III
Stocolma è una bella città, severa e grande, e le fanno cornice alcune foreste così profonde, così verdi, così alte da far diventar druido chiunque passeggi sotto le vôlte di quelle betule gigantesche e di quelle quercie, che contano i secoli come noi contiamo gli anni. Chi ha confrontato Stocolma a Venezia non ha visto Stocolma o non è mai andato a Venezia, o, meglio, non ha veduto alcuna di queste città. La capitale della Svezia è posta sull’acqua e circondata dall’acqua; ma non ha il silenzio misterioso dei canali veneziani, non ha i marciapiedi di mezza città cambiati in acqua, non ha la gondola; infine non è un luogo che ti fa dire: Qui non si può che cospirare o fare all’amore. Stocolma è posta sulle rive del lago Målar e sopra un’isola che si adagia sulla sua imboccatura nel mare e l’acqua s’intreccia colla terra in amplesso amoroso; per cui in nessun altro luogo si sente più vivo il bisogno di avere un yacht elegante per muoversi in quel labirinto di acque salse e di acque dolci, di foreste e di ville.
La città è dominata dall’imponente palazzo reale, che innalza le sue mura colossali con pareti di 130 e 137 metri. Di faccia vedete un altro palazzo, che non è fatto per i re, ma per comfort dei viaggiatori; è il Grand-Hôtel, uno dei più belli che abbia veduto in tutta Europa e che domina colla sua posizione il più bel panorama di Stocolma. Tanto qui come in Danimarca vedete alternarsi la pura architettura greca colla scandinava. Parrebbe in teoria che, messe l’una accanto all’altra, dovessero dare una nota stridente di disarmonia, ma le affratella una certa maestà severa, che viene dalla semplicità delle linee. Tutto può passare in architettura, purchè rappresenti un’idea; nulla più mi ripugna del pasticcio, dell’invasione delle chincaglierie e fin delle confetterie nei sacri dominii di quell’arte suprema, a cui dovrebbero attingere ispirazione e guida tutte le altre.
Il palazzo delle Belle Arti, o Museo nazionale, è uno splendido edifizio di architettura veneziana del rinascimento, e noi vorremmo vedere così splendidamente alloggiati i nostri capolavori. Sgraziatamente a Stocolma il contenuto è meno importante del contenente. Nell’atrio vi accorgete subito di essere in Scandinavia, ammirando le tre statue colossali fatte dal Fogelberg, di Odino, Thor e Balder. Al primo piano troverete molti disegni del Dürn, e alcune statue di Sergel, di Byström, di Göthe, di Fogelberg e Quarnström, che non si vergognano troppo di vedersi accanto all’Endimione dormiente, quello stesso che fu trovato nel 1783 nelle rovine della Villa d’Adriano. Come cosa curiosa, non lasciate di guardare una Venere Callipigia, che il re Gustavo III fece fare da Sergel, mettendovi la testa della contessa di Höpken, per vendetta dell’opposizione, che questa dama dell’alta aristocrazia moveva alla Corte.
Stocolma ha anche un museo preistorico dedicato solo alla Svezia, un museo etnologico ricco specialmente in oggetti delle razze iperboree, e un museo antropologico, che è storicamente il padre di tutti i musei antropologici del mondo, essendo stato fondato dal grande Retzius, creatore della craniologia moderna e padre di uno dei più illustri scienziati che abbia oggi la Svezia. Il figlio è professore d’istologia nell’Università e con Kei ha fatto scoperte importantissime sulla fine struttura del sistema nervoso. In questi giorni ha pubblicato un’opera gigantesca sull’etnologia e la craniologia dei finni e che non sarà messa in commercio essendo stata tirata a soli 200 esemplari; ma di questi una dozzina almeno è destinata all’Italia, che Retzius e la sua signora adorano tanto, da aver convertito la loro casa ospitale in un piccolo tempio dell’arte italiana. Mobili, sculture, acquerelli, incisioni, vasi, tutto è italiano, e belle piante del tropico, facendo corona a quei gioielli artistici, ti fanno del tutto dimenticare che tu sei su terra scandinava. Ora Retzius si sta occupando dell’istologia comparata dell’orecchio nei batraci, nelle salamandre e nei pesci, e le sue prime scoperte sono già molto importanti, portando nuovi e preziosi materiali alla scienza darwiniana.
Per non parlare che dei miei studii, quanti grandi scienziati non ha oggi la Svezia; e il Loven, l’Illebrand padre a figlio, l’Axel Kei, il Montelius, il Van Düben, lo Stolpe e tanti altri, stanno a dimostrarci che le terra che ci ha dato Linneo e Berzelius, continua ad esser feconda di grandi uomini, che aprono orizzonti nuovi nel campo della natura.
La fisonomia degli svedesi è caratteristica. Nel basso popolo tu vedi non rare le facce a tipo finnico, direi quasi lapponico; sono quadrate, larghissime con naso piccolo, bocca grande. Nella classe alta vedi invece la fisonomia germanica o meglio scanica. In generale è gente grassa, bionda, robusta e rubizza, che esprime la forza e la bonomia; occhi grigi o azzurri, non grandi. Allegri, senza grazia rotonda nei loro movimenti. Tutto è in essi angoloso; salutano inchinandosi, a guisa di compasso che si chiuda, o abbassano e innalzano il cappello più volte come macchine. Cortesi, ospitali, ti offrono mazzolini di fiori ad ogni momento.
Fu detto che gli svedesi sono i francesi del nord, ma ciò fu detto anche dei russi e queste frasi ad effetto sono quasi sempre dei lieux communs, che ci risparmiano le osservazioni fine e profonde. Un carattere umano è cosa che non si definisce con una frase.
Fu anche detto, che i costumi sono piuttosto facili nella Svezia, e qualche statistica proverebbe che Stocolma è, dopo Monaco, la città che dà in Europa il maggior numero di figli illegittimi. Io vorrei ancora mantenere aperta la questione, perchè ho veduto molto contegnoso il riserbo nelle figlie d’Eva d’ogni classe, e non ho trovato le etarie, che in tante altre città portano in giro le loro provocazioni impertinenti.
Nella Svezia ho trovato assai accentuata una tendenza democratica nelle classi medie e più ancora fra gli uomini di lettere e di scienza. Mentre in Danimarca un nastro all’occhiello fa felici tanti mortali, nella Svezia nessuno porta il nastro e conosco molti professori dell’Università che lo hanno rifiutato. Il Nordenskjöld, il grande esploratore del polo, che si aspetta da un giorno all’altro col bottino glorioso delle sue intraprese, ebbe una volta una lezione dal re. Questi gli aveva conferito non so qual ordine e il Nordenskjöld l’aveva rifiutato. Il grande scienziato alla sua volta offerse al re una magnifica pelliccia portata dal suo viaggio, e Oscar l’accettò, dicendogli: «Tu sei più superbo di me; io ho accettato il tuo dono, tu hai rifiutato il mio.»
Il partito pietista è nella Svezia molto remuant, ed è combattuto con molta vivacità dalle classi medie e dagli scienziati. L’istruzione popolare è coltivata con immenso amore, e le signore più distinte di Stocolma vi dedicano il meglio del loro tempo e del loro danaro.
Ho avuto il piacere di essere invitato ad un pranzo, in cui il Retzius, con squisita cortesia, volle circondarmi degli antropologi e fisiologi più illustri della capitale. Più schietta, più larga, più splendida ospitalità io non aveva mai veduto. Un pranzo in Svezia è qualche cosa di originale, di grande, che rammenta il medio evo nelle sue più belle forme. Innanzi tutto vi vedete schierati in tavola almeno dodici o venti piattini, nei quali la terra e il mare vi offrono i loro tesori più pizzicanti e appetitosi; lingua di bue e uova di merluzzo, aringhe della Norvegia e anguille marinate, salame crudo e prosciutto. Si pizzica qua e là e poi si beve un bicchierino d’acquavite, che potete scegliere profumata in tre o quattro maniere. Poi viene la zuppa, che può essere di tartarughe o di gamberi di acqua dolce o anche d’ortiche. Tengon dietro i grandi pesci di mare o di fiume, il cervo o il bove e i fagiani della foresta; gelati, crema balsamica; i vini di tutti i popoli della terra che hanno una vigna. Il Retzius con delicata premura aveva messo in tavola anche il fiasco del Chianti e il moscato di Gerace. Ed ogni volta che il padrone di casa beveva, m’invitava a bevere con lui, facendomi sempre un nuovo augurio. Ed io beveva e ringraziava; mentre tutti i commensali dirigevano verso di me i loro bicchieri con grazia affettuosa. Sempre che si beve, si invita qualcuno all’amichevole augurio e questo si chiama skole. Circolò anche a metà del pranzo la maestosa Olbolle, immensa tazza di legno dipinto, piena di birra, e tutti bevettero nello stesso nappo fraternamente. Dopo il pranzo ognuno va a stringere la mano al padrone e alla padrona, ringraziandoli. Sono usi patriarcali, pieni di un profumo di antica cavalleria, che ci riportano a un tempo, in cui non si arrossiva di esprimere quel che si sente, per poi imparare con sottilissima ipocrisia ad esprimere quello che non si sente. Benedetti i paesi, nei quali progresso non vuol dire cancellare tutte le memorie del passato e vergognarsi di aver avuto degli antenati.