UN AMLETO ITALIANO
Nel teatro Tron di San Cassano, l’anno 1705, fu rappresentato un dramma per musica intitolato Ambleto e stampato da Marino Rossetti in Venezia, all’insegna della Pace. Ambleto era il signor Nicolini Grimaldi, cavaliere della Croce di San Marco e virtuoso di S. M. Cattolica. Veremonda (Ofelia) era la signora Maria Domenica Pini, detta la Tilla, virtuosa di S. A. R. il Granduca di Toscana. Fengane (il Re Claudio) era Lorenzo Santorini, virtuoso di S. A. Elettorale Palatina. Gerilde (la Regina Geltrude) era la signora Maria Maddalena Bonavia, virtuosa bolognese. Ildegarde, Valdemaro, Sifrido, personaggi che non sono della tragedia inglese, erano la signora Vittoria Costa bolognese, Pasqualino Betti, virtuoso di S. A. il Duca d’Orléans, e il signor Domenico Fontani, virtuoso del Gran Duca. Il Fétis ricorda solo il Grimaldi, celebre basso ai suoi tempi, e gli attribuisce il merito del libretto. Questo sproposito viene dal Grimaldi stesso, il quale alla stampa dell’Ambleto colla traduzione inglese, fatta dal Tomhson a Londra nel 1712 pel teatro di Haymarket, prepose una dedica al conte di Portland, dove, se non dice di aver fatto il libretto, poco ci manca. Invece l’Ambleto è, quanto alla tessitura, di Apostolo Zeno e, quanto ai versi, del dottor Pietro Pariati di Reggio. Veggasi il tomo nono delle Poesie drammatiche dello Zeno, stampato dal Pasquali a Venezia nel 1744, vivente l’autore. E il Fétis era anche in parecchie delle date che riporta, poichè il Grimaldi cantò in Londra il Lucio Vero, il Clearte ed il Pirro nel 1716 e 17, come si vede nei libretti.
La musica dell’Ambleto nel 1705 era del Gasparini, e Giuseppe Vignola, organista della Real Cappella, l’accomodò a Napoli nel 1711 per l’onomastico di Carlo III. Lo Scarlatti la rifece pel teatro Capranica di Roma nel 1715, e il libretto si vendeva a «Pasquino, nella libreria di Pietro Leone all’insegna di San Giovanni di Dio». Il lettore curioso troverà che il signor Domenico Genovesi rappresentava Veremonda; Innocenze Baldini era Gerilde, e Antonio Natili Ildegarde. E alla pagina 6 stanno gli imprimatur che santificano questa castroneria e vien subito in mente l’avventura del Casanova di Seingalt col finto Bellino.
Non bisogna però credere che la tragedia dello Shakespeare fosse conosciuta ed applaudita sui teatri italiani centosettantott’anni sono, poichè l’opera dello Zeno non ha che fare con quella del tragico inglese. Derivano tutte e due dallo stesso ciclo di leggende, ma se sono dello stesso popolo non sono della stessa famiglia. L’origine prima e comune è la Historia Danica di quel Saxo Grammaticus che morì poco dopo al 1203, e origine dei primi dieci libri di questa storia sono le tradizioni ed i canti degli Scaldi. Lo Shakespeare, che non era forte nel latino, trasse l’argomento e le fioriture dai racconti tragici che il Belleforest cavò dalla Storia di Saxo. Lo Zeno invece salì alla fonte direttamente e vide le compilazioni successive del Meursio, di Giovanni Isacco Fontano e d’altri. Dati dunque i due diversi punti di partenza e dati i due differenti ingegni, si capisce come le due opere siano in fondo assai dissimili.
Non possiamo riferire la tradizione danese di Saxo, prima perchè troppo lunga, poi perchè (povera Ofelia!) troppo sboccata. Ma in fondo è questa: Fengo ha ucciso il suo fratello e re Orvendillo di Gerut e si finge pazzo per fuggire il pericolo di morte, e il re insospettito lo mette a tre prove. La prima è di fargli trovare in un bosco una ragazza vestita della sua sola bellezza, e pare che allora si stimassero i pazzi incapaci di cedere alla tentazione. Amleto, che sa di essere sorvegliato e di dover far quell’incontro, cavalca al rovescio come Bertoldo, e fugge così il pericolo di vedere e di cadere. Per la seconda prova, il re fa nascondere una spia nella camera della regina per sapere ciò che dicono; ed Amleto, che se ne accorge, ammazza la spia, dando così origine all’episodio di Polonio e dalla celebre esclamazione how now! a rat? che lo Shakespeare tolse dal racconto del Belleforest. Finalmente Fengo manda Amleto in Inghilterra per farlo uccidere da quel re, ed Amleto in viaggio ubbriaca i custodi ed alterando le lettere missive le fa uccidere in sua vece. Seguono poi altre avventure che non han che fare col dramma.
La tessitura della tragedia inglese è conosciuta, anche nel primo abbozzo stampato nel 1603, e non ne parliamo. Vediamo la tessitura del dramma italiano, per la quale bisogna sapere che Veremonda principessa fatta prigioniera in guerra da Valdemaro, e Ildegarde principessa danese, sono innamorate di Amleto, mentre Amleto, il re e Valdemaro spasimano per Veremonda. Lasciando i minuti episodi, diremo che nel primo atto il re mette alla prova Amleto facendogli trovar sola (benchè vestita) Veremonda nel bosco. Ma costei scrive con un dardo sulla sabbia: il re ti ascolta, ed Amleto si frena. In questo atto si trova il trionfo di Valdemaro che chiede la liberazione di Veremonda, e una moltitudine di dichiarazioni di amore d’Ildegarde, di Fengone e di tutti. Gerilde fa sapere a Fengone, salvandolo dai sicari di Siffrido, che lo salva perchè moglie sua e non per altro. Nel secondo atto seguono le mutue dichiarazioni. Ildegarde rifiuta Valdemaro per marito e Valdemaro rapisce Veremonda. Amleto uccide la spia nella camera materna, poichè Siffrido lo aveva avvisato del tranello, e corre a salvare Veremonda. Mentre Valdemaro cede alle parole ed alla autorità di Amleto che gli fa vedere di non essere pazzo, sopraggiunge Fengone che dà una gran lavata di capo a tutti e dice che Veremonda deve esser sua. Nell’ultimo atto Fengone fa la corte a Veremonda e ripudia Gerilde. Valdemaro sposa Ildegarde e promette di imprigionare Fengone. In una festa nella quale Fengone vuoi celebrare le nozze con Veremonda, accade fra lui ed Amleto il noto scambio delle tazze, ed il tiranno alloppiato è incatenato da Valdemaro. Fengone canta il suo rondò colle catene e tutto si accomoda pel meglio.
Come si vede da questi pochi cenni, salvo l’uccisione della spia e lo scambio delle tazze, non c’è nulla che ricordi lo Shakespeare, e l’Amleto dello Zeno è uno di quei drammi come ne fece tanti il Metastasio, le cui situazioni consistono tutte in un pasticcio di amori intrecciati e fuori del naturale che arrivano ad accomodarsi alla meglio nelle ultime scene. La Veremonda è centomila miglia dalla candida Ofelia e odora di polvere di cipria che fa spavento. A guardar bene, pare quasi che il matto sia Fengone e non Amleto, e l’unica situazione che si allontani un poco da quelle che allora si trovavano in tutti i drammi è quella in cui Veremonda avvisa Amleto che lo si ascolta. È curioso poi vedere come la stessa, o quasi la stessa situazione abbia inspirato allo Shakespeare il famoso monologo to be, or not to be ed al dottor Pietro Pariati questi versi
Stelle, voi che dei regnanti
Le fortune in ciel reggete,
Proteggete la mia speme, ecc.
e questi altri:
Quando io torni, voi vedrete,
Che il baleno, il lampo, il folgore
Meco in terra io porterò.
Le tempeste, le comete,
Il terror, la strage, il fulmine
E la morte in pugno avrò.
Le famose invettive d’Amleto contro la madre finiscono così nel dramma italiano:
Della vendetta il fulmine
Sopra di te cadrà.
Regina senza regno,
Consorte senza sposo,
Non so se a riso o a sdegno
Ognun t’additerà.
Chi volesse fare uno studio comparativo più largo, badando alle differenze delle sorgenti, dei tempi, degli ingegni e delle tendenze letterarie nazionali, potrebbe trovar molto da lavorare. A noi basti lo avere accennato la bizzarra figura dell’Amleto italiano a coloro che si dilettano di curiosità letterarie.
LA CRONACA DI DINO COMPAGNI[3]
I dubbi nati sull’autenticità della Cronaca del Compagni misero a rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero Fanfani, con un impeto che oltrepassò spesso i giusti confini, fu il campione della contraffazione. Il signor Isidoro Del Lungo, con un riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed è il campione dell’autenticità. Da molto tempo era annunciato ed aspettato un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurità; ed eccolo, morto appena da pochi mesi il più tenace avversario, eccolo alla luce con un volume di proemio al quale presto farà seguito un secondo.
Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio profondo della lingua e della storia fiorentina ne’ primi anni del secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi per lungo studio e grande amore sia giunto in autorità di sentenziare, ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Però avendo seguito con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere alla tentazione di esprimere l’effetto che ha prodotto in me il poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che spesso il parere dei minimi è utile come segno dell’impressione de’ più, e che la leggenda d’ella serva del Molière non è da sprezzare.
Intanto l’autenticità lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due volumi non ne parla, che anzi l’ammette a priori, sino a correggere col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del primo volume, che è sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende del testo, credo ne parlerà, benchè l’indice già pubblicato non ne lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poichè tacere non è il miglior modo di aver ragione. È vero che questa eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice Ashburnham sino quasi alle minime glosse. È evidente un continuo sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poichè al Del Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con così profonda e sincera convinzione, e poichè non è mia intenzione fare una polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia nel mio scetticismo (non soddisfatto nè pro, nè contro, anche dopo il codice trovato), lascerò da parte, come ho detto, la questione dell’autenticità, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.
E a dirla in poche parole, l’impressione è che la Cronaca sia una brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario. Basterebbe già a farlo vedere l’enorme puntello di commenti che richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant’altri mai in cose di storia fiorentina, e per di più, se non erro, accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e l’istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite, come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a piè di pagina, mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non potè essere soppressa tutta, non solo, ma che è citata alla nota XII, 4. Questa erculea fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la Cronaca così leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal falso luccicchìoì delle apostrofi generose e dello stile apocalittico. A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di certe cose nessuno dubita? Perchè la coscienza trae il commentatore a provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo bianco, se non fosse che egli stesso sente come le affermazioni del Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto adagio excusatio non petita, con quel che segue. Ma si potrebbe anco dire che quanto più l’abbondanza delle glosse fa notare la precisione dei punti non controversi, tanto più fa risaltare l’errore dove è forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l’inesplicabile silenzio intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a consulta? E non è strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero al Del Lungo dare una imagine assai più vera che non il Villani dello stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di questa verità relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha nell’autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser così spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l’apparato difensivo, allorchè si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori più severi, o almeno più dubitosi e non a torto.
Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo più che un volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle cose che si potrebbero dire: Pag. 8. Fiume di acqua dolce. Fiumi d’acqua salata non ce n’è, e non suffraga l’esempio addotto dei «Fatti di Cesare», che dice fiumi di dolce acque. Questo è il chiare, fresche e dolci acque del Petrarca, che a trasmutarle in acque dolci si vede subito quello che diventano.—Pag. 14. Dice Dino che il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l’Amidei aveva per zio un Giantruffetti e «la differenza è di poco momento». Da padre a zio ci corre!—Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese è correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che i montò, riguardò, diè ecc., sono passati perfetti tanto quanto i concordarono e gli ordinarono che vengon dopo, nè segnan quindi un tempo speciale pel periodo intercluso.—Pag. 28. La storia del Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore autorità che non il Vilani, come quello che narra fatti della città sua nativa.—Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era degli libertini mentre Dino lo vuoi de’ Pazzi, rimane tal quale. Il Del Lungo confessa l’errore, cercandone la giustificazione nell’errore simile di un cronista più recente e nella parentela fra le due famiglie. Ed errore sia.—Pag. 30. È confessato errore quel che Dino afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo ma dei Sanesi; e sia errore.—È riconosciuta alterata, almeno nelle date, la storia dell’arbitrato fiorentino; e sia.—È confessata errata la data della terza guerra dei fiorentini in Toscana; e sia.—Pagine 38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta sempre buja. Missono i feditori alla frontiera della schiera... e i palesi furono attelati dinanzi. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma c’erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo: in prima linea... di fianco. Ma Dino dice: dinanzi e non di fianco, che non è lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.—Pag. 50. Ventiquattro arti per ventuna è confessato errore. Grave, poichè al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico, le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non lo sapeva? Ma errore sia.—Pag. 52, 53. L’imbroglio dei Galigai! Dice Dino: «Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi caddono furono i Galigai, perchè un di costoro ferì un Benivieni in Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de’ loro consorti e quelle feci disfare secondo la legge». È parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega così: Dino non dice di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire il maleficio già nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego è ben sottile e veramente Dino dice che molti furono puniti secondo la legge e primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta però che il Galigai sarebbe reo dell’assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu scoperto subito e l’esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli più tardi e l’esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed è qui che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove, ed è ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha bisogno di potrebbe essere. Ma come accade poi che Dino continua subito: «Questo principio seguitò ecc.?» Ci pare che questo principio significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non può aver parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: «A questi esempi di rigore tenne dietro ecc.». No; il fatto è sol uno e doveva dirsi: «A questo esempio». Dunque? Dunque Dino dice una bugia e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?—Pag. 69. Scesono col gonfaloniere in piazza. Non dice così il Villani. Chi ha ragione?—Pag. 74. Non furono ventimila i fiorini pagati allo Chalons. Si confessa l’errore, e sia.—Pag. 81. Molti furono che cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere colpevoli. Questa curiosa strambezza è così annotata: Molti i quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e così di ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti. Ma non dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente e sinceramente, cercorno i malefici si trovassino. La spiegazione è ingegnosa, ma rinchiude in sè la affermazione di un fatto del quale non si trova traccia nell’autore, e quando uno storico ha bisogno di puntelli simili può andare a riporsi.—Pag. 90. Guido Cavalcanti era forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che avesse almeno vent’anni quando nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli esordi di quella si riferisce la parola giovane. Ma Dino narra un fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse: Adolfo Thiers, valente giovane, che s’era occupato di studi storici e politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occupò di storia da giovane e Guido può aver odiato Corso da giovane. Ma quello fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il dardo a Corso, poco giovane anch’egli. Che stranezze dunque dice lo storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto, fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto delle prime divisioni de’ Cerchi e de’ Donati, vogliono una data ad ogni frase? E la storiella dell’Acciajuoli, che venne poi, con che criterio cronologico è incastrata in quella del potestà Monfiorito da Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l’andirivieni di fatti o più recenti o più vecchi che fanno un labirinto intorno alla legazione del Cardinale d’Acquasparta? Ma che storico è questo che ha bisogno di tanto commento dove si dice al lettore ad ogni tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire troverà di peggio, e se ci si raccapezza in quell’indovinello del terzo libro, anche dopo le note e i rabberciamenti, è bravo. E mi fermo, poichè solo da queste cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cioè il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che se ne fece. Il commento del Del Lungo è opera grave e magistrale che diverrà una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non potrà far mai bello quel che non è, e sicuro quel che è provato falso tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento. Resta ora, e prenderà nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della contraffazione, o almeno dell’alterazione; ma spetta ora la parola ai maestri. Parlino dunque.—