XIV
«L'uomo sta in mezzo ad un movimento universale: intorno a lui tutto gira, tutto s'avvicina o s'allontana, ed esso stesso si sente trascinato in questo vortice, che non ammette resistenza e non lascia speranza di un solo minuto di riposo assoluto. Eppure per mille e mille anni tutto ciò che toccava così intimamente l'esistenza umana, anzi che ne formava tanta parte, tutto ciò restò un'apparenza fantastica, enigmatica, incomprensibile, e quando nascono le prime idee sulla natura di tali fenomeni, esse sono piuttosto emanazioni dell'interno sgomento, della profondamente sentita impotenza rimpetto all'attività delle forze mondiali. Ancora l'acuto ed elevato ingegno dei Greci non seppe trovare la soluzione, benchè il problema gli si presentasse in mille forme diverse; Archimede arrivò a formulare alcune leggi della statica, ma per la dinamica mancava l'organo all'intelligenza antica.
«Nacque Copernico e morì il vecchio sistema mondiale. La coscienza umana ricevette una delle più forti scosse che mai abbia subìto. Ma la dimostrazione del movimento della terra intorno al sole non è che un fatto, un fatto d'immensa importanza sì, nient'altro però che un fatto nudo e isolato. Sicuro, tanto bastava a distruggere la superba superstizione dell'uomo che lo faceva credersi possessore del centro dell'universo, ma la storia insegna che spesso una superstizione va vinta da un'altra; e dove erano gli elementi per inalzare sulle rovine del vecchio un nuovo mondo? Copernico era un titano che buttò giù il cielo e la terra, ma non era lo spirito generatore da crearne dei nuovi.
«Il mondo nuovo lo fece Galileo. I concetti della eternità del moto e del momento meccanico determinabile in ogni sua attività aggiungevano alle facoltà intellettuali un altro elemento essenziale, un novello organo di cui la funzione sta nella trasformazione dei fenomeni del moto in semplici modalità del pensiero, e nell'assegnare quindi ai primi il carattere della necessità. Con ciò l'uomo aveva ricuperato il suo posto nell'universo e, quel che è più, in ricambio del vecchio ambiente oscuro e fantastico, ne aveva trovato uno più vasto, più profondo, sovrattutto intelligibile. Quel che caratterizza l'epoca moderna dell'umanità in fondo in fondo non è altro che l'evoluzione del pensiero di Galileo; sulle spalle di quel fiorentino riposano la nostra scienza, la nostra cultura, e in certo senso anche la nostra morale. Nei duecento anni che lo seguirono l'intelligenza umana non si è essenzialmente allargata se non mediante la filosofia critica di Kant, la quale ai fenomeni assegnava il loro vero valore psicologico; e con la recente dimostrazione dell'unità delle forze fisiche.
«I principii meccanici spiegarono i movimenti terrestri e celesti, e più, indicarono l'origine e il destino finale dei mondi che nell'infinito etere circolano, ma non ci fecero intelligibile l'esistenza della più piccola mosca. L'organico era la soglia che il pensiero meccanico non varcava. Eravamo più in casa nostra tra i pianeti che non tra gli esseri viventi, i continui compagni della nostra vita. È vero che l'anatomia e la fisiologia avevano raccolto grande quantità di preziosissimi dati e soltanto guidati da tali fatti era possibile toccare i problemi; tuttavia il contenuto veramente scientifico era oltremodo scarso, e se i problemi erano proposti mancavano le soluzioni. Ci voleva un nuovo organo; ora l'abbiamo: è la teoria di Darwin. E in questo senso l'opera dell'inglese è contemperata a quella dell'italiano. Il mondo organico diventa intelligibile, i fenomeni vitali assumono il carattere della necessità, non solo il come, ma il perchè dell'organizzazione diventa il fine della ricerca. Ogni forma organica ha la sua causa efficiente determinabile; ogni funzione è un adattamento all'ambiente acquistato nella lotta per la esistenza; ogni organo è la realizzazione morfologica d'una funzione. La vita, unica nella sua origine, si manifesta in mille e mille forme, ma tutte queste forme riunisce un principio generale. Dall'inferiore e semplice nasce il superiore complicato. Senza l'amiba non sarebbe l'uomo, data l'amiba e l'ambiente era inevitabile necessità nascesse l'uomo. Non l'essere, il divenire è il principio del mondo.
«A noi zoologi rincresce quasi essere la teoria darwiniana diventata una questione personale dell'uomo. Si starebbe tanto meglio, il lavoro manterrebbe molto più facilmente la sua equanimità scientifica se non venissero le passioni, l'odio e la provocazione a disturbarci. E poi, l'applicazione della teoria della discendenza alla morfologia dell'uomo non ha proprio un'importanza particolare. L'origine dell'uomo è in questo senso un problema speciale, limitato, come lo è l'origine di qualsiasi altra specie, neppure tra i più interessanti. Imperocchè la struttura del corpo umano è conforme a quella di certi mammiferi superiori sino a tal segno che alcuni vecchi anatomici osarono le loro preparazioni dei muscoli, nervi, vasi, ecc. delle scimmie, rappresentare come quelli dell'uomo, e ciò con grave offesa alla buona fede, ma senza notevoli inconvenienti per l'uso pratico nella medicina. La fabbrica del corpo umano e le sue funzioni inferiori non offrono alcun problema che non si ripeta in altri organismi, e spesso più evidente e puro.
«Ma la scienza ha ancora un altro lato che è altrettanto grande; non solo il modo esterno, non solo le condizioni che determinano la sua esistenza materiale sono fenomeni che l'uomo cerca di rendere intelligibili, anche le manifestazioni di quell'intimo suo essere, che egli chiama l'anima, formano l'obietto del suo pensare. Conoscere il mondo e conoscere sè stesso, ecco l'intero compito della scienza. E dalle azioni dell'anima vale lo stesso che dissi delle azioni esterne; molte rimangono fuori della coscienza; altre c'entrano, ma confuse, indistinte, poche sono chiare, determinate, di nessuna sinora fu detto il perchè. Mancava l'organo ed ora l'abbiamo, per imperfetto che sia. I problemi della vita sociale, del pensiero, del sentimento sono teoricamente solubili se consideriamo il loro contenuto non come eternamente stabilito, creato, ma come diventato. Lo so bene che per raggiungere questa meta ci vuole assai, che non abbiamo i mezzi da poter attaccare direttamente neanche i più semplici di tali problemi, che coloro—non pochi disgraziatamente—che oggigiorno vi offrono le soluzioni bell'e fatte, dello scienziato posseggono forse l'arditezza, ma certo non l'assennatezza nè il sentimento della propria responsabilità, ma tuttociò non impedisce di veder aperto l'orizzonte da cui sorgerà la luce per tramandare i suoi raggi sino alle più profonde tenebre del nostro interno.»
Il Darwin aveva compreso bene che la maggior difficoltà, per molta gente, a che la teoria della variabilità delle specie fosse accolta era questa, che con una tale teoria si veniva necessariamente a far derivare l'uomo dagli animali, e propriamente dalle scimmie colle quali, mal suo grado, si è sempre sentito legato in strettissima parentela. Perciò nel volume intorno alla origine delle specie egli lasciò in disparte la questione dell'origine dell'uomo, sebbene avesse fatto molte ricerche intorno ad essa e preso molte note. La lasciò in disparte per non suscitare più forte la tempesta che pur prevedeva sarebbe stata prodotta dal suo libro. Ma in breve, appunto per l'immenso scoppio che tenne dietro alla pubblicazione di quel volume, e pel buon accoglimento fatto alla teoria della variabilità delle specie da uomini di gran sapere, egli sentì che non doveva tacersi più oltre, e venne fuori con un grosso volume intorno alla origine dell'uomo, che, poco dopo la pubblicazione nello originale inglese, la quale fu fatta nell'anno 1871, io tradussi, pubblicandosi la mia traduzione dalla Unione tipografico-editrice di Torino.
Quest'opera è divisa in due parti; la prima tratta propriamente della origine dell'uomo, la seconda tratta della scelta sessuale.
La prima parte è divisa nei sette capitoli: Evidenza dell'origine dell'uomo da qualche forma inferiore.—Comparazione fra la potenza mentale dell'uomo e quella degli animali sottostanti.—Paragone fra le facoltà mentali dell'uomo e quelle degli animali sottostanti.—Del modo di sviluppo dell'uomo da qualche forma inferiore.—Dello sviluppo delle facoltà intellettuali e morali durante i tempi primitivi e i tempi inciviliti.—Delle affinità e della genealogia dell'uomo.—Delle razze umane.
Della scelta sessuale il Darwin aveva detto pochissimo nel volume intorno alla origine delle specie, per cui s'indusse a parlarne qui a lungo. Esposti pertanto, nella seconda parte di questo suo volume, i principii della scelta sessuale, egli esamina a mano a mano i caratteri sessuali secondari in tutte le classi del regno animale, con sterminata erudizione e colla consueta mirabile potenza di osservazione anche di quei fatti che possono a primo aspetto parere i più insignificanti e che, osservati da lui, acquistano una importanza capitale per le conseguenze che ne sa ricavare.
Egli conchiude così:
«Considerando la struttura embriologica dell'uomo; le omologie che presenta cogli animali sottostanti; i rudimenti che conserva, e i ritorni a cui va soggetto, possiamo in parte richiamarci alla mente la primiera condizione dei nostri primi progenitori; e possiamo approssimativamente collocarli nella propria posizione nella serie zoologica. Noi impariamo così che l'uomo è disceso da un quadrupede peloso, fornito di coda e di orecchie aguzze, probabilmente di abiti arborei, e che abitava l'antico continente. Questa creatura, quando un naturalista ne avesse esaminata tutta la struttura, sarebbe stata collocata fra i quadrumani, colla stessa certezza quanto il comune è ancora più antico progenitore delle scimmie del vecchio e del nuovo continente. I quadrumani e tutti i mammiferi più elevati derivano probabilmente da qualche antico animale marsupiale, e questo per una lunga trafila di forme diversificanti da qualche creatura rettiliforme od anfibiforme, e questa del pari da qualche animale pesciforme. Noi possiamo scorgere, nella fosca oscurità del passato, che il progenitore primiero di tutti i vertebrali deve essere stato un animale acquatico, fornito di branchie, coi due sessi riuniti nello stesso individuo, e cogli organi più importanti del corpo (come il cervello e il cuore), imperfettamente sviluppati. Questo animale sembra essere stato più simile alla larva della nostra esistente Ascidia di mare che non a qualunque altra forma conosciuta.
«La più grande difficoltà che si presenta, quando siamo tratti alla sovraesposta conclusione intorno all'origine dell'uomo, è il livello elevato di potenza intellettuale e di disposizione morale cui egli è giunto.»
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«Lo sviluppo delle qualità morali è un problema interessantissimo e difficile. Queste qualità si fondano sugli istinti sociali che comprendono i legami della famiglia. Questi istinti sono di natura sommamente complessa, e nel caso degli animali sottostanti producono tendenze speciali verso certe azioni definite; ma gli elementi più importanti per noi sono l'amore e la distinta emozione della simpatia. Gli animali dotati di istinti sociali si compiacciono della compagnia del loro simile, si difendono a vicenda dal pericolo, si aiutano fra loro in molti modi. Questi istinti non si estendono a tutti gli individui delle specie, ma solo a quella medesima comunità. Siccome essi sono sommamente benefici alla specie, sono stati molto probabilmente acquistati per opera della scelta naturale.
«Un essere morale è quello che può riflettere sulle sue azioni passate e sui motivi di esse, approvarne alcune e disapprovarne altre, ed il fatto che l'uomo è quella tal creatura che certamente può essere in cosiffatto modo indicata, è la più grande di tutte le distinzioni fra lui e gli animali sottostanti. Ma nel nostro terzo capitolo ho cercato di dimostrare che il senso morale deriva, prima, dalla natura persistente e sempre presente degli istinti sociali, nel qual rispetto l'uomo concorda cogli animali sottostanti; secondo, dal poter egli apprezzare l'approvazione e la disapprovazione dei suoi simili; e terzo, da ciò che le sue facoltà mentali sono sommamente attive e le sue impressioni dei passati avvenimenti vivacissime, nel qual rispetto egli differisce dagli animali sottostanti. A cagione di questa condizione di mente, l'uomo non può evitare di guardare dietro e innanzi a sè, e comparare le sue passate impressioni. Quindi dopo che qualche temporaneo desiderio o qualche passione hanno vinto i suoi istinti sociali, egli rifletterà e comparerà la impressione ora indebolita di quei passati impulsi, cogli istinti sociali sempre presenti; e sentirà allora quel senso di scontento che tutti gli istinti insoddisfatti si lasciano dietro. In conseguenza egli si determina ad agire differentemente in avvenire, e questa è la coscienza. Qualunque istinto che è permanentemente più forte o più persistente che non un altro, origina un sentimento che noi esprimiamo dicendo che deve esser obbedito. Un cane pointer, se fosse capace di riflettere alla sua passata condotta, direbbe a sè stesso: io avrei dovuto (come invero diciamo di lui) postare quella lepre e non aver ceduto alla fuggitiva tentazione di saltar su e darle caccia.
«Gli animali sociali sono spinti in parte da un desiderio di porgere aiuto ai membri della medesima comunità in un modo generale, ma più comunemente a compiere certe azioni definite. L'uomo è spinto dallo stesso desiderio generale di assistere i suoi simili, ma ha pochi o non ha affatto istinti speciali. Differisce pure dagli animali sottostanti per la facoltà che ha di esprimere i suoi desideri colle parole, che così divengono la guida dell'aiuto richiesto ed accordato. Il motivo di dare aiuto è parimente molto modificato nell'uomo; esso non consiste più soltanto in un cieco impulso istintivo, ma è grandemente spinto dalla lode o dal biasimo dei suoi simili. Tanto l'apprezzare quanto l'accordare la lode ed il biasimo riposano sulla simpatia; e questo sentimento, come abbiamo veduto, è uno degli elementi più importanti degli istinti sociali. La simpatia, sebbene acquistata come istinto, è pure resa più forte dall'esercizio o dall'abitudine. Siccome tutti gli uomini desiderano la propria felicità, si dà lode o biasimo a quelle azioni ed a quei motivi secondo che conducono a quello scopo; e siccome la felicità è una parte essenziale del bene generale, il principio della più grande felicità serve indirettamente come un livello quasi sicuro del bene e del male. Man mano che le potenze del ragionamento progrediscono e si acquista esperienza, si scorgono gli effetti più remoti di certe linee di condotta intorno al carattere dell'individuo, ed al bene generale; e allora le virtù personali venendo entro la cerchia della pubblica opinione, ricevono lode, e le opposte vengono biasimate. Ma nelle nazioni meno civili la ragione sovente erra, e molti cattivi costumi e basse superstizioni vengono nella stessa cerchia; e in conseguenza sono stimate come alte virtù, e la loro infrazione come enormi delitti.
«Le facoltà morali sono in generale stimate, e giustamente, come molto superiori alle potenze intellettuali. Ma dobbiamo sempre aver presente che l'attività della mente nel richiamare con vivacità le passate impressioni, è una delle basi fondamentali, sebbene secondarie, della coscienza. Questo fatto somministra l'argomento più forte per educare e stimolare con ogni possibile mezzo le facoltà intellettuali di ogni creatura umana. Senza dubbio un uomo di mente torpida, qualora le sue affezioni e simpatie sociali siano bene sviluppate, sarà indotto a compiere buone azioni, e può avere una coscienza pienamente sensitiva. Ma qualunque cosa che renda l'immaginazione degli uomini più viva e rinforzi l'abito del ricordare e del comparare le passate impressioni, renderà la coscienza più sensitiva, e può anche compensare fino a un certo punto gli affetti e le simpatie sociali più deboli.
«La natura morale dell'uomo è giunta al più alto livello finora ottenuto, in parte pel progresso delle forze del ragionamento e in conseguenza di una giusta opinione pubblica, ma specialmente per ciò che le simpatie sono divenute più dolci e più estesamente diffuse per gli effetti della abitudine, dell'esempio, dell'istruzione e della riflessione. Non è improbabile che le tendenze virtuose, mercè una lunga pratica, possano essere ereditate. Nelle razze più incivilite, il convincimento dell'esistenza di una Divinità onniveggente, ha avuto una azione potente sul progresso della moralità. Infine l'uomo non accetta più la lode o il biasimo del suo simile come guida principale, sebbene pochi sfuggano a questa azione, ma le sue convinzioni abituali governate dalla ragione gli somministrano la regola più sicura. Allora la sua coscienza diviene il suo giudice e mentore supremo. Nondimeno il primo fondamento e la prima origine del senso morale si basa sugli istinti sociali, compresa la simpatia; e questi istinti senza dubbio vennero primieramente acquistati, come nel caso degli animali sottostanti, per opera della scelta naturale.
«La credenza in Dio è stata sovente posta come non solo la più grande, ma anche la più compiuta di tutte le distinzioni fra l'uomo e gli animali sottostanti. È tuttavia impossibile, come abbiamo veduto, asserire che questa credenza sia innata o istintiva all'uomo. D'altra parte una credenza in agenti spirituali onnipotenti sembra essere universale; e da quanto pare deriva da un notevole progresso nelle potenze di ragionamento dell'uomo, e da un ancor più grande progresso delle sue facoltà immaginative, la curiosità e la meraviglia. So che l'asserita credenza in Dio è stata adottata da molte persone come un argomento per la sua esistenza. Ma questo è un argomento ardito, perchè saremmo così obbligati a credere nell'esistenza di molti spiriti crudeli e maligni, che posseggono appena un po' più di potere dell'uomo; perchè la credenza in essi è molto più generale che non quella in una Divinità benefica. L'idea di un benefico ed universale Creatore dell'universo non sembra nascere nella mente dell'uomo, finchè questa non siasi elevata per una lunga e continua cultura.
«Colui il quale crede che l'uomo proceda da qualche forma bassamente organizzata, chiederà naturalmente come questo possa stare colla credenza nell'immortalità dell'anima. Le razze barbare dell'uomo, come ha dimostrato sir J. Lubbock, non hanno una chiara credenza di tal sorta, ma gli argomenti derivati dalle primitive credenze dei selvaggi non hanno, come abbiamo veduto testè, che poco o nessun valore. Poche persone provano qualche ansietà per l'impossibilità di determinare in quale preciso periodo nello sviluppo dell'individuo, dalla prima traccia della minuta vescicola germinale al bambino, prima o dopo la nascita, l'uomo divenga una creatura immortale; e non vi può essere nessuna più grande causa di ansietà, perchè non è possibile determinare il periodo nella scala organica graduatamente ascendente.
«Sono persuaso che le conclusioni a cui sono giunto in questo lavoro, saranno da taluno segnalate come grandemente irreligiose; ma colui che le segnalerà è obbligato di dimostrare perchè sia più irreligioso spiegare l'origine dell'uomo come una specie distinta che discenda da qualche forma più bassa, mercè le leggi di variazione e la scelta naturale, che spiegare la nascita dell'individuo mercè le leggi della riproduzione ordinaria. La nascita tanto della specie come dell'individuo sono parimente parti di quella grande fila di avvenimenti che le nostre menti rifiutano di accettare come l'effetto cieco del caso. L'intelletto si rivolta ad una tale conclusione, sia che possiamo o no credere che ogni lieve variazione di struttura, l'unione di ogni coppia in matrimonio, la disseminazione d'ogni seme, ed altri cosiffatti eventi, siano stati tutti ordinati per qualche scopo speciale.»
Il libro si termina con queste parole:
«Mi fa rincrescimento pensare che la principale conclusione a cui sono giunto in quest'opera, cioè che l'uomo sia disceso da qualche forma bassamente organizzata, riescirà sgradevolissima a molte persone. Ma non vi può essere quasi dubbio che noi discendiamo dai barbari. Non dimenticherò mai la meraviglia che provai nel vedere la prima volta un gruppo di indigeni della Terra del Fuoco raccolti sopra una selvaggia e scoscesa spiaggia; ma mi venne subito alla mente che tali furono i nostri antenati. Quegli uomini erano al tutto nudi, e imbrattati di pitture; i loro lunghi capelli erano tutti intricati, la loro bocca era contorta dall'eccitamento, e il loro aspetto era selvaggio, sgomentato e sgradevole. Non avevano quasi nessuna arte, e come gli animali selvatici vivevano di quello di cui potevano impadronirsi; non avevano alcun governo, ed erano senza misericordia per chiunque non fosse stato della loro piccola tribù. Chi abbia veduto un selvaggio nella sua terra nativa non sentirà molta vergogna, se sarà obbligato a riconoscere che il sangue di qualche creatura più umile gli scorre nelle vene. In quanto a me vorrei tanto essere disceso da quella eroica scimmietta che affrontò il suo terribile nemico per salvare la vita al suo custode, o da quel vecchio babbuino, il quale, sceso dal monte, strappò trionfante il suo giovane compagno da una folla attonita di cani; quanto da un selvaggio che si compiace nel torturare i suoi nemici, offre sacrifizi di sangue, pratica l'infanticidio senza rimorso, tratta le sue mogli come schiave, non conosce che cosa sia la decenza, ed è invaso da grossolane superstizioni.
«L'uomo va scusato di sentire un certo orgoglio per essersi elevato, sebbene non per propria spinta, all'apice della scala organica; ed il fatto di essere in tal modo salito, invece di esservi stato collocato in origine, può dargli speranza per un destino ancora più elevato in un lontano avvenire. Ma non si tratta qui nè di speranze, nè di timori, ma solo del vero, fin dove la nostra ragione ci permette di scoprirlo. Ho fatto del mio meglio per addurre prove; e dobbiamo riconoscere, per quanto mi sembra, che l'uomo con tutte le sue nobili prerogative, colla simpatia che sente per gli esseri più degradati, colla benevolenza che estende non solo agli altri uomini, ma anche verso la più umile delle creature viventi, col suo intelletto quasi divino che ha penetrato nei movimenti e nella costituzione del sistema solare, con tutte queste alte forze, l'uomo conserva ancora nella sua corporale impalcatura lo stampo indelebile della sua bassa origine.»