II.

L’epistolario non potrebbe essere più curioso o come si dice, interessante.

Il Mérimée aveva conosciuto intimamente la contessa di Montijo e, si può dire, tenuto sulle ginocchia quella Eugenia di Teba che fu poi l’imperatrice dei francesi. Era rimasta quindi una profonda affezione tra il senatore e la sua sovrana; affezione reverente da parte del senatore, e graziosamente protettrice da parte della sovrana. E il Mérimée era invitato alle feste più pompose come alle più intime, accarezzato, onorato quanto mai si possa essere in Corte.

Se i suoi istinti borghesi lo facevano l’uomo più conservatore e pauroso dell’impero, l’educazione artistica gli dava una certa scioltezza, e tra un accesso di paura e l’altro lo vediamo spettatore freddo e relatore arguto delle piccole tempeste della famiglia imperiale.

L’imperatrice a Biarritz si mette in capo di girare attorno alla Spagna col suo yacht l’Aigle, e il Mérimée è subito preso dalla tremarella pensando che il viaggio può far nascere disordini a Cadice od a Siviglia. La paura gli dà coraggio, ed eccolo tentare di dissuadere la sovrana con tutti gli argomenti più cornuti che sia possibile, discutere e perorare, lo dice egli stesso, con vivacità maggiore che il rispetto non comporti. Passato l’accesso, torna scettico e finissimo osservatore, seccato della Corte e dei cocodés che la compongono, smanioso di libertà e di argutissime barzellette che qualche volta giungono fino al trono. Strana contraddizione tra l’istinto e l’educazione!

E l’importanza di queste relazioni su quel che accadeva dietro le scene del teatro imperiale, cresce se si pone mente ai piccoli pettegolezzi che nascondono spesso un segreto poco bello. Napoleone III, lo dice lo stesso Mérimée, amava troppo le donne e troppo si lasciava guidare da loro. Lasciando quel che a tutti è noto della influenza dell’imperatrice sulle più importanti quistioni del tempo e sulle decisioni più gravi del governo francese, troviamo per esempio in questo epistolario il segreto della fortuna politica del Walewski, fortuna così superiore ai suoi meriti. E il segreto sta nella compiacenza della signora Walewski pel capo dello Stato.

Il velo delle iniziali e dei puntini col quale gli editori vollero coprire le narrazioni del Mérimée, è troppo trasparente; il senatore, l’intimo amico della imperatrice, lascia trapelare il suo odio e il suo disprezzo per simili azioni, e narra con compiacenza un aneddoto sboccato, una insolenza triviale detta da un maresciallo alla compiacente ministressa.

Davvero pare che in Corte si stesse un po’ troppo allegri, poichè quel Mérimée che narra di aver preso parte, nel dì della festa dell’imperatrice, ad una sciarada un po’ troppo scollacciata, si lagna poi che i padroni di casa lascino fare un po’ più di quel che richieda il decoro perchè i giovani si divertano. Ho letto, non so dove, che una signorina d’illustre famiglia, dovendo recitare sul teatrino di Corte, diceva: «La commedia è noiosa, ma noi mostreremo le gambe e si divertiranno». E questa frase dipinge a pennello la Corte del secondo impero, dove l’arbiter elegantiarum era quel duca di Morny eccellentissimo in tutti i vizi e tutte le birberie.

Questo epistolario rincara la dose e chiuderà la bocca ai postumi campioni del vizio elegante e del regno delle sottane troppo corte.

Certo la polemica clandestina di quei tempi esagerò le cose e volle far parere un Tiberio o un Nerone colui che non aveva nè le grandi qualità nè i grandi vizi di quei successori di Cesare.

Il muto imperatore nascondeva spesso, sotto un’apparente concentrazione di pensiero, sotto uno studio di serietà silenziosa, una vacuità di mente che negli ultimi tempi non era più un mistero per nessuno. Lungi dalle robuste galanterie di Vittorio Emanuele che poco più chiedeva all’altro sesso delle soddisfazioni fisiche, l’imperatore nervoso, debole, floscio, cadeva facilmente sotto l’impero delle donne. Gli amori di Vittorio Emanuele avranno fatto, tutt’al più, nominare qualche impiegatuccio o qualche usciere; ma gli amori di Napoleone III facevano nominare i ministri. Quando Luigi XIV cadde sotto il dominio delle donne, il gran regno volse a precipitosa rovina.

Non già che io creda che la donna in genere abbia una triste influenza sulla politica. Credo invece che le donne viziose, che arrivano a dominare appunto in causa dei vizi, siano la rovina delle rovine per gli Stati. Confesso di non essere stitico in simili cose, ma credo fermamente che le bagasce, o siano plebee come la Dubarry, o divote come la Maintenon, o nobili come la Montespan, avrebbero a esser bollate colla loro brava patente. Rivediamo pure le leggi sulla prostituzione, ma anche contro queste eccellentissime signore.

Un punto curioso dell’epistolario è là dove il Mérimée (nel secondo volume) descrive le cordiali accoglienze fatte in corte al Bismarck, le simpatie che ei seppe destare, tanto che tutti e lo stesso Mérimée lo ammiravano e lo amavano. A poco a poco, nelle seguenti lettere, l’entusiasmo si raffredda e finisce coll’odio cieco del 1870. Allora tutte le illusioni del secondo impero spariscono dolorosamente. La dinastia, il governo, l’esercito, tutto quel che brillava il dì prima di tanta luce, si spegne ad un tratto, lasciando un odore non grato come un fuoco artificiale. E artificiale era tutto, fino l’entusiasmo! Proprio quello fu l’impero della bugia.

Venne l’espiazione, poi la redenzione. Quante cose vedemmo noi e quante ne vedranno i nostri figli!