CAPITOLO XI.

Terminando in questo tempo la lotta della independenza e principiando un periodo più culto, è bene rassegnare gli elementi civili che rimaneano.

Le vicende dei Cristiani nella prima metà del decimo secolo mostrano ch'e' tenessero tuttavia il lato orientale dell'isola. Ibrahim-ibn-Ahmed avea distrutto sì loro fortezze; ma le guerre civili impedirono ai Musulmani di porre colonie in quelle parti. Però non avvi ricordo d'alcuna terra di Valdemone o Val di Noto nella sanguinosa storia di Khalîl, nè in altra rivoluzione della colonia fino al novecensessantanove; però nella guerra di Manuele Foca (964) i Bizantini sbarcarono come in luoghi amici per tutta la costiera da Messina a Lentini. E cotesta guerra si accese appunto, perchè i Musulmani voleano porre stanza e possedere terreni nella Sicilia orientale.[466]

Regione fatta squallida e desolata, a dispetto della natura, in quel dubbio confine di due epoche; quando la dominazione bizantina, nell'andarsene, le avea lasciato il tristo retaggio di suoi vizii sociali; e i Musulmani, anzichè veri padroni, eran tuttavia nemici, liberi sì di correre la provincia. Di certo mancar dovea l'agricoltura con la popolazione, diradata dalle stragi d'Ibrahim e dalle emigrazioni in Calabria e altri paesi cristiani; e n'è prova la lunga carestia, nella quale una metà dell'isola non bastava a sfamar l'altra metà afflitta dalla guerra civile.[467] Con la ricchezza e con la popolazione si dileguavan anco gli ultimi avanzi di coltura intellettuale; talchè sparisce in questo tempo ogni vestigio di scrittori cristiani di Sicilia.[468]

La stessa religione par abbia perduto nelle province orientali, se non la speranza ch'è sua radice, certo gli effetti esteriori che mostran viva la pianta. Mancano infatti le memorie ecclesiastiche di quel periodo. Nessuna agiografia ne abbiamo; se non che l'autore anonimo della Vita di San Niceforo vescovo di Mileto vagamente parla della gran copia di “veggenti in Dio” che vissero in Sicilia (964), dei quali nomina il solo Prassinachio; com'e' pare, romito, stanziante in su lo Stretto di Messina; uomo famosissimo per pietà, e per avere presagito la sconfitta di Manuele Foca.[469] E quest'abbondanza di profeti è pur segno infallibile di presente miseria, di che la ragione umana vegga chiusa ogni uscita. Torna alla stessa, alla precedente generazione, Ippolito vescovo di Sicilia, non sappiamo di qual città, autore di certi vaticinii molto oscuri su la caduta della potenza musulmana, i quali erano in voga a Costantinopoli nella seconda legazione di Liutprando.

Nè è da lasciare inosservata cotesta strana appellazione di vescovo di Sicilia, che comparisce a un tratto alla metà del decimo secolo. Oltre Liutprando, l'adopera la Cronica di Cambridge, parlando d'un Leone che fu mandato in ostaggio a Palermo nel novecenventicinque;[470] dond'è evidente aver que' due scrittori ripetuto un modo di dire che correva in Palermo e in Costantinopoli verso il novecensessantotto, quando vissero entrambi. I titoli canonici delle sedi siciliane non erano al certo mutati; ma supposto che ne rimanesse in piedi una sola, il vescovo comunemente si dovea chiamar di Sicilia, non di tale o tal città. E fors'era quello di Taormina.

Cotesti indizii messi insieme provano il picciol numero a che era ridotta la gente greca e italica della Sicilia orientale e la vita che vivea di stenti, di fatiche, di pericoli. Le città independenti eran fatte tributarie dopo la guerra d'Ibrahim-ibn-Ahmed; spezzato pertanto ogni legame con l'impero bizantino, tanto più dopo la pace che fermò l'impero coi califi fatemiti.[471] Costantino Porfirogenito, in fatti, nella descrizione delle province, confessa perduta l'isola di Sicilia, le cui città, dice egli, “parte son abbandonate, parte si tengono dagli atei Saraceni.”[472] Che se rimase negli almanacchi di corte il tema di Sicilia, significava soltanto la Calabria che una volta ne avea fatto parte; consolandosi la povertà bizantina con dare all'accessorio il titolo del principale: onde il governatore si chiamò promiscuamente stratego di Sicilia, stratego di Calabria e anche duca di Calabria.[473] Le popolazioni tributarie di Sicilia reggeansi necessariamente a municipio;[474] soddisfaceano il tributo quando non poteano ricusarlo impunemente; rialzavan le mura per poco che i Musulmani non ci badassero; e di tratto in tratto, or adescate da occasione propizia, ora esasperate da sopruso de' vincitori, ritentavan la prova di resistere. Taormina così; così qualche altra rôcca di Val Demone. Del Val di Noto non si fa motto, dopo la caduta di Siracusa e delle città dell'Etna. Forse la popolazione, menomata delle migliaia che si menavano in schiavitù in altre parti dell'isola[475] o fuori, rimase sì poca e sparsa che nulla osò, e niuno parlò di lei.

Mi conferma in tal supposto la sovrabbondanza di abitatori che si notava a ponente del Salso; a spiegar la quale non basterebbero nè le migrazioni dall'Affrica, nè il naturale accrescimento di popolo che prosperi. Del fatto non si può dubitare. Ibn-Haukal, venuto in Palermo il novecentosettantadue, fornisce dati da ragionare la popolazione della capitale a più di trecentomila anime.[476] Khalîl, trent'anni prima fece morire oltre secentomila persone nel Val di Mazara, esclusa Palermo, dove l'efferato animo non trovò pretesto a sfogarsi. A suppor dunque distrutto in quattro anni (938-41) un terzo della popolazione della provincia musulmana, il Val di Mazara, cioè, con Palermo, le si debbon dare innanzi il novecentrentotto due milioni d'abitatori, quanti ne ha adesso tutta l'isola. Men della metà erano Musulmani.[477]

Quanto alle schiatte, credo gran parte di tal popolazione antichi abitatori della Sicilia tutta, ridotti in Val di Mazara; tra liberti, vassalli e schiavi, tra cristiani, rinnegati e giudei:[478] questi ultimi stanziati nelle città; gli altri, in città e ville. Non occorre di replicare ciò che dicemmo degli antichi coloni musulmani. Ma quei venuti d'Affrica nella prima metà del decimo secolo, furono di tre maniere: industriali, soldatesche, e rifuggiti. Pei primi non sarebbe necessario allegare testimonianze e poche possono rimanerne: pure abbiamo il ricordo d'un Sa'îd-ibn-Heddâd, di famiglia artigiana come lo accenna il nome patronimico, al quale, sotto il regno d'Ibrahim-ibn-Ahmed, morì in Sicilia un fratello che gli lasciò quattrocento dînar, guadagnati com'ei pare, con alcuna industria.[479] Dal novecento al novecentrentanove quattro grossi eserciti erano stati mandati a ripigliar lo stato in Sicilia; un altro (902) e parecchi stuoli minori vi erano passati andando in Calabria. Ma di cotesta massa soldatesca di Berberi, Negri, Slavi e milizie arabiche d'Affrica, sbarcati nell'isola in men di mezzo secolo, chi fu spento, chi se ne tornò; picciola parte è da supporre rimasa a soggiorno: e di ciò si ha indizio pei soli Slavi, che diedero nome al più grosso quartier della capitale.[480] Sembra di maggiore importanza, per lo numero e per la qualità degli uomini, la migrazione dei partigiani di casa aghlabita e dei fervidi ortodossi che lasciavano l'Affrica, per paura o dispetto, al mutamento della dinastia e alle varie persecuzioni che seguirono. Ai quali la Sicilia era asilo, come paese più lontano dagli occhi sospettosi dei governanti e come quello che odiava i Fatemiti e vivea più o meno apertamente in rivoluzione.

E cresciuta la popolazione, cessate le continue guerre del conquisto, incominciavano a metter fronde, se non per anco fiori e frutti, gli studii; sturbati sì nelle guerre d'independenza dal romor delle armi, ma molto più promossi dal principio civile che accompagna i moti politici e fa lor precedere o seguire da presso lo svegliamento degli ingegni. Favoriva anche gli studii il contatto più familiare coi vinti, la liberale educazione e dottrina dei rifuggiti d'Affrica e l'esempio dei giuristi mandati a tenere i magistrati.

Per cominciar dagli avanzi dell'antica civiltà del paese, ricorderemo l'opera che prestò un dotto siciliano nella versione della materia medica di Dioscoride. Aveva abbozzato questo gran lavoro a Bagdad verso la metà del nono secolo, Stefano cristiano di Siria; il quale, sapendo la lingua meglio che la scienza, tradusse i nomi dei semplici più ovvii, e di molti altri trascrisse la denominazione greca senza il riscontro in arabico. Si doleano dunque della imperfetta versione i medici che fiorirono sotto gli Omeiadi di Spagna, quando del novecenquarantotto, trattato un accordo tra Romano imperatore di Costantinopoli e l'omeiade Abd-er-Rahman-Naser-lidin-illah, Romano gli inviò, tra gli altri doni, il testo latino delle storie di Paolo Orosio ed un manoscritto greco di Dioscoride, con belle miniature delle piante. Deste a ciò le speranze dei dotti di Cordova, come ci narra Ibn-Giolgiol che fu medico della corte nel regno seguente, il califo Abd-er-Rahman richiedeva a Romano un interprete di greco e di latino; e mandatogli del novecentocinquantuno il monaco greco Niccolò, fu riveduta o piuttosto rifatta la versione con l'aiuto dei disegni. Se ne dèe merito a parecchi medici arabi di Spagna, al dotto medico giudeo Hasdai-ibn-Bescrût, all'interprete Niccolò ed al siciliano Abu-abd-Allah, che parlava l'arabo e il greco e conoscea la materia medica; tantochè la difficile interpretazione tecnica fu compiuta, nè altro rimase ad appurare che una diecina di semplici di poco rilievo. Fin qui Ibn-Giolgiol, il quale in gioventù conobbe e praticò tutti i collaboratori. Del Siciliano altro ei non dice; ma ben si può supporre di schiatta greca e convertito di fresco, non avendo nome patronimico, e prendendosi sovente dagli uomini nuovi il nome proprio di Abd-Allah, che significa servo di Dio.[481] Possiamo supporre di gran momento la cooperazione sua, poichè si narra di lui solo che unisse le nozioni tecniche alle filologiche.

Dalla medicina passiamo di sbalzo alla giurisprudenza; non concedendo quadro più compiuto le memorie che abbiamo. Ma se giurisprudenza vuol dir la base d'ogni civiltà; se l'incivilimento europeo si debbe alla legge romana, più che a niun altro libro o istituzione; lo studio del dritto ebbe nell'islamismo confini assai più larghi e maggiore influenza civile e letteraria che nell'Occidente pagano o cristiano. Accennammo già la importanza politica dei giuristi musulmani dell'ottavo e nono secolo.[482] Lo studio loro abbracciava tutte le scienze che noi chiamiamo morali e politiche, trascorrea fino alla teologia, chiamava la filologia a darle aiuto nella interpretazione del Corano, adoperava la biografia come strumento di critica della tradizione, arrivava alle soglie della matematica computando le tasse legali e le frazioni nel partaggio delle eredità. Però non fa torto all'Affrica se non coltivò con onore altra scienza che questa. Ve la illustrarono nel nono secolo Ased-ibn-Forât, conquistatore della Sicilia, e Sehnûn;[483] entrambi della scuola di Malek. Nè tardò molto a passare in Sicilia mediante i discepoli di Sehnûn. Fra i quali levò grido un Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf morto in Susa il novecentotrè in odore di santità[484] e maestro del siciliano Abu-Bekr-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Iehia, coreiscita, devoto famigerato.[485] Più che la voce di tal discepolo, giovò una grande opera di Iehia-ibn-Omar, intitolata “Comandamenti della fede e leggi dell'islâm,” la quale si leggea nelle scuole di dritto di Sicilia e d'Affrica, e chiamavanla comunemente il Libro dei Miracoli. Vivendo l'autore, un liberto degli aghlabiti, diligentissimo editore,[486] s'era venduto il giubbone per comperare pergamena vecchia[487] da copiar questa o altra opera di Iehia-ibn-Omar; e, com'egli ebbe fornita la copia, un altro zelante e povero letterato fe' lungo viaggio a piedi per amor di leggerla e trascriverla. Parecchi anni appresso un giurista siciliano o stato nell'isola, infervorato del Libro de' Miracoli sel vide in sogno tutto illuminato d'una luce che scendea dal cielo. A tal venerazione era giunta l'opera d'Iehia e la scienza ch'ei coltivò! In Palermo insegnava per quattordici anni la Modawwana, celebre manuale di dritto secondo Malek, il professore Abu-Sa'îd-Lokmân-ibn-Iusûf, della tribù arabica di Ghassân, trapassato a Tunis il trecentodiciotto dell'egira (930-31); martire della didascalia, s'egli è vero che morì d'una piaga fattasi al costato con l'angolo della tavola sulla quale solea scrivere e spiegare il testo. Si nota di costui che possedette dodici rami diversi di scienze;[488] nè fa maraviglia, atteso la vastità degli studii che rannodavansi al dritto.[489]

Segnalossi tra i discepoli di Sehnûn, per dottrina e austera integrità, un Abu-'Amr-Meimûn-ibn-'Amr, il quale diè alla Sicilia bell'esempio delle virtù di magistrato. Promosso a cadi dell'isola, da delegato ch'egli era al tribunale dei soprusi di Kairewân, andando a Susa per imbarcarsi, Meimûn si volse alla gente che gli dava il buon viaggio. “Cittadini,” lor disse, “ecco la giubba e il mantello che ho indosso; ecco lo zaino coi miei libri, e cotesta schiava negra che mi fa i servigi di casa, con una giubba e un mantello nè più nè manco di me: ponete ben mente, e vedrete in che arnese tornerò di Sicilia.” Giunto in Palermo, come poi narrò il siciliano Sa'îd-ibn-Othman, e condotto alla casa dei cadi, Meimûn quando la vide, ricusò d'entrarvi, dicendo non saper come acconciarsi in sì gran palagio; e volle albergare in una picciola casetta. Dove, senza aguzzini nè uscieri, quando alcun picchiava alla porta, correa la negra ad aprire, rispondeva: “or ora parlerete al cadi;” e chiamatolo, se ne tornava a filare per vendere il refe e supplire allo scarso mantenimento del padrone. Il qual magistrato non è a dire se fosse caro a tutta la città. Poi si ammalò. Non vedendolo uscir di casa da tre dì, gli amici, andati a visitarlo, lo trovarono giacente, in vece di tappeto, sopra una stuoia di papiro, manifattura indigena,[490] appoggiando il capo su due cuscini imbottiti di fieno. Piangendo lor disse avere atteso all'oficio, che n'era testimone Iddio, finchè gli eran bastate le forze; nè li avrebbe abbandonati giammai se non fosse stato per quella incurabile infermità che si sentiva. Volle andare a morire in patria. E quando partì: “Che Dio vi conceda un successore miglior di me,” furon le ultime parole di Meimûn ai Palermitani; e quelli a benedirlo ed a pregargli salute. Nè dimenticò, messo il piè a Susa, di mostrare alla gente il sacco dei libri, le vestimenta fatte più logore e la stessa schiava.[491]

Per certo le relazioni politiche con l'Affrica fruttarono alla Sicilia un utilissimo commercio d'idee e di studii. Si novera tra i discepoli di Sehnûn, un Diama-ibn-Mohammed, morto il dugentonovantasette (909-910), ch'era stato cadi di Sicilia sotto gli Aghlabiti.[492] Con l'insegnamento ortodosso trapelavan anco i novelli ardimenti filosofici dei Musulmani; sapendosi che il giureconsulto Abu-Giafar-Mohammed-ibn-Hosein-Marwazi, com'ei pare, oriundo persiano, trapassato in Sicilia del dugentonovantatrè (905-906) era forte sospetto di miscredenza.[493] Sembrano incominciati in Sicilia nella stessa metà del decimo secolo gli studii filologici; poichè il primo Siciliano lettor del Corano e grammatico di cui si trovi il nome nelle raccolte biografiche, è Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân, liberto degli Aghlabiti, nato il trecentosei (918-19), di schiatta persiana anch'egli, se è da stare all'indizio del nome patronimico.[494]

Appariscono al tempo stesso in Sicilia i primi esempii d'una maniera di erudizione che fu molto in voga appo i Musulmani, dico i racconti biografici che correano nelle scuole e ritrovi dei dotti: officine delle effemeridi letterarie di quel tempo. Taluno li messe in carta; poi vennero i compilatori che ci hanno serbato cotesti materiali di Storia letteraria, chiamati per lo più Tabakât, o vogliam dir classi, sendo ordinati i cenni biografici in classi, di giureconsulti, grammatici, poeti, lessicografi e simili: Delle più antiche e preziose, è il Riâdh-en-Nofûs, da noi ricordato sovente; il quale, trattando dei giuristi e santi musulmani d'Affrica fin oltre la metà del decimo secolo, ci dà i nomi dei Siciliani che tramandarono parecchi aneddoti a voce o in iscritto. Indi veggiamo che Abu-Bekr-Ahmed, citato dianzi tra i discepoli di Iehia-ibn-Omar, lasciò ricordi, scritti com'e' pare, intorno il pio giurista Abu-Harûn-Andalosi, vissuto in Affrica; pei quali fatti Abu-Bekr or si dà come testimone oculare, or allega i detti altrui.[495] Il medesimo Abu-Bekr, su la fede dell'altro Siciliano Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân,[496] riferisce aneddoti d'un Ibn-Ghazi da Susa, devoto un tempo e rinomato lettore del Corano per la melodia della voce, poi infame tra gli Ortodossi perchè alla esaltazione del Mehdi lo adulò vilmente, è s'affiliò a setta ismaeliana.[497] Abu-Bekr, avendo in sua giovinezza conosciuto Iehia-ibn-Omar (m. 903) ed Abu-Harûn-Andalosi (m. 905), visse nella prima metà del decimo secolo. Contemporaneo di lui, e al par siciliano Saîd-ibn-Othman; il quale raccontò a voce i fatti del cadi Meimûn in Palermo.[498] Un altro Abu-Bekr, per nome Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Ibrahim, maestro di scuola, detto il Siciliano, forniva all'autore del Riâdh alcuni aneddoti del devoto africano Abu-Iunis-ibn-Noseir, morto il trecentoquattro (916-17) del quale ei fu amico ed ospite.[499] Il Siciliano Abu-Hasan-Harîri, o diremmo il Setaiolo, morto il trecentoventidue (934), che guadagnò con ascetiche stravaganze un cenno biografico nel Riâdh, può passare anch'egli tra gli agiografi; poichè si seppero dalla sua bocca le dolci visioni di Moferreg,[500] le zuffe d'Abu-Ali da Tanger col nemico del genere umano,[501] e le vicende del pellegrino Abu-Sari-Wâsil, ritrattosi in eremitaggio presso il castello Dîmâs in Affrica.[502]

Per quanto si voglian supporre perduti i ricordi di quella età, la somma è che, innanzi la dominazione kelbita, la cultura intellettuale della Sicilia si ristringea quasi alla scienza del dritto; nè lasciò nomi illustri. L'argomento negativo che viene dal Riâdh e da altre compilazioni parziali, pienamente si conferma col dizionario generale d'Ibn-Khallikân, dove si leggono le biografie di Siciliani del duodecimo e undecimo secolo, ma nessuna ve n'ha del decimo. Ciò non vuol dire che gli studii lontani dalla giurisprudenza, l'erudizione, le lettere, la poesia fossero trascurati al tutto in Sicilia, avanti i Kelbiti. Sarebbe bastata a recarveli la sola famiglia aghlabita, che sì larga diramossi allato al regio ceppo d'Ibrahim. Perchè nel nono secolo que' nobili rami dieron molti emiri alla Sicilia;[503] una lor famiglia anco par trapiantata nella colonia:[504] e dall'altra mano sappiamo coltivate dai discendenti d'Aghlab logica, dialettica, astronomia o astrologia che dir si voglia, rettorica, filologia, e lo stile peregrino di scrivere; ne troviamo anche un che dettò cronica o storia della casa d'Aghlab; e dei verseggiatori non v'ebbe penuria.[505] Ma in Affrica coteste discipline non fiorirono mai al par del dritto, nè salirono al ragguaglio delle letterature contemporanee dei califati d'Oriente e di Spagna: e la colonia siciliana, che le toglieva in prestito dalla madre patria, pur dovea rimanere più addietro. Non si veggono Affricani nè Siciliani nel Ietimat-ed-dahr, antologia poetica di Th'âlebi, oriundo persiano vivuto nei principii dell'undicesimo secolo; il quale, ricercando i poeti buoni e mediocri dell'Oriente musulmano, gittò pure uno sguardo su quei della Spagna.[506]

Ci torna da tutti i lati quell'operoso commercio tra la Sicilia e l'Affrica, che necessariamente dovea nascere dalle relazioni politiche de' due paesi e che portava seco una somiglianza di industrie, d'incivilimento letterario, e di costumi. Al frequente passaggio che si è visto di uomini notabili dall'Affrica in Sicilia, si può contrapporre il tramutamento di coloni che andavano a tentar la sorte nella madre patria, ai quali si dava, sia per nascita, sia per lungo soggiorno, il nome di Siciliani. Taluno salì ad alto grado in Affrica. Leggiamo tra i governatori di Tripoli uno Scekr, detto il Siciliano, che diè principio il dugentosessantanove (882-83) alla fabbrica d'una cisterna monumentale, e compiè una cupola nella moschea giami'.[507] Le mura della stessa città furono ristorate ed ampliate il trecentoquarantacinque (956-957) da Abu-l-Feth-Ziân il Siciliano, motewalli, o vogliam dire delegato al reggimento del paese.[508] E poco fa ci è occorso di nominare il capitan siciliano Boscera nelle battaglie dei Fatemiti contro Abu-Iezîd.[509]

Perchè poi non mancasse alla colonia un vizio grave della madre patria, veggonsi i Siciliani gareggiar coi fratelli d'oltremare nei fasti dell'ascetismo musulmano. Operano le superstizioni nei popoli come i liquori inebbrianti nel corpo umano; i quali all'assaggiarli dan vigore e brio; poi turbano il cervello, concitano sovente a rabbioso furore; alla fine snervan l'uomo, lo fan cadere in letargo o senile imbecillità. La macchina soprannaturale dell'islamismo, dopo avere aiutato a conseguire gli effetti morali, sociali e politici, ai quali aspiravano le nazioni dell'Asia anteriore, invasò i Musulmani d'infecondo ardore teologico e li assopì nei vaneggiamenti delle espiazioni e propiziazioni: e così quello zelo ch'era stato virtù giovando all'universale, si mutò in vizio, quando portò a sanguinose discordie, o peggio, alla devota misantropia, allo straziar sè stesso senz'altrui pro, allo sciogliersi dai legami della famiglia e della città, allo scambiar la moneta sonante delle virtù umane con polizze su l'altro mondo, non pur sottoscritte dal fondator di loro religione, ma dagli interpreti di seconda e terza mano. Percorrendo il Riâdh-en-Nofûs, si veggono comparire successivamente tra i Musulmani d'Affrica tre tipi di perfezione morale: nel settimo e ottavo secolo, il guerriero del conquisto, ambizioso di martirio; nel nono secolo il giureconsulto che impavido affronta tiranni e plebi; nel decimo il mote'abbed, uom di santa vita diremmo noi, che si macera d'astinenza, si stempra in lagrime, passa dì e notte pregando e ruminando fatti soprannaturali, e di rado avvien che si levi di ginocchioni, per vedere se i concittadini sian vivi o morti. Pur i bacchettoni penaron lungo tempo a ragguagliar la devozione musulmana a quella dell'impero bizantino, spogliandola della virtù guerriera e della carità spirate da Maometto.

Ce ne dà esempio Mofarreg, il primo santone siciliano che si presenti nel Riâdh, il quale, se consumò il rimanente della vita in sterile penitenza, avea sparso prima (882?) il sangue per la patria.[510] Abu-Hasan il setaiolo, autor di questo aneddoto d'agiografia, raccontava anco i travagli di Abu-Ali, oriundo di Tanger, nato o stanziato in Sicilia, ch'ei conobbe di persona e passò la vita tra indefesse austerità; lontano dalle cure mondane; assorto tutto nella preghiera. Cui soleva comparire il demonio, in sembiante d'uomo, scongiurandolo per Dio di smetter sua dura penitenza, “con la quale,” aggiugneva il maligno spirito, “non ti avverrà mai di sentir pace nell'animo.” Ed Abu-Ali a rispondergli: “Via di qui, Tentatore; se Dio m'aiuti, continuerò a tuo dispetto.” Ma coltolo un dì che dormiva sur una panca, Satan gli diè una voltolata; onde cadendo a terra si spezzò la fronte; ed enfiatagli la piaga, e prendendogli tutta la faccia, que' tornava a susurrargli: “Smetti, e d'un subito ti guarirò.” Finchè, ostinandosi il devoto a respingerlo e a dirgli che amava meglio morire, il demonio lo abbandonò al suo fato, che non tardò guari a compiersi.[511] Di questo Abu-Hasan setaiolo, rimase un ricordo biografico scritto da Abu-Soleiman-Rebî'-Kattan,[512] erudito affricano che soleva andare a visitarlo in casa presso la moschea d'Abu-Zarmuna, credo a Kairewân, ov'ei gli narrava quei fatti de' devoti di Sicilia. Par che Rebî', si fosse invogliato di conoscere il Setaiolo, per le maraviglie che sentiva di sua pietà: un uom fitto sempre a suo telaio; triste e silenzioso, se non che a volta a volta prorompeva in ringraziamenti e lodi a Dio; e all'annunzio delle preghiere canoniche, metteasi a gemere, a trascinarsi in terra, a dolersi delle peccata, a gridare “Ahimè c'ho dissipato la vita mia negli errori!” Il dotto giurista, mezzo devoto anch'egli, ma di zelo più robusto, ammirava pure le ubbie di Abu-Hasan; nè seppe trattenersi dal dirgli: “Tu mi colmi di gioia,” quando gli sentì ripetere aver fitto ormai ogni suo pensiero nella morte, nè altro bramar che l'ora di comparire al cospetto di Dio.[513] Così, secondo la tempra degli animi, variavano i sintomi della devozione, mentre si corrompea l'islamismo. Nè mancarono superstizioni più puerili. Kazwîni, compilatore di cosmografia e storia naturale nel decimoterzo secolo, ci serbò, nel capitolo dell'ictiografia del Mediterraneo, il racconto d'un buon Musulmano d'Occidente; il quale navigando in quel mare il dugentottantotto (901) vide un giovane siciliano ch'era seco nella barca, gittar la rete e cogliere certo pesciolino miracoloso il quale portava, a mo' di collana, tutto il simbolo musulmano: avea scritto su la mascella destra “Non v'ha dio che il Dio;” nell'occipite “Maometto;” e su la mascella sinistra “è l'apostol di Dio.”[514]

LIBRO QUARTO.

CAPITOLO I.

La tribù di Kelb,[515] rampollo di Kodhâ'a, e però del ceppo himiarita, diè soldati agli eserciti che passavano in occidente al principio dell'ottavo secolo; occorrendo poco dipoi nella storia di Affrica e Spagna emiri kelbiti di gran fama,[516] dei quali Biscir-ibn-Sefwân capitanò una correria sopra la Sicilia.[517] Prevalsi poi in Affrica gli Arabi di Adnân, i quali in ogni modo abbassarono e calpestarono la schiatta di Cahtân, si vede tuttavia un capitano kelbita ucciso nelle guerre civili alla fin dell'ottavo secolo, ch'avea tenuto Mila presso Costantina,[518] e però nei luoghi ove facea soggiorno la tribù di Kotama. Preso infine lo stato dalla casa modharita d'Aghlab, si dilegua il nome kelbita dalle storie, fino alla esaltazione dei Fatemiti; ai quali era ragione che si accostassero gli avanzi dei nobili arabi nemici della passata dinastia. Intanto uomini kelbiti aveano acquistato séguito, e forse stretto parentele, nella gente di Kotama, che amava ad arabizzare; poichè nei tempi appresso (986) veggiamo sceikh de' Kotamii in Egitto, capo connivente a loro insolenza e non dato al certo dai califi, un Kelbita della casa appunto degli emiri di Sicilia.[519] Sia dunque in grazia dei Kotamii, sia della setta ismaeliana o d'altri servigi i Beni-abi-Hosein di Kelb furono ben visti a corte del Mehdi;[520] Ali di quella gente, morì a Girgenti combattendo per Kâim;[521] Hasan, figlio di Ali, guadagnò nuovi meriti appo Mansûr, come si è detto. Affidando a costui la Sicilia, Mansûr potea fare assegnamento, non meno su la fedeltà e il valor dell'uomo, che su le qualità della famiglia: nobile e però riverita dal popolo; nuova in Sicilia e però sciolta d'ogni legame con la parte aristocratica del paese.

Non occorre di esaminare la sognata concessione feudale della Sicilia ad Hasan, che si fondava su la versione erronea del testo d'un plagiario; e i moderni compilatori l'hanno abbandonata, conoscendo quanto ripugnasse agli ordini musulmani.[522] In vece di quella impossibilità legale, il Martorana pensò che il califo fatemita, a un tempo con la elezione di Hasan, avesse ordinato il governo di Sicilia con titolo più illustre ed autorità più larga, accordando all'isola “un emirato suo proprio.”[523] Ma veramente, nè il nome era nuovo, nè l'autorità. La prima cosa, l'oficio di wâli, che il Martorana crede inferiore a quel d'emiro, è il medesimo, semprechè si tratti d'una provincia; e vale tanto a dir wâli d'Africa, d'Egitto, di Sicilia, o simili, quanto emiro: e ciò in linguaggio comune al par che in linguaggio legale.[524] In secondo luogo, nessuno scrittore fa motto di mutati ordini al tempo di Hasan;[525] nessuno serba a lui ed ai successori il titolo di emir ed ai predecessori quello di wâli: fin dai principii del conquisto di Sicilia, son adoperati da sinonimi, or l'uno or l'altro, come portava l'uso della lingua e il capriccio dello scrittore; allo stesso modo che gli Aghlabiti or son detti wâli, ed or emiri d'Affrica. In fine, se per “emirato suo proprio” s'intenda governo che non abbracciasse altra provincia, la Sicilia se l'ebbe sempre sotto i Musulmani. E se voglia significarsi emirato con pien potere, oficio di wâli o emir generate, come lo chiamano i pubblicisti, la Sicilia l'ebbe senza interruzione fino all'ottocentosettantotto, e di tratto in tratto, nei settant'anni che seguirono infino al novecenquarantotto, quante volte i principi d'Affrica non poteano calpestare i coloni a lor talento.[526] In ciò si dèe dunque correggere la sentenza. Da un'altra mano la si dèe spiegare alla più parte dei lettori. “Governo proprio” significava in Sicilia, venti o trent'anni addietro, un luogotenente del re di Napoli, albergato più o meno splendidamente nella reggia di Palermo, ed un'amministrazione civile, finanziaria e giudiziale independente dai ministri napoletani: il qual ordine bramavano que' Siciliani che non odiasser molto la dinastia regnante; e loro ne fu conceduta una sembianza che durò qualche anno. Donde “emirato proprio della Sicilia,” era frase grata a taluni e credo al Martorana, chiarissima a tutti nel paese; e nel nostro caso, rendea, propriamente o no, una idea giusta; poichè l'ordine del milleottocentrentadue somigliò molto a quello del novecenquarantotto, astrazion fatta dagli antecedenti e dalle conseguenze. Il Wenrich, non avendo alle mani tal cemento, si appigliò alla innovazione di titolo e d'autorità, ch'era la parte più debole del concetto di Martorana; vi persistè non ostante gli schiarimenti datigli dalla erudizione orientale; e con troppa fretta si cavò da cotesta esamina di dritto pubblico.[527]

La quale a me par molto piana. Il dritto musulmano ammette due forme di governo provinciale; autorità civile e militare raccolta in unica mano, o divisa. La prima forma, obbligatoria nei nuovi conquisti e nei paesi confinanti con Infedeli, fu adoperata necessariamente in Sicilia, dove i coloni la tiravano a independenza. Ibrahim-ibn-Ahmed, Mehdi e Kâim vollero provar l'altra forma; e non bastaron fiumi di sangue a farla allignare. Mansûr, più generoso, più savio, o che gli aprisse gli occhi la rivoluzione d'Abu-Iezîd, rinunziò al gusto di reggere la Sicilia, come un villaggio d'Affrica, dal suo sofà, e di espilarla a suo talento per commissarii: le rese il governo normale di grande provincia di confini, con mandarvi un vicerè, com'oggi si direbbe. Il qual fatto non fu, ne poteva essere, accompagnato da novello statuto, nè da novello titolo.[528]

Molto manco potea Mansûr istituire l'emirato ereditario. La successione del quale oficio in una famiglia si vede sovente nelle storie musulmane, dagli Aghlabiti d'Affrica infino agli odierni pascià d'Egitto, ma sempre nacque di fatto e durò con le sembianze di elezione che venisse dalla volontà del principe. Cominciò sempre da un emir temporaneo; finì sempre col fatto di novella dinastia independente; passando per una serie di vicende, che da una dinastia all'altra si assomigliano come le figure simili in geometria; procedono secondo unica legge; e danno agli occhi lo stesso aspetto. Morto Mansûr, pochi anni appresso la elezione di Hasan, i successori del primo non mutarono la famiglia degli emiri in Sicilia, perchè l'era potentissima a corte e governava l'isola tranquillamente. Quando poi i Kelbiti caddero in disgrazia al Cairo, i califi fatemiti si accorsero di non poterli sradicare dalla Sicilia. Perchè già era avvenuto il caso che nascea necessariamente dagli ordini sociali e politici dei Musulmani, come altrove accennammo. La nobiltà militare, i soldati mercenarii, i dottori erano avvinti alla famiglia kelbita dal saldo vincolo dell'interesse, per via degli stipendii e del patrocinio; la plebe nudrita con le scorrerie contro i Cristiani e le limosine in patria; l'universale soddisfatto delle entrate che s'investiano in comodo pubblico o di privati siciliani, degli edifizii che sorgeano, dello splendor d'una corte protettrice di begli ingegni, del reggimento condotto secondo i bisogni o il genio dei cittadini di Sicilia, non degli impiegati di Mehdia; soddisfatto delle colonie che moveano dal Val di Mazara a ripopolare le città della Sicilia orientale, a coltivarne le campagne o godersi i tributi di quelle ove rimanessero i Cristiani. Però non è a domandare se i Musulmani dell'isola volessero correre il rischio d'un governo d'uomini nuovi, che avrebbe potuto rimutar tutto e ricondurre i bargelli è i commissarii fiscali del tempo di Sâlem. Una volta che il califo fatemita il tentò, acconsentendo, com'e' pare, la casa kelbita per la promessa di maggiore stato in Egitto, i Siciliani corsero alle armi (969); e il califo non trovò altro modo di porre fine ai tumulti che d'inviare al più presto un emiro kelbita. In venti anni dunque era fondata di fatto là eredità dell'emirato, la quale premeva tanto ai Siciliani.

E però era già surto un principato di Sicilia: senza decreto nè plebiscito che potesse registrarsi dai cronisti, ognuno ormai sel vedeva. Ibn-Haukal, venuto in Palermo del trecentosessantadue (972-3), parla del palagio ove albergava il Sultano; la qual voce è usata già dagli scrittori del decimo secolo per designare principi di fatto, riconosciuti o no dal califo: e veramente ella ha valore radicale di violenza; e quando il tempo onestò la cosa e il nome e mutò questo in titolo pubblico, significò impero privo della sacra potestà dei califi.[529] Sia che Ibn-Haukal abbia ripetuto la voce Sultano perchè la sentiva in Palermo, o che l'abbia detto dassè per definire l'ordine di cose che toccava con mano, l'attestato è di gran momento collimando con lo scopo della rivoluzione divampata in Sicilia tre anni prima, e col ritratto delle vicende che seguirono fino alla metà dell'undecimo secolo. Dal novecensettanta in poi non muovon d'Affrica nè d'Egitto eserciti che combattano in terraferma d'Italia, non che in Sicilia, insieme coi Musulmani dell'isola. I Siciliani, quando lor pare, depongono un emir kelbita e ne scelgono un altro nella famiglia. Che se il califo manda tuttavia al designato dall'emir predecessore, o dal popolo, un diploma, con le insegne dell'oficio e col titol sonante di Corona dell'Impero, Spada della Fede e simili, ciò significa soltanto che la Sicilia riconoscea pontefici i fatemiti. Nè monta il nome loro stampato nelle monete siciliane fino alla metà dello undecimo secolo. Abbiamo notato più volte che nel medio evo i Musulmani tenesser poco conto di tal regalia, sì gelosamente custodita dai principi cristiani. Inoltre il nome dei Fatemiti dava corso più largo al conio siciliano nei frequenti commerci con l'Affrica e l'Egitto, per la qual ragione non ebbero scrupolo a contraffarlo o imitarlo i principi longobardi di Salerno.[530] Ma niuno sosterrà che l'isola obbediva al califo fatemita Daher o Zâhir (1021-1036) perchè v'abbian di lui e del successore tante monete battute in Palermo,[531] quando i lor nomi non si ricordano punto nè poco nella sollevazione contro i Kelbiti; nè que' califi se ne dierono briga; nè pensò a loro la casa kelbita, nè alcuna delle fazioni che agognavano al potere dello Stato: anzi una parte che cercò aiuti di fuori, si volse agli emiri zîriti d'Affrica, minacciando, s'e' ricusavano, di chiamare a dirittura i Bizantini.

Aiutaron cotesta emancipazione della Sicilia, la potenza dei Kelbiti a corte, com'abbiam detto; il tramutamento della sede fatemita, da Mehdia al Cairo; le guerre orientali dei primi califi d'Egitto; la pazzia e debolezza degli altri; la emancipazione contemporanea dell'Affrica. Pur la cagione principale fu che i Siciliani voleano. Raro avvien che rimangano frustrati i popoli quando fermamente si propongano e tenacemente procaccino di scuotere il giogo: che se una generazione fallisca, per colpa propria o fortezza del nemico, un'altra coglierà il nemico sprovveduto e avvolto in alcuna delle brighe che non mancano mai agli oppressori; e vincerà, forse senza combattere. Il sangue sparso per sessant'anni, fruttò alla Sicilia che nel novecenquarantotto, col romor d'un tumulto, riebbe l'emir generale; e nel novecensettanta, con breve guerra, si sciolse dall'arbitrio del califo nelle elezioni: che è a dire salì al sommo grado di libertà d'un popolo musulmano. E prima vi sarebbe giunta la colonia, se non fosse stato per le divisioni etniche, municipali e sociali, che sempre la dilaniarono.