NANÀ
Avete ragione di dolervi che le donne perdute tengono troppo posto nell’arte moderna; ma avete torto di meravigliarvene. Tengono nell’arte lo stesso posto che nella società. Il loro nome è legione e sono arrivate a diventare una corporazione, una classe retta da leggi speciali, che ha i suoi diritti e sopporta carichi determinati, tra i quali non ultimo la tassa d’esercizio che ingrassa così degnamente il fondo dei rettili.
Qui non è luogo da cercare la causa per cui la Venere vulgivaga ha tanti altari e culto così universale. Si può deplorare il fatto, ma bisogna accettarlo, studiarlo, discuterlo, non metterlo in tacere come fanno le anime timorate e conservatrici. Quando bene vi facciate il segno della croce e diciate le più efficaci giaculatorie passando per certi vicoli, non rimedierete a nessun male, non arresterete un momento la carie che rode l’ossa a tante sciagurate. In Italia però è privilegio soltanto degli scienziati, medici o statisti, l’occuparsi di queste cose. L’ipocrisia cattolica che informa ancora i nostri costumi ci costringe a strillare come oche spennate se capita un poeta od un romanziere che ne parli a voce alta. A tacere, intanto, il male cresce e c’è il caso di trovarsi presto in un bel pasticcio.
Emilio Zola non ha ipocrisie. Potrete discuterlo come artista, preferire le sentimentalità di Paolo e Virginia alle crudezze dell’Assommoir, ma non potrete negare che egli dica quel che vuoi dire, senza circonlocuzioni, senza riguardi. Questa letteratura precisa, che ha le brutalità dell’inventario e le illusioni dello stereoscopio, dovrebbe andare a genio a tutti coloro che fanno professione di odiare e di maledire la retorica. Accade invece il contrario, a maggior gloria ed onore della logica, e pare oramai che sia diventato retorica anche il dire la verità. Si dice che l’uomo sia un animale ragionevole, ma qualche volta non pare.
Al libro dello Zola nocque la sperticata réclame e lo stato di guerra dichiarata che dura fra il suo autore e quasi tutti gli scrittori francesi. La fortuna dell’Assommoir schiaccia anche un poco la fortuna della Nanà per quella strana pretensione del pubblico il quale accusa di monotonia uno scrittore che abbia sempre la stessa impronta e lo accusa di leggerezza se cambia. Le stesse persone che ora sono seccate di trovare anche in questo libro il solito Zola, se egli scrivesse diversamente si dorrebbero domani di non trovar più il solito Zola. Ed anche questo è da aggiungere alla lunga lista degli argomenti che servono a dimostrare come e qualmente l’uomo sia una creatura ragionevole.
Anche quest’ultimo romanzo è un memento della vivisezione che lo Zola ha intrapreso sulle carni ancor calde dell’ultimo impero francese, è un volume del suo gigantesco studio sulla corruzione profonda che invase tutto e dominò la nazione predicando che i vizi dei ricchi fanno guadagnare i poveri. Egli ci fa assistere all’apoteosi della crapula di moda, alla adorazione della beltà cretina. La ragazzaccia che ieri trascinava le ciabatte nei rigagnoli di Parigi accende la foja brutale di tutta una gioventù oziosa e passa dal zerbinotto al banchiere ed al principe per discendere all’istrione e risalire ai trionfi asiatici della corruzione accettata ed incoraggiata. Tutte le vigliaccherie ributtanti di una vecchiaja oscena, tutte le energie sbagliate di una gioventù inutile vi passano davanti agli occhi, e dappertutto la sirena dalle carni belle, dal cervello piccolo e dal cuore capriccioso, dappertutto porta involontariamente la sciagura, la rovina, la vergogna. La superstizione cattolica non resiste al fascino demoniaco; se anzi v’ha chi subisca completamente, ciecamente, questa tirannia del vizio raffinato e della brutalità volgare, è il severo ciambellano allevato dai gesuiti. E così, dal plauso dei teatri e dalle ovazioni del turf, questa bellezza vana, questa stupida sirena che parla il gergaccio delle bettole e dorme nel letto dei principi, passa come la personificazione di un regno intero, come il simbolo del pervertimento di tutta una società.
Ma Nanà, cui nessuna aberrazione dell’istinto, cui nessuna mostruosità del vizio è sconosciuta, conserva un ultimo pudore, quello della letteratura conservatrice. Traduco questo brano che sembra stenografato in un’elegante conversazione italiana: «Allora Nanà chiaccherò coi quattro uomini da padrona di casa piena di fascino. Quel giorno aveva letto un romanzo che faceva gran chiasso, la storia di una donnaccia, e si ribellava e diceva che erano tutte bugie, professando del resto una sdegnosa ripugnanza contro questa letteratura immonda che pretende di copiare dal vero. Come se tutto si potesse mostrare! Come se un romanzo non dovesse essere scritto per passar bene un’ora! In fatto di libri e di drammi, Nanà aveva opinioni molto recise: voleva opere tenere e nobili, pagine che fanno pensare ed innalzano l’anima». Ma Nanà è conservatrice sino in fondo. «Caduta la conversazione sui torbidi che agitavano Parigi, sugli articoli incendiari, i principii di sommossa cagionati dagli eccitamenti a prender l’arma che tutte le sere sonavano nelle pubbliche riunioni, ella si adirava contro i repubblicani. Che cosa volevano dunque questi sudicioni che non si lavavano mai? Forse che non s’era tutti felici, forse l’imperatore non aveva fatto tutto pel suo popolo? Bella sporcizia, il popolo! Ella lo conosceva e poteva parlarne!»
Si capisce ora perchè gli odiatori della retorica abborrano anche lo Zola che parla così chiaro e fa parlare le donnacce come parlano davvero. Si capisce che questa stenografia dei discorsi, questa fotografia delle birbonate, dia sui nervi a tanta gente; ma si capisce altresì la fortuna dei libri di questa sorta. Certe volte, leggendo, trovate la frase che avete udita in una conversazione, riconoscete il tipo che parla con voi dignitosamente tutti i giorni; e questa verità, questa franchezza dell’arte e della fantasia, se scotta a quelli che ci si riconoscono, piace a quelli che riconoscono gli altri. È vero, anzi pur troppo è storico, il Vandeuvres che ruba alle corse, il La Faloise che si inebetisce, l’ufficiale che toglie dalla cassa del reggimento i denari per Nanà, il ciambellano austero che scende di notte in tutte le fogne, il banchiere che fallisce per una gonnella, il principe che cerca l’amore tra le quinte, e via via. Ma perchè, secondo le massime di Nanà, queste cose non si debbono mostrare? Oh, l’ipocrisia dei fotografi!
Sbaglieremo, ma siamo persuasi che questi libri facciano bene più di cento prediche. Essi ci paiono infatti una felice modificazione della gogna. La pena cessa di esser personale, ma non cessa però di essere efficace.