L’ULTIMO AMORE
Non mi ricordo più che ufficio avesse nella Pia Opera dei Ciborii, ma so che era bella; bella come non dovrebbe poter essere una signora cattolica e clericale, militante, per giunta. Era di non so quanti comitati di dame cattoliche: aveva subìto imperterrita le fischiate rivoluzionarie uscendo dal congresso cattolico di Bologna (mi ricordo che, aveva un cappello tondo a larga tesa che le stava di incanto!), era stata a Lourdes, alla Salette, a tutti i pellegrinaggi vaticani. Ricamava pianete e tovaglie d’altare firmava le proteste pel riposo domenicale, sottoscriveva a tutti gli oboli, non mancava a nessun triduo; eppure era bella!
Vestiva per lo più nero, non so se pel lutto della chiesa o perchè il nero stava bene ai suoi capelli biondi ed alle sue forme ricche, benchè non milionarie. Però era solita e tener gli occhi bassi, e questo le stava male, perchè due occhioni così profondi e che ricordavano la morbidezza nera e voluttuosa del vellutto avrebbero dovuto mostrarsi di più per dar gloria a Dio nella sua creatura. Pareva che i suoi piedini sdegnassero il selciato volgare delle nostre vie, perchè non la vedevo altro che nella sua carrozza foderata di raso turchino e con tanto storico blasone allo sportello. Ci stava dentro un po’ sdraiata, ma sempre vestita di nero, sempre cogli occhi bassi, sempre sola, perchè suo marito aveva quindici anni più di lei e soffriva di podagra.
Bisogna dire, a sua lode, che una virtù così severa non s’era vista da un pezzo nella nostra aristocrazia un po’ larga di cintura. Le lingue aguzze ed affilate, che nei caffè e nei circoli tagliano e cuciono, avevano risparmiato sempre la sua riputazione. Che cosa avrebbe potuto dire? Non frequentava divertimenti mondani, non aveva amiche intime, non aveva nemmeno un cugino e, cogli occhioni abbassati, andava alla santa messa tutte le mattine.
Ci fu un tempo (guardate che sciocchezza!) nel quale fui innamorato morto della bella cattolica. Che ci fareste voi? Da studenti son cose che càpitano, questi amori petrarcheschi, questi desiderii senza speranza. Si ha bisogno di portare un idolo femmina nel cuore, si desidera una donna sino alla quale non si possa giungere, e per poco che il temperamento si presti ed i romanzi aiutino, si può fare una corbelleria. Molti in quella età beata si compongono un romanzo nella testa, lo covano colla immaginazione, lo accarezzano e ci fantasticano sopra con una voluttà dolorosa, con una evidenza che nei giovani di fantasia feconda di sangue caldo ha l’illusione della verità; come il sogno nel momento del sognare. Chi non può raccontare la storia di un amore portato a lungo e segretamente nel cuore senz’altre consolazioni che quelle del cervello eccitato? Chi, almeno tra la veglia ed il sonno, non lavorò di fantasia e non salvò una donna, che non lo guardò mai, dalle fiamme, dall’annegamento, dalle coltellate, da tutti i modi di morte che lo stato civile annovera tra le morti violente? Ebbene, così m’era capito a proposito della bella segretaria dell’Opera pia dei Ciborii. (Credo proprio che fosse segretaria).
⁂
Fu precisamente quando davo ad intendere ai miei di casa di studiare il secondo corso di giurisprudenza e di consacrare le mie veglie ai misteri del diritto canonico. La vidi in carrozza e domandai chi fosse. Mi dissero titoli nome, cognome, e aggiunsero che da pochi giorni aveva sposato il signor marchese tal dei tali, maturo maturissimo e podagroso; e fu fatta!
Non erano i saggi indovinelli del diritto canonico quelli che mi facevano andare a letto troppo tardi. Avevo aperto tutte le valvole di sicurezza ai vapori giovanili, troppo compressi dalla disciplina del collegio; le avevo spalancate allegramente e tutte, in barba a tutti i diritti. Fumavo come un turco, bevevo come un tedesco, merendavo nei suburbi con vergini eterodasse come un francese; insomma galoppavo come un puledro cui si allenti il morso. Ma tutto questo sfogo era piuttosto fisico che altro, era la fame dell’animale che cerca la sazietà, non la delicatezza. Così quei tesori di sentimento e, se volete anche, di romanticismo, che in quelli anni stanno in cuore a tutti, non li sciupavo; anzi, quasi quasi non li sapevo nemmeno tra i miei capitali attivi. La matta vita dello studente non mi lasciava rughe nel cuore; ed una notte al veglione, non solo non mi dava rimorsi, ma mi faceva dormir meglio il giorno dopo.
Fu in quel tempo che vidi per la prima volta la bella cattolica e che un amore stravagante mi sbocciò nel cuore; amore da collegiale, senza carnalità, senza forme precise. Dio, nella sua infinita misericordia, perdonerà ai sonetti rimati per la mia Laura codina, ai romanzi covati nel dormiveglia, a tutte le stramberie dell’immaginazione sfrenata. Chi le spiega queste allucinazioni degli efebi? Già non si arriva a spiegarle; e poi chi arriverà a capire perchè una notte d’inverno io mi sia levato da letto per andare a baciare la facciata del suo palazzo. Sono sciocchezze: già! Ma come è triste non essere più così sciocchi, com’è doloroso capire che sono sciocchezze!
Sciocchezze; già! Ma sono il meglio dell’amore.
⁂
Erano passati parecchi anni ed avevo dimenticato tante cose, anche il diritto canonico, quando, verso il tocco di un caldissimo giorno d’estate, andai alla stazione e comprai un biglietto di prima classe per Venezia. Volevo vedere un codice alla Marciana e bagnarmi al Lido.
Io ho una bella barba. So bene che questa affermazione avrà dei contradditori e forse, ahimè! delle contraddittrici; ma ho una bella barba. Nulla è perfetto a questo mondo, e la mia barba avrà dei difetti; io però non ce li trovo. Una signora (che lingua hanno le signore!) ha detto che ho la barba rossa. Ma è possibile? Certo, vista sotto alcune incidenze di luce, ha dei riflessi fulvi, dei lampi color di rame; ma una barba così non è rossa. Io sì, potrei dire... ma non sta bene.
Dunque ho una bella barba. Divisa alla nazzarena, folta sotto al mento, mi chiede molte cure amorose, ed io gliele prodigo. In quel tempo avevo un pettine tascabile, munito del suo bravo specchietto, e spesso guardavo come stesse di salute la mia barba diletta, e la pettinavo, la lisciavo, l’accarezzavo con affetto paterno. La dite una debolezza? Meglio questa che un’altra.
Ho già detto che era caldo. La stazione era quasi deserta, e, salito in carrozza, sedetti dallo sportello opposto a quello da cui ero entrato, per non trovarmi poi col sole addosso. Un mio buon amico, impiegato nelle ferrovie, mi chiamò a nome e mi domandò dove andavo, ed io affacciato allo sportello, mi misi a parlare con lui. Mi ricordo, così in nube, che mi parlò di una gratificazione negata, o data a un’altro, o press’a poco. Intanto io col pettine mi ravviavo la barba.
Guardavo nello specchietto, quando, nel vano dello sportello rimasto spalancato dietro me, vidi entrare un braccio maschile, alla vetta del quale era male appiccicata una manaccia nera. La mano teneva una valigietta di cuoio bulgaro con borchie di metallo opaco, e la gettò sul sedile.
Il mio buon amico parlava sempre, ed io pensavo:—Questa manaccia è di un cocchiere o di un cuoco; ma la valigetta di chi sarà?
⁂
Venne la spiegazione dell’enigma. Con un cappello alla sgherra, con un abito ben serrato al corpo, salì in carrozza la mia bella codina.
Benedissi l’amico, le gratificazioni e sopratutto lo specchietto che m’avevano evitato la sorpresa, e così, affacciato allo sportello e parlando sempre, ebbi agio di rimettermi, di dare un’occhiata mentale al mio abbigliamento, un’occhiata speculativa alla barba ed alla cravatta, e di rallegrarmi della felice idea avuta di mettermi i guanti. E pensavo:—Dove va? Che ci sia il marito? E se rimanessimo soli?—Ma non sapevo se avessi piacere o paura di rimaner solo con lei.
La locomotiva fischiò, chiusero gli sportelli con fracasso, e l’amico mi salutò urlando il mio nome e il mio cognome. Vidi nello specchio che la mia compagna, sentendomi nominare, alzò la testa e mi guardò rispettosamente con una certa curiosità. Conosce il mio nome: pensai. Per una codina, non c’è male! Bisogna infatti sapere che in quel tempo alcuni, anche ne’ giornali, si occupavano di me per dire che stampavo delle cosacce immorali.
Quando sedetti, benchè fossi preparato, un certo non so che rassomigliante alla tremarella, l’avevo. Mi sentivo dentro quell’angoscia di sospensione che debbono provare gli autori comici prima che si alzi la tela ad una prima recita. Però fu un momento, teneva sempre gli occhioni chinati, ma ci vedeva lo stesso, poichè sedendomi feci l’atto di un rispettoso saluto ed ella lo contraccambiò sempre senza guardarmi, ma con un impercettibile ghignetto che pareva dire:—Maschera ti conosco!
Uscendo dall’ombra della stazione, un raggio di sole, uno di quei raggi gialli dentro ai quali turbina la polvere, proruppe dallo sportello, e le si stese sulle ginocchia e scese giù sino al tappeto. Seguii coll’occhio le linee scultorie disegnate dal sole intelligente, giù giù, sino ai piedi, ai piedini chiusi in uno scarpino scollato che lasciava vedere la calza di seta azzurra. Ella non mi guardava mai, eppure i piedini, sorpresi in flagrante, si ritirarono subito sotto le gonnelle come ragazze adocchiate che scappano dalla finestra. Benedette donne come fate a vederci senza guardare?
La guardai io, perchè la ritirata dei piedini mi fece supporre in lei qualche cambiamento di fisonomia. Nemmeno per sogno! Era calma e bella come una statua di vestale. Solo, ma fu un lampo, alzò le lunghe ciglia e le riabbassò subito. La mia faccia doveva parere una pagina di lirica seicentista, tanto era piena di ammirazioni, di esclamazioni, di iperboli e di altre meraviglie poetiche dopo l’apparizione dei trionfali piedini. Doveva averci letto l’elogio della sua bellezza, l’elogio appassionato e sincero che ogni gonna, anche di intelligenza corta, capisce subito. Che non se ne fosse avuta a male, lo capivo; nessuna donna si offende se l’ammirano: ma che non ne avesse arrossito, anzi che nemmeno ci si fosse provata. Mi parve strano per una dama dell’Opera pia dei Ciborii. Ad ogni modo, mi levai, abbassai la tendina azzurra, dicendo, come si usa:
—Se incomoda la signora...
Non aspettavo risposta. Invece udii la sua vocina fresca e chiara dirmi:
—Grazie: proprio il sole scotta...
Io era sbalordito: ella aveva alzato gli occhi e il ghiaccio era rotto.
⁂
Si cominciò, s’intende, a parlare del bel tempo e della pioggia, ma presto si cascò nella letteratura. Io passavo di sorpresa in sorpresa e non avrei mai creduto, a dispetto delle calze di seta turchina, che la padrona di due piedini così piccoli potesse avere una coltura letteraria così fine e giudiziosa. Mi recitò tutta quanta l’Aspasia del Leopardi, ed a Ferrara ricordammo ella il Tasso ed io Eleonora. Il sole saettava le sue fiamme nei finestroni del castello degli Este che pareva divorato da un incendio interno, e parlammo poco di Lucrezia Borgia e molto di Ugo e Parisina. Ella non sapeva l’inglese e volle che le recitassi il principio della cantica del Byron; ma quando cominciai:
It is the hour when from the boughs
The nihtingale’s high note is heard,
rise, rise di cuore. Che denti splendidi mi mostrava tra que’ suoi labbruzzi di bambina! S’era appoggiata un po’ indietro e mi guardava in faccia dentro negli occhi, come se fossimo stati amici vecchi.
Al passaggio del Po, sul ponte lunghissimo, sporgemmo tutti e due la testa dallo stesso finestrino. A monte del fiume, sul ponte di barche, si vedevano passare i carri piccini piccini e l’acqua lenta e solenne specchiava il sole il cui riflesso le tremolava sotto i morbidi candori del mento e nei ricciolini d’oro insubordinati. Mi parve che quella prossimità delle persone dovesse stringere meglio i vincoli della cominciata confidenza. Invece da quel punto ella cominciò a perseguitarmi con certi motti pieni di spirito, è vero, ma anche un po’ pungenti.
Combattemmo di arguzie e di piccole malignità. Mi tornavo a sentire studente, e quando alle volte rimanevo ferito nel vivo, mi dicevo:—Che cosa avresti risposto tanti anni fa, quando eri innamorato di lei?—E la risposta veniva, sempre più calzante, sempre più ardita e più piena di una affettuosità contenuta che doveva fare ottimo effetto. Così lottando di impertinenze garbate passammo il Polesine e Rovigo: ma quando ci avvicinammo ai colli Euganei m’accorsi che oramai si dava per vinta e mutai tattica. Mi feci più tenero ed anche più eloquente.
⁂
Cominciai, così alla larga, a narrare il bene che avevo voluto ad una signora che non nominavo. Come parlavo bene! La mia voce era una musica molle, dalle onde languide e carezzevoli, e le parole mi venivano corrette, misurate, ma nella frase si colorivano, si scaldavano, e il discorso, irreprensibile nella forma, aveva preso un’abbondanza ovidiana, una eloquenza fascinatrice tale che qualche volta mi pareva di recitare dei brani della Nuova Eloisa. Ella, stesa nel suo cantuccio, seguiva cogli occhi socchiusi i fili del telegrafo e gli alberi che si rincorrevano. Non si moveva e solo le sue labbra erano rialzate da un impercettibile sorriso e il respiro largo e tranquillo le sollevava e le abbassava lentamente il busto. Io parlavo, parlavo, languidamente, con delle inflessioni di voce che parevano dichiarazioni fatte in ginocchio, con delle frasi morbide che parevano preghiere. Qualche volta i suoi occhioni si fissavano ne’ miei e fuggivano; qualche volta apriva a mezzo il ventaglio come per coprirsene la faccia e ad un tratto chiuse gli occhi come se dormisse. Io seguitai a parlare, sempre più chiaro, sempre più eloquente e chiedendomi sempre quel che avrei fatto, studente, in quella posizione.
Se guardate nelle guide dell’Alta Italia, vedrete che dopo Monselice c’è un tunnel.
⁂
Uscendo dalla stazione a Venezia, il sole ancor alto batteva sull’acqua immobile e verdognola del canale. Ella aveva preso il mio braccio e ci eravamo fermati, un po’ indecisi, fuori dell’atrio, mentre i gondolieri dalla riva ci chiamavano ad alta voce agitando le braccia. Io ruppi finalmente il silenzio impacciato e chiesi:
—Dove smonta ella, signora?
Ella diede un’occhiata giù, lungo l’acqua; si guardò la punta del piedino, poi levando la testa ad un tratto e sorridendo col suo bel sorriso di innocentina, rispose:
—Dove vuoi.
LE MEMORIE
DEL PRINCIPE DI METTERNICH
È inutile. Semel abbas, semper abbas, e chi fu diplomatico una volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non è giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei più perfetti tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera ed indifferente che G. C. Rousseau usò nelle sue Confessioni. Il furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d’oltretomba altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior gloria dell’imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve fedelmente Sua Maestà Imperiale e Reale anche vent’anni dopo la morte.
Che freddo in queste Memorie! Tutto vi è misurato, calcolato come in un documento ufficiale. Mai una nota d’affetto o di passione, mai nemmeno la sublime follia dell’amor di patria! L’intonazione la dà lo stesso imperatore.
Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige la minuta, sfugge due volte la parola patria. Sua Maestà colla sua imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una volta i miei popoli, l’altra il mio Impero. I luoghi comuni delle paterne viscere e del paterno affetto sono buoni pei proclami, in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maestà il 17 gennaio 1811 scrive al ministro: «Se per evitare mali maggiori bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci perdesse. Per questo voi avrete cura d’informarvi esattamente, ma in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci tornerebbe conto ottenere in ricambio» Proprio così! Le paterne viscere amano i popoli in ragione di quello che valgono, tanto per cento. I popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso, probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di scherno questa maledetta parola con tre p, come i conservatori italiani che vogliono essere spiritosi.
Il cancelliere visse in un mondo che non è il nostro, nè pel tempo, nè pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia si chiuse in quell’ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, più o meno assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell’interesse del sovrano. Non sapete mai se qualcuno morì in quelle battaglie, se qualcuno soffrì di quei flagelli. Che importano al sovrano e al cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c’è chi piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.
E qual cecità, quale completa mancanza dell’intuizione dell’avvenire in un uomo, cui non mancavano nè l’ingegno nè i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accecò affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l’Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l’imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s’impone alla Francia Luigi XVIII.—Il re legittimo è là,—disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:—Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo farà il resto. Egli ci dirà chi aveva ragione.—Chi aveva ragione lo sa Enrico V.
Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principe assoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. «Io mi riconosco il diritto ed il dovere d’indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l’uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l’ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno: la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile.» Belle parole, ma il diritto di Metternich è il diritto dei re, non quello dei popoli; è il diritto della corona imperiale, unico e solo; è insomma il diritto divino.
Si è voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all’altra: la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire nè quando, nè dove l’abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell’uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell’altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.
Sarebbe altresì curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all’arte. Il cancelliere infatti fu curatore dell’Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d’Aumale ebbero un seggio nell’Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell’impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo però una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche. È dal fondo di un’anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.
Così dice il curatore dell’Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poichè tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all’imperatore Francesco «riempire questa lacuna». I nuovi statuti «fondano una cattedra di storia dell’arte». Che bella cosa! Una cattedra dove s’impara il genio, una estetica che vi dà la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra di teoria dell’arte doveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c’è salute.
Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo più corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, nè le brache corte, nè le decorazioni. Eppure qualche cosa d’intimo sembra sfuggirgli tra le molte parole. Egli ci rivela una aridità di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell’uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d’orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d’Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini così fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.