GLI ULTIMI ANNI DI G. LEOPARDI
Se con parole, con opere o con omissioni un disgraziato fece tanto da vedere la propria fama oltrepassare l’ombra del campanile natio, non gli sarà più possibile nascondere qualche cosa alla curiosità dei concittadini. I Vaperau ed i De Gubernatis gli pubblicheranno la fede di nascita, il certificato di vaccinazione ed i connotati; e gli oziosi nei caffè discuteranno ad alta voce intorno al naso de’ suoi figli ed alle anche di sua moglie. Se poi la sventura lo percosse tanto crudelmente da farlo celebre ed ammirato anche fuori d’Italia, per lui non c’è più requie, nemmeno nella fossa. Si stamperà il numero de’ suoi capelli grigi, il numero dei bottoni della sua camicia e si cercherà avidamente di sapere se preferiva il lesso all’arrosto, o le calze di lana a quelle di cotone. Ogni minimo atto della sua vita sarà commentato, ogni suo biglietto e magari le cambiali ingrosseranno l’epistolario, e il cameriere, la cuoca, la lavandaia del grand’uomo saranno chiamati a testimoniare davanti al tribunale della posterità. La professione di grand’uomo non è tutta di rose.
Tuttavia, siccome c’è anche qualche grande uomo di spirito, s’è finito col trovare un rimedio alla curiosità del pubblico ed alla indiscrezione dei biografi, ed il rimedio sta nello scrivere la propria autobiografia. Non sarà infatti sfuggito all’attenzione degli acuti lettori, che gli scrittori di autobiografie sono in meno perseguitati dai biografi e questa ricetta, unita ad un po’ d’attenzione nello scrivere agli amici in previsione dell’epistolario, la regaliamo volentieri ai grandi uomini viventi che dormono male la notte, pensando ai biografi futuri.
Ma se c’è stato al mondo un povero grand’uomo crudelmente anatomizzato dalla feroce curiosità del pubblico e degli scrittori, certo è stato Giacomo Leopardi. E gli hanno applicato fino il microscopio spiando ogni battito del suo cuore, ogni moto del suo ingegno. Sappiamo il nome e la vita delle donne che gli piacquero, delle umili tessitrici che entrarono nella storia letteraria e nell’immortalità per aver dimorato in faccia al palazzo dei Leopardi. Sappiamo tutti i segreti della sua famiglia, tutti i pettegolezzi dei suoi concittadini, tutte le chiacchiere delle serve di casa. Gli hanno pubblicato i lavoretti di scolaro e le carte gettate nel cestino; gli han fatto il conto dei crediti e dei debiti, la diagnosi de’ suoi mali, la fotografia della sua deformità, ed ogni ora della sua dolorosa vita fu il tema di una dissertazione. Davvero che i più ambiziosi tra i letterati esiterebbero se qualcuno promettesse loro la gloria del Leopardi accompagnata dalle persecuzioni biografiche che crescono tutti i giorni invece di calare!
Badiamo bene che non si nega con questo l’utilità storica e critica delle rivelazioni intime e delle pubblicazioni curiose. Un’opera d’arte non esce dal cervello per generazione spontanea, non viene al mondo per una creazione ex nikilo, ma è il risultato complesso di una educazione, di un ambiente storico, di una miriade di sentimenti e di sensazioni che agirono sul cervello in quel dato modo e la critica non può fare a meno di analizzare minutamente le cause di quei sentimenti e di quelle opere. Il poeta per lo più è un malato d’anima e di corpo, e, come la conchiglia, da una dolorosa puntura mette al mondo una perla. Ora è necessario che le vittime di quella strana malattia che si chiama il genio siano intimamente scrutate dal critico, come è necessario che le vittime di certe strane malattie fisiche siano minutamente disseccate sulla tavola anatomica. E se un caso strano di genio ci fu mai, se un misterioso enigma comparve mai nel mondo dell’arte, quello fu Giacomo Leopardi. Così se si deve compiangerlo come martire delle nostre insaziabili curiosità, bisogna tuttavia riconoscere che queste curiosità nascono da un sentimento di ammirazione e sono di grande utilità alla critica.
Antonio Ranieri, l’amico intimo e sviscerato del Leopardi negli ultimi anni, non pareva però convinto di questa necessità delle rivelazioni private. Egli, depositario di tanti segreti, tacque modestamente e stimò ciarlataneria grossolana tentare l’immortalità facendosi il dimostratore patentato delle debolezze e delle virtù di un uomo immortale, tacque ed assistette sdegnoso a questa fiumana di libri, di opuscoli, di articoli, che contenevano ciascuno un brano del gran segreto. Si diceva che il Leopardi morendo lasciò qualche cosa d’inedito e si incolpò il Ranieri di defraudarne la patria. Le più strane accuse furono susurrate contro una amicizia santa, e la pubblicazione dell’epistolario del Leopardi stesso dava credito alle mormorazioni, poichè il povero malato, scontento di tutto e di tutti, si lasciava andare a disconoscere persino tanta devota amicizia e chiamava odioso il soggiorno di Napoli. E il Ranieri tacque sempre, sicuro di sè e della sua coscienza, e finì anzi col non leggere nemmeno i libri dove si faceva l’autopsia del suo amico e della comune amicizia.
Ma la fiumana dei pettegolezzi ingrossò tanto, che al Ranieri toccò finalmente di parlare. La morte della sua adorata sorella Paolina, quella stessa che sostenne volentieri il santo martirio di esser infermiera del Leopardi, pare che non sia stata la cagione ultima del suo parlare. Infatti fin che vivono anche due testimoni di un grande avvenimento, possono costoro favellarne tra loro e sprezzare i profani; ma se ne sopravvive uno solo, che anzi vegga travisati i grandi fatti ai quali ebbe parte, è necessario, è fatale che egli parli alle turbe, e rettifichi, e racconti.
Così il Ranieri diede fuori il suo libro: Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, libro più che mai necessario alla completa biografia dell’infelice poeta.
Anche il Ranieri fu sforzato alla relazione minuta delle debolezze e delle aberrazioni di un malato, relazione tanto più utile in quanto riguarda il momento più inesplorato della vita del Leopardi, gli anni in cui l’ingegno suo era giunto a quella fredda esaltazione, a quella disperazione scettica da cui scaturirono i Pensieri e la Ginestra. Questo libro diventa così indispensabile a chi vuol parlare del Leopardi.
In quelle minuzie, in quegli aneddoti umili c’è tuttavia quel che oggi si chiama interesse, e quando si giunge all’ultima pagina si trova che il libro è troppo breve. Qualche tensione lirica, qualche esagerazione di sentimentalismo romantico passano inosservate sotto al sentimento profondo dell’amicizia che si sacrifica, accanto alla forte e modesta carità di Paolina Ranieri che sembra aver ispirato tutto il libro. Infine il lettore giunge a dolersi che il Ranieri non sia stato il compagno di tutta la vita del Leopardi e che non ce l’abbia potuta narrar tutta, giorno per giorno, della nascita alla morte.
Il mistero delicatamente accennato nel settimo paragrafo, e che non è ormai più mistero per coloro che hanno sentito parlare del Leopardi da persone che lo conobbero, spiega molte cose oscure, molte debolezze, molti dolori del grand’uomo. Ma se il Ranieri qui ha parlato, ha poi taciuto affatto alla domanda, che, si può dire, l’Italia intera gli rivolge. Esistono presso di lui cose inedite del poeta? Il conte Carlo Leopardi sembrava credere che egli conservasse parte dei Pensieri ed altre cose. È vero?
E se è vero, che cosa più rattiene il Ranieri dal farli di pubblica ragione? Quando oramai nelle pubblicazioni fatte dal Cugnoni a Lipsia vediamo raccolte le minime e più giovanili cose che pure non hanno nociuto alla fama del Leopardi, certo non potrebbero nocer queste, concepite e scritte in età più matura. Ma, è vero?
Questa domanda rimane per ora senza risposta.
POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI[2]
Dispiace il dirlo, specialmente perchè c’entra una signora, ma bisogna pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi è indecente.
Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo, tutte le chiacchere, tutta la malignità, tutta la imbecillità di coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete arrampicati sulle spalle di un grand’uomo che li porti ai posteri; non bastavano le indiscrezioni che si danno l’aria di rivelazioni importanti allo studio dell’ingegno del Leopardi, per cui abbiamo saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l’improntitudine degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l’accanimento col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel segreto della ricetta.
Ho detto, a proposito della cantica sull’Appressamento della Morte, edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura supera la pietà volgare e quasi quasi atterrisce; certo gli uomini celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrità, pensando che anche su loro può infierire una simile sventura. Si è giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una lettera dove non ricorressero quaà e là alcune parole oscene. I suoi costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva così perchè dopo morto non gli stampassero l’epistolario.
E, per quel che riguarda l’infelice Leopardi, la cosa comincia a diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie italiane delle piccole città. Non importa cercare da che motivi venne questa divisione: intanto tutti i giorni si fa più profonda e più aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane. Certo gli eredi legittimi e diretti del Leopardi debbono vedere con rammarico la pingue eredità dell’avarissimo Carlo distratta alla famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l’apoteosi del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta anche di una famiglia alla quale essa è, si può dire, estranea. Da ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle due parti ne usa.
Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.
Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili e non coll’Aulard. Carlo, la più antipatica e falsa figura di casa Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessun dei meriti del fratello maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza dignità come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi è sempre sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama è oramai monda dalle brutte macchie d’un tempo. La condotta poi di chi tenne da lui ed abusò del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ciò non toglie che in fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa del povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa pietà vedere i combattenti scaraventarselo l’un l’altro addosso come un cencio sudicio e rimandarselo come una palla a suon d’ingiurie, di improperi e d’insulti. A Recanati si rapprentano gli Hèritiers Rabourdin, e come di solito il pubblico fischia.
Pur troppo è vero che lo studio dell’Aulard intorno a Giacomo Leopardi trovò in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia dove le cose nostre sono così profondamente ignorate, ci veniva il riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non legge, o legge superficialmente, bastò il frontispizio per tenersi contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori, spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti partigiani che l’avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di Carlo Leopardi stampò in francese un maligno libro—Leopardi et sa famille—dove, ripetendo notizie vecchie si cerca di tirarle a danno dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii domestici e di ire clericali, passò in Italia in meritato silenzio: ma in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sarà tenuto per vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie de’ suoi!
La prefazione del Piergili è quasi tutta una risposta alle ingiurie dell’opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva rispondere: egli tuttavia passa un po’ la misura e dimentica che non c’è quanto la calma dignitosa per rendere la risposta all’ingiuria, e condonando molto alla delicatezza offesa, è lecito tuttavia sperare che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si abbassino: egli stia più in alto; stia all’altezza della dignità serena che gli dettò l’articolo su Monaldo Leopardi, apparso non è molto nella Nuova Antologia. Quella è roba che resta, non fosse altro, per la sua utilità; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.
E così, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre nell’ambito della polemica, ma qui non si tratta più di ripulsa d’ingiurie o di smentita di calunnie già dirette o allo scrittore della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi. Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del carattere di Giacomo.
Il poeta morì in braccio ad Antonio Ranieri, il quale rimase in possesso de’ suoi scritti. Una parte di questi furono dal Ranieri ordinati in quella edizione fiorentina che è rimasta l’edizione ne varietur delle migliori cose del recanatese. Ma fino d’allora, prima si sussurrò, poi si disse alto che tutto non era lì, che il Ranieri aveva presso di sè molte cose, anche della maturità del Leopardi, rimaste ostinatamente inedite, sottratte da lui all’ansioso desiderio dell’Italia intera. Vero o no, il Ranieri tacque. Il testimonio degli ultimi anni del poeta, quando l’avida curiosità scrutava ogni frammento, interrogava ogni tradizione, stampava ogni bazzecola giovanile e fanciullesca del grande sventurato, non moveva labbro e stava immobile nel suo Sinai misterioso, come un Dio che sdegni di mostrarsi agli uomini.
Ad un tratto si seppe che il Ranieri avrebbe stampato un libro sugli ultimi anni del Leopardi, dove avrebbe corretto molti errori, dissipati moltissimi equivoci. Si aspettò febbrilmente. Non pareva vero che alfine si potesse sapere qualche cosa di certo sopra gli ultimi giorni del poeta rimasti sempre un po’ in nube, sopra gli ultimi suoi lavori che si credevano sottratti alla legittima e santa curiosità nostra. Il libro uscì, ma fu una delusione.
Il Ranieri faceva la propria apologia come se fosse stato assalito, e la faceva in modo che pareva recare a colpa del defunto amico gli assalti immaginari dei quali si doleva. Il carattere del Leopardi vi era dipinto con colori men che favorevoli, e si dichiarava alto e fieramente che il poeta nelle sue ultime lettere era stato ingrato verso chi lo aveva mantenuto in tutto e per tutto con amichevole disinteresse e non lieve sacrificio. Risultava da quel libro che la moralità del poeta non era completa, che era sudicio, goloso, cattivo, ingrato e, più di tutto, che si era lasciato assolutamente e completamente mantenere senza dir nemmeno grazie.
Il buon pubblico non seppe che dire. Gli si guastava la bella immagine del sublime tribolato che filosofò così melanconicamente sul dolore e incarnò in sè la tendenza pessimista del secolo. Gli si sciupava il poeta migliore di cui potesse forse gloriarsi l’Italia in questo secolo. Gli si buttava alle fogne un ideale quasi santo, una memoria venerata. Traspariva, è vero, dalla tronfiezza apocalittica, dalla evidente artificiosità romantica del libro, un non so che di esagerazione retorica facile a mettere in sospetto se non la veridicità, almeno l’esattezza dello scrittore. Ma come negar fede al Ranieri, all’ultimo amico di Giacomo, al confidente della sua ora estrema? Si chinò il capo sotto ad una disillusione di più.
Ma ecco il libro del Piergili, dove con documenti autentici si convince di errore il Ranieri in una delle sue più gravi affermazioni. Il Leopardi non fu mantenuto, almeno in tutto, dall’amico. Riceveva regolarmente dalla famiglia un assegno, tenue sì, ma non minimo in quei tempi a Napoli dove si viveva con poco. Nell’ultima sua malattia ricevette quaranta scudi, più che dugento lire, il cui valore era, allora e là, il triplo di quel d’ora. E di più le cambiali sono tutte scritte di mano del Ranieri; la sola firma è di Giacomo.
Questo errore in cosa tanto grave toglie fede a tutto il libro, che pareva scritto apposta per farlo credere al pubblico. Se il Ranieri errò in quell’affermazione che si può dire la principale del suo volume, ed invece egli stesso aveva avuto parte così grande negli atti che nega, si dovrà credere al resto?
L’utilità maggiore ed incontestabile del libro del Piergili sta appunto in questo. Un errore così grave, così pregiudizievole alla fama di Giacomo e venuto da persona tanto autorevole, stava per acquistare certezza di verità nella biografia del poeta, e il Piergili ha fatto opera buona e bella provvedendo. Non importano le varianti ortografiche tra due edizioni delle cose del Leopardi, inserite per crescere la mole del volume: importa assaissimo l’acquisto di un vero oramai non più discutibile, e per questo ben venga il libro.
Ma il Ranieri? Egli senza dubbio s’inasprirà ancora, o se conserva qualche cosa del Leopardi si ostinerà tanto più a negarcela. Speriamo almeno che l’amore che egli portò al povero afflitto lo difenda dalla tentazione di un sacrilegio come sarebbe quello di distrugger tutto. Il suo nome, che passerà glorioso alle più lontane generazioni come quello dell’amico fedele e consolatore del poeta, vi passerebbe infamato della fama di Erostrato e di Omar califfo; ed egli deve voler essere ricordato sempre come un onest’uomo, non come un pazzo irritato e maligno.
Se il libro del Piergili giovasse a scuotere il Ranieri dal suo misterioso silenzio, se giovasse a chiarire il dubbio che egli conservi molte e delle migliori cose del poeta, se giovasse a far paga la nostra santa e nobile curiosità che ci rende famelici di tutto quel che viene dal Leopardi, anche dei minimi scarabocchi infantili, benedetto il giorno in cui venne alla luce. Ma per ora, pur troppo, non pare.