III.

All'indomani sera c'incontrammo in casa C. Ai ricevimenti di casa C. non c'è mai folla; è forse la società più esclusivamente scelta di Firenze. Una delle spose di casa è inglese ed ha naturalmente recato con se un po' di elemento britannico, assieme ad un nome storico come è storico quello da lei assunto, sposandosi. Due belle armonie aristocratiche. I grandi nomi della nobiltà inglese, di passaggio a Firenze, echeggiano bene nella vastità sonora dei grandi saloni di casa C., ospitali del paro all'aristocrazia del carattere e dell'ingegno. Ma John Büll, istivalato, chiassoso, testè arricchito, che sa di porter, lo sciame leggero delle Mistress e delle Miss erranti per la comoda indulgenza delle città d'inverno e che sembrano incaricate della missione di darci una sì sconfinata idea dell'emancipazione femminile... oh! tutta questa gente ammira moltissimo, passando sul Lung'Arno, la splendida facciata esterna del palazzo C. Più, due volte alla settimana, ha libero l'accesso alla celebre Pinacoteca di casa.

Non folla adunque, ma il fior fiore di Firenze e della società forestiera. Si fa musica, non troppa, nè d'un solo genere, e sopratutto, senza pretesa. Alcune fra le signore C. sono musiciste emerite, mi rammento d'aver udita una volta mirabilmente, classicamente eseguita da un'adorabile tribù di bimbi e bimbe di casa, la sinfonia dei giuocattoli di Haydn. Che cara e squisita cosa e che spettacolo gentile! Ma scusate, divago un pochino, nevvero?

Quella sera venni presto. Ero inquieta, per Ninì, s'intende. Avevo ormai preso ad amare davvero quella strana creatura, tanto tormentata dall'ironia del caso, tanto atta a tormentare sè stessa. La sentivo in pericolo, mi spaventava l'idea ch'ella potesse, per una sì sottile esagerazione dell'amor proprio del cuore, rinunziare ad una sorte che la Provvidenza stessa pareva essersi compiaciuta a creare per lei. Poichè in tutto e per sir Alano era adatto a lei. Non solo per la splendida posizione, oh Dio!... no! quello era il meno. Ma pel carattere serio, dolce, veramente maschio, per lo spirito nobilissimo e colto. Aveva viaggiato molto, pubblicati parecchi volumi di viaggi, rappresentava al Parlamento inglese un'opinione che aveva già notorietà ed autorità proprie. Ed era sì bello! Nessuno avrebbe potuto sognare, nè bramare un marito migliore per Ninì.

Ed ella, amandolo, esitava!

Non veniva mai; quella benedetta Ninì. Il crocchio delle ragazze s'era formato nel primo salotto, io aveva veduto entrare Sir Alano e colto al volo lo sguardo indagatore ch'egli aveva gettato sul nostro gruppo. Ero distratta, rispondevo un po' a casaccio e non m'interessavo punto al cicaleccio delle mie compagne. Parecchi giovani erano venuti a raggiungerci e le chiacchiere si facevano più vive. Finalmente, mentre stavo per farmi visibilmente inquieta, ecco giungere Ninì Montelmo. Venne, s'intende, con quello sfarzoso e lieto cadavere vivente che si chiamava la Duchessa di Sualta.

Chiudo gli occhi e rivedo Ninì, qual'era in quella memoranda sera, colla sua veste in voile de religieuse rosa, senza fiocchi, senza guarnizioni di sorta. La sua persona pareva contenuta in un grande petalo di rosa, perfettamente assestato. La vita non era scollata, saliva a serrare castamente la nuca nobilissima. Ella aveva due piccoli, fulgentissimi brillanti alle orecchie, non penduli ma infissi a perno nel lobo; due salde goccie di rugiada accanto alla sfumatura rosea delle sue guancie. Mi sorrise, passando, gettandomi, con un'affettuosa occhiata, un cenno quasi impercettibile d'intesa.

Una gioia m'invase il cuore. Mi parve che quello sguardo volesse dirmi: — Sono decisa, sai?

E anche ora, dopo tanto tempo e a dispetto di tutto, io ne son certa. Son certa che Ninì, entrando quella sera in casa C., era decisa a sposare sir Alano Spear.

Mentre ella passava, tutti tacquero, per un momento. Ognuno scordò sè stesso, per guardar lei. Quando non si vide più, due o tre di noi mandarono un respiro, come al cessar d'un'oppressione.

Si parlò subito di lei, naturalmente, ma poco, con cautela. Ognuno pensava al probabile domani di Ninì, a quel glorioso avvenimento che avrebbe in sì acerba guisa castigata ogni malevolenza dell'oggi.

L'attenzione fu poscia distratta dall'entrata di una coppia giovanissima, che tutti accolsero con un coro di acclamazioni festose. Dino degli Ardinelli e la sua piccola moglie. Il romanzo dell'anno scorso che tornava dal viaggio di nozze, in Inghilterra. Quanto avevano fatto parlar di loro, quei due monelli, otto mesi prima! Essa era inglese, sedici anni, minutissima, un niente di personcina e di dote. Lui; vent'anni, un nome da trovare ad ogni pagina del Berni o del Boccaccio, ma undecimo figlio nella arcinobilissima casata. Poi; l'età... figurarsi! I rispettivi genitori avevano fatto l'impossibile per impedire il matrimonio, ma sì! avevano fatto tanto chiasso, quei due, lei s'era messa a intisichire con tanta grazia, lui a informarsi sì risolutamente delle navi in partenza per l'America, che s'era dovuto venire a patti e dir di sì... Il bello è ch'erano innamorati davvero, coll'impeto e la crisi d'un'acuta malattia d'amore: qualcosa di assurdo e di reale, sul gusto di Giulietta e Romeo. Appena sposati e per farsi perdonare s'erano andati a nascondere in Inghilterra da una ricca zia della sposa, parente anche degli Spear. Ora tornavano; più bimbi, più spensierati, più felici che mai, con delle visibili novità a palazzo e colla prospettiva di andar a tubare per dieci mesi dell'anno in una microscopica villetta del Casentino. Ma ciò non li sgomentava affatto.

I profeti piagnucolosi, la gente previdente e assennata, tutti coloro che avevano predetta l'imminenza del terribile risveglio, non erano punto soddisfatti. L'imprudenza del piccolo Dino e della piccola Alice non era peranco stata raggiunta dal castigo, zoppo forse od impietosito. Erano anzi tanto felici da riuscire ridicoli, e da disarmare gli avversari; la maternità, nella piccolissima personcina della sposa, contrastava in modo strano coll'inesprimibile gioventù di lei, col suo fare da bimba, coll'espressione fanciullesca del visetto. E lui... che futuro papà per ridere! Erano gloriosi e patetici nel loro trionfo di ragazzi sposati, nella loro enorme avventatezza di cuore, nella temerità della loro presa d'assalto della vita!... Ma come li festeggiavano, com'eran chiamati, canzonati, invidiati a dritta e a sinistra! Si rideva, teneramente, di loro.

Un crocchio di maestose matrone aveva accaparrata la sposa ed essa scompariva quasi, affondata in mezzo ai grevi broccati, ai velluti e alle trine di quelle grandi autorità benevole. Dino, per un subito ritorno alle antiche abitudini, era venuto nel crocchio nostro, tutto di ragazze e giovanotti scapoli. Ci narrava, saltando deliziosamente di palo in frasca, una vera miscela d'impressioni di cuore, di viaggi, di caccie, di concerti, di corse, di usi inglesi, di feste fatte a lui e a sua moglie.

Ah! quante volte tornava in campo il nome di lei, colla carezzevole intonazione toscana che lo faceva diventare: Alisce!

Quel caro Dino, faceva di tutto per esser saggio e prudente, per non parlar troppo a noi, povere ragazze, della sua felicità e di quella di Alisce; ma che!... ogni momento gli pigliava il morso ai denti, quella biricchina di felicità e via!...

Una delle padroncine di casa venne a pregarci di passare nel gran salone. Si faceva musica.

Obbedienti all'invito, ci recammo tutti di là, nella vastissima sala ove si riunivano tutti quanti gli invitati ed il nostro gruppo si scompose; sparpagliandosi qua e là. Accanto a me, non rimasero che due o tre ragazze e Dino, il quale aveva stabilito con Alisce una corrispondenza telegrafica di non dubbio significato. Infatti, tanto armeggiò quella cara Alisce che riescì a sbucar di mezzo alle matrone e procedendo con infinita cautela, evitando scogli ed intoppi, sbarazzandosi gentilmente degli importuni, finì col venir a raggiungere suo marito. Accaparrarono subito, lì accanto, una di quelle duplici e complici poltrone ad S e non giurerei, che pure accogliendo con grazia infinita i nostri affettuosi complimenti, quei due spensierati non si stringessero ogni tanto, celatamente, la mano. Io non vedevo nulla, s'intende. A dir vero, non mi occupavo troppo di loro. Quelle erano le pecorelle sul monte, a me premeva la mia pecorella; quella che si trovava, sola, sull'erto e spinoso sentiero. Parevo prestare la più religiosa attenzione alla bella suite di Moskoswski che la contessa Balzi e Poppino Denzato eseguivano con rara maestria, una sul piano, l'altro col violino, ma in realtà tenevo dietro, attenta e soddisfatta, ad un altro duetto: quello di Ninì e di Alano Spear.

Erano quasi dirimpetto a me e sedevan vicini. Attorno a loro, s'era formato un piccolo vuoto. Egli si chinava ogni tanto a parlarle sommessamente ed ella rispondeva volgendo il capo verso lui, con una mossa soave, quasi docile, con dei sorrisi sereni e paghi, lo sguardo sollevato, aveva una lenta e luminosa dolcezza!... Ah!... così la volevo; senza alterigia, senza sarcasmo, senza ironia, evidentemente soggiogata dal suo sentimento... così ella era degna del suo destino.

Finito Moskoswski; venne la seconda Rapsodia di Liszt, un po' tempestata, a dir vero, su quel povero Erard, da un dilettante semi-maestro, poi la Marcia del Tannhauser eseguita a otto mani, poi vidi una delle padrone di casa dirigersi verso Ninì e rivolgerle qualche frase. Evidentemente; le chiedeva di cantare.

Ninì si alzò tosto.

Non soleva farsi pregare, e non accampava mai le solite scuse delle altre dilettanti di musica. Andò diritto al piano.

Prese a cantare. Il suo maestro, Barbirolli, l'accompagnava.

Scelse la romanza di Melilotti: «Ad una stella.» Dopo tutti i clamorosi pezzi testè eseguiti, dopo quella musica straniera, sapiente e tormentata, quella delicata composizione, sì prettamente italiana e melodica, giunse a tutti inattesa e gratissima. Si sparse per la sala come uno squisito olezzo musicale, parve all'orecchio del pubblico una carezza blanda, una di quelle cose che parlano non a tutti, ma ad ognuno, intimamente.

Ninì non aveva molta voce, ma il suo mezzo soprano era d'una purezza e d'una freschezza grandi. Aveva avuta un'eccellente educazione musicale e il suo squisito sentimento artistico le tornava di grande aiuto. Il timbro della sua voce possedeva una specie di sentimento proprio, genuino, un non so che di appassionato e di commosso ch'ella frenava, velandolo, ma che pur si tradiva. Vocalizzava mirabilmente e le parole sì caste e pur sì innamorate della romanza stavano tanto bene in bocca sua:

La stella è in cielo e non si può toccare!

E mentre così cantava, ella stessa pareva poggiare su una serena altura siderea; era, luminosa e pura come una stella fissa, ma col palpito scintillante d'un pianeta. E dalla terra, la voce dell'intensa brama saliva umile, piena di preghiera, affidando alle nubi il messaggio amoroso:

«Ditele in cortesia gli affetti miei.

Chiedendo che la stella» fatta mortale «scendesse sino a lei; ma subito, quasi correggendosi» implorando l'ali «per salire così, se non altrimenti, a raggiungere l'astro!»

Ninì disse tutto ciò con grande semplicità e con profondo sentimento, modulò colla sua tenera voce, tutte le tenerezze desiose della musica, pareva che la sua voce e la sua anima fossero una cosa sola. Tacevano tutti, sotto l'impero e il fascino di quelle semplici note.

Guardai Sir Alano. Era molto pallido ed ascoltava intensamente, cogli occhi serrati.

Lo sapevo appassionatissimo di musica, e più d'una volta avevo osservato in lui quella strana particolarità di tener chiusi gli occhi, quando cantava Ninì. Li riapriva, non appena ella aveva finito di cantare, ma la sua fisonomia serbava per qualche minuto un aspetto strano, speciale, qualcosa, come s'egli fosse tuttora sotto l'impero d'un sogno.

Quando le note, vibranti e pure, s'ammorzarono nella dolcezza estatica della cadenza finale, l'applauso irruppe spontaneo, più caldo forse di quanto lo consentano le discrete consuetudini della società. Molti furono d'attorno a Ninì, congratulandosi seco lei. Ella era ancor tutta vibrante d'emozione, stordita, confusa da quei battimani; arrossiva, rispondendo con perfetta modestia ai premurosi elogi della padrona di casa e di quanti le stavano attorno. Io m'ero alzata di scatto, impaziente di andarle a dire una calda parola di simpatia. Dino mi tratteneva e in pari tempo interpellava Alisce.

— Alisce... ma senti, bimba... oh non ti par la sua voce, tal e quale? Dio! come canta bene! Ma nevvero, a chiuder gli occhi si potrebbe giurare ch'è lei?

Alisce assentiva, trovava ch'era una cosa stranissima, che Dino aveva cento ragioni, ch'era tal e quale la voce di Mrs. Alloys.

Non udii altro, avevo veduto libero il passaggio e fui in un lampo presso Ninì.

Ella mi strinse la mano, nervosamente. Poi mi disse: — Andiamo.

Voleva involarsi a quella grandine di mirallegro?... Ovvero le pareva d'essere stata abbastanza a lungo con Sir Alano, isolata quasi con lui, dalla complice benevolenza degli amici?

La condussi al mio posto, sedetti accanto a lei. Osservai che Sir Alano non la perdeva d'occhio.

Va bene, disse il mio cuore esultando, tutto va bene!

Ahimè, no!... tutto andava a rotoli.

Dino e Alice s'erano fatti attorno a Ninì e la colmavano di complimenti. Battevano, ribattevano su quel chiodo, la perfetta somiglianza della sua voce con quella di Mrs. Alloys, lo stesso timbro, la stessa intonazione.

Ninì si mise a ridere e si protestò felicissima di questa somiglianza con Mrs. pardon;... avevano detto?...

La piccola copia cascava dalle nuvole.

— Come! Ninì non aveva sentito parlare di Mrs. Alloys, la professional beauty... la great attraction dell'ultima season?... l'artista impareggiabile che aveva fatte le delizie dei concerti di Londra?

— Ah! una cantante — disse Ninì, con un'ombra di gaia canzonatura.

Dino prese fuoco e fiamma. — Ma niente affatto, una cantante!... nevvero, Alisce? Una signora distintissima, di eccellente famiglia che aveva avuto dei rovesci di fortuna; un marito indegno, il quale era morto, per fortuna. Dava concerti e faceva girare il capo a mezza Londra. Una bellezza, per giunta e più bel tipo inglese che si potesse immaginare. Ne chiedessero un po' a Sir Alano Spear!

Trasalii; voltandomi verso Dino, angosciosamente.

Ma egli non sapeva nulla e nulla intese. Ninì era rimasta immobile... d'una serenità glaciale.

— A Sir Alano Spear? — disse dopo un istante e con perfetta calma. — E perchè?

— Perchè n'era innamorato morto — ribattè Dino — nevvero, Alisce?

Alice assentì, energicamente.

— Certo, una vera passione, voleva assolutamente sposarla.

Mi sentivo venir freddo. Feci uno sforzo disperato per stornare quel soggetto di conversazione, ma Ninì m'interruppe alla sua volta, con una dolcezza risoluta.

— No cara, ti prego, lascia che udiamo i dettagli di questa interessante notizia. Allora... lei diceva, Ardinelli...?

Gettai a Dino uno sguardo sì turbato, che egli comprese, così in confuso, d'essere su un terreno scottante. Ma era troppo inesperto per togliersene con disinvoltura.

Esitò un istante ed Alice venne alla riscossa.

— Ma sicuro, la voleva sposare... Sua madre non voleva; per cento ragioni, ma lui... ostinato. Sfido! un uomo del suo carattere ed era una vera passione; una di quelle che si hanno una sol volta in vita.

E guardò tragicamente il suo bel maritino.

Ninì aperse il ventaglio e lo rinchiuse, con una piccola crispazione della mano.

— Perchè non si sono sposati? — chiese con una voce senza accento... stranamente pallida.

— Perchè Mrs. Alloys morì, — s'affrettò a dire Dino, — morì d'una malattia fulminante. Eh! ci furono dei funerali splendidi, i giornali erano pieni di notizie sul conto di quella poveretta. Si susurrò che Sir Alano...

Interruppi stavolta, recisamente; Ma ancora Ninì mi fe' cenno di tacere, ancora si rivolse a Dino. — Ebbene? — disse.

— Sua madre lo condusse via. Vedo che sono qui, ora. Quella povera donna, mezza morta com'è, non lo lascia mai. Poi, siccome chiodo caccia, chiodo, vorrebbe, prima di chiudere gli occhi, fargli prender moglie. Ma è certo che non la prenderà per ora... ammenochè...

— Ammenochè? — chiese Ninì, che s'era fatta assai pallida.

— Ammenochè non trovi una persona che som... Tò!... che si fa ora?

Quel rapido mutamento di parole era cagionato da un movimento generale delle persone riunite nel gran salone. Alcuni valletti avevano allontanato il piano e andavano rimovendo i mobili dal centro della sala.

— Scommetto che si balla! — sclamò Alice entusiasmata.

Si ballava infatti. C'era molta gioventù quella sera, avevan chiesti ed ottenuti i tradizionali quattro salti.

Le vicende di quella danza improvvisata mi separarono tosto da Ninì e dagli Ardinelli. Credo che i miei ballerini furono quella sera assai scontenti di me. Ballavo come un automa, senza prestar loro la minima attenzione, assorta, qual'ero, nell'angoscia del recente e sciagurato episodio. Serbavo bensì una vaga speranza che Ninì non avesse dato gran peso alle chiacchiere di quei due ragazzi, ma in pari tempo pensavo al morboso orgoglio della mia amica, alla sua strana, assoluta idea dell'amore. I miei sguardi erano sempre in traccia di Ninì, cercavo indovinare qualcosa nei suoi moti, nei suoi gesti. Ma nulla traspariva in lei dell'interna tempesta, ella danzava, chiacchierava colla solita sua calma regale.

Il cuore mi battè forte quando vidi che Sir Alano veniva ad invitarla. Essa lo accettò, come aveva accettati gli altri, la coppia bellissima; volteggiante, passò più volte dinanzi a me, seguita da molti sguardi ammirativi.

Mi parve osservare che Ninì danzasse con una specie di rigidità, insolita in lei, che il suo corpo avesse una mossa dura e stecchita.

In un momento di sosta potei raggiungerla. Essa parlava tranquillamente col suo ballerino, il conte Rinaldi. Parlavano delle prossime corse. Stava ritta davanti a una seggiola.. A un tratto; con un brusco movimento, sedette su quella seggiola, poggiò il capo alla spalliera, e per un secondo chiuse gli occhi. Ma subito li riaperse, sorrise e disse: — Che bell'idea, quella di ballare stasera, nevvero?

— Certo — rispose Rinaldi. — Fa molto caldo però. Crede?

Si chinò, offrendole il braccio. Ella s'alzò di scatto, e quei due s'allontanarono assieme, scherzando e danzando.

E così, sino alle due di notte.

Un istante, mentre non vedevo Ninì e la cercavo cogli sguardi, sentii una mano tremante posarsi sulle mie spalle. Mi voltai; era lei. Sola... per un minuto. Il suo ballerino s'era trattenuto poco lungi a combinare con un amico, pel vis a vis della quadriglia.

Ella mi guardava fisso; con degli occhi grandi, esterrefatti, le sue guancie avevano una tinta brillantissima.

Cercai di prenderle la mano, ma ella la ritrasse e disse ridendo — No... no! — E subito; con voce bassa, smarrita, susurrò: il sesto senso! Poi rivolgendosi al suo cavaliere che, lasciato l'amico, veniva in cerca di lei:

— Ebbene, ha combinato per la quadriglia?

— Tutto combinato — disse quegli lietamente. E la condusse nella sala da ballo, ove la musica dava il segnale.

Una volta e non più la vidi ancora con Sir Alano. Stavano ritti, silenziosi, uno accanto all'altra. Ella pareva di marmo. Sentii un gran freddo al cuore e dissi fra me: È finita.

Quando la zia mi chiamò per andar via, Ninì ballava tuttora. Pareva sempre una rosa, ma, non so come, nè perchè, pensai ad una rosa che, brancicata, si sfogliasse. Udii ancora parlare con invidia e ammirazione del suo matrimonio... sicuro ormai.

Nell'atrio, mentre aspettavamo la carrozza, udii da un giovane, che dietro noi scendeva le scale, cantarellare (maluccio a dir vero) la romanza di Ninì:

Mi sono innamorato d'una stella.

Sentii gli occhi farmisi gonfi di pianto. Prima d'entrare in carrozza, guardai il cielo. Era tutto nero di nubi.