CAPITOLO X.
Nell'ultimo secolo della dominazione bizantina in Sicilia, furono notevoli le pratiche diplomatiche dei governatori dell'isola coi principi aglabiti. S'era parlato di tregua tra la Sicilia e l'Affrica fin dal cominciamento della eresia iconoclastica; quando Leone Isaurico volea le mani libere a reprimere i popoli dell'isola, e operare da quella su la terraferma. Stipulato un patto, com'e' pare, il settecentoventotto; i Musulmani non tardarono a infrangerlo[362] per usare le difficoltà nelle quali si travagliava il governo bizantino; tanto che pensarono di soggiogare la Sicilia, come s'è detto. I forti armamenti poi dell'isola e le divisioni dei Musulmani d'Affrica, valsero più che i trattati a mantenere la pace; finchè, surto Ibrahim-ibn-Aghlab con quei suoi intendimenti di ordine pubblico, tornò al partito degli accordi scritti, pei quali meglio si favoriva il commercio, e con quello l'azienda dello stato, assicurando le persone dei mercatanti che d'Affrica andassero a soggiornare in Sicilia o al contrario. Pertanto, dell'ottocentocinque, Ibrahim fermava tregua per dieci anni con Costantino patrizio di Sicilia. Ma nè anco questa si mantenne; perocchè, succeduti varii movimenti contro Ibrahim e in particolare a Tunis e a Tripoli, e sendo soggetta l'Affrica occidentale alla dinastia degli Edrisiti, independente dai califi e dai governatori di casa d'Aghlab, e però non legata dai patti internazionali loro,[363] avvenne che dalla costiera uscissero navi musulmane addosso ai Cristiani delle isole. Ne mandava anco la Spagna, che obbediva ad altra dinastia. Così la Sardegna e la Corsica furono assalite or dagli Affricani or dalli Spagnuoli (806-821); ancorchè i Musulmani sovente facessero mala prova, non potendo congiugnere le armi loro per la nimistà ch'era tra Omeîadi, Edrisiti e Aghlabiti, e dovendo combattere contro povera e fiera gente, e contro le forze navali italiane, che a quando a quando vi mandava Carlomagno.[364] Così anco furono infestati, com'e'pare, dai sudditi degli Edrisiti, i territorii che ubbidivano al patrizio di Sicilia.
Ma succeduto a Ibrahim il figliuolo Abu-'l-Abbâs, inaugurò la esaltazione con uno strepitoso armamento navale; gli appresti del quale non poteano rimanere occulti ai mercatanti cristiani d'Affrica, che solean dare avvisi in Sicilia. Dondechè, temendo per l'isola, Michele Primo imperatore spacciava da Costantinopoli parecchi spatarii ed un patrizio; il quale chiese invano rinforzi di navi ad Antimo duca di Napoli, ma n'ebbe da Amalfi e da Gaeta; talchè, con le navi di Sicilia, raccozzò un'armata da poter tenere in rispetto i Musulmani.[365] Nel medesimo tempo, Carlomagno inviava Bernardo, figliuolo del figliuol suo Pipino, e un cugin suo per nome Walla, a capitanare l'esercito nel reame d'Italia, che si credea minacciato dall'armamento affricano e alsì dalli Spagnuoli. E veramente costoro riassaltavano (812-813) la Corsica; sconfitti al ritorno presso Majorca dal conte d'Ampurias, rifaceano l'armata; sbarcavano, dicono gli annali cristiani,[366] a Nizza, indi a Civitavecchia. Intanto l'armata aghlabita, che sommava a cento legni o barche, navigando alla volta di Sardegna, nel giugno ottocento tredici era stata pressochè distrutta da una fortuna di mare, alla quale non furono abili a reggere que' piccioli scafi, mal costrutti, mal governati e sopraccarichi di cavalli. E perchè gli uomini si studiano a scusare la incapacità loro con gli effetti di forze superiori, narravano i campati al naufragio, e pochi mesi appresso il ripeteano in Sicilia i legati musulmani, che una voragine apertasi in mare avesse tranghiottito l'armata. Confermavan cotesto annunzio lettere d'un cristiano d'Affrica al patrizio di Sicilia; aggiugnendo essere accaduto appunto il naufragio, quando sfolgorò in cielo una meteora, che dalle lor parole sembra essere stata osservata in varii punti del Mediterraneo.[367]
Non ostante il raccontato disastro, i Musulmani infestaron tutta la state le nostre isole minori. Approdarono a Lampedusa con tredici legni; oppressero sette legni sottili mandativi dal patrizio di Sicilia ad esplorare, e uccisero le ciurme; se non che, venuto il grosso dell'armata bizantina, furono a lor volta sopraffatti i Musulmani, e passati a fil di spada. Di mezz'agosto poi, con quaranta legni saccheggiavano Ponza; indi Ischia per tre dì; e si ritraeano con grossa preda di prodotti agrarii, frati e altri prigioni, uccidendo i proprii cavalli[368] per dar luogo su le barche al bottino. Forse fu questa l'armatetta che si spinse infino a Civitavecchia; e forse erano Spagnuoli ovvero gente di Telemsen, sudditi degli Edrisiti; perocchè Abu-'l-Abbas-ibn-Aghlab, mandava tantosto ambasciatori a Gregorio patrizio di Sicilia a confermare la tregua; nè dal ragguaglio di tal missione sembra che gli Aghlabiti avessero a discolparsi delle recenti scorrerie. Sappiamo all'incontro che i legati, scusandosi degli atti ostili commessi sopra la Sicilia nello spazio di dieci anni, allegavano vicende interiori le quali convengono solamente alla dinastia edrisita.[369] Aggiugneano non volersi rendere mallevadori delli Spagnuoli, i quali non ubbidiano a loro; ond'essi lasciavan libero a chiunque di combatterli, e volentieri anco avrebbero aiutato a scacciarli dalle terre cristiane. Gli ambasciatori stessi, mentre veniano in Sicilia sopra navi veneziane, imbattutisi in alquanti legni spagnuoli, aveano stigato i Veneziani ad arderli; e vantavansi di avervi messo le mani e' medesimi.[370] Certo gli è dunque che gli Omeîadi di Spagna non entrarono nel patto col patrizio di Sicilia. Pare all'incontro che fosservi inclusi gli Edrisiti; e che ambasciatori loro fossero venuti insieme con quei di casa d'Aghlab.
Il patto portava tregua per dieci anni, scambio dei prigioni, e sicurtà ai mercatanti musulmani che potessero andare d'Affrica in Sicilia e soggiornarvi per loro negozii; e volendo tornarsi a casa, non fosse lecito di ritenerli. La quale sicurtà fu senza dubbio reciproca a pro dei Siciliani che mercatavano in Affrica. Il patrizio rese immantinenti i prigioni musulmani; mandò un segretario Teopisto a ripigliare i cristiani, e procacciare la ratificazione del trattato: il quale in fatti fu promulgato solennemente nella Dieta dei notabili a Kairewân, come afferma uno scrittore arabo testimone oculare di quell'adunanza, dal quale sappiamo il capitolo commerciale testè ricordato.[371] Gli altri particolari delle pratiche e sì delle scorrerie, si ritraggono da una epistola di papa Leone Terzo a Carlomagno, data l'undici novembre dell'ottocentotredici; importantissimo documento per più rispetti. Cotesto ragguaglio tuttavia mostra che il nunzio romano in Sicilia ebbe a superare, non solo la diffidenza che spirava al patrizio ogni uom del papa, ma alsì la difficoltà della interpretazione per due lingue diverse, dall'arabo, cioè, degli ambasciatori musulmani nel greco che si parlava in Sicilia, e dal greco nel tristo latino che il papa scriveva a Carlomagno.
Il nunzio viaggiando da Siracusa a Roma, all'entrar di novembre seppe che sette navi di Mori, credo pirati o gente di Spagna, avessero testè disertato una picciola terra presso Reggio.[372] Par che la infestagione delle Calabrie fosse cominciata fin dalla state di quell'anno o rinnovata nei seguenti, poichè ci si narra che San Fantino da Siracusa, taumaturgo del quarto secolo, vivuto da solitario in Calabria, apparve un dì, ventiquattro luglio, tra i turbini e le folgori su la spiaggia di Seminara per affondare una nave musulmana venuta a corseggiare in quelle parti. E tal miracolo, di cui si dicono testimonii i Musulmani che camparono dal naufragio, va riferito ai tempi di Leone l'Armeno (813-820), poichè un buon vescovo calabrese, autore della leggenda, aggiugne che sendo stato poscia mandato a Costantinopoli dal prefetto di Sicilia per negozii appartenenti alla provincia, l'anno terzo di Leone, San Fantino liberollo prima da una tempesta nell'Adriatico, e poi dalla collera dell'eretico imperatore.[373]
In fine la Sicilia ebbe a soffrire una incursione, della quale sappiam solo che seguì nel dugentoquattro dell'egira (27 giugno 819, a' 15 giugno 820); che capitanò la impresa Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, cugin germano del principe aghlabita Ziadet-Allah; e che i Musulmani, fatti moltissimi prigioni nell'isola, se ne tornarono in Affrica.[374] Pare indi rappresaglia, o sfogo di rabbia religiosa sotto specie di rappresaglia; poichè s'è visto che Ziadet-Allah, nei principii del regno diè favore alla fazione dei giuristi, che è a dire, al fanatismo musulmano. Del rimanente, chi primo violasse la tregua noi l'ignoriamo, nè appunto il sapean essi, non essendosi mai osservati strettamente i patti tra i due governi d'Affrica e di Sicilia, dispotici entrambi, avari e disordinati; e tra le due nazioni, che s'abborrivano per amor di Dio, ma il commercio le tirava ad usare insieme. Questo pure è certo, che tali atti d'ostilità non arrivarono al segno di tentarsi il conquisto della Sicilia innanzi l'ottocentoventisette, com'altri ha scritto sopra vaghe tradizioni.
Dico di quelle due ripetute fin qui negli annali di Sicilia, le quali vanno cancellate, non ostante la casuale coincidenza della data con la impresa di Mohammed-ibn-Abd-Allah; perchè mancano di tutta autorità, e le rende impossibili d'altronde la spaventevole guerra civile che arse in Affrica dall'ottocentoventidue all'ottocentoventisei. Vien la prima tradizione da Erchemperto, lombardo, vivuto alla fine del nono secolo; il quale assai brevemente disse: usciti “gli Agareni di Babilonia e d'Affrica” e abitata da loro l'insigne città di Palermo, e soggiogata quasi tutta l'isola; nel qual tempo, aggiugne, venuto a morte Lodovico imperatore, gli succedè Lotario.[375] In coteste parole, chiunque le legga ai nostri dì, vedrà manifestamente le vicende del conquisto di Sicilia principiato l'ottocentoventisette, e s'accorgerà che il cenno del cronista corra fino all'ottocentoquaranta, quando trapassò Lodovico. Ma nel duodecimo secolo, stagione di crociate e di leggende, trattandosi assai grossolanamente la storia, Leone d'Ostia tolse di peso quel capitoletto da Erchemperto, e v'aggiunse ad arbitrio la data dell'ottocentoventi, o l'aggiunsero per lui i copisti.[376] Poi, dimenticato Erchemperto e sostituitogli Leone, l'errore è passato di compilazione in compilazione infino a quelle della nostra età,[377] e successivamente vi si è aggiunto che i Musulmani se ne andassero via, e tornassero dopo sette anni; poichè le tradizioni bizantina e musulmana li portavano sbarcati in Sicilia l'ottocentoventisette.
Dà l'altro racconto il Fazzello; il quale accozzando quei brani che potea trovare, buoni o tristi, delle tradizioni del tempo musulmano, scrisse che Abramo Halbi (così guastavansi i nomi e la cronologia, facendo regnare Ibrahim-ibn-Aghlab nell'ottocentoventisette), ai preghi d'Eufemio, mandava in Sicilia quarantamila Saraceni, capitanati da un Halcamo. Costui, continua il Fazzello, sbarcato a Mazara, diè alle fiamme le proprie navi, occupò Selinunte, cui i Saraceni in lor favella chiamarono Biled-el-Bargoth, ossia “Terra delle pulci,” e presi i cittadini, per domare a un tratto la Sicilia con esempio atroce, li fe' cuocere in caldaie di rame. Però, le altre città immantinenti gli si arresero; ed ei volendo apparecchiarsi ad ogni evento, edificò un castello che da lui addimandossi Alcamo. Quivi in fatti i Siciliani, ripreso animo, corsero ad assediarlo: ma Halcamo valorosamente resistè; e al fine venne a liberarlo e compiere il conquisto della Sicilia, con novello sforzo di gente, Ased-Benforat. Il Fazzello cita per cotesti fatti gli annali maomettani e Leone Affricano, ma non spiega altrimenti chi abbia scritto, chi tradotto, e chi pubblicato quegli annali.[378]
Da Leone in vero egli tolse la supposta impresa di 'Alkama.[379] Leone, com'è noto, fiorì nei principii del decimosesto secolo. Nacque musulmano a Granata; rifuggitosi a Fez dopo il conquisto di Ferdinando il Cattolico, studiò e viaggiò molto nei paesi musulmani, finchè preso (1517) da corsari all'isola delle Gerbe, fu recato in dono, come avrebbero fatto d'una giraffa, a papa Leone Decimo; il quale, colto e magnifico com'egli era, l'onorò, lo stipendiò, lo battezzò, ponendogli i proprii suoi nomi di Giovanni e Leone, e gli fece apparare la nostra lingua e il latino. L'erudito di Granata voltò allora ed ampliò dall'arabico in italiano, il manco male ch'ei poteva, i suoi viaggi in Affrica ed Egitto, e scrisse in latino notizie biografiche di parecchi medici e filosofi musulmani; opere pregevoli, sopratutto in que' tempi: se non che l'autore, non avendo seco i manoscritti che gli occorreano, dovea affidarsi alla memoria o a note di taccuino; e la memoria delle cose viste con gli occhi, in lui come in ogni altro uomo, era più tenace assai che quella delle cose lette nei libri. Indi è che troviamo Leone sì verace e preciso nelle descrizioni geografiche, e sì difettivo nelle notizie storiche[380] e peggio in fatto di cronologia: oltrechè, i dettati suoi furono raccolti e pubblicati quando, venutagli a noia la città eterna e il cristianesimo, ei se n'era tornato tra i Musulmani, e non s'era inteso più parlare di lui in Europa. Probabile è che Leone, mescolando ricordanze nette ed idee dubbie e conghietture, com'egli a Roma o anco in Barbaria avea inteso il nome di Alcamo, antica città saracena di Sicilia, riconobbene di leggieri la origine da un nome proprio usato dagli Arabi antichi; e supponendo che il fondatore fosse uomo di nota vivuto nei primi tempi dei conquisto, lo accoppiò bene o male con Ased, il solo nome che gli ricorresse certo nella memoria, quand'ei pensava ai pochi righi che per avventura avea letto intorno il conquisto di Sicilia. A sincerarci ch'ei conoscesse poco assai dei fatti di Sicilia, basterà percorrere il paragrafo in cui ne tratta per incidenza, dicendo di Kairewân e degli Aghlabiti,[381] dov'ei porta come contemporanei il conquisto di Sicilia e la fondazione di Rakkâda in Affrica che seguì mezzo secolo appresso (877). Con simile anacronismo ei confuse il conte Ruggiero col re del medesimo nome, e il conquisto dell'isola sopra i Musulmani col tempo di prosperità in cui fu compilata a Palermo la geografia di Edrisi.[382]
Dove poi il Fazzello leggesse lo sbarco a Selinunte, l'arsione delle navi e lo strano supplizio dei Selinuntini, invano l'ho ricercato, nè saprei appormivi; poichè queste favole grossiere non si leggono appo Leone, e gli annali musulmani che il Fazzello cita come seconda autorità mi sembrano zibaldone inedito, o forse non li vide mai egli stesso, nè li allegò che su i detti altrui. E ben quella appellazione di Biled-el-Bargoth mi puzza d'impostura di qualche giudeo arabizzante, di que' che nel decimoquinto secolo fecer girare il cervello agli archeologi di Palermo, spacciando per iscrizioni caldaiche scolpite in pietra, poco appresso il diluvio universale, i versetti del Corano e nomi proprii che si leggeano su certe torri nella capitale della Sicilia. Perchè Beled-el-Borghût significa, sì, in arabico, Terra delle pulci; ma questo sconcio nome era moderno; era corruzione di Polluce, come or chiamano i dotti, una torre presso le rovine di Selinunte, o piuttosto di Belgia, voce arabica, o di Belich, nome di un picciol fiume tributario dell'Eufrate:[383] dall'una o dall'altro dei quali gli Arabi chiamarono Belgia un castello or distrutto, e un fiumicello che scorre lì presso, al quale è rimaso il nome di Belici. In ogni modo, il villaggio che rimase almeno fino agli ultimi del duodecimo secolo nel sito di Selinunte, avea nome, come leggiamo in Edrisi, Rahl-el-Asnâm, il borgo cioè degli Idoli, che non ve n'ha penuria tra le rovine di quei tempii colossali ben chiamate i Pilieri dei Giganti. Dond'ei mi pare evidente che l'impostore del decimoquinto o decimosesto secolo abbia tradotto in arabico il nome volgare che sapea di quel sito; e aggiuntevi le fiamme del navilio musulmano, e le caldaie di rame da bollire i Selinuntini, abbia propinato la leggenda al Fazzello; il quale se la bevve, come quelle dei giganti primi abitatori della Sicilia, delle iscrizioni caldaiche di Palermo, e non poche altre, sacre e profane. Nè era colpa di sì diligente e nobile scrittore se, quand'ei visse, non si conoscea nè la paleontologia, nè l'anatomia comparata, sì che le ossa fossili d'elefanti e ippopotami pareano reliquie di Polifemo e di Nembrotte; se pochi o niuno in Europa distingueano i caratteri cufici; s'erano sepolti que' materiali storici in greco e in arabico, or sì accessibili a chiunque; e se la critica della storia non potea germogliare in Sicilia, sotto il giogo spagnuolo, tra i roghi del Santo Officio!
LIBRO SECONDO.
CAPITOLO I.
Fu aperta la Sicilia ai Musulmani da una rivolta militare, della quale si narra variamente l'origine.[384]
Mettendo a rassegna i cronisti, e principiando dagli italiani, il più antico è Giovanni diacono di Napoli, che visse nella seconda metà del nono secolo; quando passava tanta dimestichezza tra la colonia musulmana di Sicilia e la repubblica di Napoli. Costui compilò la cronica dei vescovi napoletani, cinquant'anni appresso il grande avvenimento che avea spiccato la Sicilia dall'Impero: donde, se i critici volentieri gli accordan fede nei fatti de' tempi suoi, gliene dobbiamo anche in questo.[385] Raccontata la congiura di palagio che tolse al supplizio Michele il Balbo e lo promosse al trono (26 dicembre 820), il diacono di Napoli scrive come, immediatamente dopo la liberazione di Michele, i Siracusani, suscitati a ribellione da un Euthimio, uccidessero Gregora lor patrizio. Indi lo imperatore mandava possente esercito che ruppe i Siracusani. Euthimio, rifuggitosi in Affrica con la moglie e i figliuoli, tornò in Sicilia con un'armata di Saraceni condotta da Arcario[386] lor duce (827); la quale corse l'isola, assediò Siracusa, sforzolla a tributo, e alfine (831) s'insignorì della provincia di Palermo. Dopo alcuni particolari di quest'ultima fazione, ripigliando il filo degli eventi che succedeano a Costantinopoli e nella terraferma d'Italia, Giovanni fa menzione della guerra civile di Tommaso di Cappadocia (821-824); nè riparla dei Musulmani di Sicilia che quando cominciarono a intromettersi nelle brighe della Penisola. Da quanto ho detto, e dalle date certe che ho aggiunto tra parentesi, ognun vede che il cronista napoletano abbia collocato que' casi di Sicilia, a mo' d'episodio, nell'anno in cui principiarono, e che questo, secondo lui, torni all'ottocentoventuno.[387]
Il secondo scrittore nostrale che faccia cenno dell'evento, visse dopo cencinquanta anni, verso la fine del decimo secolo; anonimo, ma si sa che fosse di Salerno, e forse monaco e di schiatta longobarda. Ei suol fare fascio d'ogni erba, come notava il Muratori; intreccia negli annali le novellette che correano di quel tempo, e attribuisce ai personaggi della storia discorsi e sentenze di sua fattura. Pertanto lo lasceremmo indietro, se non trovassimo nel racconto le vestigia di alcuni particolari che abbiamo da altri autori degni di fede, da lui non letti per certo. Senza dissimulare nel linguaggio suo l'odio contro i Bizantini, l'anonimo di Salerno ci narra come certo grechetto, dice egli, che reggea la Sicilia, ingiuriasse mortalmente Eufemio, ricchissimo siciliano. Corrotto per danari, il prefetto violentemente toglieva ad Eufemio la fidanzata Omoniza, fanciulla di rara bellezza, per darla in braccio a un rivale. Ed Eufemio, cercando vendetta, si imbarcava coi servi suoi per l'Affrica; andava a profferire la signoria della Sicilia a quel barbaro re; il quale, colmatolo di doni, lo rimandò nell'isola con un esercito. L'ingiuriato amante, così entrato per forza d'armi in Catania e fattavi molta strage, ammazzò tra gli altri il prefetto. Tanto narra l'anonimo salernitano, senza recar la data; ma lavora di rettorica a fingere le ambasce e minacce d'Eufemio.[388]
Quest'episodio erotico, preso al rovescio con farvi Eufemio offensore invece di offeso, è quasi la sola tradizione che ci tramandino i Bizantini su la guerra di Sicilia. Come sorgente primitiva loro si allega la storia particolare e contemporanea di un Teognosto: opera perduta in oggi.[389] Rimanda in fatti a Teognosto, per più ampio ragguaglio del caso di Sicilia, la principale tra le cronache bizantine che possa fare autorità per quel tempo, la Cronografia detta di Costantino Porfirogenito imperatore, scritta per suo comando e da lui messa in ordine e postillata, la quale va in principio della continuazione a Teofane.[390] Da questa cronica, che ha data certa della metà del secol decimo, tolsero il fatto Cedreno, autore del duodecimo, che vi mutò appena qualche frase, e Zonara che lo compendiò anche nel duodecimo secolo; per non dir nulla del Curopalata Giovanni Scylitzes, il quale, come ognun sa, trascrisse di parola in parola Cedreno senza nominarlo. Pertanto non diremo altrimenti della testimonianza di così fatti copisti. Ma vuolsi fare menzione d'un compendiatore del decimo secolo, Simone maestro (che era titolo d'officio a corte),[391] il quale par abbia avuto alle mani la storia di Teognosto o altri ricordi; poichè si discosta dalla compilazione imperiale. Mentre Michele il Balbo, dice il cronista, si travagliava nella guerra civile di Tommaso di Cappadocia, gli Affricani e gli Arabi occuparono Creta, Sicilia e le Cicladi, regioni uscite “poco innanzi” dalla dominazione bizantina, pei peccati dei popoli e la iniquità dei principi.[392] E allora
. accadde che Michele, dicendo forse da senno a Ireneo maestro del palagio “Mi rallegro teco; la Sicilia s'è ribellata!” que' gli replicò: “Strana contentezza è questa, o signore;” e volto a un altro cortigiano gli sufolò all'orecchio tre versi: “Ecco il primo disastro che dovea succedere, preso lo stato dal dragone di Babilonia, balbuziente e amantissimo dell'oro.”[393] Dopo ciò, Simone racconta il primo sbarco dei Musulmani in Creta (822?).
La compilazione imperiale, senza segnar data precisa, dà un sincronismo diverso al fatto di Sicilia, portandolo insieme con l'impresa di Orifa nell'Arcipelago (825?). “Tra coteste vicende, dice la compilazione, Eufemio turmarca di milizie[394] in Sicilia, invaghito di una donzella che vivea nel chiostro, e che portava da lungo tempo l'abito monastico, avea cerco ancor da lungo tempo di soddisfare all'amor suo, prendendola in moglie: chè l'esempio non era lontano, nè potea parer cosa illecita nè brutta, quando poc'anzi l'avea praticato lo stesso imperatore Michele. Pertanto Eufemio, rapita la vergine dal monistero, portossela, riluttante, a casa.”[395] I fratelli di lei se ne richiamavano allo imperatore; e questi ingiungeva allo stratego di Sicilia che, sendo vero il misfatto, si mozzasse il naso al rapitore, secondo il rigor delle leggi.[396] Ma Eufemio, risaputo il pericolo, ordiva una cospirazione coi proprii soldati e con altri turmarchi compagni suoi;[397] e, sottrattosi allo stratego che andava per punirlo, rifuggissi appo il miramolino[398] d'Affrica; promettendo che gli darebbe la Sicilia e pagherebbegli largo tributo, s'ei gli concedesse di prender nome e insegne d'imperatore, e lo aiutasse di genti. Il barbaro principe accettava il partito, e s'insignoriva dell'isola, col favore d'Eufemio non solo, ma sì degli altri che avean messo mano con lui alla ribellione. Pervenuto a salti, come ognun se n'accorge, alla irruzione dei Musulmani in Sicilia, il cronista palatino esce di briga con additare ai lettori Teognosto; nè si sofferma che per raccontare un altro episodio drammatico: la uccisione di Eufemio.[399] Parlando dello stratego di Sicilia in quel tempo, ei non ne dà il nome; ma più sopra, nel racconto della guerra di Creta, avea detto che Michele il Balbo affidò il governo della Sicilia a Fotino protospatario e capitano d'Oriente, per racconsolarlo della sventura incontrata in quell'altr'isola (825), ove, mandato contro i Musulmani con grosso esercito, i suoi avean toccato una rotta ed ei se n'era fuggito, come pare, senza combattere.[400] Questo Fotino era bisavolo di Zoe imperatrice, madre del Porfirogenito. E ciò spiega perchè la compilazione imperiale aggravi tanto Eufemio, e non faccia parola dei casi della ribellione, nei quali Fotino par sia stato infelice e codardo quanto in Creta.
Venendo alla tradizione musulmana, che ha sembianze assai più genuine, è da avvertire come noi la tenghiamo da tre scrittori: Ibn-el-Athîr, che visse tra il duodecimo e il decimoterzo secolo; Nowairi, del decimoterzo e decimoquarto; e Ibn-Khaldûn, della fine del decimoquarto stesso: dei quali ho detto abbastanza nella Introduzione. Attinsero i fatti del conquisto di Sicilia ad unica sorgente, ignota a noi; se non che possiamo conghietturare che fosse compilazione fatta in Sicilia o nell'Affrica propria nell'undecimo secolo, sopra ricordi scritti ai tempi medesimi degli eventi, come ormai portava la civiltà dei popoli musulmani. Egli è evidente che Ibn-el-Athîr e Nowairi scorciassero entrambi quella cronica, poichè danno il grosso dei fatti nel medesimo ordine, e sovente con le medesime parole; ma dei particolari chi ne presceglie uno e chi un altro, secondo il genio suo: trovandosi in maggior copia appo Ibn-el-Athîr le cose militari e politiche, ed appo Nowairi gli aneddoti. Quanto ad Ibn-Khaldûn, in questo capitolo abbrevia Ibn-el-Athîr, senz'aggiugnervi una sillaba.
La tradizione musulmana corre nel tenor seguente. L'anno dugento uno dell'egira (816-17) secondo il Nowairi, e dugento undici (826-27) secondo Ibn-el-Athîr, il re dei Rûm prepose alla Sicilia il patrizio Costantino[401] soprannominato il Suda,[402] voce d'origine latina, grecizzata nei bassi tempi, che suona trincea; ed in Creta è nome geografico, noto, com'e' pare, nella guerra dei Musulmani. Il Trincea avendo fatto capitano dei soldati d'armata Eufemio della nazione dei Rûm, uom prode e intraprendente, caporione tra gli ottimati siciliani,[403] costui andò ad osteggiare la costiera d'Affrica; presevi mercatanti, vi fece bottino, e lunga pezza s'intrattenne a infestar que' mari. Poscia riseppe avere il principe commesso al patrizio dell'isola di torgli il comando e punirlo d'una colpa che gli era stata apposta: e datane contezza ai compagni suoi d'arme, li accese a ribellarsi con essolui. Donde, approdata l'armata a Siracusa, si azzuffò con le genti di Costantino, lo ruppe; una schiera, inseguitolo infino a Catania, lo prese e ammazzò; ed Eufemio fu gridato imperatore. Il quale chiamò al governo d'alcuna provincia un de' partigiani suoi, barbaro, dicesi, di nazione alemanna, forse Armeno,[404] per nome Palata,[405] cugino d'un Michele che reggea la città di Palermo; ma i due congiunti, messe insieme loro forze, disdiceano il nome d'Eufemio; movean contr'esso; e vintolo in battaglia, uccisigli mille uomini ed entrati in Siracusa, ei fu costretto a fuggirsi in Affrica con la gente che gli avanzava. Così scrivono di seconda o di terza mano i citati cronisti.[406] Il Riadh-en-nofûs, raccolta di biografie d'Affricani, compilata, come s'è detto nella Introduzione, verso la fine del decimo secolo o nell'undecimo al più tardi, sopra memorie scritte del nono, offre l'addentellato alla riferita tradizione, e dà i nomi di Eufemio e del Palata; se non che esclude il supposto delle incursioni d'Eufemio su la costiera d'Affrica, o almeno porta a credere che fossero esercitate contro i Musulmani di Spagna.[407]
Or i racconti che minutamente abbiamo esposto, messi al cimento dalla critica, lungi dal contraddirsi a vicenda, s'attagliano l'uno all'altro, meglio che non potrebbe aspettarsi in ricordi di origine sì diversa e di una età sì povera di scritti istorici. E prima, il nome del protagonista della rivoluzione siciliana concorda in tutti gli autori: chè se Giovanni diacono il chiama Euthimio, questa voce facilmente si potea confondere con Eufemio nella scrittura, e più nella pronunzia.[408] Convengono alsì tutte le memorie su la ribellione, la sconfitta, la fuga di Eufemio in Affrica: e l'Anonimo salernitano che parrebbe men degno di fede, prova pure essergli pervenuto qualche ragguaglio preciso, narrando la uccisione dello stratego in Catania, che sappiam solo da Ibn-el-Athîr e da Ibn-Khaldûn. Delle nozze con la suora o novizia, non pare nè anco da dubitarsi; se non che questa va tenuta circostanza secondaria, anzi pretesto della persecuzione d'Eufemio; poichè la corte bizantina, al par di ogni altro governo dispotico e bacchettone, avea due misure di morale: l'una larga pei principi e lor fautori, e l'altra rigorosa e intollerante, adoperata quando ci entrava di mezzo il furore teologico, la invidia o la nimistà politica. Politico del tutto fu dunque il movimento d'Eufemio, come il dicono i due più antichi scrittori, italiano e bizantino, Giovanni diacono e Simone maestro. Più difficile a fissarne appunto la data. Que' due accennano all'ottocentoventuno; e s'accorda con essi l'anno dell'egira segnato dal Nowairi, e la probabilità grandissima che i capitani dell'esercito siciliano si fossero sollevati, quando Tommaso di Cappadocia chiarito ribelle in Oriente movea contro Costantinopoli; come già lo stratego Sergio turbò l'isola quand'ei seppe Leone Isaurico assediato dagli Arabi nella capitale. E che la ribellione di Sicilia fosse durata cinque o sei anni, sarebbe tanto più verosimile, quanto Michele il Balbo non ebbe mai forze da reprimerla. Nondimeno, io penso che in quel movimento si debba supporre un intervallo nel quale la Sicilia avesse riconosciuto il governo di Costantinopoli; poichè gli Arabi nel loro ragguaglio sì particolareggiato e verosimile, chiamano lo stratego ucciso da Eufemio con un nome e un soprannome che ben s'adattano a Fotino, il quale fu promosso a quell'officio verso l'ottocentoventisei, come si deduce dalla cronica del Porfirogenito. E veramente nella scrittura arabica il nome di Costantino non è molto dissimile da quell'altro; e come assai più ovvio, dovea parer migliore lezione ai copisti. Al tempo stesso il soprannome di Suda sembra coniato apposta per Fotino. Infine la serie di fatti, che salta a piè pari il cronista palatino, par debba riferirsi, come già notai, all'avolo di Zoe imperatrice.
Si potrebbe argomentare da tutto ciò che il movimento siciliano avesse avuto due periodi; l'uno dalla esaltazione di Michele il Balbo alla elezione di Fotino; l'altro dalla persecuzione d'Eufemio alla sua fuga in Affrica. I quali due periodi, sì vicini tra loro, furono, com'avvien sempre, confusi in un solo dalla tradizione verbale e dai compendiatori; e in quel solo primeggiò il nome, rimase infame, d'Eufemio: e il tempo si riferì dagli uni al principio, cioè all'ottocentoventuno; dagli altri al fine, cioè all'ottocentoventisei. Dall'ottocentoventuno all'ottocentoventicinque i condottieri ch'erano arbitri della Sicilia, forse uccisero un primo patrizio Gregora o Gregorio; forse Eufemio si prevalse, al par che gli altri capitani, di quei turbamenti, ma non ne fu motore principale; forse i turbamenti non trascorsero fino all'aperta ribellione; ovvero Michele il Balbo, non potendo con un esercito, la represse con un finto perdono. Ma Fotino mandato a dar sesto alla Sicilia, sendo favorito dell'imperatore e spregiato dai soldati, prosontuoso e codardo, e volendo fare ammenda della fuga di Creta con qualche grande impresa di polizia in Sicilia, diè opera a spegnere i condottieri più baldanzosi, tra i quali primeggiava Eufemio. In luogo di ricercare il crimenlese, chè non si potea fare onestamente nè senza pericolo, trovò un sacrilegio chiarito o incerto; trovò i fratelli della sposa, tiranni domestici delusi, o pacifici cittadini ingiuriati da un soldato che si fea lecito ogni cosa: e per tal modo, col manto della morale e della religione, Fotino si provò a spezzar la prima verga del fascio. Se non che l'accusato era in sull'armi; gli altri condottieri s'accorsero dell'arte grossolana dello stratego, e videro il proprio pericolo in quel d'Eufemio: donde raccesero immantinenti la rivoluzione. Così mi raffiguro l'andamento dei fatti. Io pongo la sollevazione militare contro Fotino nell'anno ottocentoventisei. La sconfitta, la morte di costui, la effimera esaltazione di Eufemio, la sollevazione di due altri condottieri contro di lui e il novello combattimento di Siracusa, ond'ei fu costretto a fuggire, si debbono credere per filo e per segno come li narrano gli Arabi, e collocare nel medesimo anno ottocentoventisei. Soltanto aggiugnerei ch'Eufemio, detto da Ibn-el-Athîr capitano di soldati d'armata, e da tutti gli Arabi guerreggiante su le costiere d'Affrica, avesse dalla parte sua le milizie siciliane che montavano l'armata dell'isola; perchè, tra gli eventi di Costantinopoli e di Creta, non è da supporre che venisse in Sicilia il navilio imperiale. Altri soldati del presidio, stranieri e mercenarii, si sollevarono al certo con Eufemio; ma non andò guari che i loro capitani, massime i due cugini alemanni o armeni, non parendo loro aver guadagnato abbastanza, e corrotti forse dall'oro imperiale, si rivoltarono contro il novello signore, e gridarono il nome di Michele il Balbo. Riportarono la vittoria i traditori; e nondimeno rimase ad Eufemio non poco séguito tra i Siciliani, come lo dice espressamente la cronaca del Porfirogenito, e come si vedrà ancora dalla narrazione degli Arabi. È indi manifesto che i due elementi dai quali nacque il moto militare dell'ottocentoventisei, tosto si separarono. Le armi mercenarie, come pietra che si gitti in alto, ricaddero verso il loro centro di gravità, ch'era il dispotismo di Costantinopoli. Le milizie siciliane tentarono di spiccarsi dall'impero greco, sì come avean fatto un secolo innanti quelle dell'Italia centrale; ma oppresse da forze più ordinate, nè potendo trovar sostegno nello sfacelo della società civile, si gittarono per disperazione al peggior partito: chiamarono un potentato straniero; e affrettaron così la morte della nazione greco-sicola, ch'era andata decadendo e consumandosi, ormai da mille anni, dopo l'entrata di Marcello a Siracusa.