NOTERELLE D’UNO DEI MILLE
Non si scrivono più epopee, ma per fortuna se ne fanno ancora; e l’impresa dei Mille non ha nulla da invidiare alla conquista del Lazio od al trionfo delle armi pietose.
Il povero Nievo, che doveva narrarci la gloriosa storia, naufragò miseramente, e tra i Mille, se non erro, di veramente artista non c’era che lui. Ma ecco un piccolo libro che sotto il modesto titolo di noterelle ci conduce dalla spiaggia di Quarto alle barricate di Palermo; ecco un documento, personale se volete, ma autentico e ben redatto, di un momento storico intorno al quale i posteri nostri cercheranno avidamente testimonianze che spetta a noi lasciare incontestate, sicure, provate.
Chi scrive, cerca di farlo senza cadere nel sospetto di volgare réclame; ma questa volta non può fare a meno si sospetti quel che si vuole, di raccomandare le Noterelle di uno dei Mille, edite dopo vent’anni da G. C. Abba e stampate a Bologna or ora da Nicola Zanichelli. E’ un bel libro; e la certezza che i lettori saranno tutti dello stesso parere, mette in pace la coscienza di chi raccomanda e loda. Così capitassero spesso le occasioni di lodare senza esser sospettato!
Non è storia, ma un libro di memorie personali, intime, scritte veramente da uno dei Mille. La storia ufficiale, diplomatica o militare, oramai la conosciamo; quel che ci mancava era appunto la storia intima che il Dumas aveva romanticamente gonfiato, il diario del campo, l’impressione del volontario che segue il capitano senza saper dove si vada e galoppa alla carica ignorando se eseguisca un assalto o protegga una ritirata. Volevamo sapere gli affetti ed i pensieri di quella gagliarda gioventù italiana, che pur nata sotto leggi oppressive e corruttrici, si svegliò un bel mattino in piena guerra d’indipendenza e seppe trovare in sè il patriottismo e l’energia necessaria per scuotere il torpore insegnato e incoraggiato, prender l’armi lasciando ogni cosa più caramente diletta, gettarsi nelle battaglie della patria. I fatti li conoscevamo; dobbiamo ora conoscere gli uomini che compirono i fatti.
Partono in diciassette da Parma, di nascosto, come se andassero a commettere un delitto, e vanno forse a morire per una santa idea.
Sembra che il mistero delle congiure sia necessario per dare il sangue alla patria; sembra che la notte non sia abbastanza oscura per compiere un atto di eroica generosità. E quel ch’è peggio, tutti conoscono il segreto della congiura, tutti gli occhi ne parlano, tutti i gesti lo tradiscono; ma la ipocrisia che governa vuol che se non è segreto, almeno paia. Se la cosa va bene, si dirà che non solo il mistero era conosciuto, ma che fu sottomano promosso od aiutato; se la cosa va male, si rinnegheranno i filibustieri, e il capitano dell’impresa andrà in carcere al Varignano un po’ prima del tempo. Poichè i Mille partono sapendo che la loro ricompensa sarà soltanto nella coscienza di un sacrificio tranquillamente compito, è ben giusto che il sacrificio profitti a qualcheduno. Anche questa è la teoria del carciofo.
«Biancheggiava una casina di là da un gran cancello in un bosco oscuro, nella cui profondità, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinnanzi sulla strada che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Ecco! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui.
«Attraversò la strada, e per un vano del muricciolo, rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi discese franco giù per gli scogli. Allora cominciarono i commiati... La barca sulla quale mi toccò montare, dondolava straccarica. I barcaioli, per farci stare che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare verso Genova le luci verdi e rosse che splendevano nella notte, come se fossimo bambini. Verso le undici, da una barca già in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: «La Masa!» e un’altra voce rispondere: «Generale!» Poi non s’udì più nulla.
«Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall’onda e mi addormentai. All’alba fui destato e vidi due navi maestose, lì ferme dinnanzi a noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la riviera apparivano laggiù incerte, in un velo vaporoso: ma i miei monti esultavano alti e puri dominando la scena. Una brezzolina increspava le acque: sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi ed anche di sagrati che lasciavano il segno nell’aria come le saette. Fu una mezz’ora di gran furia a chi facesse più presto ad imbarcarsi, e anch’io potei finalmente agguantare una gomena e salire».
La storia dice tutto questo con una frase sola:—Garibaldi e mille volontari s’imbarcarono a Quarto per la Sicilia nella notte del 5 maggio 1860.—Lo storico più diffuso potrà aggiungere che il 5 maggio è l’anniversario della morte di Napoleone primo e ricordare l’inno del Manzoni; ma in verità non è da dolersi che sopra le aride date della storia vengano a sovrapporsi queste impressioni dal vero, queste testimonianze de visu le quali ci fanno assistere alla scena, solenne, ci dicono tutto il dramma della partenza per l’ignoto, pel martirio forse. Così si comprende meglio il sacrificio eroico di coloro che furono poi compensati con cento lire al mese, lorde dalla ricchezza mobile, in pagamento adeguato dell’aver dato al Re di Sardegna la corona di Italia.
«M’ero fitto in mente che questo capitano del Lombardo fosse un francese. L’aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in sè ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come se schiacciasse un nemico. L’occhio fulmina da per tutto: si vede che sa far tutto da sè. Fosse in mezzo all’oceano, abbandonato su questa nave, egli solo basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia, come una sciabola: se aggrotta le ciglia, uno cerca di farsi piccino: visto di fronte, non si regge al suo sguardo. Eppure a tratti gli si esprime in faccia una grande bontà. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino?—Bixio! Ecco il nome che gli sta: almeno rende qualcosa, come un guizzo di folgore...
«Il caporale P... si lasciò sfuggire non so che brutte parole, e Bixio giù, gli scaraventò un piatto in faccia. Ne venne un po’ di subbuglio. Come un razzo Bixio, fu sul castello gridando «tutti a poppa! tutti a poppa!» E tutti ad affollarsi a poppa, rivolti a lui ritto lassù che pareva lì per annientarci. E parlò:—
«Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui sono tutto io, lo czar, il sultano, il papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti; guai a chi osasse un’alzata di spalla, guai a chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei colla mia uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ammazzerei tutti! Il generale mi ha lasciato comandandomi di sbarcarvi in Sicilia: vi sbarcherò. Là m’impiccherete al primo albero che troveremo; ma—e misurò collo sguardo lento la calca—ma in Sicilia, ve lo giuro, ci sbarcheremo!—
«Viva Nino Bixio! viva, viva, viva! E mille braccia si alzarono a lui, che stette lassù un po’ fiero; mai poi impallidì, gli balenarono gli occhi e ci volse le spalle...
«Un piccolo legno veniva da terra. Bandiera inglese. Bixio prese un foglio, vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e ci mise il foglio. Quando il legno passò, quasi rasento a noi, gettò il pane che cadde in mare. Allora—gridò, facendo tromba colle mani—dite a Genova che il generale Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi a un’ora pomeridiana!—
«Sul piccolo legno fu un levar di mani, un batte d’applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!»
Dite il vero, se qui non trovate la biografia di Nino Bixio, non lo vedete però vivo, più vivo che nella Vita del Guerzoni? Anzi, non è storia anche questa, storia colta sul momento dell’azione e parlante?
Così è tutto il libro dell’Abba, fino al 21 giugno, fino all’arrivo del Medici dopo la resa di Palermo. Non è egli degno di esser raccomandato e lodato? Non è egli da desiderare, da pregare l’autore che ci narri il resto della epopea santa, fin dove gli occhi suoi videro? Nessun dubbio che tutti siamo d’accordo. Aspettiamo.