V
Frederika Bremer, scrittrice molto popolare della Svezia, ha fatto conoscere nei suoi romanzi, a tutta Europa, le feste che si fanno in Scandinavia per festeggiare nel giorno di San Giovanni la levata del sole a mezzanotte. I touristes volgari leggono nelle loro guide che questo fenomeno è curioso, è interessante; e partono da Londra, da Dublino, da Vienna, per portarsi a Bodö. E là sulle prime frontiere del circolo artico otto volte su dieci accade che il cielo è coperto dalle nuvole e il sole non si può vedere nè di mezzanotte, nè di mezzogiorno. Nel caso fortunato, in cui l’astro maggiore voglia essere cortese, i touristes anzidetti cavano dal baule la loro lente biconvessa comperata ad hoc e concentrando i raggi del sole di mezzanotte sopra un punto qualunque del loro cappello o del loro soprabito, serbano eterna memoria di una puerilità umana e di una delle più grandi scene della natura.
E l’ho veduta anch’io quella scena e me ne sono sentito profondamente commosso; tanto che cavai fuori penna e calamaio e scrissi nel mio giornale la data memorabile, dirigendo il pensiero ai miei cari, che avrei voluto chiamare testimoni del grandioso fenomeno. Humboldt, uno degli uomini che più di ogni altro ha adorato la natura con intelletto d’amore, lasciò scritto, che quando il viaggiatore giunge nell’emisfero australe e si accorge che fin le stelle che brillano sul suo capo sono diverse da quelle che ha ammirato dalla sua infanzia, sente più profonda che mai la distanza dalla patria lontana. Questo stesso fatto si verifica, e con maggiore intensità, quando, giungendo nel circolo artico, si trova abolita la notte e scomparse per giorni e settimane le tenebre.
Io era in mare, quando con un cielo serenissimo salutai per la prima volta l’alba della mezzanotte. Aveva passato di poco l’isola pittoresca di Torghatten e navigava in quel labirinto insuperabile di monti nevosi, di colli, di isole, di canali e di coste frastagliate, che formano una delle scene più originali di questo nostro mondo sublunare. Il cono di Torghatten si disegnava grande e isolato in un campo di opale dell’Ungheria, richiamandomi alla mente il Pan de Azucar, che sta all’entrata della baia di Rio de Janeiro. Era quasi la mezzanotte e del sole non rimaneva sull’orizzonte che un piccol lembo falcato, una pepita d’oro senza raggi, perchè la refrazione dell’atmosfera marina ci dava l’immagine di un sole che era già scomparso per pochi istanti. Da quel punto irradiava una luce d’argento dorato, che illuminava ogni cosa, come si fosse veduta attraverso un topazzo del Brasile. Tutti si domandavano, se quell’arco d’oro fosse di sole morente o di sole nascente. Era l’uno e l’altro insieme, o piuttosto nè l’uno nè l’altro: era un fantasma del nostro padre massimo, del pontefice supremo della vita planetaria, che si faceva rappresentare da una larva, mentre era andato a riposare per pochi istanti. Qualche nubecola crepuscolare riposava l’occhio in tanta allegrezza di luce, quando ad un tratto i monti nevosi a mezzodì si fecero color di rosa; poi quel sorriso innamorato scese giù giù, accarezzando le betule tremolanti, i licheni policromi, finchè tutto il mare fu preso da un fremito di vita al primo bacio del sole nascente e dorò le sue onde di zaffiro con uno splendore di armatura brunita.
Dopo una breve pausa, il sole riuniva in una bellezza sola due crepuscoli, quasi due sospiri di un amore stanco di voluttà e d’un altro amore che ricomincia con desiderio nuovo. Un silenzio infinito avvolgeva uomini e cose, quasi tutto volesse salutare rispettosamente quella grande scena della natura, immagine di una vita ideale, in cui il riposo non è che un mutar di lavoro e la luce regna sempiterna e feconda.
Ahimè! tutto ciò che è grande e sublime dura poco; e quando ogni giorno da un pezzo voi vedete il sole per ventiquattr’ore di seguito, incominciate a desiderare le tenebre amiche, che ci riposano gli occhi e i nervi e il cuore, e colle loro ombre pietose coprono tante miserie e tante brutture. Noi, uomini di zona temperata, fin dall’infanzia siamo cresciuti in questa alterna vicenda di luce e di tenebre, e così come il sole ci invita al lavoro e alla gioia col primo raggio dell’alba, così ci riposa e ci addormenta col primo velo di tenebre, con cui ricopre i cieli. L’ombra è il riposo della luce, così come il sonno è l’ombra della vita, e la luce non ha valore senza le tenebre, come senza il riposo ogni forza si consuma. Qui invece, dove mi trovo, la luce ti perseguita sempre, e le case piene di finestre, senza persiane, senza imposte, ti imbevono di sole ogni ora, ogni minuto del giorno e della notte; ed io mi guardo più di una volta per vedere, se mai non fossi diventato trasparente, come un cristallo di rocca. Il sonno scompare e col sonno la pace dei nervi. E chi andrebbe a letto quando il sole fiammeggia nell’orizzonte? E quando ti svegli di notte e ti vedi circondato di luce, ti siedi a soprassalto, credendoti in ritardo e svegliato di pieno mezzogiorno. La luce sempiterna può essere un tormento del troppo, come le tenebre sono una tortura del nulla, e l’estrema Lapponia è nell’estate pessimo clima anche per la sovraeccitazione continua dell’attività nervosa.
Tutta questa trasposizione di luce ha però quadri secondari di singolare bellezza. Ad esempio, tu passeggi per le vie solitarie di un villaggio o di una piccola città: le botteghe attraverso i vetri senza imposte lascian vedere le loro merci, le case mostrano i loro vasi di fiori; tutta la vita intima dell’umana famiglia (di una famiglia senza ladri e senza assassini) si lascia vedere in una nudità pura come l’innocenza.
Eppure per quelle vie non si vede anima viva, e la luce silenziosa e trasparente passeggia sola in un mondo abbandonato dagli uomini. Rumore e luce sono per noi compagni fedeli; qui nelle notti della Norvegia trovi il silenzio e la luce, che sembrano abbandonarsi ai misteri di un amore nuovo, di un amore che si direbbe incestuoso.
Io dovrei descrivervi ora le mille e una bellezze delle coste occidentali della Norvegia, ma chi mi può prestare la magica tavolozza del mio grande De Amicis? Dovrei dirvi di avere ammirato per la prima volta una Svizzera in mezzo al mare, e di aver veduta una nuova e singolare armonia di cose, che sogliono essere disgiunte, quali i ghiacciai che vanno a toccare l’onda azzurra, e le navi che toccano coi loro fianchi i monti coperti di prati alpini. E sono catene di monti che ti accompagnano per giorni e giorni, che si accavallano, che si intrecciano, quasi ti volessero sbarrar la via, e poi ti aprono una porticina, e il tuo sguardo di nuovo penetra in altri fiumi di mare, in altri labirinti di isole, in altri dirupi di roccie scoscese, lacerate dai ghiacci secolari, dalle bufere, dalle valanghe, dai venti, da tutti gli agitatori massimi della natura.
Una fanciulletta, che va colle forbici capricciose ritagliando in un foglio di carta seni e merletti, non potrebbe superare ciò che ha fatto la natura, frastagliando i fiords della Norvegia e facendo penetrare il mare in seni di pochi metri o in labirinti di centinaia di chilometri, che sembrano portare la circolazione capillare della vita fin nei più interni recessi del continente.
Mancano a quasi tutti i monti della costa e delle isole della Norvegia occidentale le foreste delle nostre Alpi, ma non mancano però i piccoli quadri pittoreschi della vita umana e della vita animale. Dopo un lungo deserto di scheletri di monti, in un piccolo seno della costa vedi un prato verdeggiante e un boschetto di betule, e lì annidato un villaggio di legno con cinque o sei case, e all’intorno piccole torricelle di merluzzo che seccano al sole, e vedi biondi e rosei fanciulletti e giovani splendenti di salute folleggiare per i prati. Così su qualche scoglio nero come il carbone trovi casette artificiali di pietra apprestate dall’uomo all’eyder che vi annida, preparando ai suoi figliuoli un letto di mollissime piume, che appresterà più tardi voluttà orientali ai molli fianchi delle nostre ricche signore. Quelle anitre norvegiane si sentono così protette dall’uomo, che non si lasciano sgomentare dalla sua presenza, e perfino si lasciano accarezzare dalle nostre mani. Dove una regione è dichiarata vogel-vere, significa che quel luogo è sacro, che lì annidano gli eyder, una delle ricchezze norvegiane, e che per qualche miglio all’intorno è proibito tirare un colpo di fucile, per non spaventare quelle anitre polari. E qui le leggi si ubbidiscono assai più che tra noi, senza bisogno di policemen o di questurini.