Metempsicosi.
As you like it.
Questa storia non è accaduta a me. Ho assistito a qualcuna delle sue fasi. Probabilmente, se me l'avessero narrata o se l'avessi letta, ci avrei pensato prima di credervi, tanto essa si allontana dalle solite consuetudini del cuore. Pure non è che la schietta storia di un cuore. Qualcuno l'intenderà.... forse.
Mi trovavo, venti anni or sono, a Firenze, presso alcuni stretti parenti. Ero giovane; il carnevale era brillantissimo, e vedevamo sempre molta gente che si divertiva in cento modi, anche facendo del bene. Ero patronessa d'una lotteria di beneficenza e raccoglievo doni a dritta e a sinistra. A dir vero, ne raccoglievo molti e n'ero lieta pei miei poveri e per me, cioè pel primo amor proprio di patronessa.
Un giorno, mi giunse uno splendido invio. Un gruppo di statuette di Vieux Sèvres, colle due sue brave spade a tergo del piedestallo. Ebbi un grido d'ammirazione e d'entusiasmo.
Chi mandava quel dono principesco, accompagnato dalla più deliziosa e lusinghiera letterina di questo mondo? Lo mandava Ninì Montelmo... — La Duchessina.
Rimasi alquanto meravigliata. Non mi aspettavo da lei un simile dono. Non era certo un oggetto di quelli che sogliono donar le signorine in simili occasioni.
Poi non eravamo affatto intime, io e Ninì Montelmo. Ci conoscevamo da tempo, eravamo coetanee e ci trovavamo spesso assieme in società. Mia zia e la nonna di Diana si scambiavano qualche visita, ma fra noi non esisteva intrinsichezza di sorta. Come tutti, ammiravo Ninì, subivo il fascino della sua bellezza e del suo ingegno; la difendevo talvolta contro i tanti invidiosi che volentieri sparlavano di lei, ma nulla più.
Corsi a mostrare il gruppo alla zia. Essa lo ammirò al par di me; però, quando accennai all'obbligo d'una visita di ringraziamento in casa Sualta, mi rispose tranquillamente: — Ma certo, vacci pure oggi stesso; se vuoi, con Mademoiselle.
La quale Mademoiselle era la governante francese delle mie cuginette.
Avrei preferito e sarebbe stato più corretto (socialmente parlando) che la zia mi accompagnasse dalla Duchessa di Sualta, la nonna di Ninì. Ma mi era nota la poca tenerezza di mia zia per quella vana e frivola vecchietta, che aveva tanto vissuto per il mondo, tanto sciupato di quattrini e di cuore! Perciò non insistetti. Scrissi un rigo di ringraziamento a Ninì e l'indomani ci andai con Mademoiselle; cioè, questa mi accompagnò sino al portone del palazzo, promettendo di passare a riprendermi dopo la passeggiata delle cugine.
Era per l'appunto: il giorno della Duchessa di Sualta, ed essa riceveva in uno straricco salotto di damasco rosso.
C'era ressa di eleganti visitatrici e la padrona di casa era evidentemente soddisfatta di quel concorso. Non stava mai quieta; s'alzava, rideva, tornava a sedere, chiacchierava, gesticolava, con inesauribile vivacità. Era piccola, curva, pareva decrepita nella ricchezza gaia della sua splendida veste da ricevere. Ma una vera contentezza irradiava il suo visetto di scheletro, tutto infarinato di veloutine, pieno ancora d'una futile ed inimitabile grazia, del sorriso di un'incorreggibile civetteria senile. Certo; la vita diventava più intensa per lei in quell'ora di ricevimento, nella soddisfazione di essere centro di quell'accolta tanto mondana. Ell'era, io credo, veramente felice.
Cercai subito Ninì, collo sguardo. Ma il suo posto solito era occupato dalla signora Niuti, la dama di compagnia della Duchessa.
Questa non notò certo, forse non avvertì, l'assenza di mia zia. Fu meco d'una compitezza veramente carezzevole, s'informò di tutti i miei, mi chiese crucciosamente se mi divertivo, se ero stata a tutte le feste. Poi, con quel suo fare rotto, saltellante, escì a dire di Ninì:
— Era su, poveretta, stava nel suo salottino, non le aveva permesso di scendere a nessun patto. Oh! non si scherza colle infreddature! Ci mancherebbe altro che non potesse andare al ballo in costume di casa F.! No, non lo poteva dire, il costume di Ninì. Era un segreto, vedrebbero. Ieri Ninì era stata a letto, oggi no... ma non scendeva. Aveva avute anche lei le sue amiche, tante amiche.
Le nominò tutte, una filza, con grande compiacenza.
Poi mi chiese se volevo salire io pure. Ninì ci avrebbe tanto piacere; era sola.
Assentii di gran cuore, e poco dopo mi trovavo al secondo piano del palazzo, in quel famoso salotto che avevo tanto udito vantare. Lode, però, invariabilmente corretta dall'osservazione che, decisamente, non era un salotto da signorina.
Innegabile! Troppo bello, troppo elegante, troppo raffinato in tutto. Una reginetta non sarebbe stata a disagio in quel nido di peluscio azzurro antico, a riflessi argentei, seminato di rose d'un pallore appassito, nicchiate in un leggero contorno di verde tenero. Una profusione di statuette di Sassonia, tutte bianche, qualche gruppo di antico Capodimonte, qualche gingillo moderno, scelto col gusto più raffinato. Certi mobili strani, piccoli, fragili all'occhio, una biblioteca tutta bianca, colma di libri rilegati in pergamena bianca, una piccola scrivania in certosina, un pianoforte bianco pure, con certi fregi, a colori tenerissimi, nel più puro stile Vatteau, un tappeto bianco di velluto. Tutto ciò era disposto, presentato nel modo più squisito; l'assieme aveva un significato artistico dei più rari, era come una fantasticheria di eleganze candide, di delicatezze supreme. Vedendolo, si pensava: Ma cosa potrà ella avere di più bello e di più squisito in avvenire? Pure era qualcosa di così casto... di così ideale!... La Miranda di Shakespeare avrebbe potuto dimorare colà, ed offrirvi giornalmente una tazza di the ad Ariele. Ciò non avrebbe meravigliato alcuno.
— Buon giorno, cara! — disse a un tratto, dietro a me, una voce melodiosa.
Mi voltai e vidi Ninì Montelmo. Era in veste da camera.
Ora, ai miei tempi (non remotissimi, veh!) le fanciulle non portavano veste da camera. Giustissimo; per cento e una ragioni. Ninì non era dunque vestita da fanciulla, colla sua stupenda vestaglia sciolta alla vita, guarnita d'una profusione di Chantilly, colla sua fila di grosse perle al collo, colle perle alle orecchie, con quel rifulgentissimo brillante che le metteva come un piccolo sole sull'anulare della mano destra. Un'altra, così vestita, sarebbe parsa un figurino teatrale, Mignon quando è pazza, o la figlia di Rantzau quando è malata d'amore, o Violetta quando s'indugia, sì pateticamente, a morire. Ma Ninì non era altro che sè stessa, e nessun pensiero teatrale sorgeva dinanzi alla sua gloriosa originalità di tipo. Anche così vestita, ell'era inesprimibilmente fanciulla e damigella. Io la guardavo rapita, ed ella mi sorrideva dolcemente con un affetto gaio, di compagna, quasi di sorella.
Interruppe subito i miei ringraziamenti. Oh! era stata così lieta di potersi rammentare a me, per mezzo dei nostri poveri! Le avevo sempre ispirato della simpatia.
Certo, uno strano fascino faceva tepido e dolce l'ambiente attorno a noi. Era come se ci fossimo conosciute da un pezzo. Prendemmo subito a chiacchierare, con un grande abbandono, con un piacere squisito e con una confidenza che s'improvvisava, impetuosa quasi, nella schiettezza bizzarra del suo impulso. Io la trovavo un incanto. Glielo dissi e le dissi pure che mi era sempre parsa tanto, tanto diversa dalle altre ragazze!
Ella si mise a ridere. — Infatti, — disse, — sono originale. Cioè, ho il coraggio di esser me stessa. A volte, per gli altri, lo sono troppo. Infatti, non è un merito. È solo un orgoglio, forse. Ma come si può rinunciare a sè stessi? Che ne dite? Lasciate che vi dia del voi, come faccio a Napoli. Più tardi, quando ci ameremo ancora di più, ci daremo del tu. Ma sin d'ora, mi piacete tanto; per questo e per quest'altro.
Disse, a modo suo, con quella sua mirabile e festosa originalità, i perchè della sua simpatia per me. Ripeterli ora, qui, sarebbe alquanto ridicolo, naturalmente. Voi, lettore amico mio, non siete Ninì Montelmo, per esser meco tanto indulgente e chissà se Ninì Montelmo, ella stessa, e le sue idee e la sua storia non vi parranno tutto un assurdo, da cima a fondo?...
Continuavamo a chiacchierare, con vera passione. A un tratto, ella mi chiese tranquillamente:
— V'hanno detto molto male di me, nevvero?
Colta all'improvviso, arrossii, come una stupida e tentai un cenno di diniego; ma ella si mise a ridere.
— No, cara. Per questo appunto mi piacete, perchè nè voi, nè la vostra faccia sanno dir bugie. V'hanno detto... Volete che ve lo dica io, cosa v'hanno detto di me?
— Ma, cara Ninì, vi accerto...
— Oh lo so... nulla di grave. Decisamente, la società non ha per ora il diritto di mettermi in quarantena. Vi avranno detto soltanto che sono sprezzante, vana, eccentrica, capricciosa, spensierata, calcolatrice, maleducata, stravagante, insolente.
Ebbi un comico gesto di disperazione, ma ella proseguì:
— No, no lasciatemi dire, non sapete come ciò mi diverte! So d'aver tanti nemici, e questo forma la mia consolazione. It is the zest of life. Tante trame da sventare, tante insolenze da umiliare, tante bassezze da punire.
Tacqui, ma il mio volto parlò forse per me.
— Ebbene? — diss'ella interrompendosi.
Arrossii... non so perchè, e dissi timidamente:
— Sta bene. Ma mi pare che nella vita ci sia qualcosa di meglio di tutto ciò.
Ella taceva, pensando. Un vago sorriso socchiudeva le altere sue labbra. Continuai.
— Il zest della vita non sta forse nell'animosità.... anche la più nobile, la più equa. C'è qualcosa di meglio, Ninì cara, nella vita.
Ella sollevò il capo, dolcemente.
— C'è l'amore — disse adagio, mentre il suo sguardo assumeva una soavità.
— C'è l'amore — ripetei come un'eco.
Non arrossimmo, nè io nè lei, pronunziando quella audace parola. Entrambe avevamo pensato a quell'infinito dell'amore che, simile ad una madre, culla fra le sue braccia e nutre del suo latte l'anima dell'umanità tutta quanta.
Per un istante rimanemmo entrambe assorte nell'impressione grave di quella parola.
A un tratto ella mi chiese:
— Andrete al ballo in costume?
La guardai.... mi parve strana quella domanda, in quel momento. Pure dissi:
— Credo di sì. E voi?
— Farò il possibile per andarci. Adoro i balli in costume. Quando un costume non è ben scelto o non sta bene, è grottesco, ma quando invece è adattato e dà veramente l'idea del tipo che rappresenta, è una bellissima cosa.... è quasi una metempsicosi artistica. Ma con tutto ciò, non andrò al ballo se non sarò perfettamente guarita. Ho bisogno della mia salute.
— Perchè? — le chiesi ridendo.
— Pel mio avvenire — rispose ella, senza ridere.
Poi tornò a parlar dei costumi e mi descrisse il suo. Doveva esser qualche cosa d'ideale.... La nonna non pensava ad altro, da venti giorni.
— Povera nonna mia!... — disse Ninì con una tenerezza che aveva qualcosa di materno, — È così buona per me, mi ama tanto, sapete?
Lo sapevo, e però assentii. Ma sapevo pure quanto tutti criticassero quel cieco, imprevidente amore di vecchia mondana, che non aveva mai pensato al poi; che all'oggetto delle sue puerili tenerezze non aveva preparato nè un saldo appoggio, nè benessere reale di posizione, per l'avvenire.
— Povera nonna... — disse ancora Ninì, — mi ama tanto. A proposito, cara, non avete mai pensato se veramente sia meglio amare qualcuno a modo suo, anzichè a modo nostro?
— Sì — risposi. — Ma non ho mai potuto trovare una risposta soddisfacente. E voi?
— Neppur io. Credo che dev'essere un sacrifizio supremo il rinunziare alla nostra maniera di sentire l'amore ed assumerne un'altra. Non so se potrei farlo. Non so.
Si faceva tardi, una semi penombra invadeva il salotto, velando i suoi delicati biancheggiamenti. In quell'ambiente tanto sentito, in quell'ora che lo faceva più teneramente bello, io avvertivo fra me e Ninì un'intesa intima e dolcissima.
Ad un tratto ella s'alzò, quasi bruscamente e mi disse:
— Volete vedere la mia camera da letto?
Attonita, mi alzai pure e le chiesi:
— Somiglia forse a questo salotto?
— Vedrete — diss'ella, precedendomi per un ampio corritoio.
Ecco cos'era la camera di Ninì Montelmo. Era uno stanzone grande, basso, col soffitto e le pareti imbiancate a calcina. Due grandi finestre, senza parati nè cortine, lasciavano entrare una cruda luce, senza attenuazione. Il lettino, di ferro, piccolo, senza ornamenti di sorta, con una copertina di percallo lucido a fiori. Una Madonna bizantina e un grande crocifisso nero. Niente tappeto. L'ammattonato senza lucido, qua e là, accanto al letto e sotto il tavolino qualche pezzo di stuoia. Sei seggiole di Chiavari e un tavolo grande, coperto di libri. Tre piccole fotografie incorniciate e appese alla parete. L'ambiente freddissimo. Non potevo credere a' miei occhi. Guardavo, con una specie di sgomento e Ninì sorrideva, raggiante.
— È un capriccio? — le chiesi finalmente.
— Non è un capriccio, — rispose tranquillamente Ninì. — Qui penso a ciò che l'avvenire può arrecarmi e cerco foggiare l'animo mio, in modo che l'eventualità non giunga impreveduta. Mi alzo alle sei, studio sino alle due e mi preparo all'esame che prenderò, ma non qui, per non dar dispiacere alla nonna. Ella non sale mai, e dedica le ore della mattina alla sua toeletta. Dalle due in poi, appartengo alla nonna e abito le sue sale, ovvero il mio salotto; ricevo, esco, vado ai pranzi, alle feste, a teatro.... Conduco di fronte due diverse esistenze, in vista di ciò che può accadere.
Questo poteva accadere: ch'ella sposasse un re di corona, o un principe, o chiunque s'imbattesse ad amare. Ovvero ch'ella non sposasse nessuno e rimanesse sola, senza un tetto e senza un soldo, poichè la Duchessa di Sualta aveva sì gaiamente sperperate la propria e la sostanza dei figli. La rendita ch'ella godeva era vitalizia e non bastava certo alle sue abitudini di lusso e di sperpero. Le ipoteche gravavano il palazzo in città, divoravano la villa coll'accumularsi degli interessi non pagati. In seguito ad un compromesso con certi creditori, gli arredi, gli oggetti d'arte, le mobilie, i giojelli eran lasciati in godimento alla Duchessa, sinch'ella campasse. E toccava quasi settantacinque anni! Ninì era orfana, non aveva altri parenti, all'infuori della nonna e di uno zio che non aveva mai dato segno di vita, nonchè di parentela.
La baciai, con profondo ed amoroso rispetto.
— Studiate per l'insegnamento? — le chiesi, cercando di frenare la mia intima emozione.
— Sì, ma in pari tempo cerco di approfondire i miei studi letterari, temo d'esser troppo artista per la pedagogia.... Un momento ho pensato all'arte... ma non so altro che cantare!
Ebbe un gesto involontario ed altero. La intesi. Il pubblico, l'impresario, il compagno di scena! Oh no. Ninì Montelmo e il teatro!... Impossibile!
— Sarà quel che sarà, — disse. — Ma ad ogni modo, potrò far da me.
L'occhio suo scintillò di un nobile orgoglio.
— Ammenochè... — dissi sorridendo.
Ella sorrise.
— Può essere... — rispose con grande candore. — Non ho delle tendenze nichiliste e amo troppo le cose belle per rinunciarvi facilmente. Poi... lottare colle piccole necessità della vita. Pure preferisco ciò, al rischio d'un matrimonio come si fanno oggi. Sapete... dicono che ho delle idee tanto originali.
— Ebbene; — le dissi gaiamente — farete un matrimonio d'amore, vivrete in mezzo alle belle cose e non darete lezioni a dei bambini dispettosi.
Ella arrossì, qualcosa di incerto, di dolcissimo passò sul suo volto. Non parlò che dopo un istante.
— Come fa freddo qui. Andiamo di là.
Tornammo nel salotto, e poco dopo un domestico venne ad avvertirmi che la signorina mi attendeva. Nel congedarmi da Ninì, la strinsi al cuore, e con effusione vivissima le dissi ciò che pensavo di lei. E fu uno dei più cari momenti della mia vita. Le parlai, come sentivo, di quella sua strana alternativa di modi di vivere.
— Oh — diss'ella ridendo. — È quasi una metempsicosi, nevvero?
Mi trattenni un momento.
— È la seconda volta che sento quest'espressione in bocca vostra. Ci credete forse?
— Oh — rispose ella, ridendo — perchè no? Ma mi dorrebbe troppo rinunziare alla mia personalità, anche per assumerne una migliore. Sarebbe una prova eccessiva pel mio orgoglio, ch'è infinito... in tutto. Sono contenta che mi approviate. Ci rivedremo spesso, nevvero?
M'indugiavo ancora. Ma bisognò pur andare, e andai, recando meco un monte di pensieri nuovi, una salda amicizia e il fascino di quella creatura ideale nella sua vestaglia bianca, nel suo salottino di reginetta, con tutte quelle cose sì belle e sì candide. E ricordavo, entusiasta la mente splendida di lei, la sua mano da fata, la sua voce sì nobile, il suo sguardo sì fiero, mentre ella mi diceva ridendo: — È soltanto una precauzione... — guardando bravamente in faccia al suo crudele avvenire.
Nello scendere, feci una breve sosta al primo piano, per salutare la Duchessa. Era sfollato assai nel salone rosso. Accanto alla padrona di casa e fatta segno delle più premurose gentilezze, stava una signora sulla cinquantina. La sua persona aveva qualcosa di sfinito, il suo volto distintissimo era di un pallore cereo. Essa parlava poco in francese, con un filo di voce, che pareva venir da lontano, con uno stretto e fioco accento britannico. La Duchessa le diceva del raffreddore di Ninì ed ella ascoltava attentamente.
— Chi è? — chiesi alla signora Niuti, mentre, dopo aver fatti i miei saluti, mi allontanavo.
— Mrs. Spear, la madre di...
— Ah sì? la madre di sir Alan Spear? Quella signora sì malata, sì buona, che adora suo figlio, lo segue nei suoi viaggi...
— E vorrebbe dargli moglie... — soggiunse la signora Niuti, con un sorriso suggestivo, ma discreto.
Pensai a Ninì. Naturalmente. Grazie!.. altro che far la maestrina! Uno dei più bei nomi e una delle più belle fortune dell'Inghilterra. È una bellezza. Dio!... come starebbero bene assieme; quei due. Dovrebbe amarlo, oh sì!.. E se per l'appunto... ella lo amasse?