CDXIII.

A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma.[372]

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria, e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella per debito l'avessi a fare: e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quante ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra: e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo; e io non nato, overo nato morto mi reputo, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò avuto maraviglia grandissima e non manco piacere. E quando sia vero che quella così senta di dentro come di fuora mi scrive, di stimare l'opere mie, se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a quella piaccia, la chiamerò molto più aventurata che buona. Per non vi tediare, non scriverrò altro. Molte cose conveniente alla risposta restano nella penna, ma Pierantonio amico nostro, che so che saprà e vorrà suprire a quel che io manco, le finirà a boca.


Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l'uomo dona, a chi le riceve: ma per buon rispetto non si fa in questa.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, 19 di marzo 1533.