LA LEGGENDA D’ATTILA IN ITALIA


Alle volte ci lamentiamo di vivere in un mondaccio cane, e basta che il camino fumi, l’arrosto sia bruciato o l’agente delle tasse ci mandi un brano della sua prosa, perchè montiamo su tutte le furie e diventiamo pessimisti peggio dello Schopenhauer, del Leopardi o dell’Hartmann. Ebbene siamo ingiusti, siamo incontentabili. Basta ritornare un po’ addietro col pensiero per riconoscere che viviamo in una relativa età dell’oro, in una età tanto piena di sicurezza e di comodità da aver paura di un cataclisma. Dovremmo buttare gli anelli in mare come il felicissimo Policrate.

Infatti, pensate un momento che bel gusto doveva essere il vivere al tempo di Sua Maestà «Attila, figlio di Bendeguz, nipote del grande Nemrod, nutrito in Engaddi, per grazia di Dio re degli Unni, de’ Medi, de’ Goti, de’ Daci paura del mondo, flagello di Dio.» L’intera Europa visse parecchi anni negli spasimi della paura; nelle angoscie dell’agonia. Si aspettava la morte tutti i giorni, la rovina di ogni cosa più caramente diletta, lo scempio della famiglia, la notte eterna ed i tormenti immaginati dalle feroci fantasie degli asceti, ed analizzati dai sillogizzatori di Bisanzio. Si tendeva l’orecchio al lontano rombo della tempesta e dopo il tuono si aspettava senza respirare il fulmine distruttore. All’orizzonte rosseggiavano gli incendi, il vento recava i lamenti delle vittime e gli urli dei carnefici, i fiumi portavano cadaveri, e i sacerdoti dicevano le sinistre parole dell’Apocalisse. Veniva il flagello di Dio.

Dai ghiacci del settentrione scendevano i flagellatori, orridi nell’aspetto, feroci nell’anima: unni, rugi, goti, geloni, borgognomi, bellonoti, basterni, turingi, turcilingi, marcomanni, svevi, quadi, eruli, tutto quanto più barbaro di più sfrenato, di più sanguinario errava dalla Scizia alla Borgogna, dalla China alla Scandinavia. Favelle orribili, urli selvaggi, facce ferine, irsute, tatuate, spaventose. E questa fiumana scellerata e sterminata si rovesciava tutta sull’Europa latina fatta mite di costumi nella sua decadenza, addormentata nella porpora e nei fiori, sfiorata appena dalle scorrerie di Alarico e di Radagasio. No, non si può veramente immaginare fin dove sia arrivato lo strazio delle povere città invase e la paura delle salvate. I barbari distruggevano e passavano, come la lava. Attila era veramente il flagello di Dio ed il martello del mondo, come egli stesso si diceva. Aquileia lo seppe.

Grazie a recenti lavori, le tradizioni sulla morte d’Attila sono divenute notissime, ma nessuno saprà mai quale immenso respiro di sollievo dèsse il povero mondo latino alla notizia di quella misteriosa morte. Permangono le vestigia del terrore come quelle della gioia per lo sfuggito pericolo, e stanno sparse nelle storie e nelle tradizioni municipali di parecchie città dell’alta Italia. Passato il pericolo, o dopo lungo tempo le città che temettero, confusero il pericolo temuto colla realtà e credettero davvero di essere state saccheggiate dalle onde barbariche. Così avvenne che quasi tutte le città dell’alta Italia segnarono nella loro storia un eccidio dovuto al flagello di Dio, mentre in fatto Attila non passò mai il Po.

Queste sparse tradizioni e leggende furono in un sol corpo ed ordinate in uno studio solo dal professor Alessandro d’Ancona, uno dei pochi professori che giunti al maresciallato dell’Università seguitino a lavorare e non dormono come certi altri, i quali non potendo sperare nuove promozioni, si chiudono nel bozzolo dello stipendio, insensibili ed assopiti come i bachi. Il D’Ancona e pochi altri lavorano sempre ed instancabilmente, non per ottenere una promozione impossibile od una croce troppo facile ma per amore profondo e disinteressato alla scienza. Si può non avere le opinioni di questi uomini, si può, come pur troppo fanno certuni, credere inutili le loro fatiche, ma non si può non rispettarli. Così ne avessimo molti di questi professori nelle povere nostre Università!

Anche negli Studi di critica e storia letteraria stampati a Bologna, il professore pisano segue il sistema che diremmo storico a confronto dell’altro che diremmo filosofico. Poichè ci sono due sistemi di critica letteraria oggi in Italia; al di qua del Garigliano, che rendendo conto di un autore studia prima la storia dei tempi, la biografia, l’ambiente morale e sociale, tutto insomma quel che giova a dare un giudizio conclusivo basato su fatti cercati, trovati, esaminati. Vedi ad esempio i lavori del D’Ancona, del Carducci, ecc. L’altro sistema, accettato specialmente di là dal Garigliano, dove le menti inclinano più facilmente alle speculazioni filosofiche, consiste nell’immedesimarsi coll’autore esaminato, cercare di entrargli nella coscienza e spiegare così logicamente le sue opere. Vedi il De Sanctis, lo Zumbini, ecc. Certo che questi sistemi non sono esclusivi ed ammettono ognuno necessariamente qualche invasione del sistema contrario. Ma la caratteristica della critica di questa mezza Italia è una prevalenza della ricerca storica, esterna; mentre il segno distintivo della critica dell’altra mezza Italia è una prevalenza della ricerca filosofica intima. Ottimi sistemi tutti e due quando sono usati da poveri di spirito che riescono a fare una indigesta compilazione o una esposizione di impressioni grottesche. Ma basta di questo.

Firenze è la città che serba nelle sue vecchie cronache le più imbrogliate tradizioni intorno ad Attila. Ricordano Malespini, vera o apocrifa che sia la cronaca attribuitagli, narra le più stravaganti imprese compiute dal flagello di Dio in Firenze, narra le fiabe che senza dubbio le nutrici raccontavano ai bimbi sotto la cappa del camino. Tra le altre il re unno dalla testa calva e dalle orecchie di cane non potendo vincere la città colla forza, la vince coll’astuzia invitando a desinare ad uno ad uno i giovani fiorentini e ammazzandoli poi e gettandoli nel fiume. Ne fa uccidere così duemila, e i fiorentini se ne accorgono vedendo rosse le acque d’Arno e se ne accorgono troppo tardi perchè, stremati così di forza, sono facilmente soggiogati dal tiranno. Il buon Malespini non si accorse della inverosimiglianza di questa fiaba? Per ammazzare duemila uomini uno al giorno ci vogliono tra cinque a sei anni, e i fiorentini eran ben distratti se per accorgersi della mancanza di tanta gente aspettavano di veder rossa l’acqua d’Arno!

Il Malespini tra tante fiabe narra alcuni fatti veri, che sono però da attribuirsi al re goto Totila anzichè all’unno Attila, proprio come il Villani attribuisce invece a Totila quel che spetta ad Attila. È proprio il caso inverso; e il Pucci, nel suo Zibaldone, non sapendo raccapezzarsi, fa di tutto un minestrone, un pasticcio mostruoso, dal quale si capisce solo come le tradizioni sulla invasione unnica, svisate, alterate, imbottite di fiabe puerili, persistessero tuttavia verdi e vivaci.

Anche Roma volle essere stata minacciata, e la prima gloria del papato nel medio evo, la fermata cioè della fiumana barbara per opera di Papa Leone, fu portata dal Mincio sul Tevere. Ravenna, competitrice di Roma in quei tempi, volle appropriarsi la gloria del pontefice romano, e ci narrò che il pontefice ravennate Giovanni compì l’atto che la storia rivendica a papa Leone. In questa leggenda ravennate, emula della romana, è accennato tutto un periodo storico rimastoci poco meno che sconosciuto. Quando la sede dell’impero fu trasportata a Ravenna, la chiesa della nuova capitale assunse una importanza nuova e grande, ed accennò a voler sopraffare l’emula. Gli arcivescovi ravennati si chiamarono pontefici ed i canonici cardinali. Tutta una storia di lotte fra le due chiese, tutta una guerra di raggiri, di tentativi, di scomuniche, di scismi deve essersi svolta tra Ravenna e Roma. Qualche frammento poco studiato ce ne rimane ancora, ma i particolari della contesa, le dottrine, le polemiche, quasi tutta insomma la storia vera di quel periodo furono soppressi o dal tempo o dagli uomini. Perdita dolorosa e forse irreparabile: ma varrebbe la pena che qualcuno riunisse le poche fronde sparse con amore e studio e ci dèsse in un fascio solo quel che ancora ci resta dell’importante episodio. Onesto desiderio che probabilmente non sarà mai soddisfatto.

Ma la leggenda più gloriosa e, se la parola è lecita, più romantica, è quella di Rimini. La leggenda riminese non è, secondo il Thierry, che la riproduzione esatta di quella di Troyes, dove gli invasori, colpiti da subita cecità, attraversano l’abitato senza miracolosamente vederci anima viva; ma a Rimini non si parla di miracolo e lo stesso Attila rimane ucciso. Gli unni assediano la città ed Attila travestito vi penetra. Si reca in piazza, sotto una loggia dove alcuni giuocano agli scacchi, e si ferma a vedere. Ad un tratto, ad un bel colpo, si dimentica d’essere incognito, vuoi dir la sua, e riconosciuto alla voce canina è preso ed appiccato alle finestre del palazzo Tingoli. Gli antichi commentatori di Dante conobbero e ripeterono la leggenda.

Ecco una leggenda, proprio leggenda. Qui non c’è nulla che accenni al proselitismo religioso come nelle tradizioni di Modena, di Roma e di Ravenna. Non c’è il fondamento storico delle tradizioni fiorentine che, confondendo Attila con Totila, fanno morire in maremma il re degli unni come in verità vi morì il re dei goti dopo la battaglia di Tagina. E’ proprio lo spirito municipale che inventa belle e gloriose imprese per la esaltazione propria, senza rispettare e senza ricordare la storia. Le città italiane al tempo delle invasioni barbariche, e specialmente degli ungheri, cominciarono a circondarsi di mura, ad ordinarsi alla resistenza, a combinarsi internamente in quegli organismi che determinarono poi la vita comunale. Questa leggenda è una reliquia dello spirito che, eccitando fortemente il chauvinisme municipale, tenne viva la fiamma sacra della indipendenza e della libertà cittadina; è un esempio rozzo e primitivo di quegli entusiasmi che c’ispira oggi la patria comune. Mentre ora nella glorificazione della patria si procede per amplificazione, allora non si sdegnava anche un altro istrumento retorico, l’invenzione; e si trovava naturale che il flagello di Dio morisse ignominiosamente appiccato alle finestre di un cittadino qualunque.

Questa leggenda riminese si collega con quelle del Veneto. Ivi Attila fu veramente, e colle stragi e gli incendi giustificò il soprannome di martello del mondo. Aquileia, Concordia, Altino furono distrutte, ma non senza che i vinti edificassero una tradizione gloriosa intorno alle loro sventure. Giano, Giglio o Egidio re di Padova è l’eroe principale in queste invenzioni, che furono poi rimaneggiate da mediocri letterati o condite di aromi cavallereschi per stuzzicare il palato del pubblico indotto. Il re padovano prodiga i più bei colpi di lancia e di spada come un eroe dell’Ariosto, ma gli tocca ritirarsi in faccia al nemico che brucia senza misericordia le città ed i castelli dei quali riesce ad impadronirsi. Padova è assediata e sotto alle sue mura accadono battaglie epiche, degne dei canti d’Omero e del sangue troiano che i discendenti di Antenore hanno nelle vene. Attila manda a sfidare il buon re Giano, ed assistiamo ad uno scontro in campo chiuso come tra i cavalieri della Tavola rotonda. I cavalli galoppano, le lance si spezzano, ed Attila, da buon nemico della fede e della cavalleria, cade di sella colle gambe per aria. Giano scende da cavallo e colla spada recide un orecchio all’avversario; ma quando sta per recidergli anche la testa, gli Unni rompono fede alle consuetudini cavalleresche e cinquecento dei loro invadono il campo, salvano il re e fanno prigione il paladino vincitore. Attila però, da buon cavaliere, il giorno dopo libera Giano e fa appiccare i suoi cinquecento salvatori.

E qui la leggenda, che già aveva lasciato il tipo di tradizione municipale per assumere quella del romanzo o del poema cavalleresco, lascia anche le alte regioni d’Italia che Attila, in fatto devastò, per scendere nell’Italia centrale che fu immune dalla unica rabbia. Qui la leggenda veneta si collega colla riminese, poichè il buon re Giano, non potendo più resistere in Padova, fugge di notte tempo e si riduce a Rimini. E qui anche vediamo l’orgoglio delle famiglie feudali prevalersi della leggenda per crescere l’antichità della propria genealogia, e gli Estensi, sino nelle scorcio del secondo XVI, indurre i Barberi a rimescolare e rattoppare la leggenda a maggior gloria della dinastia ferrarese. A Rimini accorrono i cavalieri da ogni parte d’Italia per la difesa del buon re Giano, ed ogni famiglia illustre, ogni libera città vuole averci avuto i suoi rappresentanti. Attila, persuaso di non poter espugnare una città difesa tanto bene, lascia in disparte il codice cavalleresco, e travestito da pellegrino francese, con un coltello avvelenato, entra in città per ammazzare Giano. Il buon re, armato da capo a piedi, stava giocando agli scacchi, ed il flagello di Dio, aspettando il momento propizio, stette a vedere i giocatori. Anche qui l’entusiasmo per un bel colpo tradì l’incognito, e l’orecchio perduto a Padova finì per constatare l’identità. L’Unno s’inginocchia umile a domandar salva la vita, prega, piange, promette persino di farsi cattolico, ma la vendetta dei vinti è inesorabile: la tradizione lo fa morire da vile, e l’anima del terribile flagellatore non abbandona il corpo indignata come quella di Turno o bestemmiando come quella di Rodomonte, bensì piangendo come quella di una imbelle femminetta.

Lasciamo oramai questi racconti. Chi ne è vago può trovarli negli Studi del D’Ancona, confortati da una meravigliosa erudizione e da un acuto esame delle fonti. Notiamo solo che intorno ad Attila c’è stata in Italia una moltitudine di leggende popolarissime che ora non sono conosciute più che dagli eruditi. E lo notiamo per riflettere come nella letteratura nostra si trovi che l’epica nazionale, a differenza di quel che accade in tutte le altre letterature, non ha potuto prender piede mai. Omero, Virgilio, i Nibelunghi, le epopee romanzesche francesi, l’Edda, insomma quasi tutte le epopee straniere od antiche sono calde di entusiasmo nazionale, sono cosa del paese e narrano fatti o immaginari o veri, ma nel paese accaduti. In Italia l’Ariosto ed il Tasso cantarono di cose non italiche, ed il povero Trissino che tentò un poema di argomento patrio riuscì come tutti sanno. Le imprese italiane non ebbero altri canti che gli eroicomici, la nostra storia non ispirò ai poeti che la Secchia rapita, il Torracchione, il Catorcio ed altri poemi che sono belli senza dubbio, ma che sono ben lontani dall’ispirarci i sublimi entusiasmi della Iliade o del poema del Cid.

Quali sono le ragioni di questa mancanza di ispirazione italiana nella nostra epopea? Perchè almeno questo periodo delle invasioni barbariche, che non doveva impaurire i regnatori come quelli dei comuni e di Legnano, non tentò qualcuno alla vera epopea italica?

Ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio a rispondere. Le ragioni sono molte, ma qui mi limito a notare che senza dubbio in noi italiani c’è stato e c’è troppo scetticismo che ci trascina all’ironia comica del Tassoni, troppa indifferenza che ci conduce ai capitoli berneschi, perchè un poema possa far fortuna se condotto sul serio e senza intenzioni polemiche.

L’epopea è morta, la tragedia è morta. Quanti sepolcri!