LA PROPRIETÀ LETTERARIA
Eran già i versi ai poeti rubati,
Com’or si ruban le cose tra noi...
A me quei d’altri son per forza dati,
E dicon tu gli arai, vuoi o non vuoi.
Così diceva il Berni alcuni secoli addietro, quando la proprietà letteraria era ancora nella mente del Signore Iddio, o tutt’al più era rappresentata dai privilegi che i sovrani concedevano agli editori per un numero di anni limitato; e così ci tocca sentire anche oggi da Edmondo De Amicis, non solo derubato del suo, ma caricato per forza di quel d’altri. Dopo tanto gridare intorno alla proprietà letteraria, dopo tante chiacchiere di progresso, di civiltà, di leggi e di diritti; siamo al punto in cui si trovava Berni: che anzi i tempi suoi possono invocare come attenuante l’assenza dei codici, dei procuratori del re, e delle guardie di pubblica sicurezza. E poi andate a negare il progresso!
In questa settimana stessa, la Corte d’Assise di Bologna condannò a due anni di prigione un tale che rubò dieci galline: che anzi i giurati, teneri di cuore come sono, ammisero le circostanze attenuanti; se no il ladro di galline avrebbe avuto forse un anno di carcere per ogni gallina rubata. Questa severità, non solo fa onore alla giustizia del nostro paese, ma è un titolo di gloria per la nostra polizia. Le galline rubate sono soggette ad esser mangiate; il che rende difficilissimo il seguire le tracce della refurtiva. Ma nulla sfugge alla sagacia della nostra polizia, che sa fiutare le tracce delle galline digerito colla stessa acutezza d’olfato con cui il bracco annuncia la pastura delle starne o delle quaglie. E facendo questo dovuto elogio alla polizia del mio paese, voglio mostrare d’esser giusto con lei, dovendo poi biasimarla per l’ottusità d’odorato che l’affligge quando si tratta di altre materie.
I procuratori del re spiegano giustamente tutto il rigore di un animo onesto, offeso dalla scelleraggine dei ladri di galline: e dal loro gabinetto firmano ordini severi per assicurare l’inviolabilità dei volatili domestici, istruiscono importanti processi contro i perturbatori della sicurezza dei pollai, e in faccia ai giurati spiegano tutte lo forze della dialettica, tutte le furberie degli esordi ex abrupto e delle perorazioni fondate sulla commozione degli affetti, per ottenere il sì che condanna, per liberare la società dei galantuomini dal pericoloso contatto dei ladri da polli. Nè crediate ch’io scherzi.
Anch’io posseggo dieci galline, tre delle quali fanno l’ovo; e rendo grazie alla polizia che le protegge ed alla magistratura che ne fa trionfare i sacrosanti diritti. Ma oltre alla galline posseggo qualche altra cosa, e vedrei volentieri l’abilità della polizia e la severità del procuratore del re occuparsi anche di questa qualche altra cosa che mi preme almeno quanto i bipedi interessantissimi che fanno la gloria del mio pollaio. E sono certo che l’egregio De Amicis sarà della mia opinione.
Il caso del De Amicis è noto ai lettori. Un libraio che aveva parecchi esemplari invenduti di due romanzi, fa stampare tanti frontispizi nuovi quanti sono gli esemplari: o per facilitare la vendita, invece del nome del vero autore mette quello del De Amicis, simpatico al pubblico italiano e garanzia di esito certo. Il De Amicis protesta, il vero autore del libro protesta anch’egli, tutti protestano, ma... in fondo chi ha avuto, ha avuto.
Il caso del povero Lorenzo Stecchetti ve lo dirò io. Quel disgraziato mise al mondo un libro di versi col titolo di Postuma al prezzo di lire tre italiane, e il libro, indegnamente, fece fortuna. Un editore pensò allora di contraffare l’edizione e di venderla a miglior mercato. Esaurita la prima falsificazione, ne fece una seconda, e i librai girovaghi la portano in giro e la vendono a buon mercato alle guardie di pubblica sicurezza che hanno istinti letterari. (Sono pochine, ma ce ne sono).
Il caso di Giosuè Carducci è lo stesso. Le Odi Barbare facevano meritamente fortuna e furono falsificate e vendute a buon mercato.
Il caso di.... Lasciamo andare, poichè i casi sono infiniti.
Per tornare a quel povero Lorenzo Stecchetti, cui voglio un bene grandissimo, vi dirò che appena se ne accorse s’informò, e seppe nome, cognome, patria, età, insomma le generalità del suo ladro. Ma siccome le seppe, come accade sempre, sotto il sigillo di confessione, non potè citare testimoni. Egli si ricordava benissimo che in Italia c’era una polizia astuta che aveva sorvegliato attentamente la sua porta invece di quella d’un vicino che si querelava di tentativi di furto con chiavi false. Egli si ricordava che chiamato come testimonio in un processo, aveva sentito il Pubblico Ministero leggere preti per poeti in un’ode della Polemica, e gli era toccato di confessare le proprie opinioni politiche e sociali davanti ai giurati come se fosse lui l’accusato. Indusse non ostante l’editore delle cose sue a ricorrere ai magistrati.
Non solo tutto questo è vero come il vangelo e forse più, ma dopo gli accadde quel ch’è narrato nel vangelo Anna lo mandò a Caifa, Caifa ad Erode, Erode a Pilato e così via. La Questura, la Procura e il resto si rimandarono l’una coll’altra il povero editore, al quale furono fatte stendere querele, istanze, ecc. Chi sa sa quanti quintali di carta furono scarabocchiati!
Uno di questi procuratori del re, in una città lontana di qui quanto Roma, pregato, invitato, spinto anche da pezzi grossi che l’autore e l’editore avevano persuaso, mostrò la buona voglia di far qualche cosa, ma disse chiaro che se l’editore non indicava chi era il contraffattore e chi vendeva le edizioni contraffatte, sarebbe stato tempo perso. E infatti, se non si sa contro chi procedere, come si fa a procedere? Il desiderio dall’egregio magistrato era giusto: ma pel ladro di dieci galline non si chiese ai derubati altrettanto. L’applicazione di questo nuovo canone di procedura condurrebbe a questo, che se l’assassinato non rivela il nome dell’assassino, non si potrà fare il processo: e in certi casi gli assassinati hanno delle forti ragioni per non rispondere.
La quistione sta qui: che mentre pel furto di dieci galline si procede d’ufficio, si mette in moto la pubblica sicurezza, s’incomodano i giurati con orazioni ciceronianissime; nel furto invece di diecimila lire fatto ad uno che il difetto di scriver versi (pare che i pennaruoli siano amati come li amava il re Bomba) bisogna che il derubato sporga querela e denunzi da sè stesso i rei, altrimenti i magistrati hanno diritto di sorridere e di scherzare. Ora, non vorrei parere adirato, ma con tutta la freddezza possibile debbo dire che questa è una vergogna, non solo per quelli che sorridono e scherzano, i quali hanno tutti i diritti di non prendere sul serio altro che il ventisette del mese, ma pel nostro paese tutto che si vanta d’esser colto e lascia che simili delitti si compiano impunemente.
Non crediate che il dispetto mi faccia uscire dai gangheri. Parlo tranquillamente e noto che il De Amicis ha protestato energicamente in molti giornali, che il Carducci e lo Stecchetti sporsero querela, presentarono esemplari delle falsificazioni commesse a loro danno, fecero insomma più di quel che si domandi per fare capire ai magistrati che fu commesso un reato... Ebbene, mentre i querelanti offrivano come saggio ai magistrati gli esemplari delle falsificazioni, i magistrati, con tutti i mezzi di azione di cui dispongono, non sono riusciti a sequestrarne uno; dico uno solo. Ma dunque le guardie di sicurezza pubblica debbono servire soltanto a votare pei candidati del governo?
Vedete dunque che non è il dispetto che mi fa parlare: oltre all’interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco l’interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a seconda dell’utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo perchè gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto che il resto va come va, è ben naturale che la magistratura non sia presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.
Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal città un venditore ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.—I magistrati erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e pareva che rispondessero:—Ah! c’è un venditore ambulante, mettiamo a Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedrà! ora l’avrà da fare con noi!—E qui carta, penna, calamaio, numeri di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re all’altro, di un questore all’altro; e dopo quindici giorni di tempo, dopo un quintale di carta sporcata e un litro d’inchiostro sparso, si arrivava a constatare colla massima serietà che il venditore ambulante di cui nella nota a margine segnata era già partito da Viterbo. Un’altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti in una settimana e si riuscì a risparmiare una dozzina di chilogrammi di carta. Intanto però la cosa era diventata così nota ai lippi ed ai tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si trovò che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il magistrato si adirò giustamente perchè gli avevano fatto scomodare un innocuo libraio. Amen: il torto era diventato nostro!
Così tutto è stato inutile e si è dovuto venire al punto di far concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poichè oramai l’edizione a buon mercato è tutta smaltita, ne farò un’altra a miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi, cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati di scriver tante lettere d’ufficio a proposito di un reato che non poterono scoprire benchè fosse consumato e si consumi ancora sulle pubbliche piazze. Noterò come in Italia si spendano più di ottanta milioni all’anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello dell’interno, e che quando un autore è leso ne’ suoi interessi, come il De Amicis, trova più naturale ricorrere all’associazione della stampa che alle autorità che costano ottanta milioni: e finirò notando che se quel che si chiama il prestigio dell’autorità scade tutti i giorni in Italia, la colpa non è tutta di quelli che mettono l’autorità in burletta, ma anche dell’autorità stessa che si diverte a farcisi mettere.
Poichè alcuni fatti audaci hanno attirato l’attenzione del pubblico sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e poichè i giornali hanno gridato all’autorità che bisogna provvedere, vi dirò io quel che accadrà. Il Ministero, scriverà una circolare ai Procuratori generali perchè veggano, ecc. ecc. Questi alla loro volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumerà qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore minchione le farà tanto grosse che per forza bisognerà sequestrargli la mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria, dove sarà constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di tutti e che non è poi vero che di certe cose non si occupi affatto.
Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuità protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come «la santità, l’inesorabilità, la severità della giustizia, l’oculatezza, la perspicacia della polizia giudiziaria» ed altre belle cose? Sono cose che si dicono così per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono. Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un Sostituto Procurator Generale, e quando nell’aula della giustizia lo vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli davano del rappresentante della legge e qualche volta dell’Eccellenza, non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima qualità. Così quando sento dire tutte queste bellissime cose a proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano puniti coloro che li offesero.
Faccia come me l’egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico Ministero e il resto, puniscono chi gli rubò le galline. Non sia indiscreto e non chiegga alla magistratura più di quel che possa dare. Io, per cacciare il malumore che qualche volta m’invade, in faccia a certe enormità, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano «la santità, l’inesorabilità, la severità ecc. della giustizia». Da quella Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti? Se il procuratore del re ce li lascerà stampare, gli assicuro che saranno un bel libro.
[IL MONTE SANTO DI DIO]
Non c’era più nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.
Sappiate che l’età sviluppa l’intelligenza ne’ libri come negli uomini. L’esperienza ammaestra i libri a temere l’uomo e difendersi da lui come possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacità dell’ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l’aria colla polvere, proprio come la seppia intorbida l’acqua coll’inchiostro per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli organi si modificano per adattarsi all’ambiente in cui debbono operare. Infatti la seppia allevata nell’acquario secerne meno inchiostro che quando è libera, e il volume nella domesticità della libreria privata secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche del governo. Quanta sapienza c’è nei libri!
Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi gesti d’impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della polvere. Dall’alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in giù e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere che pensasse piuttosto all’imperatrice Teodora che alle Pandette. In biblioteca non c’era di vivo che il bibliotecario, poichè l’Anobium pertinax e l’Anobium stratium, non desti ancora dal letargo invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero. Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo d’oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle cornici. E col sole entrava l’eco di una battaglia di passeri sulle grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto il fracasso della città, rammorbidito, armonizzato dalla distanza. La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la primavera.
Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perchè chiuse seccamente il volume e dall’alto della scaletta lo buttò giù sulla tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato dalla luce e dal rumore, s’incamminò verso il finestrone; ma a mezza strada si volse tutto d’un pezzo come se lo avessero chiamato, e guardò Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:—Dichiaro che l’Heinecken ha torto.—E poichè Giustiniano seguitò a sorridere ma non rispose, riprese con voce più alta:—Sissignore; dichiaro che l’Heinecken ha torto: torto marcio!—E volse dispettosamente le spalle al povero imperatore, incamminandosi al balcone.
Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato giù dalla scaletta era appunto: Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione sull’origine dell’incisione, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo. Ivi l’Heinecken osserva che il Tolomeo stampato a Roma nel 1478 non contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del testo, il primo libro con rami inseriti è il Dante commentato dal Landino e stampato a Firenze da Nicolò di Lorenzo della Magna nel 1481 in folio. Gli esemplari di questo raro volume che si trovano ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo più due sole incisioni ed un’altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della biblioteca Marchi ne annunciò uno con 19 stampe; il che mostra come le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi), questo libro è creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite nel testo, ed è appunto contro questa affermazione dell’Heinecken che il bibliotecario protestava.
Sotto al balcone c’era il prato della scuola veterinaria. Di là dal prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai vestiti di verde. Il sole d’aprile certo aveva letto male il lunario, e, saltando un mese, s’era messo a splendere come agli ultimi di maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi scaldavano. E giù, nel prato rinverdito, le margherite novelline alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de’ peschi primaticci e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi, dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti femminili. L’atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.
Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non è una macchina, ma un uomo. Il nostro aspirò sonoramente l’aria libera, spianò le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle tasche. L’ho a dire? Ve lo dirò; purchè non lo ripetiate al ministro Baccelli. Il bibliotecario cavò di tasca una vecchia pipa, la riempì e, dopo averla accesa, puntò i gomiti sul balcone fumando saporitamente! Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c’è pericolo d’incendio, è rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si chiude un occhio, e una fumatina, via, si può fare. O che male c’è? La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del tabacco nuoce solo all’Anobium pertinax e all’Anobium striatum.
Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:—Che bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni in carta distinta... ma l’Heinecken ha torto. Prima del Dante ci dev’essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! passer, deliciae meae puellae, e sono eccellenti in umido. Il Missale Herbipolense è anche lui del 1400 dunque non è quello; ma come si chiama quell’altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si chiama quell’altro libro, come si chiama?
Si spalancò una porticina, due bimbi irruppero nella sala gridando:—Babbo! babbo!—e la signora bibliotecaria in guanti e cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta polvere, entrò nel regno del marito. Il bibliotecario vuotò la pipa e la rimise in tasca.
I bimbi saltarono in giro schiamazzando, e si fermarono a studiare profondamente ed a far girare sui perni una sfera celeste, dove un frate del seicento aveva dipinto tutti i cancri, i capricorni e gli altri mostri delle costellazioni. La signora raggiunse il bibliotecario, che da buon marito non s’accorse come nella disinvolta cera della moglie un secreto desiderio e una novità d’appetito covassero insidiosi. Già egli pensava all’Heinecken.
—Che bella giornata!—cominciò la signora.
—Bellissima!—rispose il bibliotecario quasi sospirando.—E dove conduci i bimbi?
La bibliotecaria non rispose subito, ma si accomodò il nastro del cappellino che non ne aveva bisogno.—Li conduco fuori—disse poi.—E tu non vieni?
—Vedi, verrei volentieri, ma debbo lavorare. Sappi che l’Heinecken dice...
—Lascialo dire. Oggi si deve star bene fuori. Vieni con noi. Anzi—(il segreto desiderio stava per vedere la luce)—anzi, non si potrebbe trovare un po’ di svago pei bimbi... e per te che stai qui sempre chiuso....
—T’ho pur detto che non posso. Senti; il primo libro con incisioni...
—Perchè non puoi? Ecco, se s’andasse tutti a pranzo fuori di porta, in campagna.... (il segreto! il segreto!) si andrebbe coi bimbi, sai, là nei giardini, sotto il pergolato... Ti ricordi come ci si stette bene l’anno passato? Ti ricordi? Non mi dire di no... sii buono...
Ah, donne seduttrici! Ella aveva posato la manina inguantata sulla spalla del marito e lo guardava di sotto in su, sorridendo colle labbra fresche e con gli occhi pieni di furberie e di tentazioni. Sulle gronde i passeri cinguettavano più che mai e le margheritine bianche parevano tanti occhi curiosi che spiassero il balcone.
—Abbi pazienza—disse il bibliotecario dopo aver superato la tentazione.—Abbi pazienza. L’Heinecken...
La bibliotecaria battè il piedino per terra e ritirò la mano dalla spalla del marito. Era offesa, stizzita della negazione e della mala riuscita del suo disegno.—Caro mio—riprese, sporgendo il labbro inferiore ed aggrottando le ciglia—caro mio, son pur seccanti i tuoi libri! Quando ci avrai rimesso la salute! E a contentar noi non ci pensi mai? Quando ci farai un piacere, nel nome Santo di Dio?
Il bibliotecario diede un guizzo e spalancò le braccia.
L’ho a dire? Scaraventò la papalina di velluto contro Giustiniano, e e.... via, lo dico... baciò sonoramente la bibliotecaria su tutte due le gote. La povera signora che si aspettava un rimprovero, rimase attonita, poi arrossì un pochino e, rassettando il nastro del cappellino che questa volta ne aveva bisogno, rivolse istintivamente la testa. Ma i bimbi studiavano le costellazioni.
—Il Monte Santo di Dio—diceva il bibliotecario, gesticolando allegramente.—Il Monte Santo di Dio di Antonio Bettini da Siena, stampato da Nicolò di Lorenzo della Magna in Firenze il 10 settembre 1477 in quarto grande, caratteri tondi, senza numerazione ma con segnature. È proprio quello, sai, ed è rarissimo! Ce n’è uno nella Casanate; un altro è indicato nel catalogo Jackson di Livorno 1756, ma dev’essere andato nella libreria del Duca della Vallière. E sai dove l’ho visto? Vuoi vederlo anche tu? È nell’Avvertimento del tomo III del catalogo stampato dalla Casanate. Quello è il primo libro con incisioni in metallo inserite nel testo; proprio quello!
Il bibliotecario era raggiante. La bibliotecaria rasserenata non capiva bene l’importanza della notizia, ma capiva che una esclamazione fortunata le aveva fatto vincere la causa. Quel giorno pranzarono coi bimbi sotto la pergola dove erano stati tanto bene l’anno passato.
La sera, la bibliotecaria era già in letto e sorrideva cogli occhi semichiusi. Il bibliotecario in abbigliamento molto leggero... molto beduino, puntò il ginocchio sul letto per saltarvi dentro, ma alla prima non gli riescì.
—Com’è alto il nostro letto—disse.—È un vero monte!
La bibliotecaria aprì gli occhioni birbi, fece una risatina piena di malizia e di carezze e susurrò:—Monte Santo di Dio!
Ah, l’irriverente!