli della compagnia, che sentivano quello ch’era diliberato a Firenze, avendo preso riposo per un giorno e una notte in Vicchio, veggendo i poggi intorno a loro carichi di fanti, e massimamente di balestrieri, i quali per li vantaggi de’ luoghi onde aveano a passare più ridottavano, temendo che crescendo la forza del comune eziandio il piano loro non fosse impedito, la mattina raccolti insieme da Vicchio scesono nel piano, avendo per loro conducitore ritenuto messer Manno Donati, e come uomini usi nell’arme, vedendo che la gente del comune, che loro era vicina, era volonterosa senza ordine o capitano, lasciato nel piano addietro uno aguato di cento Ungheri, s’arrestarono nel piano; e ciò feciono non per guadagno che sperassono di fare, ma perchè vidono che i balestrieri aveano passata la Sieve, o per vedere, come folli, o per guadagnare, stimando, che se agramente ne gastigassono alquanti, gli altri intimidirebbono e darebbono loro meno affanno; e così venne loro fatto. Perocchè caduti nell’aguato, gli Ungheri gli assalirono da due parti, e non avendo i balestrieri soccorso, di presente furono rotti e sbarattati; e come dicemmo non attendendo a’ prigioni, ne uccisono più di sessanta; e ciò fatto, gli Ungheri si ritrassono alla massa de’ loro, e senza niuno arresto tutti si diviarono al cammino per lo passo dello Stale sotto la guida di Ghisello degli Ubaldini, e quel dì cavalcarono quarantadue miglia, fino ch’e’ giunsono in su quello d’Imola dove erano sicuri, malcontenti e palesi nemici del nostro comune. La cagione di così lunga giornata fu perchè Ghisello non volea s’arrestassono nell’alpe, per tema non facessono danno a’ suoi fedeli, mostrando, se s’arrestassono, ch’e’ sarebbono in gravi pericoli. E per tanto senza niuno indugio feciono il detto cammino; nel quale i masnadieri, per non rimanere addietro, lasciarono loro arme per l’alpe per essere più leggieri al cammino. Gli ambasciadori, fornito il servigio, tornarono a Firenze, e di loro falli presono scusa a’ governatori del comune con quelle belle ragioni che seppono meglio divisare; e conoscendo di quanta autorità erano coloro ch’erano a quel tempo all’uficio de’ signori, detto fu per alcuno de’ detti ambasciadori: Non cercate più questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati.
CAP. LXXX. Come i signori di Francia vennono sopra Parigi in arme.
Tornando alle travaglie del reame di Francia, nell’addietro narrammo il subito e sfrenato movimento del popolo minuto, e de’ borgesi di Parigi e d’altre ville di Francia contro a’ baroni e gentili uomini del paese, sotto il mal consiglio e condotta del proposto de’ mercatanti e suoi seguaci; per la qual cosa il Delfino di Vienna mosso e sospinto da’ gentili uomini ch’erano stati dall’indiscreto popolo agramente offesi e malmenati, per repremere la sua trascotata e furiosa baldanza d’ogni parte si raccolsono insieme, e all’entrare del mese di luglio del detto anno vennono sopra Parigi in numero di cinquemila cavalieri, o in quel torno, avendo per loro capo il sopraddetto Delfino, e accamparonsi a sant’Antonio, presso a Parigi a due leghe; e ivi si dimoravano senza fare asprezza di guerra, perocchè ben sapeano che la comune di Parigi era sommossa, e ingannata dal proposto e da’ suoi seguaci per malvagio ingegno. Ed essendo nel paese il re di Navarra, che celatamente s’intendea col proposto e con certi suoi confidenti che guidavano il popolo, per mostrare di volere atare il popolo e’ borgesi dalla forza de’ baroni e gentili uomini ch’erano venuti sopra loro, s’accampò a san Dionigi con millecinquecento cavalieri ch’avea accolti di suo seguito, e che segretamente avea dal re d’Inghilterra, e con assai sergenti e arcieri inghilesi e guasconi; e stando quivi, dava ardire a coloro che con lui s’intendeano in Parigi, dicendo di volere combattere a petizione del popolo di Parigi col Delfino, e per tutto corse la boce che la battaglia era ingaggiata, e datole il giorno.
CAP. LXXXI. Come il re di Spagna uccise molti de’ suoi baroni.
Secondo che vogliono i savi, il parlare e lo scrivere debbe essere conveniente alla materia di che si tratta, e da questo principio procede l’arte del dire ch’è chiamata rettorica, la quale giunta al nobile ingegno, meglio mostra e fa più piacere quello di che si ragiona; di questa scienza niente sapemo, come nostra scrittura dimostra; e per tanto del nostro scrivere rozzo, ma vero, non diletto, ma frutto potranno prendere i belli parlatori. Questo per tanto n’è piaciuto di dire, perchè le bestiali crudeltà remote da ogni umanità le quali appresso scrivere dovemo, a bene dimostrarle meriterieno l’eloquenza di Tullio, ma noi le metteremo in nota col nostro usato volgare, fuggendo i vocaboli i quali per la prossimità della grammatica dalli volgari a cui scrivemo sono poco intesi. Il crudelissimo e bestiale re di Spagna, avendo contro al volere e consiglio de’ suoi baroni palesemente ritolta la sua concubina, o più volgarmente dicendo, bagascia, e quella sopra modo disonestamente magnificando nel suo reame, trascorse in tanto disordinata e sconcia vita, che tutto l’animo reale cambiò in crudele tirannia. Il forsennato re, per torsi dinanzi i riprensori de’ suoi modi sozzi e sfrenati, e coloro di cui potea temere che a tempo i suoi errori dovessono potere correggere, maliziatamente trasse fuori boce ch’e’ si cercava contro a lui ribellione, e di Burgos in Ispagna e d’altre sue terre, e sotto questo colore, come fiera crucciato, di sua mano uccise due suoi fratelli bastardi e il zio del re d’Araona, a cui per certa convegna s’appartenea la successione del reame di Spagna; appresso intra lo spazio di due mesi, o in quel torno, ancora di sua propria mano uccise venticinque de’ suoi baroni, con trovando cagioni, e prendendo ora dell’uno ora dell’altro infinte e simulate infamazioni. Mirabile certo e abominevole cosa, che un re cristiano di suoi baroni innocenti e fedeli senza giudicio di corte, almeno colorato, facesse morire, e che di sua malvagia e rabbiosa sentenza egli fosse il manigoldo e vile esecutore. Queste iniquitadi occorsono del mese d’agosto e di settembre detto anno.
CAP. LXXXII. Della detta materia di Spagna.
Il movimento del perverso tiranno di Spagna, non degno d’essere nominato re, ma bestia selvaggia, venne in questi dì in tanta furiosa pazzia, che costrignea i baroni che gli erano rimasi e campati di sua crudeltà, e i comuni, a giurare fedeltà e omaggio alla bagascia sua, essendo in addietro per tutti prestato il saramento alla reina vecchia madre del detto re; e facendo a ciò richiedere quelli di Sibilla, i cittadini, fatto sopra ciò loro consiglio, elessono dodici uomini de’ più savi e discreti, i quali per parte del comune andassono al re, e con savie parole gli mostrassono, com’elli erano per saramento d’omaggio obbligati alla reina vecchia, e che non poteano il nuovo saramento fare se prima non fossono assoluti del vecchio; e che cercassono dal suo disonesto proponimento levare il re, cortesemente mostrandoli che quello volea nè suo bene era nè suo onore. I valenti uomini seguendo il mandato del loro comune furono al re, e reverentissimamente li sposono quello ch’era loro imposto dal consiglio del comune di Sibilia. Il re chetamente, e senza mostrare atto niuno di turbazione, gli udì, e quando ebbono detto modestissimamente quello che vollono, credendo per loro dolce e savio parlare avere ritratto il re dalla folle e sconcia dimanda, il re loro non fece altra risposta, se non che si toccò la barba, e disse: Per questa barba, che male così avete parlato; e con tale breve e sospettosa risposta gli ambasciadori impauriti si tornarono a Sibilia. Il re infellonito poco appresso n’andò a Sibilia, e in una notte andando alle case loro tutti i detti ambasciadori senza niuna misericordia fece tagliare; nè contento a tanto male, in pochi giorni circa a quaranta buoni cittadini fece uccidere nelle loro case. Io non mi posso tenere ch’io non morda con dente di perpetua infamia la memoria di quello iniquo tiranno, e ch’io non passi a vituperarlo la semplicità del mio usato stile dello scrivere. Io ho letto e riletto nelle antiche scritture quello che in esse si pone degli iniqui e scellerati pagani, massimamente de’ barbari, e di simili cose ho trovate, ma che tanta ingiustizia, tanta empietà e crudeltà fosse in alcuno re cristiano, non mi ricordo d’avere letto giammai.
CAP. LXXXIII. Come la compagnia cavalcò a Cervia.
Come di sopra dicemmo, il resto della gran compagnia del conte di Lando sotto la condotta di messer Amerigo del Cavalletto s’era ridotta in Romagna, e ad essa tutti quelli ch’erano campati della rotta dell’alpe s’erano ricolti con assai gente sviata e atta a mal fare, che fuggendo l’oneste fatiche cercavano di vivere di preda, e a richiesta del capitano di Forlì cavalcarono su quello di Ravenna, e ’l sale che trovarono alle saline di Cervia insaccato, come fosse per caricarsi, e non piccola quantità, e simile di grano e bestiame, senza alcuno contasto levarono e portarono in Forlì: perchè si credette che fosse baratto del signore di Ravenna per fornire la città di Forlì, e non tanto per amore del capitano, quanto per tema di sè, stimando, che se il legato avesse Forlì la guerra si volgerebbe addosso a lui.
CAP. LXXXIV. Come il capitano di Forlì mise la compagnia in Forlì.
Il capitano, come uomo disperato, e con poca fede e legge, non avendo riguardo a’ suoi cittadini ch’erano stati a ogni martiro per sostenere lo stato suo, segretamente si convenne co’ caporali della compagnia di dar loro venticinquemila fiorini e il ricetto in Forlì, ed elli impromisono a lui di levare le bastite che gli erano intorno, e che per alcuno tempo starebbono in Romagna al servigio suo; di che seguitò, che all’entrante d’agosto e’ li mise in Forlì senza assentimento de’ suoi cittadini: i quali essendo stati rotti, come dicemmo, avendo patiti molti disagi, e per tanto essendo in gran bisogno di ricetto, per prendere riposo cominciarono a torre le case de’ cittadini, e loro masserizie e arnesi, e accomunare e abitare familiarmente con loro, e torsi delle cose da vivere oltre a bastanza, pigliando dimestichezze disoneste e spiacevoli colle famiglie de’ cittadini, che per non uscire di loro case e masserizie dimoravano con loro. Il perchè assai cittadini, a cui era più caro l’onore che la roba, si partirono di loro abituri, e ristrignensi in piccoli luoghi, lasciando in abbandono, per non contendere con gente bestiale, tutte loro cose. Nel quale avviluppamento manifesto si vide gli errori degli erranti e servili popoli, che per matta stoltizia disordinato amore portano a’ loro signori e tiranni. Di ciò il popolo molto si dolse, e nel segreto ricordava con mormorio la gran fede male meritata che portata aveano al loro capitano, sofferendo il lungo assedio in contumacia di santa Chiesa col perdimento di tutti i loro beni, con grandi disagi e affanni di loro e di loro famiglie. Onde meritevolmente in loro fu verificato quel proverbio che dice, chi contro a Dio getta pietra, in capo li ritorna.
CAP. LXXXV. D’una nuova compagnia di Tedeschi.
I Tedeschi di soldo che in que’ tempi erano in Italia, vedendo e conoscendo che altra gente d’arme che venisse a dire nulla, fuori di loro lingua, ne’ paesi di qua da’ monti non era, follemente pensarono di farsene signori: e vedendo che la compagnia del conte di Lando era in parte mancata per la rotta da Biforco, di presente s’intesono insieme i Tedeschi ch’erano al servigio de’ Sanesi, e quelli ch’erano al servigio de’ Perugini, con quelli ch’erano nella provincia della Romagna; perchè compiuta la ferma che Anichino di Bongardo avea co’ Sanesi, si ritrasse con sua gente in forma di compagnia, alla quale il conte Luffo con settecento barbute ch’erano al soldo de’ Perugini, e più altri conestabili tedeschi ch’erano in loro vicinanza, s’aggiunsono, sicchè furono circa a duemila barbute; e assai gente da piè atta a rubare trassono a loro, e andarsene su quello di Perugia, e co’ Perugini si patteggiarono in atto di ricompera per fiorini quattromila, e con avere il passo da Fossato per andare nella Marca: e d’indi passarono verso Fabriano, dove trovarono che i passi erano presi e guardati, onde si rivolsono per la Ravignana verso Fano, e in pochi dì, all’uscita d’agosto detto anno, s’aggiunsono a Forlì coll’altra compagnia, e posonsi di fuori della terra, entrando e uscendo a loro posta della città, e avendo vittuaglia dal signore. E per non disfare il gentile uomo ch’era assediato, mangiando quello di che vivere dovea insieme colla compagnia ch’era in Forlì, feciono cavalcate e da lunga e da presso, e ciò che poteano predare metteano in Forlì, facendo vendemmiare innanzi tempo le vigne vicine a’ loro saccomanni colle sacca, il perchè assai vino e altra roba da vivere assai misono nella città.
CAP. LXXXVI. Come si levò l’oste da molte terre.
Per la partita della gente d’arme di Toscana i Sanesi ch’erano a oste al Montesansavino se ne levarono e tornaronsi a Siena, e i Perugini che manteneano oste a Cortona anche se ne partirono; per la qual cosa in poco tempo quelli di Cortona con meno di cento cavalieri, e con alquanta gente da piè, feciono più cavalcate sul contado di Perugia, dilungandosi da Cortona le dieci e le dodici miglia, e trovando i contadini per li campi alle loro faccende, e il bestiame non ridotto in luogo sicuro, feciono prede assai e di uomini e di bestiame grosso e minuto. Ed era a tanto condotto il comune di Perugia per straccamento della guerra, che così pochi nemici cavalcavano ne’ loro più cari luoghi, e si tornavano colle prede a salvamento, quasi senza trovare alcuno contasto in niuna parte. Il dì che avvenne ultimamente, che cinquanta cavalieri e pochi pedoni corsono e girarono il lago dintorno, e colla preda senza niuno impedimento si tornarono a Cortona, che pare cosa incredibile a dire. Quinci si può notare quanto sono da fuggire, e quanto sono pericolose le imprese de’ comuni con soperchia voglia baldanzosamente cominciate, perocchè le più volte hanno altri fini che gli orgogliosi popoli, e pronti alle imprese maggiori che non possono portare, non istimano. Però non si può avere troppa temperanza per li savi governatori de’ comuni, nè troppa cura a raffrenare gli appetiti de’ popoli, a cui sovente dire si può: Signore, perdona loro, che non sanno che si fanno. È vero che al nostro comune spesso avviene il contrario, che o voglia il popolo o no, egli è tirato, e per forza sospinto nelle grandi e pericolose imprese da coloro che le dovrebbono vietare. Corsa la piena della gente dell’arme nella Romagna, il legato fece fortificare e fornire le bastite ch’avea intorno a Forlì di vittuaglia e di gente, e partissi da campo, e tornossi coll’oste a Faenza, e a Cesena, e per le castella dintorno, per stare a vedere quello che la compagnia facesse: e tutte queste cose fur fatte del mese d’agosto detto anno. E rinnovato fu il processo, e pubblicata la sentenza di santa Chiesa contro alla detta compagnia, come eretici e favoreggiatori dello scismatico capitano di Forlì, e che ogni uomo li potesse offendere, e contro a loro prendere la croce; ma tal fu la riuscita dell’altro legato quando li ricomunicò, e loro fè tributaria la Chiesa di Roma e’ comuni di Toscana, come addietro dicemmo, che a vile s’ebbe la sentenza e il processo, e sua esecuzione, eziandio da tutti gli amici e fedeli di santa Chiesa.
CAP. LXXXVII. Come si fè accordo dal Delfino a quelli di Parigi.
Come addietro facemmo menzione, il duca d’Orliens, e il Delfino di Vienna, e i gentili uomini aveano posto campo a Parigi, di che poco appresso seguente, che parendo a quelli d’entro e a quelli di fuori stare in molti disagi e pericoli assai, avendo ciascuno desiderio di concio, che per mezzani assai di lieve vi si trovò accordo; ma per tanto non vollono i borgesi che il Delfino o sua gente d’arme entrasse in Parigi, ma pacificamente e quelli d’entro e quelli di fuori praticavano insieme: nel quale accordo per operazione del proposto e de’ seguaci suoi s’inchiuse il re di Navarra con tutta sua gente; sotto la quale fidanza, o per vedere la terra, o per loro rinfrescamento, certi Inghilesi entrarono in Parigi, i quali come veduti furono da certi borgesi, loro levato fu il grido addosso in vendetta di loro signore ch’era in Londra in prigione, e tanto procedette avanti la cosa, che in quel furore in diversi luoghi in Parigi, come furono per avventura trovati, furono morti circa a cento Inghilesi. Ciò sentito nel campo del re di Navarra, tutto si mosse verso Parigi con animo di prendere del misfatto vendetta; il perchè il re a consiglio de’ suoi caporali mise un aguato, e con corridori fatti sottrarre i Parigini, e addirizzarli per tirarli nell’aguato, i folli borgesi inbaldanziti per quelli disarmati che aveano uccisi dentro uscirono fuori, e correndo alla scapestrata e senza ordine niuno caddono nell’aguato, ove ne fu morti oltre a trecento. La cosa fu rappaciata dentro e di fuori per operazione del proposto, che avea l’animo dirizzato a maggiori fatti, come appresso diremo.
CAP. LXXXVIII. Di detta materia, e come fu morto il proposto.
Seguendo suo iniquo e malvagio proponimento il proposto con certi suoi segretari con cui s’intendea, e che con lui teneano mano a tradire la corona, volendo trarre a fine il tradimento che lungo tempo avea menato e fermo col re di Navarra, vedendo che ’l popolo di Parigi si venia riconoscendo del fallo suo contro al Delfino e’ baroni, e temendo che l’indugio al suo maligno concetto non fosse dannoso, affrettò l’esecuzione del trattato e la morte sua; perocchè con certi borgesi del seguito suo, senza diliberazione o consiglio degli altri borgesi, bene apparecchiati in arme uscì di Parigi, e andonne a una delle bastite la quale aveano bene guernita e d’arme e di vittuaglia, e di gente per sicurtà della terra, e quella in gran parte sfornì d’armadura atta a difesa, e tolse le chiavi a colui a cui era stata accomandata di volere e consiglio di tutti i borgesi, e le diede a uno borgese di Parigi sospetto assai, perchè era stato tesoriere del re di Navarra; e come fece a questa bastita, così fece a tutte l’altre. Veggendo gli altri borgesi questa affrettata novità che si faceva senza niuno loro consiglio, nè cagione vedeano perchè ciò fare si dovesse, nè che pensiere a ciò fare avesse il proposto, cominciarono ad ammirare e a insospettire, ed in piccola ora col mormorio del popolo tanto crebbe il sospetto, che mandarono prestamente al Delfino, con cui novellamente aveano preso l’accordo, a sapere se ciò fosse di suo assentimento e volere; e avendo risposta del nò, tutto il popolo si levò a romore, gridando: Viva il Delfino, e muoiano i traditori; e in quella furia giunsono il proposto, e tagliarono a pezzi con certi suoi confidenti ch’erano con lui, e nel detto furore corsono alle porte, e uccisono tutti coloro che ’l proposto v’avea a guardare diputati, e alle bastite rinnovellarono e guardie e serrami.
CAP. LXXXIX. Come furono impesi que’ borgesi a cui erano state accomandate le chiavi delle bastite.
Il giorno dopo la morte del proposto, i borgesi di Parigi, riconosciuti del fallo loro, di comune consiglio mandarono nel campo al Delfino, che li piacesse, poichè morto era il traditore della corona co’ seguaci suoi, di volere dimenticare l’offesa che ignorantemente era fatta loro, come persone ingannate da coloro che falsamente li conducevano, e che in Parigi dovesse venire, e reggere e governare la città e il popolo come loro signore naturale, che presti e apparecchiati erano tutti a ubbidire e fare i suoi comandamenti. Il Delfino avuto suo consiglio rispose molto benignamenente agli ambasciadori, dicendo, che bene conoscea onde era mosso l’inganno del popolo, e che molto era contento che la comune di Parigi avea scoperti i loro traditori e della corona, e che per loro se n’era presa vendetta, ma ancora non a pieno: e però, innanzi ch’e’ volesse entrare nella città, volea che del tesoriere del re di Navarra e del compagno, a cui erano state date le chiavi delle bastite, fosse fatta giustizia, e poi lietamente e con pieno amore de’ suoi borgesi v’entrerebbe. Tornati gli ambasciadori nella terra, furono presi il tesoriere e ’l compagno, e tranati per la terra, e impesi al castelletto; e fatto ciò, il Delfino con tutta sua gente con grande festa entrarono in Parigi, ricevuti da tutti i cittadini con singolare allegrezza.
CAP. XC. Come si scoperse il trattato tenea il re di Navarra.
Il Delfino ordinato in Parigi generale parlamento, nel quale fece con savie e ornate parole mostrare al popolo la buona voglia ch’egli e’ baroni e’ gentili uomini aveano a’ borgesi di Parigi, e in quello fece nuovo proposto di mercatanti come a lui piacque, uomo di cui bene si potea fidare: e oltre a ciò, rendendo onore al popolo, fece dire, che quando volontà de’ borgesi fosse, e’ sarebbe contento che sei borgesi, i quali e’ fece nominare, fossono nella guardia e giudicio del popolo, perocch’e’ sentiva ch’erano stati segretari del proposto cui eglino aveano giudicato per traditore della corona. Come questo fu detto, senza arresto i detti sei borgesi furono presi, e venuti in giudicio, senza alcuna molestia o tormento confessarono, che la notte che il giorno dinanzi era stato morto il proposto, il re di Navarra dovea prendere le bastite, ed entrare in Parigi con tutta sua forza, e coll’aiuto del proposto e di suo seguito dovea correre Parigi; e che venendo prestamente fatto e al re e al proposto loro intenzione, il re si dovea fare coronare del reame di Francia per mano del vescovo di.... il quale allora era in Parigi, e si partì di presente come vide morto il proposto; e che il detto re di Navarra dovea riconoscere il reame di Francia da quello d’Inghilterra e fargliene omaggio, e restituirgli la contea d’Alighiero e altre terre, ed egli lo dovea atare a racquistare il reame con tutta sua forza; e che se ciò venisse fatto, com’era ordinato, il re d’Inghilterra dovea fare tagliare la testa al re Giovanni di Francia, cui egli avea in prigione, e che i Lombardi e’ Giudei ch’erano in Parigi doveano essere preda degli Inghilesi. Fatta la detta confessione, senza arresto i detti sei borgesi furono giustiziati; per li savi scoprire il processo fu poco senno tenuto, essendo il re di Francia e ’l figliuolo in prigione, perchè essendone il re d’Inghilterra infamato, si dovea potere muovere a cruccio, e mal trattare il re e ’l figliuolo.
CAP. XCI. Come il re di Navarra guastò intorno a Parigi.
Avendo avuto il re di Navarra dal proposto come avea cambiate le guardie, e dato ordine presto alla esecuzione del trattato, non sapendo ciò ch’era occorso al proposto, venne per prendere la prima bastita, la quale trovando fornita di gente nuova e bene in punto alla difesa, comprese che ’l trattato fosse scoperto: perchè mettendosi più innanzi in sentore, intese come il proposto co’ suoi consiglieri erano stati morti dal popolo; perchè vedendo in tutto suo pensiero annullato, d’ira e di mal talento incrudelito nell’animo suo, non ostante concordia nè pace ch’avesse co’ borgesi, tentò se per forza potesse vincere la bastita: e lavorando invano, partito da quella, scorse intorno a Parigi ardendo, e guastando, e predando ciò che potè. E poichè così ebbe fatto alquanti giorni, non trovando in campo contasto, se ne tornò a Monleone grosso castello, posto presso a Parigi a... leghe, e ivi si pose ad assedio. E come che ’l fatto s’andasse, al detto re cresceva gente d’arme da cavallo e da piè, la quale si movea d’Inghilterra non per manifesta operazione del re, ch’era nel trattato della pace, ma i cavalieri si mostravano muovere da loro e per loro volontà, come andare in compagnia. Ed essendo per li cardinali mezzani della pace detto al re che questo non era ben fatto, e che li piacesse mettervi rimedio, scusossi, dicendo, che ciò molto gli dispiaceva, ma che quella era gente disperata e di mala condizione, cui egli per suoi comandamenti non potea nè correggere nè arrestare. E con questa gente il re di Navarra cavalcava per tutto, e ardeva, e predava, e conduceva male il reame di Francia, non ostante l’ordine della pace preso; nel quale s’adattò il proverbio che dice, tra la pace e la triegua, guai a chi la lieva.
CAP. XCII. Come il marchese non volle dare Asti a’ Visconti.
Essendo per l’imperadore, per li patti della pace tra’ collegati e i signori di Milano, dichiarato che Pavia rimanesse a popolo e in libertà, e che Asti fosse renduto a’ signori di Milano, i signori di Milano della dichiarazione non contenti pertinacemente domandavano Pavia, e non che loro fosse ciò conceduto pe’ collegati, ma il marchese di Monferrato, che tenea Asti, nol volea rendere loro. Così ciascuna delle parti della pace fatta rimanevano malcontenti; e cominciarsi i collegati a temersi de’ signori di Milano, e quelli di Milano feciono loro sforzo, e mandarono a oste nel Piemonte contro ad Asti e all’altre terre che ’l marchese tenea in Piemonte, e ordinarono di riporre le bastite a Pavia, e ciò in piccolo tempo fornirono. Il marchese rimasto povero e di danari e d’aiuto per li Lombardi, che non si ardivano a scoprire per la pace fatta contro a’ signori di Milano, francamente s’apparecchiava alla difesa e alla guerra come meglio potea.
CAP. XCIII. Come la compagnia assalì Faenza.
Lasciando i fatti di Francia e di Lombardia e tornando ai più vicini, la compagnia, ch’era in Romagna tra Forlì e Faenza, sentendo male fornita di gente d’arme la città di Faenza, la quale si tenea per la Chiesa, dove non era che uno capitano con meno di cento uomini da cavallo, si strinsono alla terra, ed entrarono in uno dei borghi. Il detto capitano allora era di fuori, e volendo tornare dentro, fu abbattuto e ferito, e de’ suoi compagni assai magagnati. Per ventura erano in quel punto in Faenza trecento cavalieri del comune di Firenze all’ubbidienza d’uno cavaliere fiorentino, il quale vedendo il subito e improvviso assalto prestamente si mise alla difesa colla brigata sua, e riscosse il capitano, e i nemici fuori del borgo sospinse con loro assai danno, e ricoverato il capitano e l’onore della Chiesa si tornò in Faenza. Per lo detto assalimento baldanzoso e non provveduto si temette che non fosse nella terra trattato, ma se v’era, non si trovò. E ciò fu del mese d’agosto del detto anno. Appresso a pochi dì la compagnia de’ Tedeschi della bassa Magna sotto il capitanato d’Anichino di Bongardo s’accostò con quella ch’era in Romagna, e molti altri Tedeschi che spontaneamente si partivano da’ soldi degli Italiani s’aggiunsono con loro, e come ebbono fatta una massa, vedendosi forti cominciarono a gridare a Firenze, tenendosi per fermo e per lo consiglio e da tutti che da’ Fiorentini fossono stati traditi, e nell’alpe sconfitti. Di questa adunata e di sua mala parlanza gran sospetto si prese a Firenze, perchè si prese argomento di guardare i passi, come appresso diremo.
CAP. XCIV. Come i Fiorentini mandarono a Bologna per la quistione dello Stale.
Temendosi per lo nostro comune che la compagnia per lo passo dello Stale, che assai era largo e aperto, non li venisse addosso, in certa parte di quello luogo avea fatto fare e tagliare i palizzati, i quali erano abbandonati, perocchè per li patti fatti colla compagnia doveano passare da Biforco, come addietro dicemmo. E vedendo il comune che la compagnia partita da Vicchio di quindi era passata in Romagna, e considerando che quello era il più agevole passo che potesse fare gente d’arme che da quella parte venisse in offesa di nostro paese, prese ragionamento di farvi fortezza. Sentendo ciò gli Ubaldini e i conti da Mangona, a cui a tempo la fortezza potea essere nociva, di presente furono al signore di Bologna, e gli diedono a intendere che quello luogo era del comune di Bologna; perchè per la mala informazione turbato scrisse al nostro comune assai altieramente. Di che il nostro comune fè ritrovare l’antiche ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale e ne’ luoghi circostanti, colle quali per ambasciadori e difendere delle dette ragioni mandò a Bologna messer Francesco di messer Bico degli Albergotti d’Arezzo cittadino di Firenze, eccellentissimo e famoso dottore in ragione civile, il quale allora leggeva in Firenze. Questi circa lo spazio d’un mese stette a disputare co’ dottori bolognesi sopra la materia, e in fine in presenza del detto signore di Bologna fu determinato, che ’l nostro comune aveva ragione, tutto che gran punga fosse fatta per li detti Ubaldini e’ conti in contrario. E a fede di ciò, il signore scrisse appieno al nostro comune, e le lettere e cautela furono registrate del mese di settembre 1358.
CAP. XCV. Qui si fa menzione delle ragioni che ’l monistero di Settimo ha nello Stale.
E’ n’è di piacere, poichè nel precedente capitolo detto avemo dei modi tenuti per gli Ubaldini e’ conti di Mangona intorno alla quistione dello Stale, di fare in sostanza alcuna memoria delle ragioni che la badia di Settimo ha nel detto Stale, più per reverenza della buona e fedele antichità che per vaghezza di scrivere. Trovato fu nel monistero di Settimo una carta rogata negli anni dell’incarnazione del nostro Signore 1040 a dì 13 di dicembre, nel quale si celebra la festa della graziosa santa Lucia, e nell’anno secondo dell’imperio d’Arrigo, del cui tenore in parte togliemo questo. Guglielmo conte, figliuolo di messer Lottieri conte e di madonna Adalagia contessa, diede per rimedio dell’anima sua e de’ suoi genitori, alla Chiesa e al monistero di san Salvadore, nel luogo che si dice Gallano, ove si dice lo Spedale, con ogni ragione, e aggiacenza, e pertinenza sua, e qualunque e quanto a quel luogo s’appartiene, in perpetuo a noi Ugo, e agli Abati che per li tempi saranno; e appresso quello che concede confina così. Da oriente, dal Nespolo infino al Pero lupo, e infino alla Stradicciuola, e siccome corre la detta Stradicciuola infino alla collina; da mezzogiorno dalla detta collina infino a Ferimibaldi, e da Ferimibaldi infino a Feumicarboni, e da Feumicarboni infino a Collina de’ monti propio.... e infino a Fontegrosna, e siccome trae il vado d’Astronico. Dalla parte d’occidente, dal guado Astronico infino a Montetoroni, e infino a Ronco di Palestra, ritorna fino al Nespolo di Briga. E sono tutte le predette terre e cose, e tutti i piani, e alpi, e le loro pertinenze, secondo che si dice nella detta carta, infra ’l contado di Bologna e di Firenze. Nel 1292, a dì 19 di dicembre, il popolo di santo Iacopo a Montale e di san Martino di Castro per sentenza di lodo poterono usare i detti beni quattordici anni, dando la decima di tutto il frutto e certo censo al detto monistero. E perchè semo entrati in ragionamenti di confini, diremo de’ confini tra il nostro comune e quello di Bologna, per bene e pace dell’uno e dell’altro comune, i quali furono terminati per messer Alderighi da Siena arbitro in tra i detti comuni, e furono questi. Il Mulinello a piè di Pietramala è del nostro comune, e Baragazzo, e il Poggio del fuoco, e delle valli, e mezzo Montebene, e Sassocorvaro, e il prato di Baragazzo.
CAP. XCVI. Come la compagnia della Rosa di Provenza si spartì e disfecesi.
In questi dì, sentendosi le novità di Francia che narrate sono, e come il paese s’apparecchiava a nuova guerra per l’operazioni del re di Navarra, la compagnia, che lungamente era stata in Provenza, e avevanvi assai terre acquistate, vedendo che poco avanzavano stando quivi, ed essendo parte di loro richiesti dal Delfino, sperandosi più avanzare nelle guerre di Francia che nella povertà di Provenza, premono per partito di partirsi, e trattarono co’ paesani d’andare, e di rendere le terre e le castella che aveano prese; e venuti a concordia, ebbono ventimila fiorini d’oro, e catuno se n’andò dove li piacque, e lasciarono il paese di Provenza, ove erano stati predando i paesani e affliggendo più di diciassette mesi continui in guastamento del paese.
CAP. XCVII. Come s’afforzò e guardò i passi dell’alpe perchè la compagnia non passasse.
Poichè fu terminata la quistione dello Stale, sentendo il nostro comune che la compagnia s’apparecchiava a quello luogo, avendo posto campo tra Bologna e Imola, e temendo non prendesse indi suo vantaggio in Toscana, senza perdere tempo vi mandò provveditori e maestri per afforzare sì quel passo, che togliesse speranza alla compagnia, e a qualunque altra gente volesse offendere il comune, di quindi passare. E perchè a sicurtà i maestri e’ paesani potessono intorno a ciò lavorare, vi mandò il comune balestrieri assai e altra gente d’arme quale pensò alla difesa essere bastevole, con fare comandamento a tutti i paesani e vicini a quello luogo che vi dovessono essere e colle persone e colle bestie loro ad atare, tanto che ’l luogo fosse abbastanza afforzato, i quali vi mandarono volentieri per tema di non essere sorpresi incautamente dalla compagnia, che da quelli dell’alpe si tenea offesa, e avea appetito di vendicarsi. L’opera fu di volontà affrettata perchè il pericolo era vicino, e in piccolo tempo fu tutto fornito, cominciando dalla vetta de’ colli e passando per lo tramezzo delle valli, li fossi e li steccati, colle torri di legname e bertesche spesse a guisa di mura di terra, con tre belle e forti bastite in su i poggi per dare favore a quelli che difendessono i palizzati, e perchè, se caso di rotta avvenisse, si potessono ricogliere a salvamento. La chiusa per lungo fu intorno di passi ottomila, stendendosi insino presso a Montevivagni. Quelli della compagnia, che s’erano alloggiati in su quello d’Imola, più volte tentarono e per diverse parti passare in sul nostro contado, ma sentendo ch’e’ passi dell’alpe erano bene guardati (che più di dodicimila pedoni, la maggiore parte balestrieri, talora fu che si trovarono allo Stale, senza quelli ch’erano all’altre poste) mutarono proponimento, e rivolsonsi indietro nella Romagna, e massimamente sentendo venuto in Firenze messer Pandolfo di messer Malatesta da Rimini per capitano di guerra, non lasciando però le minacce contro al nostro comune.
CAP. XCVIII. Come l’imperatore fece il duca d’Osteric re de’ Lombardi.
Carlo imperadore de’ Romani, essendo nel detto anno 1358 del mese di settembre morto il duca vecchio d’Osteric, il giovane duca ch’era rimaso signore si fece a parente, e gli diè una sua figliuola per moglie; e lui volendo aggrandire, vedendo che la forza del genero giunta alla sua era grandissima, e per l’avviso del conte di Lando e degli altri caporali di lingua tedesca avea sentito, come le parti d’Italia, massimamente Romagna e Toscana, erano male disposte, e atte a potere venire sotto signore, si pensò ciò potere di lieve seguire con titolo di signore naturale, perocchè il nome del tiranno a’ liberi popoli, massimamente di Toscana, era terribile, e non potea essere accetto, e per tanto il detto duca fece e pronunziò re de’ Lombardi. Il duca, come giovane, e vago di crescere suo nome e signoria, accettò il titolo del reame: ciò sentito in Italia, non fu senza gran temenza; il perchè tantosto i signori e’ comuni s’intesono insieme, dando ordine a leghe e a tutto ciò che pensarono essere necessario e bastevole a impugnare l’impresa del nuovo signore.
CAP. XCIX. De’ processi della compagnia in questi giorni.
Noi dicemmo addietro come il capitano di Forlì per patto promise quindicimila fiorini alla compagnia, e la cagione perchè, onde venendo il tempo che pagare li dovea, e non avendo il di che, eziandio affannando di presta i suoi cittadini, diede a’ caporali contanti fiorini duemila: ed essendo suoi prigioni il figliuolo del conte Bandino da Montegranelli, e due figliuoli del conte Lamberto della casa de’ Malatesti detto il conticino da Ghiaggiuolo, i quali erano stati presi nella guerra del cardinale di Spagna, loro assegnò alla detta compagnia in parte di pagamento per fiorini diecimila. Currado conte di Lando, sentendo l’impotenza del gentiluomo, coll’animo suo diritto e libero dove avesse avuto di che sadisfare, cortesemente li fece accettare, attendendosi dell’avanzo alla fede e promessa del capitano; e per non stare in bargagno, avendo il conte bisogno di danari, assentì il riscatto de’ detti prigioni per quattromila fiorini: e ciò fatto, con tutta sua brigata prese cammino, e si strinse verso quello d’Imola e di Faenza, cercando preda per vivere. E nei detti paesi ha una valle grassa e abbondante d’ogni cosa da vivere che detta è Limodiccio, la quale è circondata di poggi altissimi e aspri, e con assai stretti cammini all’entrare e all’uscire per grandi montate e scese: i villani di quel paese s’erano ridotti alle guardie de’ poggi ov’erano l’entrate, non sperando che per lo grande disavvantaggio di chi venisse di sotto gente d’arme gli andasse ad assalire, poco avendo considerazione, che la fame fa cercare per lo cibo ogni luogo segreto, e assalire eziandio le impossibili cose. Quelli della compagnia assalirono le montagne con franchezza d’animo, facendo in fatti d’arme maraviglie; il perchè i villani impauriti e inviliti lasciarono i passi, e diersi alla fuga, onde la valle tutta venne in potestà de’ nemici, dove trovarono assai roba da vivere. E a loro fu bene bisogno di così trovare, per ristorare i disagi e la fame patita a Forlì: ed ivi adagiato e loro e loro bestie, vi dimorarono fino a dì 16 del mese di ottobre. E mentre che stavano a Limodiccio; più volte cercarono di passare in sul Fiorentino, ma ciò fu in vano; perocchè trovavano onde speravano passare sì forniti e ordinati al riparo, che non s’assicurarono di mettersi a partito. E andarono a Modigliana, e assaggiarono il castello con battaglia, e niente poterono acquistare. All’uscita del mese cavalcarono a Massa, che è del vescovo d’Imola, e come suole avvenire de’ beni de’ cherici, che non contendono se non a pelare, essendo il luogo male provveduto di guardia la presono, dove trovarono assai roba da vivere e arnese da preda. Alla rocca non feciono assalto, perocchè essendo nella guardia del signore d’Imola era bene guarnita e apparecchiata a difesa. I mascalzoni per la troppa roba vi trovarono vennono tra loro a discordia nel pigliare della roba, e per non venire a peggio tra loro misono fuoco nella terra, e arse tutta colla maggiore parte di ciò che v’era dentro, perchè convenne che la brigata si partisse e accampasse di fuori; e quivi soggiornarono alquanto verso i confini di Bologna: e non avendo la vittuaglia che a loro bisognava, il signore di Bologna ne dava loro, e sostenneli quivi tutto il mese di novembre. Ciò disse che fece, perchè il legato Cardinale di Spagna era in cammino per passare in Romagna a ripigliare la guerra, e non sapea l’intenzione sua, sicchè per gelosia di suo stato era contento d’avere la compagnia di presso.
CAP. C. Come il re del Garbo fu morto.
Buevem re del Garbo, il quale volgarmente è detto il reame della Bellamarina e di Tremusi, avendo lungo tempo con ardire e con senno sostenuto l’onore di sua corona, e avendosi sottoposto, come nel primo libro narrammo, gli altri re de’ barbari che gli erano vicini, cioè quello di Costantina e quello di Buggea i quali tenea in prigione, cadde in malattia da tosto guarire; ma la rabbia e la cupidigia del signoreggiare accese gli animi de’ figliuoli, che per nobiltà doveano a lui a tempo succedere, e sì lo strangolarono. E morto lui, il maggiore di loro d’età di sedici anni nominato Bugale prese la signoria, e fessi coronare, ma non con volontà e amore di tutti i baroni. Per la qual cosa alquanti di loro, e non de’ minori, s’accostarono all’altro fratello ch’era di meno giorni, cioè d’età di dieci anni, il quale era oltre a quello che tale età richiedea e intendente e astuto; e il suo nome era Bestiezti, e a lui dissono: Quando il padre tuo fu fatto re, per potere regnare senza sospetto de’ suoi fratelli, a venticinque fece tagliare la testa, e così pensa che tuo fratello farà a te: e però, se vogli seguire nostro consiglio, noi ti faremo re colla nostra potenza, se tu ci prometti di fare morire lui. La cagione di questo fu, ch’e’ dicea che i baroni non guidavano bene i fatti del reame. Il giovane per venire alla corona con tutto il suo consiglio a ciò s’accordò. Perchè essendo ancora il re giovane debole nella signoria nuova, e poco da sè accorto e meno avvisato, fu da’ baroni preso per comandamento del fratello, e come patricida saettato, sicchè in piccolo tempo spacciò il regno acquistato col micidio del padre, e sè di vita. Gli altri fratelli vedendo questo crudele principio fuggirono in Sibilia, e ’l minore fatto re, colla sua forza rimase nelle mani de’ baroni, perocchè non era in tempo da potere nè da sapere governare il reame. Con questa malizia fu il maggiore fratello abbattuto, onde molti de’ baroni avendo il re fanciullo a vile, occuparono assai delle giurisdizioni del reame. Di questo seguette, che uno antico barone e di grande seguito di fuori di Fessa si fece fare re alla setta sua, e cominciò a guerreggiare il giovane re. Sentendo Suscialim fratello del re Buevem morto, come dicemmo di sopra, il quale era fuggito in Sibilia, questa divisione de’ baroni, richiese il re Pietro di Sibilia d’aiuto, il quale li fece armare due galee e valicò a Setta, e là fu ricevuto come re; e avendo aiuto da’ paesani se n’andò a Fessa, ove il giovane re era con poco aiuto e consiglio; e però giunto a Fessa fu ricevuto come re; e disposto il fratello, e messo in prigione, e accolte maggiori forze andò contro al barone che s’era fatto re, il quale brevemente fece morire, ed egli rimase libero signore del reame della Bellamarina: e questo avvenne nel detto anno 1358. È vero che quando morì il gran re Buevem, che i re che avea in prigione furono lasciati, e ripresonsi i loro reami di Buggea e di Costantina: e il reame di Tremusi si rubellò, e tornossi allo stocco de’ re usati.
CAP. CI. Come i cardinali ch’erano in Inghilterra si tornarono a corte.
Essendo il cardinale di Pelagorga e quello di Roma messer Iacopo Capocci in Inghilterra, per seguire l’accordo de’ due re della pace ordinata con titolo di santa Chiesa, e ’l cardinale il quale fu cancelliere del re di Francia, il quale stava di là in proprio servigio del detto re, avvedendosi l’uno dì dopo l’altro che l’operazioni del re d’Inghilterra erano a impedire, che la moneta che si dovea pagare per lo re di Francia, e li stadichi che si doveano dare non si fornissono; e vedendo che il detto re mantenea in arme e in preda, e in grave intrigamento de’ paesi di Francia, il re di Navarra, e che di continovo li aggiugnea forza de’ suoi Inghilesi, per modo che i baroni colle comunanze di Francia non aveano destro d’accogliere la moneta nè di mandare li stadichi; e avendo di ciò per più riprese richiesto il re d’Inghilterra che vi mettesse ammenda, ed egli risposto loro, che nol potea fare; temendo che sotto l’ombra del dimoro non s’apparecchiasse loro più vergogna che onore, se ne partirono: e per la loro partita senza frutto feciono manifesto, che piuttosto guerra che pace dovesse seguitare; come poi n’addivenne, secondo che a suo tempo racconteremo. E questo fu del mese d’ottobre del detto anno.
CAP. CII. Della pace da Sanesi a’ Perugini.
Essendo dibattuti i Perugini e’ Sanesi nella loro guerra novella, come per noi addietro è fatta memoria, essendo continovo il comune di Firenze in sollicitudine di mettere tra loro pace co’ suoi ambasciadori, e inframettendosi anche il legato di Romagna di questa materia, all’ultimo l’uno comune e l’altro, avendo ciascuno voglia d’uscire di guerra e di spesa più onestamente che potesse, si rimisono negli ambasciadori del legato e de’ Fiorentini, i quali diligentemente praticarono con catuna parte, per vedere se modo convenevole si potesse trovare; e trovando che ’l dibattito era di potersi con alcuno mezzo terminare; vollono che da catuno comune venissono sindacati, e la fermezza de’ Perugini di quello, che per loro s’avesse a ordinare di Montepulciano, e da’ Sanesi di Cortona: e avuti i sindacati e le cautele che domandarono, diedono la sentenza, e tennonla segreta, e feciono a catuno comune pubblicare la pace, e sicurare le strade e’ cammini, e feciono pubblicazione in catuna città, e in Firenze fu celebrata solennemente dì ultimo del mese d’ottobre del detto anno: dappoi si manifestò la sentenza, e fu in questo modo. Che tra i detti comuni dovesse essere ferma, e buona e perpetua pace, e che i Perugini dovessono lasciare libera la terra di Montepulciano a’ suoi terrazzani, e dovessono patere mettere in Cortona da indi a quattro anni di tempo in tempo podestà, e dove i Cortonesi non lo volessono, dovessono dare il salario al detto podestà, il quale era di lire quattrocento l’anno, e dovessono i detti Cortonesi ogni anno de’ detti quattro anni dare a’ Perugini un palio di seta e che i Sanesi infra cinque anni non potessono mettere podestà in Montepulciano, ma lasciare la terra libera, e da cinque anni in là vi dovessono mettere podestà, ed avere il censo usato. Quando dopo la pace predetta ne fu fatta pubblicazione, e l’uno e l’altro comune se ne mostrò in grande turbazione, e ciascuno mandò solenne ambasciata a Firenze per fare rivocare la detta sentenza. Il comune di Firenze sentendo, che nel praticare della cosa gli ambasciadori de’ detti comuni erano stati quasi in concordia di questo, e che di nuovo non vi s’era fatto fuori che ’l termine e ’l modo delle signorie, riprendendo onestamente i detti comuni in persona de’ loro ambasciadori, rispose, che intendea che si osservasse la pace; ma però non rimasono in vista contenti i detti comuni, benchè novità di guerra non movessono insieme.
CAP. CIII. Come il cardinale tornò in Italia.
Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate, o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie, massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura, e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda, forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’ beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà; il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio, operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte, sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna, diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale, tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’ nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato, fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’ cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento cavalieri di quelli del comune di Firenze.
CAP. CIV. Come messer Gilio di Spagna parlamentò col signore di Bologna.
Partito il legato di Firenze, a dì 26 di dicembre detto anno, cavalcò dalla Scarperia, e poi traversò per l’alpe, per non appressarsi a Bologna, acciocchè ’l signore di Bologna non prendesse gelosia, e andò a Castelsanpiero; e ivi il signore di Bologna messer Giovanni da Oleggio gli si fece incontro bene accompagnato di gente d’arme, e ricevettelo onorevolmente in Castelsanpiero. E ivi essendo amendue, pochi giorni appresso feciono parlamento, ove furono ambasciadori del marchese di Ferrara, e della gran compagnia, e d’altri signori e comuni, nella quale in effetto nè de’ fatti della compagnia, nè del signore di Forlì niuna concordia pigliare si potè. Il conte di Lando venuto in Forlì per trovarsi di presso al legato s’arrestò ivi, e così niente fatto si partirono; il legato si tornò a Imola, e gli altri alle luogora loro.
CAP. CV. Come la compagnia si condusse per la Romagna.
Del mese di novembre sopraddetto la compagnia si partì dalla Massa e andonne a Savignano, dove per difetto di vittuaglia stette poco, e passò in quello d’Arimini, ove consumato in breve tempo quello che accogliere poterono, per forza di fame più giorni strettamente patita, come arrabbiati combatterono il castello di Sogliano, nel quale era assai roba da vivere, e quello vinsono, e uccisono senza misericordia niuna centoventitrè abitanti. E per la vittoria di quello sormontati in orgoglio combatterono il Poggio de’ Borghi, e vinsonlo, e uccisono centocinquantacinque uomini. Veggendo vinto le fortezze maggiori e più atte a difesa, per paura le castellette vicine tutte s’abbandonarono, nelle quali senza contrasto entrarono i nemici, ciò furono Raggiano, Strigaro, Montecongiuzzo, Compiano, e Montemeleto, e più altre terre poste in fortissimi luoghi in sulla stinca della montagna, ove trovarono grande abbondanza di tutta la roba da vivere. E però quivi s’arrestarono lungamente, tenendo in continovo sospetto il comune di Firenze, che temeano non scendessono l’alpe dalla Faggiuola al Borgo a Sansepolcro, e per quella di Bagno, e per questa temenza il comune di Firenze vi pose quello riparo che si potè e di gente e d’amici.
CAP. CVI. Dello stato della Cicilia.
Se bene si cercheranno le nostre scritture, e metterassi incontro tra le ree e buone fortune, troppo avanzeranno le sinistre le felici e avventurose, che appena si troverà non dirò uno mese dall’anno, ma uno dì solo, che tra’ cristiani, in qualche parte della terra che per loro si possiede, qualche pessima cosa e degna di nota surta non sia. Noi avemo per più riprese poco addietro parlato delle travaglie de’ nostri paesi e parte di quelle de’ Franceschi, e se intra esse fosse stato punto di tempo quieto o tranquillo; quello medesimo è stato negli altri paesi pericoloso e turbato, perocchè ne’ detti tempi sono mescolate le volture della Cicilia, la quale quasi del tutto divisa, e piena di scandali e di riotte, in continove guerre sboglientate, l’una parte e l’altra perseguitata con quello poco di gente che loro era rimasa, con guerra sanguinente e mortale, quelli di Messina si sono fatti capo di parte, e così hanno fatto quelli di Catania, senza redenzione offendendo l’uno l’altro, perchè n’è seguito gran danno di persone con piccolo vantaggio, e senza notabile acquisto o d’una o d’altra parte.
CAP. CVII. Del male stato del reame di Francia.
Il paese di Francia dopo la morte del proposto de’ mercatanti, e de’ suoi compagni e seguaci, non prese alcuna fermezza di buono stato, ma per contrario si ritrovò in grande confusione, che il Delfino non era amato nè ubbidito come signore nè dal popolo nè da’ baroni, e non ostante che lo tenessono per loro capo, poco era grazioso nel cospetto de’ grandi e de’ piccoli; e oltre a ciò per li trattati già scoperti stava in sospetto e paura, e per questa cagione poco potea provvedere, e meno atare il paese da’ suoi nemici. D’altra parte il re di Navarra si mantenea di fuori correndo e predando intorno a Parigi e altre ville circustanti senza trovare contasto fuori che delle mura, e continovamente sua gente cresceva d’Inghilesi, e sì di gente paesana pronta e disposta a mal fare; e per questo si scorse il paese, che fuori di Parigi e d’altre città e fortezze di Francia non si potea andare, che gli uomini non fossono presi. Il Delfino, come detto è di sopra, non potendo a tanto male porre rimedio, e temendo di tradimento, il quale poco appresso si scoperse, stava a riguardo, e aspettava si mutasse fortuna.
CAP. CVIII. Di mortalità d’Alamagna e Brabante.
Essendo ancora il braccio di Dio disteso sopra i peccatori non corretti nè ammendati per li suoi terribili giudicii a tutto il mondo palesi, e per gastigarli e riducerli a migliore vita, nel detto anno nel tempo dell’autunno ricominciò coll’usata pestilenza dell’anguinaia a flagellare il ponente, e molto gravò in Borsella, che del mese d’ottobre e di novembre vi morirono più di millecinquecento borgesi, senza le femmine e’ fanciulli, che furono assai. Ad Anversa, e a Lovano, e nell’altre ville di Brabante il simile fè. Non toccò la Fiandra, poichè altra volta non era molto stata gravata, e però Brabante più ne sentì; e per simile modo avvenne nella Magna a Basola, e in altre città e castella infino a Boemia e Praga, le quali dalla prima mortalità non erano state gravate. In questi tempi fu ne’ nostri paesi in Valdelsa, e in Valdarno, di sotto, e nel Chianti, quasi come l’anno dinanzi passato, generali infermità di terzane, e di quartane, e altre febbri di lunga malattia, delle quali pochi morivano. Di ciò si maravigliarono le genti di Valdelsa e di Chianti, perchè sono in buone arie e purificate, perchè due anni l’uno appresso l’altro fossono maculati di simili infermitadi, non conoscendo alcuna singulare cagione di quello accidente.
CAP. CIX. Di giustizia fatta in Parigi.
E’ non è da maravigliare della crudeltà de’ tiranni, a cui li savi e valorosi cittadini sempre furono paurosi e sospetti, s’e’ si dilettano nello spargimento del sangue innocente, per mantenere colla spaventevole rigidezza della infinta giustizia in sicurtà la gelosia del loro stato violento, e per tanto sospetti, e poco accetti a’ sudditi, e sottoposti a molti aguati e ruine. Ma di certo è da prendere singulare ammirazione, quando questo iniquo animo cade nel sangue reale per lo titolo della naturale signoria, la quale suole essere mansueta e benigna, e con umanità, eziandio offesa, trattare i sudditi suoi. Questo diciamo, perchè del mese di novembre detto anno, essendo il Delfino di Vienna nella città di Parigi, per sospetto d’alcuno trattato, del quale chiara verità non si potea sapere, fece pigliare il conte di Stampo parente del re di Navarra, e ’l conte di Rossì, e ventisette borgesi di Parigi, dicendo, che trattavano contro a lui col re di Navarra. Per questi borgesi l’università di Parigi turbata e commossa, mandarono il proposto de’ mercatanti con altri de’ maggiori borgesi al Delfino per riaverli, con dire che non erano in colpa. Il Delfino rispose, che dove non fossono in colpa, non bisognava loro di temere, e che sopra ciò procederebbe temperatamente infino ch’avesse la verità del fatto. E per questo savio modo racquetato il primo bollore del popolo, poco appresso, dicendo che li trovava colpevoli, tutti i detti borgesi fè decapitare; i conti riserbò in prigione. Di ciò la comunanza fu mal contenta, e mormorava, ma per paura catuno, non avendo capo a loro modo, soffersono il nuovo gastigamento del vecchio peccato, comportandolo senza altra novità, più per servile pazienza che per onorare o piacere al loro signore.
CAP. CX. De’ dificii fatti a sant’Antonio di Firenze.
Io non so s’egli è da lodare o da biasimare il prelato che spende negli edificii magnifichi il danaio che trae del beneficio a lui conceduto, perocchè, secondo che dicono gli antichi decreti de’ santi padri, il prelato dee fare delle rendite sue tre parti; l’una dee spendere nelle sue bisogne, l’altra dee distribuire a’ poveri, e dell’altra dee racconciare la Chiesa, quanto si richiede a onestà di religione fuori di pompa mondana: ma considerato che tutti coloro che prendono frutti de’ beni della Chiesa delicatamente ne vivono, e quello che loro avanza ai loro congiunti dispensano, e poco si curano perchè rovinino le Chiese, o perchè i poveri di Dio si muoiano di fame, assai è da considerare intorno a quello che qui è nel principio proposto. E certo, se vento di fama mondano non levasse in alto alquanti che hanno ne’ beneficii loro rilevatamente edificato, più sono da lodare che da biasimare, secondo il corso della Chiesa terrena lussuriosa e avara, al cui esempio assai disonesto e dannoso i secolari, che sono ghiotti de’ beni terreni, vivendo trascorrono in grandi e disordinati peccati. Questo tanto sia detto non per correzione, che non la vogliono udire, e nostro uficio non è predicare, ma per argomento alla materia che segue. Messer frate Giovanni Guidotti comandatore nella nostra provincia nell’ordine di sant’Antonio, nato nella città di Pistoia non di legnaggio gentile ma di meno che comune, uomo secondo suo stato d’animo grande e liberale, avendo de’ suoi beneficii accolta moneta assai, la quale secondo l’uso corrotto, del quale avemo parlato di sopra, poteane ne’ suoi prossimani convertire, la spese negli edificii magnifichi e nobili, i quali in questo anno fè cominciare al luogo dell’ordine suo posto presso alla porta a Faenza, ne’ quali convertì gran danaio. Avemone fatta memoria in rimprovero dell’avarizia di molti prelati, i quali spogliano le Chiese che ne’ paesi loro e ne’ forestieri a loro sono concedute, non curando nè l’ira di Dio nè l’infamia del mondo.