SI DESCRIVE UN VAGO DESIO![*]
Condannata da l'empio destino
a l'iniquo mestier della cuoca,
io compongo vicino alla fuoca[1]
i miei deboli versi d'amor,
e l'imago d'un giovin divino
m'apparisce a gli sguardi incantati;
sento l'orma de i passi adorati
echeggiarmi ne l'vergine cor!
Quant'è bello il diletto garzone
cui le grazie fan lungo corteo!
Rassomiglia a Giulietta e Romeo
che la penna de l' Tasso cantò!
E' robusto sì come Sansone,
è più forte di Tirsi e d'Orlando,
e se snuda il durissimo brando
qual mal donna resister ci può?
Vieni meco, mio energico amico,
ch'io ti stringa in un morbido amplesso!
Tu sei bello, sei forte, sei desso,
il marito che innanzi mi sta!
Ma chi rompe l'imene pudico,
ma chi turba il mio sogno fremente?
E' mio padre che grida furente:
«La brasàdla la pòzza e d' strinà!»[2]
(Pensata nella domestica cucina
e scritta ivi il giorno dopo)
[*] Questo fu il primo parto della nostra Poetessa e le mende
storiche e mitologiche ne accusano l'inesperienza.
[1]: Focolare, Dialetto bolognese.
[2] "La costoletta puzza di bruciato", Dial. bol.
LA BALLATA DEL RE MORO
Tra le palme del deserto
C'è un magnifico castel,
Ch'è impossibile di certo
Di trovarne uno più bel.
Ivi tien la sua dimora
Di quei popoli il signor.
Egli è bello e giovin, fuora
Che ha il difetto d'esser mor.
Stando assente dal paese
D'una vergin s'invaghì.
Era bella e bolognese,
E difatti la rapì.
Ma suo padre, ahi sorte dura!
Che mandarla giù non può,
Si rivolse alla Questura
Che due guardie ci mandò;
E alla patria abbandonata
La volevan trascinar,
Ma la bella innamorata
Non voleva ritornar,
E rivolta al suo diletto
Ci diceva: «o bel re mor,
»Fa il piacere, tienmi stretto,
»Non lasciarmi con costor!
»Deh, non fia che il fato amaro
»M'allontani dal tuo sen!
»Ah, difendimi, mio caro,
»Che ti voglio tanto ben!»
Ma il re moro pensieroso
Resta muto sul sofà
E un pensiero mostruoso
Nello sguardo e in cor gli sta!
Poichè il moro non risponde
Sta la bella in oppression;
Straccia via le chiome bionde
E si butta in ginocchion.
E poi fece tante cose,
Disse, pianse e supplicò…
Ma quel porco non rispose,
Stette zitto e la piantò!
SONETTO
CONTRO UN ANONIMO CHE CI FECE LA BURLA DEL TELEGRAMMA[*]
O scellerato che tirasti su
Quel genitor che il cielo a me largì,
Hai ben ragion che sei non si sa chi
E il telegramma senza il nome fu!
Empio, domanda pure a chi vuoi tu
Se son cose da far quelle che lì,
Che sta sicuro che se fosti qui
Staresti un pezzo di non farne più,
Che colla forza la maggior che ho
Ti vorrei scorticar da capo a piè
E con la pelle tua farmi un paltò!
Nessun ti salverebbe, a meno che
Fosti bello e robusto anzichenò
E promettesti di sposarmi me.
[*] L'ottimo Signor Pietro Sbolenfi si portava candidato alla Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. Il vero merito non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase in terra. Un malvagio, rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi impazzì di gioia, il signor Pietro diede le dimissioni dal suo impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore!
SI DESCRIVE UN TEMPORALE NEL DESERTO
Che veggo? Che miro? Rimbomba già il tuono!
Il tempo mi pare che faccia da buono!
Ahi, miser chi a casa scordato ha l'ombrel!
La grandine è grossa che pare una noce
E omai per vederci nel scuro feroce
Accender fa d'uopo frequenti candel.
Che veggo? Che miro? Un giovin garzone
Che solo soletto traversa il ciclone
E par che non curi dell'acqua il piombar!
Ah, certo tra i lampi lo guida l'amore!
Mel dice la speme che m'arde nel core!
Ah, certo quell'uomo mi viene a sposar!
Deh, frena il furore, fa un poco più adagio,
Che tu nol rovini, mio buon nubifragio!
Deh, fa che non giunga bagnato al mio sen!
Che veggo? Che miro? Ah, cruda mia stella!
M'illuse la speme, ho fatto padella![1]
Egli era il Questore, non era il mio ben!!
[1] Prendere un granchio: Decapodus brachiurus Linn.
LA MIA GHIRLANDA POETICA[*]
Ad Enrico Zanettini
I
Questa è la mia ghirlanda! Il lauro eterno
Intrecciato co' fior, m'orna la fronte
E così salgo il dilettoso monte
Che il Nume de' poeti ha in suo governo.
Questa è la mia ghirlanda e state, o verno
O venti, o geli, non le arrecan onte.
La bagnò l'onda del Castalio fonte,
Col raggio la baciò l'astro superno.
Eccola: a voi, poeti, a voi la mostro
Olezzante di rose e di vïole,
Pura qual neve che sull'alpe fiocca.
Eccola dei color di croco e d'ostro,
Leggiadra come un fior che s'apre al sole:
Dio me l'ha data e guai chi la tocca!
II
Ma se tu, Zanettin, toccarla vuoi,
L'Argia t'adora e non se ne lamenta
E se magari ami fiutarla, il puoi,
Che tu ne sarai lieto ed io contenta.
Vieni Enrico ed ammira i color suoi:
Prendi e sciupala pur se ti talenta,
Poi che intatta la porgo agli occhi tuoi
E sguardo indagator non la sgomenta.
La conservai qual me la diede Iddio
Pura nella favella e nei pensieri,
Sogno dei vati e de' guerrier desio;
Ma poichè mi son legge i tuoi voleri,
Ad un solo tuo cenno, Enrico mio,
Te la do tutta quanta e volentieri!
[*] Enrico Zanettini domestico di S.E. Reverendissima Mons. Vescovo di Fano, respinse indignato l'effemeride dove scriveva la Poetessa, perchè infetta di massime eterodosse. La signorina Argia gli pose affetto e gli inviò una corona di cardi con questi sonetti.
LA BATTAGLIA DI SADOVA
S'ode a destra tirar per la valle,
A sinistra si tira lo stesso;
D'ambo i lati si vedon le palle
Da pistole montate scoppiar.
Lunghi e grossi ch'è un gusto guardarli
Sono i pezzi che scarican spesso,
E se alcuno provasse a tastarli
Sentirebbe la mano a scottar.
Colle gambe per aria da un lato,
Colle gambe per aria dall'altro,
Cade a terra il meschino soldato
Che l'amante al paese lasciò.
Fieramente si drizza l'ardito,
Cautamente si china lo scaltro,
E ciascun ha un enorme prurito
Di pigliar meno botte che può.
Da una parte si sente un comando,
Una bomba dall'altro si sente;
Gli ufficiali che impugnano il brando
In un lampo si vedon venir.
C'è chi un membro sul campo ha perduto
E rimane per sempre impotente:
C'è chi morto in un fosso è caduto,
Nè più mai gli fia dato d'uscir.
Finalmente Bismarck grida in fretta:
«Abbiam vinto!»—ed un'eco risponde!
Va pur là, Cancelliere polpetta,
Anche questa la devi pagar!
Assassini! Ed intanto arrabbiate
Ardon mille ragazze infeconde!
Assassini! Se i maschi ammazzate,
Noi dovremo i somari sposar!
SI DUOLE DI ESSERE ABBANDONATA DALL'AMANTE
SONETTO SBOLENFIO
Già con versi diversi offersi a Tirsi
Un cor lieto d'offrirsi e gliel'apersi,
Ma i carmi tersi se n'andar dispersi
Ed io soffersi quel che non può dirsi.
Potè fuggirsi dunque e non sentirsi
Il crudo petto aprirsi al mio dolersi?
Potè amato sapersi e compiacersi
D'indispettirsi meco e di partirsi?
Tardi lo scorsi e tardi il piè ritorsi
Dai sentieri percorsi! Urge fermarsi
E rassegnarsi dei rimorsi ai morsi.
Quei dì son scorsi ed or che resta a farsi?
Il crin velarsi, il bruno intorno porsi,
E i discorsi trascorsi, ahimè, scordarsi!
LA ROMANZA DEL PAGGIO
Son circa tre anni, tre mesi e tre giorni
Che il paggio Fernando montava a caval
E adesso galoppa per questi contorni
Saltando gli abissi, le piante e il canal.
Per cosa galoppa? Un turco infernale
Al povero paggio l'amante rubò
Ed ora egli cerca quel porco maiale,
Perchè di sbranarlo Fernando giurò.
Ma il turco, ben visto dal proprio Sovrano,
Fu giusto per Pasqua promosso Pascià;
Pascià da tre code, che dopo il Sultano
È l'uom più codardo di quella città.
Fernando che il seppe, fu svelto e ci andiede
E incognito al turco si fe' presentar.
Un monte di ciarle d'intender ci diede,
Di modo che a pranzo si fece invitar.
Mangiato l'allesso, mangiato l'arrosto,
Il turco si fece portare i marron,
Sui quali Fernando buttò di nascosto
Dei torcibudella che avea nei calzon.
—«O Dio, che dolori! Chiudete la porta …
Chiamatemi il prete… più regger non so …
Io muoio!…» Ed insomma, per farvela corta?
Fu tanta la sciolta che il turco crepò.
Allora Fernando andò sull'altana,
Chiamò la sua bella, la fece scappar,
Ci diede i quattrini la Banca Romana
E a casa col treno potetter tornar.
Garzoni e donzelle che attenti ascoltate
La lieta canzone che pianger vi fa,
L'amore del prode Fernando imitate,
Però col permesso del vostro papà.
RISURREZIONE[*]
Suonate campane la Pasqua giuliva,
Prendete o fanciulli in mano la piva,
Fedeli soldati sparate il cannon!
Risorto è il giornale che dianzi moria,
Risorto è Pierino, risorta l'Argia,
La vergin che disse la casta canzon!
Pudiche fanciulle, dal pianto cessate,
La danza del ventre pel gaudio danzate,
La vostra Sbolenfi tra i vivi e tuttor.
E, vergine sempre, ritorna fra voi
Tirando più forte d'un paio di buoi
Il carro funesto del proprio dolor.
Deh, come, o fanciulle, deh come piangeste
E tristi nel letto solingo diceste
«La nostra Sbolenfi perchè non è qui?»
Ma mentre la bella defunta pareva,
La morte che in pugno già stretta l'aveva,
Dischiuse le dita e quella fuggì.
Ed or che il mio canto più dolce rinacque,
All'opra interrotta che tanto vi piacque,
Pudiche fanciulle, tornate con me.
Destata dal sonno, col plettro rivengo,
Lo scuoto, lo stringo, nel pugno lo tengo
E voglio provarvi che morto non è.
[*] Rinasceva l'effemeride nella quale la Poetessa e Pietro, suo
genitore, deponevano le loro secrezioni cerebellari.
IL LAMENTO DEL PRIGIONIERO[*]
Cadea la notte. Già il cancelliere
Avea degli atti chiuso il volume
E il Presidente disse all'usciere:
«Portate il lume!»
Non un sussurro s'udia nel Foro,
Nemmeno un lieve ronzar d'insetto,
Quando, calzati gli occhiali d'oro,
Lesse il verdetto,
E disse: «Vista la legge, udita
La parte avversa, pesati i danni,
La pena è questa:—Galera in vita
Per quarant'anni».
Briscola! Quando mi sentii preso
Così da questa sentenza infame,
Cascai per terra lungo e disteso
Come un salame,
E il giorno dopo due immense palle
Recar dovetti per ogni dove,
E mi fu scritto dietro le spalle
«69»
Quante ferriate nella finestra!
Quanti bigatti nel mio pan nero!
Quanti fagioli nella minestra
Del prigioniero!
Ed il mobilio? Ecco un saccone
Dove gl'insetti tengon cappella
E per … (s'intende) là in quel cantone
C'è la mastella.
Sono vestito di panno grosso
Con un stifelius tagliato male,
E la catena che porto addosso
Pesa un quintale.
Con una lima, frega e rifrega,
Potrei scappare non osservato …
Ah, se potessi farmi una sega,
Sarei beato!…
O giornalisti, da sera a mane
Vi sia presente questo mio stato.
Un per finire fatto da cane
M'ha rovinato!
[*] Parla il Direttore della effemeride citata, il quale era
accusato di aver commesso un per finire diffamatorio, mentre
non era che cretino. Il processo andò a monte.
PIANTO DELLA CHIESA BOLOGNESE SENZA PASTORE
Non relinquam vos orphanos;
veniam ad vos.
Jo. XIV, 18.
Sopra le piume vigilando sola,
Colei che già fu di Petronio e Zama
Leva le palme al ciel, languida e grama,
Poi che gaudio d'amor non la consola.
Lungo uno strazio è nella sua parola
Qual già nel pianto di Rachele in Rama,
E dal vedovo letto il __Padre__ chiama
Perchè non scordi la fedel figliola.
E prega e mostra le gramaglie nere
In che da sì gran tempo il viso asconde,
E la nave di Dio senza nocchiere:
Ma il suo pianto non posa e n'ha ben d'onde
Poi che il barbaro __Padre__, alle preghiere
Con l'iniqua parola,[1] ahimè, risponde!
[1] L'iniqua parola è una interiezione dialettale bolognese che suona ingiurioso invito ad operazioni pneumatiche.
TEMPESTA IN MARE
Fra Bordighiera e Nizza,
Dove più azzurro è il mar,
Un giovin marinar
L'albero drizza.
Forte, gentile e bello
Vola sull'Ocean,
Col suo timone in man,
Come un uccello.
Nè morte nè ferita
Gli fa terror, perchè
Assicurato egli è
Sopra la vita;
Ma dalle parti basse
Di Greco e Maestral
Si leva un temporal
Di prima classe,
S'odon da lunge i tuoni
Si vede lampeggiar
E allora il marinar
Dice: «Coioni![1]
Se dura niente niente
Tra poco si anderà
In pasto ai baccalà
Sicuramente.
Le braghe di fustagno
Umide sono già….
Cosa dirà mamà:
Se me le bagno?
In mar si sta benone,
Ma, se credete a me,
Si gode più al Caffè
Del Pavaglione,[2]
E se a toccare il suolo
Arrivo col seder,
Piuttosto che il nocchier
Fo il ruscarolo».[3]
Ma per combinazione
Mentre dicea così,
Il tempo si schiarì
Là, in quel cantone.
Dell'onde il mal governo
In un balen cessò
E il temporale andò
Verso Paderno.[4]
L'iniqua alfin parola
Ode in un porto dir
E tira un gran sospir
Che lo consola.
Gli affari di famiglia
Scorda e l'orrendo mar
E corre a ritrovar
La Centomiglia;[5]
Ahi lasso! e i suoi quattrini
Li spende così mal
Che va nell'Ospedal
Da Gamberini.[6]
Vedi da ciò quant'erra
Il detto popolar
Che dice: «loda il mar,
Tienti alla terra».
[1] Interiezione marinaresca che denota sorpresa.
[2] Condotto da Enrico Lamma in piazza Galvani a Bologna.
[3] Raccoglitore ambulante di detriti organici. Dial. bol.
[4] Qui la geografia è bastonata. Paderno non è tra Bordighiera e
Nizza, ma sui colli a sud di Bologna.
[5] Etera peripatetica e scalcagnata che disonora i vicoli di
Bologna.
[6] Già Direttore della Clinica Dermosifilopatica all'Ospedale di
S. Orsola.
PER LA CADUTA DI PALAMIDONE SONETTO SBOLENFIO DI PRIMA CLASSE
Il Ministero e zero invero contano
Spesso lo stesso e solo un sesso vantano.
A un'unità di qua o di là si montano,
Di un voto ignoto al moto indi si spiantano.
Sorretti e accetti i Gabinetti affrontano
Ritti i conflitti ed i sconfitti schiantano;
Poi, grati ai Fati se i soldati ammontano
A tanti quanti son bastanti, cantano.
Ma se i fiacchi o i vigliacchi i tacchi puntano,
O se un minuto il muto aiuto allentano,
Liti e garriti tra i partiti spuntano.
Desti gli onesti e questi si addormentano;
Rimovi i chiovi e i novi più si appuntano;
E tasse e sopratasse a masse aumentano!
ALLA POETESSA ARGIA SBOLENFI
SONETTO[*]
_Gentil Donzella cui Ciprigna dona
Lieto il color delle Acidalie rose,
Cui di lauri raccolti in Elicona
Di Cirra il Nume una ghirlanda impose,
Ben fosti cara al nato di Latona
Se del Parnaso in sulla via ti pose
E del sacro Permesso a te sprigiona
Dolci di mele Ibleo l'onde famose!
Ma se fia che tra breve alla palestra
Rieda, di nuovi onor carica e pregna,
Non dilettarci sol, ma ci ammaestra;
E di Quirino alle nepoti insegna
L'arte soave in che tu sei maestra,
O della Lesbia Saffo emula degna!_
Di EDRA COPRODITE
Pastore Arcade
[*] Umile parto dell'umilissimo chiosatore.
A EDRA COPRODITE PASTORE ARCADE
RISPOSTA
Saggio Pastor, poichè il tuo nome suona
Chiaro nelle città dotte e famose,
Dall'altezza ove stai mite perdona
Alle mie rime tristi e vergognose.
Ahi, la ghirlanda che il tuo cor mi dona
È purtroppo d'alloro e non di rose
E vorrei barattar questa corona
In carni meno crespe e più polpose!
Che m'importa il saper come maestra
L'arte di Saffo quando Amor mi sdegna
Scaricandomi addosso la balestra?
Vorrei mutar questa vitaccia indegna,
Vorrei sentir suonare un'altr'orchestra…
Un marito, per Dio[*], chi me lo insegna?
[*] Bacco.
SI COMPIACE DELLE PROSSIME NOZZE [*]
SONETTO SBOLENFIO
Spero davvero che il mio fiero isterico
Male, che assale quale un fucil carico,
Cessi gli spessi accessi e il mio rammarico
Cada per strada e vada nel chimerico.
Bandito è il rito ed un vestito serico
Stato è tagliato, come o dato incarico;
Del normal verginal segnai mi scarico,
Che l'ara cara già prepara il chierico.
Sposo! ed oso un focoso panegirico
In onor di chi al cor l'amor teorico,
(Che splende e non accende) or rende empirico.
Chi è matto affatto, questo fatto storico
Può far burlar nel suo ghignar satirico,
Ma intanto io canto e accanto a LUI mi corico!
[*] Ahi, non fu vero!
EGLOGA[*]
MELIBEO
Titiro, tu che d'un gran faggio all'ombra,
A gambe aperte, stravaccato[1] stai,
Mangiando allegramente una cucombra,[2]
Un canonico sembri e chi sa mai,
Chi potesse vederti le budelle,
Bollettario, anche te che sghissa[3] avrai!
Io stento invece e queste pecorelle
Sono ormai senza tetto e senza pane
E campan di polenta e di sardelle.
Hai forse avuto eredità lontane?
Hai rubato una pisside o un ciborio?
O ti fai mantener dalle sottane?
TITIRO
Amico Melibeo, questo è notorio
E lo san fino i sassi di Bologna,
Che tu sei sempre stato un tabalorio;[4]
Ma non sapevo, e il dico a mia vergogna
Perchè l'imparo adesso solamente,
Non sapevo che fossi una carogna.
Qual reo sospetto t'è venuto in mente,
Asino porco, sulla mia condotta?
Sono un pastore onesto ed innocente!
E se non fossi mio compatriotta
Ed anzi amico mio di Seminario,
Tu mi faresti venir su la fotta.
Basta; veggo però ch'è necessario
Dirti come domai l'iniqua rana,[5]
Essendo un fatto un po' straordinario.
Tu saprai che quest'altra settimana
Una dolce fanciulla, un puro fiore,
Che delle poetesse è la sovrana,
Magrolina se vuoi, ma un vero amore,
L'Argia Sbolenfi insomma, e ho detto tutto,
Sposa … imagina chi? L'Imperatore!
La nuova si sapeva dappertutto,
Ma io la vidi sol nell'È Permesso,[6]
L'unico foglio serio e di costrutto.
Appena letto, allon! mi sono messo
Le braghe dalla festa e il gabbanino
E son corso da lei come un espresso;
Ma siccome era chiusa in camerino
A far dei versi al suo futuro sposo,
Fui ricevuto dal signor Pierino[7]
Che largo, liberale e generoso,
Mi offerse cordialmente da sedere,
Ma il caffè no, perchè gli dà il nervoso.
«Ohi, chi vedo!»—«Tersuà»—«Bravo! ho piacere!
»Cosa porti? L'agnello?»—«Nossignori»—
»Peccato, che t'avrei dato da bere!»—
Così ciarlando, ecco l'Argia vien fuori,
La qual, come saprai, ci diedi il latte,
(Ossia mia moglie) e latte dei migliori.
Era in disabigliè, con le ciabatte,
Una sottana bianca e un zuavino
Che ci arrivava appena alle culatte.
«Oh!»—lei dice—«Mo bravo Titirino!
»Non sai chi sposo? Ah son tanto felice
»Che a momenti mi viene uno smalvino![8]
»Fra pochi giorni sono Imperatrice!
»Sei venuto a veder la tua sovrana?
»Ti farò ricco, e sai chi te lo dice!
»A tua moglie ci pago una collana,
»E con l'acqua di felsina, all'armento
»Fin da quest'oggi laverai la lana.
»Farò indorar le vacche ed il giumento,
»Ti selciarò la stalla di brillanti,
»E l'aldamàra[9] tua sarà d'argento.
»Or vanne Titirino e quei birbanti
»Che tempo addietro mi credevan pazza,
»Crepino d'accidente tutti quanti.
»Vanne a Bologna, sta contento e sguazza,
»Che in compenso del latte che m'hai dato,
»Io ti farò più ricco di Cavazza![10]»—
Io dico grazia! vado, e sul mercato
Da un buon amico mio, sessanta lire
Al sessanta per cento, ho ritrovato;
Ma il primo vaglia che mi fa venire
L'Imperatrice Argia, pago ogni cosa,
Faccio il porco e mi voglio divertire.
Ecco spiegata la ragione ascosa
Di tutta quanta l'allegrezza mia,
Viva il signor Pierin! Viva la sposa!
MELIBEO
Viva l'Imperator! Viva l'Argia!!!
[*] Per errore di troppo eccitabile imaginazione, la Poetessa credette che S.M. l'Imperatore di Germania venisse l'ultima volta a Roma per chiedere al Sommo Pontefice il divorzio dalla Imperatrice e sposar quindi lei.—Vedi le note in fondo al capitolo.
[1] Coricato. Recubans sub tegmine fagi. VIRG. Dum stravaccatae pegorae marezant_. MERL. COCCAI Zaniton.
[2] Cocomero, anguria. Cucurbita citrullus Linn.
[3] Appetito furibondo.
[4] Uomo di poco cervello. Captus mentis.
[5] Non è la rana esculenta Linn. ma il sinonimo bolognese di miseria. Questo simbolico batracio ricorrerà sovente in queste carte.
[6] L'effemeride in cui videro la luce molte di queste rime.
[7] L'onorando signor Pietro Sbolenfi, degno genitore dell'autrice, cui è dedicato il volume.
[8] Che Dio ci liberi e scampi tutti! È un accidente.
[9] Concimaia.
[10] Il Conte Felice Gavazza, banchiere, riputato per uno dei più ricchi bolognesi.
SI SCUSA PER AVERGLI MOSTRATO POCO RISPETTO[*]
Mio diletto Signor, poichè vedesti
Senz'alcun velo il negro mio misfatto,
Signor, perdona e fa che in te non desti
Scandalosi pensier l'orribil fatto.
Nel momento fatal forse dicesti:
«Cos'è quello, per zio?! Divento matto?
È questo l'occhio dell'Argia? Son questi
L'aspetto e i vezzi suoi? Mo niente affatto!»
E ben dicesti! Anch'io quanto mi posi
Viceversa così, pensai lo stesso
E tu lo sai che non te lo nascosi;
Ma, deh, quell'affaraccio dell'ingresso
E il panorama che alla folla esposi,
Scordali, Cocco, e sposami lo stesso!
[*] Recatasi incontro a S.M. l'Imperatore, salì sopra un palo e,
urtata dalla folla, cadde a capofitto, mostrando al suo sperato
amante, com'ella dice, poco rispetto.
SFOGO CONTRO COLUI[*]
C'era una volta in Roma una ragazza
Il cui nome gentil non vi dirò,
Che per l'Imperator divenne pazza
E di dargli la man si lusingò.
Ei venne a Roma e per la gioia grande
Ella dinanzi a lui cadde boccon
E gli mostrò che non avea mutande
In omaggio all'igiene e alla stagion.
Bismarck, quando lo seppe, andò in furore,
Afferrò penna, carta e calamar
E poi telegrafò all'Imperatore
Che per l'amor di Dio non stesse far,
E quella donna ci si mise dietro
Seguitandolo sempre per città,
Dal re, dal papa, in piazza ed in San Pietro,
Raccontandogli mille infamità.
E lui sentendo questa sinfonia,
Da prima cominciò a tintinagar,[1]
Poi nel più bello piantò lì l'Argia
E coi Sovrani s'imbarcò per mar.
L'empio! Intanto la povera tradita
Nei Cappuccini andò per la passion;
Mutò speranze, desideri e vita,
Ed, ancella di Dio, prese il cordon.
Caste donzelle, deh, accogliete in seno
Questo consiglio che mi vien dal cor.
Portate sempre le mutande, o almeno
Copritevi se vien l'Imperator!
[*] Colui, ahimè, è l'alto personaggio di cui alle rime precedenti, e quella donna la sua legittima e graziosa consorte.
[1] Tentennare. Dial. bol.
AVE CRUX![*]
All'illustre e Venerato prosatore
e suo diletto genitore
questo segno d'onore
pegno d'amore
col cuore
Argia
dà
Padre diletto,
Sbolenfi Pietro,
Al tuo cospetto
Vinta m'arretro,
Perchè sei degno
D'aver un regno.
Ma poichè il regno ti negò la sorte
E giaci oppresso dall'immonda rana,
Col tuo bel libro sfiderai la morte,
Il bel libro cui feci io da mammana,
Il bel libro che può dirsi un portento,
Da cui speriamo alfine il nutrimento.
E poichè il mondo,
Non ti fa onore
Vieni, giocondo
Mio genitore,
Che ad alta voce
Ti dò la croce!
[*] L'ottimo ed erudito Signor Pietro Sbolenfi, genitore della poetessa, aveva stampato un applaudito volume di ricordi bolognesi. La poetessa lo rimeritò della dedica fattale con questo segno d'onore.
L'APPARIZIONE
ROMANZA
Crudo ed avaro, nel suo castello
Viveva il Conte del Meloncello,[1]
Quindi nessuno ci volea ben.
Trattava i figli come serpenti,
E, dice un libro, che ai suoi serventi
Il pane e l'acqua ci dava appen.
Il primogenito di nome Augusto
Era un bel giovine, svelto e robusto,
Che l'ammiravano per la città.
Membro dei Reduci dalle Crociate,
Molte godevasi maccaronate
Coi Soci, e andavano di qua e di là.
Lo seppe il padre che, all'olmo andato,[2]
A sè un sicario tosto chiamato,
Mettere il figlio fece in prigion.
Cavar gli fece l'elmo e lo scudo
E in una torre lo mise nudo
Ed era, ahi vista! senza i calzon!
Ma il padre barbaro che una mattina
Privo di lampada stava in cantina
E, come al solito, tirava il vin,
(Ah, proteggeteci Angeli e Santi!)
Fetente e squallida si vide avanti
L'ombra terribile d'un cappuccin.
E l'ombra disse: «Non hai vergogna
Di quel che hai fatto, brutta carogna?
Libera il figlio; dà mente a me!»
Al padre infame, pel terror grande,
Cambiar colore fin le mutande,
Tal che ammorbava da capo a piè.
Indi, recatosi alla prigione,
Con mano tremula aprì il portone
E disse: «Vattene dai piedi fuor!»
Augusto, libero, ratto andò via,
Indi, impiegatosi, sposò l'Argia[3]
E lunghi vissero giorni d'amor.
[1] Arco a due chilometri da Bologna. Il castello non esiste più, ma invece vi si trovano, una stazione di Guardie di P.S. e un'osteria.
[2] Andato in furia.
[3] Ahi, non fu vero!
IN DISPREZZO DI UNO SPASIMANTE VECCHIO E STORTO
SONETTO SBOLENFIO
Ridicolo che il vicolo girandoli,
Sciupi i sassi coi passi e indarno ciondoli.
Ti parlo schietto, io non ammetto scandoli,
Ne sopporto uno storto che mi sdondoli.
Gli affetti celo e in denso velo ascondoli
Ai vegliardi testardi; indi burlandoli,
Li mando in bando quando, innamorandoli,
Strazio i lor cor e nel dolor sprofondoli.
Se i maschi adoro, pur tra loro io scindoli
In vecchi molli c'hanno i colli pendoli
E in giovinetti eretti e di buone indoli;
Ma i somari tuoi pari io vilipendoli
E far puoi quel che vuoi, tu non m'abbindoli,
Vecchio brutto, distrutto e tutto a sbrendoli!
CONFIDA LE SUE PENE ALLA BEATA VERGINE
SONETTO SBOLENFIO
O pia Maria, ve' della mia terribile
Pena terrena la catena ignobile!
Vien manco il fianco stanco ed è impossibile
Ch'io resti a questi mal molesti immobile!
Dura sciagura, arsura inestinguibile,
Ricetto eletto han nel mio petto e, mobile
La mente, sente un serpente invisibile
Che ha vinto, estinto, in lei l'istinto nobile!
O Bella Stella, o Verginella amabile,
Ascolta, volta a me stolta e volubile,
La preghiera sincera e vera e stabile.
Odo che un nodo sodo e indissolubile
Fa fiorita ogni vita attrita e labile….
Mia pia Maria, fa ch'io non sia più nubile!!
IN DISPREGIO DELLA IMMONDA RANA[*]
SONETTO SBOLENFIO
Rana, sovrana dell'umana e ignobile
Razza, che pazza sguazza in brago orribile,
Sdegno il tuo regno indegno e sfido immobile
Mira! l'ira tua dira e inestinguibile!
Tardi e codardi dardi avventi al nobile
Mio petto, schietto, eletto e irremovibile.
Sprezzo il tuo lezzo e in mezzo al volgo mobile,
Vera guerriera e fiera, io sto invincibile.
Il mondo in fondo è tondo ed è volubile,
Come una luna la fortuna è instabile,
E, onesta o lesta, niuna resta nubile;
Sol io, mio Dio, col mio desio ineffabile,
Giaccio, e non straccio il tuo laccio insolubile,
Rana ircana, malsana e miserabile!!
[*] Batracio simbolico di cui vedi indietro.
TAVOLETTE MORALI
I
Il coccodrillo
Chiese al mandrillo:
«Perchè sei qui?»
Disse il mandrillo
Al coccodrillo:
«Perchè di si!»
Morale
Opra tranquillo
Come il mandrillo
La notte e il dì.
II
Un pollaio, di gennaio,
Nel solaio d'un notaio
Un porcaio diventò;
Ed un pollo non satollo,
Il suo collo mezzo frollo
Col midollo si mangiò!
Morale
Imparate, disgraziate
Non pigliate cantonate
Se bramate dei cocô!
III
La cicala avea cantato
Tutto luglio a perdifiato.
Quando il caldo fu sparito,
Si sentì molto appetito
Ed andò dalla formica
Domandandole una spica.
La formica le richiese:
«Che facesti l'altro mese?»
La cicala allor riprese:
«Ho cantato, o dolce amica!»
«Brava!»—disse la formica—
«Tu facesti arci benone
«Ed invece d'una spica,
«Prendi, cara, ecco un zampone!»
Morale
Imitate in ogni cosa
La formica generosa.
IV
Una sciabola un po'sciocca
Col revolver litigò
E finì col dirgli: «tocca
Questa lama e tacerò!»
A costei che lo contrasta
Con sì stolta vanità,
Il revolver disse: «tasta
Queste palle, e zitto là!»
Morale
Ragazze, non scherzate
Con l'armi caricate!
V
La pulce milanese
Che vive di stracchino,
Fuori del suo paese
La credono un pulcino.
Morale
Un uomo d'esperienza
Si fida all'apparenza.
VI
La farfalletta
Sopra la vetta
D'una polpetta
Si riposò.
Ma una civetta
Accorse in fretta
E, poveretta!
Se la mangiò.
Morale
Lettor, sta attento e vedi
Dove tu metti i piedi.
VII
La pispola diceva al pispolino:
«Bada di non sporcarti il gabannino!
Ma il pispolin la madre non paventa
E in umido finì con la polenta.
Morale
Ubbidisci alla madre ed al fratello,
O nell'umido andrai come l'uccello.
VIII
Un tonno innamorato
Lesse i Promessi Sposi
E tutto riscaldato
Da sensi religiosi,
Andò pianin pianino
A farsi cappuccino.
Morale
Fai bene se t'astieni
Dal legger libri osceni.
IX
Una foca in vaporino
Volle andar sino a Bazzano,
Ma le cadde il taccuino
Dalla tasca del gabbano
E se volle andarci mai
Dovè prendere il tramvai.
Morale
Toccherà sempre così
A chi viaggia in venerdì.
X
Un delfino al mare in ripa
Che fumava nella pipa,
Prese fuoco e si scottò;
Ma uno struzzo di passaggio
Lo guarì con del formaggio
Che sul buco ci applicò.
Morale
Questa favola mi pare
Che v'insegni a non fumare.
XI
Fece l'ovo un giovin gallo
Fuor del nido e lo covò,
Ma uno svizzero a cavallo
Non volendo lo schiacciò.
Morale
Di qui apprendi, o giovinetto,
A far l'ovo nel tuo letto.
XII
Il soldo ed il baiocco
Trovandosi in questione,
Portavano lo stocco
Nascosto nel bastone;
Ma tosto i deputati
Votarono un'inchiesta
E furon condannati
Al taglio della testa.
Morale
Chi tradisce l'amicizia
Cade in man della giustizia.
XIII
Il leon per fare il bagno
Punto fu dal pesce ragno,
Ma un dentista forestiere
Lo guarì con un clistere.
Morale
Chi vuol far l'altrui mestiere
Molte volte fa piacere.
XIV
Lo storione—in un cantone
Profittò dell'occasione,
Ma il leone—cappellone
Gl'intimò contravvenzione.
Morale
Son molti i guai—che ti risparmierai
Se a ritirarti a tempo imparerai.
XV
Tra la provvida formica
E il catarro di vescica
Fu contratta società.
Ma si sciolsero ben tosto,
Perchè ognuno ad ogni costo
Pretendeva la metà.
Morale
Non c'è gusto in un bel gioco
Quando dura troppo poco.
XVI
La pecora inferma
Tirando di scherma
In breve guarì.
Ma perse il tabarro
E prese un catarro
Del quale morì.
Morale
Questa piccola novella
Vi consiglia la flanella.
XVII
L'ippopotamo droghiere
E il merluzzo salumiere
Ragionavan con piacere
Ciaschedun del suo mestiere.
Ma un astuto alligatore,
Anche lui commendatore,
Disse: «Ah stupidi! il migliore
È il mestiere del signore.»
Morale
Se le bestie parlan bene,
Frequentarle si conviene.
XVIII
Il re Tappella
Facea la guerra,
Ma dalla sella
Cascò per terra
E nel tracollo
Si ruppe il collo.
Morale
Per detto generale
Chi casca si fa male.
XIX
La lima ed il limone
Per causa dei giornali
Ebbero una questione
Davanti ai tribunali,
Ma proprio nel momento
Di farsi onor coll'arte,
Tirò sì forte il vento
Che portò via le carte.
Morale
Oh che gioia, oh che contento
Se tirasse solo il vento!
XX
Stava il corvo alla finestra
Aspettando la mammana
E teneva nella destra
Una forma parmigiana.
Una volpe ivi passò
Ed a lui così parlò:
«Deh, chi mai vide un uccello
Più piacevole e più bello?
Se il tuo canto è come il viso,
Sei l'uccel del Paradiso!…»
Ascoltando queste cose,
Tosto il corvo le rispose:
«Cara volpe, a chi mi loda
Dico: baciami la coda!»
Morale
Se qualcun vi loda spesso,
Rispondetegli lo stesso.
XXI
La tinca in una cassa
Piena di formentone
Si fece tanto grassa
Che diventò un tincone.
Morale
A molti il vizio
Fa quel servizio.
XXII
La sega ed il ditale
Sposi a dieci anni soli
Dal nodo coniugale
Non ebbero figliuoli,
Perciò, con atto egregio,
Fondarono un collegio.
Morale
Son sterili soventi
Le nozze tra parenti.
XXIII
Il bue disse alla vacca:
«Vuoi tonno o vuoi salacca?»
La vacca disse al bue:
«Dammeli tutti e due!»
Morale
Nelle giornate magre di quaresima
Son simile alla vacca anch'io medesima.
XXIV
Un somaro in Egitto per scommessa
Sposò una poetessa
E in barca la condusse al Cairo e a Menfi…
Morale
Sposate ARGIA SBOLENFI!!!
IL GENTIL CAVALIERO
Va per la selva nera
Solingo un cavalier
Ornato d'un cimier
Colla criniera..
Dai piedi fino al mento
Coperto è di metal;
Galoppa il suo caval
Che pare il vento.
Quand'ecco che un romito
Innanzi gli si fa
E dice: «vieni quà,
Guerriero ardito!
C'è una fanciulla pia,
Leggiadra anzichenò,
E il padre la chiamò
Sbolenfi Argia.
Ti sta nel suo palazzo
Fremente ad aspettar
E tu l'hai da sposar
Bravo ragazzo!
Faresti un buon affare
E non puoi dir di no.
Io vi mariterò;
Valla a pigliare!…»
A questa esortazione
Commosso il cavalier,
Nel ventre del destrier
Piantò lo sprone,
E si partì al galoppo
Bramoso di venir,
Veloce come al tir
Palla di schioppo…
Scorsero gli anni e i mesi,
I giorni e le stagion,
Ed io sul mio balcon
Sempre l'attesi!
Ma invan lo sguardo esplora
Le strade ed i sentier;
Il prode cavalier
Galoppa ancora!!
¡POBRE CARLOS![*]
¿Habla: se puede ser mas desdichada?
Quiereba Carlos el toreadores,
Ma un toro viense in la plaza mayores
Y per matarlos el sfrodò la espada
El toro escapò vias por la contrada
¡Mo Carlos, dietros. fagando romores!
Cuando el toro ¡ahi de mi, caros señores!
Per de dietros ce apogia una cornada.
Carlos cascò cridando ¡ahi, porco mundo!
Viense el medico y hablò: ¡mo bozaradas,
El corno ha penetrado ensino al fundo!
¡Parece un nido carico de vrespas;
Las pobras chiapas miranse sfondadas,
Todo està roto y buena noche crespas!
[*] Lo Spagnuolo non beve… certo l'onda del Mançanares!
LA RISPOSTA DELLA FIGLIA MALEDETTA
Padre, nei giorni, ahimè! vissuti insieme,
Nei tristi giorni in cui, non pur degli agi,
Ma fin del pane ci fallìa la speme,
Quando furtivi, squallidi e randagi
Le poma guaste cercavamo e l'ossa
A piè de' monasteri e dei palagi,
Quando il verno crudel con la sua possa
Sotto il breve lenzuol ci costringeva
Come morti a gelar dentro la fossa,
Padre, la figlia tua non si doleva
Sotto il duro flagel della fortuna.
Io mi sentiva forte e non piangeva,
Ma poi chè, fior di gioventù, la bruna
Mia pubertà sbocciando, amor m'apprese,
Obliai le miserie ad una ad una.
Il gaudio della vita in cor mi scese
E nuovo e forte palpitò il desio
Nel petto ansante e nelle vene accese.
Ma tu, sorpreso del delirio mio,
Mi chiedevi talor—figlia, che hai?
Aprimi il core: il padre tuo son io!—
T'amo, Pietro Sbolenfi, e ben lo sai,
Tanto, che al dolce suon dei detti onesti
Non te lo apersi, ma lo spalancai.
—Mo, tananòn Mingheina!—allor dicesti—
Costei già sogna il matrimonio e i figli!
È tempo di vegliarla e di star desti!—
Mi sciorinasti allor cento consigli
Di virtù, di morale e di prudenza
Per agguerrirmi il cor contro ai perigli.
—Cara figlia—dicevi—abbi pazienza,
Sceglilo ricco e sceglilo maturo,
Che pigliarlo in bolletta è un'imprudenza.
Cerca, se puoi, di metterti al sicuro!
Guarda tuo padre e resta persuasa
Come il campar senza quattrini è duro.
Guarda invece il canonico di casa!
Quanti fogli da cento ha nel borsello
E che salute nella faccia rasa!
Prendi, mia cara, un uomo come quello.
Fattene la signora e la padrona
Ed anche il Re si caverà il cappello!—
Per ciò, figlia esemplar, docile e buona,
Eseguendo alla lettera i tuoi detti,
Me ne andai col canonico in persona!
Ed or perchè ti duoli e perchè getti,
Quasi porco ferito, alti clamori?
Perchè, dimmi, perchè ci hai maledetti?
Perchè vieni a cianciar de' tuoi dolori,
Mentre tu ci portavi il candeliere
E fosti Galeotto ai nostri amori?
Io lo dirò il perchè! Sperasti avere
Dal genero sognato agi e monete
Per menar le ganascie a tuo piacere,
Ed or che sei rimasto con la sete
Fai lo scontento e lo scandalizzato
Perchè tua figlia dorme con un prete!
Ma padre mio, ti sei dimenticato
Tutto ad un tratto la parola detta
Ed il consiglio che m'avevi dato?
Tu mi dicevi di tenermi stretta
E ferma del canonico al mantegno….
Io mi ci tengo e tu m'hai maledetta!
Andiamo, smetti questo finto sdegno!
Ribenedici la diletta figlia
Or che porta d'amor nel seno un pegno!
Presto nonno sarai! Spiana le ciglia
Che un bugiardo furor move ed infiamma.
Sta quieto per ragioni di famiglia
Ricevi un bacio e tante cose a mamma.
SI DESCRIVE UNA RUSTICA CAPPELLA
Ben sovente
T'ho presente
Nella mente,
Vezzosissima cappella,
E il tuo aspetto
Nel mio petto
Fa l'effetto
Della cosa la più bella.
Parlo a stento
Dal contento,
Anzi sento
Che mi manca la favella,
E deliro
Quando in giro
Io ti miro
Rosseggiar superba e snella!
Quasi nera
T'alzi altera
Nella sera
Che il candor degli astri abbella;
T'alzi ed io
Nel cor mio
Ti desio
Vezzosissima cappella!
INNO AL SALAME
O progenie divina,
o d'ogni ben cagione,
figlio di Salamina
e de'l Re Salomone;
o de la fame infame
trionfator, Salame,
balzi or l'agile strofa innanzi a te;
a te, forte e gentile
onor de 'l genio umano
e de 'l mondo civile
consolator sovrano,
ne le cui forme dorme
una possanza enorme
che squarcia i monti e sfonda il trono a i Re.
Fatto con diligenza,
o montanaro, o fino,
con l'ova sode o senza,
sempre tu sei divino
e t'amo e ognor ti bramo
e Nume mio ti chiamo
e tua mi giuro e ti consacro il cor.
Oh quante volte, oh quante,
ne' sogni miei ti vedo
e vinta e palpitante
stringerti a 'l cor mi credo
e desta, la mia mesta
sorte m'appar funesta,
poichè tu manchi a 'l mio focoso amor.
E pur la rabbia ostile
disonorarti brama
e de 'l onagro vile,
vile figliuol ti chiama;
ma tu sorridi e gridi
—tornate a i vostri lidi
e cessate d'infrangermi i calzon!—
Deh, se ne i dì sereni
io mi sperai tua sposa,
tra le mie braccia vieni,
sovra il mio sen riposa.
Orgoglio mio, ti voglio
far co' miei baci il soglio,
lo scettro, la corona e il padiglion!
LAMENTO[*]
Piangete al gran galoppo,
Dolcissimi lettor!
Il nostro Direttor,
Moscata, è zoppo!
Che se a qualcuno importa
Saperne la cagion,
Sappiate che al Veglion
Prese una storta.
La storta che ha pigliata
Passava pel caffè
Vestita da bebè
Molto scollata.
Ed ei che aveva piena
La tasca di quattrin
Ai Quattro Pellegrin
Le diè una cena.
Costei che aveva i denti
Aguzzi anzichenò,
Gli bevve e gli mangiò
Tre abbonamenti.
Indi, per sua sventura,
Si volle sdebitar,
Ma non pagò in denar,
Pagò in natura.
E il nostro Principale
Dopo due giorni o tre,
Cos'è, cosa non è,
Si sentì male.
Basta, per farla corta,
Il nostro Direttor
Ricorse al suo dottor
Per questa storta,
Che stette un pò dubbioso
Indi gli suggerì
Santalo del Midi,
Malva e riposo.
Piangete al gran galoppo,
Dolcissimi lettor,
Il nostro Direttor,
Moscata, è zoppo!
[*] Cesare Dalla Noce detto Moscata dirigeva l'effemeride
in cui la Poetessa faceva le sue armi.