CDXXXIV.
A messer Luigi del Riccio.
Messer Luigi, amico caro. — Io son molto sollecitato da messer Pier Giovanni[398] al cominciare a dipigniere: come si può vedere, ancora per quattro o sei dì non credo potere, perchè l'aricciato non è secco in modo che si possa cominciare. Ma c'è un'altra cosa che mi dà più noia che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e questa è la retificagione che non viene, e conosco come m'è date parole, in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore mille quattro cento scudi, che m'àrebbon servito sette anni a lavorare, che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo ò fatto per potere stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco i danari e con più guerra e afanni che mai. Quello che ò fatto circa i detti danari, l'ò fatto col consenso del Duca, e col contratto della liberazione; e ora che io gli ò sborsati, non vien la retificagione: in modo che si può molto ben vedere che significa questa cosa, senza scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la scultura, la fatica e la fede m'àn rovinato, e va tuttavia di male in peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra Signoria, perchè come uno che mi vuol bene e che à maneggiata la cosa e sanne il vero, la farà intendere al Papa, acciò che e' sappi che io non posso vivere non che dipigniere: e se ò dato speranza di cominciare, l'ò data con la speranza della detta retificagione; che è già un mese che ci aveva a essere. Non voglio più stare sotto questo peso, nè essere ogni dì vituperato per giuntatore da chi m'à tolto la vita e l'onore. La morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.
Vostro Michelagniolo Buonarroti.
Biblioteca Nazionale di Firenze. Di Roma, ( d'ottobre 1542).
CDXXXV.[399]
A Monsignore....................
Monsignore. — La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente Clemente,[400] sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo. Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401] imbasciadore fu col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su più mille ducati che non si era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi; che Clemente non gli àre' sopportati: et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e fare appiccare il notaio: io non volsi, perchè non restavo obrigato a cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li abbia havuti, poi che io gli ò confessati, et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch'ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia scudi. Io dico ancora questo: che (se) io ò avuto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare; che se non fussi quello che m'à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito, et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402] poi che fu fatto il contratto sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore: sì che si vede a quel che ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che è venuto adesso,[403] ciercò prima quello ch'io avevo a Firenze, che e' volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'ò potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m'à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m'ingiegno d'impoverire.
Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo: io dipignerò malcontento e farò cose malcontente. Ò scritto questo a vostra Signoria, perchè quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche àrei caro che il Papa l'intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m'è fatta. Chi à intendere, intenda.
Servitore della vostra Signoria
Michelagniolo.
Ancora mi occorre cose da dire: e questo è, che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi: come se papa Iulio mi avessi innanzi conti otto milia ducati. I denari che ò auti per la sepultura vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s'apressa alla somma che àrebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente; perchè il primo anno di Iulio che m'allogò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove avevo le stanze dreto a Santa Caterina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sepultura in vita, et messemi a dipignere; dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma, et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de' denari della sepultura: che non avevo altra entrata. Poi dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma maggior cosa; ond'io condussi e' marmi al Maciello de' Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola, et feci le figure che ò in casa. In questo tempo papa Leone non volendo che io facessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis; onde e' mi dètte a forza licenzia, con questo, che a Firenze io facessi detta sepultura di papa Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facciata di San Lorenzo, non vi avendo marmi per la sepultura di Iulio, ritornai a Carrara et stettivi tredici mesi, et condussi per detta sepultura tutti e' marmi in Firenze, et mura'vi una stanza per farla, et cominciai a lavorare. In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d'Aleria,[404] a sollecitarmi, et vidde la stanza, et tutti i detti marmi e figure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch'i' lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi papa Clemente, non mi lasciò seguitare: et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente: onde in[405] sua presenza si fe' poi l'ultimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d'ora,[406] dove fu messo ch'io avevo ricieuti gli otto milia ducati ch'e' dicono che io ò prestati a usura. Et io voglio confessare un peccato a vostra Signoria, che essendo a Carrara quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e' denari, spesi mille scudi ne' marmi di detta opera, che m'avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato: et a lui dètti parole, mostrando dificultà; et questo facievo per l'amore che portavo a detta opera: di che ne son pagato col dirmi ch'i' sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.
Io scrivo questa storia a vostra Signoria, perchè ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Piergiovanni, che dicie che m'à avuto a difendere; e ancora che quando vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perchè io scrivo il vero: apresso degli omini, non dico di Dio, mi tengo uomo da bene, perchè non ingannai mai persona, e ancora perchè a difendermi dai tristi bisogna qualche volta diventare pazzo, come vedete.
Prego vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia, et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scritte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l'àrei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perchè scrivo il vero, et molto manco di quello che è, et non sono ladrone usurario, ma sono cittadino fiorentino, nobile, e figliolo d'omo dabbene, et non sono da Cagli.
Poi ch'io ebbi scritto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d'Urbino, cioè, che s'io voglio che la retificazione venga, ch'io acconci la coscienzia mia. Io dico che e' s'à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e' v'ha dentro.
Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che poi ch'ei si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo certe barche di marmi a Ripa, che più tempo inanzi avevo ordinato a Carrara, non possendo avere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera; mi bisognò per pagare i noli, o cento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare e' noli dei sopradetti marmi; et venendo in questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali avevo ordinati per detta sepultura, de' quali ne è ancora vivi qualcuno, et avendo fornita la casa che m'aveva data Iulio dietro a Santa Caterina, di letti et altre masserizie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza denari essere molto impacciato; et stringiendo il Papa a seguitare il più che potevo, mi fecie una mattina che io ero per parlargli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese che vidde questo atto, disse al palafreniere: «Voi non conosciete costui?» E 'l palafreniere mi disse: «Perdonatemi, gentilomo, io ò commessione di fare così.» Io me ne andai a casa, e scrissi questo al Papa: — «Beatissimo Padre: io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della vostra Santità; onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma.» — E mandai questa lettera a messere Agostino scalco che la déssi al Papa; et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facevami masserizie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro: «Andate per un giudeo, e vendete ciò che è in questa casa, et venitevene a Firenze;» et io andai, et montai in su le poste, et anda'mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e' quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte, e presentornomi una lettera del Papa, la quale diceva: — «Súbito vista la presente, sotto pena de la nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma.» — Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d'avermi trovato. Risposi al Papa, che ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d'avermi mai. E standomi di poi in Firenze, mandò Iulio tre Brevi[407] alla Signoria. All'utimo la Signoria mandò per me e dissemi: — «Noi non vogliamo pigliare la guerra per te contra papa Iulio: bisogna che tu te ne vadi; et se tu vuoi ritornare a lui, noi ti faremo lettere di tanta autorità, che quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria.» — Et così mi fecie: et ritornai al Papa: et quel che seguì sarie lungo a dire. Basta, che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perchè partito che io fui da Roma, ne fu gran rumore con vergogna del Papa; et quasi tutti e' marmi che io avevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli; ond'io n'ebbi a rifare un'altra volta: in modo ch'io dico e afermo, che o di danni o interessi io resto avere dalle rede di papa Iulio cinquemila ducati: et chi m'à tolta tutta la mia giovineza et l'onore et la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scritto innanzi, l'imbasciadore d'Urbino mi manda a dire che io aconci la coscienza prima, e poi verrà la retificagione del Duca. Innanzi che e' mi facessi dipositare 1400 ducati, non diceva così. In queste cose ch'io scrivo, solo posso errare ne' tempi dal prima al poi, ogni altra cosa è vera, meglio che io non scrivo.
Prego vostra Signoria, per l'amor di Dio e della verità, quando à tempo, lega queste cose, acciò quando acadessi mi possa col Papa difendermi da questi che dicon male di me, senza notizia di cosa alcuna, e che m'ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo con le false informazioni. Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino: et questa fu causa che non seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi: et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che aveva dell'arte, l'aveva da me.
Archivio Buonarroti. Di Roma, ( d'ottobre 1542).