V.
Mi scrisse da Napoli, brevemente. La Duchessa stava meglio e sarebbero partite presto per Castellammare. Risposi, ma stavolta attesi più a lungo la risposta di Ninì.
Strano a dirsi; non sapevo mai che dirle quando mi accingevo a scriverle. L'esclusione di quel soggetto pareva escludere anche il rimanente. Le mie lettere riuscivano miserabilmente vuote e vane e le sue tradivano pure un segreto sforzo. E così, a poco a poco, quasi insensibilmente, la corrispondenza illanguidì e venne meno tra noi.
Ho detto che questa non è la mia storia. Ma ora debbo dirvi qualcosa anche di me. A dire il vero, lo faccio un po' a malincuore, perchè è una cosa più vera che aggradevole e temo ch'essa mi renda un po' antipatica al vostro pensiero. Pure, debbo dirla.
Ecco, questo è: Che coll'andar del tempo, col succedersi di tanti avvenimenti, grandi e piccini, la mia passione per Ninì Montelmo si ridusse gradatamente a delle proporzioni più ragionevoli. Cominciò col cessare dall'essere il pensiero dominante, poi si mescolò cogli altri e visse con loro, d'amore e d'accordo, senza soverchiarli.
Più tardi ancora, si rincantucciò in uno di quei profondi recessi del cuore, ove la memoria scende volenterosa e lieta, ogni tanto, a cercare l'emozione di ciò che non è morto, ma soltanto: passato. Quivi rimase e rimarrà sempre il ricordo di Ninì Montelmo. Anzi, a misura che il tempo passa ed io procedo nella vita, questo ed altri ricordi di quel tempo vanno ritrovando una coloritura e un profumo speciali, una luce normale li illumina e li ravviva, rivelando la grazia e la bellezza reale delle loro proporzioni. Torno ad occuparmene e a sentirli; con quella più serena cognizione della vita che bene spesso, quando è sincera e reale, ci riconduce per l'appunto all'indole primitiva delle nostre sensazioni e alla semplicità elementare delle nostre impressioni.
Non mi fraintendete, ve ne supplico. Io ho sempre, in ogni tempo, amata Ninì Montelmo, anche quando il mio pensiero di lei non fu più unico, nè tanto assorbente. Ogni suo appello mi avrebbe trovata pronta a fare l'impossibile per lei.
Ma ella non mi chiamò, mai, mai, mai!...
Lasciai Firenze e non ci tornai più. Un anno circa dopo la mia partenza, ebbi la partecipazione stampata della morte della Duchessa di Sualta.
Allora fu un risveglio inquieto, turbinoso del mio caldo interessamento per Ninì. Gran Dio! che farebbe ora quella poveretta?
Le scrissi un'affettuosa e lunga lettera di condoglianza. Oh!, di ciò potevo parlarle! Dalla sua risposta compresi infatti tutta l'entità, la tenerezza del dolore di Ninì. Ma ella non mi faceva cenno alcuno dei suoi progetti d'avvenire.
Avevo i brividi pensando a ciò che sarebbe di lei, pensando ch'era venuto inesorabilmente per lei l'istante di tradurre in atto la sua grande risoluzione, di cominciare la sua seconda, terribile vita. La vedevo fra le aride pareti di una scuola, nella solitudine fredda d'una stanzuccia al quarto piano, la vedevo, umile, dinanzi all'autorità pedantesca d'un ispettore scolastico.
Cioè, no; non potevo pensarla umile. Ma che sarebbe di lei!...
Scrissi, per avere informazioni, ad un nostro amico di Napoli. E le ebbi sì strane, sì insperate che ci volle un po' di tempo per decidermi a crederle.
Quasi contemporaneamente alla povera Duchessa di Sualta era morto quel lontano parente di Ninì, che non s'era mai curato di lei. Agli ultimi giorni di sua vita, Dio sa per qual misterioso ragionamento di morente, egli aveva testato in favore della fanciulla, e questa ereditava quietamente oltre a mezzo milione.
Pensai a Guarinaldi e compagni, con un grido di trionfo. Ero elettrizzata da quel grande atto di giustizia del destino! Oh! la Provvidenza lo sapeva bene che Ninì Montelmo non poteva far la maestrina... Oh brava, cara Provvidenza! come aveva colpito nel segno!...
Alcuni mesi dopo quel lieto avvenimento, qualcosa si fe' strada nella mia vita e tutto ciò che a quello non si riferiva impallidì e si ritrasse in silenzio. Pensando allora a Ninì, mi adiravo quasi con lei. Trovavo che aveva avuto tanto torto... non la comprendevo più.
Un bel giorno ch'io mi ero tutta vestita di bianco e coronata di fior d'arancio venne: qualcuno e mi condusse via.
Mandai a Napoli la partecipazione di quel bizzarro evento, ma dopo un mese la busta mi ritornò tutta chiazzata di bolli e illustrata da una laconica frase d'impiegato postale: Sconosciuta al portalettere. Mi rivolsi al solito amico partenopeo. Ninì Montelmo viaggiava, con una dama di compagnia. Si trovava attualmente a Colonia.
— Le scriverò domani, dissi a me stessa. Ma ero sì felice... e sapete che razza di risoluzioni si prendono allora! Fatto sta, che quel domani si protrasse tanto che lo smarrii di vista... (Ora, vi do un po' ai nervi... dite la verità!) Che volete! Pure; questo posso dirvi, che se non scrissi, pensai molto a Ninì con una pietà nuova affatto, profonda. Qualcuno mi parlò di lei e mi parve, con un po' d'invidia. Era ricca, libera ormai!
Sì! Era libera e ricca. Ma tant'è..., povera Ninì... ah! povera Ninì!
Quel tal egli che mi aveva portata via nel giorno in cui m'ero tutta vestita di bianco, cominciava allora, in un colla carriera coniugale, anche quella dei consolati. Bellissima carriera, non scevra però d'alcuni inconvenienti, specialmente in fatto di lontananze.
Mi condusse seco in una sequela di luoghi divini e impossibili, dove ebbimo a risolvere nei più bizzarri modi i più elementari quesiti della vita solita. Tutto ciò ci divertì immensamente, sulle prime, poi cominciai a fantasticare un po' della nostra decrepita prosa europea. La posta capitava di rado in quei paesi; bensì capitava ogni tanto, in vece sua, l'annunzio che s'era persa per via, ed era un grave pensiero quello di ciò che avrebbe potuto recare quella posta perduta. Il ricordo dei parenti, degli amici giganteggiava in quell'infinita latitudine di esiglio. Pure; gli anni passavano, veniva l'abitudine di quella vita orientale, venivano i bimbi. La famiglia nuova non soffriva di nostalgia nè ci lasciava il tempo di soffrirne. Il Ministero era benevolo per mio marito, lo faceva crescer di grado ad ogni mutar di stazione, ma pareva che facesse apposta a tenerci laggiù, isolati a rappresentare l'Italia in certe stupende regioni, ove l'Italia era proprio l'ultimo dei fastidi della brava gente che le popolava. In quei tempi non s'era ancora inventata la politica africana e in mancanza di quella distrazione, l'Oriente ci annoiava senza ambagi, ne avevamo proprio fin sopra ai capelli. Eravamo sempre felicissimi, ma per nostro conto esclusivamente. Infatti; quando in capo ad otto anni qualcuno: fra coloro che ponno, si rammentò dei poveri sposini depositati in Arabia, fu per noi un grande, un faustissimo evento. Mio marito fu richiamato in Europa e destinato a Cadice, previo però un buon permesso di due mesi ch'egli si dispose a passare in casa sua, in Savoia, colla sua vecchia e colla sua nuova famiglia.
Quando giungemmo colà; era d'inverno e nevicava.
La nostra lunga dimora nei paesi caldi ci aveva fatto scordare il freddo e i suoi pericoli. Lo sentimmo tutti immensamente e più di tutti, mio marito il quale non poteva rassegnarsi alle cautele richieste dalla rigida stagione. S'ammalò infatti e di bronchite, fortunatamente lieve però, e della quale guarì in breve tempo. Ma risolvemmo, dopo ciò, di passare a Nizza, anzichè a Torino, quanto rimaneva del suo congedo e del verno.
Il gennaio ci trovò dunque lietamente installati in un delizioso villino del quartiere Carabacel.
Il contrasto era violento e a dirla schietta non mi tornò troppo discaro. Si ha un bel dire, ma non è facile difendersi contro il fascino di quel cosmopolitismo spensierato, giocondo, che sembra darvi l'idea riassuntiva di tutto il cielo delle eleganze europee. Si può, si deve rattristarsi della funesta larghezza d'ospitalità che il vizio trova negli elementi stessi di quel centro, ma per chi sa scordare il male, per chi sa scegliere la società quale gli conviene; dove trovarne una più simpatica, più interessante per la sua varietà, per le sue tante risorse? E se volete isolarvi, quale opportunità trovereste, maggiore della libera esistenza dei grandi hôtels, ove nessuno si occupa del vicino, ove ogni dettaglio di personalità va perso nel mare magnum dell'eterno via vai? E l'azzurro intenso del cielo, il tepore sì dolce dell'aria e le palme sì frequenti e i fiori... Oh! quella sterminata quantità di fiori che costano sì poco e profumano sì acutamente, e nei giorni di corso danzano attorno a voi come una nevicata rigirata dal vento! E quell'altro perpetuo sboccar di ville in seno ai giardini! Quei bei villini bianchi, giocondi, che traspaiono dagli uliveti e si stendono, si disperdono sempre più lungi dalla città invadendo le distese dei campi, accesi dalla fiamma degli aranceti! Quelle casettine misteriose, suggestive che vanno a celarsi nella vaghezza appartata dei colli, sin là dove questi assumono una subita selvatichezza, formando un paesaggio eroico di montagna, un po' scenico e pur sì grandioso, valli tetre e profonde, accatastamenti granitici, misteriosi corritoi che si prolungano stretti ed umidi, nelle viscere dei monti, passaggi segreti, da contrabbandieri e da rivoltosi, ricchi d'una cupa poesia ariostesca, con certe sfuggite d'ombre e di luci quali fa piovere il Dorè sulle sue pagine!
E il porto piccino, delizioso, incassato fra le verdi alture, bello della gloria leggendaria di un'umile casetta, che si addita ai forestieri pronunciando un nome che sembra evocare sovr'essa la folgore di faro di una luce italiana... Oh! Nizza è bella ed è bello il viverci, sopratutto quando si è felici. Se siete tristi, se siete veramente malati, non andate a Nizza, andate piuttosto a Cannes. È lì... a due passi.
Un giorno ci eravamo spinti passeggiando sino al porto, con certi amici italiani che volevano per l'appunto vedere quella casetta, la casetta ov'è nato Garibaldi. Tacevamo, contemplandola, quando la nostra attenzione fu distratta da un incidente, l'arrivo, cioè, d'un bellissimo yacht a vapore che entrava gloriosamente in porto. Recava bandiera inglese e accanto a quella nazionale, una grande insegna bianca, sulla quale stava scritto il nome del yacht: Lux. La stessa parola si leggeva, fiammeggiante d'oro, sulla elegantissima prora. Alcuni curiosi s'erano riuniti sulla riva e, appoggiati al parapetto, guardavano la manovra d'ancoramento, brillantemente eseguita da una frotta di marinai in assisa privata. Accanto a noi, un signore, vecchiotto, col capo coperto d'un berretto a foggia marinaresca, tolse di tasca un cannocchiale a tubo e guardò a lungo il yacht, lasciandosi sfuggire delle esclamazioni entusiastiche. Qualcuno dei circostanti gli rivolse la parola in proposito, ed egli di buon grado e con visibile compiacenza diede alcune spiegazioni tecniche ch'io non intendevo, ma che interessarono mio marito, appassionato ed intelligente amatore di quanto riguarda la navigazione. Egli pure rivolse la parola a quel signore e subito s'intavolò un colloquio di circostanza. Il possessore del cannocchiale lo offerse cortesemente a mio marito, poi, leggendomi forse in viso una curiosità, pregò di passarlo a: Madame.
Madame non aveva mai avuto per le mani un cannocchiale sì meraviglioso. Portava sì vicine le persone e le cose che pareva quasi di poterle toccare colla mano stessa. Senonchè; ella non sapeva fermar bene l'obbiettivo, e le suddette persone e cose danzavano un balletto singolare dietro le lenti. Pure, qualcosa vidi. A bordo c'erano delle signore, vedevo un lusso d'abiti bianchi, vedevo delle testine bionde, dei visetti carnicini di bimbi che transitavano sul ponte, festosi della gioia dell'arrivo. Vidi avanzarsi a prora, con lento passo, un signore alto, massiccio, imponente, con una gran barba bionda, appoggiato al braccio d'un uomo in assisa di capitano.
Il sole batteva sfolgorante sul ponte, e dava forse noia al signore biondo, perchè egli teneva chiusi gli occhi. Poco lungi da lui, stava adagiata in una lunga poltrona chinese, una signora vestita di bianco. Non so come, provai un senso di ardente attrazione, tutte le facoltà del mio pensiero si concentrarono sovra quella signora. Risentii una vaga scossa morale, un'incertezza magnetica che per un istante mi tolse il respiro.
Mi sovvenne tosto ch'io tratteneva soverchiamente il cannocchiale. M'affrettai a porgerlo a mio marito, il quale lo restituì al proprietario. E sempre sotto l'impero di quell'emozione senza capo nè coda, diedi retta agli entusiastici elogi che il vecchio capitano (s'era dato per tale) prodigava alla struttura ed alberatura del yacht. Ma mi pareva ora che l'elegante vascello si fosse bruscamente allontanato dal luogo ov'era venuto ad ancorare. I miei poveri occhi miopi cercavano con uno sforzo quasi penoso, di concentrare ogni loro facoltà visiva su quel punto bianco, della signora seduta e che, piccolissimo ormai, quasi confuso fra i molti biancheggiamenti del ponte, mi attirava sempre da lungi, tormentoso, insistente come una malía!
Avevamo gente a pranzo quel giorno, e si parlava, naturalmente, dell'arrivo dello splendido yacht inglese. Fedor Zarenine, uno dei nostri ospiti, un vecchio amico del Cairo (vecchio per modo di dire, aveva una trentina d'anni) ci favoriva, evidentemente ascoltati, dei dettagli in proposito. Conosceva il bastimento, uno dei più belli fra quanti avessero mai preso a muover l'elice sotto lo sguardo di Minosse del R. M. C. Ce lo descrisse con entusiasmo, narrò dei suoi fasti, del lusso favoloso dell'interno. Conosceva pure il proprietario; Lord Helvellyn. Il più simpatico gentiluomo di questo mondo, ricco sfondato, cacciatore, scrittore, oratore. E, dettaglio curiosissimo, il proprietario di Lux era... cieco!
— Cieco! — sclamai rammentando quell'alta e dignitosa persona che avevo traveduta sul ponte e alla cui vista, un pensiero assurdo, di ricordo, aveva per un semi-secondo urtato alla porta del mio cervello.
— Cieco, — ripetè Zarenine, — irrimediabilmente cieco! Da pochi anni e per un accidente di caccia. Ma il più calmo, il più eccezionale dei ciechi. Sopporta la sua sventura con una rassegnazione, un coraggio che assumono le proporzioni di una letizia. Alcuni sostengono che Lord Helvellyn si mostri non solo, ma sia pienamente felice.
— Felice! — ripetei con accento sì incredulo che Fedor si mise a ridere.
— Sì... Perchè no? È un originale, vedete, e se gli manca la vista, ha, in vece sua, un monte di belle cose ch'io non ho e ardentemente desidero. Una fortuna regale, per esempio, e una moglie adorabile, ch'egli non vedrà invecchiare.
— Quanto siete egoisti, voialtri uomini, — gli dissi ridendo. — Allora; Lady Helvellyn è bella?
— Ecco una domanda che mi aspettavo. Non è bella, bellissima.
— Inglese?...
— Sì. Cioè; scusate, non lo so precisamente. Ci sono dei dispareri in proposito. A prima vista è il più bel tipo inglese che si possa immaginare: conoscendola un pochino più, si direbbe che ha pure qualcosa, un non so che, di meridionale. Ma il male è questo, che non si ha mai il tempo di conoscerla un pochino più del pochino: più. Viaggiano sempre, e sulla propria nave, per cui capirete, a meno d'essere un delfino o un pesce cane...
Diceva, con tono assai comico, queste sciocchezze. Vide che ridevo e proseguì:
— Ho conosciuto gli Helvellyn in Islanda. Viaggiano sempre verso il freddo. Fui invitato ad una colazione a bordo del Lux e non ho mai visto un più perfetto home inglese a fior d'acqua. Lady Helvellyn canta come un angiolo.
— Inglese? — chiesi con un'ombra di malizia, poichè al piano superiore abitavano certe miss miagolanti che avevan fatto talvolta scambiare fra me e Fedor Zarenine degli sguardi pieni di una cupa rassegnazione.
— No. Canta come un angiolo colle ali. La sua voce ha un timbro speciale, tenerissimo. Una volta sola, anni sono, a Londra, in un concerto, udii una voce simile e pensandoci mi chiedo se...
S'interruppe, tacque un istante poi mi chiese, ridendo:
— Dite la verità: avete una gran voglia di vedere gli Helvellyn?
— Sì — risposi candidamente. — Sapete se si trattengono per qualche tempo?
— Non ne so nulla. Andrò oggi stesso a portar le mie carte a bordo e m'informerò se si può visitare il bastimento. E se verrò a capo di saper qualcosa, ne farò immediato omaggio alla vostra curiosità, in premio del vostro candore.
La sera di poi, venne da noi un momento, prima di recarsi a quel malaugurato Cercle Massena, ove, poveretto, lasciava quasi ogni sera, con celebre disinvoltura, sì larghi brandelli del suo patrimonio.
— Si trattengono otto giorni, non si può visitare il bastimento, ma li vedrete lo stesso. Il presidente del Cercle de la Mediterranée li conosce e pare abbia ottenuta la promessa del loro intervento alla matinée di giovedì.
Tutto ciò col più comico mistero di questo mondo; pareva un vero congiurato di operetta. Era divertente, aveva veramente dello spirito e tante buone qualità... Pure, com'è finito presto e male, povero Fedor Zarenine!...
Di pien meriggio, ma al chiarore di innumeri candelabri accesi in un salone sì ricco, sì straricco di dorature che quasi ve ne dolgono gli occhi. In alto, invisibile e irresistibile, un'orchestra delicata suona a ballo. In un angolo del vastissimo locale un glorioso buffet vi invita ospitalmente. C'è folla e la più strana e varia di questo mondo, e ciò che più vi colpisce in essa, è la immensa latitudine lasciata alla gamma dell'acconciatura. Quivi potete studiare l'eterno figurino femminile in tutte le sue più caratteristiche manifestazioni. Vedete delle spalle nude e delle spalle coperte di una spolverina da viaggio, delle teste cosparse di gioielli e di fiori, e accanto a queste delle sobrie testine, coperte di berrettine di pelo. Nello stesso gruppo una signora tutta in nero, che credereste giunta da una grande funzione religiosa, un'altra in toeletta da teatro, una quarta in assetto da gita montanina, una quinta che diresti avviata ad un ballo in costume, una sesta che ti dà l'idea d'essere testè escita da un ricevimento a Corte. Alcune tengono circolo, altre si isolano nella folla, altre guardano, moltissime si fanno guardare.
Le solite regole della toilette, l'indirizzo generale dell'acconciamento qual'è prescritto dall'indole qualsiasi d'una riunione, non esiste in quella bizzarra accolta. È un allagare fantastico dell'iniziativa personale; ritrovate colà le più inattese rivelazioni della coscienza artistica della donna. Incongruità fantasiose dell'assieme, finezze trascendentali d'accessori, squisite arditezze artistiche, stravaganze bene o male riuscite, eccentricità dissonanti, capricci idealmente tradotti, audacie fortunate o punite nella tonalità dell'innovazione. Ogni tanto tocchi rivelatori del rango o della nazionalità; qui lo sfarzo ultra parigino dell'americana, là l'invincibile orientalismo della russa, il preraffaellitismo e la tendenza pratica dell'inglese. Indovinate la francese dal suo infallibile indizio, la grazia perfetta e l'armonia, la svizzera dalla sua semplicità quasi silvestre, complicata da un aggravante di romanticismo vecchio tedesco, mentre la tedesca propriamente detta, è riconoscibile per la modernità mal riescita del suo vestire. Tutte queste rappresentanze femminili si guardano, si criticano, si sorridono, si salutano e si parlano facilmente ma senza mai amalgamarsi. Non è certo l'incongruo pêle mêle che è impossibile evitare, dalle quattro alle sei, sulla Promenade des Anglais... oh no, ogni socio del Cercle de la Mediterranée assume in certo modo la responsabilità delle persone che egli fa ammettere alle matinées, e ciò dà all'ambiente una tonalità bastevole di per bene, ma nessuna intimità reale può sussistere in un luogo ove è sì fluttuante, sì facilmente mutata la maggioranza di quelli che vi intervengono; sono strane feste, senza carattere proprio, ma specialmente interessanti. In quel po' di tutto c'è inevitabilmente del bello; è come una bizzarra rappresentazione di quadri plastici della vita d'oggidì. Se avete un amico paziente e ben informato egli potrà procurarvi anche delle emozioni, vi designerà ogni tanto, nella folla, una faccia che guarderete poscia con meraviglia insaziabile, ripensando al nome testè udito, collegandola al ricordo, all'espressione di fatti che hanno occupato o travagliato il mondo. Ivi un accenno, un campione di tutti i generi di celebrità, pensatori ed artisti, monopolizzatori d'oro o d'idee, trachee trascendentali, scrigni giganteschi, passioni che hanno fatto chiasso e che hanno appassionato il pubblico, stravaganze che l'hanno colpito, audacie che l'hanno conquistato, idoli effimeri e sdegnose vittime dell'opinione, autori applauditi, notabilità appena battezzate che attendono la consacrazione, tutto ciò troverete alle matinées del Cercle de la Mediterranée.
Non era la prima volta ch'io andava al Cercle. Avevo dei ciceroni cortesi ed informati, conoscevo ormai, anche di persona, buona parte delle celebrità che passavano, come meteore, in quel neutro ambiente. Non mi stancavo di quello spettacolo, perchè n'eran sempre mutati i personaggi, e perchè vi trovavo ogni volta qualcosa che colpiva facilmente la mia fantasia. Quel giorno la pazza di casa teneva dietro a due apparizioni che si contendevano gli sguardi del pubblico. Un'africana, nera come la fuliggine, con due vampe di occhi e un pariginismo incensurabile di toilette moderna. Poi, una bellezza di Bordeaux, la figlia d'un ricco armatore, una signorina: très bien. Certo; era bella, idealmente bella, bella in modo trascendentale! Vestita, atteggiata squisitamente, nell'intonazione perfetta di un quadro di Van Dyck. Ne possedeva in tutto i requisiti tradizionali, la posa, il colorito, la forma, le stoffe, i gioielli. Era bianchissima, un po' pallida, come se la poesia del tempo avesse illanguidite le tinte, sulla tela del suo volto. Parlava pochissimo, senza muover le labbra, senza sorridere oltre i limiti del suo vago sorriso permanente, nella coscienza serena, forse annoiata, della sua perpetua rappresentazione artistica. Non arrossiva sotto l'insistenza e la universalità degli sguardi, più curiosi che altro, danzava con perfetta arte di posa, serbando tutto il suo idealismo di splendida immagine anche nella grottesca assurdità di gruppo ch'ella formava col suo ballerino, un giovinotto volgare e brutto. Poco lungi stavano i parenti di lei, grossi, bonari, plateali anch'essi. Solleciti, ma sicuri del trionfo, guardiani amorosi del tesoro, pazienti direttori di quella sacra passeggiata del capo d'arte della famiglia, nella placida attesa dell'amatore intelligente che ne vorrebbe adornare il proprio museo, mentre ella danzava serenissima, sorridendo esclusivamente a sè stessa!
Ero così immersa nella contemplazione del Van Dyck, che non mi accorsi dei ripetuti cenni fattimi da Fedor Zarenine, il quale farfalleggiava poco lungi da me. Tanto che egli mi venne accanto e mi diede un poderoso shake hand, uno dei suoi soliti.
— Ebbene, — mi disse mentre scotevo la mano indolenzita, — non avete veduto?
— La mora? Sì, ma è orribile. Preferisco il Van Dyck. È una signorina; benissimo, sapete?
Egli si mise a ridere.
— Dico se avete veduto gli Helvellyn? Sono testè giunti.
Mi voltai. — Dove?... dove?... — chiesi con ansia.
Egli mi additò un gruppo abbastanza compatto che s'era formato presso uno degli usci d'entrata.
— Là... da quella parte. Fanno sensazione anche loro! Ora li vedrete. Venivano a questa volta, ma egli s'è trattenuto a parlare col Maresciallo Bazaine. Ora ha finito, proseguono.
Proseguivano infatti. Un signore alto, di forme poderose, appoggiato al braccio d'una signora. Davanti all'incerto passo del cieco, la folla riverente e curiosa s'apriva, facendo ala, lasciando libero il varco a lui e alla moglie che lo guidava colla dolcezza guardinga d'un Antigone.
Li vidi io pure, e provai un sentimento impossibile a definire.
— Ma è Sir Alano Spear!? — gridai quasi a Zarenine.
— Sì, — rispose questi meravigliato della mia veemenza, — cioè; era Sir Alano Spear. Da pochi anni, per la morte d'un cugino, è diventato Lord Helvellyn, sapete che in Inghilterra il titolo...
Non proseguì, perchè non gli badavo. Tutte le facoltà dell'animo mio, tutta la potenza de' miei sguardi erano concentrati sulla signora che accompagnava Lord Helvellyn. Era... non era Ninì Montelmo?
Un'incertezza acuta come uno spasimo, mi mozzava il respiro. Per mero istinto, senza sapere quel che volessi fare, mossi all'incontro di quei due... E a caso, pur di sapere, ad ogni costo, quando ella, senza vedermi mi passò d'accanto, io dissi forte, vibrato: — Ninì!
Ella si fermò, e la vidi trasalire. Si voltò e mi vide... ci guardammo. Non pareva lei, pure sentii ch'era lei, che mi aveva riconosciuto. Un pallore venne sul suo volto. Non mi rispose, non mi salutò. Alzò solo la mano, con un cenno lieve, vago, un piccolo gesto che poteva esser comando o preghiera... Poi, chinò gli sguardi, e passò, impassibile.
Non capivo, provavo come una vertigine e un'imperiosa voglia di piangere.
Zarenine mi guardò attonito e mi chiese se mi sentissi male.
Gli dissi di no, ridendo nervosamente. Ma lo pregai di trovar mio marito e di mandarmelo. Volevo andar via, subito, subito. Quell'afa, quella folla, mi soffocavano. Era tutto una confusione, tutto. Non era più certa che quella donna che aveva trasalito e mossa la mano fosse Ninì Montelmo. Ma allora chi era?