NOTE:

[1]. Il cartellone del 3 giugno 1879, che annunziava gli spettacoli e i divertimenti, che si potrebbero godere nel Tivoli, aveva una nota stampata in grossi caratteri che diceva appunto così: Pubblicums opmœrksomhed henledes paa Tulipanfloret.

[2]. Nielsen, Schweden und Norwegen nebst Führer durch Kopenaghen. Terza edizione, Jena, Gustavo Fircher, 1880.

[3]. La corona (Kr.) equivale a circa L. 1,50 e l’öre ad un centesimo e mezzo della nostra moneta.

[4]. Anche in Scandinavia le belve vanno facendosi ogni giorno più rare. Secondo Elis Sidenbladh furono uccisi nella Svezia:

ORSI LUPI LINCI GHIOTTONI
Dal 1865 al 1870 618 865 673 611
Dal 1871 al 1875 259 229 526 504

Il renne selvaggio non si trova oggi che nelle parti più solitarie della Lapponia ed anche l’alce è divenuto animale molto raro. Se si trova ancora al sud di Cristiania, è perchè è difeso da una legge, che proibisce di distruggerlo. E in quel paese le leggi sono ubbidite.

[5]. In Scandinavia non ci sono accattoni. Vedi a questo proposito un lavoro molto interessante Sulla beneficenza ed assistenza pubblica in Norvegia, negli Annali di Statistica, serie 2ª, vol. 11, pag. 157.

[6]. Un miglio quadrato corrisponde a circa 130 chilometri quadrati.

[7]. Il nostro Bove trovò che i ciukci non usano occhiali, benchè molti di essi abbiano gli occhi in tali condizioni da far pietà. Invece gli indigeni delle coste americane polari e gli esquimesi usano occhiali di legno con una strettissima fessura longitudinale, che non lascia passare che pochi raggi luminosi.

[8]. Ecker, Einige Bemerkungen über einen schwankenden Charakter in der Hand der Menschen. (Archiv., für Anthropologie), Mantegazza, Della lunghezza relativa dell’indice e dell’anulare. (Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia, vol. 7, Firenze 1877, pag. 19).

[9]. B. Seemann, On the Anthropology of Western Eskimo Land etc. (Journ. of the anthrop. society 1864, pag. CCCIII).

[10]. Knud Leem, op. cit., pag. 101.

[11]. Knud Leem, op. cit., pag. 109.

[12]. Leem racconta di aver percorso in una slitta lappone 88 chilometri nello spazio di sei ore.

[13]. In Kautokeino ed Enare diverse famiglie di lapponi hanno una razza di cani che nascono senza coda. Naturalmente non è una razza propria, ma quella particolarità proviene in origine da ciò che per dei secoli, generazione dopo generazione, si è tagliato loro la coda finchè alcuni individui finalmente nascessero senza. Questo è talmente inerente alla razza adesso, che cani di quella razza, anche accoppiati con cani colla coda producono dei piccoli che ne sono privi.

[14]. L’abbiamo fotografato. Ebeltoft ci diceva che aveva duemila renne e 4000 sp. daler alla banca.

[15]. È bello raffrontare il carattere dei ciukci con quello dei lapponi. Anche quei fratelli orientali dei nostri buoni amici di Scandinavia sono benevoli, teneri in famiglia; nè ladri, nè omicidi. Se date ad un bambino un dolce o una leccornia qualunque, invita fratellini ed amici a dividere il dono con essi. Nulla assaggiano i figliuoli senza prima offrire ai genitori e ottenere licenza di mangiare. Quei poveri fanciulli a sette od otto anni incominciano a seguire le carovane, che vanno alla pesca della foca, a 9 o 10 anni guidano già un equipaggio di sette od otto cani; a 13 o 14 hanno già un arpone, una lancia ed un arco, armi che non poseranno più fino all’ultimo respiro. Son gente allegra e felice. I ciukci sono molto ospitali e un tempo offrivano le loro donne al loro ospite. Ciò non avviene più, benchè si debba dir che le donne ciukce non conoscono affitto il pudore.

Anche i ciukci amano poco la musica e non hanno altri strumenti musicali che un tamburo fatto colla vescica di foca ed una viola ad una corda. Conoscono poche canzoni con ritornelli monotoni e dolci. Le sole ragazze ballano e la loro danza consiste in piccoli salti, ora a destra ed ora a sinistra, storcendo orribilmente gli occhi e gemendo e soffiando come le loro belve e i loro cetacei.

Molte analogie esteriori si trovano fra i nostri lapponi e i ciukci. Anche questi portano nell’inverno due vesti di pelliccia, una col pelo all’infuori, l’altra col pelo all’indentro. Anch’essi, quando riposano, sogliono con un rapido movimento ritirare un braccio o ambedue le braccia dalle maniche, onde riscaldarle meglio. Anch’essi non abbandonano mai il coltello, la pipa e la borsa di tabacco. Il nostro Bove vide più d’una volta ciccare le donne dei ciukci e i bambini lasciare il capezzolo materno per prendere in bocca la pipa.

[16]. Lo schizzo psicologico che abbiam dato dei lapponi sarà giudicato da taluno un po’ prolisso; ma noi speriamo che il ritratto sia rassomigliante. In questi casi la concisione è sempre a scapito della verità e basterebbe a provarlo il quadro dato dall’illustre Castren: «Son gente lenta, malinconica e burbera. Sono accusati di invidia, di implacabilità, di scaltrezza e di altri vizii inerenti a questo carattere. Si lodano invece per il loro animo mite, per il loro buon volere, per essere servizievoli ed ospitali, per il loro timor di Dio e la loro continenza.» È questo un ritratto che può servire per molti altri popoli!

[17]. Fra gli altri Valdemar Schmidt combatte la credenza che i lapponi abbiano abitato la Danimarca all’epoca della pietra.

Nel nord della penisola scandinava non si trovano dolmen e i cranii dei dolmen danesi sono molto diversi da quelli dei lapponi. Le Danémark à l’Exposition universelle. Paris, 1868, in-8.

[18]. J. A. Friis, Lappiske sprogpröver. En samling of lappiske eventyr, ordsprog og gaader, med orbog. Christiania, 1856.

[19]. Scheffer, Lapponia. Francofurti, 1673, pag. 282.

[20]. Eppure un passo del Kalevala, l’antico poema epico dei finni, avrebbe dovuto farci cercare i canti lapponi. Là dove Lemmin-Käine narra il suo arrivo alla casa di Pohjola in Lapponia, si legge (Canto XII):

La stanza era piena di maghi

I cantori erano seduti sulle panche

Gli uomini sapienti presso la porta

Gli indovini sulla prima panca

Gli scongiuratori presso la stufa;

Tutti cantavano canti lapponi.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Come è noto il Kalevala non fu raccolto dalla bocca del popolo che sul principio di questo secolo.

[21]. O. Donner, Lieder der Lappen. Helsingfors, 1876.

[22]. Lästadius riferì a Marmier una vecchia leggenda lappone, nella quale una madre mangia il bambino della propria figlia.

[23]. Deserti della Siberia.

[24]. Questi versi suonano anche in lappone dolcissimi:

Nabbudalla cabbudalla

Nammositis nalkutalla

Vuoinumitis vilutalla.

[25]. Sarakka era la Dea, che presiedeva all’allevamento dei figli.

[26]. Sul valore dei tre nodi delle castità Van Düben dice: «Sanguis in coitu primo effusus lavando colligitur in linteolo et adservatur; nodi tres in tali linteolo facti nodi virginitatis appellantur et de his in poemata loquitur.»

[27]. Questi ultimi versi furono aggiunti modernamente al poema antico.

[28]. Non si deve intendere però che si parli di elmo di ferro, ma solo di cappello da guerra. Donner crede che questo canto sia tanto antico da giungere al di là dell’epoca del ferro.

[29]. La moglie di Stalu è chiamata Ludac (cimice), perchè essa succhia con una canna di ferro il sangue dal corpo degli uomini.

[30]. Si chiamano con parola vezzeggiativa di civetta i piccoli bambini perchè aprono grandi i loro occhi per guardare.

[31]. Una regione della Finlandia settentrionale.

[32]. Il Frijs, fa precedere le sue novelline da una pittoresca descrizione della vita intima dei lapponi nomadi:

«È specialmente fra i nomadi che ancora si raccontano di queste favole. Se le raccontano da generazione in generazione nelle lunghe, chiare notti d’estate accanto all’accampamento nel bosco, o nelle oscure serate d’inverno intorno al focolare, quando la tenda è impiantata sulle deserte pianure di neve dell’altipiano.

«Diamo uno sguardo all’interno di una di queste tende in una serata d’inverno. Là dietro al Boasshjo, l’ultima divisione della tenda, proprio dietro il focolare, sta seduta una vecchia nonna col viso grinzoso e bruno come una indiana, fissando il fuoco coi suoi occhi rossi e lacrimosi. In bocca tiene una pipa, il cui corto tubo sparisce interamente tra le sue labbra sottili. Essa con voce seria racconta le storie dei tempi passati. Intorno ad essa stanno seduti rannicchiati colle gambe in croce alcuni bambini, che ascoltano il racconto con avida attenzione, mentre il figlio e la nuora stan seduti nel Loaiddo, cioè nella divisione al lato del fuoco e lavorano lui ad un cucchiaio di corno di renna, lei ad un komagband (nastro col quale al malleolo si lega la scarpa e il pantalone), che si tesse con uno strumento molto primitivo che s’impiegava nei tempi passati anche in Norvegia.

«A un tratto può essere disturbata la quiete dai cani, che fin lì erano rimasti rincantucciati in qualche angolo della tenda, ma che ora ad un tratto si precipitano abbaiando fuori della porta della tenda. Vi deve essere qualcosa di nuovo. Può essere uno dei servi che la notte doveva stare a guardia delle renne, che arriva col grido il più terribile per il lappone: Gumpe lae botsuin! (Il lupo è tra le renne!). Tutti quelli che possono mettersi i ski (pattini) allora saltan su e corrono per salvare quel che si può ancora salvare. — Può essere un viaggiatore. Per esso l’abbaiar dei cani è sempre un grato suono, perchè è sicura prova che non è lontana una capanna di lapponi. Per quanto ristretta sia, essa gli darà un riparo al freddo e al vento, che soffia sul deserto di neve dell’altipiano. Gli vien dato subito il posto migliore presso al focolare ospitale del Fjeldlappe, e senza esserne richiesta viene spesso una delle donne a levargli i komager (le scarpe) e a dargli nuovo fieno morbido e asciutto. Forse anche avrà del buon brodo e della carne di renna. — Può anche essere stato un falso allarme. Il marito che è andato fuori dietro ai cani non può scorger nulla: sarà stato l’odore di qualche animale minore che avrà dato l’allarme ai cani. Tutto è tranquillo e non vi è nessun pericolo. Il marito rientra nella capanna e con lui i cani: questi cercano di prendersi con mille furberie il posto l’uno all’altro, e finalmente si rimettono alla cuccia brontolando. Ognuno riprende le proprie occupazioni, e la vecchia nonna ritrova il filo della sua narrazione, che spesso è lunga quanto le lunghe e buie serate dell’inverno.»

[33]. Lo stesso Knud racconta come alcune vecchie da lui conosciute continuassero, benchè cristiane, a prestar culto ad idoli antichi. Vi fu quindi, benchè fugacissima, anche tra essi un’epoca di transizione, nella quale si poteva dire che servissero due dèi: «Praeter faedam illam et abominandam, cui olim dediti erant lappones, idolatriam, verum et trinum Deum, in cujus nomen baptizati erant, cujus verbum audiebant, cujus sacramentis utebantur, colere etiam videri volebant; priscis Samaritanis non dissimiles, qui verum Israelis Deum et vicinarum gentium ficta numina junctim et promiscue adorabant.»

[34]. I lapponi non hanno capito che la parte più grossa e più superficiale della religione cristiana. Von Buch racconta al principio di questo secolo, che essi si accostavano alla Comunione con molta frequenza, ma soltanto perchè la riguardavano come una specie di sortilegio, che li preservava dall’influenza degli spiriti maligni. Non è ancora molto tempo, dice egli, ch’essi portavano alla Chiesa un panno bianco, e vi inviluppavano con grandissima cura il pane santo, che dividevano poi alle loro case in una quantità di piccoli pezzi, che davano poi ai loro rangiferi per difenderli da ogni pericolo.

[35]. Mantegazza, Quadri della natura umana. Milano, 1871, vol. II, pag. 317.

[36]. Manoscritto di Naerö, pag. 11-13.

[37]. Quando a Mace cercavo l’antico cimitero trovai sopra un’area estesa delle depressioni regolari nel suolo, delle quali non capivo l’origine. La mia guida non sapeva neppure cosa fossero, ma suggerì che potessero essere i luoghi dove i lapponi costruivano le loro capanne; egli supponeva che avessero scavato la terra, perchè non elevandosi i tetti al disopra degli alberi non si potessero vedere da lontano poichè, mi diceva, anticamente il paese era sempre soggetto alle scorrerie dei russi, ed i lapponi cercavano più che potevano di nascondersi, spegnendo i loro fuochi, perchè non se ne vedesse il fumo quando sapevano che il russo era vicino. Non so se questa spiegazione valga, ma prova per lo meno che esiste ancora tra i lapponi la memoria delle incursioni dei loro vicini e delle astuzie a cui dovevano ricorrere per nascondersi. In quanto al nome di russi, è probabile che abbia sostituito quello di qualche popolo, come: tchudi, kareli o altri, essendo oggi i russi i soli vicini temibili che abbiano.

La voce cutte dal significare Tschudi è passata nella lingua lappone a significar nemici.

[38]. Questa credenza delle mosche ganiche è nata sicuramente da qualche infezione prodotta dalle punture di una mosca, che aveva assorbito il virus di un animale domestico o selvaggio malato di pustola maligna.

[39]. Questa superstizione si trova sotto forme poco diverse presso popoli delle più lontane parti del mondo ed è giunta fino a noi e tra noi coll’impiccamento in effigie.

[40]. Di questo libro esiste un’edizione latina, che porta la stessa data dell’edizione bilingue: Leemius (Canutos). De Lapponibus Finmarchiae, eorumque lingua, vita et religione pristina, cum notis J. E. Gunneri. Abbiamo pure una traduzione tedesca stampata a Lipsia nel 1771, in-8.

Lo stesso Leem ha pubblicato una grammatica e un dizionario della lingua lappone.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.