NOTE:
[1.] Vedi la Lettera [CXXVII], a pag. 150.
[2.] È la Lettera [CDLX], a pag. 520.
[3.] E qui per soddisfazione dell'animo mio riconoscente e per sentimento di giustizia debbo dichiarare che nella fatica del copiare le Lettere del Carteggio di Michelangelo nell'Archivio Buonarroti, mi hanno prestato non piccolo aiuto i miei cari amici cav. Carlo Pini, e cav. Iacopo Cavallucci; e che il padre don Gregorio Palmieri benedettino, a mia preghiera, e coll'annuenza cortese del padre abate di San Paolo suo superiore, si è sottoposto amorevolmente al disagio del viaggio da Roma a Londra, per copiare i Ricordi ed altre scritture, meno le Lettere, che si conservano tra i manoscritti di Michelangelo nel Museo Britannico. A' quali tutti io rendo pubblicamente le maggiori e migliori grazie.
[4.] Raffaello Riario, detto il Cardinale di San Giorgio. Era Michelangelo da poco più d'un anno in Roma, statovi condotto da un gentiluomo del detto Cardinale, al quale Baldassarre del Milanese aveva venduto per cosa antica un Cupido di marmo scolpito dal Buonarroti. Il Condivi ed il Vasari dicono che il Cardinale, per essere persona poco intendente, ma invero molto affezionata alle cose dell'arte, non aveva fatto fare nulla a Michelangelo: ma da una lettera dell'artista a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, scritta da Roma ai 2 di luglio del 1496, la quale sarà ripubblicata più innanzi, si raccoglie invece che il Cardinale, comprato un pezzo di marmo, gli aveva commesso di scolpirvi una figura al naturale; e dalla presente lettera si conosce che egli restava ancora ad avere da lui per conto di questo lavoro; il quale, non sapendosi che cosa rappresentasse, è difficile di poter rintracciare se sia ancora in essere, e dove oggi si trovi.
[5.] Questo Consiglio d'Antonio Cisti merciaio aveva un credito di novanta fiorini d'oro larghi contro Lodovico Buonarroti, e per questo conto era lite tra loro. Finalmente a' 14 d'ottobre del 1499 si accordarono nel modo stesso che Michelangelo disapprovava, cioè che Lodovico pose condizione, che così si chiamava la cessione della riscossione delle paghe, a favore del detto Consiglio, per altrettanta somma sopra 312 fiorini che Lodovico aveva al Monte della dote di Madonna Lucrezia Ubaldini da Gagliano sua seconda moglie. Pare che Consiglio fosse poi pagato del suo credito; perchè si trova che il primo di marzo del 1502 rinunziò alla detta condizione.
[6.] Il Vasari non ricorda altri lavori fatti da Michelangelo per Piero de' Medici, se non una statua di neve nel cortile della sua casa. Ma da questa lettera si caverebbe che Piero gli avesse commesso una figura di marmo, il cui soggetto non si conosce. Si può congetturare che la figura che Michelangelo cavava per suo piacere nel pezzo di marmo da lui comprato, fosse il Cupido che poi acquistò quell'Jacopo Gallo, al quale il Buonarroti scolpì ancora il Bacco, oggi nella Galleria di Firenze, quivi pervenuto fino dal 1572 per acquisto fattone dal principe Don Francesco de' Medici collo sborso di dugento quaranta ducati dagli eredi del detto Jacopo.
[7.] Questa lettera è stata pubblicata, ma non intiera, tra i Documenti alla Vita di Michelangelo scritta da Ermanno Grimm, Annover, 1864, pag. 696.
[8.] Michele di Piero di Pippo detto Battaglino, scarpellatore da Settignano, che poi fu a Carrara a cavare i marmi per conto della facciata di San Lorenzo.
[9.] Questa Nostra Donna di bassorilievo, alta poco più d'un braccio, nella quale Michelangelo, secondo il Vasari, volle contraffare la maniera di Donatello, fu donata da Lionardo suo nipote al duca Cosimo, avendone prima fatto fare un getto di bronzo. Ritornò poi in casa Buonarroti, dove tuttavia si conserva insieme col getto di bronzo, per dono fattone nel 1617 dal Granduca a Michelangelo il Giovane.
[10.] Dalle cose dette in questa lettera, apparisce che Michelangelo seguita, contro il suo costume, il computo romano piuttostochè il fiorentino.
[11.] Lapo d'Antonio di Lapo, scultore fiorentino, fino dal 1491 era tra i maestri agli stipendii dell'Opera del Duomo di Firenze. Scolpì nel 1505 la sepoltura di marmo di messere Antonio da Terranova, Spedalingo di Santa Maria Nuova. A' 10 di dicembre del 1506 ebbe licenza dagli Operai di assentarsi dall'Opera per andare a Bologna. Nato nel 1465, visse fino al 1526 in circa.
Lodovico di Guglielmo del Buono fu di cognome Lotti, e nacque in Firenze nel 1458. Nella sua prima gioventù stette all'orafo nella bottega di Antonio del Pollaiuolo; poi si diede a far di getto, e fu maestro delle artiglierie della Repubblica fiorentina. Nel 1516 fuse una campana, e due candelieri di bronzo pel Duomo. Da lui nacque Lorenzo, detto Lorenzetto, scultore, del quale scrisse il Vasari.
[12.] Messer Angelo di Lorenzo Manfidi da Poppi in Casentino era stato eletto secondo araldo fino dal 1500 per aiuto di messer Francesco Filareti, primo araldo e suo suocero; e morto, poco dopo il 1505, messer Francesco, eragli succeduto in quell'ufficio, nel quale durò fino ai 18 di settembre 1527, che morì.
L'Araldo della Signoria, che faceva parte della famiglia di Palazzo, era un ufficiale, nel quale in processo di tempo si riunirono le incombenze che avevano in antico il Sindaco e Referendario del Comune, ed il Cavaliere di Corte o Buffone della Signoria. A questo ufficio erano sempre eletti uomini che avessero qualche spirito di poesia, perchè era loro commesso di comporre canzoni morali o storiche da recitarsi alla mensa dei Signori. E restano ancora poesie, parte a stampa e parte a penna, composte e recitate dagli Araldi; i quali cominciando dal 1350 durarono fino al 1539, e tra questi, come componitori di versi, sono più noti, Antonio di Matteo di Meglio, Anselmo Calderoni, Gio. Batta dell'Ottonaio e maestro Jacopo del Bientina, che fu l'ultimo. Negli ultimi tempi l'ufficio dell'Araldo consisteva più specialmente nel guidare tutte le cerimonie occorrenti per ricevere i grandi personaggi che capitavano con ufficio pubblico in Firenze, e gli ambasciatori de' Potentati e delle Signorie; e nel tenere un libro, dove brevemente era registrata la venuta e il ricevimento loro. Tra gli Araldi, Francesco Filarete, il primo a cui fu commesso di formare questo registro, fu anche intendente di architettura, e si trova che egli nel celebre concorso del 1490 per la facciata di Santa Maria del Fiore, presentò un suo disegno; e comparisce insieme col detto messer Angelo tra coloro che furono chiamati a dire del luogo più conveniente pel David di Michelangelo.
[13.] Pittore ed amicissimo del Buonarroti, dal quale ebbe commissione di trovare de' giovani pittori che volessero andare a Roma per mostrargli il modo del lavorare in fresco, avendo egli allora a dipingere la vôlta della Sistina.
[14.] Forse Piero d'Argenta.
[15.] Monna Cassandra di Cosimo Bartoli, rimasta vedova fino dal 18 di giugno del 1508 di Francesco Buonarroti fratello di Lodovico, aveva un piato col cognato e coi nipoti, per cagione della sua dote, non ostante che Lodovico e i figliuoli avessero rinunziato all'eredità del fratello e dello zio. Come finisse questo loro piato, non si sa. Morì monna Cassandra a' 3 di luglio del 1530.
[16.] Vedi più innanzi una fierissima e stupenda lettera di Michelangelo a questo suo fratello.
[17.] La più parte delle lettere di Michelangelo manca di data. E noi l'abbiamo supplita, o desumendola da alcuni fatti, a cui esse accennano, o congetturandola per altri riscontri. Di più vogliamo avvertire che esse lettere scritte secondo il computo fiorentino, che cominciava l'anno ab incarnatione, cioè a' 25 di marzo, sono state ridotte allo stile comune.
[18.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 704.
[19.] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 702.
[20.] Intendi la pittura della vôlta della Cappella Sistina.
[21.] Jacopo detto l'Indaco fu uno de' pittori chiamati da Michelangelo a Roma, perchè gli mostrassero il modo del lavorare in fresco. Questo Jacopo, di cui scrive il Vasari, fu figliuolo di Domenico di Stefano Rossegli: nacque nel 1466, e morì l'8 di maggio del 1530. Fra i Ricordi di Michelangelo nell'Archivio Buonarroti è la bozza de' patti a' pittori che sarebbero andati a Roma per detto effetto; essa dice così: Pe' garzoni della pittura che s'ànno a far venire da Fiorenza, che saranno garzoni cinque, ducati venti d'oro di Camera per uno: con questa condizione, cioè, che quando e' saranno qua, e che saranno d'accordo con esso noi, che i detti ducati venti per uno che gli àranno ricevuti, vadino a conto del loro salario; incominciando detto salario il dì che e' si partono da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno d'accordo con esso noi, s'abbi a esser loro la metà di detti danari per le spese che àranno fatto a venire qua e per il tempo.
[22.] Con contratto del 5 giugno 1501, Michelangelo s'era obbligato col cardinale Francesco Piccolomini di Siena, che fu poi papa Pio III, di scolpire quindici statue di marmo per la sua cappella nel Duomo senese. Tra le condizioni del contratto l'una era, che il Cardinale prestava a Michelangelo cento ducati d'oro in oro larghi, i quali egli avrebbe scontati nelle tre ultime figure. Ma non avendo finito il lavoro, Michelangelo restava tuttavia debitore cogli eredi del Cardinale di que' cento ducati, nè gli pagò se non negli ultimi anni della sua vita. Il contratto di questa allogazione è pubblicato a pagina 19 del tomo III de' Documenti per la Storia dell'Arte Senese, raccolti ed illustrati dal dottor Gaetano Milanesi. Siena, per Onorato Porri, 1856, in-8º.
[23.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.
[24.] La vôlta della Cappella Sistina cominciata a dipingere il 10 di maggio 1508, come si ha da un Ricordo di Michelangelo, fu scoperta dopo diciassette mesi e venti giorni di lavoro, la mattina d'Ognissanti del 1509.
[25.] Fino dal tempo che Michelangelo cominciò in Roma la sepoltura di papa Giulio, egli era tornato in una casa avuta dal Papa, della quale pagava la pigione e dove lavorava i marmi fatti condurre per quell'opera da Carrara. Ma per la nuova convenzione stipulata agli 8 di luglio del 1516, tra il Buonarroti e gli esecutori testamentari di papa Giulio, fu concesso a Michelangelo di abitare quella casa gratuitamente, per nove anni (che tanti doveva durare quel lavoro fino all'ultima sua perfezione), cominciando dal 1513, ossia dal tempo che per conto della detta sepoltura fu stipulata la seconda convenzione, la quale restò annullata colla nuova. Nel cui transunto scritto in volgare dalla mano stessa di Michelangelo, la casa è così descritta: Una chasa con palchi, sale, chamere, terreni, orto, pozzi, e sui altri habituri, posta in Roma in nella regione di Treio (Trevi) apresso alle cose di Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de' Rossi, dinanzi la via pubblica, adpresso a Santa Maria del Loreto: confini dirieto, apresso le cose delli figlioli di messer Carlo Crispo, apresso le cose di messer Pietro Paluzzi, e la via pubblica dirieto risponde la piaza di San Marco. Il suo possesso fu poi contrastato a Michelangelo, quando nel 1525 e nel 1542 furono stipulati nuovi contratti con Francesco Maria e Guidobaldo duchi di Urbino.
[26.] Buonarroto indugiò più che non desiderava Michelangelo a pigliar moglie, perchè solamente nel 1516 sposò la Bartolomea di Ghezzo della Casa con dote di 500 fiorini di suggello, da lui confessata a' 19 di maggio del detto anno per strumento rogato da Ser Andrea Caiani.
[27.] Scultore da Settignano, che poi lavorò nella Sagrestia nuova di San Lorenzo. Morì nel 1551.
[28.] Parla della sepoltura di papa Giulio.
[29.] Così è replicato nell'autografo.
[30.] Così sta nell'autografo.
[31.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.
[32.] Dopo la vôlta, Michelangelo doveva dipingere anche le facce della Cappella, com'era di patto: ma poi, perchè papa Giulio fu da altre e più gravi faccende distratto, ed in ultimo se ne morì, la cosa non andò più innanzi.
[33.] Il Papa era partito di Roma ai primi giorni di settembre del 1510 per andare all'impresa di Ferrara.
[34.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 706.
[35.] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 704.
[36.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 707.
[37.] Così sta nell'autografo.
[38.] Figliuolo di quel Consiglio merciaio che piatì con Lodovico, come è stato detto indietro.
[39.] Raffaello di Giorgio Ubaldini da Gagliano, parente di Lodovico Buonarroti.
[40.] Michelangelo comprò dallo Spedale di Santa Maria Nuova un campo che era di Piero Strozzi, di staia otto, posto nel popolo di Santo Stefano in Pane, luogo detto Stradella, con strumento del 20 maggio 1512, rogato da ser Giovanni da Romena; e pe' rogiti dello stesso notaio, sotto dì 28 del detto mese ed anno, comprò dal medesimo Spedale un podere con casa da signore e da lavoratore posto nel detto popolo, luogo detto la Loggia.
[41.] Nell'autografo: tere.
[42.] Allude al miserando sacco di Prato, dove entrarono gl'Imperiali, mossi per rimettere i Medici in Firenze, il 29 di agosto del 1512, e vi stettero fino al 19 settembre seguente. Di questo sacco si legge in tutte le storie del tempo.
[43.] Forse costui è quell'Alonso Berrugnete, o Berughetta, come lo chiamavano gl'Italiani, pittore, scultore ed architetto celebre, nato nel 1480. Essendo in Firenze, fece una copia del cartone di Michelangelo, e tirò innanzi, ma non finì del tutto, una tavola cominciata da Filippino Lippi per l'altare maggiore della chiesa di San Girolamo alla Costa di San Giorgio.
[44.] Pietro d'Urbano da Pistoia, garzone di Michelangelo.
[45.] Lo Zara da Settignano si chiamava per proprio nome Domenico, e noi crediamo che egli sia Domenico di Sandro di Bartolo Fancelli, valente scultore, il quale nacque nel 1469, e morì in Saragozza di Spagna nel 1519, dopo aver fatto il suo testamento rogato a' 19 d'aprile del detto anno da ser Michele da Villanuova, notaio spagnuolo. Domenico è l'autore del superbo monumento sepolcrale inalzato nella chiesa di San Tommaso de' Domenicani d'Avila al principe Giovanni, figliuolo unico del re Ferdinando il Cattolico. Ebbe commissione nel 15 di luglio 1518 di scolpire pel prezzo di 2100 ducati d'oro un altro monumento non meno magnifico pel cardinale Ximenes, arcivescovo di Toledo. Ma egli appena aveva cominciato a farne il disegno, che se ne morì, e quel lavoro fu allogato al celebre Bartolommeo Ordognez, scultore spagnuolo, il quale non potè condurlo a fine, essendosi infermato a Carrara, e quivi morto a' 10 dicembre del 1520. Fratello di Domenico Fancelli fu Giovanni parimente scultore che aiutò ne' detti lavori Domenico e l'Ordognez, e morì nell'aprile del 1522, lasciando erede Sandro suo figliuolo che seguitò l'arte del padre e dello zio. (Vedi Andrei canonico Pietro: Sopra Domenico Fancelli e Bartolomeo Ordognez Spagnuolo, ec. Memorie estratte da documenti inediti. Massa, tip. Frediani, 1871, in-8º; e Campori Giuseppe: Memorie biografiche degli Scultori, Architetti, Pittori, ec., nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa, ec. Modena, Vincenzi, 1873, in-8º.)
[46.] Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo il modello di legname, secondo il suo disegno, della facciata di S. Lorenzo. Ma essendo quel lavoro riuscito, come dice lo stesso Michelangelo, una cosa da fanciulli, egli ne fece uno di terra, e per mezzo di Pietro d'Urbano suo garzone lo mandò a Roma al Papa e al Cardinale de' Medici gli ultimi di dicembre del 1517.
[47.] Ferrucci, scultore da Fiesole, il quale a' 12 di luglio era partito da Firenze e andato a Carrara per intendere da Michelangelo i particolari dei fondamenti da farsi alla facciata di San Lorenzo.
[48.] Nel contratto tra Michelangelo e Gismondo suo fratello, rogato da ser Niccolò Parenti sotto dì 16 di giugno 1523, per cagione della parte che spettava a Gismondo ed agli altri suoi fratelli sopra l'eredità della loro madre; Michelangelo si obbligò di pagare dentro due anni al detto Gismondo 500 fiorini d'oro in oro larghi, i quali poi sborsò a' 5 di maggio del 1525.
[49.] La lettera, secondo il solito di Michelangelo, non ha nota nè di luogo nè di tempo: pure si può stabilire essere stata scritta nel giugno del 1523, perchè il contratto o lodo, di cui qui si ragiona, fu rogato a' 16 del detto mese da ser Niccolò di Antonio Parenti, come si rileva dal Libro del Monte segnato C. 2, N. 976, dell'anno 1514, dove sotto il 22 di giugno 1523 fu posta condizione a' fiorini 312, 10 larghi della dote della Lucrezia di Antonio da Gagliano, moglie di Lodovico Buonarroti, che non si potesse fare contratto di detta somma senza licenza di detto Michelangelo, il quale dopo la morte di Lodovico potesse di tal credito e posta fare in ogni tempo la sua volontà.
[50.] Questo non è altro che il principio un po' diverso della lettera precedente.
[51.] Federigo di Filippo scultore fiorentino, il quale poi racconciò la statua del Cristo risorto che è alla Minerva di Roma, fatta da Michelangelo, e stata guasta da Pietro da Pistoia suo scolare.
[52.] Da Genazzano, generale degli Agostiniani.
[53.] Intendi che furono condannati alla gogna, colla mitera di carta in capo.
[54.] Questa lettera parla, come è chiaro, del Savonarola, ed è scritta, sebbene sia con carattere contraffatto ad arte, da Michelangelo, sotto il falso nome di Piero. Il dire caro fratello, che così ti stimo, Racomandami a tutti voi e massime a Lodovico mio padre, che così lo stimo, ci scopre quel che vorrebbe e non vorrebbe nascondere Michelangelo, cioè che egli stesso è colui che scrive.
[55.] Balducci fiorentino, mercante in Roma.
[56.] Vedi la lettera precedente scritta sotto nome di Piero, dove appunto è detto a Buonarroto che attenda ad imparare.
[57.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 697.
[58.] Così nell'autografo, ma deve dire Aldobrandini, come apparisce dalle lettere seguenti a Buonarroto.
[59.] Dopochè Michelangelo, pieno di sdegno per l'ingiuria ricevuta da papa Giulio di averlo fatto cacciare bruttamente di palazzo, si fu partito a furia da Roma, e ritornato a Firenze; nè i brevi del Papa, nè le lettere degli amici e de' cortigiani, nè le esortazioni del gonfaloniere Piero Soderini avevano potuto per parecchi mesi ottenere che egli si risolvesse ad affrontare la grande ira di Secondo. Ma entrato il Papa trionfalmente a Bologna il 10 di novembre 1506, dopo la cacciata de' Bentivogli, bisognò all'ultimo che Michelangelo si arrendesse alla volontà di Giulio, ed a' consigli del Soderini; il quale, per vincere la paura dell'Artista, lo accompagnò con lettera pubblica del 27 di quel mese. La partenza dunque di Michelangelo alla volta di Bologna deve essere stata o nel medesimo giorno o nel seguente. Giunto egli alla presenza del Pontefice, e chiestogli umilmente perdono, fu da Giulio restituito nell'antica grazia, e commessogli di fare di bronzo la sua immagine per essere posta sulla facciata di San Petronio. Dalle lettere di Michelangelo al padre ed al fratello Buonarroto si rileva che egli, messosi tosto all'opera, aveva già condotto di terra la sua figura nell'aprile del 1507; che negli ultimi giorni del giugno seguente la gittò; che il getto gli riuscì non troppo bene, essendochè, sia per difetto di metallo, sia per la mala sua fusione, la figura non era venuta che dal mezzo in giù: onde gli convenne rigittare di sopra, e finire di riempire la forma.
La statua di papa Giulio, di grandezza più d'un uomo e del peso di 17 mila libbre, fu lavorata da Michelangelo in una stanza del Paviglione vecchio dietro a San Petronio, e fusa col metallo d'una campana che era nella torre de' Bentivogli e di una bombarda del Comune di Bologna. Fu tirata su nella facciata di San Petronio a' 21 di febbraio del 1508, e poi a' 30 di dicembre del 1511 venne gettata a terra, e spezzata per ordine degli Otto della guerra del Comune di Bologna. (Vedi Potestà Bartolomeo, Intorno alle due statue erette in Bologna a Giulio II. Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia patria per le provincie di Romagna. Anno VII, pag. 105.)
[60.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 698.
[61.] Cioè a' 29 di gennaio, se sta bene il conto.
[62.] Intendi, mentre che io lavoravo.
[63.] Di qui la presente lettera (la quale è dello stesso giorno e non fa che ripetere le cose dette nella precedente) è pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 699.
[64.] Di Lapo d'Antonio di Lapo scultore e di Lodovico di Guglielmo Lotti orafo e maestro di getti, e delle cagioni per le quali essi furono cacciati via, è stato discorso lungamente dallo stesso Michelangelo nella lettera IV a Lodovico Buonarroti suo padre.
[65.] Che fu a' 22 di febbraio di quell'anno.
[66.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.
[67.] Così sta; ma è evidente che doveva dire 1507, anche secondo il computo fiorentino, usato quasi sempre da Michelangelo, fuorchè nelle lettere a Lionardo suo nipote e ad altri scritte da Roma negli ultimi suoi anni.
[68.] Baglioni, nato nel 1462 e morto nel 1543. Fu intagliatore eccellentissimo di legname, e buono architetto, del quale si può vedere quello che scrive il Vasari.
[69.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.
[70.] È questi maestro Bernardino d'Antonio dal Ponte di Milano, il quale nel 1504 fu condotto agli stipendi della Repubblica di Firenze, come maestro d'artiglieria: e stette in questo servizio fino al 1512. Doveva essere persona assai valente nell'arte sua, se Michelangelo diedegli a gettare di bronzo la sua statua di papa Giulio, e Gio. Francesco Rustici gli allogò nel 1509 il getto di quelle che egli fece per una delle porte di San Giovanni. Nel 1512 gettò di bronzo la graticola della nuova Cappella del Palazzo pubblico, e parimente rifece di bronzo il cartoccio della base del David del Verrocchio. La licenza data a maestro Bernardino di andare a Bologna da' Signori e Collegi, è del 7 di maggio 1507.
[71.] Piero Soderini, gonfaloniere perpetuo della Repubblica.
[72.] In parte pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.
[73.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 700.
[74.] Manca la sottoscrizione.
[75.] Così nella lettera autografa, e doveva dire, si partì.
[76.] Salvestro, figliuolo di Giovanni e nipote di Antonio e di Piero del Pollaiuolo, nacque nel 1472. Pare che esercitasse l'orafo, e fosse anche maestro di getti. Era già morto nel 1533.
[77.] Tommaso di Balduccio di Rinaldo Balducci, uno dei comandatori di Palazzo. I comandatori (praeceptores) erano sei, ed in antico si cavavano dai berrovieri del capitano della Famiglia di Palazzo. Il loro ufficio era di portare ambasciate, e comandamenti de' Priori e del Gonfaloniere così a' cittadini, come agli ufficiali della Repubblica. La Famiglia di Palazzo si componeva dell'araldo, dello spenditore, dello speziale, del barbiere, del maestro temperatore dell'orologio pubblico, di dodici mazzieri, di nove donzelli, di sei trombatori, di otto trombetti, di tre pifferi, di un cennamellario, di un naccherino, d'un appuntatore, di sessantotto famigli del Rotellino, portati poi fino a novanta, di quattro famigli de' Cancellieri, di dodici custodi di Palazzo, di quattro campanari, di un cuoco, di due guatteri, d'uno zanaiuolo e di un acquaiuolo. Tommaso Balducci aveva oltre a ciò la custodia delle spalliere e degli arazzi della Signoria, e teneva insieme coll'Araldo le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella, dove si conservava il cartone di Michelangelo.
[78.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.
[79.] Per fuggire inutili e noiose ripetizioni, vaglia qui di dichiarare una volta per sempre, che alla mancanza di data nelle lettere di Michelangiolo; copiate dagli autografi del Museo Britannico in servigio della presente edizione; abbiamo supplito con quella che dietro la lettera si trovava segnata dalla mano di Buonarroto.
[80.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.
[81.] Di qui è pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 701.
[82.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 702.
[83.] Francesco Alidosi.
[84.] Strozzi, nella bottega del quale stava Buonarroto.
[85.] Tre giorni dopo questa lettera, ossia a dì 21 di febbraio del detto anno, la figura del Papa era tirata su e posta nella facciata di San Petronio.
[86.] Manca in questa lettera la sottoscrizione.
[87.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 703.
[88.] Il cartone della guerra di Pisa.
[89.] La ripudia dell'eredità di Francesco Buonarroti suo zio, morto il 18 di giugno 1508, fu fatta da Michelangelo a' 27 di luglio dello stesso anno, con strumento rogato da ser Giovanni di Guasparre da Montevarchi, notaio fiorentino. La medesima ripudia avevano fatta il giorno innanzi Lodovico padre di Michelangelo, e i suoi fratelli, per carta rogata da ser Antonio di ser Stefano da Portico.
[90.] Scarpellino e padre di Bernardino nominato indietro nelle lettere a Lodovico.
[91.] Cioè, messere Angelo Araldo e Tommaso comandatore che tenevano le chiavi della Sala del Papa in Santa Maria Novella, dove si conservava il cartone della guerra di Pisa.
[92.] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.
[93.] Pubblicata nel Cabinet de l'Amateur del Piot, vol. II, ed in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 703.
[94.] Strozzi: quel medesimo nella cui bottega di arte di lana si riparava Buonarroto.
[95.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.
[96.] Pubblicata, ma non intiera, dal Grimm, Op. cit., pag. 708.
[97.] Lorenzo Pucci, fiorentino, poi cardinale del titolo de' Santiquattro.
[98.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708.
[99.] L'Araldo.
[100.] Intendi, le terre.
[101.] Idiotismo fiorentino per bisogna.
[102.] La mossa alla volta della Toscana delle genti spagnole, la presa e il miserando sacco dato da loro a Prato, e la deposizione del gonfaloniere Piero Soderini, avevano portato grandissima alterazione in Firenze. Alle quali cose accenna Michelangelo in questa lettera.
[103.] Rientrarono in Firenze a' 12 di quel mese.
[104.] Di questa lettera è una copia lacera di mano forse di uno de' fratelli di Michelangelo, nella quale è posto dopo il 30 luglio l'anno 1513.
[105.] Michele di Piero da Settignano, detto Battaglino, del quale è stato parlato indietro.
[106.] Abbiamo ragione di credere che questi sia Bartolommeo di Chimenti di Frosino da Settignano.
[107.] Nell'Opera di Santa Maria del Fiore.
[108.] Così nell'autografo.
[109.] Sta così nell'autografo.
[110.] Ripetizione dell'autografo.
[111.] Strozzi.
[112.] Da Settignano.
[113.] Intendi quello della sepoltura di papa Giulio, ripreso da Michelangelo dopo la morte del detto Papa.
[114.] Da ciò si rileva che papa Leone aveva già cominciato a ragionare del lavoro della facciata di San Lorenzo.
[115.] Intendi de' denari depositati presso lo Spedalingo di Santa Maria Nuova.
[116.] Scritta da Michelangelo a Filippo Strozzi.
[117.] Era la strada che i Consoli dell'Arte della Lana avevano fatto fare per condurre i marmi dalle cave di Pietrasanta e di Seravezza, scoperte allora e cominciate ad esercitare. Ed in questa impresa erano molto incaloriti papa Leone e il cardinale Giulio de' Medici, volendo non esser più obbligati a servirsi de' marmi di Carrara. Ma Michelangelo vedeva la cosa per altro verso, e si piegava di mala voglia al desiderio del Papa e del Cardinale, stimando che i marmi di Carrara fossero di altra qualità e migliori di quelli di Pietrasanta, e dubitando di non dispiacere al marchese Alberigo Malaspina; il quale poi che seppe la cosa, n'ebbe tanto sdegno, che voltò in odio la benevolenza fino allora sempre dimostrata verso Michelangelo, che ne ebbe poi a patire per questa cagione molti dispetti e soperchierie.
[118.] Strozzi.
[119.] Bernardino di Pier Basso, ricordato altre volte.
[120.] Di Pietrasanta e di Seravezza.
[121.] Dopo la morte di papa Giulio, Leonardo Grosso Della Rovere detto il Cardinale Aginense, e Lorenzo Pucci, datario, poi cardinale Santiquattro, avendo come suoi esecutori testamentarii avuto commissione di procurare che la sepoltura del Papa si facesse, fermarono a questo effetto con Michelangelo per istrumento del 6 di maggio 1513, rogato da Francesco Vigorosi notaio dell'Auditore della Camera Apostolica, una nuova convenzione, colla quale egli si obbligava di finire quel lavoro dentro sette anni, per il prezzo di sedicimila cinquecento ducati, computati i tremila ducati avuti innanzi da papa Giulio; col patto che di questi danari gli dovessero essere pagati ducati dugento al mese per due anni, e per gli altri cinque anni che restavano, ducati centotrenta mensuali, fino al compimento della detta somma. La forma della sepoltura era un quadro veduto solamente da tre faccie, appiccandosi la quarta al muro. In essa dovevano andare ventotto figure di tutto tondo e maggiori del naturale, oltre tre storie di marmo o di bronzo, secondochè meglio fosse piaciuto. Ma tre anni dopo, e così a' dì 8 di luglio del 1516 con contratto stipulato tra i detti esecutori testamentarii e Michelangelo, rogato da Albizo di Ser Francesco Seralbizi notaio fiorentino dimorante in Roma, fu fatta nuova convenzione, cassando la precedente, nella quale Michelangelo prometteva di dare finita l'opera, secondo un nuovo modello e disegno da lui presentato, per il medesimo prezzo di sedicimila scudi, e dentro lo spazio di nove anni. In questo nuovo disegno le figure di tutto tondo erano ventidue, oltre cinque storie di bronzo in bassorilievo. Ma questa magnifica opera andò poi per le successive convenzioni del 1532 e del 1542 tanto ristringendosi, che all'ultimo le 28 statue della prima convenzione, e le 22 della seconda furono ridotte a sette, e delle storie non se ne fece niente.
[122.] Domenico Fancelli, scultore fiorentino, ricordato altre volte.
[123.] Benedetto di Bartolommeo da Rovezzano, scultore.
[124.] Perchè morto Lodovico XII, era succeduto Francesco I.
[125.] Domenico Fancelli, scultore, soprannominato il Zara, come è stato già detto indietro.
[126.] È certo che Michelangelo aveva promesso di fare un quadro di pittura a Pier Francesco Borgherini, e di questo si parla anche nelle lettere di Buonarroto suo fratello e di Lionardo sellaio: però il soggetto è ignoto. Ma poi si vede che Michelangelo non ne fece altro; anzi propose al Borgherini di dare a fare il quadro ad Andrea del Sarto, del quale pare che egli non restasse troppo soddisfatto. Nondimeno diede a dipingere a lui, al Pontormo e al Granacci per ornamento d'una sua camera alcune tavolette con i fatti di Giuseppe Ebreo. Delle quali tavolette, quattro sono oggi nella R. Galleria degli Uffizi comprate nel 1584 dal Granduca Francesco: le due d'Andrea per 360 scudi e le altre del Pontormo per 90.
[127.] Cioè l'accordo tra Francesco I e papa Leone, nel quale erano compresi, oltre la Repubblica di Firenze, ancora Giuliano e Lorenzo de' Medici.
[128.] Era Spedalingo di Santa Maria Nuova messer Lionardo Buonafede.
[129.] Papa Leone entrò in Firenze a dì 30 di novembre, e ne partì a' dì 3 del mese seguente.
[130.] Buonarroto scrisse a Michelangelo a' 7 di novembre che Lodovico loro padre a' primi di quel mese si era ammalato d'un trabocco di scesa, cioè d'una portata di catarro al petto, come si direbbe oggi; ma che allora era un po' migliorato. E in un'altra lettera del 18 dello stesso mese dice che, secondo l'avviso del medico, egli era fuori di pericolo.
[131.] Il foglio è lacero e frammentato. Quel poco che si vede stampato in corsivo ci siamo ingegnati di supplirlo per via di congettura e coll'aiuto del contesto.
[132.] La strada che facevano fare i Consoli dell'Arte della lana e gli Operai di Santa Maria del Fiore per condurre alla marina i marmi della nuova cava di Seravezza. Michelangelo domandava che i Consoli con loro partito dessero a lui il cottimo, e tutta la cura di quel lavoro.
[133.] Donato Benti, scultore fiorentino, e molto amico di Michelangelo.
[134.] Pietro d'Urbano da Pistoia suo garzone.
[135.] Messer Vieri de' Medici.
[136.] Finalmente i Consoli dell'Arte della lana e gli Operai di Santa Maria del Fiore, adunatisi la mattina del 22 d'aprile di quell'anno, vinsero il partito, che la esecuzione della strada di Pietrasanta per condurre i marmi della nuova cava, scoperta da pochi anni, fosse commessa a Michelangelo, dandogli piena autorità di fare tutto quello che egli avesse riputato utile ed opportuno per questo effetto.
[137.] L'Opera di Santa Maria del Fiore.
[138.] Il terreno da Santa Caterina comprato dal Capitolo di Santa Maria del Fiore. Vedi a pag. 141.
[139.] Di Piero da Settignano nominato più volte.
[140.] Di Santa Maria del Fiore.
[141.] Francesco scarpellino da Corbignano.
[142.] Maso di Simone di Matteo detto Rubecchio, scarpellino da Settignano. Morì nell'ottobre dell'anno 1525.
[143.] Con contratto del 17 d'aprile del 1517 Michelangelo comprò dal Capitolo di Santa Maria del Fiore un pezzo di terreno di 144 braccia, posto in Via Mozza, oggi Via San Zanobi, presso la Piazza di Santa Caterina, per fabbricarvi sopra stanze da tenere e lavorare i marmi che aveva fatto condurre per l'opera della facciata di San Lorenzo. E un anno dopo, non bastandogli al bisogno quel terreno, Michelangelo ne comprò dal detto Capitolo un altro pezzo.
[144.] Sandro di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da Settignano, fratello di quel Domenico detto Topolino, che, come racconta il Vasari nella Vita del Buonarroti, aveva fantasia di essere valente scultore, ma era debolissimo; nato nel 1457, morì l'anno 1521.
[145.] Fiorentino. A costui Pier Soderini, che dopo il suo esilio da Firenze dimorava in Roma, aveva commesso che facesse un disegno di un tabernacolo di marmo da inalzarsi nella chiesa delle Monache di San Salvestro in Roma, per mettervi la testa di San Giovanni Battista. Ed il disegno piaceva al Soderini; ma prima di risolversi a farlo mettere in opera, egli ed il Rosselli di comune accordo vollero intendere il giudizio di Michelangelo. Intorno a questo lavoro ci sono parecchie lettere al Buonarroti del Soderini e del Rosselli.
[146.] Da Filicaia.
[147.] Suo garzone.
[148.] I Cinque Conservatori del Contado erano un Magistrato, al quale era commesso il mantenimento e la difesa della giurisdizione, confini, giuspadronati, ragioni, beni e proventi delle Comunità, Terre e Popoli del Dominio fiorentino. Nella Riforma del 1559 i Cinque del Contado e gli Otto di Pratica furono aboliti, ed in loro luogo si creò colla medesima loro autorità un altro Magistrato, che fu detto de' Nove Conservatori della Giurisdizione e Dominio.
[149.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 722.
[150.] Cancelliere dell'ufficio delle Tratte.
[151.] Dicevasi tamburare, l'accusare segretamente un cittadino con denunzia scritta e messa dentro una cassetta, chiamata tamburo, appiccata presso la porta d'un ufficiale.
[152.] Cioè il lavoro della figura di bronzo di papa Giulio.
[153.] Annibale Bentivogli, raccolti nel Ducato di Milano seicento fanti, aveva in que' giorni tentato di rientrare in Bologna; ma Francesco Alidosi, detto il Cardinal di Pavia, che vi era legato per la Chiesa, col far tagliare la testa ad alcuni cittadini che tenevano pratica co' Fuorusciti, aveva fatto cadere d'animo i Bentivogli e i loro partigiani, e così quietato la città.
[154.] La lettera è degli ultimi di luglio o de' primi d'agosto 1508. Vedi quella che scrive Michelangelo a Lodovico suo padre che è la VII, dove si parla appunto dei cattivi portamenti di Giansimone e de' disordini fatti da lui in casa, e delle minacce contro suo padre.
[155.] La presente lettera, mancante al solito di data, si crede scritta ne' primi giorni d'aprile del 1532, supponendo che l'andata di Michelangelo a Roma fosse per trattare, cogli agenti del Duca d'Urbino, la faccenda della sepoltura di papa Giulio. Ed infatti a' 29 di quel mese ed anno fu stipulato nuovo contratto, col quale Michelangelo, tra gli altri patti, si obbligò a fare di sua mano sei statue, e a dare finito tutto il lavoro nello spazio di tre anni.
[156.] Fattucci, cappellano di Santa Maria del Fiore, ed amicissimo di Michelangelo.
[157.] Manca l'indirizzo.
[158.] Sua nipote, e figliuola di Buonarroto.
[159.] Anche in questa, come nella precedente, manca l'indirizzo.
[160.] Michele di Niccolò Guicciardini, marito fino dal 1537 della Francesca sua nipote.
[161.] Michelangelo aveva assegnato per dote alla Francesca sua nipote il podere di Pozzolatico, detto Capiteto. Ma poi se lo riprese nel 1540, mediante lo sborso di 700 ducati.
[162.] Fattucci.
[163.] Fattucci.
[164.] Erano i marmi che Michelangelo aveva nella sua stanza di Via Mozza, comprati in questo anno dal duca Cosimo de' Medici, e che servirono a Baccio Bandinelli per il lavoro del Coro del Duomo. Pe' quali fu sborsato il prezzo che si dice nella lettera, finito di pagare al Buonarroti nel settembre del 1559.
[165.] Intendi del ritratto del duca Cosimo.
[166.] Manca l'indirizzo. Si vede bene che questa lettera fu scritta da Michelangelo, quando Lionardo andò a Roma a visitarlo dopo la grave sua malattia: il che Michelangelo ebbe molto per male.
[167.] Ossia il provento del porto del Po a Piacenza.
[168.] Così nell'autografo. Intendi: altrettanta somma di danari.
[169.] Sta così nell'autografo. Ma vale l'osservazione fatta nella lettera precedente.
[170.] Alessandro Vellutello, il cui Comento alla Divina Commedia fu stampato la prima volta in Venezia dal Marcolini nel 1544.
[171.] La sottoscrizione manca.
[172.] Bernardino di Piero Basso, scarpellino.
[173.] Le cantine.
[174.] Di qui scrive il Del Riccio. Però Michelangelo sottoscrive.
[175.] Michelangelo era stato gravissimamente malato, in modo che era venuta la nuova in Firenze della sua morte. Stette in casa degli Strozzi, ed il Del Riccio, loro ministro ed amico di Michelangelo, lo governò ed assistè con grandissima cura ed amorevolezza.
[176.] La lettera è scritta da messer Luigi del Riccio.
[177.] Di qui scrive Michelangelo.
[178.] Sta così nell'autografo.
[179.] Così si legge.
[180.] Ossia nel Quartiere di Santa Croce.
[181.] Da queste parole s'intende che Michelangelo credeva che veramente l'origine della sua famiglia fosse da' Conti di Canossa.
[182.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 737.
[183.] Del Riccio, morto sul finire del 1546.
[184.] Mancano le parole: a mandare.
[185.] Manca una parola; forse, mando.
[186.] Intendi: del tôrre moglie.
[187.] Il porto del Po a Piacenza era stato concesso a Michelangelo da Paolo III con Breve del dì 1º di settembre 1535, affinchè colla sua entrata, che si stimava di 600 ducati all'anno, potesse essergli assicurata la metà della pensione vitalizia di 1200 ducati, assegnata a lui da papa Clemente VII. Di questa entrata però non potè Michelangelo conseguire il formale possesso prima del maggio 1538. E perchè egli, per dimorare in Roma, non poteva riscuotere i proventi di quel porto, avevalo dato in affitto a Francesco di Giovanni Durante da Piacenza. Ma Michelangelo non godè quel possesso senza contrasti e litigi: e prima per parte della signora Beatrice Trivulzio, la quale, pretendendo diritti sul fiume, vi aveva aperto un nuovo passo, e ne riscuoteva il pedaggio, con non piccolo scapito di Michelangelo; e ci volle tutta l'autorità della Camera Apostolica, perchè fosse tolto di mezzo questo inconveniente. Venne dipoi il Comune di Piacenza, che desiderava di assegnare in benefizio del proprio Studio pubblico i frutti del porto; ed in ultimo si presentarono i fratelli Baldassarre e Niccolò della Pusterla, i quali affermavano avervi diritto per concessione imperiale; e ne mossero lite, che andò assai in lungo con grande noia e sdegno di Michelangelo; sebbene Pier Luigi Farnese duca di Parma procurasse di quietarlo con buone promesse. Ma dopo la morte violenta di quel Duca, e la conseguente caduta di Piacenza nelle mani di Carlo V, la Camera Imperiale prese per suo il porto del Po, e così Michelangelo restò privato per sempre di quel contrastato provento. Intorno a questo fatto, vedi Amadio Ronchini; Michelangelo e il Porto del Po a Piacenza: negli Atti e Memorie della Deputazione di Storia patria per le Provincie Modenesi e Parmensi.
[188.] Cioè, consumando il capitale senza frutto, per non esercitarlo.
[189.] Giuliano, pittore. Morì d'anni 79, a' 17 di febbraio 1554.
[190.] Così dice per svista, invece di lettere.
[191.] Questo che segue è pubblicato dal Grimm, Op. cit., pag. 739.
[192.] Forse, dire.
[193.] Parla del suo cognome, il quale voleva si dicesse de' Buonarroti Simoni, per essere stati nella sua famiglia parecchi individui col nome di Simone e di Buonarroto, sebbene egli si sottoscriva sempre Buonarroti.
[194.] Manca la sottoscrizione.
[195.] La lettera è scritta da Bianello de le quattro Castella il dì 8 d'ottobre 1520. In essa dice il Conte, che ricercando nelle cose antiche di sua casa aveva trovato un messer Simone da Canossa essere stato nel 1250 Potestà di Firenze. Da questo messer Simone si pretendeva aver avuto principio in Firenze i Buonarroti Simoni. Pare che Michelangelo credesse a questa sua parentela coi Conti di Canossa, e il Condivi, che si sa avere scritto la Vita del Buonarroti, secondo le informazioni avute in gran parte da lui, racconta la stessa cosa; come pure il Vasari, sebbene dubitativamente, il Borghini nel suo Riposo, il Varchi nell'Orazione funebre, il Mazzucchelli negli Scrittori italiani, ed il Litta nella Famiglia Buonarroti, seguitando semplicemente la tradizione. Ma la vanità di questa credenza, e come essa contraddica alla verità storica, è stata ultimamente mostrata con buone ragioni ed argomenti dal marchese Giuseppe Campori nel suo Catalogo degli Artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi. Modena, 1855, in-8º.
[196.] La prima parte di questa lettera è pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 731.
[197.] Morì a' 9 di gennaio del 1548, e fu sepolto nell'avello gentilizio in Santa Croce.
[198.] Pare che accenni alla crudele legge mandata fuori dal duca Cosimo l'undici di marzo del 1548 contro i cospiratori, i ribelli e i discendenti loro: la quale legge per essere stata compilata, secondo gl'intendimenti del Duca, da Jacopo Polverini da Prato, auditore fiscale, fu chiamata La Polverina.
[199.] Michelangelo, quando nel luglio del 1544 fu gravemente ammalato, stette in casa degli Strozzi.
[200.] Ripetuto così nell'autografo.
[201.] Tra le carte dell'Archivio Buonarroti è una copia del tempo di Michelangelo della sua natività, cavata dalle Ricordanze di Lodovico suo padre. Noi la riferiamo nella medesima forma sua, parendoci documento di qualche importanza:
«Ricordo come ogi questo dì 6 di marzo 1474 mi nacque uno fanciulo mastio: posigli nome Michelagnolo; et nacque in lunedì matina innanzi di 4 o 5 ore, et nacquemi, essendo io potestà di Caprese, et a Caprese nacque e compari furno questi di sotto nominati. Battezossi addì 8 detto nella chiesa di S.to Giovanni di Caprese. Questi sono e' compari.
»Don Daniello di Ser Bonaguida da Firenze, rettore di Santo Giovanni di Caprese.
»Don Andrea di.... da Poppi, rettore della Badia di Diariano (Larniano?).
»Giovanni di Nanni da Caprese.
»Jacopo di Francesco da Casurio.
»Marco di Giorgio da Caprese.
»Giovanni di Biaggio da Caprese.
»Andrea di Biaggio da Caprese.
»Francesco di Jacopo del Anduino da Caprese.
»Ser Bartolomeo di Santi del Lanse, nottaro.»
Nota che addì 6 di marzo 1474 è alla Fiorentina ab incarnatione, et alla Romana ab nativitate è 1475.
[202.] Il porto del Po. Vedi quel che è stato detto alla [nota] 1 della Lettera CLXXIX.
[203.] Manca la sottoscrizione.
[204.] Per costui fece Michelangelo il cartone della Venere baciata da Amore, dipinto poi stupendamente in tavola da Jacopo da Pontormo: ed ora si conserva nella Reale Galleria di Firenze.
[205.] In un libro di Ricordi di Lionardo Buonarroti, segnato A, che tira dal 1540 al 1565, si legge a carte 92 verso, che la limosina di 50 ducati d'oro fu pagata per la figliuola di Niccolò di messer Giovanni Cerretani, accettata per monaca nel monastero di Santa Verdiana di Firenze.
[206.] Giuliano, pittore.
[207.] Realdo Colombo, medico celebre.
[208.] Manca la sottoscrizione.
[209.] Questa possessione era posta ne' popoli di San Giorgio e di San Lorenzo a Grignano, podesteria di Radda. Michelangelo la comprò per la detta somma dagli Uffiziali de' Pupilli, curatori dell'eredità di Pierantonio di Gio. Francesco de' Nobili, per contratto rogato sotto dì 18 giugno 1549 da ser Piero dell'Orafo, notaio fiorentino.
[210.] Manca la sottoscrizione.
[211.] Munizione, ossia, buona provvista.
[212.] Manca la sottoscrizione.
[213.] Così sta nell'autografo. Intendi: appresso a quelle.
[214.] Di questa Suor Domenica parla il Busini nelle sue Lettere al Varchi, e la dice donna dabbene, sensata e ben parlante. Essa si credeva profetessa, ed era per la sua bontà ascoltata volentieri e assai favorita dagli uomini più riputati che maneggiarono le cose della Repubblica nel tempo dell'assedio.
[215.] Dice così nell'autografo.
[216.] Paolo III, morto a' 10 di novembre 1549.
[217.] Di questi Brevi, l'uno è del primo di settembre 1535, col quale il Pontefice elegge Michelangelo a supremo architetto, scultore e pittore del Palazzo Apostolico; e più gli concede il passo del Po presso Piacenza, che si stimava fruttare 600 scudi all'anno, e così la metà della pensione annua vitalizia di 1200 scudi assegnatagli da papa Clemente VII. L'altro è del 18 di dicembre 1537 per cagione della pittura della Sistina e della sepoltura di papa Giulio.
[218.] Vittoria Colonna.
[219.] Così nell'autografo.
[220.] Le Rime della Vittoria Colonna furono stampate la prima volta nel 1538 in Parma. Poi, con una giunta di stanze, nel 1539, senza luogo e stampatore. Una terza edizione colla giunta di 16 sonetti spirituali, è quella di Firenze del suddetto anno. Finalmente una quarta, colla giunta di 24 sonetti spirituali e del Trionfo della Croce, fu fatta in Venezia nel 1544. Le posteriori non si notano. Delle molte lettere che deve avere scritto la Colonna a Michelangelo, oggi sei sole se ne conoscono, e sono tutte pubblicate. Cinque da copie tratte da' loro originali conservati nell'Archivio Buonarroti, furono stampate dal marchese Giuseppe Campori nelle Lettere artistiche inedite: Modena, Soliani, 1867 in-8º, ed una dal Grimm, dall'originale che è nel Museo Britannico.
[221.] Dice così, forse per scorso di penna, invece di zio.
[222.] Bernardetto, vescovo d'Arezzo, morto nel 1574.
[223.] Vasari.
[224.] Manca la sottoscrizione.
[225.] La confessione della dote di 1500 ducati fu fatta da Lionardo a' 16 di maggio del 1553 per strumento rogato da ser Ottaviano da Ronta, notaio fiorentino.
[226.] Dice così.
[227.] Forse Lattanzio Cortesi.
[228.] Così nell'autografo, e voleva dire: contentatevi.
[229.] Così è scritto nell'autografo.
[230.] Scrive così per svista, invece di acordatevene.
[231.] Così sta.
[232.] Copiata da Michel.º Buonarroti il giovane.
[233.] Cosimo de' Medici.
[234.] Sono da gran tempo perduti.
[235.] Di San Lorenzo.
[236.] Morì il 13 di novembre di quest'anno.
[237.] Fra le carte dell'Archivio Buonarroti esiste la copia del testamento che Francesco del fu Bernardino degli Amatori da Castel Durante, infermo di corpo, fece sotto il dì 24 novembre (per svista del copiatore è scritto 24 di dicembre) 1555 pei rogiti di ser Vitale Galgani, notaio. Noi ne daremo il seguente transunto:
Lascia di esser seppellito, dopo la sua morte, nella chiesa della Minerva.
Dice che da madonna Cornelia di Guido dei Colonnelli da Castel Durante, sua moglie, ebbe fiorini 700 per parte della dote di fiorini mille promessigli ed assegnati sopra una certa casa posta in Castel Durante nel Quartiere di San Cristofano: i quali danari vuole che sieno pagati ad essa madonna Cornelia sopra la detta casa.
Lascia alla detta sua moglie 50 fiorini, che il testatore pagò a Guido padre di lei, al tempo della divisione di essa casa fatta tra lui e il detto Guido.
Vuole che 200 fiorini avuti sopra la detta casa sieno pagati a madonna Cornelia da' suoi eredi, i quali sono Michelangelo suo figliuolo, e il figliuolo che nascerà da madonna Cornelia gravida. Nel caso poi che di lei nascesse una figliuola, vuole che al suo tempo essa sia maritata con dote di 500 fiorini.
Lascia che dopo quattro anni dalla sua morte il suo erede sia tenuto a maritare due fanciulle povere.
Sostituisce nel caso di morte de' suoi eredi la Confraternita di Santa Caterina di Castel Durante, volendo che i frutti della sua eredità sieno dispensati a' poveri.
Nomina suoi esecutori testamentari e tutori de' figliuoli pupilli, messer Michelangelo Buonarroti, Roso de' Rosi e Pier Filippo Vandini da Castel Durante.
Fatto in Roma nel Rione di Trevi, nella camera del detto testatore, nella casa di messer Michelangelo Buonarroti, alla presenza de' testimoni: ser Sebastiano del fu Pietro Marianetti da San Gimignano in Toscana, soprastante della Fabbrica di San Pietro di Roma; Francesco di Gio. Filippo Perfetti da Castel Torchiaro da Parma, pizzicaiuolo al Macello de' Corvi; maestro Paolo del fu Bartolommeo Ducci dal Borgo San Sepolcro, scarpellino; Mario di Bartolo, scarpellino dal Borgo San Sepolcro; Vitale di Girolamo da Urbino, scarpellino; Antonio di Bisino da Carona Ghiringhelli della Diocesi Milanese, muratore, abitatore in Borgo, e Stefano di Giovanni da Romano, Diocesi di Brescia, muratore.
[238.] L'Urbino morì, come s'è veduto, il 3 di dicembre 1555. Michelangelo ne aveva scritto da più d'un mese.
[239.] Nell'autografo era dapprima stato segnato l'anno 1556, e poi corretto nel 1559; ma non è dubbio che deve dire 1556.
[240.] La moglie dell'Urbino.
[241.] Così si legge.
[242.] Vasari.
[243.] Vedi una lettera di Michelangelo al Vasari del 28 di maggio 1556. Messer Salustio è il figliuolo di Baldassarre Peruzzi, anch'esso architetto morto annegato in Germania.
[244.] Aleotti, chiamato dal Buonarroti il Tantecose.
[245.] Manca, dieci scudi.
[246.] Manca, faccia o farà.
[247.] Queste parole sono così ripetute ancora nell'autografo.
[248.] Malenotti da San Gimignano, entrato nel luogo dell'Urbino morto.
[249.] Il podere, con casa da signore e da lavoratore, era posto nel popolo di Santa Maria da Settignano, in luogo detto Scopeto. Comprollo Michelangelo da messer Giannozzo di Gherardo da Cepperello per 650 scudi, con strumento rogato da ser Niccolò Parenti, sotto dì 28 luglio 1556.
[250.] Buonarroto, fratello di Michelangelo e padre di Lionardo, morì, per quanto pare, di peste a' 2 di luglio del 1528, e, come si narra, fra le braccia di Michelangelo.
[251.] Così dice.
[252.] Di questa gita a Spoleto scrive Michelangelo al Vasari in una sua lettera del 18 di settembre del medesimo anno. Egli era partito da Roma per fuggire i pericoli, da' quali era minacciata la città per la mossa dell'esercito spagnuolo guidato dal duca d'Alva, il quale partito da Napoli fino dal 1 di settembre, aveva invaso gli Stati della Chiesa, governata allora da Paolo IV.
[253.] Pare che debba dire: novembre.
[254.] Marinozzi d'Ancona, cameriere del duca Cosimo de' Medici.
[255.] Il Marinozzi nominato nella precedente.
[256.] Questo bellissimo modello di legname si conserva ancora nell'Archivio della Fabbrica di San Pietro. È alto metri 5,40, compresa la croce, e largo metri 3,86. Da esso si rileva che Michelangelo aveva disegnato la chiesa ed in special modo alcune parti della cupola e della lanterna, in maniera diversa da quella che dopo la sua morte fu fatta dagli architetti che la seguitarono e compirono.
[257.] Manca la sottoscrizione.
[258.] Cioè, la Cornelia moglie d'Urbino.
[259.] La presente è cavata dalla copia fatta dall'originale da Michelangelo il giovane.
[260.] Quel che segue manca negli stampati.
[261.] Pubblicata nelle Lettere pittoriche, e nella nuova edizione delle Rime e Lettere di Michelangelo fatta dal Barbèra in Firenze nel 1858, in-24º.
[262.] Da una copia di mano di Michelangelo Buonarroti il giovane, il quale vi pose questa avvertenza: Questa qui indiretta a Lionardo era nel medesimo piego del foglio, come è qui e nella medesima lettera (cioè in quella dove è la pianta della Cupola).
[263.] Di questa terribile piena d'Arno, avvenuta il 13 di settembre del 1557, la quale dopo aver rovinato ponti, mulini e gualchiere nel Casentino e nel Mugello, inondò Firenze, ruppe il Ponte a Santa Trinita, parte di quello delle Grazie, e fece altre rovine, alzando l'acqua per le piazze quasi due metri, parlano gli storici di quel tempo. Poco tempo innanzi anche il Tevere aveva traboccato ed inondato tutta Roma, con la rovina del Ponte Sant'Angelo, e di altri edifizi.
[264.] Manca la sottoscrizione.
[265.] Di mano di Lionardo è scritto sopra, di Luglio.
[266.] Cioè, Laura di Gio. Antonio Battiferro da Urbino, celebre poetessa de' suoi tempi.
[267.] Qui Michelangelo segna l'anno secondo il computo fiorentino, già dismesso da lui, come abbiamo veduto, nelle lettere precedenti scritte al Nipote.
[268.] Così è ripetuto nell'autografo.
[269.] Dice così.
[270.] Michelangelo per svista, o per difetto di memoria, ha segnato il dì 8 di febbraio: mentre dal ricordo del Nipote si rileva che veramente la lettera fu scritta il 18 di quel mese.
[271.] Con strumento del 5 di giugno 1501 il cardinale Francesco Piccolomini, che poi fu papa Pio III, aveva allogato a Michelangelo quindici statue di marmo di Carrara per ornamento d'una sua cappella nel Duomo di Siena. A' 15 settembre del 1504 fu confermato il detto contratto da Jacopo ed Andrea Piccolomini, fratelli ed eredi del detto Papa, e poi ratificato agli 11 di ottobre del medesimo anno da loro e da Michelangelo con strumento rogato da ser Donato Ciampelli. Questo strumento fu pubblicato da Domenico Manni nelle Addizioni alle Vite di Michelangiolo Buonarroti e Pietro Tacca: Firenze, per il Viviani, 1774, in-4º.
[272.] Francesco Bandini Piccolomini, il quale, dopochè Siena cadde in potere degli Spagnuoli e di Cosimo de' Medici, s'era riparato a Roma, e quivi poi morto; protestando di non voler più ritornare alla sua sede, se prima la patria non fosse stata restituita alla libertà.
[273.] Così dice per svista, invece di 12.
[274.] Averardo Serristori.
[275.] Con questa finiscono le lettere di Michelangelo al Nipote che sono pervenute fino a noi. Dal 28 di dicembre del 1563, fino al 18 di febbraio del 1564, che fu l'ultimo della sua vita, non se ne trova neppure una scritta a Lionardo; il che non pare possibile: onde bisogna credere che sieno andate smarrite.
[276.] Trovasi nella Filza 68, a c. 316, del Carteggio privato de' Medici innanzi il principato.
[277.] Pubblicata la prima volta da Michelangelo Gualandi nelle Memorie originali di Belle Arti, Serie terza, pag. 112, e di nuovo nella Nuova Raccolta di lettere pittoriche, vol. I, pag. 18, e ripubblicata nel Prospetto cronologico della Vita di Michelangelo nell'edizione del Vasari fatta dal Le Monnier, vol. XII, pag. 339, e finalmente nella edizione delle Rime e Lettere di Michelangelo Buonarroti fatta da Enrico Guglielmo Saltini in Firenze nel 1858, coi tipi del Barbèra, in-24º.
[278.] Raffaello Riario. Vedi quel che è stato detto intorno a lui, ed a' lavori commessi a Michelangelo, nella [nota] a pag. 3 di questa Raccolta.
[279.] Paolo di Pandolfo fiorentino, morto nel 1509.
[280.] Baldassarre del Milanese che aveva venduto al cardinale di San Giorgio il Cupido dormiente di Michelangelo per cosa antica, e del prezzo cavatone truffato lo scultore. Vedi quel che di questo fatto parlano il Condivi ed il Vasari. Il Cupido passò poi nelle mani del duca Valentino, e poi in quelle della marchesa Isabella Gonzaga di Mantova. Oggi non si sa dove sia andato.
[281.] Mercante fiorentino nel banco di Iacopo Gallo romano, ed amicissimo del Buonarroti.
[282.] La lettera apparisce di fuori essere indirizzata al pittore Alessandro Botticelli, ma veramente è scritta a Lorenzo di Pier Francesco de' Medici. Poteva essere allora di un qualche pericolo il mostrare di scrivere apertamente ad uomo che apparteneva ad una famiglia, della quale era Piero, figliuolo di Lorenzo il Magnifico, stato da poco tempo cacciato da Firenze.
[283.] Lettera importantissima, perchè aggiunge qualche altro particolare intorno al fatto della fuga di Michelangelo da Roma, narrato più o meno largamente da tutti i suoi Biografi.
[284.] Gli azzurri richiesti da Michelangelo a frate Iacopo, è certo che dovevano servire per la pittura della vôlta della Sistina, e perciò la lettera deve essere del maggio 1508. Essa fu pubblicata per la prima volta da Gio. Batt. Uccelli nella sua operetta: Il Convento di San Giusto alle Mura e i Gesuati. Firenze, 1865.
E qui parmi opportuno di avvertire che la massima parte delle lettere scritte da Michelangelo a varii, mancano, per essere in bozza, di qualunque indicazione di data; e quella che io ho cercato di assegnare a loro, è stata per lo più desunta dalle lettere indirizzate al Buonarroti, o da' riscontri de' fatti accennati in quelle.
[285.] Credo che questo Baldassarre sia figliuolo di Giampaolo di Cagione, e fratello di Bartolommeo detto il Mancino da Torano, il quale aveva venduto il 18 di novembre 1516 a Michelangelo in Carrara varii pezzi di marmo bianco della cava del Polvaccio. E di questa vendita e del prezzo pagato al detto Bartolommeo esiste nell'Archivio Buonarroti di mano di Michelangelo un contratto del 18 di novembre 1516, fatto alla presenza di maestro Domenico Fancelli, scultore fiorentino, e di Stefano di Gio. Batt. Guerrazzi suo discepolo. Mancando ogni indicazione di tempo o di luogo, è assai difficile il determinare la data di questa lettera. È per mera congettura che le si è assegnato l'anno 1512, sapendosi che Michelangelo, finita la pittura della vôlta della Sistina, riprese a lavorare nella sepoltura di papa Giulio, per la quale dovevano certamente servire i marmi che maestro Baldassarre di Cagione aveva promesso di condurgli a Roma.
[286.] Il modello della facciata di San Lorenzo che Michelangelo aveva dato a fare a Baccio d'Agnolo.
[287.] Cioè, Francesco di Gio., scarpellino da Settignano, detto La Grassa.
[288.] Questa compagnia fu fatta con contratto del 12 di febbraio 1517 tra Michelangelo, e i carraresi Lionardo di Cagione e Giandomenico di Marchiò, per cavare insieme i marmi in un'antica cava posseduta dal suddetto Lionardo: la qual compagnia doveva durare tanto tempo, che esso Michelangelo si fosse fornito de' marmi che aveva di bisogno per l'opera della facciata di S. Lorenzo. E la nuova compagnia fu fatta co' medesimi a' 14 di marzo del detto anno.
[289.] Si diceva per proverbio di chi nel condurre una faccenda pigliasse sopra di sè la fatica e la spesa, che egli faceva come maestro Pier Fantini, medico, il quale nella cura de' suoi malati vi rimetteva, oltre l'arte sua, ancora l'unguento e le pezze.
[290.] La sepoltura di papa Giulio; e le sollecitazioni venivano dal cardinale Aginense.
[291.] Scritta da Firenze nel marzo del 1518.
[292.] Gli Operai di Santa Maria del Fiore.
[293.] Proventi.
[294.] Francesco da Corbignano, scarpellino.
[294a.] Luca Signorelli.
[294b.] Silvio Falcone da Magliano nella Sabina.
[294c.] Doveva essere una delle figure dette dei prigioni che andavano nella sepoltura di papa Giulio.
[295.] La lettera è stracciata da un lato.
[296.] Avevalo comprato a' 14 di luglio del detto anno.
[297.] È in risposta ad una lettera di Pietro Urbano del 3 settembre 1518.
[298.] Michele di Pietro detto Battaglino, scarpellino da Settignano, già ricordato altra volta.
[299.] Lionardo di Compagno, fiorentino, era di mestiere sellaio e amicissimo di Michelangelo, e stava in Roma nella bottega o banco de' Borgherini. Di lui sono nel Carteggio del Buonarroti molte lettere.
[300.] Pietro Urbano.
[301.] Benti.
[302.] Il Cristo risorto allogato a Michelangelo per 200 ducati da messer Metello Varj, romano, con contratto del 14 di giugno 1514.
[303.] Lionardo Grosso Della Rovere, detto il Cardinale Aginense, nipote di papa Giulio II, il quale aveva allogato a Michelangelo la sepoltura dello zio, come uno de' suoi esecutori testamentarii.
[304.] Del Piombo.
[305.] È un'altra bozza della medesima lettera precedente.
[306.] Questa lettera, dove tra l'altre cose si parla della colonna che si ruppe, è mancante per tutta la metà della lunghezza del foglio. A questa rispose Pietro Urbano con una sua del 6 (forse 26) d'aprile del detto anno. Le stesse cose suppergiù dice Michelangelo nella precedente.
[307.] Il contratto è del 13 d'aprile 1519, e fu rogato da Ser Giovanni del fu Paolo della Badessa. In esso Iacopo di Tomeo detto Pollina abitante in Torano villa di Carrara, Antonio detto Leone d'Iacopo Puliga da Puliga, e Francesco detto Bello di Iacopo Vannelli da Torano, si obbligarono di cavare dalla cava appartenente al detto Leone dodici pezzi di marmo di più grandezze.
[308.] Stampata la prima volta nei Monumenti del Giardino Puccini a pag. 579 (Pistoia, tipografia Cino, 1846, in-8º gr. fig.); e poi nel Prospetto cronologico della Vita e delle Opere di Michelangelo Buonarroti posto in fine alla Vita sua scritta dal Vasari, nell'edizione Le Monnier, vol. XII, pag. 354.
[309.] Pietro Urbano si trovava da qualche giorno in Pistoia, per rimettersi in sanità, dopo la grave malattia che lo aveva assalito a Carrara, dove era andato di commissione di Michelangelo per pagare gli scarpellini, che cavavano colà i marmi per conto delle statue della facciata di San Lorenzo. Michelangelo appena ebbe nuove del male di Pietro, si partì di Firenze in poste, e fu a Carrara, e trovato il suo garzone molto grave, lo fece levare di là e portare sulle spalle degli uomini a Seravezza, e quivi lasciatolo al governo di Domenico detto Topolino, scarpellino, gli commise che, tostochè Pietro fosse alquanto migliorato, facesselo condurre a Pistoia. Dice Michelangelo in certi suoi ricordi, che per questa gita a Carrara, per il medico e le medicine, e per condurre Pietro da Carrara a Seravezza si trovò avere speso trentatre ducati e mezzo.
[310.] È una variante della lettera antecedente.
[311.] Sono state supplite di corsivo le parole che per essere lacero il foglio mancavano.
[312.] Sebastiano del Piombo in un capitolo di una sua lettera a Michelangelo, scritta da Roma a' 3 di luglio 1520, dice così: «Io portai quella (lettera) al Cardinale (Dovizi da Bibbiena), el qualle mi fece molte careze et offerte, ma di quello che io domandavo, lui mi disse che 'l Papa hauea dato la salla de' Pontiffici a li garzoni di Raphaello, et che costoro hauea facto una mostra de una figura a olio in muro, ch'era una bella cossa, de sorta che persona alcuna non guarderia le camere che ha facto Raphaello; che questa salla stupefaria ogni cossa, et che non sarà la più bella opera facta da li antichi in qua de pictura. Et da poi mi domandò, se io hauea lecta la vostra littera. Io li disse de nonne. Lui se ne rise molto; quasi che ne faceva beffe: et con bone parolle me partii. Da poi io ho inteso da Bacino de Michelagnolo (Bandinelli) che fa el Laoconte, che 'l Cardinale li ha mostrato la vostra littera, et àlla mostrata al Papa: che quasi non c'è altro sugieto che rasonar in Palazo, se non la vostra litera: et fa ridere ogn'omo.»
[313.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 711.
[314.] Mandollo a Roma per mezzo di Pietro Urbano nel dicembre del 1517, come abbiamo detto indietro.
[315.] Il contratto tra papa Leone X e Michelangelo per il lavoro della facciata di San Lorenzo fu stipulato in Roma il 19 gennaio 1518. Michelangelo si obbligò di fare la detta facciata a tutte sue spese in tempo di otto anni, e per il prezzo di quaranta mila ducati d'oro in oro larghi.
[316.] L'Opera di Santa Maria del Fiore.
[317.] Pietro d'Urbano, il quale ne' primi giorni del marzo del 1521 s'era mosso da Firenze alla vòlta di Roma, per condurvi la figura del Cristo risorto, che doveva esser posta nella Minerva. Giunta la statua in Roma nell'aprile seguente, Pietro, avendo commissione di ritoccarla, la stroppiò in alcune parti, come nel piede destro e nella mano destra, onde Michelangelo pregò Federigo Frizzi, scultore fiorentino dimorante in Roma, che volesse rimediarvi; ed egli in questo si portò tanto bene, che in tutto soddisfece al Buonarroti.
[318.] Giovanni di Baldassarre, bravo ed ingegnoso orafo fiorentino, detto il Piloto, fu amico di Michelangelo, e lo accompagnò fino a Venezia nella sua fuga da Firenze al tempo dell'assedio. Fu anche amico del Cellini, il quale parla di lui più volte nella sua Vita, come pure lo ricorda il Vasari. Morì di ferite nel 1536.
[319.] Michelangelo fa il proprio nome e il cognome, schizzando un angelo, cioè testa e ali, e tre palle, due appaiate ed una che sta loro sopra.
[320.] Fattucci, altre volte nominato.
[321.] E qui disegna con la penna una macina.
[322.] È questi il cardinale Domenico Grimani, veneziano, patriarca d'Aquileia e vescovo di Porto, al quale Michelangelo aveva promesso di dipingere un quadretto per tenere nel suo studio. La lettera del Cardinale al Buonarroti è dell'undici di luglio 1523.
[323.] Fu già pubblicata per la prima volta nei Monumenti del Giardino Puccini: Pistoia, tip. Cino, 1845, in-8º, e poi nel Prospetto cronologico della Vita e delle opere di Michelangelo Buonarroti. Vedi Vasari, Le Monnier, vol. XII, pag. 361.
[324.] Domenico di Giovanni di Bertino Fancelli, scarpellino da Settignano, nato nel 1464. Costui aveva fantasia di voler essere scultore, e qualche volta Michelangelo si pigliava spasso di lui, vedendolo lavorare.
[325.] Il cardinale Giulio de' Medici, eletto papa col nome di Clemente VII il 19 di novembre 1523.
[326.] Di questa lettera è un'altra bozza, di poco variata, nel detto Archivio Buonarroti.
[327.] Stefano di Tommaso, il quale lasciata l'arte sua del miniare si era dato all'architettura; e Michelangelo si servì di lui nel muramento della Cappella de' sepolcri medicei, non senza averne ricevuto dispiaceri, come vedremo più innanzi. Morì il 10 dicembre del 1534.
[328.] È noto che nell'anno 1503 Pietro Soderini, gonfaloniere perpetuo della Repubblica di Firenze, allogò a dipingere l'una metà della Sala del Consiglio nel palazzo della Signoria a Lionardo da Vinci, e l'altra a Michelangelo; e che per fare queste loro opere aveva il Buonarroti disegnato il famoso cartone con un episodio della guerra di Pisa, e il Vinci dipinto il suo, dove era un gruppo di cavalieri che combattevano per l'acquisto d'una bandiera. Una delle cose più notabili in questo racconto è il dirsi che Giulio II mandò un uomo apposta a Firenze a richiedere Michelangelo, e condurlo a Roma. Il che non si legge in nessuno de' suoi biografi.
[329.] Allogati a Michelangelo con deliberazione de' 24 di aprile 1503. Ma di queste dodici figure che dovevano andare in Santa Maria del Fiore in luogo delle antiche pitture degli Apostoli fatte da Bicci di Lorenzo, è noto che Michelangelo non ne cominciò che una sola, la quale è il San Matteo, oggi conservata, appena abbozzata, nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.
[330.] Atalante, figliuolo naturale di Manetto Migliorotti fiorentino, nacque nel 1466 e fu scolare di Lionardo da Vinci nel sonare il liuto. Giovanetto di circa sedici anni fu condotto dal Vinci a Milano, allorchè egli andò alla corte di Lodovico il Moro. Atalante fino dal 1513 era uno de' soprastanti alla fabbrica di San Pietro, nel qual ufficio durava ancora nel 1516. Le sue memorie non vanno oltre il 1535.
[331.] Il contratto è dell'8 di luglio 1516, e fu stipulato tra Lionardo Grosso, detto il Cardinale Aginensis, nipote di papa Giulio, e Lorenzo Pucci, cardinale del titolo de' Santi Quattro, esecutori testamentari di papa Giulio, da una parte, e Michelangelo dall'altra; il quale si obbligò di fare la detta sepoltura secondo un nuovo disegno e modello, dentro il termine di nove anni e per il prezzo di sedici mila cinquecento ducati, compresi i 3500 già ricevuti.
[332.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 708. Altra bozza della precedente.
[333.] Vedi quello che intorno a maestro Bernardino è stato detto a pag. 75, [nota] 2, di questa Raccolta.
[334.] Stefano miniatore, andato a Carrara per conto dei marmi delle sepolture medicee.
[335.] Questa bozza di lettera è scritta dietro una di Lionardo sellaio, del 28 dicembre 1523.
[336.] Si chiamava per proprio nome Andrea di Cristofano, e fu famigliare, commensale e calzaiuolo di papa Leone, colla provvisione di sei ducati al mese, accresciuta poi fino a otto e mezzo.
[337.] È scritta dietro il disegno di numero 112.
[338.] Stefano miniatore.
[339.] Di questa lettera, il cui originale è tra gli altri preziosi manoscritti posseduti da Lord Ashburnham, io debbo la copia alla molta cortesia del detto nobilissimo signore, al quale per tanta liberalità non posso fare a meno di rendere qui quelle pubbliche grazie e maggiori che io so.
[340.] Della sepoltura di papa Giulio.
[341.] Il Rettore dell'Arte de' Giudici e Notai.
[342.] Cioè, crediti di Monte.
[343.] A questa rispose il Fattucci con una del 21 di luglio del detto anno dove parla del mandare a Carrara pe' marmi e delle sepolture de' Papi.
[344.] Scritto con matita rossa a grandi lettere.
[345.] Frammento di lettera pubblicato dal Duppa in fac-simile nella Vita di Michelangelo: Londra, 1807, e ristampato da Domenico Campanari nella sua Illustrazione del ritratto di Vittoria Colonna.
[346.] Della sepoltura di papa Giulio.
[347.] In testa di questa lettera si legge di mano di Michelangelo: «A dì 24 dicembre. Copia d'una mandata a ser Giovan Francesco, a Roma nel 1524.»
[348.] Salviati.
[349.] Intendi: della sepoltura di papa Giulio.
[350.] Di questo contratto non si trova lo strumento nell'Archivio Buonarroti, nè altrove, che io sappia.
[351.] Credo il ritratto di esso Anton Francesco, stupenda opera, che oggi si crede perduta; se forse non è quello dipinto da Bastiano, che si vede a' Pitti nella camera della Giustizia sotto il num. 409.
[352.] Di cognome Dini, morto nel sacco di Roma.
[353.] Forse il già detto ritratto dell'Albizzi.
[354.] Copia di mano d'Antonio Mini.
[355.] Dei papi Pio II e Pio III, le quali allora erano in San Pietro, ed oggi si vedono in Sant'Andrea della Valle.
[356.] Di questa lettera è nell'Archivio Buonarroti una bozza della mano di Michelangelo.
[357.] Questa strana idea era veramente venuta in mente al Papa, il quale ne scrisse a Michelangelo e ne fece scrivere dal Fattucci. Ma poi non se ne fece altro.
[358.] Intendi: la porta a San Gallo.
[359.] Era fantasia di Michelangelo, e in questo il Papa s'accordava volentieri, di fare nella Cappella di San Lorenzo sei sepolture: due de' Magnifici, ossia di Lorenzo vecchio e di Giuliano suo fratello; due de' Duchi, Lorenzo d'Urbino e Giuliano di Nemours; e due dei papi, Leone e Clemente. Ma perchè il luogo non pareva tanto capace, e perchè Michelangelo fu dipoi in altri lavori occupato, egli fece solamente le sepolture de' Duchi colle figure sopra i cassoni; e delle tre statue che dovevano andare sull'altare della detta Cappella, abbozzò appena quella della Nostra Donna, e le altre due de' Santi Cosimo e Damiano fece condurre di marmo, secondo il suo disegno, dal Montorsoli. Oltre le figure che dovevano ornare i cassoni per le dette sei sepolture, aveva pensato Michelangelo di porre in terra quelle di quattro Fiumi. Ed un modelletto di terra di uno di questi Fiumi io credo, senza nessun dubbio, che sia quello posseduto dal chiarissimo cav. Emilio Santarelli, scultore fiorentino.
[360.] Pare che in questa lettera si parli del gruppo di Sansone che abbatte un Filisteo, tre anni dopo allogato a Michelangelo, cioè nel luglio del 1528; e che egli non fece. Ebbelo poi a fare il Bandinelli: ed è il gruppo d'Ercole e Cacco, che si vede ancora presso le scale del Palazzo Vecchio.
[361.] In testa della presente lettera è scritto dalla medesima mano di Michelangelo: «Copia d'una mandata a Giovanni Spina, a dì dieci novembre del 1526.»
[362.] È la risposta di Michelangelo alla lettera di ser Marcantonio, che è sotto.
[363.] Questa lettera è importantissima sotto ogni rispetto, conoscendosi chiaramente per essa e dalla bocca medesima di Michelangelo, che egli fuggì di fatto da Firenze, non perchè gli mancasse l'animo a durare nella difesa della patria; ma perchè temè di capitar male per opera de' suoi nemici di dentro.
[364.] Michelangelo il Giovane ha scritto dietro la lettera: «Dettemela non mi ricordo chi: credo il canonico Nori.»
[365.] Pubblicata dal Gaye. Carteggio inedito d'Artisti, ec., tomo III, pag. 373.
[366.] Quando, fuggito da Firenze, fu sul finire del settembre 1529 a Venezia.
[367.] È tolta dal codice autografo delle Poesie di Michelangelo conservato nell'Archivio Buonarroti, ed è scritta sotto il madrigale che comincia: Se 'l fuoco alla bellezza fusse equale.
[368.] A questa lettera Sebastiano rispose a' 25 di marzo del 1532.
[369.] Intendi per conto della sepoltura di papa Giulio, avendone Michelangelo fatta in Roma nuova convenzione cogli agenti del Duca d'Urbino mediante strumento del 29 d'aprile 1532.
[370.] Altra bozza della lettera precedente.
[371.] Forse intende di dire che sarebbe lecito di chiamare amico colui, al quale si è donata la propria amicizia.
[372.] Altra bozza della medesima lettera.
[373.] Francesco di Bernardo Galluzzi fino dal 1525 teneva a pigione una casa in via Ghibellina, che fu già abitazione di Michelangelo, e ne pagava 22 fiorini larghi d'oro in oro l'anno.
[374.] Delle sepolture medicee.
[375.] Questa bozza di lettera pare che sia del 28 luglio 1533, leggendosi in una di Sebastiano del 25 luglio che i detti Madrigali erano stati musicati da Costanzo Festa e dal Concilion, eccellentissimi maestri di quei tempi, e cantori della Cappella papale: de' quali Madrigali aveva Sebastiano dato due copie a messer Tommaso de' Cavalieri.
[376.] Altro principio della precedente lettera.
[377.] Se queste lettere fossero veramente, come appariscono, indirizzate al Cavalieri, noi non sapremmo spiegare certe espressioni usate da Michelangelo; come: Luce del secol nostro unica al mondo: che non ha pari nè simile a sè; anzi rispetto al Cavalieri, giovane ancora, e sebbene non senza qualche ingegno, pure di troppo minore di quelle lodi, esse ci parrebbero non che eccessive, ma ancora strane. Solamente, tenendo che in realtà le lettere, o almeno il loro contenuto, dovessero per mezzo di messer Tommaso essere comunicate alla Vittoria Colonna, quelle espressioni si spiegano. Certo Michelangelo non poteva con verità dire di essere molto inferiore al Cavalieri, come benissimo poteva e con ragione riconoscersi tale appetto alla Colonna. Pure sarà sempre in qualche modo oscuro, come Michelangelo per far conoscere l'affetto suo, che egli non dubita di chiamare grandissimo, anzi smisurato amore, verso quella nobilissima e virtuosa donna, stimasse migliore espediente, almeno in su i principii di quello, di significarlo per lettere scritte ad altri, piuttostochè indirizzate a lei. La quale non si può credere che non accogliesse volentieri le dichiarazioni d'amicizia di Michelangelo; perchè alla Colonna più che le lodi del mondo dovevano fare più dolce forza, e meglio contentare il suo cuore di donna e di letterata, quelle sincere e spontanee del grande artista, al quale avevano portato e portavano altissima reverenza ed amore fino i Papi ed i Monarchi.
[378.] La lettera è stracciata da una parte. A questa rispose l'Angiolini con una sua de' 18 ottobre.
[379.] Sotto Michelangelo stesso vi ha aggiunto: «Copia d'una lettera al Figiovanni il sopradetto dì.»
[380.] Turini da Pescia.
[381.] Partì per Roma sul fine di quel mese.
[382.] È stampata nel libro I a pag. 287 della Nuova scelta di Lettere di diversi nobilissimi ingegni, ec., fatta da messer Bernardino Pino: Venezia, 1574, in-8º. Fu poi ristampata nel vol. II delle Pittoriche: ed è in risposta ad una dell'Aretino del 13 di settembre del detto anno, dove vorrebbe che Michelangelo seguisse un suo concetto circa al modo di rappresentare in pittura il Giudizio.
[383.] È in risposta ad una del Martelli, e si trova copiata nel Libro de' Capitoli dell'Accademia degli Umidi: manoscritto originale nella Nazionale di Firenze, classe VII, codice IV, 2. Si legge ancora tra le Pittoriche, vol. VI, pag. 98 (Edizione del Silvestri): ma oltre essere un po' rammodernata, manca dell'anno e del luogo. Nella stampa la lettera dal Martelli diretta a Michelangelo è del 4 dicembre 1540. Perciò o è sbagliata la data di questa, o di quella di Michelangelo.
[384.] Intendi: Madrigale.
[385.] Giannotti.
[386.] È nel codice autografo delle Poesie di Michelangelo sotto il madrigale: Per c'al superchio ardore.
[387.] Parla della ratificazione del contratto stipulato coll'oratore del Duca d'Urbino a' 20 d'agosto 1542 per conto della sepoltura di papa Giulio II.
[388.] Nel Codice detto, sotto il madrigale: Non è senza periglio Il tuo volto divino.
[389.] Nel Codice detto, sotto la poesia: Spargendo il senso il troppo ardor cocente.
[390.] Arcadelt o Arcadente, musico eccellente fiammingo, il quale, al pari del Festa e del Concilion, aveva messo in musica alcuni madrigali di Michelangelo.
[391.] Da Montauto.
[392.] Bracci.
[393.] Con contratto del 16 di maggio 1542 il Buonarroti aveva allogato a maestro Giovanni de' Marchesi da Saltri, scarpellino abitante in Roma, ed a Francesco d'Amadore detto l'Urbino, suo servitore, il resto del lavoro del quadro della sepoltura di papa Giulio che doveva andare in San Pietro in Vincoli. Ma essendo nata differenza fra maestro Giovanni e Francesco, ed avendo essi di comune consenso ceduto a Michelangelo la detta opera; egli di nuovo la riallogò a loro nel giugno di detto anno, con altri patti e convenzioni. E perchè la differenza che era tra loro consisteva più che in altro nella quantità del lavoro che ciascuno pretendeva di avere fatto in quell'opera, furono chiamati a stimarlo tre maestri, i quali dettero il loro lodo agli otto di luglio seguente. Ma siccome di questo lodo pare che non fossero in tutto rimasti contenti Giovanni e l'Urbino, restando sempre qualche cagione di lite tra loro; così Michelangelo vi mise di mezzo Luigi del Riccio, perchè vedesse modo di accordarli. Il secondo contratto e il lodo sono riferiti dal Gaye nel vol. II del Carteggio inedito, ec., pag. 293 e seg.
[394.] Questo spazio è nell'originale.
[395.] Il foglio è lacero.
[396.] È scritta di mano di Luigi del Riccio, e trovasi nel codice 303 della classe XXXVII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Fu pubblicata dal Gaye nel vol. II del Carteggio inedito, ec., pag. 297.
[397.] Nell'occhietto: «1542. Copia d'una scritta data messer Michelagnolo Buonarroti a messer Piergiovanni, guardaroba di Nostro Signore, a dì 20 di luglio 1542.»
[398.] Aliotti, guardaroba del Papa, e vescovo di Forlì.
[399.] Questa lettera, nella quale Michelangelo dà un minuto ragguaglio delle cose che gli accaddero per conto della sepoltura di papa Giulio II, si trova in copia, forse di mano di Luigi del Riccio, nel cod. 1401 della cl. VIII della Biblioteca Nazionale di Firenze. Essa fu pubblicata per la prima volta da Sebastiano Ciampi (Firenze, Passigli, 1834, in-8º), e poi ristampata nel Commentario alla Vita di Michelangelo Buonarroti, vol. XII, pag. 312, dell'Opera del Vasari, edita in Firenze dal Le Monnier. Il Ciampi, mancando la lettera di data, argomentò che fosse stata scritta tra il 1535 e il 1536; ma è chiaro per certissimi riscontri che essa è dell'ottobre 1542. Quanto al Monsignore, al quale pare che sia indirizzata, fu congetturato che fosse Marco Vigerio, vescovo di Sinigaglia, stato mediatore tra Michelangelo e il Duca d'Urbino, perchè questi si risolvesse a mandare la desiderata ratificazione del contratto stipulato in Roma a' 20 d'agosto 1542, per la sepoltura suddetta. Forse potrebbe essere il cardinale Ascanio Parisani, il quale per commissione del Papa aveva scritto al Duca, perchè désse qualche assetto alla faccenda di Michelangelo. Ma forse questa lettera fu scritta ad uno de' tanti prelati che erano nella Corte di Paolo III; forse fu data allo stesso Del Riccio, perchè poi la leggesse al Papa. Non è poi dubbio che essa non fosse veramente dettata da Michelangelo, apparendovi manifesta la forma che egli soleva dare a' suoi pensieri; e che solamente al copiatore, cioè al Del Riccio, si possono attribuire certe dichiarazioni oziose ed inutili, le quali misero in sospetto il Gaye della sua autenticità.
[400.] È quello del 29 d'aprile 1532.
[401.] Giovanmaria Della Porta, che ebbe parte principale nella stipulazione di quel contratto.
[402.] Francesco Maria Della Rovere.
[403.] Girolamo Tiranno.
[404.] Creato vescovo di Corsica nel dicembre del 1520.
[405.] Manca nel codice questo in necessario.
[406.] Cioè, il contratto del 20 d'agosto 1542.
[407.] Di questi tre Brevi non si conosce che quello degli 8 luglio 1506, col quale Michelangelo è invitato a ritornare a Roma, assicurandolo che non sarebbegli dato molestia.
[408.] Copia di Luigi del Riccio.
[409.] Forse Tommaso Cortesi da Prato.
[410.] Federigo Cesi, poi cardinale di San Pancrazio.
[411.] Copia di mano di Luigi del Riccio.
[412.] Montemelini, perugino.
[413.] In questa lettera si parla della fortificazione di Borgo ordinata da papa Paolo III, per la quale fu richiesto il consiglio di molti uomini intendenti della materia, tra i quali Michelangelo. Il capitano Montemelini era d'un parere, e d'un altro Iacopo Castriotto. Michelangelo, per quanto apparisce, si accostava all'opinione di quest'ultimo, che fu poi seguitata dal Papa.
[414.] Questa lettera, che certamente è scritta a papa Paolo, sebbene manchi d'indirizzo, parla del cornicione del Palazzo Farnese, per il quale fu disputa tra Michelangelo e il Sangallo, architetto di quello. È noto che al Papa piacque sopra gli altri il modello fatto dal Buonarroti, secondo il quale fu poi costruito il detto cornicione. Che questa lettera sia veramente scritta dalla mano di Michelangelo, non ci pare da mettere in dubbio; solamente dubitiamo che non sia stata composta da lui, parendoci d'una forma spesso non solo diversa da quella di Michelangelo, ma ancora dalla toscana.
[415.] Era stato gravemente ammalato in casa degli Strozzi, e già era corsa voce che egli fosse morto.
[416.] Rontini, medico.
[417.] Mercanti fiorentini nel Banco degli Strozzi in Roma.
[418.] Questa stessa fu pubblicata dal Gaye, Carteggio inedito, ec., vol. II, da una copia di mano di messer Luigi del Riccio, che è tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.
[419.] Dall'autografo delle Poesie, sotto il madrigale: S'è ver come che dopo il corpo viva.
[420.] Giannotti, il quale fece tre sonetti in morte di Cecchino Bracci, che sono stampati nella edizione delle sue Opere politiche e letterarie, fatta in Firenze da L. F. Polidori, coi tipi del Le Monnier nel 1850. De' tre, quello che a Michelangelo pareva il più bello, come pare anche a noi, è il sonetto che comincia: Messer Luigi mio, di noi che fia.
[421.] Pubblicata anche questa dal Gaye, Op. cit., traendola da una copia di mano di Luigi del Riccio, che è tra i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Firenze.
[422.] Dall'autografo delle Poesie, sotto il madrigale che comincia: Non può per morte già chi qui mi serra. Questo madrigale o epitaffio fu fatto con molti altri dal Buonarroti per Cecchino di Zanobi Bracci, fiorentino, giovanetto bellissimo, grandemente amato dal Del Riccio suo parente e da Michelangelo, e morto di sedici anni in Roma l'otto di gennaio 1545. Volle il Del Riccio fargli un deposito di marmo, e Michelangelo a sua preghiera ne diede il disegno. I madrigali in lode del Bracci si leggono nella bellissima edizione di tutte le Poesie del Buonarroti, fatta, secondo gli autografi, in Firenze nel 1863, dal mio carissimo amico e collega cav. Cesare Guasti. In questa lettera il Buonarroti spiega il concetto del madrigale suddetto.
[423.] Sotto la poesia: Dal Ciel fu la beltà mia diva e 'ntera.
[424.] Lunghezza chiamavasi una villa posseduta dagli Strozzi nelle vicinanze di Roma.
[425.] Sotto la poesia: Nella memoria delle cose belle; nel detto codice delle Poesie.
[426.] Nel detto codice autografo delle Poesie, sotto il madrigale: Non sempre al mondo è sì pregiato e caro.
[427.] Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzino, uccisore del duca Alessandro, e Roberto degli Strozzi, fratello di Pietro e di Leone.
[428.] Della sepoltura di papa Giulio.
[429.] È copia di mano di Luigi del Riccio. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 305.
[430.] La Cappella Paolina.
[431.] Dal detto codice delle Poesie, sotto il sonetto: Per esser manco almen, Signora, indegno.
[432.] Pubblicata nelle Lettere pittoriche, vol. I, pag. 9; ma quivi è indirizzata a un signor Marchese. Nell'Archivio Buonarroti è una copia tratta dal codice Vaticano delle Poesie, secondo la quale si dà la presente.
[433.] Il Condivi e il Vasari parlano del disegno di un Crocifisso fatto da Michelangelo per la Colonna, che si dice conservarsi ora nella Galleria di Oxford. E da una lettera della stessa Colonna, apparirebbe che Michelangelo, oltre il disegno, le dipingesse ancora un quadro col medesimo soggetto.
[434.] Cavalieri.
[435.] Veramente lo perdè un anno dopo. Vedi a questo proposito quel che è stato detto nella [nota] alla lettera CLXXIX di questa Raccolta.
[436.] Bracci. Esso fu sepolto in Santa Maria in Aracœli con questo epitaffio: Francisco · Braccio · Florentino · nobili adolescenti · immatura morte · prærepto · anno agenti XVI · die VIII · Januarii · MDXLV.
[437.] A proposito delle possessioni de' Corboli offerte in compera a Michelangelo, vedi le sue lettere al nipote Lionardo sotto i numeri [CLXI], [CLXIII] e [CLXIV] di questa Raccolta.
[438.] È in risposta ad una di Francesco I, re di Francia, dell'otto di febbraio 1546, stata più volte pubblicata, cioè: nel 1823 a Roma dal De Romanis nell'opuscolo per le nozze Cardinali-Bovi, intitolato: Alcune Memorie di Michelangelo Buonarroti da' Manoscritti. Poi dal barone Alfredo Reumont nell'operetta: Ein Beitrag zum Leben Michelangelo Buonaroti's: Stuttgart, 1834; quindi in fac-simile dall'Artaud, nell'opera: Machiavel, son génie et ses erreurs: Paris, 1835, vol. II, pag. 252. In terzo luogo nel Catalogue du Musée Wicar à Lille, stampato nel 1856; nel qual Museo se ne conserva l'originale. E finalmente da Eugenio Piot, insieme con molte altre lettere, nel Cabinet de l'Amateur: Année 1861 et 1862, pag. 151. Ma il re Francesco non ebbe tempo di veder soddisfatto questo suo desiderio, perchè si morì l'anno seguente, nè forse Michelangelo avrebbe potuto attenere le sue promesse, essendo stato creato poco dopo Architetto di San Pietro.
[439.] Parlasi in questa lettera della stampa d'una pittura di Michelangelo. Forse è il Giudizio della Sistina intagliato da Enea Vico, forse è una delle stampe di Giulio Bonasone.
[440.] Il presente ordine di pagamento si trova nell'Archivio di Santa Maria Nuova di Firenze: Eredità Galli-Tassi: Carte degli Ulivieri.
[441.] Sotto la lettera è scritto: «Noi Bartolomeo Bettini e compagni abiamo ricevuto da Benvenuto Ulivieri e compagni scudi sesanta sei d'oro in oro, e' quali ci pagono per messer Michelagnolo Buonaroti Simoni, e sono per la paga di gennaro e febraro e marzo prossimi passati del suo Notariato di Romagnia: auti contanti questo dì 26 d'aprile 1549 a messer Piero Nannucci .... scudi 66 d'oro in oro.
»E addì xiii di giugno, scudi quaranta quatro di giuli X per ducato auti contanti per le paghe d'aprile e maggio .... sc. 44.
»E addì xj di dicembre, scudi quaranta quatro di giuli auti contanti per le paghe di giugno e luglio .... sc. 44.»
[442.] È copia del tempo, e Michelangelo il Giovane scrisse dietro: «Dettemela il cav. Pierantonio di Giulio de' Nobili.» Questa lettera, oltre la stampa fattane in Firenze dal Varchi nel 1549 e poi in Venezia nel 1564 dall'Aldo, si legge ancora nelle Pittoriche, vol. I, pag. 9.
[443.] Risponde alla questione sorta allora quale delle due arti, la Scultura e la Pittura, fosse più nobile. Il Varchi, avuto il parere di varii artisti, stampò il Libretto intitolato: Due lezioni di messer Benedetto Varchi: nella prima delle quali si dichiara un Sonetto di messer Michelagnolo Buonarroti; nella seconda si disputa quale sia più nobile arte, la Scultura o la Pittura: con una lettera d'esso Michelagnolo, et più altri eccellentissimi pittori et scultori sopra la questione sopradetta. — In Fiorenza, appresso Lorenzo Torrentino, impressor ducale. MDXLIX, in-8º.
[444.] Stampata nelle Pittoriche, vol. V, pag. 48.
[445.] Il Libretto di Benedetto Varchi, già citato, col Commento sopra il sonetto di Michelangelo: Non ha l'ottimo artista alcun concetto.
[446.] Fu pubblicata dal Gaye, Opera citata, vol. II, pag. 426, e dal Gualandi nel vol. I, pag. 21, della Nuova Raccolta di Lettere sulla pittura, scultura ed architettura. Bologna, 1844, in-8º.
[447.] Intendi: le sue Poesie.
[448.] Seconda minuta della precedente.
[449.] Cioè, le sue Poesie.
[450.] Terza minuta della medesima lettera.
[451.] Intendi: il detto Commento al suo sonetto.
[452.] Dal codice citato delle Poesie.
[453.] Cioè, Poesie.
[454.] Le lettere di Michelangiolo a Giorgio Vasari sono riferite nella Vita del Buonarroti, scritta dal Biografo aretino, e nelle Pittoriche. Noi le ristampiamo più corrette ed intere, servendoci di una copia che a' nostri giorni era in mano del cav. Bustelli, stata già fatta da Michelangelo il Giovane sugli originali di esse lettere, possedute allora dal cav. Giorgio Vasari il Giovane.
[455.] Papa Giulio III si era vòlto a fare in San Pietro a Montorio una cappella di marmo con due sepolture: l'una per il cardinale Antonio Del Monte suo zio, e l'altra per Fabiano suo avolo. Il Vasari ne aveva fatti disegni e modelli, e l'opera delle sepolture era stata allogata all'Ammannato, contentandosene Michelangelo, al quale era data la cura del tutto.
[456.] Cioè, della cappella e sepolture in San Pietro a Montorio che lavorava l'Ammannati.
[457.] Ammannato.
[458.] Così chiamava Michelangelo il vescovo Aliotti.
[459.] Frammento di lettera che si legge riportato da Benvenuto Cellini nella propria Vita; che poi di nuovo fu pubblicato nel Giornale Arcadico di Roma, tomo LVII, pag. 301, e ultimamente dal Moreni nell'Illustrazione storico-critica d'una rarissima Medaglia rappresentante Bindo Altoviti: opera di Michelangelo Buonarroti. Stampata in Firenze, per il Magheri, 1824, in-8º.
[460.] Di questo ritratto bellissimo di bronzo parla il Cellini nella detta sua Vita. Al tempo del Moreni era ancora nelle case degli Altoviti a piè di Ponte Sant'Angelo di Roma.
[461.] Il primo figliuolo nato a Lionardo suo nipote.
[462.] Colla lettera era il sonetto che comincia: Giunto è già il corso della vita mia.
[463.] La pubblicò molto inesattamente per il primo il Bottari, ed è nel vol. VI delle Pittoriche, pag. 40. Egli disse di averla tratta dall'originale presso gli eredi di Michelangelo, senza potere scoprire a chi fosse indirizzata. Ma che sia l'Ammannato non si può dubitare.
[464.] Questo che segue manca in tutte le stampe.
[465.] Delle lettere di Michelangelo al Vasari questa è pubblicata ora per la prima volta. Si trova copiata ancora nel codicetto intitolato: Copia di Poesie di Michelagnolo.
[466.] Anche questa era inedita.
[467.] Marinozzi da Ancona.
[468.] Con le parole che seguono, principia il Vasari un'altra lettera di Michelangelo a lui.
[469.] Morì a' 3 di dicembre 1555. Vedi la lettera [CCLXXXIV] di questa Raccolta.
[470.] Quel che segue non è nello stampato.
[471.] Cellini.
[472.] Anche questa è inedita.
[473.] Peruzzi, architetto del Papa.
[474.] La tavola commessa al Vasari da papa Giulio III per una cappella del Vaticano. La qual tavola, perchè non gli era stata pagata, fu poi per ordine di Pio IV fatta restituire al Vasari, e da lui mandata ad Arezzo e messa nella Pieve.
[475.] Il libretto mandato da Cosimo Bartoli a Michelangelo ha questo titolo: Difesa della lingua fiorentina e di Dante, con le regole di far bella e numerosa la prosa: Firenze, 1566, in-4º. È opera di Carlo Lenzoni, ma avendola per morte lasciata imperfetta, fu terminata dal Giambullari: morto il quale, pervenne alle mani del Bartoli, che la mise in stampa, dedicandola al duca Cosimo.
[476.] Michelangelo discorre di questa sua fermata nelle montagne di Spoleto, essendo in cammino per Loreto, in una lettera al nipote Lionardo del 31 d'ottobre 1556. Pare che dimorasse colà circa 40 giorni.
[477.] Si legge nel vol. I, pag. 13, delle Pittoriche.
[478.] Figlioccio di Michelangelo.
[479.] È inedita nel Carteggio del duca Cosimo, Filza 460; ed è in risposta ad una del Duca dell'otto di maggio 1557, che si legge nel vol. II, pag. 418, del Carteggio inedito d'Artisti, ec., del Gaye.
[480.] Malenotti.
[481.] Questo modello di legname è nell'Archivio della Fabbrica di San Pietro.
[482.] Il cardinale Rodolfo Pio da Carpi.
[483.] È in risposta ad una del Vasari dell'otto di maggio, che si legge nelle Pittoriche, vol. I, pag. 6, ripetuta nel vol. VIII, pag. 45.
[484.] Quel che segue non si legge nelle stampe passate.
[485.] Realdo Colombo, medico celebre.
[486.] Papa Clemente morì a' 25 di settembre 1534. Michelangelo dunque giunse in Roma a' 23 del detto mese. Ma certamente questa sua andata colà fu per pochi giorni, e anticipò di tre mesi l'ultima, la quale fu sul finire del dicembre di quell'anno medesimo, come per altri riscontri si può conoscere.
[487.] Crede Michelangelo il Giovane che qui manchi una parola, forse scusa; ma pare che, anche senza questa, il discorso torni.
[488.] Qui manca qualcosa, forse: non si doveva mai pigliare, o c'è di più la parola ma.
[489.] Le parole che seguono non sono negli stampati.
[490.] Quel che segue non è nelle stampe.
[491.] Stampata nelle Pittoriche, vol. I, pag. 4. Ma quivi la data è sbagliata, come nel Vasari.
[492.] Quel che segue manca nelle stampe. Traggo questa aggiunta, come alcune correzioni nel corpo della lettera, da una copia contemporanea che è presso il cav. Giuseppe Palagi.
[493.] Nonostante le spiegazioni da Michelangelo date al Vasari, ed il modelletto di terra mandato all'Ammannato, pure bisogna dire che la scala della Libreria di San Lorenzo, come oggi si vede, riuscì cosa alquanto lontana dal concetto e dalla intenzione del Buonarroti.
[494.] Da una copia già presso il cav. Bustelli.
[495.] Pare che fino dal 1549 Michelangelo fosse stato richiesto circa la forma della scala della Libreria. In una lettera di Lelio Torelli a Pier Francesco Riccio, maggiordomo del duca Cosimo, scritta di Firenze il 20 gennaio 1549 (1550), si dice: Io mando alla Signoria vostra una lettera di Michelangelo, ch'io m'havea proposto di ragionarli sopra la scala della Libreria di San Lorenzo; che havendo inteso che era così bella et nuova inventione, et che quella che hora si disegnava non riusciva, pensandomi che la Signoria vostra potesse cavar qualche costrutto di questa consideratione, mi feci dar questa lettera da ser Giovanfrancesco (Fattucci): la qual, come harà vostra Signoria operato, li piacerà rimandarmi; et della cosa farà quanto le piacerà. So che non propongo cosa ch'Ella non sappia, ma quando morì l'Ansuino (Andrea Sansovino) in quelle stanze era il modello di detta scala, et intendo ch'erano lavorate tutte le pietre, excetto il primo scaglione. (Archivio di Stato in Firenze, Carteggio di Pier Francesco Riccio, Filza 7ª).
[496.] Sta nel vol. I, pag. 10, delle Pittoriche, e fu ripubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 18, secondo l'originale che è nel Carteggio del duca Cosimo de' Medici, Filza 482, carte 2.
[497.] De' cinque che ne fece, mandò quello scelto da' Deputati al Duca in Firenze, per mezzo di Tiberio Calcagni. Ma la chiesa de' Fiorentini fu poi fatta col disegno di altri.
[498.] Pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25. L'originale sottoscritto solamente dalla mano di Michelangelo si trova nella Filza 483, carte 797, del Carteggio del duca Cosimo.
[499.] Si trova nella Filza 484 del detto Carteggio del duca Cosimo: è scritta da altra mano, forse da Daniello Ricciarelli, e sottoscritta da Michelangelo. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. III, pag. 25.
[500.] Il Vasari dipinse la Genealogia degli Dei nelle stanze nuove del Palazzo Vecchio, che rispondono dalla Loggia del Grano.
[501.] La Sala detta de' 500.
[502.] Pubblicata nelle Pittoriche, vol. I, pag. 11; ma senza indicazione di data e coll'indirizzo al duca Cosimo. Circa la data, si congettura il 1560; potendo benissimo essere di qualche altro anno indietro: e circa alla persona, vedendo che è scritta ad un Monsignore, si può con ragione supporre che sia il cardinale Rodolfo Pio da Carpi, il quale si sa che fu uno de' deputati sopra il governo della Fabbrica di San Pietro. E questa lettera, o meglio spiegazione, pare che fosse dettata dal Buonarroti per risposta ad un qualche dubbio statogli mosso circa alcuna parte del suo lavoro.
[503.] Questa lettera fa pubblicata dal Fea secondo l'originale, che egli non dice da chi posseduto, nell'operetta intitolata: Notizie intorno a Raffaele Sanzio da Urbino, ec. Roma, Poggioli, 1822, in-8º.
[504.] Questo Pier Filippo fu per qualche tempo uno de' tutori di Michelangelo e di Francesco, figliuoli pupilli dell'Urbino.
[505.] La vedova dell'Urbino, figliuola di Guido da Colonnello, la quale nell'anno dopo si rimaritò al dottor Giulio Brunelli da Gubbio.
[506.] Questa bozza di lettera non è di mano di Michelangelo.
[507.] È tra le Pittoriche, nel vol. VI, pag. 43; noi la ripubblichiamo secondo una copia contemporanea.
[508.] A lui donò Michelangelo la Pietà che ruppe, che oggi è nel Duomo di Firenze.
[509.] Non è di mano di Michelangelo, e trovasi scritta nel foglio bianco di una lettera del Vasari a Michelangelo, de' 4 di novembre 1561.
[510.] Cesare da Castel Durante, uno de' soprastanti alla Fabbrica di San Pietro. A costui l'otto di agosto 1563, essendo a San Pietro, furono date tre pugnalate, per le quali in breve si morì.
[511.] Pier Luigi Gaeta, che il Vasari dice giovane, ma sufficientissimo, al quale accadde, nel 1561 essendo mandato da Michelangelo a cambiare certi ducati d'oro vecchi, di esser preso e messo in prigione per sospetto che avesse avuto mano nel furto di un gran tesoro trovato in que' giorni nella vigna di Orazio Muti.
[512.] A proposito di questa pittura, per mostrare come Michelangelo, contro l'opinione d'alcuni, la cominciasse veramente nel maggio di quell'anno, ci pare opportuno di riferire il presente documento:
«A nome di Dio a dì 11 di magio 1508.
»Io Piero di Iacopo Roselli maestro di murare òne ricevuto ogi questo dì 11 magio deto di sopra, da Michelagnolo Bonaroti iscultore, ducati dieci d'oro di camera per parte di isciarvare (scialbare) la vòlta di papa Sisto in ne la cappella, e ariciare e fare quelo bisognerà: che fane fare papa Giulio. E per fede del vero òne fato questa di mia propria mano questo dì sopradeto duc. 10 d'oro di camera.
»A dì 24 di magio ducati quindici d'oro di camera ebi a dì deto e per lui da Francesco Granaci contanti duc. 15 d'oro di cam.
»E a dì 3 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.
»E a dì 10 di gugnio ducati dieci d'oro di camera per lui da Francesco Granaci ebi contanti duc. 10 d'oro di cam.
»E a dì 17 di Iulio ducati dieci d'oro di camera ebi contanti da Michelagnolo detto duc. 10 d'oro di cam.
»E a dì 27 di Iulio ducati trenta d'oro di camera per resto di ponte e de l'ariciato e di quelo òne fato insino a questo dì duc. 30 d'oro di cam.»
[513.] Francesco Alidosi, vescovo di Pavia.
[514.] Per mostrargli il modo del lavorare in fresco e d'aiutarlo.
[515.] Pietro d'Urbano da Pistoia.
[516.] Intendi: la sepoltura di papa Giulio.
[517.] Pubblicato la prima volta col fac-simile in litografia nel Giornale storico degli Archivi toscani, anno I, pag. 50. Firenze, Cellini, 1857, in-8º.
[518.] Fancelli detto il Zara, del quale è stato parlato altra volta.
[519.] Cioè, Pietro Urbano da Pistoia.
[520.] Questi Ricordi sono scritti da Pietro Urbano.
[521.] Il detto Fancelli.
[522.] Di mano di Michelangelo.
[523.] Questo conto fanno i cavatori.
[524.] Questi che seguono sono di mano di Pietro d'Urbano.
[525.] Pubblicato dal suo originale nel Giornale, ec.
[526.] Il Contratto è del 15 di marzo 1518.
[527.] Anche questo è stampato nel detto Giornale, ec.
[528.] L'Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze.
[529.] Filippo di Bertocco, di Giorgio da Cagione, scarpellino, che abitava in Pietrasanta.
[530.] Forte Carretto a due ruote, detto anche nizza.
[531.] Domenico di Giovanni Bertini detto Topolino.
[532.] Rogato il 29 d'ottobre 1518.
[533.] Di qui scrive Michelangelo.
[534.] Donato Benti, scultore fiorentino.
[535.] Comprò questo sito in Via Mozza o di San Zanobi per farvi una stanza da lavorare i suoi marmi.
[536.] Questo Federigo Frizzi, scultore fiorentino abitante in Roma, racconciò e messe su nella chiesa della Minerva la figura di Cristo, stata guasta da Pietro Urbino.
[537.] Ferrucci.
[538.] Modesti.
[539.] Giovanni. Erano denari della provvisione che gli faceva pagare papa Clemente.
[540.] Queste prime partite del 4 d'aprile sono d'altra mano; quel che segue è scritto da Michelangelo.
[541.] Giovanni di Baldassarre, orefice, detto il Piloto. Lavorò per la Sagrestia di San Lorenzo la palla faccettata della cupola, e per la casa de' Medici in Via Larga fece una gelosia di rame traforata a una finestra inginocchiata disegnata da Michelangelo. Morì di ferite nel 1536.
[542.] Intendi: il gruppo della Madonna con Gesù bambino, e Sant'Anna che è nella chiesa d'Or San Michele.
[543.] Buonarroto, fratello di Michelangelo, morì di peste a dì 2 di luglio 1528.
[544.] Intendi: che abitava nella Via degli Alberighi.
[545.] Montigiani.
[546.] Bartolommea Della Casa.
[547.] Da Panzano, madre di Antonio Mini che stava con Michelangelo.
[548.] Per sospetto che anch'essi fossero ammorbati.
[549.] Buonarroto lasciò tre figliuoli: Lionardo, Simone e Francesca. Simone morì fanciullo.
[550.] Questo conto di spese è in un foglio, dove Michelangelo aveva principiato una lettera in questo modo: «Honorando mio maggiore. In Venezia oggi questo dì dieci di settembre.»
La data del principio della lettera fa supporre che due sieno state le gite di Michelangelo a Venezia: l'una sul finire dell'agosto 1529, partendosi da Ferrara dove era stato mandato a vedere le fortificazioni; e l'altra quando fuggì da Firenze il 21 di settembre. Il conto delle spese riguarda questa seconda gita, essendovi nominati il Corsini, il Mini e il Piloto, che gli furono compagni.
[551.] Questo Ricordo è scritto da Francesco Granacci.
[552.] Il Podere di Pozzolatico.
[553.] Cioè, la Madonna nella sepoltura di papa Giulio in San Pietro in Vincola. Sandro detto lo Scherano fu de' Fancelli da Settignano, e nacque da Giovanni di Sandro scultore, fratello di Domenico detto il Zara.
[554.] Ebbe il provento di questo ufficio di Rimini, dopo che perdè l'altro del passo del Po di Piacenza.
[555.] Fu eletto papa col nome di Paolo IV, il 23 di maggio 1555.
[556.] I Ricordi per tal conto vanno fino al luglio del 1563.
[557.] Giovanni della Groslaye, francese, cardinale del titolo di Santa Sabina e chiamato il Cardinale di San Dionigi.
È noto che il gruppo della Pietà stette dapprima nella cappella di Santa Petronilla del vecchio San Pietro, e che poi rovinata la detta cappella nella riedificazione di quel tempio, fu trasportato nell'altra detta della Madonna della Febbre, dove ancora si vede. Michelangelo per provvedere il marmo che gli bisognava, fu senza dubbio a Carrara; e di queste, che furono forse le sue prime gite colà, abbiamo la prova nelle seguenti due lettere del Cardinale suddetto: l'una agli Anziani di Lucca, pubblicata dal marchese Campori nelle Notizie biografiche degli Artisti della provincia di Massa: Modena, Vincenzi, 1874, in-8º, e l'altra, fino ad ora inedita, alla Repubblica di Firenze.
(Archivio di Stato in Lucca.)
«Magnifici ac potentes Domini tanquam fratres honorandi. — Novamente ci semo convenuti con maestro Michele Angelo di Ludovico statuario fiorentino presente latore, che ei faccia una pietra di marmo, cioè una Vergine Maria vestita con Cristo morto, nudo in braccio, per ponere in una certa Cappella, quale noi intendemo fondare in S. Piero di Roma nel luocho di Sancta Peronella; et conferendosi lui al presente lì in quelle parti per far cavar et condurre qui li marmi a tale opera necessarij, noi confidentemente preghiamo le Signorie vostre a nostra comtemplatione li prestino ogni aiuto et favore per tal cosa, come da lui più a pieno gli sarà exposto: il che tutto reputaremo esser fatto in noi propio come in verità sarà facto: et di tal benefitio non ci scorderemo: ma achadendo che mai possiamo riservire le Signorie vostre in cosa alchuna per effecto, intenderano quanto questo haveremo hauto accepto et grato. Bene valete.
«Rome, die xviii novembris 1497.
«Io: tituli Sancte Sabine
presbiter Cardinalis
Sancti Dionisij, ec.»
(Archivio di Stato in Firenze.)
«Excelsi ac potentes Domini tanquam fratres precipui, salutem. — Per che intendemo esser impedito a Carrara uno nostro; quale havemo mandato lì per cavare marmi et farli condure a Roma per une certa opera che intendemo domino concedente far fare in una nostra cappella in S. Piero di Roma, ricurremo a le Signorie Vostre, pregandole vogliano scrivere per tal modo al Marchese di quello luoco, al quale etiam noi scrivemo, che mediante el conveniente prezo da pagarsi per dicto nostro, ogni impedimento rimoto, li lassi cavare et trasportare dicti marmi, et si degni prestarli ogni aiuto, non sia per alcuno modo turbato, o vero in longo detenuto. Il che certamente haveremo da le Signorie Vostre a gratia singulare. Et a li suoi beneplaciti sempre ce offerimo. Bene valete.
Rome, die vij aprilis 1498.
M. Saxoferratensis.»
Da queste lettere si rileva che il lavoro era già cominciato da Michelangelo circa un anno innanzi alla presente allogazione.
[558.] Si vede che questa dichiarazione fu fatta da Michelangelo sopra la bozza della scritta passata tra lui e il Cardinale per quest'opera innanzi la definitiva allogazione di essa.
[559.] Questo contratto, tolto dai Rogiti di ser Francesco da Montalcino nell'Archivio de' Contratti di Siena, fu impresso la prima volta nel vol. III, pag. 19, dei Documenti per la storia dell'Arte senese, raccolti ed illustrati dal dott. Gaetano Milanesi. Siena, Porri, 1856, in-8º.
[560.] Andrea Fusina milanese, che aveva dato il disegno della Cappella, e lavoratone il quadro e gli ornamenti.
[561.] È questi lo scultore fiorentino, che fu emulo del Buonarroti.
[562.] Esiste questo strumento tra i Rogiti del Ciampelli nell'Archivio generale de' Contratti di Firenze. Noi non abbiamo creduto di riferirlo, perchè in pochi particolari differisce da quello che si leggerà più innanzi, rogato da ser Lorenzo Violi sotto il dì 11 ottobre 1504.
[563.] Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore: Deliberazioni degli Operai dal 1496 al 1507, c. 186. Fu pubblicato dal Gaye: Carteggio inedito d'Artisti, vol. II, pag. 454. Fino dal 2 di luglio del medesimo anno gli Operai avevano pensato a far finire la statua rimasta nell'Opera male abbozzata e guasta da maestro Agostino di Antonio di Duccio, al quale l'avevano allogata il 16 d'aprile 1463; come si rileva da questa deliberazione: «Operarii deliberaverunt quod quidam homo ex marmore vocato David male abozatum et sculptum existentem in curte dicte Opere, et desiderantes talem gigantem erigi, et elevari in altum per magistros dicte Opere in pedes stare, ad hoc ut videatur per magistros in hoc expertos, si possit absolvi et finiri.» (Libro cit., a carte 36.)
Insieme coll'allogazione della statua del David mi pare che importi di ripubblicare ancora il Parere dei principali artisti di Firenze, chiamati a proporre il miglior luogo da darsi alla detta statua. Questo Parere fu già pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 455; ma ora si dà più corretto ed intiero. A questo faranno seguito altri documenti che si riferiscono alla stessa materia.
«Die 25 mensis ianuarii 1503 (s. c. 1504).
»Prefati Operarii — viso qualiter statua vel seu David est quasi finita; et desiderantes eam locare et eidem dare locum commodum et congruum, et tale locum tempore quo debet micti et mictenda est in tali loco, esse debere locum solidum et resolidatum, ex relato Michelangeli, magistri dicti Gigantis, et Consulum Artis Lane; et desiderantes tale consilium mitti ad effectum et modum predictum; omni modo — deliberaverunt — convocari et coadunari ad hoc ut eligatur dictus (locus) infrascriptos homines et architectores — et quorum nomina sunt ista — et vulgariter notata — et eorum dicta adnotavi de verbo ad verbum:
»Andrea della Robbia
»Betto Buglioni [Benedetto di Giovanni Buglioni, scultore e maestro di terre cotte invetriate. Nacque nel 1469, e morì nel 1521.]
»Giovanni Cornuole [Giovanni di Lorenzo dell'Opere detto delle Corniuole. È celebre il ritratto in corniuola del Savonarola fatto da lui. Morì nel 1516.]
»Vante miniatore [Vante o Attavante di Gabbriello Attavanti, nato in Firenze nel 1452. Viveva ancora nel 1512.]
»L'Araldo di Palazzo [Francesco di Lorenzo Filareti.]
»Giovanni piffero [Cellini, padre di Benvenuto.]
»Lorenzo della Golpaia [L'autore del celebre Orologio, o meglio Planisferio.]
»Bonaccorso di Bartoluccio [Ghiberti.]
»Salvestro gioielliere [Del Lavacchio.]
»Michelangelo orafo [Bandinelli, padre di Baccio, scultore.]
»Cosimo Rosselli
»Guasparre orafo [Guasparre di Simone Baldini, padre di Bernardone, orafo.]
»Lodovico orafo e maestro di getti [Lodovico di Guglielmo Lotti, padre di Lorenzetto, scultore.]
»El Riccio orafo [Andrea di Giovanni, detto il Riccio.]
»Gallieno ricamatore [Gallieno di Mariano.]
»David dipintore [Del Ghirlandaio.]
»Simone del Pollaiuolo [Il Cronaca, architetto.]
»Philippo di Philippo dipintore [Filippino Lippi, pittore.]
»Sandro di Botticello pittore
»Giovanni alias vero Giuliano et
»Antonio da San Gallo
»Andrea da Monte a San Savino pittore (sic)
»Chimenti del Tasso [Clemente di Francesco del Tasso, legnaiuolo.]
»Francesco di Andrea Granacci
»Biagio pittore [Biagio d'Antonio Tucci.]
»Pietro di Cosimo pittore
»Lionardo da Vinci
»Pietro Perugino in Pinti pittore
»Lorenzo di Credi pittore
»Bernardo della Ciecha legnaiuolo. [Bernardo di Marco Renzi, intagliatore ed architetto, detto della Cecca, perchè discepolo di Francesco d'Agnolo, chiamato la Cecca, ingegnere famoso. Morì nel 1529.]
(In margine è scritto):
»Baccio d'Agnolo legnaiuolo, Giovanni piffero e fratello: ma questi non furono richiesti nè vennono.
»Francesco da Settignano [Francesco di Stoldo Fancelli.], Chimenti scultore [Clemente di Taddeo da Santa Maria a Pontanico.].
»Iacopo legnaiuolo da Santa Maria in Campo, Gio. Francesco sculptore [Rustici.].
»Questi sono arroti e non furono invitati per errore.
»Comparuerunt dicti omnes supranominati in audientia dicte Opere et tanquam moniti et advocati a dictis operariis ad perihendum et deponendum dictum et voluntatem, et locum dandum ubi et in quo ponenda est dicta statua; et primo narrando de verbo ad verbum que retulerunt ex ore proprio vulgariter:
»Maestro Francesco, araldo della Signoria. Io ho rivolto per l'animo quello che mi possa dare el iuditio: havere due luoghi dove può sopportare tale statua: el primo dove è la Iuditta; [La Giuditta di bronzo di Donatello.] el secondo el mezo della corte del Palagio dove è il David primo;[Il David di bronzo del Verrocchio.] perchè la Iuditta è segno mortifero: e non sta bene, havendo noi la ✠ per insegnia et el giglio; non sta bene che la donna uccida l'uomo, et maxime essendo stata posta con chattiva chostellatione; perchè da poi en qua siete iti di male in peggio et perdèsi Pisa. Et David della Corte è una figura e non è perfetta, perchè la gamba sua di drieto è sciocha. Pertanto io consiglierei che si ponesse questa statua in uno de' due luoghi; ma più tosto dovè è la Iuditta.
»Francesco Monciatto, legnaiuolo, rispose et disse: Io credo che tutte le cose che si fanno si fanno per qualche fine; e così credo; perchè fu fatta per mettere in su i pilastri di fuori, o sproni intorno alla chiesa [Di Santa Maria del Fiore.]. La causa di non ve la mettere, non so; e quivi a me pareva stéssi bene in ornamento della chiesa et de' Consoli. E mutato loco, io consiglio che stia bene, poi che voi vi siete levato dal primo obietto, o in Palazo, o intorno alla chiesa: e non bene resoluto, referirommi al decto d'altri, come quello che non ò bene pensato per la extremità del tempo, del luogo più congruo.
»Cosimo Rosselli. Et per messer Francesco et per Francesco s'è detto bene: che credo stia bene intorno a quello Palazo. Et aveo pensato di metterlo dalle schalee della chiesa dalla mano ritta chon uno inbasamento in sul chanto di dette schalee, con uno inbasamento et ornamento alto, et quivi le metterei, secondo me.
»Sandro Botticello. Cosimo à detto apunto dove a me pare esser veduto da' viandanti; et dall'altro canto con una Iuditta, o nella Loggia de' Signiori; ma piutosto in sul canto della chiesa: et quivi iudico stia bene, et esser el miglior luogo da' Lorini.
»Giuliano da San Gallo. L'animo mio era vòlto in sul chanto della chiesa dove à detto Cosimo et è veduta da' viandanti: ma poi che è cosa pubblica, veduto la imperfectione del marmo, per lo essere tènero e chotto, et essendo stato all'acqua, non mi pare fussi durabile. Pertanto per questa causa ò pensato che stia bene nell'archo di mezo della Loggia de' Signori o i' nel mezo dell'archo, che si potessi andarle intorno, o dal lato drènto presso al muro nel mezo chon uno nichio nero di drieto in modo di cappelluzza: che se la mettono all'acqua verrà mancho presto: et vuole stare coperta.
»El sicondo Araldo [Angelo Manfidi, genero del primo Araldo.]. Vegho el detto di tutti e tutti a buono senso intendono per varii modi: et ricercando e luoghi rispetto a' diacci e freddi, ò examinato volere stare al coperto, e el luogo suo essere nella Loggia detta e nell'archo presso al Palazo, et quivi stare coperta et essere honorata per chonto del Palazzo; et se nell'archo di mezo si romperebbe l'ordine delle cerimonie che si fanno quivi per e' Signori e li altri magistrati. (In margine): Questo aggiunse poi dopo il detto d'ognuno all'ultimo. Et avanti che si disponghino le Magnificentie Vostre dove à stare, lo chonferiate con li Signori, perchè vi è de' buoni ingiegni.
»Andrea vocato el Riccio orafo. Io mi achordo dove dicie messer Francesco araldo, et quivi stare bene coperta et essere quivi più stimata et più riguardata quando fussi per essere guasta, et stare meglio al coperto et e' viandanti andare a vedere, et non tal cosa andare incontro a' viandanti et che noi e' viandanti l'andiàno a vedere, et non che la figura venghi a vedere noi.
»Lorenzo della Golpaia. Io m'achordo al detto dell'Araldo di sopra e del Riccio e di Giuliano da San Gallo.
»Biagio dipintore. Io credo che saviamente sia detto et io sono di questo parere, che meglio sia dove à detto Giuliano, mettendola tanto drento non guasti le cerimonie delli uffici si fanno in nella Loggia o veramente in su le schalee.
»Bernardo di Marcho. Io mi appicho a Giuliano da San Gallo ed a me pare buona ragione, et vonne chon detto Giuliano per le ragioni da lui dette.
»Leonardo di ser Piero da Vinci. Io confermo che stia nella Loggia dove à dètto detto Giuliano in su el muricciuolo, dove s'appichano le spalliere allato al muro chon ornamento decente e in modo non guasti le cerimonie delli uffici.
»Salvestro. E' s'è parlato e preso tutti i luoghi et che le siano tal cose vedute et dette. Credo che quello che l'à facta sia per darle miglior luogo. Io per me mi stimo intorno al Palazo stare meglio, e che quello che l'à facta niente di mancho, come ò detto, sappia meglio el luogo che nissuno, per l'aria e modo della figura.
»Philippo di Philippo. Io (sic) per tutti è stato detto benissimo, et credo che el maestro habia miglior luogo et più lungamente pensato el luogo e da lui s'intenda, confirmando el detto tutto di chi à parlato: che saviamente si è detto.
»Gallieno richamatore. A me, secondo mio ingiegno e veduto la qualità della statua, disegno stia bene dove è el lione di Piaza chon uno inbasamento in ornamento: el quale luogo a tal statua è conveniente, e el lione mettendo allato alla porta del Palazo in sul chanto del muricciuolo.
»David dipintore. A me pare che Gallieno habia detto el luogo tanto degnio quanto altro luogo, et quello sia el luogo congruo et commodo: et porre el lione altrove dove à detto, o in altro luogo dove meglio fussi iudicato.
»Antonio legnaiuolo da San Gallo. Se el marmo non fussi tènero, el luogo del lione è buono luogo: ma non credo fussi sopportato, essendo stato quivi lungo tempo. Pertanto essendo el marmo tènero, mi pare di darli luogo nella Loggia: e se non fussi così, in sulla strada e' viandanti durino faticha a vederla insino quivi.
»Michelangelo orafo. Questi savi hano bene detto et maxime Giuliano da San Gallo. A me pare che el luogo della Loggia sia buono; e se quello non piacesse, nel mezo della sala del Consiglio.
»Giovanni piffero. Poichè vegho la existimatione vostra, io confermerei el detto di Giuliano, se si vedesse tutta: ma non si vede tutta: ma e' s'à pensare alla ragione, all'aria, alla apertura, alla pariete et al tecto: pertanto bisognia andarle intorno: et dall'altro lato potrebbe uno tristo darle chon uno stangone. Mi pare sia bene nella corte del Palazo, dove dixe messer Francesco araldo, et sarà grande conforto allo autore, essendo in luogo degnio di tale statua.
»Giovanni Cornuole. Io ero vòlto a metterla dove è el lione, ma non haveo pensato el marmo essere tènero et havere a esser guasto dall'acqua et freddi: pertanto io iudico che stia bene nella Loggia, dove Giuliano da San Gallo à detto.
»Guasparre di Simone. A me pareva metterla in sulla piaza di San Giovanni: ma a me pare la Loggia più comodo luogo, poichè è tènera.
»Pietro di Cosimo dipintore. Io confirmo el decto di Giuliano da San Gallo et più che se ne achordi quello che l'à facta, che lui sa meglio come vuole stare.
»Li altri sopra nominati e richiesti chol detto loro per più brevità qui non si scripsono. Ma el detto loro fu che si riferirono al decto di quelli di sopra et a chi uno et chi a un altro de' sopra detti sanza discrepanza.» (Libro detto delle Deliberazioni degli Operai di Santa Maria del Fiore, c. 71 e segg.)
«Die 25 februarii 1501 (s. c. 1502).
»Spectabiles viri Consules Artis Lane — deliberaverunt quod Operarii possint dare Michelangelo de Bonarrotis sculptori flor. 400 largos de auro in auro pro Gigante incepto per eum, computatos (sic) id quod habuit usque nunc, et quod possint sibi dare fioren. sex largos pro mense, donec fuerit finitum; et teneatur eum complevisse ad minus infra duos annos ab hodie ita quod in effectu possint expendere usque ad integram perfectionem dicti Gigantis flor. 400 largos de auro in auro.» (Libro cit., a c. 41 tergo.)
«Die 28 dicti mensis.
»Prefati Operarii — visa dicta deliberatione facta sub dicta die 25 februarii presentis, per predictos — spectabiles — Consules, ut supra, de declarando per dictos Operarios salarium dicti Michelangeli de Bonarrotis, et quod possint dicti Operarii declarare et facere dictam mercedem et salarium; et audita petitione tam facta per dictum Michelangelum, quam voluntate dictorum Consulum; vigore auctoritatis predicte, declaraverunt dictum pretium et mercedem dicti Michelangeli pro faciendo et conficiendo plene et perfecte dictum Gigantem seu David, existentem in dicta Opera et iam semifactum per dictum Michelangelum, fuisse et esse floren. 400 largorum de auro in aurum, et eidem dictam summam persolvendam per camerarium dicte Opere, finito dicto Gigante, et cum salario quolibet mense, prout alias per dictos Consules factum fuit — et usque ad dictum tempus et perfectionis (sic) dicti Gigantis — computatis in dictam summam flor. 400, id quod tunc habuisset vel habuerit.» (Libro cit., a c. 42 e 42 tergo.)
«Die xxviij mensis maii 1504.
»Item dicti domini — deliberaverunt quod statua marmorea Gigantis ad presens in eorum platea existens collocetur et ponatur in eo loco in quo ad presens est aerea statua Iudit ante portam eorum Palatii, et propterea illa Iudit exinde removeatur.
»Item — deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus viris Operariis Opere sancte Marie Floris de Florentia, quatenus quam citius fieri potest, iumptibus tamen et expensis dicte opere, ordinent et provideant magistros et manovales ac lignamina et omnia alia opportunos et opportuna ad conducendum et collocandum statuam marmoream in platea dictorum dominorum existentem ad locum et in loco in quo collocari debet.» (Deliberazioni de' Signori e Collegi del 1503-1504, c. 49.)
«Die xj iunii 1504.
»Deliberaverunt quod precipiatur spectabilibus Operaris Opere sancte Marie Floris de Florentia quatenus sumptibus et expensis dicte Opere quam citius fieri potest facere faciant basam marmoream subtus et circum circa pedes gigantis ad presens ante portam eorum palatii existentis modo et forma et prout designabitur per Simonem del Pollaiuolo et Antonium de Sancto Gallo, architectores florentinos.» (Deliberazioni dette, a c. 52.)
[564.] Libro delle Deliberazioni de' Signori e Collegi del 1501 e 1502, n. 94, a c. 89 t. Fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 55.
[565.] Questa statua di bronzo era destinata, come è noto, a Monsignor di Nemours, chiamato il Marescial di Gie; ma, dopochè egli cadde dalla grazia del Re di Francia, fu dalla Repubblica mandata a donare al segretario Robertet.
[566.] Anche questa allogazione fu pubblicata dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 473. Noi la riproduciamo corretta ed ampliata secondo che sta nel libro originale delle Deliberazioni degli Operai di Santa Maria del Fiore dal 1496 al 1507. Si sa che di queste dodici statue di Apostoli, Michelangelo cominciò solamente quella del San Matteo, la quale appena in parte abbozzata, rimasta per tre secoli nell'Opera, fu a' nostri giorni trasportata nell'Accademia delle Belle Arti di Firenze.
[567.] Fatte da Bicci di Lorenzo, pittore fiorentino.
[568.] Qui manca un verso.
[569.] Questo contratto è tra i Rogiti di ser Lorenzo Violi, e fu pubblicato la prima volta da Domenico Maria Manni nell'opuscolo: Addizioni necessarie alle Vite de' due celebri statuarii Michelagnolo Buonarroti e Pietro Tacca. — In Firenze, MDCCCLXXIV, nella stamperia di Pietro Gaetano Viviani, in-8º. — Ma delle quindici statue Michelangelo pare non ne facesse che quattro, cioè San Pietro, San Paolo, San Pio e San Gregorio, oltre l'aver riformato e perfezionato il San Francesco cominciato da Pietro Torrigiano. Chi poi facesse l'altre statue, che pur si vedono nella cappella Piccolomini, è ignoto. Restò Michelangelo tuttavia debitore di cento scudi anticipatigli dal cardinale Francesco, secondo i patti della prima convenzione, i quali Anton Maria Piccolomini cedè nel 1537 a Paolo Panciatichi da Pistoia.
[570.] Lo strumento è tra i Rogiti di ser Pandolfo Ghirlanda da Carrara, e fu pubblicato da Carlo Frediani nel Ragionamento storico su le diverse gite fatte a Carrara da Michelangiolo Buonarroti, Massa, pei Fratelli Frediani, 1837, in-8º. Questo e gli altri si dànno secondo la lezione del Frediani.
[571.] Baccio da Montelupo.
[572.] De' Fancelli.
[573.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.
[574.] Questa si può chiamare la seconda convenzione per conto della sepoltura di papa Giulio, essendochè un'altra ne fece con Michelangelo il medesimo Papa, mentre viveva.
[575.] Il volgarizzamento è fatto dal notaro Francesco Vigorosi, e copiato da Michelangelo.
[576.] È di mano di Michelangelo.
[577.] Muratore ed architetto fiorentino.
[578.] Seguono notati dalla mano di maestro Antonio i pagamenti fattigli da Michelangelo per questo conto dal 9 di luglio 1513 al 25 d'aprile del 1514 che sommano a ducati 339 di carlini.
[579.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Antonio Cortile.
[580.] È di mano di Michelangiolo.
[581.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Calvano Parlontiotto.
[582.] È di mano di Michelangelo.
[583.] Fancelli.
[584.] Era da Pisa e fu discepolo di maestro Domenico, il quale lo condusse seco, allorchè andò a lavorare in Spagna, e morendo colà lo fece erede di tutte le masserizie dell'arte sua.
[585.] Anche questo è di mano di Michelangelo.
[586.] Raffaello di Niccolò di Lorenzo Mazzocchi, matricolato all'Arte de' maestri di pietra. Le sue memorie vanno fino al 1525.
[587.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.
[588.] È di mano di Michelangelo.
[589.] Mancano le sottoscrizioni.
[590.] È di mano di Michelangelo.
[591.] Anche questo è di mano di Michelangelo.
[592.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.
[593.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.
[594.] È originale.
[595.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit.
[596.] Anche questo si legge nel citato Opuscolo del Frediani.
[597.] Uno de' due originali del presente contratto era un tempo nelle mani del prof. Achille Gennarelli.
[598.] Pubblicato da Vincenzo Santini nel vol. V, pag. 216, de' Commentarii storici sulla Versilia centrale: Pisa, Pieraccini, 1863, in-8º, e riscontrato coll'originale nei Protocolli di ser Giovanni Della Badessa.
[599.] Dai Rogiti di ser Giovanni Bertoni. Di questo contratto è una copia nell'Archivio Buonarroti.
[600.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Protocolli di ser Lionardo Lombardelli.
[601.] Dai Rogiti di ser Giovanni Della Badessa, di Pietrasanta: Protocollo del 1518 e 1519, c. 130, nello Archivio de' Contratti di Firenze. Si legge ancora nell'Op. cit. del Santini, vol. V, pag. 221.
[602.] Quel che segue è scritto da Michelangelo.
[603.] Archivio detto, da' Rogiti di ser Giovanni Della Badessa: Protocollo del 1518 e 1519, c. 199.
[604.] Da' Rogiti di ser Filippo Cioni da Firenze: Protocollo del 1518 e 1519, c. 23.
[605.] Da' Rogiti di ser Filippo Cioni da Firenze: Protocollo del 1518 e 1519, c. 52.
[606.] Dai Rogiti di ser Giovanni Della Badessa da Pietrasanta: Protocollo del 1519.
[607.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Lionardo Lombardelli.
[608.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Niccolò Parlontiotto.
[609.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Niccolò Parlontiotto.
[610.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Pandolfo Ghirlanda.
[611.] Pubblicato dal Frediani, Opusc. cit., dai Rogiti di ser Girolamo Ghirlanda.
[612.] Deliberazioni della Signoria di Firenze dal 1527 al 1528, vol. CXCII. Fu pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 88. È noto poi che questo marmo fu dato a Baccio Bandinelli, il quale ne cavò il gruppo d'Ercole e Cacco, tanto biasimato a' suoi giorni, che si vede in Piazza della Signoria.
[613.] La elezione di Michelangelo a fortificare Firenze fu per la prima volta pubblicata nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. II, anno 1858, pag. 66, traendola dal Libro di Stanziamenti e Condotte de' Dieci dall'anno 1527 al 1529. Da questo documento si prova che Michelangelo anche avanti aveva prestato gratuitamente l'opera sua nelle fortificazioni della città.
[614.] Vero è che Michelangelo non si trovò presente a questo contratto, come egli stesso dichiara nella sua lettera, che è la [CDXXXV], a pag. 489 e segg., di questa Raccolta.
[615.] Mancano le sottoscrizioni.
[616.] Pubblicato dal canonico Moreni nella Prefazione all'Idea della perfezione della pittura, di Rolando Freart, tradotta dal francese da Anton Maria Salvini. Firenze, Carli, 1809, in-8º.
[617.] Forse Iacopo Del Duca, scultore siciliano.
[618.] È questi l'Urbino, servitore di Michelangelo. Dal presente contratto apparisce che egli per sua professione era scarpellino, e forse Michelangelo ebbe occasione di conoscerlo e servirsi di lui fin da quando fermò la sua dimora in Roma; il che fu nel dicembre del 1533, come è stato detto altrove.
[619.] Pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. I, pag. 295.
[620.] Nell'originale seguono le firme.
[621.] Anche questo è pubblicato dal Gaye, Op. cit., vol. II, pag. 296.
[622.] Figliuolo di quel Donato Benti, scultore fiorentino, più volte nominato.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le numerosissime grafie alternative. Sono stati corretti senza annotazione minimi errori tipografici soltanto nel testo delle note e della Prefazione, con l'unica eccezione dell'atto a pag. 701 (numero LIV, "Michelangelo è eletto governator generale delle fortificazioni di Firenze"), nel cui titolo l'anno MCXXIX appariva un evidente refuso, corretto in MDXXIX.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.