CAPO VII.
Processo cosciente del delitto.
Stadio di sviluppo.
1.—Le diverse classi di elementi constatativi dell’io cosciente del criminale.—2. Sviluppo del carattere individuale; sua importanza nella psicologia criminale dell’infanzia.—3. Condizioni e modi onde si organizza la coscienza comune e quella del delinquente.—4. Le fasi di successiva integrazione della psiche del criminale.—5. Esame delle emozioni criminose; le diverse teoriche—6. Svolgimento della essenza unitaria dell’evento psichico, dalla forma monistica alla manifestazione complessa del pensiero.—7. Errori di James e di Lange intorno alla genesi delle emozioni.—8. Natura delle emozioni criminose.—9. Reazione, periodicità, antagonismo delle emozioni: la reazione.—10. La periodicità.—11. L’antagonismo.—12. La dissoluzione psicologica; teorica meccanica.
1.—Lo stadio di sviluppo di coscienza del delitto suppone un materiale, ereditario ed acquisito, di fattori antropologici, fisici e sociali criminosi. L’io del delinquente si viene plasmando gradualmente quale prodotto di assimilazione dei motivi che a lui porge l’ambiente in mezzo al quale si svolge. Gli elementi, ond’egli assomma e trasforma le energie, sono i medesimi che nella esistenza di ciascun individuo concorrono a dare il peculiare assetto differenziato alla singola coscienza. Questi elementi, secondo la giusta teoria di James, si possono dividere in tante classi costituite rispettivamente: a) dall’io materiale; b) dall’io sociale; c) dall’io spirituale; d) dall’io puro.
Il delinquente comincia col risentire, sopratutto, gli effetti del proprio organismo, o che funzioni nello stato di equilibrio, dirò così, fisiologico, o che risenta l’influsso di cause patologiche. Indi egli assimila i germi deleterî del vizio o delle tendenze depravate nella propria famiglia, e molto in ciò influisce la condizione economica di privazione di mezzi necessarî perchè egli sollevi il suo stato morale con sufficiente coltura e retta educazione. Le enunciate cause sono altri tanti elementi costitutivi dell’io materiale del delinquente.
Vengon dopo gli elementi sociali, quei fattori che promanano dalla vita di relazione con i simili; quindi gli esempî di virtù o di vizî, che eccitano la nostra tendenza imitativa; l’influsso della pubblica opinione col corredo dei pregiudizî, degli usi, dei costumi, specialmente tradizionali; la cura, la sollecitudine di conservare integra la buona fama personale, comunque essa s’intenda e per qualunque via si giunga a conquistarla.
Ed eccoci all’io spirituale, cioè alla somma delle disposizioni e delle attitudini personali, al complesso delle energie di cui disponiamo per estrinsecarci nella realtà della vita. Sostanzialmente, per questo verso, l’io si viene sviluppando attraverso una lotta continua di tendenze in contrasto tra loro, una successione ininterrotta d’impulsi e d’inibizioni; in guisa che si dovrebbe concludere che ciò che costituisce la coscienza, che noi abbiamo di noi stessi, è essenzialmente il sentimento di movimenti accomodativi, oppure, se si vuole, di impulsioni motrici, di riflessi inibiti[33].
Il primo effetto peculiare, che ne emerge dallo sviluppo organicamente composto dell’io criminoso, è l’antagonismo che vieppiù si viene accentuando tra il fattore antropologico, il cui esponente si sostanzia nella aperta tendenza di egoismo, ed il fattore di ordine sociale nascente dal complesso dei controstimoli, naturali od imposti.
Il fattore antropologico agisce per azione impulsiva; il sociale per azione repulsiva; il primo, nel ritmo dinamico della vita di relazione, è l’equivalente d’un moto accelerato; il secondo di un moto ritardato. Il diritto ed il dovere si limitano reciprocamente; ove l’uno finisce, l’altro comincia. Non è concepibile l’individuo in società senza che a lui si imponga di sacrificar qualche cosa pel benessere altrui: data la ipotesi che l’individuo sia regolato da impulsi incomposti di egoismo, l’armonia tra la parte ed il tutto scompare, e nell’urto dei moti, con opposte direzioni, l’equilibrio è indotto da una forza estranea, la quale impedisce che ne provengano disastrose conseguenze: indi la legge repressiva, la funzione del magistrato.
2.—Dalla lenta o accelerata lotta antagonista tra i sentimenti e le idee del delinquente, improntate ad un fondo di egoismo, manifestantisi in atti di squilibrio psichico, ed i freni imposti dalla sanzione naturale e sociale in correlazione alle umane azioni, si viene assodando e sviluppando il carattere individuale. La fisonomia del criminale si rende meglio delineata; spuntano i segni della specie a cui egli in avvenire apparterrà: la coscienza criminosa si fa più salda, più sicura; l’io personale, bene organizzato, può dire oramai di essere una individualità a sè, non confondibile, per chi sappia bene osservarla, con le rimanenti individualità in comunione.
La psicologia criminale dell’infanzia dovrebbe aver di mira, segnatamente, questo periodo di sviluppo del delinquente; periodo fecondo di utilissime osservazioni, perchè l’io criminoso, non trovando peranco la via unica d’incanalamento (mi si passi la frase) della propria energia, la via del delitto, è proteiforme e si lascia sorprendere senza difficoltà nelle attinenze con la vita esteriore. Si vedrà, per esempio, subito il futuro sanguinario, nel fanciullo, alquanto adulto, che compie, senza mostrare di impressionarsi, atti di crudeltà sulle bestie; che, ribelle o impulsivo, corre là dove lo chiamano le compagnie dei peggiori; che ha posa di prepotente, si accende ad ira per la minima offesa, per un benevolo richiamo; serba odio, cova la vendetta, si sente felice di sacrificare l’altrui benessere ad un momento solo di felicità. Egli ha mobilità di atti, ha scatti felini; esuberante, alle volte, nell’affetto, non sa nascondere il fondo egoistico: la passione lo accieca; lo alletta, lo trascina l’idea di sè, l’umiliazione del debole, dell’oppresso.
3.—È da osservare con Wundt, che «la coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto una espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale ci si offre dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma, certamente, in quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte regioni centrali»[34].
Ugualmente, nella coscienza del delinquente, si organizzano e si unificano tutti i germi degenerativi che si accumulano per le forme atipiche delle funzioni a lui proprie. L’antropologia vi dirà in che consistano i caratteri differenziali tra il fondo permanente del delinquente e quello dell’uomo normale; la fisiologia descriverà il funzionamento anormale dell’organismo fisico, onde gli atti psichici hanno il primo materiale avariato; la psicologia, prevalendosi dei lumi tolti alle discipline affini, dirà come e perchè il delitto sia il prodotto naturale di condizioni psichiche, il cui esponente causale è nello squilibrio di stati di coscienza.
4.—I germi criminosi, fermentando, componendosi, organizzandosi, con processo parallelo psicofisico, vengono gradatamente trasformandosi da forme omogenee ed indistinte in eterogenee e definite. Dapprima le tendenze egoistiche non sono che l’indice generale di stato funzionale di squilibrio: i segni esteriori, in età, in ambienti diversi del delinquente, lasciano appena intravedere l’essere futuro; il nucleo, dirò, centrale di ciascuna formazione psichica, il colorito dei sentimenti, gl’intenti prossimi o remoti della vita di relazione, il tutto insieme dei processi di affettività, di attività addimostrano il fondo di incoerenza, di insensibilità, di immoralità: il vizio ed il delitto, nei primi stadî di sviluppo dell’anima del criminale, si confondono e si unificano. Ma, se le forze ambienti non giungono a modificare le correnti malefiche dei germi in fermentazione, verrà giorno in cui queste prenderanno direzioni distinte, e l’io del criminale, organizzandosi, si unificherà e rafforzerà, mercè l’assorbimento e la fusione, con la propria energia, di tutte le energie similari coerenti alla inclinazione verso data specie di delitto. Avviene, allora, che tutto intero l’organismo psichico subisca novella trasformazione, e, seguendo un’altra fase di processo disintegrativo ed integrativo, abbandonerà, per legge di selezione organica, gli elementi difformi alla specie di delitto in prevalenza e si rafforzerà a percorrere la discesa fatale su cui si è messo. Le idee morali, i sentimenti, l’intero corredo dei pregiudizî, il cumulo delle impulsioni sociali, fin i convincimenti religiosi avranno modificazioni appariscenti: un nuovo mondo si va enucleando, con leggi e con moto proprio.
Il sanguinario, l’uomo dall’abitudine alla violenza, attingerà coraggio all’offesa, alla vendetta da idee strane, ma sistemate, di falsi pretesti protettivi dell’onore e della dignità personale; da sentimenti morbosi di alterigia di supremazia; da passioni dissolute al giuoco, all’alcoolismo, ai piaceri sessuali; dalla frequenza del delirio di persecuzione; da credenze religiose inchinevoli piuttosto al feticismo, che alla concezione di sanzione dell’ordine etico. Egli, assorbito dall’io egoistico primeggiante, sdegnerà di attentare alla proprietà, di commettere furti; rifuggirà dall’abusare dell’altrui buona fede, dal commettere frodi o falsità; anzi, la esagerata coscienza di sè, gli imporrà l’obbligo di prestare, financo, aiuto a chi sia caduto vittima dell’altrui ingordigia e raggiri. Quante volte, dimandando ad un omicida se in precedenza abbia riportate altre condanne, sentirete rispondere: per ferimenti, per oltraggi; ma giammai per furto! Ogni specie di delinquente ha la sua morale: pel sanguinario è obbligo imprescindibile di non macchiarsi di reati di furto: il rispetto verso i simili si limita alla proprietà, non alla persona!
Ben altrimenti accade per i truffatori ed i ladri. Il fondo comune è sempre lo stato di squilibrio degenerativo. Tra i primi, giusta le osservazioni del Marro, prevalgono le anomalie patologiche; nelle atipiche essi eguagliano i normali, e solo li superano d’alquanto nelle ataviche: l’alcoolismo assume forme più gravi che non nei feritori, in grazia del più propizio terreno naturale che trova in essi; non rare manifestansi le alienazioni mentali; loro tratto caratteristico è la diffidenza, che in nessun’altra classe di delinquenti trovasi così spiccata e generale; avvi frequente propensione al giuoco, l’avidità e la cupidigia del guadagno[35].—I ladri, nel significato generico, sono anch’essi alcoolisti, pieni di pregiudizî religiosi, deficienti di mente, ma astuti e cauti; per lo più timidi; soggetti a forme tipiche di manie impulsive; con scarsezza di sentimenti etici, anzi questi, per loro, messi in ostentazione, servono quali motivi di scuse, quali mezzi onde sfuggire la responsabilità: dediti all’ozio, il lavoro è pretesto di disgusto d’una condotta retta; l’allettamento suggestivo della riuscita della impresa li solletica, li anima, li conquide.
5.—A questo stadio cosciente del delitto appartiene l’esame delle emozioni criminose.
Le percezioni e le rappresentazioni, oltre ad avere un contenuto ideale permanente, sono accompagnate da tono sentimentale di piacere e di dolore. Abbiamo visto che il piacere ed il dolore non sieno che stati integrativi o disintegrativi di coscienza, seguìti da aumento o diminuzione di energia personale. Le emozioni sono stati interni, i quali alterano il senso generale cenestetico e tendono ad impedire il corso naturale di correnti della vita ideale ed affettiva. Circa la loro origine vi sono differenti teoriche. La prima, desunta dalla comune esperienza, ammette che gli stati emotivi sieno di origine centrale ed affatto interna: una rappresentazione, una percezione, una idea destano sentimento piacevole o doloroso che si diffonde e si ripercuote sull’organismo producendo espressioni somatiche. L’ira, l’odio, l’amore sono il prodotto dell’energia di analoghi motivi: il loro equivalente fisico è rappresentato da concomitanti fenomeni vaso-motori.
La seconda teorica, propugnata da Lange e da James, segue il processo inverso. Essa sostiene, che le modificazioni fisiche conseguono direttamente alla percezione del fatto eccitante, e che il senso nostro di quelle modificazioni, mentre avvengono, costituisce l’emozione. James spiega: «Il senso comune dice: Noi perdiamo la nostra fortuna, siamo tristi, piangiamo; incontriamo un orso, siamo spaventati e scappiamo; veniamo insultati da un rivale, siamo arrabbiati e reagiamo. L’ipotesi, che qui difenderemo, afferma che tale ordine di seguenza è scorretto, che l’uno stato mentale non è indotto immediatamente dall’altro, ma che vi si debbano dapprima frapporre le modificazioni organiche, e che l’affermazione più razionale è, che noi siamo tristi perchè piangiamo, siamo spaventati perchè tremiamo, arrabbiati perchè reagiamo, e non che piangiamo, tremiamo, reagiamo perchè siamo tristi, spaventati, arrabbiati, secondo i casi. Se le modificazioni organiche non tenessero dietro immediatamente alla percezione, quest’ultima sarebbe soltanto cognitiva, pallida, fredda, destituita di colore emotivo. Potremmo in tal caso vedere l’orso e giudicare che fosse meglio fuggire; ricevere un insulto e decidere di reagire, ma non sapremmo sentirci effettivamente spaventati o arrabbiati»[36].
A meglio dilucidare le sue idee, James ricorda i seguenti fatti: che gli oggetti eccitano modificazioni organiche mediante un meccanismo preorganizzato, oppure che le modificazioni sono così indefinitamente numerose e sottili, che l’intero organismo può venir chiamato un risonatore che ogni modificazione della coscienza, per quanto lieve, può porre in vibrazione; che ogni manifestazione organica, qualunque essa sia, è sentita, acutamente od oscuramente, appena si produce. «Se ci immaginiamo qualche emozione forte, quindi cerchiamo di astrarre, dalla coscienza che di essa abbiamo, tutte le sensazioni dei suoi sintomi fisici, troviamo che non ci resta alcun residuo, nessuna sostanza mentale onde possa constare l’emozione, ma che non ci resta che uno stato freddo e indifferente di percezione intellettuale. Vero è che, sebbene molte persone interrogate dicano che la loro introspezione verifica questa asserzione, altre persistono nel negare. Molti ancora non arrivano ad intendere la questione..... Un’emozione umana incorporea è una non-entità. Non dico già che essa sia una contraddizione nella natura delle cose, o che i puri spiriti siano condannati ad una fredda vita intellettuale; ma dico che, per noi, è inconcepibile l’emozione dissociata da ogni sensazione organica. Quanto più intimamente io indago i miei stati d’animo, e più mi persuado che tutte le condizioni, gli affetti, le passioni che io ho sono veramente costituite da quelle modificazioni organiche che ordinariamente diciamo essere la loro espressione o la loro conseguenza; e, più, mi sembra che, se mi accadesse di diventare anestesico in tutto il corpo, verrei ad essere escluso dalla vita degli affetti, aspri o teneri, per menare una vita puramente conoscitiva e intellettiva. Una simile esistenza, se anche è apparsa come una vita ideale a certi antichi saggi, è troppo apatica per essere desiderata da coloro che sono nati da qualche generazione, dopo che la sensibilità è tornata in grazia»[37].
6.—Per bene apprezzare la esposta teoria, sostenuta anche dal Ribot, dal Sergi e dall’alienista francese G. Dumas, è d’uopo rifarci alquanto indietro e svolgere l’essenza unitaria, di cui già facemmo parola, dell’evento psichico, dalla più bassa forma monistica alla più complessa manifestazione del pensiero.
La scala psicologica evolutiva, dal psicoplasma (o sostanza psichica nel senso monistico) agli atti volitivi, percorre degli stadî che sono altrettanti gradi integrativi organici differenziati. A prescindere dagli strati più bassi, arriviamo a comprendere che, rispetto alla vita psichica dell’uomo, il fenomeno fondamentale sia la rappresentazione (Herbart). Il gruppo importante delle attività psichiche emotive interessa specialmente perchè dimostra immediatamente il nesso diretto delle percezioni cerebrali con altre percezioni fisiologiche (impulso cardiaco, attività dei sensi, contrazione muscolare); perciò diventa chiaro quanto c’è di non naturale e di insostenibile in quella filosofia, che vuole separare fondamentalmente la psicologia dalla fisiologia (Haeckel). Il principale problema, al quale si attese da chi volle sorprendere il mistero della vita psicofisica, fu posto, innanzi tutto, nella ricerca dell’equivalente meccanico, chimico o fisico, e fisiologico degli stati di coscienza; indi fu allargato alle forme primigenie dell’attività psichica. Il primo aspetto del problema, però, è un residuo, o non confessato o inconsapevole, del vecchio dualismo, che distingueva la forza vitale dalle altre forze naturali; peggio ancora, l’anima dei bruti da quella dell’uomo.—Senonchè «il pensiero, la coscienza, non è altro che il lato subbiettivo dei fenomeni vitali, e però non può differenziarsi da questi, meno che mai può mettersi di fronte ad essi in una specie di antagonismo, come in fin dei conti avviene del lavoro meccanico di fronte al calore, di guisa che l’uno abbia finito di essere quando l’altro incomincia ad essere. Il fenomeno coscienza accompagna i mutamenti interni trofici e metagenetici del cervello, non li anticipa nè li sussegue; perciò malamente si capisce come entro allo stesso cervello debbano prodursi altri mutamenti o assimilativi o dissimilativi, di cui il pensiero sarebbe la manifestazione subbiettiva. Si dovrebbe perciò supporre (cosa assurda e antibiologica) che i centri nervosi sieno sede di due diverse specie di metabolismo!»[38].
Il principio unitario dell’evento psichico (Mili, Lewes, Spencer, Lotze, Horwicz, Lippe, Haeckel, Morselli, ecc.) si riassume nel ritenere, con Ardigò, che quelle, che i metafisici chiamano facoltà attive e passive, interne ed esterne, animali e razionali, rappresentative affettive e volutive, e così via, non sono infine che combinazioni variate dei medesimi elementi, come altrettante parole, di suono e di significato diverso, formate colle medesime lettere dello stesso alfabeto[39].
7.—Dopo aver ciò premesso, sarà agevole inferire in che consista l’equivoco del James, del Lange e dei loro seguaci. Si è voluto spezzare l’unità psicofisica del fenomeno interno della emozione; si è voluto credere che ciò che per mera opportunità metodica gnoseologica poteva essere avvisato in due momenti differenti (il momento fisico ed il momento psichico) fosse davvero il prodotto di due fatti separati con seguenza necessaria. La verità è, che i due momenti, in apparenza analoghi a fatti diversi, non sono che due lati di unico fenomeno, il cui sostrato dinamico ha l’equivalente nella energia trasformata del motivo esterno od interno. Il Lange e James, separando il contenuto della percezione dal tono sentimentale della emozione, credono di aver trovata la possibilità di uno stato di freddezza e di indifferenza intellettuale; l’argomento, cioè, che la emozione non sia concepibile se non quale effetto di modificazioni organiche. Essi non si avvedono che la fatta ipotesi poggia sull’errore di credere che davvero possa ricorrere una percezione intellettuale fredda ed indifferente, e che sia a noi concesso di astrarre, dalla emozione, tutti i sintomi fisici, senza che di essa non si muti sostanzialmente l’intima essenza. Ogni percezione non è mai disgiunta da un grado di equivalente dinamico: se alla emozione si sottraggono i concomitanti fisici, sopprimendosene fin il ricordo, essa si trasforma in idea; dal campo affettivo passa nel campo intellettivo. A che, dunque, parlare di precedenza o di seguenza, se nella continuità degli stati di coscienza la singola unità d’un fenomeno per tanto serba la fisonomia di processo differenziato per quanto si concepisce quale somma o composto di elementi constitutivi? I fenomeni intellettivi e gli affettivi son due rami del medesimo tronco, le cui radici si profondano nel suolo sottostante delle funzioni riflesse, automatiche ed istintive: la psicologia comparata ci sospinge ancora oltre, e ci induce a concludere con Haeckel, che una catena ininterrotta di tutti i gradi di passaggio possibili riunisca gli stati originarî primitivi del sentimento nel psicoplasma dei protisti unicellulari con queste altissime forme evolutive della passione nell’uomo, che hanno la loro sede nelle cellule gangliari della corteccia cerebrale.
8.—Passando a trattare delle emozioni criminose, non possiamo che ripetere ciò che altrove[40] scrivemmo.
Poichè, come osserva il Sergi, sono varie le vie di attività, varie le condizioni dell’ambiente e di diverso carattere i bisogni animali e umani, varî gruppi di percezioni e di stati psichici, che si riferiscono a dolori e a piaceri associati organicamente, devono essersi formati; i quali gruppi sono come tanti centri psicorganici di emozioni diverse e secondo le condizioni speciali e la composizione degli elementi psichici e degli organici tutti insieme e delle cause esterne determinatrici dei medesimi stati coscienti[41].
Tali gruppi psicorganici, centri emozionali derivati o istintivi, considerati riguardo al delitto, sono la base reale delle tendenze criminose; quindi il vero criterio per una differenziazione scientifica di tipi di delinquenti. La emozione è la scaturigine, prossima o remota, dell’umana attività; ad essa si ricongiungono tutte le nostre azioni. Data, dunque, la ipotesi di centri emotivi differenziati, per lunga azione integrativa di coefficienti d’ambiente o di cause contingenti, l’attività individuale si indirizzerà a fini analoghi alla natura degli impulsi che ne sono la manifestazione, e di qui i caratteri distintivi di tipi criminali.
9.—Questi centri emotivi obbediscono, non che alle leggi statiche e dinamiche, eziandio a dei modi che possono raccogliersi sotto gl’infrascritti termini: reazione, periodicità, antagonismo.
Nel mondo psichico, similmente che nel mondo esterno della materia, è dominante la legge della inerzia, per la quale non sarebbe possibile la produzione di un fenomeno di movimento senza che in precedenza non fosse impresso l’impulso che valga a determinarlo; nè, determinato che sia, si avrebbe la cessazione se il moto non fosse arrestato da ostacoli o da contrario impulso. La coscienza, prodotto di processi accumulatisi, resterebbe in condizione invariata se non sopravvenissero continui motivi, che ne producono i cambiamenti e ne alterano il contenuto. Di qui l’azione di questi motivi, alla quale corrisponde eguale reazione.
10.—La periodicità delle emozioni rientra nella gran legge del ritmo del moto.—La prova della periodicità di emozioni criminose noi la troviamo nella influenza delle età, dello stato sociale, delle meteore, degli elementi etnici sulla produzione di taluni crimini in aumento o in diminuzione con costante processo statistico. Che se da considerazioni generali scendiamo all’analisi di singole emozioni, vedremo che la legge ha riscontro indefettibile e che ci serve, alle volte, per elevarci a dei criterî logici preziosi di cui ci avvaliamo nella prova della successione degli atti incriminabili e della entità di ciascuno.
Consideriamo, ad esempio, la collera, che, ridestata dall’idea di offesa ricevuta, è emozione caratteristica la quale accompagna i reati d’impeto. L’individuo, che n’è affetto, dapprima è come travolto da tempesta, che gli toglie il discernimento e lo spinge ad atti incomposti di violenza. Poco a poco, dopo che sia avvenuta, mediante una mimica concitata di reazione, la scarica della energia accumulata, subentra lo stato di calma apparente; l’individuo resta oppresso sotto l’incubo della idea che ne ha invasa la coscienza: nell’oscillazione tra il passato ed il presente, il pensiero ed il sentimento ora attingono il grado di esplosione, ora si abbassano fino allo stato di abbattimento, di umiliazione: basterà che qualunque circostanza aggiunga o tolga peso al motivo di offesa perchè o si precipiti difilato all’azione reattiva, o ritorni la calma e si ristabilisca l’equilibrio.
11.—Intendo per antagonismo delle emozioni criminose la concorrenza, simultanea o successiva, di correnti di attività ridestatesi nella coscienza del delinquente, a séguito del motivo interno, per conseguire lo scopo del delitto. Queste correnti sono energie attuali, che partono dal medesimo fondo degenerativo e che, ad un punto del campo della coscienza, insorgono e tendono a prevalere, ciascuna per la sua direzione; alcuna volta fondendosi insieme, altra volta sforzandosi o di elidersi o di sovrapporsi con vicendevole moto, per opposte impulsioni. Nella ipotesi di fusione, la energia emotiva si rafforza in ragione delle coefficienze di correnti; nella ipotesi di contrasto, si hanno i seguenti stati interni: turbamento generale del soggetto, che dapprima tentenna a quale fine indirizzarsi, indi a quali mezzi di scelta appigliarsi; indebolimento dell’eccitamento emotivo iniziale; equilibrio instabile di condizioni associative o appercettive; esaurimento di eccitazione o prevalenza d’una corrente sulle altre ed impulsione unica all’azione.
12.—Parlando della dissoluzione psicofisica del delinquente, ci fermammo segnatamente ad osservarne la forma morbosa o patologica. Dobbiamo completare la trattazione restringendoci, con maggiore attenzione, alla sfera della affettività e della ideazione, in istato non patologico, ma fisiologico; vale a dire durante il processo disintegrativo ordinario della psiche del delinquente, senza che vi intervenga l’influsso deleterio di qualche specie di malattia.
Il Ribot scrive: «La legge di dissoluzione, in psicologia, consiste in una regressione continua che discende dal di sopra al disotto, dal complesso al semplice, dall’instabile allo stabile, dal meno organizzato al meglio organizzato: in altri termini, le manifestazioni, che sono le ultime in data nella evoluzione, spariscono le prime; quelle che sono apparse le prime spariscono le ultime. L’evoluzione e la dissoluzione seguono un ordine inverso»[42].
Il Janet, al Congresso di psicologia di Roma, ha svolto un tema sulle oscillazioni del livello mentale, dimostrando che il progresso e il regresso del livello mentale non sono costanti; che grandi fluttuazioni di questo livello sono state osservate da lungo tempo negli isterici, ma sarebbe un errore il credere che gli individui normali ne vadano esenti. Questo abbassamento del livello mentale è costituito da grande depressione psichica, da un senso di depressione, di diminuzione di sè, di amnesie e da amnesie retrograde. L’ultima cosa appresa è la prima ad essere distrutta nell’abbassamento del livello mentale; ed è perciò che quello che vi è di più nuovo, di più recente, cioè il momento attuale, è ciò appunto che per primo viene a perdere il suo interesse quando lo spirito s’indebolisce; e il primo sintomo dell’indebolimento mentale è appunto l’inseguire fantasticamente oggetti o idee lontane od inutili, perdendo di vista la necessità e l’attività del presente[43].
Rifacendoci alquanto indietro, diamo la teorica più probabile da adottare. Le sensazioni, le rappresentazioni, le idee, i sentimenti, serbando il doppio ritmo di coesistenza e di successione, si fondono, si organizzano, si unificano in composti psichici separati, che tra loro sono in relazioni di affinità o di identità. Il funzionamento psichico, in generale, ha l’equivalenza in analoga funzione cerebrale, che non ammette energie singole ristrette, con attività chimico-fisica, in centri qualitativamente differenziati, nè ammette la localizzazione di facoltà in senso materiale ed assoluto. La localizzazione cerebrale funzionale deve intendersi nel senso di maggiore attitudine di alcuni centri, rispetto agli altri, nel ridestare la efficacia di data energia, o, meglio, nel far sì che l’attività dell’io, fisica o psichica, prenda una direzione o un’altra, si manifesti in modo speciale. Il solo vero interessante è di sapere, che la funzione del cervello sia l’attività risultante di tante energie componenti, e che «una mentalità sia una specialità di onda cerebrale, più o meno estendentesi nella trama craniale, più o meno composta di varie concorrenti, più o meno normalmente spiegantesi, più o meno alterantesi, per le condizioni diversificate del cervello»[44].
Psichicamente avvisata, la risultante ultima della funzione cerebrale corrisponde ai due atti più complessi, il mentale e l’affettivo, la intelligenza e la volontà. La intelligenza, unificando il prodotto psichico delle rappresentazioni, è alla sua volta un composto decomponibile negli elementi di idee e di appercezioni; la volontà, assommando il cumulo delle energie attuali di motivi e di sentimenti, segna la linea discendente della curva descritta dall’integrarsi della psiche, poichè essa corrisponde al momento dinamico in cui l’io tende a proiettarsi al di fuori ed a completarsi nell’azione esteriore. In questo ascendere o discendere continuo, in questa organizzazione vicendevole del tutto insieme e delle parti, in questa relazione statica (o di sola sussistenza) e dinamica (o di sola operazione) tra i centri funzionali cerebrali, o tra i composti psichici, è tutta la vita dell’io, è la origine degli stati di coscienza, della evoluzione e della dissoluzione della personalità; evoluzione quando si ascende, dissoluzione quando si discende.
La coscienza si rende più complessa, più stabile a seconda che meglio si organizzi; i suoi piani, o strati, si consolidano come più le rappresentazioni acquistano maggiore compattezza.
L’ultimo composto psichico formatosi è il primo a dissolversi nella disintegrazione della personalità; le emozioni disinteressate, cioè che attingono la più alta cima della vita affettiva, sono le prime, secondo Ribot, a scomparire nella discesa morale. L’importante a ricordare è però questo, che la esaminata dissoluzione è modificata dal duplice ordine di vita di relazione, l’ordine di tempo o della seguenza degli stati di coscienza, e l’ordine di coesistenza o del simultaneo concorso di energie convergenti.
Chi voglia formarsi l’idea approssimativa di ciò che sia la coscienza nello stato normale e nello stato di alterazione, immagini un piano liquido, sotto limpido cielo, attorniato da verdeggianti alberi, rispecchiante i molti oggetti cosparsi sulla riva.
Il cielo, gli alberi si riflettono col colore, con le forme naturali. Anche a non rivolgere gli occhi attorno, basterà fissarli sulla superficie dell’acqua per vedere e riconoscere la realtà di esistenti sopra ed in giro, da vicino e da lontano.
Le onde, che appena si increspano, fan fluttuare le immagini, rendendole, talfiata, poco visibili; altra volta confuse, ondeggianti, di forme alterate: ma, purchè si porga un po’ d’attenzione, purchè si fissi meglio l’occhio, è facile accorgersi dell’errore di senso, ed avere la percezione esatta degli oggetti riflessi.—Suppongasi che qualcuno gitti nell’acqua un grosso sasso. Al rumore del tonfo, subito vi accorgete che succede gran turbamento. La luce più non espande il suo riflesso; le immagini degli oggetti spariscono, le correnti si intorbidano e confondono. Se attendete alcun poco, permettendo che ritorni alquanto la calma, vi accorgete subito che attorno al punto dell’urto, là dove il tonfo è avvenuto, cominciano a descriversi dei cerchi concentrici, con movimenti repulsivi e con ritmo decrescente.
Il piano liquido è la coscienza allo stato normale: essa rispecchia il mondo esterno con naturalezza di forme e di colorito; l’osservazione introspettiva, l’occhio della mente, che si riflette sul suo campo visivo, ne percepisce la realtà; la più perfetta armonia esiste tra il mondo esterno e l’interno, tra le immagini, o le rappresentazioni, e gli stati oscillanti ed instabili, ma contenuti in ritmo di equilibrio. Alla scossa d’un’idea, che viene dal di fuori o insorge repentina dal fondo dell’anima; al furioso assalto di un sentimento, che mette il tutto in subbuglio, succede lo scompiglio della coscienza e scompare la serenità e la calma. Passa alcun tempo, l’ordine si ristabilisce alquanto, ma dal punto, ove la scossa è avvenuta, si seguono continue impulsioni, le quali, con moto centrifugo, sprigionano, con seguenza di scariche, la energia accumulata in grado esuberante.
Suppongasi ancora che, invece dell’urto del sasso (della scossa d’una idea), senza che altra causa di turbamento vi si aggiunga, l’acqua sia messa in moto da tempestose correnti che ne alterino profondamente la superficie e ne sconvolgano il fondo: ov’è più l’agio di veder riflessi gli oggetti esterni, ov’è il flusso e riflusso delle onde, l’avvicendarsi tranquillo di tenui movimenti? Ed ugualmente, se la coscienza sia profondamente turbata, gli stati psichici sovrapposti si infrangono, le energie accumulate ed omogenee si confondono, vengono, con moto incomposto, furiosamente a galla e si espandono; le tendenze, che ad esse sono unite, di impulsività egoistiche, riprendono il sopravvento a detrimento di nuove energie sovrapposte; il fondo rimugghia e distrugge, col sollevarsi, l’ultimo piano, il meno differenziato, ma il più perfetto nella selezione organica della coscienza.