CAPITOLO XIV.

Arrivati a scoprire per quante vie s'era messo lo spirito umano al tempo dell'antica civiltà, i popoli musulmani le tentaron qua e là con ardore giovanile; in molte si lasciarono addietro i Cristiani contemporanei; sovente aggiunsero lor trovati al patrimonio degli antichi; il che non avveniva allora in Cristianità. Sopra ogni altro lussureggiarono in due esercizii connaturali a loro società. L'arte della parola in rima e in prosa, antico vanto degli Arabi, mutando corso nell'islamismo e allontanandosi dalle forme del bello, si allargò in ogni più sottile investigazione di grammatica, lessicografia, versificazione, delle quali parteciparono i popoli conquistati: talchè per tutta Musulmanità fu studiata la filologia minore quanto nol fecero mai i Greci nè i Latini; e se le Muse dessero la corona a chi più s'affatica, gli Arabi se l'avrebbero senza contrasto. Surse dal Corano quella scienza mescolata di teologia e dritto, la quale, sendo come il pan quotidiano dei Musulmani, non è maraviglia che attirasse tutti gli ingegni disposti a così fatte contemplazioni e bramosi di onori e stato. La filologia e le scienze coraniche, per aver sì profonde radici l'una nella schiatta arabica, le altre nella società musulmana, occuparono quasi tutto il campo, rinvigorite dalla metafisica e dialettica dell'Occidente; rimasero sole dopo la decadenza politica e sociale dagli Arabi; e si possono dir vegete fino ai dì nostri dovunque regga la legge di Maometto, dal Gange allo stretto di Gibilterra. Ma le scienze antiche, come le chiamarono gli Arabi per averle tolte in presto dai Greci, trovarono ostacolo nella tenacità semitica del popolo dominatore, il quale se n'era invaghito per ebbrezza di nuovo acquisto, e d'un subito s'arretrò, spaventato, dal cammin che credea lo menasse all'inferno. Poi prevalendo genti più grossiere, in Levante i Turchi, in Occidente i Berberi; irrompendo Cristiani d'ogni banda nell'impero musulmano, esacerbaronsi le passioni religiose, rinnegòssi il secolo di Harûn Rascîd, e quelle sospette scienze sparvero ad una ad una tra le tenebre ricadenti sul mondo musulmano.

Le ristorate dottrine dunque d'Aristotele, d'Euclide, d'Ippocrate, non solo ebbero minor tratta di seguaci al tempo della civiltà arabica, ma sendo ite in bando dalla terra d'islam, dileguavasi dal decimoquarto secolo in poi la memoria di cui le coltivò. I biografi tuttavia s'affaticarono a rintracciare nomi e aneddoti di grammatici, retori, lessicografi, interpreti del Corano, tradizionisti, giureconsulti, teologi e mistici d'ogni maniera, e vennero a capo di trovarne molti sfuggiti alle ricerche dei predecessori; ma fecero guarda e passa nelle altre scienze. Similmente si smettea di copiarne i libri. Ho voluto notare cotesta disuguaglianza nelle proporzioni della storia letteraria e le due cause da che venne, perchè la non sembri difetto peculiare degli Arabi Siciliani. Un pugno d'uomini, del resto, datisi alla cultura intellettuale per qualche secolo e mezzo, soggiogati quando coglieano il frutto, perseguitati e dispersi entro un altro secolo: meraviglia è che ce ne rimanga qualche brano di memorie letterarie per carità di cui accolse in casa gli esuli sconsolati. Nei paesi rimasti musulmani, l'amor di patria o la vanagloria municipale dei tempi di decadenza, religiosamente ragunò ogni ricordo dei cittadini più o meno illustri. E i coloni di Spagna, più numerosi assai dei Siciliani, pervenuti all'incivilimento dopo tre secoli, n'ebber agio altri quattro a compiere il pio oficio pria che sgombrassero d'Europa.

Il solo autore arabo che appositamente abbia scritto la storia dei filosofi, matematici e medici, non ricorda altri Siciliani che un del duodecimo, secolo e tre dell'antichità, Archimede, Empedocle, Corace;[1189] su i quali dà ragguagli meno scontraffatti che non si potrebbero aspettare così di rimbalzo; ma non appartengono al nostro argomento. Del resto, se l'abbiano ignorato Zuzeni al tempo di Federigo secondo ed Ibn-Khallikân nella generazione seguente, si coltivaron pure le sciente matematiche in Sicilia sotto la dominazione arabica. Ne fan fede le memorie dei tempi normanni, delle quali diremo a suo luogo; ed anco alcun cenno immediato dell'undecimo secolo. Makrizi nella Topografia dell'Egitto, venendo a parlare dell'osservatorio che fondò al Cairo il mecenate Afdhal l'anno cinquecento tredici (1119-20), e il califo Amer spiantò a capo di sei anni, novera tra gli astronomi che v'erano condotti a stipendio, il geometra siciliano Abu-Mohammed-Abd-el-Kerîm,[1190] esule ch'ei sembra dopo il conquisto normanno. Ibn-Kattâ', nell'Antologia dei poeti siciliani, trascrivendo alcuni versi di Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Kûni con due righi di cenno biografico, gli diè lode anco di geometra ed astronomo. Il titol che aggiugne di Kâtib, ossia segretario; mostra che quest'Omar il fu in alcun oficio pubblico, forse nella segreteria di Stato. Del quale se i versi d'amore son troppo geometrici, v'ha uno squarcio d'elegia che direbbesi scritto da stoico romano anzi che da credente arabo: sì sdegnoso il pensiero, alto senza puntello di religione; ed anco semplice e grave nella forma; se non forse per due bisticci che il poeta incastrò nell'ultimo verso.[1191] Ibn-Kattâ' similmente fa ricordo del Segretario Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Kereni,[1192] astronomo, aritmetico e poeta.[1193]

Che la matematica e l'astronomia si fossero applicate in Sicilia a studii topografici, non si può negar nè affermare. In vero scorgiamo una bella. correzione della postura dell'isola rispetto all'Affrica. Ibn-Haukal Bel decimo secolo supponea la Sicilia guardare dritto Bugia, Tabarca e Marsa Kharez (La Calle); cioè la spingea due gradi più a ponente.[1194] Ibn-Iûnis, il celebre astronomo del Cairo, alla fine del decimo secolo, con errore contrario la tirava dieci gradi a levante di Tunis.[1195] Ma una notizia anonima che leggiamo in Iakût e par si debba riferire a sorgenti siciliane dell'undecimo secolo, pone vicinissima alla Sicilia tra le terre d'Affrica l'antica Clipea presso il Capo Bon, aggiugnendo correr tra quella e l'isola cenquaranta miglia, ossia due giornate di navigazione con buon vento, e, da un altro lato, lo Stretto del Faro misurarsi due miglia, là dove l'isola più s'accosta alla terraferma.[1196] Donde parmi che la correzione sopraddetta si debba riferire ai navigatori siciliani ed affricani, non agli astronomi; tanto più che lo sbaglio delle longitudini non si potea riconoscere da privati senza un osservatorio fornito di quegli smisurati stromenti che gli Arabi furon primi a costruire. Ignoriamo in qual tempo visse chi immaginò l'isola triangolo equilatero, misurandovi sette giornate di cammino da un vertice all'altro.[1197] Ibn-Haukal s'avvalse forse delle nozioni che correano nel paese e avvicinossi al vero quando assomigliò la Sicilia a triangolo isoscele con la punta rivolta a ponente,[1198] la base di quattro giornate, e ciascun lato di sette.[1199] Bekri ne fe' triangolo scaleno, troppo largo alla base, di cencinquantasette miglia, con censettantasette di lato maggiore e cinquecento di perimetro.[1200] Altri diè il giro di quindici giornate.[1201] Infine una misura che sembra oficiale e dell'undecimo secolo, portava undici merhele o diremmo stazioni di posta, da Trapani a Messina, e tre giornate di larghezza;[1202] onde s'argomenta che mancassero i rilievi di posta nella riviera orientale, e le distanze perciò si ritraessero il manco male che si potea dai viandanti. La somma è che i dotti siciliani studiarono piuttosto la geografia descrittiva che la geografia matematica del suolo ov'erano nati.

Lo Sceikh Abu-Sa'îd-ibn-Ibrahim, detto il Maghrebino e il Siciliano, compilò un libro di terapeutica, del quale v'hanno due codici, ad Oxford e Parigi. S'intitola il primo Ausiliare alla guarigione d'ogni sorta di morbi ed acciacchi;[1203] e il secondo Taccuino[1204] dei medicamenti semplici: unica opera, della quale il manoscritto bodleiano parmi il primo dettato, e il parigino la seconda edizione, corretta e semplificata. Considerato, che vogliansi adattare i medicamenti alle particolarità degli individui e dei mali; e che fin qui le opere di materia medica siano state compilate secondo i nomi dei semplici o delle malattie, l'autore si propone di presentar l'uno e l'altro ordine uniti insieme a colpo d'occhio per sussidio di memoria al medico. Fa dunque un volume di tavole sinottiche, notando nelle linee orizzontali ciascun semplice con sue qualità ed usi, secondo le divisioni che fanno le linee verticali o vogliam dire colonne. Pon quattro classi di malattie; del capo, degli organi respiratorii, degli organi digestivi e del corpo tutto; e poi nota nella linea orizzontale la denominazione tecnica della infermità. Tratta soltanto dei medicamenti semplici i quali son messi nell'ordine dell'antico alfabeto detto Abuged,[1205] seguíto sempre dai medici e matematici arabi. Nella introduzione si discorrono con dotta brevità i principii generali della materia medica.[1206]

Spedito ed utile manuale, il cui linguaggio tecnico, le divisioni, le teorie e qualche tradizione greca che s'accenna nella introduzione, rispondono al corpo di dottrine mediche che possedeano gli Arabi nell'undecimo secolo, qual si vede nella famosa compilazione d'Avicenna. Il riscontro col Canone ci conduce inoltre a supporre contemporaneo o anteriore ad Avicenna (980-1037) il Siciliano Abu-Sa'îd, il quale afferma niuno avere steso prima di lui tavole comparate di rimedii e malattie; e noi le troviamo appunto nel secondo libro del Canone.[1207] D'Abu-Sa'îd non avanza alcun cenno biografico. Tuttavia nè menzogna nè plagio non son da sospettare, quand'ei fa categorie patologiche diverse da quelle d'Avicenna; e dà un catalogo di semplici molto minore, dove pur se ne trova di tali che mancano nel Canone, ed è diversa la disposizione dei nomi identici. Se imitazione v'ebbe, par dunque l'abbia fatta Avicenna da Abu-Sa'îd, o ch'entrambi abbiano attinto alle medesime sorgenti, e recato nelle esposizione della materia medica quel genio simmetrico degli Arabi, senza conoscere i lavori l'uno dell'altro in regioni si lontane. Se non che il manuale apposito del Siciliano fu ecclissato dal trattato generale del Persiano, al quale poi si è attribuito, come a Tolomeo, Averroès ed altri compilatori antichi e moderni, tutto l'onor delle dottrine ch'egli coordinò ed espose.

Più che Abu-Sa'îd meritò della scienza il Siciliano Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm, sceriffo, ch'è a dir della stirpe d'Ali, autore d'un trattato di medicina che serbasi a Leyde ed era intitolato: Il libro dei medici su tutte le malattie dal capo alle piante.[1208] Limitandosi ai medicamenti semplici, chè i composti, dice egli, difficilmente riescono nè mai n'è certo lo sperimento, Ahmed breve accenna i rimedii indicati secondo le diagnosi; non tacendo le credenze volgari e contrapponendovi i dettami dei maestri greci ed arabi e sovente la propria esperienza. Divide l'opera in venti capitoli; da alcuno dei quali che ho percorso, specialmente il paragrafo su l'idrofobia, il Libro dei medici mi sembra ricco di osservazioni, dettato con quella saviezza sperimentale che si fa scorta delle teorie e ch'è sola via dritta in quest'arte. Ma pieno giudizio non se ne potrà dare, se la storia della medicina appo gli Arabi non sia meglio studiata che al presente, e se eruditi medici non approfondiscano quest'opera, la quale a prima vista sembra di gran momento. Ahmed ne compose un'altra, forse d'igiene, intitolata: Conservazione della salute; divisa in ottanta capitoli e dedicata ad un Abu-Fâres-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed; della quale tanto sol sappiamo da Hagi-Khalfa, e che l'autore si appellava Siciliano e Tunisino.[1209] Di lui non troviamo cenno nelle biografie dei medici arabi; talchè dobbiam lasciarlo tra quei d'età incerta, non potendo affidarci ad un barlume che ci condurrebbe all'ultima emigrazione dei Musulmani di Sicilia, sotto Federigo secondo imperatore.[1210] Visse di certo nella dominazione musulmana Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Tazi, poeta e letterato di gran fama in Sicilia, al quale Ibn-Kattâ' dà appellazione di medico, senza dirne altro;[1211] e noi ne riparleremo tra i poeti con l'onore e il biasimo ch'ei meritò. Del rimanente questo picciol numero di medici, le cui notizie ci pervengono come per caso, non prova che la scienza fosse trascurata in Sicilia.

Scarsi al paro i ricordi di cui seguì la filosofia antica, che gli Arabi chiamarono col proprio nome greco: e diceano Kelâm ossia “ragionamento,” la metafisica e logica religiosa acconciate a lor modo. I filosofi, spesso perseguitati in vita e dimenticati dopo morte, non tornan a galla nella storia letteraria degli Arabi, se non li spinge su qualche vestimento più leggiero: poesia o filologia. Così ci vien trovato nelle biografie dei linguisti di Soiuti, un Sa'îd-ibn-Fethûn-ibn-Mokram da Cordova, della illustre gente dei Togibiti, grammatico, filologo e scrittor di due trattati di versificazione; dato anche, dice Soiuti, alla filosofia. Fu costui contemporaneo del terribil ministro Ibn-Abi-'Amir, detto Almanzor, protettore delle lettere, persecutore delle scienze antiche; quel che bruciò i libri di filosofia ed astronomia della biblioteca di Cordova. Sa'îd, accusato non sappiamo se di scetticismo o ribellione, forse senz'altra colpa che il nascer di schiatta possente e temuta, fu chiamato da Almanzor, interrogato severamente e messo in prigione. Poi lasciaronlo andare in esilio; ed elesse la Sicilia, dove passò il resto de' suoi giorni, alla fine del decimo o principio dell'undecimo secolo.[1212]

Primaria scienza sacra appo loro la lettura del Corano, la quale portando seco interpretazione, riesce a gravi conseguenze legali, dommatiche e morali. Fu dettato il Corano quando tra gli Arabi contavasi a dito chi sapesse scrivere; nè a grammatica si pensava pur anco nè ad ortografia. Poscia Othmân nell'edizione canonica eliminò i luoghi apocrifi, le frasi estranee al dialetto coreiscita, ma non potè mettere in carta la sacra parola con segni più perfetti che gli Arabi non ne possedessero. Cioè che notavano precise tanto o quanto le consonanti,[1213] e delle vocali sol quelle rinforzate da accento, e non pur tutte: donde l'ambiguità di tanti vocaboli che non sono distinti se non dalle vocali, di tanti periodi varii di significato secondo i modi grammaticali che si accennassero leggendo.[1214] Il testo dunque sendo scritto, come oggi diremmo, in cifera di stenografia, nè bastando averlo sotto gli occhi per saperne appunto il tenore, era forza supplirvi con la tradizione orale e con le regole della grammatica. Indi i Lettori, i maestri di Lettura, i trattati e anche poemi didascalici, le sette scuole principali di lettura e non so quante secondarie, gli arabici assottigliamenti in cotesta novella scienza; e s'arrivò a notare il Corano con segni più presto musicali che ortografici: lettere, punti, lineette, sigle che si dipingeano a varii colori intorno gli arcaici caratteri negri del testo d'Othmân, e prescrivean le pause, le modulazioni e oficio dell'a, le articolazioni da elidere o permutare e simili.

Fu dei più rinomati Lettori del Corano al suo tempo Abd-er-Rahmân-ibn-Abi-Bekr-ibn-'Atîk-ibn-Khelef da Siracusa, detto Ibn-Fehhâm (Il figlio del Carbonaro), nato il quattrocencinquantaquattro (1062), uscito, com'è probabile, alla presa di Siracusa, l'ottantotto (1095), e morto il cinquecento sedici (1122-3). Andò cercando in Oriente i dottori principi della Lettura; praticò con parecchi d'Egitto; e soggiornò, forse diè studio, in Alessandria, essendo stato chiamato lo Sceikh Alessandrino. Compose il Soddisfacimento a chi brami saper bene le Sette Lezioni, e La Gemma Solitaria d'Ibn-Fehhâm su la Lettura: com'è vezzo degli scrittori arabi di porre titoli millantatori e avviluppati, purchè sembrino bizzarri. Si ricorda inoltre un suo Commentario su i Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâds: che grammatico ei fu anco e giurista, e poeta. Abbiamo, solo avanzo de' suoi scritti, qualche verso, elegante di lingua e stile, studiato di immagini, se il raccoglitore non trascelse appunto gli squarci ampollosi per dare un bel saggio.[1215] Nella poesia erotica d'Ibn-Fehhâm è tenerezza e delicatezza d'affetto non comune.[1216] Il disinganno d'uom battuto dalla fortuna gli dettò un epigramma, contro il suo secolo, ma la saetta arriva fin qui.[1217]

Segnalossi nella medesima scienza Abu-Tâher-Ismail-ibn-Kelef-ibn-Sa'îd-ibn-'Amrân, autore d'un trattato in nove volumi su le forme grammaticali[1218] del Corano, e d'un sommario intitolato Cenno su la Lettura: dov'ei messe a riscontro le Sette Lezioni, con dettato conciso da potersi tenere a mente, facile agli scolari, bastante anco ai dotti. Libro rinomato ai tempi d'Ibn-Kallikân, comentato poscia da molti e rimaso in onore fino al decimosettimo secolo, quando ne fe lode Hagi-Khalfa. Compendiò inoltre questo Ismail un'opera, credo teologica, intitolata L'Argomento, di Faresi. Fu noverato tra i primi letterati dell'età sua. Ibn-Khallikân, su la fede dello spagnuola Ibn-Baskowâl, gli dà per patria Saragozza; Soiuti lo ricorda coi due nomi di Siciliano e Spagnuolo; ed Hagi-Khalfa alterna l'uno e l'altro. Secondo tutti, fu Ansâri, cioè oriundo di Medina, e morì il quattrocentocinquantacinque (1063), in Spagna, credo io, dov'egli si fosse rifuggito, lasciando la Sicilia quando caddero i Kelbiti, o in quel torno.[1219]

Visse nella generazione seguente, e forse uscì di Sicilia al conquisto, Abu-Amr-Othmân-ibn-Ali-ibn-Omar da Siracusa, discepolo d'Ibn-Fehhâm in lettura e d'altri rinomati professori in tradizione, uomo di molta dottrina a giudizio del dotto Silefi che usò con lui; autor di varie opere di lettura, grammatica e versificazione, linguista inoltre e poeta, il quale tenea scuola di lettura del Corano nella moschea d'Amru[1220] al Cairo vecchio, verso la metà del duodecimo secolo.[1221] L'età non sappiamo di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Haiun, siciliano, che scrisse al dir di Casiri un'appendice alla Parafrasi poetica del Corano, di cui v'ha un codice all'Escuriale.[1222] Vengon poscia i Lettori che non lasciaron opere, tra i quali si ricorda Kholûf-ibn-Abd-Allah da Barca, dimorante in Sicilia alla metà del quinto secolo dell'egira, dotto nelle due parti della grammatica cioè forma e sintassi, non digiuno delle scienze filosofiche e morali, e buon poeta al dir di Dsehebi.[1223] Lettore e moralista Abu-l-Kâsim-Abd-er-Rahman-ibn-Abdel-Ghanî; lettori anco Abu-Bekr-'Atîk-ibn-Abd-Allah-ibn-Rahmûn della tribù di Khaulân, passata in Siria e Spagna nei primi conquisti degli Arabi, ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Waddâni, il qual nome lo mostra oriundo d'Affrica. Tutti e tre poeti e vissuti nel decimo o undecimo secolo; i pochi versi dei quali, che trascrive Imâd-ed-dîn, mi sembran di pulite forme, e battono su la instabilità delle cose umane e consolazione delle sventure, tema grato ai Musulmani.[1224] Nella prima metà dell'undecimo secolo, levò grido il Lettore siciliano Abu-Bekr-ibn-Nebt-el-'Orûk, sì che un valente giovane spagnuolo, che poi meritò importanti ofici in patria, tornando dalla Mecca e dall'Egitto dove avea compiuto gli studii, fermossi in Sicilia a ripigliare quei di lettura coranica con questo Abu-Bekr, e del dritto con Abd-el-Hakk-ibn-Harûn.[1225] Si ricorda infine tra i Lettori il grammatico, linguista e poeta Abn-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah che volentieri direi venuto d'Affrica in Sicilia,[1226] finito pazzo, se ben m'appongo a quel che ci narran di lui. In sua vita d'austera morale e uggiosa pietà, gli venne visto un giovanetto figlio d'alcun capitano o regolo dell'isola; e non osando svelare il brutto pensiero che gli nacque, trafitto di dolore, si fece pelle ed ossa; il sangue, dirompendo dal fegato, che gli Arabi tengon sede delle passioni, gli offese il petto, lo portò via, scrive Dsehebi, da questo all'altro mondo, innanzi tempo. Con altro giudizio che quel degli Arabi, si direbbe che la consunzione gli turbò il cervello, il che pur suole avvenire, e com'uomo nudrito negli scrupoli immaginò tal peccato ch'ei non avea. Nè vale la sua propria confessione in eleganti versi, degni di men tristo argomento, i quali incominciano col dubbio ch'ei fosse fuor di sè, e si chiudono con affrettare la morte.[1227]

I detti e pratiche di Maometto, raccontati con sommo zelo dai contemporanei, messi in carta da quei che vennero appresso, sono, come ognun sa, la seconda sorgente della dottrina musulmana nelle scuole ortodosse; se non che l'ampia raccolta non fu mai compilata in forma autentica, non porta a quel che i Musulmani chiaman precetto divino, e i dottori, secondo lor giudizio, ne accettano e ricusano, esercitando la critica non meno su l'autenticità, che su la interpretazione dei vocaboli antiquati e frasi oscure. Studio vasto che diè origine a scuole mal note l'una all'altra, e condusse i tradizionisti a lunghe peregrinazioni qua e là, dove fosse alcun rinomato dottore o chi aveva appreso da lui. Fanno le tradizioni importantissimo corpo di dritto pubblico, civile e penale, e disciplina religiosa; avvegna che proveggano alla spicciolata a tanti casi non contemplati dal Corano: onde la tradizione è preparamento necessario, anzi parte integrale della giurisprudenza.[1228] S'ei fosse da stare ad una conghiettura dell'erudito Iakût, avrebbe preso soprannome dalla Calabria un Abu-Abbas, dei più antichi critici delle tradizioni: discepolo d'Abu-Ishak-Hadhrami, e maestro di Abu-Dâwûd-Soleiman, che dettò il Sinan, autorevole compendio. Ma Abu-Dâwûd morì l'ottocentottantotto di nostr'èra; onde si dovrebbe supporre che Abu-Abbâs-Kalawri avesse militato nelle prime squadre musulmane, che d'Affrica, Sicilia o Creta assaltarono la terraferma d'Italia (842). E non reggendo il supposto di Iakût altrimenti che su l'analogia del nome etnico, nè accompagnandolo alcun ragguaglio di biografia, ne rimarremo a questo cenno.[1229]

Oltre i giuristi che preliminarmente apparavano la Tradizione e l'arte critica di quella, parecchi dotti dell'isola vi attesero particolarmente. Fin dai primi anni del decimo secolo o poco innanzi, il siciliano Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Musa, della tribù di Temîm, passò in Irâk per approfondire cotesto studio che fioriva tuttavia nella capitale abbassida e nelle importanti città vicine. Scrisse molte opere delle quali non sappiamo i titoli, e diè lezioni a Waset; noverandosi tra i suoi discepoli alcun tradizionista di nome. Côlto insieme con l'erudizione il mal vezzo del misticismo che spuntava allora tra i dotti musulmani, frequentò le accademie di Gioneid e Nûri, barbassori sufiti; entrò nella setta[1230] e lasciovvi nome onorato.[1231] Dopo l'Irâk par abbia fatto soggiorno in Egitto, anzichè tornare in Sicilia.[1232]

Ignorasi l'età del cadi Abu-Hasan-Ali-ibn-Moferreg, autor di un'opera intitolata Annotazioni del Siciliano su la Tradizione, citato da Beka'i, nel decimoquinto secolo, tra i testi ch'egli soleva adoperare.[1233] Due liberti siciliani, al certo degli schiavi cristiani venduti in altri paesi, ebbero nome di tradizionisti a Cordova, nella seconda metà del decimo secolo: dei quali, Derrâg, uom di molta pietà e dottrina, fu bandito per sospetti politici e morì in Oriente, dopo fatto il pellegrinaggio;[1234] e l'altro per nome Râik, studiò tradizioni in Oriente e professolle poscia in Spagna.[1235] S'applicò alla legge ed alla tradizione, tenuto uom dottissimo al principio dell'undecimo secolo, l'emir Abu-Mohammed-'Ammâr-ibn-Mansûr dei Kelbiti di Sicilia, di ramo collaterale ai due che regnarono. I frammenti poetici del quale spiran l'orgoglio guerriero della nobiltà non mansuefatto dalle elucubrazioni legali, e ci svelano che l'autore navigasse a golfo lanciato tra i tumulti e le trame che s'alternavano in Palermo.[1236]

Verso il milletrenta, si trovò in Spagna Abu-Fadhi-Abbâs-ibn-Amr, siciliano, il quale apprese da Kâsem-ibn-Thâbit di Saragozza la spiegazione dei vocaboli e modi disusati delle tradizioni ed insegnolla ad altri Spagnuoli; onde sembra stanziato nel paese.[1237] Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sâbik, nella generazione seguente, uscito forse in pellegrinaggio, apparò tradizione alla Mecca da parecchi dottori, tra i quali primeggia Karîma figliuola di Ahmed-Marwazi; e in luogo di tornare in Sicilia ove non era oramai che guerre e stragi, aprì scuola in Granata; ma sentendovi anco mal fermo il suolo, passò in Egitto; e quivi morì di gennaio del mille e cento. Lasciò in Granata desiderio di sè, e fama di gran teologo.[1238] Son anco ricordati com'ottimi tradizionisti il Sementari, Ibn-Mekki, Ibn-Abd-el-Berr ed Ibn-Kattâ; del primo dei quali diremo tra i mistici, e degli altri tra i filologi. Sopra tutti s'innalzò il Mazari.

Così chiamato dalla città nativa e Temîmi dalla tribù, per nome Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Omar-ibn-Mohammed,[1239] giurista malekita, uom sommo, scrive Ibn-Khallikân, nella dottrina testuale e critica delle tradizioni.[1240] Celeberrimo nelle scuole musulmane il suo comentario di tradizione intitolato Il maestro delle dottrine (contenute) nel libro di Moslim.[1241] Scrisse anco la Spiegazione dei (principii) che occorrono nello “Argomento dei dommi,”[1242] ed un commentario sul libro intitolato Il buon indirizzo, opere entrambe di teologia scolastica;[1243] un commentario sul Manuale di Mâlek che si chiama il Mowattâ;[1244] quattro volumi su l'insegnamento del cadi Abd-el-Wehhâb;[1245] ed altre di erudizione e belle lettere:[1246] ma fu dotto in varii rami di scienze pratiche o speculative,[1247] fin anco in medicina. Leggiamo in un comentario malekita come la gente accorresse a consultar il Mazari da medico al par che giurista, dal tempo ch'ei si diè con ardore a quello studio, punto da un medico israelita, il quale, curandolo in grave infermità, gli rinfacciava: “ecco il gran dottore dell'islamismo in balía d'un povero giudeo, che se il lasciasse morire farebbe opera meritoria in sua religione e grave danno ai Musulmani.[1248]” E veramente per tutta l'Affrica Settentrionale i contemporanei il tennero a luminare di giurisprudenza; si raccontò che il Profeta gli fosse comparso in sogno, confortandolo a scrivere, i posteri lo dissero ultimo legista inventore; e Khalîl-ibn-Ishak, compilator dell'oscuro codice che or si osserva in Affrica, pose il Mazari e il siciliano Ibn-Iûnis tra le quattro autorità cardinali, citate dopo la Modawwana,[1249] Il Mazari seguì in teologia la dottrina asci'arita[1250] o vogliamo dire scolastica, la quale soleva adoprare la filosofia e le interpretazioni per difendere il domma ortodosso dai duri colpi che gli traeano scismatici e razionalisti con le medesime armi. Uscito di Sicilia, com'ei pare, al conquisto normanno, soggiornò al Cairo vecchio, ad Alessandria; a Mehdia; quindi ad Alessandria di nuovo, dove insegnò tradizioni.[1251] Si narra che a Mehdia abbia dato, poco appresso il mille, i primi rudimenti della scienza, a Mohammed-ibn-Tûmert, detto poi il Mehdi: un mezzo Savonarola berbero, che fondò l'impero almohade:[1252] tra il qual legame col profeta avventurato, e la dottrina propria e l'acume dell'ingegno e la serena virtù dell'animo, il Mazari passò tra i beati dell'islamismo. Morto in Mehdia d'ottantatrè anni lunari, chi dice il quattro e chi il venti ottobre, del millecentoquarantuno,[1253] fu sepolto sia a Mernâk presso Tunis,[1254] sia a Monastir;[1255] il qual disparere su le minuzie biografiche, mostra la grande rinomanza dell'uomo, al par delle lodi che ne fanno tutti gli scrittori.[1256] Dalla riputazione di santità nacque una favola, ripetuta in Affrica nel decimoquinto secolo, la quale dava al Mazari trecento tredici anni di vita.[1257]

Per l'intima connessione che hanno le tradizioni con la giurisprudenza, si comprende come questa, ben avviata già in Sicilia nella prima metà del decimo secolo,[1258] sia progredita nel corso dell'undecimo.

Nel confine di que' due, chè l'anno appunto non si sa, nacque, com'e' pare, in Palermo, Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Iûnis, dottore principe di scuola malekita, onorato quasi a ragguaglio col Mazari, citato insieme con lui, come dicemmo, da Khalîl, detto per antonomasia il Siciliano e famoso altresì per le prodezze fatte di sua persona nella guerra sacra, quella verosimilmente di Maniace. Trapassò Ibn-Iûnis il venti rebi' primo del quattrocencinquantuno (5 maggio 1059).[1259] Suo discepolo il giurista malekita siciliano Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Harûn, famoso per le opere e per gli illustri discepoli spagnuoli, Khelef-ibn-Ibrahim, detto Ibn-Hassâr, e Soleiman-ibn-Iehia-ibn-Othmân-ibn-Abi-Dunia da Cordova; dei quali il primo, come s'è detto, lo ritrovò in Sicilia[1260] e l'altro alla Mecca, in pellegrinaggio, e seguillo in Egitto, studiando sempre con essolui.[1261] Scrisse Abd-el-Hakk la Correzione dei Quesiti, trattato di casi legali;[1262] e i Detti arguti, opera filologica o di erudizione, rimasa in voga fino al decimoquarto secolo.[1263] Da lui anco avea appreso il dritto in patria, Thâbit il Siciliano; il quale, rifuggito poscia in Ispagna, ne diè quivi lezioni nella seconda metà del secolo.[1264]

Oltre i giureconsulti Ibn-Fehhâm, ed 'Ammar-ibn-Mansur, e Mazari, ed Ibn-Mekki ricordati di sopra; Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Ali-Rebe'i, da Girgenti, onorato molto per sapere e virtù, professava giurisprudenza malekita in Sicilia, indi in Affrica ed Alessandria; e morì l'anno cinquecentotrentasette (1142-3).[1265] Forse della stessa famiglia un Ali-ibn-Othmân-ibn-Hosein-Rebe'i, Sikilli, il quale, mercatando a Cordova, recovvi il libro d'Ibn-Hâtim-Adsrei, intitolato Splendori sul fondamento del dritto; e da lui l'apprese il giurista spagnuolo Abu-Ali, Ghassâni.[1266] Il dottore siciliano Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah, recatosi dopo il conquisto normanno in Granata, dievvi lezioni sul Lume di giurisprudenza d'Abu-Hasan-Lakhmi, e quivi morì il cinquecento diciotto (1124).[1267] Un Mozaffer, siciliano o schiavone, chè spesso si scambiano nella scrittura arabica, fu deputato nel quattrocentoquattro (1013-14) a prefetto di Misr e del Cairo e mohtesib, l'ultimo dei quali officii richiedea scienza. legale.[1268] Tenne in Egitto il sommo magistrato di cadi dei cadi, un Ahmed-ibn-Kâsim siciliano, che Imâd-ed-dîn ricorda col nome di Giusto, trascrivendo i versi ch'ei compose per Afdhal (1093-1121). La lindura dei quali non iscuserebbe certi modi d'adulazione, se non fossero all'usanza orientale e forse dettati da stretta amistà.[1269] D'età incerta Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Ali-ibn-Ge'd, dottore principe al suo tempo, e diè il proprio nome alle Porzioni Ge'dite secondo la scuola di Malek;[1270] porzioni s'intenda nel partaggio delle eredità, ch'è ramo importante del dritto musulmano. Ai giureconsulti son da aggiugnere Kattâni, “il Sottil Grammatico,” del quale diremo tra i filologi; ed Abu-Omar-Othmân-ibn-Heggiâg da Sciacca in Sicilia, dimorante in Alessandria, morto il cinquecento quarantaquattro (1149); il quale era stato dei maestri del rinomato tradizionista Silefi d'Ispahan, e lasciò parecchi libri malekiti.[1271] Dettò un comentario sul Mowattâ di Malek il letterato affricano Ibn-Rescîk, emigrato in Sicilia alla metà dell'undecimo secolo.[1272] Nel medesimo tempo dava fuori opere di dritto il Sementari, col quale passiamo a discorrere la nuova edizione di devoti che pullulava nell'islamismo.

Abu-Bekr-Atîk-ibn-Ali-ibn-Dâwûd del villaggio di Sementara in Sicilia,[1273] discendente, chi sa? dei coloni che possedeavi un tempo San Gregorio, fu uomo infaticabile di corpo e d'intelletto. Di quei devoti Siciliani, scrive Ibn-Kattâ', che faceano autorità in giurisprudenza;[1274] degli asceti dell'isola, chiarissimi per sapere: ed usò degnamente la vita di quaggiù, sciolto dalle cure mondane, tutto intento e fitto nell'altra vita. Partì per l'Hegiâz, compiè il pellegrinaggio; percorse poi tante regioni, Iemen, Siria, Persia, Khorasân; praticò quivi coi servi di Dio, tradizionisti ed asceti; raccolse lor detti e notizie e con eleganza le dettò. Scrisse a mo' di dizionario suoi viaggi e il frutto del conversare con que' dotti stranieri; e sul dritto e la tradizione varie opere pregiate per ordine e lucidità; ed un gran trattato, che niuno agguagliò mai in bellezza di stile, su la perfezione spirituale[1275] e su gli esempii degli uomini virtuosi. Così lo giudicava Ibn-Kattâ.[1276] L'ultima delle opere ricordate s'intitolava: Guida dei Cercatori (della perfezione spirituale), e prendea dieci volumi.[1277] Un componimento di Sementari su l'ascestismo musulmano, dai pochi versi che ne abbiamo, sembra anch'oggi nobile sfogo d'intelletto sdegnoso della viltà e tristizia del secolo, invaghito d'una immagine del giusto e del sublime, ch'uom abbozzi nella propria coscienza e la dipinga su l'oscura tela dell'infinito.[1278] Morì costui il ventuno di rebi' secondo del quattrocento sessantaquattro (15 gennaio 1072).[1279] Contemporaneo di Sementari, e sembrano usciti entrambi al crollo della dinastia kelbita, Abu-Hasan Ali-ibn-Hamza, andato in Spagna innanzi il quattrocento quaranta (1048), al dir d'Homaidi che il conobbe e ascoltò; sufita, scolastico,[1280] dotto in ogni ramo di teologia e d'altre scienze;[1281] discepolo del moralista sciafeita Abu-Tâher-Mohammed-ibn-Ali da Bagdad.[1282]

I Sufiti, non contenti all'abnegazione delle cose mondane, si provarono a distruggere ogni idea di realità, spegnere il senso, concentrare l'uomo nella coscienza dell'essere, e farlovi con ostinata volontà sprofondare a grado, a grado, tanto che gli paresse toccar nel nocciolo dell'animo la Divinità, immedesimarsi con quella, togliersi dagli occhi i veli che occultano la scienza e l'avvenire. La qual monomania artifiziale appresterebbe bell'argomento di studio psicologico e patologico se si giugnesse a scernere l'allucinazione dalle ciurmerie e linguaggio allegorico con che si è mescolata in ogni età e paese. La setta par abbia preso nome e, forme verso la metà del nono secolo, quando ne pullularono tante nell'islamismo; quando i devoti, incalzati dalla filosofia greca che li sforzava a ragionar sulla missione di Maometto, si rifuggirono nel misticismo indiano. Qualche rampollo brahmanico o buddista, che vegetasse ab antico in Persia, s'innestò con l'ascetismo dei compagni di Maometto, e ne spuntò questo frutto. Il nome deriva da Sûf “lana,” perchè gli adetti ne vestivano secondo l'uso dei primi Musulmani; e quando la setta divenne quasi ordine religioso, il superiore iniziava il neofito con porgli sulle spalle la Khirka, mantello o straccio di lana. Durano fin oggi i Sufiti insieme con gli ordini plebei, dervis e simili che copiarono le sembianze più goffe della setta. In origine fu onesto ritrovo d'animi nauseati di quello scompiglio politico del califato; teste inquiete, fors'anco intelletti sani, non soddisfatti dall'islamismo, se non che lor parea peggio mutar di religione o starne senza; e panteisti o scettici, si gittarono sovente in quelle ombre mistiche per dare un ganghero ai devoti. Infatti gli ortodossi formalisti li chiamavan empii tutti in un fascio. Gâzeli, il terribile teologo, sentenziò atto più meritorio l'accoppare un sufita che campar dieci uomini dalla morte.[1283]

Se si risguardi all'età del sufita Abu-Bekr-Mohammed,[1284] al quale tennero dietro Ali-ibn-Hamza e Sementari,[1285] si vedrà che l'ascetismo primitivo dei Musulmani durato in Sicilia sino alla metà del decimo secolo,[1286] non tardava guari a prender la novella foggia mistica. Dai dotti scendea già nel volgo, e la devota commedia era in voga nella prima metà del l'undecimo secolo, poichè Ibn-Tazi la riprende con questi versi:

“Non istà il sufismo, no, a vestir lane che rattoppi tu stesso; non ad intenerire gli sciocchi;

Nè a stridere, saltare, scontorcerti, cadere in deliquio, come se tu fossi impazzato.

Sta il sufismo nell'animo schietto, immacolato; nel seguir là verità, il Corano, la fede;

Nel mostrare che temi Iddio, che ti penti di tue colpe, che ne sei trafitto di rammarico eterno.[1287]

Tra gli asceti che non trascorressero a così fatte allucinazioni, si ricorda un Abu-l-Kâsim-ibn-Hâkim, dottissimo, come dicono, il quale nella prima metà del duodecimo secolo vivea a Bagdad in casa, non più corte, del califo.[1288] Mohammed-ibn-Sâbik ed Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghani, nominati di sopra, furono l'un teologo, l'altro moralista.[1289] Musa-ibn-Abd-Allah da Cufa, della schiatta d'Ali, teologo, poeta ed erudito, verso la metà dell'undecimo secolo elesse a dimora la Sicilia; donde poi passò a combattere i Cristiani in Spagna; ed alfine fu ucciso in

. Affrica (1094).[1290] Lasciò un trattato di teologia Abu-Mohammed-Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed il Siciliano, del quale ignoriamo l'età, se non che il manoscritto unico in Europa è copiato in Antiochia il seicentoquarantanove dell'egira (1251). Compilazione scolastica ed ortodossa, partita in quattro capitoli: teologia naturale, teologia musulmana, natura e potenza del demonio, condizioni e doveri degli uomini in società.[1291] Mi sembra nitida ed ordinata; logica, quel poco che si poteva. Il capitolo sul Tentatore, assai più particolareggiato che non soglia incontrarsi negli scolastici musulmani, par si rannodi a quella fissazione dei devoti siciliani ed affricani sulla fine del nono o principio del decimo secolo.[1292]

Ad un tempo, col progresso dalla cieca divozione al misticismo, si notò in Sicilia, sì come in ogni altra provincia musulmana, novello fervore per le lettere, soprattutto gli studii filologici, come s'intendeano da ciascuno fino al decimottavo secolo; i quali non fecero rinascere in Oriente quegli antichi poeti arabi nè quel vivo e conciso parlare dei compagni di Maometto; nè altro produssero che una mediocrità più generale, uno stile luccicante, ondulante e ridondante; quel che ammiran da otto secoli in Hariri, e che da nove o dieci secoli avviluppa presso que' popoli il pensiero e sovente ne tien luogo. Ma tant'è, che il lungo secento degli Arabi non mancò di pregi, come nè anco il secento europeo del decimosettimo secolo o del decimonono. Al par che gli Spagnuoli, Affricani, Egiziani e Sirii, i Musulmani di Sicilia non poteano giugnere a segno più alto; ma ben toccaron quello nell'undecimo secolo, nè furon da meno degli Spagnuoli; superarono forse le altre province dette, nelle quali la natura non sorrideva sì dolcemente, e le schiatte antiche, Semiti, Copti, Berberi, non eran metallo suscettivo di tempra sì fina.

Dopo Ibn-Khorasân, grammatico siciliano della prima metà del decimo secolo,[1293] ne comparisce un altro per nome Hasan-ibn-Ali, il quale, andato, in pellegrinaggio, morì alla Mecca, allo scorcio del trecentonovantuno (novembre 1001) lasciando onorata memoria di sè nelle scuole d'Oriente.[1294] Qualche mezzo secolo innanzi, era venuto a stare in Sicilia Musa-ibn-Asbagh-Morâdi, da Cordova, al ritorno d'un viaggio in Oriente: linguista, grammatico e, dicono, elegante poeta; ma fece in ottomila versi una parafrasi del Mobtedâ,[1295] ossia “Primordii;” forse i Primordii del mondo e racconti dei Profeti d'Abu-Hodseifa il Coreiscita.[1296] All'entrar dello undecimo secolo, visse in Sicilia il rifuggito spagnuolo Sa'id-ibn-Fethûn che ricordammo di sopra: il quale fu insieme linguista e compose un trattato di versificazione.[1297]

Le guerre civili della Spagna balestrarono anco in Sicilia Abu-l-'Ala-Sâ'id da Mosûl, esercitatosi con lode negli studii di filologia ed erudizione a Bagdad, buon poeta, argutissimo e pronto di motti, piacevole al conversare, ma cortigiano, menzognero, scroccone, scialacquatore, beone; il quale, andato a cercare ventura in Ispagna, si rimpannucciò appo Almansor (990), e lui mancato, venne a provare se i Kelbiti di Sicilia fossero que' mecenati che portava la fama, e morì il quattrocento diciassette (1026) o quattrocento diciannove.[1298] Torna alla stessa età il Siciliano Abu-Iakûb-Iûsuf-ibn-Ahmed-ibn-Debbâgh, buon poeta, autor di versi didascalici sulla grammatica, il quale, a giudizio d'Ibn-Kattâ', avanzò ogni contemporaneo in quel che noi diremmo studio di storia letteraria.[1299] Tornano alla metà dell'undecimo secolo, Kolûf-ibn-Abd-Allah da Barca, domiciliato in Sicilia, lettor del Corano, dotto nei due rami della grammatica,[1300] ornato di varia erudizione e poeta;[1301] Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman il Siciliano, che diè studio di grammatica, come sembra, a Susa;[1302] ed Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, grammatico di conto, linguista e poeta.[1303]

Più che mai genuino comparisce l'innesto di rampollo arabo su ceppo siciliano in persona di Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Fereg-ibn-Fereg-ibn-abi-l-Kasim, Kattâni o vogliam dire “il Linaiolo,” soprannominato il “Sottil Grammatico,” nato in Sicilia il quattrocenventisette (1035-6); dove fece tutti gli studii e ne uscì armato da capo a piè in giurisprudenza malekita, grammatica, lingua ed erudizione d'ogni maniera; e nelle due prime fu tenuto uom sommo, se non che attaccandosi ad appuntar gli errori di questo e di quello, tutti gli si volser contro e tagliarongli i passi.[1304] Lasciata la Sicilia, com'e' pare alla caduta di Palermo, andò a Bagdad nel Korasân, e a Gazna; donde passò, su le orme dei conquistatori turchi, in India: e per ogni luogo rifaceva il verso ai dottori ed appiccava battaglia. Avvenne un dì ch'egli entrasse in una scuola, credo a Mêrw in Khorasân e di teologia,[1305] tenuta da Mohammed-ibn-Mansûr, Sem'âni; il quale cominciato a dettar la lezione, il Sottil Grammatico lo interruppe: “Non è com'ei dice; va scritto così e così.” E Sem'âni ai discepoli: “Correggete a sua posta, ch'ei ne sa più di me:” i quali obbedirono. Non guari dopo il Siciliano, rivolto a Sem'âni, “Signor mio,” disse, “ho sbagliato, chè menda non v'era nel tuo dettato:” e quegli pacatamente: “Si rifaccia dunque come stava:” e finita la lezione, trovandosi solo con gli amici, ripigliò: “Il Magrebino[1306] mi sfidava per dirmene un sacco delle sue, com'ha fatto con gli altri; ma gli uscii di sotto; ed ecco che s'è condannato di bocca propria.” Kattâni morì a Ispahan, il cinquecento dodici (1148-9.) Ebbe a maestro in dritto il celebre siciliano Mohammed-ibn-Iûnis, e in grammatica un Ali-Haiûli, siciliano o dimorante nell'isola.[1307]

Nella gioventù di Kattâni era trapassato in Sicilia un valente filologo secondo que' tempi, per nome, Abu-Ali-Hasan-ibn-Rescîk. Nacque l'anno mille a Msila d'Affrica, d'un liberto di schiatta greca o italica:[1308] il quale apparando al figlio la propria arte d'orafo, il mandò insieme a scuola; e visto il pronto ingegno alla poesia ed alle lettere, gli assentì d'andare a quindici anni, a Kairewân, antico emporio della cultura arabica. Dove Ibn-Rescîk guadagnò dottrina, fama e stato. Un poema in lode di Moezz-ibn-Badîs lo fece entrare al servigio del principe;[1309] tenuto poscia tra i poeti di corte,[1310] e fatto segretario di guerra.[1311] Sino al limitare della vecchiezza, visse prosperamente a corte, tra gli studii, tra le amistà e nimistà letterarie ed alcun brutto costume, svelatoci dal Siciliano Abu-Abd-Allah-ibn-Seffâr, erudito dabbene, il quale trovandosi al Kairewân, tutto lieto d'esser fatto intimo di Ibn-Rescîk, si trovò terzo personaggio in una strana commedia.[1312]

Ma al conquisto degli Arabi d'oltre Nilo, quando Moezz era costretto a chiudersi in Mehdia (1057) e il poeta ve l'accompagnava[1313], la mala fortuna, come pur suole, accese discordia tra i due vecchi amici. Un'armata cristiana, di Pisa forse o di Genova, s'era appressata nottetempo a Mehdia; il principe affaccendato in sul far dell'alba a provvedere al pericolo, leggea gli spacci a lume d'un doppiere, quand'ecco Ibn-Rescîk entrare nella stanza, e porgergli un poema che incominciava: “Fa' cuore; non ti s'offuschino i pensieri nel cimento: chè già alla tua possanza ognun piega il collo.” — “E come far cuore,” proruppe Moezz, “quando tu mi vieni tra i piedi ad aiutarmi così? Perchè mo non stai zitto!” E stracciò il poema, e bruciollo al doppiere. Ibn-Rescîk, voltate incontanente le spalle, s'imbarcò per la Sicilia,[1314] dove avea amici; sapendosi di due poeti siciliani che si carteggiavano con esso, e rimanendoci fino i versi ch'ei scrisse all'uno arrivando a Mazara e la risposta per le rime.[1315] Raccolto a grande onore dai principali della terra, lo rappattumarono con Ibn-Scerf, poeta del Kairewân e della corte di Moezz e però suo mortal nemico; il quale, avendo riparato in Sicilia prima di lui, s'era messo subito a lacerarlo.[1316] L'ospitalità siciliana non tolse che venuto per cagion di mercatare un legno di Mo'tadhed, principe Abbadida di Siviglia, Ibn-Rescîk si mettesse ai panni al padrone, pregando di menarlo seco a corte; il quale gliene promesse e poi lo piantò. Rimaso parecchi anni tra sì e no di far il viaggio di Spagna, venne a morte in Mazara verso il millesettanta.[1317]

Il cui soggiorno tra il romor delle armi cristiane, non promosse, credo io, le lettere, nè ad altro giovò che a tramandarci qualche aneddoto dell'antica corte kelbita e qualche barlume su la cultura contemporanea. Lasciando addietro le opere perdute d'Ibn-Rescîk, in giurisprudenza,[1318] lingua,[1319] storia letteraria,[1320] fatti memorabili della storia,[1321] ed una Cronica del Kairewân;[1322] lasciando addietro le poesie, facili, vivaci e talvolta oscene,[1323] noterò un trattato di poetica denominato La Colonna, nel quale la ragion dell'arte è considerata al modo che noi abbiamo appreso dai maestri greci; e si accenna ad alcun precetto di quelli.[1324] Onde direi cotest'opera compiuta in Sicilia da Ibn-Rescîk, con que' pochi lumi di greche lettere che vi rimanessero: un anonimo Siciliano ne fece poi un compendio col titolo di Preparamenti.[1325] Più chiara apparisce la sorgente in due versi d'Ibn-Rescîk, coi quali il poeta esortando, com'e' parmi, alcun regolo dell'isola a lasciarsi menare a guinzaglio dai dotti, ricorda forse il nome d'Atene, e v'appicca quel della Sicilia, con una etimologia che allor correa tra gli Arabi del paese.[1326]

La falsa etimologia, dico, da due vocaboli greci che significan fico ed olivo, ripetuta dai cronisti latini di Sicilia del decimoterzo secolo,[1327] scritta per lo primo da un filologo arabo che visse fino al millecinquantotto e fu maestro d'Ibn-Kattâ'. Ebbe nome Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abd-el-Berr, della tribù di Temîm; il quale uscito di Sicilia per proseguire gli studii di tradizioni, grammatica e lessicografia, soggiornò in Oriente, forse a Bagdad; e tornando in patria, recò il celebre dizionario di Gewhari; fu accolto e messo in alto stato da Ibn-Menkûd che regnava allor in Mazara, principe d'austerissima pietà al dir del biografo.[1328] Che Ibn-Abd-el-Berr abbia tolto da Ibn-Rescîk quella falsa etimologia e la erudizione che pur vi si richiedeva, non mi par punto verosimile. Un secolo innanti gli Arabi Siciliani avevano aiutato alla interpretazione d'opere scientifiche dei Greci; notaron poscia gli avanzi d'antichi monumenti; raccolsero qualche favola delle colonie greco-sicole;[1329] vissero con Greci di Sicilia culti tanto o quanto. V'ha cagione dunque di presumere che si fosse tentato dai Musulmani dell'isola nella prima metà dell'undecimo secolo qualche studio su la letteratura greca, rozzo sì, ma da poter mostrare agli scrittori arabi un altro campo come quello delle scienze filosofiche e matematiche coltivato al tempo di Mamûn. E la Sicilia offriva ottimo terreno all'esperimento. Se non che molto più agevole torna a trapiantare da schiatta a schiatta le scienze che le lettere; ed ormai la virtù degli Arabi mancava da per tutto; la colonia siciliana era lì lì per cadere sotto il dominio straniero.

Quel soprannome d'Ibn-Kàttâ (Figliuolo del picconiere) si dètte ad una famiglia del ceppo modharita di Temîm, ramo di Sa'd-ibn-Zeid-Monat, la quale par venuta in Sicilia da Santarem di Portogallo verso la metà del decimo secolo.[1330] Gia'far-ibn-Ali di tal gente, filologo di molta dottrina, rinomato nello stile epistolare, lodato per proprietà di linguaggio e delicato gusto in poesia, vivea fino al millecinquantotto,[1331] forse in un villaggio a poche miglia di Palermo.[1332] Da lui nacque, il dieci sefer del quattrocentotrentatrè dell'egira (8 ottobre 1041), illustre figliuol d'uomo illustre, scrivono i biografi, Ali-ibn-Gia'far, detto similmente Ibn-Kattâ', il quale ebbe a maestri in lettere e tradizioni Ibn-Abd-el-Berr ed i primi eruditi del paese; fece versi a tredici anni, a andò crescendo di dottrina e fama, finchè, abbattuto l'ultimo vessillo mussulmano in Sicilia, emigrò in Egitto: dove non fu onoranza che non gli fosse resa; anzi il tennero come dittatore nelle lettere; e giuravano su l'Ei così disse. Il ministro Afdhal, sì benigno agli usciti siciliani, lo volle maestro dei proprii figliuoli;[1333] scriveasi a vanto nelle biografie chi gli fosse stato amico o discepolo:[1334] da lui appresero gli Arabi d'Egitto, e studiaronlo con le sue glose, il dizionario di Gewhari; a dispetto di qualche saccente che accusavalo di non tenerne il testo autentico, ma una copia con licenze posticce:[1335] che par calunnia, poichè Ibn-Abd-el-Berr gli avea potuto insegnare quel libro in Sicilia. Morto del mese di sefer cinquecentoquindici (aprile e maggio 1121) al Cairo vecchio,[1336] lo seppellirono accanto al legislatore Sciafe'i.[1337]

Com'egli primeggiò tra i letterati arabi della Sicilia, Ibn-Kattâ' così fu quel che più scrisse delle cose patrie. Dettò una storia di Sicilia ch'è perduta;[1338] sparse qua e là cenni biografici, geografici e di varia erudizione sul paese;[1339] compilò un'antologia siciliana intitolata La nobile Perla e l'eletta dei poeti dell'isola: della quale ci rimangono gli squarci che piacquero a Imâd-ed-dîn d'Ispahan; e son di quarantatrè poeti,[1340] tra i censettanta che ne avea trascelti Ibn-Kattâ',[1341] e di ciascuno par abbia data la biografia, poichè vi messe la sua propria.[1342] Sortirono maggior fama in Levante e Spagna le opere di filologia e storia letteraria. Il Libro dei Verbi, che al dire d'Ibn-Khallikân tolse il primato a quel dello spagnuolo Ibn-Kûtîa;[1343] la Fabbrica dei nomi, verbi e infiniti, cioè un quadro generale delle forme grammaticali, lodato anche da Ibn-Khallikân, dove l'autore aggiunse forse un centinaio di nuove forme spigolate nei glossarii e scrittori; e sembra l'ultimo suo lavoro.[1344] In lessicografia lasciò il comento al Gewhari;[1345] la Correzione della lingua;[1346] il Libro della Spada, glossario de' nomi e predicati che usano dar gli Arabi a quell'arme;[1347] il Libro dell'Andare e del Viaggiare anche esso in ordine alfabetico, il quale par lista dei verbi che significan l'uno o l'altro;[1348] e il Libro delle Interiezioni.[1349] Scrisse due trattati di versificazione[1350] ed un comentario su le poesie di Motenebbi.[1351] Il compendio intitolato Kitab-el-Kisár, sembra dizionario biografico di una classe di scrittori;[1352] è trattato di storia letteraria il libro dei Sali contemporanei;[1353] quel dei Luccicanti Sali, è Antologia de' poeti Spagnuoli.[1354] Le quali opere quanto fossero tenute in conto appo gli eruditi musulmani, lo mostrano la lode d'Ibn-Khallikân che lo chiama “principe delle lettere, massime in fatto di lingua” e le notizie che tolgono spesso da lui Ibn-Khallikân medesimo, Imâd-ed-dîn, Iakût, Ibn-Sa'îd lo storico, l'enciclopedista Scehâb-ed-dîn-Omari, Firuzabadi nel Kamûs,[1355] e varii biografi. Da questi squarci, in vero, Ibn-Kattâ' sembra accurato e sottile filologo, ed elegante scrittore, più sobrio che non portassero i tempi. Mediocre poeta comparisce dai frammenti rimastici delle molte poesie ch'ei dettò; e pur talvolta, dimenticati i bisticci e le arguzie, si fa a ritrarre le immagini con semplicità graziosa.[1356] Che se guardiamo ai precetti più che alle opere, lo diremmo iniziato a que' primi studii delle lettere greche: qua par che condanni il tipo della Kasîda arabica;[1357] qua rende espresso omaggio alle bellezze dell'antichità.[1358]

Segnalaronsi in varii rami di filologia i già nominati: Ibn-Kuni linguista,[1359] Abu-Bekr-Mohammed grammatico e linguista;[1360] Ibn-Tazi grammatico, scrittore di epistole e poeta;[1361] Ibn-Fehhâm autore d'un commentario su i Prolegomeni Grammaticali d'Ibn-Babesciâd;[1362] ed Omar ovvero Othman-ibn-Ali da Siracusa discepolo d'Ibn-Fehhâm, autore di opere su la lingua, la grammatica e la versificazione, professore al Cairo vecchio, maestro del filologo egiziano Abd-allah-ibn-Bera.[1363] Dsehebi, senza notarne l'età, ricorda un Tâher-ibn-Mohammed-ibn-Rokbâni, della tribù di Taghleb, siciliano, soprannominato il vizir, l'uom più dotto del tempo suo in lingua arabica, rettorica ed arte di scrivere in prosa e in verso, al quale riverenti accorreano, per apprendere, i letterati d'ogni paese e trovavano un mar di scienza:[1364] ma non ne rimane altro vestigio che que' quattro righi datigli dal biografo, e due che ne serba al figliuolo Ali, poeta, erudito in lingua, nelle antiche istorie degli Arabi e in ogni altro studio che appartenga alle lettere.[1365] Con lode anco troviamo i nomi di Ia'kûb-ibn-Ali-Roneidi filologo e poeta,[1366] Abu-Mohammed, detto Dami'a grammatico, poeta e ottimo pedagogo;[1367] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Sados, grammatico, segretario e facilissimo scrittore in prosa e in rima;[1368] Abu-Fadhl-Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb, gran linguista e buon poeta;[1369] ed Abd-Allah-ibn-abi-Malek-Mosîb della tribù di Kais, cima di linguista, al dir di Sefedi, poeta nato e dotto di più in prosodia e versificazione;[1370] Abu-Hasan-Ali-ibn-Mohammed di Kerkûda erudito;[1371] Ali-ibn-Abd-Allah di Giattini,[1372] Siciliani tutti e d'epoca ignota. Avvi tra i molti comentatori di Motenebbi nell'undecimo o duodecimo secolo un Ibn-Fûregia e un Abu-Hasan-ibn-abi-Abd-er-Rahman, entrambi Siciliani.[1373]

Nel passar dalla didattica e critica al proprio effetto dell'arte, troviamo, filologo insieme ed oratore, Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki, ricordato dianzi nei tradizionisti e giuristi.[1374] Il quale, rifuggito in Affrica quando le continue vittorie dei Normanni, forse la espugnazione di Palermo, toglieano ogni speranza di salute, conseguì il magistrato di cadi a Tunis[1375] che allora si governava a repubblica. È attribuita ad Ibn-Mekki la Correzione della lingua che altri riferisce ad Ibn-Kattâ',[1376] e potrebbero supporsi due opere col medesimo titolo, che Ibn-Kattâ' avesse imitato per gareggiare con quel sommo, “il cui valore, dice egli, celebravano e ripeteano tutte le lingue per ogni luogo; quel che in eloquenza non cedette il vanto ad Ibn-Nobâta, e lasciò modelli di poesia.[1377]” Dsehebi anzi lo antepone al Cicerone degli Arabi, e come raro esempio aggiugne ch'ei solea porgere dal pulpito un sermone novello ogni venerdì.[1378] Ma gli squarci dei versi d'Ibn-Mekki san troppo di predica; ritraggono della natura umana i soli vizii, consigliano la solitudine e l'egoismo, nè escon di vena poetica;[1379] ond'io dubito ch'ei n'abbia avuta d'oratore.

All'agrume ascetico d'Ibn-Mekki va contrapposta la spensieratezza cavalleresca del segretario Hâscem, che argomentiamo al paro dai versi: i quali due tipi si alternano con poco divario nei poeti arabi di Sicilia. Abu-l-Kâsim-Hascem-ibn-Iûnis, al dir d'Ibn-Kattâ', fu lodatissimo scrittore di epistole, motti arguti, racconti e mekâme:[1380] quella maniera di componimento accademico che ha dato rinomanza ad Harîri. Perdute le prose d'Hascem e la più parte delle poesie, ci rimangono varii tagli di due e tre versi, e bastano pure a mostrarlo seguace della scuola classica degli Arabi. Vi cogliamo anco una bravura, credo io, di guerra civile: il poeta vedendo i suoi sgomentati senza consiglio, fa testa egli solo ad un fier nemico Abu-Nasr, e il rinfaccia agli ingrati concittadini. Altrove accenna ad avventure d'amore, millantandosi che una notte negra come vaga chioma, viaggiò tutto solo al ritrovo, toltosi per ciambellano il brando tagliente, e per segretario la lancia rodeinita; e somiglianti freddure.[1381] Citammo già il nome d'Ibn-Tazi, lodato scrittore d'epistole.[1382] Porremo in lista coi prosatori i Kâtib, o vogliamo dir Segretarii in oficio pubblico, richiedendosi a questo appo gli Arabi non comune erudizione letteraria, per compilare quei rescritti tramezzati di prosa rimata, sì peregrini, sì lambiccati di lingua e stile, da parer d'altro popolo o d'altra età che gli scritti di storia o scienze. Levaron grido, com'ei sembra, il segretario Abu-Sewâb da Castrogiovanni, ricordato da Iakût nella notizia geografica di quella città;[1383] Abu-Hasan-Ali-ibn-abi-Isâk-Ibrahim-ibn-Waddâni preposto ad un officio pubblico in Sicilia.[1384] E dei poeti d'Ibn-Kattâ' son detti Segretarii Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1385] Abu-Ali-ibn-Hosein-ibn-Kalid,[1386] Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Sahl detto Rozaik;[1387] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn — Sebbâgh amico d'Ibn-Rescîk;[1388] Abu-Feth-Mohammed-ibn-Hosein-ibn-Kerkûdi, copioso scrittore in rima e in prosa;[1389] Ibn-Kereni l'astronomo e computista;[1390] Abd-el-Gebbar-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Sir'în;[1391] Ibn-Kûni filologo, astronomo e geometra;[1392] Abu-Hafs-Omar-ibn-Abd-Allah;[1393] il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Kâsim-ibn-Zeid della tribù di Lakhm;[1394] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-'Attâr;[1395] ed Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi, elegantissimo prosatore e poeta.[1396]

Tra tanti ingegni che onorarono la Sicilia musulmana, pochi si volsero alla Storia. La cronica sola che ci rimanga è scritta in arabico sì, ma pensata in altra lingua da un cristiano o figliuol di cristiano di Palermo, che visse alla metà del decimo secolo, famigliare forse dei principi kelbiti; chè le date costantinopolitane, lo stile timido, la lingua scarsa, la grammatica volgare, la reticenza dei sentimenti religiosi, la prudenza cortigiana, la brevità in principio (827) e la diligenza in sul fine (964), ci svelano tutte le condizioni dell'autore, fuorchè il nome.[1397] La storia di Sicilia d'Ibn-Kattâ' è perduta.[1398] Corse per le mani di pochi eruditi fino al decimoterzo secolo quella del giurista Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, della quale abbiamo frammenti che illustrano la geografia,[1399] e sembra tolto anco da quella il caso di Malta nella guerra di Maniace; onde l'autore tornerebbe alla metà dell'undecimo secolo:[1400] siciliano è da dirsi, per nascita o soggiorno, all'argomento ch'elesse ed alla precisione delle notizie locali. L'età nè la patria non si scorge d'Abu-Zeid-Gomari, d'origine berbera, autore d'un'altra storia di Sicilia.[1401] Ali-ibn-Tâher, mentovato di sopra, si versò nell'antica storia degli Arabi, senza la quale mal si poteano comprendere lor poeti classici.[1402] Scrisse la Storia d'Algeziras Ibn-Hamdîs da Siracusa.[1403]

Ma venendo ai poeti, il numero e la monotonia ci distoglie dal trattar di ciascuno partitamente; se non che i maggiori nell'arte o che svelino le condizioni e costumi del paese. E pria diremo di cui si esercitò nel componimento eroico degli Arabi, la Kasîda, che suona “Trovata:” adoperata con altro nome negli epicedii ed elegie d'amore; poemetto sopra una sola rima, ove il poeta intesse le lodi proprie, o di sua gente o del mecenate, con digressioni erotiche, descrizioni, apostrofe e macchina ritraente la vita dell'avventuroso cavaliere nomade, sì come la macchina di nostra epopea s'adatta alle prime imprese nazionali. Nè l'effimero accentramento del califato generò appo di loro l'epopea, quando popol arabico propriamente non v'era. La Kasîda antislamitica pervenne tal quale a quel brulichío di stati musulmani del decimo e undecimo secolo; e la si udì in Palermo a corte di Iûsuf (990-8) in bocca di poeti africani.[1404]

La generazione seguente s'illustrò in Sicilia per parecchi autori di Kasîde, tra i quali va innanzi per età e virtù poetica Abu-Hasan-Ali-ibn-Hasan-ibn-Tûbi,[1405] lodato altresì per eloquenti scritti in prosa, come notammo.[1406] Viaggiò in Oriente nei principii dell'undecimo secolo, si versò in faccende politiche,[1407] e fors'anco di amministrazione, e fu chiaro a corte di Moezz-ibn-Badîs,[1408] le cui lodi si leggono in una sua Kasîda.[1409] Altre, e soprattutto i versi d'amore, danno una fragranza direi quasi della poesia di Grecia e d'Italia; v'ha un piglio di passione, una naturalezza d'immagini che non sembrano tolti in prestito dalle muse arabiche.[1410] Suol cantare la gioventù, le donne, il vino, le stelle, i fiori; piange i diletti perduti nell'età matura, senza mai trascorrere alla schifa licenza di tanti altri poeti arabi; poichè un suo epigramma, sì fino da parer de' tempi d'Orazio o di Giovenale, è satira al certo, non confessione di vizio.[1411] Gli argomenti, lo stile, fin qualche concetto e qualche parola d'Ibn-Tûbi, si ravvisano nelle rime d'Ibn-Hamdîs, che di certo il prese a modello e l'avanzò.

Fioriva in quel torno o qualche dieci anni appresso, Ibn-Sebbâgh il segretario, amico d'Ibn-Rescîk, forse palermitano, ed intinto nelle pratiche con Moezz-ibn-Badîs, al certo seguace di parte siciliana nella rivoluzione d'Akhal, poichè con robusti versi, e talvolta gonfii, loda il valor di sua gente contro i Bizantini e i Kelbiti.[1412] Armoniose e gentili le rime d'amore d'un Abu-Fadhl-Mosceref-ibn-Râscid, autore di tre o quattro Kasîde e altri componimenti; e pur non gli manca vigor di parola nè altezza di pensieri quand'ei tocca la guerra civile, forse i principii della normanna, e sospira la unione della Sicilia sotto un sol capo.[1413]

Non guari dopo, il grammatico siciliano Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Biscir, dettava una Kasîda ad onore di Nâsir-ed-dawla-Ibn-Hamadân, capitano anzi padrone del califo d'Egitto,[1414] e un'altra a lode del vizir Ibn-Modebbir,[1415] la prima delle quali sembrò un capo lavoro a Malek-Mansûr, principe erudito del secolo seguente.[1416] Un altro Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahman, segretario e grammatico, chiamato Bellanobi dalla patria, Ansâri dal lignaggio,[1417] uscito di Sicilia nella seconda metà dell'undecimo secolo, rifuggissi al Cairo; ove perduta la madre, piansela con una elegia piena d'affetto e d'immagini poetiche. V'hanno inoltre componimenti, brevi e cinque Kasîde, due delle quali a lode d'una casa di Beni-Mawkifi, non sappiamo se di Sicilia o d'Egitto,[1418] onde nasceva un mecenate del Bellanobi: versi studiati, puliti e mediocri.[1419] Nè passò questo segno in poesia il filologo Ibn-Kattâ', del quale abbiamo detto.[1420] Par fosse uscito di Sicilia nell'adolescenza Megber-ibn-Mohammed-ibn-Megber che studiò in Egitto e vi fece soggiorno, tenuto in gran pregio dai critici arabi, autore di varie Kasîde, una delle quali al Kâid-Abu-Abd-Allah, soprannominato Mamûn, ma nol credo dei regoli siciliani. Con altri versi, mordendo un poeta bisognoso o avaro, ci ragguaglia del sussidio di cinque dînar al mese che porgea la corte fatemita agli uomini di lettere. Morì costui pria della metà del duodecimo secolo:[1421] l'ultimo forse dei Siciliani che dopo il conquisto s'erano affidati alla carità fatemita.

Più franca ospitalità loro offrivano in Spagna da dodici dinastie gareggianti a bandir corte per mostrar che da vero regnassero; la miglior parte gentiluomini arabi, usi a far della poesia lusso ed a tener unica virtù civile la liberalità. Sia la frequenza dei commerci, sia il gusto delle lettere, si strinse con la Sicilia più che ogni altro stato spagnuolo quel dei Beni-Abbâd di Siviglia: e già al tempo di Mo'tadhed (1041-1068) s'era rifuggito nell'isola un poeta Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan, di nobil gente spagnuola, amico del principe, poscia temuto e perseguitato; il quale tornato alfine in patria, Mo'tadhed lo fece assassinare.[1422] Ma succeduto al cupo tiranno il figliuolo Mo'tamid, che avea gran cuore in guerra e in casa, ed altamente sentiva in poesia, la corte di Siviglia fu asilo dei poeti Siciliani Abu-l-Arab e Ibn-Hamdîs.

Abu-l-Arab-Mos'ab-ibn-Mohammed-ibn-Ali-Forât, coreiscita della schiatta di Zobeir, nato in Sicilia il quattrocentoventitrè (1033) avea nome già di gran poeta, quando, occupata Palermo dai Normanni, impazienza del giogo stretta di povertà lo sospinsero ad andar via, dicendo alla patria ch'essa l'abbandonava non egli lei.[1423] Mo'tamid gli avea profferto asilo a Siviglia; mentr'egli pur tentennava, sbigottito dai rischi del viaggio, invecchiato a quarant'anni, aveagli mandato per le spese cinquecento dînar: e vedendolo giugnere a corte dopo un anno o poco meno (465, 1072-73), l'accolse lietamente, gli fu poi sempre largo di danari e d'affetto;[1424] e quegli ne rendea merito coi versi; par anco abbia militato in alcuna impresa del mecenate.[1425] Sopravvisse Abu-l-Arab alla ruina di casa Abbadida una ventina d'anni, sapendosi di lui fino al cinquecento sette (1113-14). Improvvisatore, poeta di gran fama, più arabo che niun altro Arabo nel pregio della lingua, dice Ibn-Bassâm, scherzando sul soprannome; e Scehâb-ed-din-Omari, preso d'un estro di prosa rimata, lo esalta duce e maestro di tutti i poeti del suo secolo e gente.[1426] In vero le Kasîde ed altri componimenti d'Abu-l-Arab, dei quali non ci mancano squarci, sembrano elegantissimi di lingua e stile; arabici pur troppo in ragion poetica, ma vi si frammette spesso la semplicità che dianzi lodammo in Ibn-Tûbi.

Abd-el-Gebbâr-ibn-Mohammed-ibn-Hamdis nacque in Siracusa (1056) di nobile famiglia della tribù di Azd, che prendea nome da un Hamdîs, capo himiarita ribellatosi (802) in Affrica contro Ibrahim-ibn-Aghlab.[1427] Cresciuto al romor delle armi normanne che già infestavano il Val di Noto, Ibn-Hamdîs, più che agli studii si diede a combattimenti, amori, festini, trincare; finchè un successo sul quale ei tocca e passa, credo avventura amorosa in nobil casato, sforzollo a fuggire[1428] in Affrica il quattrocensettantuno (1078-79). Ma sdegnando i costumi delle tribù arabiche scatenate dall'Egitto su l'Africa propria,[1429] allettato altresì dalla fama di Mo'tamid-ibn-Abbâd, andò a corte di Siviglia, ove fu accolto con onore e liberalità.[1430] In quel ritrovo dei primi poeti contemporanei d'Occidente rifulse il genio d'Ibn-Hamdîs; non si corruppe in corte l'animo franco, liberale, pien d'amore del padre, della Sicilia, degli amici, della gloria, delle donne; d'ogni bellezza di natura e d'arte. Seguì il principe nei campi com'uomo d'arme ch'egli era ed anco ne facea troppa mostra nei versi. Alla battaglia di Talavera (1086) abbattuto dal cavallo nei primi scontri che tornarono ad avvantaggio dei Cristiani, si sviluppò gagliardamente, n'uscì con la corazza tutta affrappata dai fendenti, più che a sè stesso pensando al figlio giovinetto che combattea lì presso con gran valore.[1431] Ma quando gli Almoravidi tornarono in Spagna da nemici; quando Mo'tamid fu spoglio del regno e d'ogni cosa, e scannatigli due figliuoli sotto gli occhi, e con le figlie mandato in catene ad Aghmat (1091), Ibn-Hamdîs passava in Affrica, andava a visitarlo nella prigione: dove fecero scambio di sante lagrime e versi mediocri.[1432] Tornatosi il poeta siciliano a Mehdia,[1433] saputa non guari dopo la morte di Mo'tamid (1095), soggiornò parecchi anni nelle due corti di casa zîrita, avendo lasciato in lungo poema la descrizione d'un palagio di Mansûr principe hammadita di Bugia, aspro nemico degli Almoravidi;[1434] due Kaside in vita[1435] ed un'elegia in morte di Iehia-ibn-Temîm (1116) principe di Mehdia;[1436] e le lodi di Ali-ibn-Iehia (1116-21) ed Hasan-ibn-Ali (1121-1148) saliti successivamente a quel trono.[1437] Scrisse la Storia di Algeziras.[1438] Rifinito dall'età e dall'avversa fortuna, ch'ei s'assomigliava ad aquila che più non voli e i figli le imbecchino il pasto,[1439] perduto il lume degli occhi, morì di ramadhan cinquecentovensette (luglio 1133), chi dice a Majorca, chi a Bugia, sepolto accanto al poeta spagnuolo Ibn-Labbâna, col quale avea gareggiato nella grazia di Mo'tamid a Siviglia e nel carcere.[1440]

Ingegno felicissimo nel coglier e ritrarre le sensazioni, nel colorirne le dipinture che veggiamo sparse a larga mano in duemila e cinquecento versi: dipinture d'obietti materiali, avvenimenti, passioni, costumi. Delle quali lascerem da canto ciò che non si riferisca alla Sicilia: le geste di Mo'tamid, i suoi palagi ed orti o del principe di Bugia, gli episodii accademici di Siviglia, la morte d'una moglie, il naufragio d'altra sua donna nel viaggio di Spagna ed Affrica, le cacce affricane, le descrizioni d'animali e frutta e fiori,[1441] gli specchi di pece,[1442] le lampadi a spirito di vino,[1443] il piglio feroce dei masnadieri d'oltre Nilo, cui poneva a riscontro gli Arabi inciviliti di Sicilia. Quei compagni di sangue chiarissimo come lo splendor delle stelle,[1444] coi quali in gioventù solea cercare all'odorato il miglior muschio[1445] dei vigneti siracusani. Entrano di notte in un romitaggio; chiuse le porte, gittan su le bilancette un dirhem d'argento, e la vecchia suora lor ne rende una coppa piena di liquid'oro; poi ne menan via le sposine: quattro anfore[1446] vergini, impeciate e sepolte da lunghi anni; elette da un tal che d'ogni succo d'uva ti sa dir patria, età e cantina. Ma gli svelti e vaghi giovani traggono a sala illuminata da gialli doppieri messi in file come colonne che sostenessero eccelsa volta di tenebre; dove il signor della festa bandisce esilio e morte alla tristezza: e già le suonatrici, cominciando a toccar le corde, destan gioia negli animi; quella si stringe al petto il liuto, questa dà baci al flauto: una ballerina gitta il piè a cadenza dello scatto delle dita; gentil coppiera va in giro, mescendo rubini e perle, avara sì delle perle che rado allarga le stringhe dal collo della gazzella.[1447] Oh dolci ricordi della Sicilia, campo di mie passioni giovanili, albergo ch'era di vivaci ingegni, paradiso dal quale fui scacciato! e come riterreimi dal piangerlo? Quivi risi a vent'anni spensierato; ahi che a sessanta mi rammarico di quelle colpe; ma non le biasmar tu, accigliato censore, poichè le cancellava il perdono di Dio![1448]

Figliuoli delle Marche siam noi, cantò altrove Ibn-Hamdîs; a noi spunta il sorriso quando la guerra aggrotta le ciglia; divezziamo i bamboli, in mezzo all'armi, col latte di generose giumente: rassegnaci; e quanti siamo, tanti campioni conterai che ciascun vale una schiera. Indietreggia nostr'oste per rinnovare l'assalto; ritraendosi, sparge la morte: no, che tutte le stelle non sono cadute, e pur v'ha una speme in questa guerra, e siam noi. I condottieri ci mostrano il dì della battaglia, un drappo da ricamare con gruppi d'avvoltoi; chè i prodi ad ogni carica di lor nobili 'Awagi,[1449] spargon sul terreno larga pastura agli uccelli voraci. Ecco una colomba messaggiera di strage, volar secura tra i lampi. Sì; percotemmo i nemici della Fede entro lor focolari: piombò un flagello su le costiere dei Rûm; navi piene di lioni solcarono il mare, armate la poppa d'archi e dardi, lancianti nafta che galleggia e brucia come la pece della gehenna ov'ardono i dannati; cittadelle che vengono a combattere le città dei Barbari, a sforzarle e saccheggiarle. E che valser quei vestiti di maglie di ferro luccicanti, e usi a dar dentro quando pur si ritraggono i prodi? Non piegammo noi al duro scontro; ingozzata la coloquinta, gustammo alfine il dolce favo, e li rimandammo con le armadure squarciate e addentellate da questo sottil filo de' nostri brandi. Perchè l'acciaro nelle nostre mani ragiona,[1450] e nelle altrui si fa mutolo. Ma dalla casa mi guardano furtivamente begli occhi travagliati dalla vigilia e dal pianto, che il dolore dì e notte li avea dipinti di kohl;[1451] una manina incantatrice muove le dita a salutarmi. Oh dilettoso giardino, la cui sembianza viene a visitar le pupille aggravate di sonno e le schiude all'immaginativa! Io sospiro la mia terra; quella nel cui seno si fan polvere le membra e le ossa de' miei, chè già se n'è ito il fior della prima gioventù, alla quale tornan sempre le mie parole.[1452]

Sotto il bel cielo di Spagna, nelle regioni temperate dell'Affrica settentrionale, il poeta siracusano non obbliò mai quel paese “cui la colomba diè in presto sua collana, e il pavone suo splendido ammanto;[1453] dove i raggi del sole avvivan le piante d'amorosa virtù ch'empie l'aere di fragranza;[1454] dove respiri un diletto che spegne le aspre cure, senti una gioia che cancella ogni vestigio d'avversità.”[1455] Pur l'alto sentimento che gli facea parer più belle le naturali bellezze della Sicilia, lo ritenne dal tornar a vederla serva; gli dettò versi di rampogna no, ma di compianto e di verità, ch'è primo debito di cittadino alla patria. Ripetendo ed esaltando in mille modi il valore delle persone,[1456] ricordava sospirando, esser morta nel paese la virtù della guerra.[1457] E in età più matura sclamava:

“Oh se la mia patria fosse libera, tutta l'opera mia, tutto me le darei con immutabile proponimento.

Ma la patria come poss'io riscattarla dalla schiavitù nelle rapaci mani dei Barbari?

(Lo potea forse, quando) il suo popolo si straziava a gara in guerra civile, e ciascun legnaiolo vi gittava esca al foco?

(Quando) i congiunti non sentivano carità di parentela; bagnavano le spade nel sangue dei congiunti,

E (il popolo tutto insieme) avea lo stesso piglio d'una destra le cui dita non giochino l'un a seconda dell'altro?”[1458]

A tanta altezza di poesia giunse Ibn-Hamdîs! Con soave sentimento cantò d'amore; con leggiadria ed arte e abbondanza d'estro sopra ogni argomento ch'ei toccava. E se l'intemperanza orientale d'immagini, le antitesi, i bisticci, i vizii radicali della letteratura arabica tolgono a noi di collocarlo tra i sommi poeti, i critici di sua nazione il tenner tale,[1459] e in Occidente i suoi versi furono poco men citati che que' d'Imrolkais e di Motenebbi. Il critico Abu-Salt-Omeîa, che l'accusò di plagii, lo dicea ladro illustre, uso ad abbellire le idee rubate.[1460]

Dimorò in Affrica o Spagna il suo figliuolo Mohammed, più poeta del padre al dir d'Ibn-Bescirûn; ma i brevi saggi che ne dà, fan giudicare altrimenti.[1461] Soleiman-ibn-Mohammed da Trapani, oriundo di Mehdia stanziatovi, esule dopo il quattrocento quaranta (1048), erudito e scostumato, passò in Affrica, indi in Spagna; ove s'acconciò nelle corti di principi minori, e piacquero sue Kaside, e vi lasciò nome non oscuro.[1462] Più elegante poeta Abu-Sa'îd-Othmân-ibn-'Atîk, Siciliano, forse di Palermo come ogni altro di cui non si noti particolarmente la città natia, andò a dirittura in Spagna al conquisto normanno, a corte del rivale di Mo'tamid in lettere e munificenza (1054-1091), il principe d'Almeria Mo'tasem, della illustre stirpe dei Beni-Somâdih.[1463] Vissero al par nella seconda metà dello undecimo secolo poeti di Kasîde, i segretarii Hâscem-ibn-Iunis e Ibn-Kûni e Omar-ibn-Abd-Allah, dei quali si è detto;[1464] e un Ali-ibn-Abd-Allah-ibn-Sciami.[1465]

Ibn-Tazi, cultor di scienze e di lettere,[1466] facile ingegno ed umore bilioso, censor di vizii infangato in brutto costume egli stesso, va lodato tra i primi poeti satirici degli Arabi per vivacità di concetti, stile incisivo, e pur naturale, eleganza e grazia non infrequente.[1467] Ci avanzan di lui, dopo che li vagliavano Ibn-Kattâ' e Imâd-ed-dîn, da ottanta epigrammi, tra descrittivi ed erotici, se così possan chiamarsi, e satirici; ma sol di questi diremo. Dei quali è grave e lepido molto quel sopra i Sufiti;[1468] altri con lindura riprendono vecchi che tingeano i capelli,[1469] facce irsute di barba,[1470] e noiosi cantori:[1471] ed erano ridicolaggini del tempo. Su i vizii eterni dell'umana natura lanciò arguti motti ad avari.[1472] chiacchieroni,[1473] permalosi;[1474] nè perdonò ai difetti fisici:[1475] mise il dente ove potè a lacerare con rabbia, ed arrivò a chiamare l'umanità razza di vipere e cani.[1476] Ruzaik-ibn-Sahl, già nominato, toccò l'argomento con più misura e men poesia, nei soli versi che ci rimangon di lui.[1477]

Meritano i Kelbiti particolar menzione pria di continuare la lista dei poeti minori, perchè s'e' non arricchirono gran fatto il Parnaso siciliano, incoraggiarono e favorirono cui v'aspirasse. Dell'emiro Ahmed (953-969) si ricordano due mediocri versi con che si lagnava che in età avanzata nol curasser le donne: strana querela in bocca a principe musulmano.[1478] Cantò più lietamente d'amore Abd-er-Rahman-ibn-Hasan, intitolato emiro per onor di famiglia e Mostakhles-ed-dawla (L'eletto dell'impero) per oficio ch'avesse tenuto a corte fatemita in Egitto,[1479] Abu-Mohammed-Kâsim-ibn-Nizâr, detto anche emir, contemporaneo di Ahmed, poscia prefetto di polizia a Misr, ci attesta la puntigliosa superbia di sua gente in faccia anco al principe.[1480] Improvvisava l'emiro Giafa'r-ibn-Iûsuf qualche versuccio, e faceva ai poeti le carezze dell'asino.[1481] L'altro Giafa'r soprannominato Thiket-ed-dawla, figliuolo di Akhal, si scusava in rima delle promesse non compiute per la malignità di sua fortuna.[1482] Del dotto e audace Ammâr abbiam detto e de' suoi versi.[1483] Abu-Kasim-Abd-Allah-ibn-Selmân di gente Kelbita, si vantava con mediocre poesia d'amare e proteggere la virtù, esalava lamenti erotici, e attestava l'epoca in cui visse, dicendosi circondato da nemici che facean le viste d'ossequiarlo.[1484] Avanzò ogni altro Kelbita nel pregio dei carmi un Gia'far-ibn-Taib, che carteggiavasi con Ibn-Kattâ', n'ebbe lodi nell'Antologia siciliana e meritolle, come provano due squarci di Kasîda e qualche altro verso petrarchesco.[1485] Caduta la dinastia, que' che se ne divisero le spoglie, ambiron pur ad onori letterarii che noi non possiamo assentire: dico, il kaid Abu-Mohammed-ibn-Omar-ibn-Menkût,[1486] e il kaid Abu-l-Fotûh figlio del kaid Bodeir-Meklâti ciambellano, soprannominato Sind-ed-dwala, d'umor niente allegro.[1487] Fe versi anco Ibn-Lûlû, detto forse per errore principe di Sicilia.[1488] Nè sdegnava l'arte un prefetto di polizia di que' tempi, per nome Abu-Fadhl-Ahmed-ibn-Ali, coreiscita;[1489] nei cadi Abu-Fadhl-Hasan-ibn-Ibrahim-ibn-Sciâmi, della tribù di Kinana,[1490] Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Kâsim-ibn-Zeid, della tribù di Lakhm,[1491] e Ahmed-ibn-Kâsim già ricordato.[1492]

Perchè il verseggiare è facile quando non si badi alla poesia del concetto, e l'aiuti un linguaggio classico che risuona sempre agli orecchi, una certa educazione letteraria, qual ebbero in quell'età tutti i Musulmani che non nascessero proprio dal volgo, e l'uso generale vi sospinga, come avvenne nei tempi della nostra Arcadia. Di quei che trattarono argomenti morali non spiccando altrimenti per bellezze di forma, noteremo quel solo che possa giovarne, cioè com'intendessero la filosofia pratica della vita: gli uni a cantare il vino, le ballerine, i passatempi, che sono Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr oriundo di Kamûna in Affrica,[1493] Abu-Ali-ibn-Hasan-ibn-Khâlid, il Segretario,[1494] Abu-Abbâs-ibn-Mohammed-ibn-Kâf;[1495] gli altri austeri, fissati nell'altra vita e spregianti quella che fruivano di presente, come Abu-Hafs-Omar-ibn-Hasan-ibn-Setabrîk, devoto di grido,[1496] Abu-l-Kârim-Ahmed-ibn-Ibrahim Waddâni,[1497] e i già ricordati Abu-Ali-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Kâf il Segretario,[1498] Ibn-Mekki,[1499] Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Ghâni,[1500] Atîk,[1501] il Siracusano Ibn-Fehhâm,[1502] Ali-Waddâni.[1503] D'altri abbiamo descrizioncelle, epigrammi sui quali poco o nulla è da notare. Abu-Mohammed-Abd-el-Azîz-ibn-Hâkem-ibn-Omar, della tribù iemenita di Me'âfir, dettò qualche verso sui corpi celesti.[1504] Abu-l-Feth-Ahmed-ibn-Ali-Sciâmi è lodato dall'autore dell'Antologia siciliana, il quale gli domandò alcuni versi per metterli nella raccolta;[1505] Ruzaik-ibn-Abd-Allah fu perseguitato sì ostinatamente dalla povertà, che una volta donatagli da gran personaggio una borsa d'oro, tornando a casa tutto lieto, trovò che un ladro gliel'avea svaligiata, e sfogò il dolore in rime.[1506] Il Segretario Ibn-Kerkûdi è detto poeta di vaglia da Ibn-Kattâ'; ma dai versi non me ne accorgo.[1507] Alla lista vanno aggiunti: Abu-Hasan-Sikilli,[1508] Abd-el-Azîz-Bellanobi, fratello d'Ali,[1509] il Segretario Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-'Attâr,[1510] Abd-el-Wehâb-ibn-Abd-Allah-ibn-Mobârek,[1511] Abu-Hasan-ibn-Abd-Allah da Tripoli o Trapani,[1512] Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Mekhlûf lo Scilinguato,[1513] e il Segretario Ibn-Sir'în,[1514] dei quali ci rimangono pochissimi versi o nessuno. Ci sono occorsi trattando d'altri studii, e abbiam detto del merito che loro s'attribuisca in poesia, Kholûf da Barka,[1515] Ibn-Abd-el-Berr,[1516] Gia'far-ibn-Kattâ',[1517] Dami'a,[1518] Ja'kûb Roneidi,[1519] Ali-ibn-Hasan-ibn-Habîb,[1520] Ibn-Sados,[1521] Taher-Rokbani,[1522] e il costui figlio Ali,[1523] Othman-ibn-Ali da Siracusa,[1524] Ali-ibn-Waddani,[1525] Abd-Allah-ibn-Mosîb,[1526] Ibn-Kereni,[1527] ed Abu-Bekr-Mohammed.[1528]

Da quanto abbiamo esposto, si può conchiudere che la poesia rifioriva in Sicilia, dopo tredici secoli; e se non agguagliò le bellezze dei tempi di Teocrito e Stesicoro, produssene quella specie che concedea il Parnaso di Arabia. A noi Italiani non solo, ma a tutti Europei nudriti alla scuola dei Greci, non può sembrar lieto soggiorno nè la sala vaporosa d'Odîn nè la tenda de' Beduini, dove si gareggia di metafore baldanzose, descrizioni sopra descrizioni, antitesi incessanti di pensieri e di vocaboli, paralelli bizzarri e lambiccati, lingua ricercata o morta e sepolta, gergo nomade che ormai mal si adattava alle idee delle colonie musulmane d'Europa, ma il culto classico comandava adoperarlo. E però ci offendono a prima vista tutti quegli orpelli e gemme di vetro di che s'adornavano i poeti arabi di Sicilia, come ogni altro di lor età e linguaggio: le pupille omicide, le palpebre taglienti come spade, le guance di fuoco su cui spunti il mirto della barba, o guance di rose, e vi fu anche chi disse di rubino, cui mordessero gli scorpioni d'una negra chioma inanellata, i tralci di ben[1529] sormontati di lune piene, che è a dire svelti giovani dal volto fresco e splendente, i capelli bianchi che spandan tenebre; e infinite secenterie di simil tempra, nelle quali si compiaceano gli stessi Ibn-Hamdîs, Ibn-Tûbi, Abu-l-Arab, Ibn-Tazi, e il Bellanobi. Ma poi va considerato che il genio diverso delle lingue toglie nell'una a tal espressione figurata quel sapor aspro che abbia nell'altra: il che si noterebbe tra le lingue d'unica famiglia che parliamo in Europa, non che tra le indo-europee e le semitiche. Scendendo più addentro, scopriremo sovente pensieri semplici ed alti, linguaggio spontaneo d'affetti, verace colorito, tratteggiare risoluto, grazie non contigiate; e diremo che quelle brune muse arabiche se si abbigliassero a foggia nostra, passerebbero per belle. Io chieggo che nel giudicare i poeti arabi di Sicilia dagli squarci che ho mostrati e su le intere opere che spero sian date un giorno all'Italia, si guardi al concetto della mente piuttosto che alla forma in cui si manifestava; e che per la forma s'accettino, com'è ragione, i giudizii dei critici arabi ch'ho accennato a lor luogo. Forse quei biografi ed antologisti che ci serbarono frammenti de' poeti arabi siciliani li defraudavano delle nostre lodi più meritate, trascrivendo appunto i versi che noi avremmo messi da banda, e tralasciando come scipiti quelli che noi avremmo trascelto.[1530]

Vuolsi in fine far parola dei musici che soleano cantar sul liuto i versi dei poeti: la quale usanza gli Arabi appresero dai Persiani, i devoti musulmani la condannavano, e quando lor venia fatto vietavanla, ma i grandi e' ricchi tosto richiamavano nelle brigate musici, cantatrici e ballerine. Il gran diletto che ne prendessero i Musulmani di Sicilia, è quanto se ne travagliassero si ritrae dalle poesie, dove spesseggiano le descrizioni dell'arte che dissipava i tristi pensieri e movea alla gioia; nè sdegnavano i poeti di lodare, talvolta anco biasimare i musici: Ibn-Tazi fe ad uno l'epigramma: “Ei canta e ti gitta addosso noia e malanni; ei tocca il liuto, affè che gliel'avresti a spezzare su le spalle.”[1531] Le croniche degli Abbadidi registrano con superstizioso terrore il caso del Musico Siciliano, così il chiamano, condotto agli stipendi di Mo'tadhed. Il quale sendosi fitto in capo (1068) che sovrastassegli la morte e la ruina di sua casa, volle cavar augurio dai versi che a sorte gli fossero recitati; fatto venire il Musico Siciliano e seder seco con grandi onori e carezze, e richiestolo di cantare, venner detti al Siciliano cinque versi, che incominciavano: “Consumiam le notti, sapendo ch'esse ci debbono consumare;” ed appunto a capo di cinque giorni il principe si morì.[1532]

Aggiugnendo i nomi rassegnati in questo capitolo a quei che notammo nel capitolo XI del terzo Libro, si hanno (salvo il raddoppiamento di qualche nome che non ci sia venuto fatto di chiarire) a un di presso centoventi Musulmani di Sicilia e una dozzina di stranieri dimoranti nell'isola, che segnalaronsi nelle scienze e nelle lettere sino al fin della dominazione musulmana. Il quale abbozzo, disteso la più parte senza conoscer le opere, su i cenni solamente di autori arabi, è imperfetto di certo; pur adombrerà la cultura della Sicilia in quei tempi, supposta anzichè conosciuta quand'io mi accinsi a coteste ingrate ricerche. Pervenuti che saremo, nel sesto Libro, ai letterati e scienziati che rimasero fino ai tempi di Federigo, mi proverò a indagare la parte che si debba attribuire ai Musulmani nel risorgimento degli studii in Italia.