Il canto del gemente Kaskias

Torajas, il grande mago,

Torajas, il celebre mago,

Che rapì dal nostro paese il bottino

E ci lasciò la fame,

Per cui noi non mangiamo più

E non abbiamo più alcuna preda (di caccia e di pesca)

Egli ci prese tutto il nostro bottino

E se lo portò al paese di Kitteli[31].

Ora noi non prendiam più pesci nell’acqua,

Non più renne nei boschi,

Nessuna preda mai più:

Poichè vuote sono le alture del monte,

Vuoti i boschi

E vuote anche le acque.

L’uomo cattivo portò

La fame nella nostra bocca,

E fu così perverso,

Che tutte le nostre prede

Portò via dal nostro paese.

Non è ancor nato l’uomo,

Nato nella nostra terra,

Che le prede di nuovo

Porti al nostro paese? —

Ma ecco che già le porta,

Il Dio ci riporta la preda

Nelle acque e nei boschi.

Grazie sien date al protettore della terra,

Grazie al fondatore della terra,

Grazie allo spirito protettore

Molte migliaia di volte,

Perchè Dio ci ha fatto grazia di nuovo,

E ci ha riportato la preda.

Onore e grazie insigni

A te, o sovrano Iddio,

Tu, che nell’acqua e sulla terra

Riportasti la preda,

Benchè l’uomo malvagio

Portasse via la preda

Il Dio sovrano la riportò

Di nuovo a noi.

Al buon Dio sieno grazie

Molte migliaia di volte,

A colui che portò la preda.

Il cattivo uomo fu colui

Che dalle acque, che dalla terra

Ci rapì la preda.

Torajas, il cattivo, il disutile uomo,

Che il bottino portò via dal nostro paese

E ci portò la fame.

Torajas, l’uomo famoso

Ci portò la fame.

Egli mi picchiò mortalmente

E sperò ch’io fossi morto.

Ma io non morii

E sono ancora in vita,

Io non morii,

Ma vivo ancora,

In Dio io vivo ancora.

In Dio è la mia vita,

In Dio io dimoro

Benchè l’uomo malvagio sperasse

Che io fossi morto.

Egli mi lanciò nell’acqua,

Egli mi gettò nel fiume.

Il luccio mi trovò,

Ma io mi posi sotto il suo fegato.

Il luccio mi prese in sua custodia,

Egli mi pose sotto il suo fegato,

Dove ci rimasi per un anno.

Dopo però pose

L’uomo malvagio le sue reti nell’acqua,

Egli mi prese

Ed io potei abitare una casa

E in quella casa vissi tre anni.

Dopo di ciò io andai a.....?

Io venni a.....?

Quando io giunsi a casa

L’uomo malvagio mi uccise.

Egli fece una cassa

E mi pose dentro

Ed io rimasi

Tre anni nella cassa.

S’incominciò allora

A condurmi al cimitero.

E tutti vennero,

Anche il prete era presente,

Io però parlai: — Non portatemi là,

Io non sono morto ancora

Benchè mi abbiano desiderato la morte. —

E tutta la gente disse,

Così come il prete:

— Perchè un uomo vivo

È stato messo nella bara? —

Io risposi: — Non sono morto,

Benchè mi abbian augurata la morte.

L’uomo malvagio si rallegrò

Che io fossi morto,

Ma benchè egli sperasse

Ch’io fossi morto,

Io non lo sono

Ed io vivo ancora,

Ancora, ancora.

Ah, se mio figlio venisse qui,

Io non posso qui rimanere! —

E il figlio venne subito,

Venne volando come un gallo di montagna.

Altri sarebbero venuti

E avrebbero cotto mio figlio come un gallo di montagna,

Ma egli disse:

— Se io come un.....? fossi cotto

Io non sarei morto. —

E il padre si adirò assai,

Ma il figlio si trasformò in un altro uomo.

Il padre (propriamente il vecchio) disse:

Mio figlio, perchè vieni tu

In questa figura a me? —

Il figlio replicò:

— Se tu sei in collera,

Quando io ti ho irritato,

Io me ne ritorno

Volando per la mia strada. —

Egli incominciò a volar via,

Ma il padre volò subito

Dietro a lui in forma di un’anitra.

Riportò il suo figlio indietro,

E allora sedettero entrambi sulla terra.

Il padre:

Non venirmi innanzi in figura d’uccello.

Il figlio:

Io non sapeva, mio padre,

Che tu mi avresti fatto cuocere. —

E mentre essi così se la discorrevano fra di loro,

Si diedero a leticare

E ne nacque una discordia.

Mentre essi così disputavano

Il figlio si pose sopra un ramo d’albero

E di là parlò così:

— Tu ti sei dunque adirato con me, o padre?

Dacchè tu sei tanto in collera con me,

Io non ritorno più a te,

Davvero, io non ritorno più a te.

Il padre:

Chi occuperà il tuo posto,

Mio figlio, se te ne vai?

Il figlio:

Si occupi o no il mio posto,

Io non ritorno più,

Giammai,

Giammai in questo mondo

Ritornerò io a te.

E così volò via il famoso figlio del mago

E se n’andò,

E il padre rimase solo.

Perciò egli si adirò contro l’altro uomo,

E l’uomo malvagio

Portò via tutte le prede,

Per cui noi non abbiamo più pesci nell’acqua,

Non più renne nei boschi,

Nessuna preda di sorta alcuna.

Il Donner nel darci il canto seguente, dice di aver omesso 160 versi, che avevano poco interesse. È una contesa fra alcuni coloni, che vogliono occupare un paese e l’antico possessore che è un mago. Le idee pagane vi dominano come nel canto precedente. Per essere un vero mago, bisogna innanzi tutto aver la forza di potersi trasformare in un animale.

Il ladro:

Il mio Dio ora se ne è andato pellegrinando,

Io ho preso i frutti della terra,

Io ho raccolto l’erba e i frutti,

Io mi son preso legno e pietre;

Io non ho preso cosa alcuna che ad altri appartenga,

Io ho preso solo sempre dei frutti della terra.

Eppure un uomo venne a me

E disse che io sono un ladro.

Il mago:

Tu non conosci i costumi del paese,

Tu non sai che io son qui.

Guarda le erbe e fa attenzione,

Guarda i segni sugli alberi,

Guarda anche l’erba in un’altra maniera.

Il ladro:

Qual uomo singolare sei tu,

Non sei tu come gli altri uomini?

O sei tu un Dio,

Hai tu creato l’erba,

Hai tu fatto gli alberi?

Non sei tu polvere della terra?

Tu strisci qual verme com’io faccio.

L’erba non è tua,

Le piante, le pietre non son nostre.

Sii padrone delle cose tue.

Buono è ciò che è buono,

Ed io so ciò che tu sei

Sulla terra, o nero mago.

Rimani dunque sulla tua proprietà,

Tienti l’erba, che tu hai piantato.

Qui il mago manifesta il desiderio di rimanere tranquillo sulla sua terra e fa delle minaccie, dicendo di essere un mago, a cui ubbidiscono anche le malattie. Il ladro allora gli tiene un lungo discorso, nel quale gli dice fra le altre cose: O povero mago, rendi i deboli debolissimi, ma non me. In figura di uno scoiattolo, io posso correre su e giù per gli alberi e tu non mi puoi ammazzare. Io faccio cadere un albero sopra di te e tu rimani preso, o mago; mentre io, che sono il ladro, divento padrone dell’erba e delle piante. Povero uomo, non farti un Dio sulla terra; nei nostri canti tu non figuri che come un falso Dio. Tu mi tieni per un ladro; ebbene il ladro ti cambierà in fumo(?). Allora il canto continua:

Il ladro e il mago lottano,

Essi sen vanno

Per fiumi e per laghi,

Essi si arrampicano sugli alberi o sulle roccie.

I vecchi hanno cantato

I fatti singolari del mago.

Il tempo viene, il tempo passa,

I maghi sono seduttori,

Essi allacciano insieme ricchi battezzati?

Colle loro cattive azioni molestano,

Nel tempo opportuno tacciono;

Nel tempo di discorrere l’uno dice:

Vieni anche tu vicino.

L’altro se ne va, ritorna,

Ma non può far nulla,

Vien deriso come un prigioniero,

Le sue dita sono diritte, immobili.

Il ladro allora gli dice motteggiando, che ora può egli prendersi l’erba, gli alberi e le pietre, dacchè egli se n’è dichiarato proprietario. Il mago replica:

Rimani, rimani tu stesso proprietario,

O ladro, dacchè sei divenuto padrone

Di questi alberi, di queste pietre, di questa vita;

Ma tu però allontanati,

Vanne, donde sei venuto.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Io sono, io sono sempre al disopra di te,

Io vado, io prendo, io depongo,

Io getto, io ti opprimo.

Il ladro:

Tu ti affatichi indarno, o povero mago.