XVI
Non meno degli animali Carlo Darwin studiava le piante. Il cenno che egli dà intorno alla distribuzione delle piante nelle isole Galapagos, quale gli era venuto fatto di osservare durante il suo viaggio, come parecchi altri cenni intorno ai caratteri della vegetazione nei paesi cui visitava, dimostrano come pure la botanica occupasse i suoi pensieri ed egli fosse assai avanti in questa scienza. Il giorno in cui incominciò a fare a sè stesso il quesito della variabilità delle specie e si propose di cercare i materiali per una risposta ad esso, fece le sue ricerche nel regno vegetale al paro che nel regno animale.
Queste ricerche lo menarono alla medesima conclusione per le piante come per gli animali, ed anche per la via della botanica egli dimostrò non esservi una distinzione fondamentale fra la varietà e la specie, e dimostrò il modificarsi degli organi e il trasmettersi ereditariamente dei caratteri e il variar delle forme. Ma lungo la via mentre andava facendo le sue ricerche, gli venne fatto di trovare altre cose nuove, e le sue scoperte in questo campo sono pure tanto importanti che i dotti riconoscono che anche qui egli venne a dare un grande contributo alla scienza.
Scolasticamente si asseriva esserci, fra le altre differenze fondamentali che distinguono gli animali dalle piante, questa, che le piante non hanno il potere di muoversi. Il Darwin dimostrò che giova dire piuttosto che le piante acquistano e adoperano questo potere soltanto quando ne possono ricavare un qualche vantaggio; e che ciò avviene in esse meno frequentemente, perchè stan radicate nel terreno, e l'aria e la pioggia portano loro il nutrimento. Dimostrò una sensitività nelle piante in rapporto con certi movimenti e consacrò un grosso volume ai movimenti delle piante, considerandoli per ogni verso fin dai primordii del loro sviluppo; e un volume speciale alle piante rampicanti esaminando il vario modo e i varii strumenti coi quali esse si vanno arrampicando.
Studiò il Darwin il modo speciale di fecondazione delle piante della famiglia delle orchidee, facendo in proposito una pubblicazione, e un'altra ne fece sullo incrociamento e la autofecondazione nel regno vegetale, e un'altra ancora sulle differenti forme dei fiori nelle piante della medesima specie. Il lavoro che queste pubblicazioni hanno costato al loro autore, lavoro di osservazione e di sperimentazione, è veramente immenso, e tale che la mente al pensarvi rimane atterrita. Ma tutte le credenze scolastiche sullo ibridismo, sullo ermafrodismo, sul modo di compimento della fecondazione nei vegetali son venute a mutarsi e nuovi orizzonti si apersero alla scienza, splendidi e forieri di luce anche più sfavillante in un avvenire forse poco lontano.
Una differenza capitale si ammetteva pure siccome costantissima e senza ombra di dubbio fuori di ogni e qualsiasi eccezione, fra gli animali e le piante; questa, che gli animali si nutrono di materie organiche e i vegetali di materie inorganiche. I vegetali, si diceva, preparano il cibo agli animali; prendono dal terreno e dall'atmosfera i materiali del loro accrescimento e del loro sostentamento, e compiono questa meraviglia fra le meraviglie di trasformare la materia inorganica in materia organica, di cui poi, direttamente o indirettamente, si nutrono gli animali. Direttamente gli animali erbivori, indirettamente gli animali carnivori, essendo poca fra queste due schiere di animali, considerata dal punto di vista chimico, la differenza del cibo, sebbene poi differiscano notevolmente fra loro gli animali erbivori dagli animali carnivori per molti rispetti, nella struttura, nei mezzi di offesa e di difesa, nella prolificità, nei costumi.
Si sapeva di certe piante, che quando un insettuccio si viene a posare sopra una delle loro foglie, ci trova la morte. Ma nessuno aveva mai sospettato che in queste piante l'insettuccio acchiappato servisse di cibo alla pianta stessa, che si compisse dalla foglia una vera digestione, quale è quella che si fa dai carnivori nel regno animale. Il Darwin dimostrò colla maggiore evidenza questo fatto; diede a queste meravigliose piante il nome di piante insettivore, e pubblicò intorno ad esse un grande volume, che pur esso solo basterebbe larghissimamente a dare al suo autore un posto immortale nella scienza. Egli non si contentò di dimostrare la cosa, ma la investigò sapientissimamente con molte sorta di sperimenti, esaminando gli effetti prodotti sulle foglie da varie sorta di sostanze alimentari animali, da veleni, da anestetici, e via dicendo.
Come sempre, egli applica quel suo mirabile metodo critico con cui passa in rassegna diligentemente ad una ad una tutte le spiegazioni possibili di un fatto, e a mano a mano elimina sempre con saldissimi argomenti quelle che non si possono ammettere. Era vicino ai settant'anni quel sommo uomo, quando si mostrava così profondamente versato nella fisiologia vegetale e nella chimica fisiologica e porgeva una incomparabile guida a chi voglia cimentarsi nella via sperimentale con quella varietà di procedimenti e con quella severità di critica che sono necessarie alla buona riuscita.
Non fu tuttavia quello l'ultimo lavoro di Carlo Darwin. L'ultimo suo lavoro, non meno caratteristico della sua tempra, non meno ben condotto, non meno ricco di osservazioni, di sperimenti e di deduzioni, non meno fondato sui fatti, quei fatti che appaiono insignificanti agli altri e che per lui sono fecondi di conclusioni tanto grandiose, è un lavoro sulla formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrici, di cui appunto in questi giorni la Unione tipografico-editrice pubblica una mia traduzione. Nel 1837 il Darwin si occupava già del modo di formazione della terra vegetale. In quell'anno egli pubblicava, nelle memorie della Società geologica di Londra, un lavoro intorno a questo argomento. Per quarant'anni, in mezzo a tante altre ricerche, egli condusse avanti anche queste, e le espose alla perfine in un volume destinato non meno degli altri a destare la più viva ammirazione per l'autore e arricchire di nuove conquiste il patrimonio della scienza.
In tutti i suoi libri il Darwin dà in poche parole un sunto di ciò che ha esposto, nel primo o nell'ultimo capitolo, riassumendo limpidamente le cose principali del libro. Così fa anche qui nell'ultimo capitolo, il quale, siccome assai breve, credo utile riferire.
«I lombrici hanno avuto nella storia del mondo una parte molto più importante di quello che molti possano pensare. In quasi tutti i paesi umidi essi sono numerosissimi, e per la loro mole posseggono una grande forza muscolare. In molte parti d'Inghilterra ogni anno una quantità di terra asciutta del peso di oltre a dieci tonnellate (10,516 chilogrammi) passa pei loro corpi ed è portata alla superficie per ogni acro di terra; cosicchè tutto lo strato superficiale di terra vegetale passa pei loro corpi nello spazio di pochi anni. Pel crollare delle buche più antiche dei lombrici, il terreno vegetale è in continuo sebbene lento movimento, e le particelle che lo compongono vengono così sfregate assieme. In tal modo nuove superfici sono continuamente esposte all'azione dell'acido carbonico nel suolo, e degli acidi dell'humus che sembrano essere ancor più efficaci nel decomporre le rocce. La produzione degli acidi umici viene probabilmente affrettata durante la digestione delle numerose foglie semi-infracidite che i lombrici consumano. Così le particelle della terra, che formano lo strato della superfice, vanno soggette a condizioni sommamente favorevoli alla loro decomposizione e alla loro disintegrazione. Inoltre, le particelle delle rocce più molli sopportano un certo grado di trituramento meccanico nel ventriglio muscoloso dei lombrici, nei quali le pietruzze fanno ufficio di pietre da macina.
«I rigetti finamente levigati, quando sono portati alla superfice in condizione umida, scivolano durante la pioggia sopra un pendio moderato qualunque; e le particelle più piccole sono trascinate molto più in giù anche sopra a una superfice poco inclinata. I rigetti asciutti spesso si sbriciolano in pallottoline, le quali possono rotolare lungo una superfice in pendenza qualsiasi. Ove la terra è interamente piana e coperta d'erba, e ove il clima è umido tanto che la polvere non può essere portata via dal vento, sembra a prima vista impossibile che vi possa essere una quantità apprezzabile di denudamento subaereo; ma i rigetti dei lombrici sono portati via, specialmente mentre sono umidi e vischiosi, in una direzione uniforme dai venti dominanti che sono accompagnati da pioggia. Con questi varii mezzi il terreno vegetale della superfice non può accumularsi ad un grande spessore; e uno strato denso di terra vegetale arresta in molti punti lo sgretolamento delle rocce sottostanti e dei frammenti della roccia.
«Il mutar di luogo dei rigetti dei lombrici per le cause sopra indicate produce dei risultamenti che sono tutt'altro che insignificanti. È stato dimostrato che uno strato di terra dello spessore di 5 millimetri viene annualmente in molti punti portato alla superficie per ogni acro; e se una piccola parte di questa quantità scorre, o rotola, o è trascinata dall'acqua, anche per un breve tratto, lungo un pendio qualsiasi, o viene portata via dal vento in una direzione, nel corso dei secoli tutto ciò deve produrre un grande effetto. Colle misure prese e coi calcoli fatti si è trovato che sopra una superficie di una inclinazione media di 9° 26', 37,5 centimetri cubi di terra emessa dai lombrici, formano, nel corso di un anno, una linea orizzontale lunga 90 centim., cosicchè in 100 anni 3750 centimetri cubi formerebbero una linea lunga 90 metri. Questa quantità allo stato umido peserebbe chil. 4,29.
Così un peso notevole di terra viene continuamente movendosi lungo ogni fianco di ogni valle, e col tempo deve giungere al letto di essa. Finalmente questa terra sarà trasportata dai corsi d'acqua che scorrono nelle valli fino nel mare, grande ricettacolo di tutta la materia del denudamento della terra. Si sa, per la quantità di sedimento che ogni anno viene portato al mare dal Mississippi, che questa enorme area di drenaggio deve in media diminuire ogni anno di millimetri 0,6575; e questo basterebbe in quattro milioni e mezzo di anni ad abbassare tutta l'area di drenaggio a livello della spiaggia del mare. Cosicchè, se una piccola frazione dello strato di terra fine, dello spessore di 5 millimetri, che viene ogni anno riportata alla superficie dai lombrici, viene portata via, non può mancare di prodursi un grande effetto in un periodo che nessun geologo considera come estremamente lungo.
«Gli archeologi debbono essere grati ai lombrici, dell'avere essi protetto e conservato per un periodo indefinitamente lungo ogni oggetto non soggetto a decomporsi, caduto sulla superficie della terra, sotterrandolo sotto ai loro rigetti. Così pure, molti pavimenti quadrellati eleganti e curiosi e altri avanzi vennero conservati; sebbene senza dubbio i lombrici furono in questi casi grandemente aiutati dalla terra trascinata dall'acqua e dal vento dal terreno contiguo, specialmente quando questo è coltivato. I pavimenti a mosaico antichi hanno, tuttavia, sofferto sovente per essersi abbassati disugualmente, per essere stati disugualmente minati dai lombrici. Anche gli antichi muri massicci possono venire minati e abbassarsi, e nessun fabbricato ne va immune per questo rispetto, a meno di avere dei fondamenti profondi m. 1,80 a 2 metri sotto alla superficie, a una profondità ove i lombrici non possono lavorare. È probabile che molti monoliti e certi muri antichi siano crollati per essere stati minati dai lombrici.
«I lombrici preparano il terreno in modo eccellente pel crescere delle piante dalle radici fibrose e per i seminati di ogni sorta. Essi espongono all'aria periodicamente il terreno vegetale, e lo stiacciano per modo che nessun sasso più grosso delle particelle che possono inghiottire rimane in esso. Mescolano tutto intimamente, come fa il giardiniere quando prepara la sua terra fina per le sue piante più scelte. In questo stato esso è bene acconcio tanto per trattenere l'umidità e assorbire tutte le sostanze solubili, quanto pel processo della nitrificazione. Le ossa degli animali morti, le parti più dure degli insetti, i nicchi dei molluschi terrestri, le foglie, i ramoscelli, ecc., vengono in un tempo non molto lungo sepolti sotto a rigetti accumulati dei lombrici, e sono così messi in uno stato di decomposizione ancora più grande a portata delle radici delle piante. I lombrici tirano un numero infinito di foglie nelle loro buche, in parte per turarne l'apertura e in parte per nutrirsi.
«Le foglie che sono portate nelle buche per cibo, dopo d'essere state sbriciolate in pezzettini, in parte digerite, e saturate dalle secrezioni intestinali e urinarie, vengono mescolate con molta terra. Questa terra forma quell'humus ricco, di color bruno, che copre quasi in ogni parte la superfice della terra di un manto bene definito. Von Hensen mise due lombrici in un recipiente del diametro di 45 centimetri, pieno di sabbia su cui erano sparse delle foglie; e queste furono in breve tratte entro alle loro buche ad una profondità di 7 centimetri e mezzo. Dopo 6 settimane circa uno strato quasi uniforme di sabbia, dello spessore di un centimetro, era convertito in humus per avere attraversato il canale alimentare di quei due lombrici. Alcune persone credono che le buche dei lombrici, le quali sovente penetrano nel terreno quasi perpendicolarmente ad una profondità di 1 m. 50 a 1 m. 80, agevolino materialmente il suo drenaggio, sebbene i rigetti viscidi ammucchiati sulle aperture delle buche impediscano o arrestino l'acqua dal penetrare profondamente entro alla terra. Esse agevolano pure molto il passaggio dello scendere a delle radici di piccola mole; e queste vengono nutrite dall'humus con cui sono spalmate le buche. Molti semi vanno debitori del loro germogliamento allo essere stati coperti dai rigetti; e altri sepolti a una profondità notevole sotto a rigetti accumulati giacciono inerti, finchè in un tempo avvenire siano scoperti per accidente e possano germogliare.
«I lombrici sono meschinamente provveduti di organi di senso; perchè non si può dire che abbiano la vista, quantunque possano distinguere tra la luce e l'oscurità; sono interamente sordi, e hanno poco odorato; solo il senso del tatto è bene sviluppato. Possono quindi conoscere poco di ciò che sta loro attorno nel mondo esterno, e fa meraviglia come possano mostrare una certa abilità nello spalmare le loro buche coi loro rigetti e colle foglie, e, nel caso di alcune specie, ammucchiare i loro rigetti a mo' di edifizi torreggianti. Ma è ancor più sorprendente che possano mostrare un certo grado d'intelligenza invece di un semplice impulso dell'istinto nel modo di turare le bocche delle loro buche. Operano quasi nel modo stesso come farebbe un uomo il quale avesse da chiudere un tubo cilindrico con varie sorta di foglie, di picciuoli, di triangolini di carta, ecc., perchè ordinariamente ghermiscono questi oggetti per la parte più aguzza. Ma gli oggetti più sottili sono tirati dentro per lo più per le estremità più larghe. Essi non operano nello stesso modo in tutti i casi, come fanno molti animali inferiori; per esempio, non tirano dentro le foglie pel loro picciuolo, a meno che il gambo sia tanto sottile quanto l'apice, o più stretto di questo.
«Quando noi stiamo a guardare una distesa larga coperta d'erba, dobbiamo ricordarci che la sua levigatezza, dalla quale tanto dipende la sua bellezza, è dovuta in parte all'opera dei lombrici che hanno lentamente spianato tutte le sue scabrosità. È stupendo pensare che tutto il terreno vegetale della superfice di una distesa erbosa qualsiasi è passato e passerà di nuovo ogni tanti anni pel corpo dei lombrici.
«L'aratro è una delle più antiche e più utili invenzioni dell'uomo; ma molto prima che esso esistesse la terra era infatti regolarmente arata, e continua ad essere arata dai lombrici o vermi della terra. Si può mettere in dubbio se vi siano molti altri animali i quali abbiano avuto una parte tanto importante nella storia del mondo quanto quella avuta da questi esseri dall'organismo tanto basso. Tuttavia vi sono altri animali, di una organizzazione ancora più bassa, vale a dire i coralli, che hanno compiuto un'opera ancor più cospicua, avendo costrutto un numero sterminato di scogliere e di isole nei vasti oceani; ma questi sono quasi tutti limitati nelle zone dei tropici.»