XII. Ancora il bersaglio.

Venuta la primavera, la signora Elisa tornò a stabilirsi al ronco, e fece subito piantare due cipressi vicino al nuovo sepolcro, senz’altro indizio di funebre ricordanza. Francesco le aveva manifestato che il corpo di suo marito era stato ritolto ai rapitori. Tale annunzio fu da lei ascoltato esultando ed esclamando di gratitudine verso il servo ed il ronchiere, che avevano racquistata la cara spoglia con tanta prova di devozione ingegnosa, e con tanto pericolo di sè medesimi. Se avesse poi saputo il fatto del capitano! Ma Francesco era persuaso che essa pure lo avrebbe condannato, e perciò rimase un secreto eterno fra lui e Don Aurelio. Faustino ricominciò le sue discese alla città, ed entrava palpitando nella casa del maestro, o per meglio dire di Luigia, giacchè era lei che suscitavagli quei rapidi battimenti di cuore. Benchè ogni giorno progredisse il loro attaccamento, i giovinetti erano cauti nel celarlo agli occhi altrui, per quella ritenutezza naturale, per quello scaltrimento prudente che è istinto di tutti, ma più ascoltato dagli educati. Luigia non aumentò le sue visite. Soltanto a misurati intervalli procurava a sè stessa e all’amato la consolazione di trovarsi un momento vicini e ricambiarsi alcune parole in presenza di Don Aurelio o di Marta. Ciò che non tralasciava era di star pronta alla finestra quando Faustino partiva, sua consuetudine occulta un tempo, ma ora conosciuta dall’altra parte interessata. Il giovinetto levava il capo passando, e succedeva lo scambio d’uno sguardo e d’un sorriso che dicevano tutto. Luigia si ritraeva subito, e Faustino proseguiva la via senza voltarsi indietro.

Si ricominciò pure l’esercizio del bersaglio. Il primo giorno Francesco ebbe un bel da fare a disruginire la carabina, che pareva tolta dal magazzino di un ferravecchj.

— Dov’è l’altra pistola? domandò Faustino vedendo che mancava.

— Dirò.... l’altra pistola.... rispose Checco imbarazzato, e cogli occhi abbassati sulla carabina, che fregava con più energia. Ecco il fatto, piuttosto serio, se si vuole.... ma adesso che è passato non ci penso più. Era il capo d’anno, e faceva un freddo indiavolato.... però giornata serena e sole lucido, benchè senza calore. Andiamo lassù, dissi fra me, a visitare la nostra armerìa. Così mi distrarrò un poco arrampicandomi sulla montagna.... si figuri se io era contristato in quel tempo! Dunque arrivo qui, e cavo fuori le armi dalla tana. Allora non erano coperte di ruggine come adesso. Mi venne voglia di sparare alcuni colpi.... perchè io amo il rumore del fuoco e l’odore della polvere. Caricata una pistola, tiro il grilletto, e pum! Che avvenne? Quella sciagurata mi si ruppe in mano....

— Aimè, disse Faustino.

— Non si turbi, giacchè non mi fece alcun male. E sì l’accidente fu grave.... la canna ebbe una fenditura da cima a fondo, ma senza mia offesa. Solamente provai un forte scuotimento al braccio.... Quello, dico io, è stato un vero miracolo.

— Senz’altro, povero Checco. Va là che l’hai scampata brutta. E la pistola dove finì?

— La gettai dentro una macchia, discendendo il monte. Ora a noi, continuò Francesco dopo nettata e caricata la carabina. Il primo colpo lo tiro io per provarla. Benissimo, lo scoppio è stato pieno, deciso e sonoro.

— Tu hai colto proprio nel mezzo del bersaglio.

— La è una fedele arma antica, ma soda e robusta come se fosse nuova. Esce dalla fabbrica dei nostri Paris e Cominazzi di Gardone, celebri perfino in Turchia.

Faustino, stando inginocchiato e qualche volta disteso per terra, fece una ventina di scariche, il più delle quali con buon successo. Dopo si dedicarono ad un’altra faccenda, cioè alla colazione.

— Il padroncino, durante le vacanze, non ha perduto niente della sua abilità, disse Checco estraendo dalla valigia le provvisioni.

— Se venisse l’occasione, io potrei dunque fare le mie prove? Uccidere gli Austriaci in battaglia debb’essere un godimento.

— Solo in battaglia? domandò Checco simulando il distratto.

— Come? Forse in una sommossa popolare? Ma sicuro! Anche quella è una specie di battaglia. Essi sono armati, e noi pure lo siamo. Quindi fuoco da una parte e dall’altra.

— E non si potrebbe senza rimorso, ammazzare un Austriaco fuori del caso di guerra? Non so perchè mi nasca un tal dubbio.

— Vuoi tu dire in una rissa? In un duello?

— No, assalendolo di notte.... o di giorno all’impensata.

— Sarebbe una viltà, un tradimento.

— Supponiamo che questo Austriaco fosse un nefando briccone, che avesse commesso egli medesimo un tradimento, e fatto patire lungamente alcuni innocenti.....

— Tanto peggio per lui, ma un assassinio non è giustificabile in verun modo.

Francesco sentiva nel suo animo questa verità, come debbono sentirla tutti gli onesti. Ma pure avrebbe desiderato di udire un’altra sentenza, almeno dal fanciullo per amore del quale era trascorso all’assassinio. Egli non avrebbe dato gran peso a tale sentenza, perchè non cercava una giustificazione al suo delitto, ma solo un compatimento ed un sollievo momentaneo alla sua coscienza. Essendogli mancato questo refrigerio, volle procurarselo in altra guisa indipendente dall’opinione e dal giudizio altrui. Dopo una transazione di discorso, entrò a dire:

— Mi sembra che la sua signora madre non abbia ancora riacquistato il colorito e l’aspetto prosperoso di prima.

— È vero pur troppo. Io temo sempre che si ammali.

— Questo poi no; la gran burrasca è passata. Non è un bel complimento ma anche il signorino ha tuttavia la ciera alquanto sparuta.

— Me lo dice pure lo specchio. Gli effetti di una dura prigionia non si cancellano così tosto. Ah, se abbiamo penato!

— E senza il conforto di stare insieme, e farsi animo a vicenda. Come sarà loro parso lungo il tempo.

— Ti lascio immaginare.

— Chiuso in un piccolo spazio murato, colle finestre sbarrate di ferro, doveva essere un supplizio per lei avvezzo al moto libero e all’aria aperta della campagna. Non avere neppure un libro per occupare il pensiero. E poi la privazione di tutti i loro comodi.

— Anzi delle cose le più necessarie. Ti dico la verità che mi sono augurato molte volte di morire.

— E perchè sottomettere alla pena dei malfattori due anime degne invece di benedizioni e di felicità? Perchè vollero possedere gli avanzi mortali della persona che più amavano al mondo, della persona iniquamente uccisa dagli autori medesimi dei loro tormenti.

— Mercè tua quegli avanzi diletti li possediamo ancora, disse il fanciullo abbracciando con trasporto e baciando Francesco.

— E non fu sommamente malvagio chi denunziò il fatto alla polizia?

— Sì, malvagio sommamente. Che doveva importare a lui se la vedova ed il figlio dell’ucciso ne custodivano presso di loro le amate spoglie? Il delatore sarà stato, io penso, uno degli uomini che le portarono al ronco. La speranza di un premio lo avrà sedotto.

— E la sua signora madre sospetta pure così?

— No, perchè, secondo lei, quegli uomini erano tutti fidati; e poi non avrebbero indugiato tanto tempo a commettere la perfida azione. Mia madre dice che la polizia ha tanti altri mezzi per conoscere un secreto.

— Comunque sia, il signorino conviene con me che lo spione meritava... che fu insomma un esecrabile scellerato.

— Il cielo sicuramente lo punirà.

— Potrebbe darsi che lo avesse già punito...

Ecco per qual modo Francesco tentava di attenuare il suo misfatto, e di far tacere il verme roditore della coscienza. Egli otteneva infatti una tregua ricordando la perversità del capitano, e frugando nei dolori delle sue vittime. Quasi gli pareva allora di essere stato non altro che lo strumento della vendetta celeste.