VIII. L’OPERA DELLA REAZIONE

Qualunque sia stata l’importanza dei tumulti della primavera del 1898 e siano state anche semplicemente sportive le barricate costruite in Milano e tentate pure in Faenza, a nessuno verrà in mente di negare al governo il diritto e il dovere di ristabilire l’ordine, che — bene inteso — è condizione vera di progresso e di libertà ad un tempo. S’intende perciò la repressione immediata, anche se riesca a ferire interessi legittimi e sentimenti alti e rispettabili; ma se ne deve discutere la misura. E nessuno dei pari vorrà negare la convenienza, la necessità anzi, di questa discussione; poichè in politica l’assoluto non esiste e la misura è tutto.

Se la repressione si arresta appena cessata la sua urgente indicazione, quella troverà poche censure e solleverà poche e fiacche proteste. Se la repressione continua quando è cessato il pericolo che la impose allo Stato, in nome del preteso diritto di legittima difesa, diviene reazione, che toglie a pretesto le sommosse e non si propone soltanto il ristabilimento dell’ordine.

Ancora: Della misura, e perciò della legittimità della repressione, si potrà opportunamente giudicare in seguito alla esatta valutazione dei fatti che la determinarono e delle cause di ogni specie che suscitarono i fatti stessi.

Questa conoscenza è indispensabile non solo per assegnare le rispettive responsabilità, ma anche per giudicare e prevedere quale sarà la efficacia dei provvedimenti presi — se riusciranno a mantenere lungamente quell’ordine che sta, almeno in apparenza, in cima dei pensieri dei governanti; e ad impedire, a più o meno lunga scadenza, la ripresentazione dei tumulti.

La semplice cronaca ci ha fatto già conoscere quale sia stata la loro entità; meglio e più completamente l’apprezzeremo al lume delle risultanze dei processi. Le quali saranno tanto più significative inquantochè i processi furono istruiti col minimo di regolarità procedurale e di garanzia nella difesa dei presunti rei e col massimo di severità nei giudici eccezionali, che conobbero e giudicarono dei reati. Queste risultanze, quindi, potranno peccare per eccesso; ma non si potrà sospettare che presentino attenuata la gravità dei fatti. Si può presumere anche la esagerazione, perchè in questa sta il tentativo, l’unica speranza di giustificazione della condotta del governo e delle classi dirigenti che lo inspirarono e spronarono nell’azione repressiva[12].

Senza anticipare le risultanze processuali e il giudizio che potrà desumersi dalla conoscenza delle cause delle sommosse, per ora continueremo la cronaca della repressione, mettendone in evidenza alcuni dettagli che servono a gettare sprazzi di viva luce sull’indole dell’azione del governo e delle classi dirigenti.

Nelle Puglie, dove i tumulti assunsero gravi proporzioni e furono accompagnati da episodi selvaggi, come quelli di Minervino-Murge, la repressione fu breve e non uscì dai limiti del dovere e del diritto di ogni governo di garantire a tutti l’ordine. Fu in parte merito del Generale Pelloux di non avere trasmodato; in gran parte si deve alla mancanza di stimolo da parte delle classi dirigenti che non sentono alcun pericolo politico e si accontentano dell’ordine materiale.

Mancavano le ragioni di provvedimenti che uscissero dall’ordinario a Napoli e nella sua provincia; dove la repressione pronta ed energica e non duratura al di là della durata degli insignificanti tumulti sarebbe stata più che sufficiente. La proclamazione dello stato d’assedio e la istituzione dei tribunali di guerra, quindi, vennero giudicate intempestive, capricciose, suggerite da preconcetti politici e da ricordi recenti — dal ricordo delle scene dolorose dell’Agosto 1893. Il lusso di cannoni e di cavalleria nelle piazze e nelle strade di Napoli, anche prima che venisse proclamato lo stato d’assedio, venne interpretato come un espediente, pericoloso sempre, per mascherare l’intrinseca e reale debolezza militare del governo. I provvedimenti, infine, furono tanto sproporzionati al pericolo temuto, che fu possibile sospettare che essi siano stati presi in odio ad una persona e ad un giornale invisi all’onor. marchese Di Rudinì e che non si potevano colpire sotto l’impero delle leggi ordinarie. Enunzio l’ipotesi, perchè più volte e da più parti ripetuta, senza nascondere che per quanto poca stima si abbia e per quanto poco stimabili siano i governanti italiani, essa non sembra credibile. Comunque, mi piace constatare che a Napoli, come nelle Puglie, mancò sul governo la pressione delle classi dirigenti in favore di una repressione trasmodante ed a suo onore ricordo, che il sindaco di Napoli, Marchese di Campolattaro, insistette presso il Ministero affinchè lo stato d’assedio, innocuo ed inavvertito per la cittadinanza, dannoso a quanti vivono dei numerosi forestieri e pericoloso solo pei Tribunali militari, venisse tolto al più presto possibile.

Altrettanto ingiustificato fu lo stato d’assedio in Firenze e in tutta la Toscana; odioso perchè fatto nell’interesse di una classe, o meglio di una ristretta casta.

Della assoluta mancanza di necessità dello stato dì assedio nella Toscana si ha la prova nella narrazione e nei commenti ai fatti che dette la Nazione, l’organo massimo dei conservatori toscani e che combatteva il Ministero Di Rudinì, perchè fiacco verso i partiti sovversivi; dei quali anzi lo diceva complice più o meno cosciente. La prova irrefragabile sta poi in questo: l’autorità politica che doveva giudicare sulla convenienza del provvedimento, il Prefetto di Firenze, nulla ne seppe ed apprese il decreto che lo esautorava e gli sostituiva un Regio Commissario straordinario, dal proclama che lesse uscendo da Palazzo Riccardi. Ed il prefetto era un militare ed un accorto uomo politico: il generale Sani. Questo episodio, che non ha precedenti, viene completato dalla punizione inflitta al comm. Minervini, Prefetto di Pisa, perchè si era rifiutato di sciogliere alcune società innocue che mai erano uscite dall’orbita della legalità; scioglimento imposto dal Generale Heusch in un momento di morboso furore reazionario.

A Firenze e in Toscana lo stato d’assedio e i conseguenti Tribunali militari, non giudicati necessari dalle autorità politiche locali, le sole competenti sulle misure opportune e sconsigliati dagli onor. Nicolini e Brunicardi, vennero chiesti ed ottenuti, dalle consorterie politiche locali, verso le quali il Ministero Di Rudinì, nella folle preoccupazione di superare in energia Francesco Crispi, ebbe il torto imperdonabile di mostrarsi condiscendente[13].

Lo stesso avvenne a Milano ed in Lombardia; dove almeno il Prefetto ed il generale comandante la direzione chiesero il provvedimento eccezionale, ma non fu concesso se non in seguito a telegramma del sindaco della capitale morale ed alle pressioni esercitate sul governo da una frazione del partito conservatore lombardo. I fatti di via Napo Torriani del giorno sei, cagionati più che altro dalla imprudenza e dalla cocciutaggine della questura, non avrebbero mai potuto giustificare la proclamazione dello stato d’assedio in una città come Milano; e l’insieme degli avvenimenti autorizza a sospettare poscia che la continuazione dei tumulti, sino alla breccia tragicocomica aperta nel convento dei Cappuccini, furono se non voluti e provocati, come qualcuno si arrischia a dire, certo comodi e ben venuti per dare parvenza di opportunità a misure eccessive e deplorevoli.

I mezzi adoperati dai conservatori toscani e da quelli Lombardi per trascinare il governo, bendisposto a lasciarsi trascinare, furono identici: la calunnia e l’esagerazione. Ma quest’ultima può trovare scusa nella paura grande e nei minacciati interessi; non la prima. Nel calunniare gli avversari e nell’esagerare i fatti, alcuni e qualche giornale non conobbero limiti di decenza: si vide la Perseveranza farsi la denunziatrice sfacciata dei giornali democratici, fraintendendo, sino a disonorarlo, l’ufficio della stampa[14].

Per singolare coincidenza, in due scritti — l’uno pubblicato a Firenze ed attribuito al Generale Sani o per lo meno da lui inspirato; e l’altro a Ginevra da un profugo — dei gruppi, delle caste, se non delle classi che spinsero maggiormente il governo italiano ad oltrepassare la repressione per abbandonarsi nelle braccia di una reazione rabbiosa, si danno note psicologiche caratteristiche, che si rassomigliano meravigliosamente. Della consorteria di Firenze, che invocò ed ottenne lo stato di assedio, si dice: che manca d’ideale, che accetta la dinastia sabauda come accetterebbe qualunque altra; e che nella monarchia vede un mezzo per mantenere a se stessa il primato in tutte le faccende pubbliche, a scopo di lucro più che altro[15]. Il profugo di Ginevra scrive che i conservatori lombardi, in fondo, sono rimasti quello che erano gli aristocratici ai tempi di Parini e che pochi — nella Costituzionale di Milano non arrivarono che a novanta in circostanze solenni — ma arditi, sotto la guida del Senatore Negri, vollero non la repressione dei tumulti, ma la vera reazione per mantenersi al potere. In Toscana, come in Lombardia, questi gruppi di uomini, queste consorterie, agirono energicamente perchè si sentivano vicini a perdere ogni influenza ed ogni supremazia: la democrazia batteva alle porte e stava per entrare nelle loro cittadelle[16].

Si comprende perciò che questi interessati promotori della repressione energica al di là delle esigenze di una savia politica, abbiamo visto con favore i tumulti ed abbiano inventato essi stessi il complotto, di cui si dirà in appresso. Per loro, come ingenuamente confessò un giornale di Genova, la reazione non era temuta, ma sospirata[17].

Non spenderò parole per stigmatizzare gl’intenti e i mezzi adoperati da queste consorterie per conseguirli e i pericoli che creano pei popoli e pei governi; meglio delle parole servirà la esposizione dei fatti. La loro opera, sommariamente, la farò giudicare da Carlo Luigi Farini, che scrivendo delle sette dei suoi tempi — specialmente delle reazionarie — parve anticipare la fotografia e il giudizio sulle contemporanee. «I governi che istituiscono sette governative o ne accettano gli aiuti, scrisse il celebre moderato romagnolo, vengono a termine di quegli individui, i quali essendo istitutori o direttori delle sette di opposizione, invece di guidarle ne sono guidati, e costretti ad operare, buono o mal grado a posta di quelle. Nessuna idea è più autopetica all’idea di governo, quanto l’idea di sette. Governare vale ed importa moderare l’umana associazione a vantaggio dei più, secondo gli eterni principii della giustizia e della ragione: far setta vale ed importa imporre ai più le opinioni, le volontà, le passioni dei meno, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernare sempre; le sette governative hanno poi questo peggiore sconcio, che trascinando il governo ad operare ingiustizia, attentano al principio morale dell’autorità, e la rendono così esosa, che gli uomini non la considerano altrimenti come una necessaria tutrice e moderatrice, ma come una nemica da invigilare con istudio e guerreggiare con perseveranza»[18].

È logico e naturale che dove più intensa fu l’opera delle sette per trascinare il governo alla reazione, ivi più clamorose siano state le manifestazioni e gli atti di grazia perchè scongiurati i pretesi pericoli corsi dalla patria e dalla civiltà — cioè dai loro interessi.

A Milano, perciò, non appena cessato il primo periodo della reazione — quello della repressione sanguinosa — si assiste ad un nauseante scambio di ringraziamenti e di congratulazioni che ricorda lo spettacolo vergognoso dei tempi peggiori del servilismo e della tirannide. La deputazione provinciale, il consiglio comunale di Milano, alcune associazioni politiche mandarono al generale Bava Beccaris indirizzi traboccanti di riconoscenza, nei quali l’esagerazione e la menzogna colle forme di rettorica sbilenca arrivano alle lodi smaccate per la energia, per la intelligenza, per gli elevati intendimenti civili e patriottici spiegati nel salvare Milano dal saccheggio e dall’anarchia, e nel conservare all’Italia le gloriose istituzioni vigenti[19].

Della sincerità e del valore delle manifestazioni di una parte delle classi dirigenti lombarde molti dubitano ricordando che rettoricume analogo venne adoperato sotto l’Austria e in favore dei generali che salvarono le istituzioni di allora contro coloro che, complessivamente, sono i governanti di oggi. La storia somministra parecchi esempi degradanti di questo invertimento di parti e di questi trapassi repentini dalla condanna all’apoteosi, e viceversa. Checchè ne sia della sincerità della riconoscenza manifestata è, però, assai probabile che un militare, ignorante le vicende della storia, l’abbia accettata come oro di coppella e si sia lasciato suggestionare sino a dirigere all’esercito quest’ordine del giorno, che costitusce l’esaltamento più caloroso dell’opera propria:

«Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di Pubblica Sicurezza.

«In questi tristissimi giorni, non badando nè a fatiche nè a disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà.

«Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli, la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita.

«I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero ripiombata in una servitù peggiore della prima.

«Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio.

«Milano, 11 Maggio 1898.

«Il regio Commissario Straordinario

Tenente generale F. Bava Beccaris.»

L’esagerazione interessata, la vera ubbriacatura locale, infine, spiega come e perchè si abbia perduto l’esatta percezione degli avvenimenti a Roma e fa anche supporre la buona fede nei Ministri, che distribuirono medaglie ed onorificenze in numero sbalorditivo e suggerirono al Re questo telegramma, di cui a loro resta tutta la responsabilità:

«Roma, addì 6 giugno 1898 — ore 21,20.

«Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di motu proprio la Croce di Grand’ufficiale dell’ordine militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perchè Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.

«Umberto».

Dinanzi a questo lusso di ringraziamenti, di lodi e di ricompense, saremmo curiosi di conoscere quali severe parole dovrebbe adoperare l’onorevole Deputato Franchetti, che altra volta si scandalizzò — consenziente l’on. Pelloux allora ministro della Guerra — delle numerose ricompense accordate per la cosidetta battaglia di Coatit, e nelle quali non esitò a scorgere «sintomi, nei gradi supremi dell’esercito, di stanchezza, di rilassatezza nell’apprezzare l’ideale militare, di disinteressamento da quegli interessi alti, il cui complesso, costituisce appunto la forza militare della nazione»[20]. E molti che amano la monarchia e l’esercito, con uno sconforto indicibile, di fronte alla suprema onorificienza militare — il titolo di Grande uffiziale dell’ordine militare di Savoia — accordato al Generale Bava Beccaris, si domandano quale altra si dovrebbe e potrebbe concedere al fortunato soldato che salvasse l’Italia da un invasore straniero![21]

Se la vittoria ottenuta dall’esercito in Milano, dal punto di vista militare, per denominarla benevolmente, si deve dirla lillipuziana, dall’altro canto non si può dire che brillarono le doti politiche e civili del Regio Commissario Straordinario in guisa da compensare l’assoluta mancanza dei meriti guerreschi — mancanza aggravata da questo ingenuo appello ai cittadini di Milano:

Cittadini!

Da tre giorni la truppa del presidio, in continuo servizio di pubblica sicurezza, si trova talvolta nella impossibilità di provvedere alla confezione del rancio giornaliero.

Questo disagio aggiunto agli altri di questi giorni riesce assai penoso.

Faccio quindi appello al cuore della cittadinanza, fiducioso che essa vorrà concorrere volonterosamente ad eliminare questo inconveniente.

A tale scopo ho autorizzato i signori comandanti dei singoli riparti di truppa a rivolgersi ai privati, ai proprietari delle locande, dei ristoranti, degli alberghi per ottenere da essi la concessione temporanea delle cucine e di quanto occorra per la cottura del vitto.

Dai signori comandanti militari saranno rilasciati, a richiesta, buoni per ottenere, a suo tempo, il rimborso del prezzo delle somministrazioni fatte.

Milano, 10 maggio 1898.

Il tenente generale

R. Commissario Straordinario

F. Bava Beccaris.

Questo appello, fatto quando era cessato ogni simulacro di lotta, dove non c’erano nemici da respingere, dove i quartieri, i depositi, le vie di comunicazione erano in potere delle truppe, fa comprendere che in una vera guerra guerreggiata, i soldati italiani, in mancanza di cittadini che possano essere incitati a fornirli di rancio, devono morire di fame o provvedere all’esistenza col saccheggio barbarico e medioevale.

Questo appello, non abbastanza notato da coloro che si occupano della difesa dello Stato, dà la misura della organizzazione del servizio delle sussistenze e commenta e completa eloquentemente la guerra d’Africa coi pasti poco omerici forniti dalle cosce di muli morti per esaurimento.

La fantasia ariostesca trascinò il Generale Bava Beccaris, che confidava nei cittadini pel fornimento dei viveri alle truppe, a deplorare che gli stessi cittadini abbiano concesso ai rivoltosi di salire sui tetti per gettare tegole sulla via e di sparare dalle finestre sui soldati... (Manifesto del 10 maggio).

L’opera politica e civile del Regio Commissario Straordinario, infine, può desumersi dai consigli dati al clero, che non aveva preso la menoma parte nei tumulti; dai rimproveri altezzosi rivolti al cardinale-arcivescovo di Milano perchè era venuto meno ai suoi doveri; e dalle ipocrite e stravaganti risposte date agli onorevoli Mussi e De Cristoforis ed al signor Edoardo Sonzogno, che domandavano il permesso — alla fine del mese di maggio — di potere ripubblicare il Secolo. Il consiglio dato al Sonzogno di adibire gli operai, per dar loro lavoro, specialmente nelle pubblicazioni che hanno di mira l’istruzione e l’educazione della gioventù, venendo da un uomo di caserma, riesce un capolavoro di ironia grottesca. (Lettera al sig. E. Sonzogno del 27 Maggio 1898).

Ma tutte queste opere militari, politiche e civili non possono giustificare la dignità senatoria e il più alto grado nell’ordine militare di Savoia, accordati al Generale Bava Beccaris; il quale avrà creduto di ripagare il ministero di tanta generosità verso di lui dimostrata, col famoso rapporto del 29 Maggio.

In questo rapporto si fece strazio della verità con una impudenza non mai riscontrata per lo passato nei documenti ufficiali e non prevedibile neppure, forse, dallo stesso senatore Saracco quando consigliò il Presidente del Consiglio a far conoscere agli italiani una verità a scartamento ridotto. Fra le tante perle colate a getto continuo dalla penna dello espugnatore dei Cappuccini, segnalo queste: L’illustre generale vi afferma che in Borsa, durante le giornate di Maggio, vi era allarme e che molti intendevano sbarazzarsi dei titoli di rendita italiana; che l’Università di Pavia era un covo di rivoluzionarî e i suoi studenti erano venuti a Milano per prendere parte alla rivoluzione; che il legato Loria era divenuto il tesoro di guerra della rivoluzione; che tutte le precedenti autorità politiche erano state deboli, incostanti nella difesa contro i partiti sovversivi; che c’era apatia nel partito dell’ordine ed indifferenza nelle classi dirigenti ecc., ecc.

C’è un metro preciso per apprezzare il valore di questo rapporto: i giornali dell’ordine e delle classi dirigenti, quando il Secolo ne cominciò la pubblicazione a brani staccati, lo fecero supporre alterato o maliziosamente dimezzato. Il documento pubblicato nella sua interezza provò che il giornale democratico non era colpevole dei reati attribuitigli: il vero reo era il suo autore, ch’è stato ufficialmente invitato dal Rettore dell’Università di Pavia, Prof. Bellio, a rimangiarsi le menzogne spacciate — dopo oltre venti giorni dalla data dell’invenzione! — sul conto degli studenti e che potrebbe essere querelato per false notizie dagli agenti e frequentatori della Borsa di Milano!

Non si sa di provvedimenti presi dal governo contro le autorità denunziate come fiacche ed incostanti; ma al generale Bava Beccaris si può tenere conto della verità detta sulle classi dirigenti e della grande prudenza e della grande modestia dimostrata tacendo — eloquentissimo silenzio! — sulla breccia gloriosa dei Cappuccini....

Comunque, se poca gratitudine deve il governo al Regio Commissario Bava Beccaris; se nessuna gliene devono l’Italia, le istituzioni e la civiltà — molta, moltissima; gliene devono i moderati lombardi, o meglio di Milano.

Il Regio Commissario Straordinario consolidò il loro potere con una serie di misure, che avrà potuto illuderli sulla durata delle conseguenze, ma che pel momento, non frenò ma eliminò, soppresse, i loro avversari. Sciolti i circoli repubblicani e socialisti, radicali e clericali — quantunque gli ultimi li abbiano avuti alleati pel passato in quasi tutte le lotte amministrative; sciolta l’Umanitaria, fondata coi milioni lasciati da Mosè Loria, soppressi tutti i giornali e le riviste che potevano dare fastidio — la setta rimase padrona incontrastata del Municipio, della Provincia, della Congregazione di carità, di tutte le istituzioni, dalle quali si può esercitare una qualsiasi influenza economica, politica e morale.

Di tutti questi provvedimenti, i più mostruosi certamente rimarranno lo scioglimento dell’Umanitaria e la soppressione dei giornali, poichè collo scioglimento della prima si arrecò un colpo al Codice Civile e con la soppressione dei giornali si ferì a morte l’opinione pubblica.

Con ciò l’eccesso dell’arbitrio si rese dannoso a coloro che dovevano usufruirne; poichè, mentre si spera che l’indole dell’Umanitaria si sia permanentemente mutata, in guisa da farne strumento docilissimo nelle mani della Setta[22]; mentre ci vorrà del tempo per la ricostituzione dei Circoli disciolti; invece, appena cessato lo stato d’assedio, risorse più gagliardo di prima il Secolo, che rappresenta l’aculeo più doloroso confitto nelle carni dei conservatori lombardi[23].

Gl’interessi e le ambizioni di una setta, più direttamente feriti in Lombardia e in Toscana, dettero la spinta energica al governo verso lo stato di assedio e verso la trasformazione delle repressione, anche severa ma temporanea, in furiosa reazione duratura; ma la iniziativa dei conservatori dì Milano e di Firenze trovò un terreno ben preparato per attecchire in tutta Italia. Infatti la borghesia alta e gli avanzi dell’aristocrazia dappertutto sentivano che avanzavasi la marea democratica, che doveva sommergerli presto o tardi, quantunque del pericolo non avessero coscienza piena, perchè non lo avevano provato imminente come in Toscana e in Lombardia e in qualche altra regione dell’Italia settentrionale ed un poco della centrale. La reazione perciò, appena cominciata, perdette l’impronta locale e divenne nazionale, senza trovare serie resistenze nella opinione pubblica e molto meno nel Parlamento[24].

Degli uomini e degli organi della reazione bisogna esaminare le dichiarazioni, le leggi, gli atti, tenendo di mira che le dichiarazioni hanno preso il posto delle leggi ed hanno generato gli atti. Sotto questo aspetto e contro la comune opinione, il ministro Pelloux ha segnato un peggioramento su quello Di Rudinì; in quanto che l’ultimo voleva legalizzare la reazione; l’altro la mette in pratica senza sentire il bisogno di nuove leggi, anzi calpestando e consigliando apertamente a tutti i subordinati di calpestare le leggi vigenti.

Una reazione non tradotta in leggi potrebbe e dovrebbe considerarsi come un male minore, perchè lascerebbe sperare la brevità della durata, la limitazione al periodo eccezionale che la suscitò. Ma dove il sentimento della legalità è scarsissimo, per non dire insussistente, come in Italia, l’ostentata, continuata ed impunita violazione di ogni legge, riesce esiziale nei rapporti pubblici e privati, aggrava sino a renderli insanabili i mali esistenti e rappresenta l’inizio di una vera dissoluzione dell’organismo politico-sociale.

La presente reazione non data dalla primavera del 1898, ma rimonta al gennaio 1894 con una sosta notevolissima — è doveroso rendere giustizia ai caduti — dall’aprile 1896 all’aprile 1898. Agli estremi di vita sua il ministero Di Rudinì — cui devesi imputare come colpa grave l’abbandono del primitivo programma militare, — invaso dal demone della paura e dall’ardente desiderio di mantenersi la fiducia delle alte sfere, parve voler far dimenticare il bene fatto in senso legale e liberale e si dette a sfrenata reazione.

La sua caduta è un incidente personale, anzichè parlamentare, che non esercita alcuna influenza sull’andamento della cosa pubblica: la reazione continua pazza, furiosa e rincrudisce quando avviene l’assassinio dell’Imperatrice d’Austria. La differenza sta in questo: Di Rudinì, dopo aver militarizzato i ferrovieri, voleva ristabilire le leggi sul domicilio coatto, modificare il diritto elettorale, infrenare la libertà di stampa, di riunione e di associazione, disciplinare lo stato d’assedio, ecc., mediante nuove leggi o modificazioni delle antiche. Il successore onorevole Pelloux parve più liberale, oltre che per la buona compagnia di ministri che dai loro precedenti dovevano giudicarsi più o meno democratici, anche perchè buttò in mare gran parte di quel bagaglio; e non era, perchè continuò risolutamente per la via battuta dal predecessore. Ebbe il merito della sincerità — elemento mancante ai nostri politici e non trascurabile nella vita pubblica — perchè egli con franchezza davvero soldatesca dichiarò di voler fare senza preoccuparsi di legiferare. Quando non fa, lascia fare tranquillamente ai subordinati, che non solo eseguiscono con disciplina militare, ma interpretano le intenzioni dei superiori con meravigliosa intuizione, che sembrerebbe lettura del pensiero alla Pickmann se non si sapesse ch’è l’effetto delle circolari segrete e delle reversioni storiche. Egli è così che sotto Pelloux si formulano canoni nuovi di governo e si compiono atti che fanno dire al conservatore dianzi citato dell’Idea liberale: «Siamo oggi più che mai in una paurosa condizione di arresto di sviluppo intellettuale e morale, per cui tutto vacilla e scricchiola, mentre ci sta sul capo la minaccia di una crisi orrenda in cui tripudieranno le impulsività ataviche della bestia umana e le libidini feroci di Valentino in sessantaquattresimo che questi anni di pseudo libertà hanno fecondato a legione».

Di questi canoni e di questi atti dell’on. Pelloux ne nunzio, per ora, sette, che si potrebbero chiamare i sette peccati mortali di questo ministero soldatesco, procedendo dal minimo al massimo in ordine d’importanza e che comprendono tutte le principali norme direttive della funzione parlamentare e governativa.

L’on. Pelloux, spronato a dichiararsi di Sinistra, a chi lusingavasi di vedere risorto l’antico partito liberale sotto la protezione di parecchie sciabole, risponde che non ne sente il bisogno e che i sostenitori li prende dove li trova. Spronato da Barzilai, non vuole trovare nemmeno una frase equivoca contro la soluzione incostituzionale delle crisi parlamentari. Telegrafa al Prefetto di Torino per lodarlo di avere sciolto il comizio elettorale pro De Amicis. Permette che il Sottoprefetto Santini presieda una riunione elettorale contro Rondani. Raccomanda di sequestrare qualunque giornale, qualunque rivista che appaia sovversiva, senza preoccuparsi dei processi e degli esiti loro. Dichiara fuori della legge tutti i partiti che non accettano incondizionatamente l’ordinamento politico-sociale vigente. Proclama, infine, che vuol pacificare gli animi con tutti i mezzi, non esclusa la giustizia: concetto cinico che fa il pajo coll’altro più recente di voler dare col suo comodo l’amnistia per poter sfollare le prigioni!

Ciascuna di queste massime e ciascuno di questi atti o è una orrenda bestemmia, o è un arbitrio da Valentino in sessantaquattresimo: la frase che contiene il severo giudizio è di un monarchico liberale, come s’è visto. In altri tempi e in altri paesi uno solo di tali elementi sarebbe bastato a far cadere vituperato un Ministero; certo è che essi non distruggono soltanto il regime parlamentare, ma sovvertono ogni ordinamento civile. È del pari indiscutibile che il cinismo assurge a proporzioni eroiche quando si proclama che nella pacificazione degli animi la giustizia non ci deve entrare che come un mezzo eccezionale. Che razza di pace, con questi mezzi non informati a giustizia si possa conseguire, un avvenire non remoto ci dirà. Per ora basta ricordare che gli strumenti della volontà ministeriale sono prefetti e magistrati provati a malfare e che non avevano bisogno degli incoraggiamenti per continuare peggiorando.

La enunciazione di questi canoni e la conoscenza degli uomini di governo che devono metterli in pratica, dispenserebbero da qualunque enumerazione dei fasti della reazione. Pure, ad eliminare qualunque sospetto di esagerazione ed il dubbio che i fatti siano stati migliori delle parole spavalde e ciniche, giova ricordare qualche data dell’ultima fase della reazione cominciata in Aprile 1898 e che non si sa quando possa aver termine: reazione criminosa che non infuria soltanto dove additossi un pericolo, sia pure immaginario, ma in tutta Italia, anche nelle regioni che non ne somministrarono il minimo pretesto.

Ecco l’elenco doloroso dei fasti della reazione, senza ordine cronologico e senza disposizione ascendente o discendente per la loro importanza.

1. Stato di assedio e Tribunali militari. Vi accenno senza insistervi ulteriormente perchè lo stato di assedio fu dimostrato non necessario, perciò iniquo, dai fatti esposti e dai giudizi non sospetti riportati. Ai giudizî ne aggiungo uno solo: quello dell’on. Pelloux! In un momento di espansione intima — ci vanno soggetti anche i militari e gli uomini politici! — confessò la non necessità del provvedimento all’onor. De Cristoforis. Vennero le smentite dei giornali ufficiosi; non quella diretta del Ministro. Potrà venire; ma se venisse, tra uno che afferma e l’altro che nega, gli Italiani sceglierebbero a seconda delle tendenze e della conoscenza che ciascuno ha degli individui in contrasto. In politica, del resto, i provvedimenti raramente vanno giudicati in sè, ma dai risultati che danno; e lo Stato di assedio, oltre che per le conseguenze economiche e politiche, va misurato dal figlio suo primogenito: il Tribunale militare. La sua opera verrà esaminata a parte.

2. Arresto di deputati. L’art. 45 dello Statuto non è un privilegio, ma una garanzia, nell’interesse collettivo, della libertà e della indipendenza del rappresentante del popolo. Secondo lo stesso Statuto, può essere arrestato il deputato in flagranza di un reato. In forza della sospensione delle leggi ordinarie, deputati vennero arrestati, ad esempio, nel 1862 a Napoli, nel 1894 a Palermo. Si allargò per comodità del governo il concetto della flagranza; ma non si era arrivati ad arrestare nei luoghi non sottoposti allo stato di assedio e quando nemmeno esistono gli elementi più fantastici della flagranza; ciò avviene nel 1898 a danno di Quirino Nofri. Non solo: si arrestò per lo passato, ma non si andò oltre senza l’autorizzazione a procedere della Camera dei Deputati. Se ne fece a meno nel 1898 e si processò e condannò Quirino Nofri prima che fosse chiesta tale autorizzazione. Arriviamo ad un colmo: Quirino Nofri sente il bisogno di rinunziare alle immunità, che accorda quel famoso ed umoristico art. 45 e vuole essere trattato da semplice cittadino.... per paura, volendo godere della immunità parlamentare, di rimanere più lungamente in carcere!

3. Punizioni di Prefetti. Raramente occorse in Italia che un Prefetto venisse punito per avere violato le leggi; non si era mai dato — e forse non si darà mai per lo avvenire, perchè le Autorità sanno ormai a che attenersi — che un Prefetto a punizione venisse sottoposto proprio perchè.... non volle violare la legge. È il caso Minervini.

4. Inchiesta sui testimoni veridici. Vedremo a che cosa sia stato ridotto il sacro diritto della difesa nella discussione sui Tribunali Militari; qui di volo sia menzionato uno stranissimo episodio che fa capo ad un Tribunale civile. Sinora, anche iniquamente, s’incriminarono i testimoni quando furono sospettati ed accusati di dire il falso. Ora si apre un’inchiesta su di un maggiore, Mascilli, ed un capitano, Minto, dell’esercito, che ebbero il torto di dire la verità nel processo Barbato. Che abbiano detto il vero si deve tenere per cosa giudicata, perchè il Tribunale di Palermo non li incriminò come falsi testimoni... Avviso ai militari, che avessero un concetto antiquato sulle leggi dell’onore.

5. Spionaggio obbligatorio. Lasciamo alle fisime della morale o alla poesia dei senza cervello ogni considerazione sull’orrore che desta la spia: limitiamoci ai confronti. Prima si corrompevano, si seducevano, s’incoraggiavano i disgraziati per abbandonarsi al brutto mestiere. Si progredisce colla nuova reazione; e non solo si ricorre alla denunzia anonima come elemento per istruire i processi — come si vedrà più innanzi — ma si arrestano gli onesti cittadini per costringerli a fare la spia: premio la libertà. Caso Gatti in Milano. E dell’esportazione in Isvizzera delle spie che a tempo perso esercitano il mestiere di truffatore, o esercitarono quello di corruttore e di ladro? Informino i casi Santoro, De Benedetti, Mantica, ecc.

6. Libertà del domicilio. Tra i vantaggi attribuiti alla unificazione d’Italia ci fu quella della libertà del domicilio: il cittadino di qualunque regione acquistò il diritto di stabilirsi dovunque più gli torna comodo, purchè vi viva onestamente e vi si procuri stabile lavoro. Fisime. Si arresta l’avvocato Nino Verso Mendola, che da sette anni esercita la professione a Bologna e lo si traduce ammanettato a Riesi suo luogo di nascita. Non si potè imputare alcun reato, nè grande nè piccolo; non si potè trascinarlo nè dinanzi ad un Tribunale militare nè dinanzi ad un Tribunale civile. Non si potè neppure proporlo — parrebbe impossibile, colla larghezza dei criteri adottati — pel domicilio coatto. Il caso Verso Mendola ha non pochi compagni; uno recentissimo: ad uno studente s’impose lo sfratto da Bologna, perchè meridionale; ma gli si consentì il domicilio a Modena.

7. Domicilio coatto. È istituto posseduto esclusivamente dall’Italia. Un consigliere della Corte di Cassazione e Professore illustre di Diritto penale, il deputato Lucchini, assicurò che esso disonora la terra classica del giure. Si credette di avere attenuato il disonore disciplinandolo, facendo precedere l’assegnazione da una larva di processo e da una difesa. Si torna all’antico, peggiorandolo: si arrestano i cittadini durante lo stato d’assedio e si mantengono nelle isole senza processo e senza condanna, anche quando venne tolto lo stato di assedio. Casi Mocchi, Brambilla, Casilli, ecc. Il Casilli, ex deputato al Parlamento, è tanto ricco quanto onesto. Al domicilio coatto, perfezionato, si assegna altra funzione: quella correttiva dei magistrati, che giudicano secondo coscienza, non secondo l’ordine della polizia. Il Magistrato assolve? L’innocente riconosciuto viene assegnato al domicilio, facendolo pentire, forse, di non avere preferita pochi mesi di reclusione a parecchi anni nello scoglio di Tremiti. Caso Podrecca. Il magistrato dà una pena giudicata insufficiente dalla polizia? Si ricorre al domicilio coatto come supplemento di pena. Caso Modigliani. Il domicilio coatto, infine, diviene strumento comodissimo per eliminare i giornalisti non corrotti ed ammazzare i giornali sovversivi. Caso Garzia Cassola.

8. Piccolo Stato di assedio. Il nome e la cosa sono di origine tedesca; li inventò Bismark per combattere il socialismo; ma li ebbe e li adoperò per legge. Di legge, però, non c’è bisogno in Italia, dove gli arresti arbitrarî e in massa, specie alla vigilia di elezioni e di viaggi reali, sono nella tradizione mai smentita del governo. Anche per questi arresti ora c’è la nota che indica il progresso: le retate a centinaia prima si facevano per maggiore sicurezza delle persone reali; ora si fanno a benefizio dei semplici ministri. Oltre duecento cittadini vennero tradotti in domo petri a Palermo per l’arrivo degli on. Masi, Finocchiaro e Fortis. Questo per amore di verità. Questi arresti — e gli arrestati è noto che possono essere frezzati o suicidati — però, assunsero proporzioni gigantesche, al di fuori di ogni legge e di ogni procedura, coll’ultima reazione. Sicchè alla cosa che c’era Don Chisciotte — giornale monarchico come tutti sanno dette il nome. Casi: tutti i giorni e in tutta Italia.

9. Soppressione di giornali. Si spiegava quello dell’Italia del Popolo: era un giornale repubblicano e pubblicavasi in una città dove c’era lo stato di assedio. Pareva enorme quella del Secolo, semplicemente democratico; e vada pure pel Secolo, in grazia dei poteri eccezionali del Regio Commissario! Ciò che si applica pure al Mattino di Napoli, quantunque monarchico — anzi entusiasticamente dinastico. Ma come e perchè soppressi i giornali nel resto d’Italia dove si viveva sotto l’impero della legge comune? La cosa fu tanto bestiale, che la riprovò lo stesso Corriere della Sera, anche dopo che la direzione era stata abbandonata da Torelli Viollier, divenuto troppo liberale pei tempi che correvano. Casi a centinaia e per ogni colore — dal monarchico al repubblicano, dal clericale al socialista.

10. Sequestri. La morte violenta è la soppressione. Non è sempre praticabile, ma quando, per un avanzo di pudore, che non voglio nemmeno chiamare ipocrisia, un giornale inviso non viene ucciso di un colpo, si cerca farlo morire lentamente coi sequestri. D’onde l’orrenda bestemmia, cioè la nuova teoria giuridico costituzionale del Pelloux, sui sequestri senza preoccupazione di processi. I Procuratori del Re non sono stati sordi; e dove lo furono, i Procuratori generali li hanno richiamati al dovere: caso Panighetti — quello del processo Cavallini — e si sono avuti i tardivi sequestri per ordine dei Regi Procuratori di Sondrio e di Como; i sequestri e le condanne per gli articoli lasciati passare a Roma; i sequestri dei fregi o dei segni di lutto che da 28 anni portava liberamente l’Unità Cattolica in Firenze; i sequestri degli scritti di Mazzini, che circolano con altrettanta libertà da cinquant’anni; i sequestri in Milano di uno scritto di Leone Tolstoi che ha sperimentato il regime della Russia del mezzogiorno; i sequestri, infine, contro la prosa sovversiva dell’on. Pelloux, purchè riprodotta sulle colonne dell’Avanti; i sequestri delle sciarade dello stesso giornale; i sequestri dell’Asino per avere messo in burletta una cosa sacra ed inviolabile: gli speroni del generale Pelloux: i sequestri di libri che circolano liberamente nel rivoluzionario impero Germanico, come quello di Kantschy sul Capitale di Marx[25]. I fatti hanno avuto il commento più allegro che si possa immaginare: B. Cirmeni ha fatto sapere al mondo che il Generale Pelloux è pieno di buone intenzioni verso la stampa. E chi ne poteva dubitare? Si sottintende che la benevolenza del Presidente del consiglio si esplica a benefizio di quei giornali che interpretano i suoi pensieri![26].

11. Scioglimenti. Furono sempre incerti i limiti del diritto di associazione; perciò si ebbe un’alterna vicenda di scioglimenti e di ricostituzione di Società dichiarate sovversive. La manìa di colpire quelle esclusivamente economiche era cominciata in Sicilia nel 1894; ma i casi sporadici di allora divennero epidemia spaventevole nel 1898. A migliaia furono sciolte, non solo i circoli socialisti e repubblicani, ma le casse rurali, le cooperative di consumo e di lavoro, generando situazioni giuridicamente strane, a vantaggio di debitori che non sanno più a chi pagare le cambiali; invertendo o sperperando capitali che rappresentano i risparmi sudati dei lavoratori. Dicono che arrivano a circa quattromila questi scioglimenti: rimangono tipici i casi delle Lega dei Ferrovieri, delle Cooperative ferroviarie, dell’Umanitaria, delle Casse rurali. Il criterio dello scioglimento viene esteso ai consigli comunali: sciolto quello di Bruno (Alessandria) perchè sospettato socialista, e destituito il sindaco di Sorso, il sig. Catta, perchè socialista. A quando il ristabilimento del Tribunale della Santissima Inquisizione? Del resto siamo sulla buona: Il Tribunale di Genova, nel processo Festa — il macellaretto — ha assodato che le lettres de chachet e la tortura sono in uso in Italia...

12. Militarizzazione ferroviaria. È il caso dei casi; rappresenta la novità assoluta nell’arbitrio; mercè la quale si prendono tre piccioni con una fava: si privano del diritto di voto migliaia di cittadini, che non avevano saputo esercitarlo votando pei socialisti; si assicura l’ordine colla minaccia permanente del Tribunale di Guerra, anche in tempo di pace — anche quando è cessato l’artificioso stato di guerra creato collo stato di assedio; si consegnano mani e piedi legati gli operai, che perdono qualunque mezzo per migliorare la propria condizione ed a fare rispettare i propri diritti e si mette a disposizione di una società di speculatori un corpo organizzato militarmente dallo Stato. Vilfredo Pareto chiama questa geniale trovata del Generale Afan de Rivera — che vi guadagnò il suo posto di ministro — semplicemente il ristabilimento della schiavitù.[27] Il provvedimento è tanto più iniquo in quanto che un’inchiesta ufficiale, quella presieduta dal Senatore Gagliardo, ha constatato che il Governo e la Magistratura non hanno saputo, voluto o potuto garantire ai ferrovieri quel minimo di diritto, ch’era stato loro assicurato dalle convenzioni ferroviarie del 1885.

13. Concorrenza economica. Lo Stato contro i lavoratori. Messo sulla china di servire ai capitalisti privando i ferrovieri dei mezzi di lottare legalmente colle società, che le sfruttano contro legge — le tante vittorie ottenute dai primi nei Tribunali e nelle Corti di appello, ed annullate spesso dalla Cassazione, ne fanno fede — lo Stato si è sentito trascinato a favorire qualunque piccolo o grande proprietario. C’erano già stati dei saggi di concorrenza nel lavoro, fatto per ordine del governo contro i lavoratori in isciopero; ora si rinunziò ad ogni avanzo di pudore e si disse agli operai, della campagna in ispecie, che lo Stato non solo era pronto a sostituire quelli in isciopero coi suoi soldati; ma che metteva la forza a disposizione dei proprietari costringendo i lavoratori a contentarsi dei salari che i primi generosamente avrebbero voluto loro concedere. Il contegno delle autorità negli scioperi era stato sempre indecentemente ostile agli operai; ma a Molinella si mise da parte ogni rimasuglio di decenza. Ora si minaccia il peggio stando a questo brano di corrispondenza da Ferrara ad un giornale ufficioso: «Lunedì prossimo comincerà la mietitura del frumento, e perchè questa segua il suo corso regolare, il generale Mirri ha opportunamente dislocate le truppe. La cavalleria visiterà con apparizioni improvvise e con marcie notturne tutte le località........»[28]. Ogni commento è assolutamente superfluo. Noto soltanto che c’è un progresso dal 1894 al 1898: allora i latifondisti di Sicilia si limitarono a rompere i così detti patti di Corleone sui contratti agrari; ora la cavalleria presiede alla mietitura...

14. La volontà degli elettori. Non è stata militarizzata perchè è incoercibile; ma si è sulla buona via per neutralizzarla. I metodi elettorali adoperati nel Collegio di Cossato e di Torino — dove il Sottoprefetto presiede le riunioni in favore del candidato del governo — lasciano intendere che da ora in poi le conferenze elettorali devono farle i delegati di pubblica sicurezza, visto che non si lasciano parlare i deputati che non vanno d’accordo col governo. Nè i deputati possono tenersi in comunicazione cogli elettori, come vorrebbe il buon regime parlamentare: si è impedito a De Cristoforis ed a Prampolini di parlare ai loro elettori a Milano ed a Reggio-Emilia. Il disprezzo verso gli elettori, poi, venne ufficialmente proclamato nella lettera che il Generale Pelloux rivolse al Generale Tarditi, quando il collegio di Fossano, non ostante le seduzioni e le violenze di ogni genere, non volle scieglierlo a suo rappresentante. Sanno ormai gli elettori che il capo del governo li considera come spregievoli quando non portano i loro voti sui candidati ufficiali. Si stava meglio sotto il secondo Impero.

15. La scuola. I nostri governanti e le nostre classi dirigenti non sono degli sciocchi, che per puntellare il loro dominio confidano soltanto sulla forza brutale, sempre infida, e che a data ora si esaurisce o si ritorce contro coloro che l’adoperano; essi tengono conto anche della forza morale, perciò la loro attenzione si è rivolta alla scuola da un duplice punto di vista. Da un lato vogliono limitare la diffusione dell’istruzione: in questo senso la manifestazione più caratteristica è venuta dal modesto comune di S. Marco in Lamis (Foggia) il cui consiglio comunale ha fatto voti al Governo del Re perchè venga abolita la legge sull’istruzione obbligatoria; però questa esplosione di sincerità risponde al pensiero intimo dei conservatori del resto d’Italia ed è una eco altrettanto sincera di quella voce che si levò nella Sala Ragona di Palermo nel 94.

Da un altro lato si bada con ogni cura alla qualità dell’istruzione che s’impartisce; perciò in alto e in basso si sorveglia, si punisce, si epura il personale insegnante. Si protestò, anche dai conservatori settentrionali, quando nel 1894 corse voce che il Regio Commissario militare per la Sicilia, Generale Morra di Lavriano, aveva fatto ammonire privatamente qualche professore dell’Università di Palermo; ma questi stessi conservatori non protestano più quando s’infligge la censura ad un Professore Pantaleoni, quando si puniscono o si riprovano apertamente Ettore Ciccotti, Fabio Luzzati, Ruggero Panebianco, Giorgio Levi, addetti all’insegnamento in varie Università del Regno; rimossi dall’insegnamento o ammoniti vengono alcuni insegnanti delle Scuole Secondarie. A Milano e Torino, a Rovigo, a Mantova e in altri punti ancora gl’insegnanti delle scuole comunali e delle scuole secondarie vengono ammoniti, sospesi, e licenziati solo perchè professano principii socialisti «benchè, come diceva la relazione del sindaco della capitale morale, non si possedessero prove, che essi abbiano profittato della cattedra per insegnare massime e principii contrari all’attuale costituzione politica e sociale».[29]

Questi insegnanti puniti sono tra i più diligenti, più onesti e più colti; e quelli della provincia di Mantova e di Rovigo furono quasi tutti discepoli di Ardigò. Una volta messi sulla via lubrica della persecuzione del pensiero, non si sa più dove si può arrivare; e mentre organizzasi la più degradante sorveglianza sugli studenti — come risulta da documenti relativi alla provincia di Trapani — lo scandaloso esempio dato dal governo e dai partiti politici che lo sorreggono è stato seguito dai clericali, i quali a Brescia hanno licenziato dalla Scuola commerciale il Prof. Tirale solo perchè è monarchico liberale. Non è il caso di ripetere: qui gladio feriit, gladio periit?

Contro questo tentativo ignominioso di snidare la libertà di pensiero dall’ultimo baluardo che le rimane in Italia, la scuola, si ebbe la protesta alta e generosa di Cesare Lombroso, rimasta sterile ed isolata. La reazione aspetta tranquilla il ritorno del ministro-carabiniere alla Minerva per compiere la militarizzazione della scuola; e allora essa crederà di avere infiltrato sino nel midollo delle ossa degli italiani, servili per tanti secoli di soggezione, i principii che la informano.

E conchiudo queste osservazioni sull’opera compiuta sinora della reazione con due constatazioni; una di origine italiana e l’altra straniera. Il monarchico Mattino di Napoli dall’esame degli avvenimenti ultimi è indotto ad allarmarsi perchè «tutte le ire e tutti i rancori suscitati dalla politica bestiale del governo si accumulano sull’esercito»; e si domanda: «quale concetto deve, per necessità, scaturire da tutte queste stravaganze — gli atti del governo — e radicarsi nello spirito della plebe? Che i 240 milioni del bilancio della guerra non servono già alla difesa del paese dai nemici esterni, ma alla difesa delle istituzioni vigenti. Ora, quale insensatezza e quale delitto maggiore potreste voi immaginare di questo far apparire le istituzioni, emanate meno di mezzo secolo fa dai plebisciti, come puntellate solamente dalla forza delle bajonette?» (N. del 2 Agosto 1898).

Uno straniero alla sua volta esaminati i fatti recenti conchiude: Lo Statuto costituisce un insieme di franchigie che la dinastia ha concesso in blocco alla nazione e che il potere esecutivo ha ripreso in dettaglio.

E non ci può essere alcuno che vorrà ritenere eccessivo il giudizio dello straniero quando, in ispreto delle leggi e dello Statuto: si esigono le imposte non votate dal Parlamento; si abolisce la libertà del domicilio, di stampa, di riunione e di associazione; si ristabilisce la tortura e si rimettono in uso le lettres de cachet; si uccidono impunemente i detenuti; si sottraggono i cittadini ai giudici legittimi; si falsano sistematicamente le elezioni; si riduce ad una farsa il regime parlamentare.

Nella credenza che si allarga sulla nuova funzione dell’esercito e nel trionfo della reazione che ha annientato lo Statuto, vi sono germi di pericoli gravi ed ammonimenti per tutti: anche pei reazionari.