UN AGNELLO FRA DUE LUPI
I.
La scena è in una grande città d'Italia, non importa quale. Siamo in una sala mobigliata riccamente, ma con poco buon gusto e manco discernimento. L'insieme dei mobili non le dà un carattere proprio e distinto. L'antico ed il moderno vi sono confusi stranamente, e producono un'ingrata disarmonia. Le cose di vecchia forma contrastano con quelle di attuale invenzione. Gli specchi, i sedili, i tavolini, le pendole, i candelabri, i vasi di porcellana e tutto il resto sono una collezione d'oggetti i più disparati e nemici fra loro. Le finestre hanno le cortine di seta, ma di un colore e d'un disegno non appropriati all'uso. Il pavimento è coperto d'un tappeto di lana, tessuto da mano maestra, e rappresentante gruppi di suonatori e di ballerini. Altra inconvenienza di camminare sui visi e sui corpi di gente rispettabile che sta allegra. Egli è vero che si stampano sui fazzoletti di naso i ritratti degli uomini grandi e che questa non è la più bella maniera di celebrarli, ma un controsenso non giustifica l'altro. Forse la stoffa di quel soppedaneo era destinata all'ufficio di tappezzeria. Otto o dieci opere lodevoli di pennello e di bolino, bellamente incorniciate, pendono qua e là dalle pareti, opere tutte di sacro soggetto, come sarebbe un Ecce Homo, il Martirio di Santo Stefano, e la Vergine Assunta. Fra lo spazio di due finestre avvi uno scaffale di legno prezioso e squisitamente lavorato, nel quale sono collocati libri di pietà, di filosofia cristiana, di storia ecclesiastica, di Vite di Santi, ec., ec. in numero di trecento volumi all'incirca. Nulla di profano si contiene in quello scaffale; un prelato dei più ascetici non potrebbe avere una biblioteca meglio edificante.
Un uomo non ancora di cinquant'anni passeggia la sala pensieroso, e colle braccia incrociate sul petto, come faceva una volta Napoleone I, e come fanno adesso gli staffieri che siedono sulla serpe accanto ai cocchieri. Dopo alcune giravolte, si lascia cadere in una poltrona di velluto bleu, e il suo volto si fa torbido e sereno a vicenda. Il timore e la speranza, lo sconforto e la gioja vi si dipingono alternamente, come sul volto di un negoziante che abbia in mare una nave carica di ricche merci, e che ora la veda sommergersi, ed ora entrare in porto. Quest'uomo è vestito signorilmente, ma d'una moda un poco stantía, senza studio di eleganze, alla maniera delle persone attempate e sode. Egli si chiama il signor Fabio, gode la bella riputazione di galantuomo, e la rendita non meno bella di sessantamila lire annuali e sicure. Adesso egli sta operando un colpo che deve triplicare la detta sua rendita, e collocarlo fra i più ricchi del paese. Il signor Fabio è di un carattere austero, di princìpi illiberali e contrari al progresso, e soprattutto scrupoloso sull'articolo della morale civile e religiosa. Egli legge soltanto certi giornali di un certo colore, che hanno pochissimi associati, e tuttavia fanno vivere lautamente i loro redattori. Nelle alte regioni della società conta molti amici e conoscenti, che lo stimano, che apprezzano i suoi consigli, e che dividono le sue opinioni.
Il signor Fabio levò di collegio e prese in casa un suo nipote orfano, del quale diventò altresì il tutore per disposizione testamentaria della defunta cognata, madre del giovinetto. Questo felice, o piuttosto infelice mortale, possiede una sostanza di due milioni, che il signor Fabio va procurando di legalmente appropriarsi. Ora è appunto immerso nel pensiero di tale affare, e, secondo che si figura l'esito certo o dubbioso, lo vediamo passare dalla letizia alla tristezza. A trarlo dalle sue meditazioni entra nella sala un uomo presso a poco della sua età, vestito pulitamente di nero, avente un'aria disinvolta e una simpatica fisonomia. Il signor Fabio si scuote, e domanda con una certa premura:
—Orbene, Leonardo, quali divertimenti jeri sera?
—Un'orgia un poco più spinta delle altre, rispose Leonardo mettendosi a sedere. Molto selvaggiume, molti tartuffi, e molto vino di varie qualità. Aggiungete a tutto questo un gran vaso di punch.
—Benissimo…. e donne?
—Due figliuole di Eva, le più gaje e vezzose del mondo.
—Briccone, sempre roba nuova, eh? disse il signor Fabio ridendo e fregandosi le mani. Vi sarete sollazzati a dovere.
—In quanto a me, sono un filosofo che guardo con disprezzo le vanità della vita. I folli piaceri non mi seducono, perchè lasciano in fine il pentimento.
—Satanasso, come fai bene il beffardo! E Faustino era in vena?
—Se lo era! E come no a diciott'anni, e in tale compagnia? Egli morde terribilmente all'amo e fa delle vere prodezze. Ben presto io te lo do migliore di Don Giovanni Tenorio.
—No, sciagurato! Io non voglio nessuna celebrità in lui. Guardati bene dagli scandali.
—Via via, ti rassicura. Tu non hai a che fare con un gonzo, e le tue idee mi sono entrate perfettamente. La celebrità fa del rumore, e tu vuoi il silenzio. Per acquistare la celebrità bisogna vivere alquanto lungamente, e tu vuoi spicciarti di lui alle corte. Caro Fabio, dammi del denaro.
—Quanto ti occorre?
—Più me ne dai, e più mi fai piacere. Se ne spende molto, amico mio.
—Prendi, due doppie di Spagna.
—Non è una grande liberalità, ma per ora mi contento. Abbi presente che i piaceri costano assai caro. Per esempio, nel nostro baccanale di ieri sera abbiamo speso cinquantasette lire, senza contare i regali alle due convitate, che troppo bene li meritarono collo sfoggio delle loro grazie. Faustino mi eccita a spendere largamente, ripetendomi che appena andrà al possesso del suo patrimonio pagherà i debiti che crede avere verso di me. Egli mi fa l'onore di considerarmi così ricco da prestargli continuamente il denaro che gli occorre per divertirsi. Non guardarla dunque pel sottile con tuo nipote. Finalmente egli ha una rendita di quasi novantamila lire, che mediante la tua saggia amministrazione sarà aumentata in pochi anni….
—In pochi anni! Smemorato che sei! disse il signor Fabio con un certo riso sardonico molto significativo.
—Ah, tu hai ragione. Questa volta io pensava e parlava da balordo. Per Faustino non vi debb'essere avvenire; la bella prospettiva è tutta per te.
—Ah, Leonardo! riprese il signor Fabio dopo un momento di pausa, e assumendo il tuono dell'ipocrisia; io ho delle inquietudini.
—Tu? delle inquietudini?
—L'opera che noi facciamo è un grave delitto. La coscienza mi rimorde.
—Ah ah! proruppe a ridere Leonardo. La coscienza ti rimorde! Via con queste celie.
—Se potessi dare addietro…. ma il male è troppo innoltrato.
—Quando tu voglia rimediarvi, siamo ancora in tempo. A me basta l'animo di fare un santo di tuo nipote. Oggi, se ti garba, io assumo una faccia compunta, un contegno grave ed un discorso edificante che produrranno miracoli. Se fin qui ho sostenuto la parte del diavolo, m'impegno di fare quind'innanzi quella dell'angelo custode. Non più bagordi, non più intemperanze, non più dissolutezze. Io lo conduco alle pratiche divote ed ai sermoni di chiesa. Se non potrò restituirgli il candore e l'innocenza, avrà il pentimento e l'emendazione. Così vedremo rifiorire in lui la salute, che in verità comincia a guastarsi.
—Ti pare che egli sia dimagrato?
—Un poco sicuramente, e accusa già qualche doloruccio di petto.
—Aimè, che orribile passione è quella delle ricchezze! Vedi a quale eccesso mi ha condotto.
—Non ischerzare, perchè a forza di fingere i rimorsi, tu finirai col sentirli davvero.
—Tu sei più malvagio di me.
—Questo può darsi, ma dovrebbe giudicarne un terzo che ci conoscesse a fondo l'uno e l'altro. Intanto io ho il vantaggio di comparire in faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al male. Dopo dieci o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la mano, e a trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di gioventù. Mi hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del mio patrimonio, due ottime circostanze perchè tu avessi a propormi questo affare, e perchè io avessi ad accettarlo, mediante la ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non disputiamo sulla preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due mariuoli che abbiamo l'abilità di passare per uomini onesti.
—Però la mia riputazione di onestà….
—Sì, è più grande e più estesa della mia. Sai tu il perchè? Perchè io non sono ricco, perchè non ho sublimi relazioni sociali, perchè non fo elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio nome non è scritto sugli elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia inferiorità mi consola per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo che ti conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione viva non meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù per avvoltolarti secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo sulla tua faccia dileguarsi l'impronta della venerabile austerità, e comparirvi l'espression dei ribaldi sentimenti che covi nel fondo dell'anima. Per me solo la tua bocca parla il linguaggio della furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il linguaggio dell'onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando ti vedo passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che tu adori ed inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba: Ecco là come sono fondate certe riputazioni di virtù e di santità.
—A che proposito queste insolenti invettive?
—Senza rancore, mio caro Fabio. Non è che io biasimi la tua ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto della stessa pece. Ho voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul viso la superiorità del tuo creditore la fortuna de' tuoi buoni successi nell'arte dell'impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più di te.
—Lo so benissimo, caro mio. Appunto mi sono fidato di te per la tua gran furberia e perizia nel saperla dare ad intendere. Tu adempi benissimo l'ufficio pel quale ti ho collocato al fianco di Faustino.
—Tu mi rendi giustizia col lodare la sottigliezza del mio ingegno. Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi ritroso delle sue volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di seduttore mi danno l'apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto d'avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire, guidare col farsi credere guidato, ecco il difficile dell'arte.
—Bravo, così va bene. Ti raccomando sempre la prudenza in faccia al mondo. Guárdati soprattutto dal compromettermi nè punto nè poco in questa faccenda. Io potrei essermi ingannato sul tuo conto, ma la mia buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi sospettato della più piccola intelligenza con te!
—Già già, ti comprendo benissimo. Tu vuoi restar sempre l'ottimo tutore, l'amorevole zio, la perla degli uomini onorati, l'ammirazione di tutta la città.
—Un giorno mi convertirò davvero, e meriterò la stima che ho finora usurpata.
—Tu pensi per eccellenza. Eh, non saresti il primo che si converte per progetto. Io conosco alcuni che dopo una serie di fortunate bricconerie cessarono dal commetterne per paura di essere scoperti. Siamo intesi che prima si prepararono un letto di fiori in cui addormentarsi placidamente alla barba dei creduli e della propria coscienza.
—Io comprerò un titolo di nobiltà, e farò uno splendido matrimonio, che ho in vista da qualche tempo.
—Te ne fo le mie congratulazioni. Ah ah, tu sei ambizioso! Tu vuoi rimaritarti! Tu hai il ticchio della nobiltà! Ben presto ti chiameremo dunque il signor conte Fabio, o qualche cosa di somigliante. Vedete come si fabbricano alcuni illustrissimi che menano gran rumore nel mondo. Un Tizio od un Sempronio plebeo entra in fregola di avere un blasone, e per ottenerlo spende una parte delle sue ricchezze furfantate. Così egli prepara il lustro delle sue future generazioni, le quali si vantano poi degli avi, compreso il capo stipite famoso.
—-Vuoi finirla, briccone? Lingua maledetta?
II.
Chi è questo Leonardo? Come ha conosciuto il signor Fabio, e quali rapporti vi sono stati fra loro? Leonardo porta il titolo di dottore, ma non sappiamo in quale facoltà sia laureato. Nessuno lo ha mai veduto scrivere una ricetta, nè difendere una causa. Eppure nelle occasioni discorre giustamente di medicina e di giurisprudenza. Inoltre è buon parlatore, e passa per uomo addottrinato in tutto. Egli vive ristrettamente del poco che possiede, ma conserva la sua indipendenza. Generalmente lo si crede un galantuomo, perchè nelle finezze dell'ipocrisia nessuno lo pareggia, tranne il signor Fabio. Egli però non ha bisogno di esercitare l'impostura in grande, nè di farne giuocare tutte le molle, come pratica il suo compagno, che è collocato in alto e aspira a salire sempre più. Leonardo nella sua mediocrità adopera solo quel tanto d'impostura che basti a celare i suoi vizj e le sue colpe secrete, e a mantenerlo nella buona opinione de' suoi conoscenti. Egli non cerca nè spera nulla da chicchessia; egli non vuol essere additato come un professore di virtù, ma si contenta di non essere scoperto per quel furfante che è. Le sue relazioni col signor Fabio datano fino dalla loro età giovanile. Fecero gli studj alla medesima università, dove si conobbero meglio e simpatizzarono per la somiglianza dei caratteri e delle inclinazioni. La loro massima capitale e favorita era che si può commettere tranquillamente ogni bricconeria, quando si abbia la destrezza di farla rimanere occulta. Quindi baravano al giuoco, tendevano insidie a chi avesse loro dispiaciuto, e si abbandonavano ad ogni genere di dissolutezze. Tornati che furono a casa, continuarono a praticarsi e a commettere secretamente e impunemente le loro ribalderie. Accadde che il signor Fabio, essendosi maritato, diventò padre di un bambino.
La sua sposa, appena ebbe partorito, stette male in modo, che dopo tre giorni di patimenti passò all'altra vita. Mentre i parenti e gli amici stavano intorno al letto della moribonda, il signor Fabio sparì un momento per recarsi nella stanza attigua dove giaceva in culla il bambino depostovi poco prima dalla nutrice come addormentato. Un sinistro presentimento lo aveva spinto a fare quella visita. Egli alza il velo che copriva la culla, guarda il bambino, gli posa una mano sulla fronte e la sente agghiacciata. Egli pure sente agghiacciarsi il sangue e mancargli le forze. La neonata creatura era morta. Nessuno si trovava alla custodia della culla, e quindi la sventura non doveva essere ancor nota. Il signor Fabio chiama a sè Leonardo, che stava fra gli altri al letto dell'agonizzante, e gli dice con voce affannata e sommessa: Corri a prendere nascostamente il tuo bambino, imprestamelo per alcune ore, altrimenti sono perduto. Io pagherò immensamente il tuo servigio. Va, e vieni di volo. Leonardo comprese tutto, e si prestò all'infame gherminella. Bisogna sapere che egli pure era diventato padre, con questa differenza che il suo bambino aveva quattro giorni di più, e che nasceva da una concubina. Intanto il signor Fabio nascose il piccolo cadavere, e diede incumbenza altrove alla nutrice per tenerla lontana dalla culla. Quindi con grande ansietà e tumulto dell'anima aspettò il suo complice, passando un momento al capezzale della sposa, e poi fuggendo di là col pianto agli occhi, e protestando che troppo lo straziava l'assistere all'agonia della sua diletta. Dopo un quarto d'ora comparve cautamente Leonardo. Il bambino che teneva addormentato sotto il tabarro venne deposto nella vuota culla, e i due birbanti passarono di nuovo a fare mesta corona al letto della morente. Indi a poco il pianto e le querele di tutti annunziarono che era trapassata. Il signor Fabio gemente e disperato corse alla culla, si tolse fra le braccia il bambino, e presentandosi alla compagnia, così esclamò con viva espressione di dolore e di tenerezza: Aimè, io l'ho perduta per sempre! Mi rimane almeno questo pegno del nostro amore per mitigare in parte la mia afflizione. Il bambino, maneggiato sgarbatamente, si destò e proruppe in vagiti, attestando così, come voleva il signor Fabio, la sua sopravvivenza alla madre. Quando ebbe gridato per due minuti, si tranquillò e riprese il sonno. Allora il signor Fabio, facendo le viste di andare a deporlo dove l'aveva tolto, lo rimise invece a Leonardo che gli teneva dietro, e il morto fu ricollocato in cuna. Il colpo era fatto, e quando un'ora dopo si scoprì che il figlio aveva seguito la madre, vi furono esclamazioni di dolorosa sorpresa, e raddoppiamento di pietà e di querele. Con questa commedia scellerata il signor Fabio si esentò dal restituire ai parenti della defunta una dote di quattrocentomila franchi. Leonardo n'ebbe ventimila in premio della sua complicità, e non si può dire che il servigio fosse pagato male. Quando il signor Fabio non ebbe più bisogno di lui, trascurò la sua relazione, non avendo nulla a temere circa il secreto di quanto avevano operato insieme. Dopo molti anni di allontanamento si ravvicinarono ancora per commettere un nuovo e più enorme delitto.