II

La storia di tutte le repubbliche italiane può dividersi in due grandi periodi: l'origine del Comune, lo svolgimento della sua costituzione e delle sue libertà. Nel primo periodo, in cui una società vecchia si decompone e ne sorge una nuova, male si può la storia d'un Comune dividere da quella degli altri, perché si tratta di Goti, di Longobardi, di Greci e di Franchi, che dominano, volta a volta, gran parte d'Italia, ponendola, quasi per tutto, nelle medesime condizioni. Lo stato dei vincitori e dei vinti è lo stesso, mutando solo col variare dei dominatori. In mezzo alla oscurità dei tempi ed alla scarsità delle notizie, le differenze che passano fra una città e l'altra d'Italia sono allora assai poco visibili. Esse però si determinano assai piú chiaramente, e divengono sempre maggiori dopo il primo sorgere delle libertà. Di tutte queste origini le piú oscure, quantunque non le piú antiche, son forse quelle di Firenze, la quale assai tardi incomincia ad acquistare la sua grande importanza. Siccome qui è nostro proposito illustrar solo la storia della costituzione fiorentina, cosí diremo poche e brevi parole sul primo dei due periodi accennati, cioè sull'origine dei Comuni italiani in generale.

È una quistione su cui si agitò un tempo lunga, erudita e vivissima disputa, specialmente fra scrittori italiani e tedeschi. Ma il rigore scientifico di queste ricerche, nelle quali i dotti italiani molto si fecero onore, venne spesso diminuito dal patriottismo e dai pregiudizii nazionali. Si vedeva che nelle origini del Comune erano anche le origini delle libertà e della società moderna, e quindi il problema si trasformava tacitamente in quest'altro: sono gl'Italiani oppure i Tedeschi gli autori di queste libertà, di questa società? È facile capire in che modo le passioni politiche venissero allora a prender parte nella disputa, togliendole la necessaria serenità.

Sul finire del secolo scorso la quistione era stata molte volte discussa fra noi da uomini dottissimi, con diversi intendimenti (Giannone, Maffei, Sigonio, Pagnoncelli, ecc.). Il Muratori, senza avere un sistema prestabilito, gettò dei lampi di luce maravigliosa sul soggetto, sollevandolo, colla sua portentosa erudizione, ad una grande altezza. Non cominciò tuttavia la disputa a divenire ardente, fino a che il Savigny non venne a trattar l'argomento nella sua immortale Storia del diritto romano nel Medio Evo. Volendo egli dimostrare la non mai interrotta continuità di quel diritto, siccome tutto nella storia si collega, dovette di necessità sostenere che gl'Italiani sotto i barbari, anche sotto i Longobardi, non avevano perduto ogni libertà personale, ogni antico diritto, e che il municipio romano non era mai stato compiutamente distrutto. Il risorgimento perciò delle nostre repubbliche e del diritto romano, altro non era che un rinnovamento di antiche istituzioni, di antiche leggi non mai affatto scomparse. In Germania furon subito comprese le conseguenze ultime, cui menavano le idee del grande storico, ed allora l'Eichorn, il Leo, il Bethmann Hollweg, Carlo Hegel ed altri si levarono a combattere l'opinione d'una origine romana del Comune italiano. Essi sostennero, invece, che i barbari, massime i Longobardi, la cui signoria era stata infatti piú lunga e dura di tutte le altre, ci avevano tolto ogni libertà, avevano distrutto ogni traccia d'istituzioni romane, in modo che i nuovi Comuni e i loro Statuti furono una creazione nuova, la cui prima origine si doveva solo ai popoli germanici.

Queste opinioni avrebbero, secondo ogni apparenza, dovuto trovare nel patriottismo degl'Italiani un'ardente opposizione, e quelle del Savigny ottenere un favore universale. Eppure non fu cosí. Non mancarono fra noi molti e dotti seguaci né dell'una né dell'altra scuola. Allora si ridestava lo spirito nazionale, si desiderava, si voleva già un'Italia unita, a prezzo di qualunque sacrifizio, e si odiava ogni cosa che a questa unità fosse sembrata avversa. Ebbene i Longobardi erano stati sul punto di dominar tutta Italia, e solo il Papato aveva potuto, col chiamare i Franchi, fermare le loro conquiste. Se ciò non avesse fatto, l'Italia, fin dal nono o decimo secolo, avrebbe potuto essere una nazione unita come la Francia. Era allora già risorta fra noi quella scuola che, sin dai tempi del Machiavelli, aveva veduto nel Papato la cagione funesta delle divisioni d'Italia. E, come era naturale, questi Ghibellini del secolo XIX, confutando le opinioni del Savigny, esaltarono i Longobardi, si provarono a lodarne la bontà e l'umanità, maledissero il Papa, che aveva impedito il loro universale e permanente dominio in Italia. Ma v'era un'altra scuola politica, che invece sperava il risorgimento d'Italia dal Papa, e questa, che prevalse poi nella rivoluzione del 1848, prese a sostenere l'opposta sentenza, e trovò i suoi due piú illustri rappresentanti nel Manzoni ed in Carlo Troya. Ad essi non fu difficile provare che, in fin dei conti, i barbari erano poi stati barbari davvero; che avevano ucciso, distrutto, calpestato ogni cosa, e che il Papa, col chiamare i Franchi, qualunque fine avesse avuto, era pure stato di qualche aiuto alle moltitudini duramente oppresse. I Franchi, infatti, sollevarono alquanto le popolazioni latine, permisero l'uso della legge romana, dettero nuovo potere ai Papi ed ai vescovi, che contribuirono di certo al risorgimento dei Comuni. Cosí, con opposti intendimenti, le medesime opinioni venivano sostenute al di qua e al di là delle Alpi. In questa disputa, senza che gli scrittori stessi ne fossero sempre consapevoli, l'erudizione era sottoposta a fini politici; la serenità e la verità storica ne soffrivano non poco. Il Balbo, il Capponi ed il Capei, inclinando chi piú da un lato, chi piú dall'altro, vennero poi a sostenere opinioni assai temperate, e con la loro dottrina portarono sulla questione moltissima luce.

In vero la difficoltà principale nasce tutta dal perché pochi si vogliono persuadere, che nel Medio Evo, come in tutta quanta la storia moderna, si trova sempre l'azione vicendevole, continua di due popoli, latini e germanici, e che delle piú grandi rivoluzioni politiche, sociali, letterarie, non è mai possibile dar tutto il merito ad uno di essi solamente. Anzi là dove sembra piú evidente che si tratti dell'assoluta prevalenza d'uno di essi, bisogna andare tanto piú guardinghi, e cercar la parte che spetta all'azione dell'altro. A pesare poi e misurare equamente i vicendevoli diritti, che essi hanno nella storia, meglio assai d'un sistema ispirato da idee politiche, riuscirebbe una descrizione imparziale. Quando, in vero, i fatti sono bene accertati, il sistema non è piú necessario, perché le idee generali risultano naturalmente da essi. Se qui fosse permesso portare il paragone di tempi molto diversi, si potrebbe osservare, che nel secolo XVIII la letteratura francese invase la Germania, fu generalmente imitata, e ne derivò, per conseguenza inaspettata, un rinnovamento della letteratura nazionale tedesca. Sarebbe egli necessario, per esaltare il carattere nazionale di questa letteratura, sostenere che quella grande diffusione dei libri francesi fu sognata dagli storici? Piú tardi la bandiera francese entrò in quasi tutte le città della Germania, ed il popolo tedesco fu umiliato, calpestato. Da quel momento noi vediamo lo spirito nazionale tedesco rinnovarsi e ridestarsi vigorosamente. Dovremo dire che questo ridestarsi fu opera dei Francesi? Non val meglio descrivere gli eventi come seguirono, lasciando da un lato le teorie prestabilite? Comprendo bene l'abisso che sépara questi fatti recenti dagli antichi; ma pure mi sembra che avesse ragione il Balbo, quando osservava, che l'essersi potuto disputare sull'origine dei Comuni con tanto ardore e con tanta dottrina, cosí lungamente dalle due scuole opposte, dimostrava che la verità non era né tutta da un lato, né tutta dall'altro. Noi accenneremo dunque rapidissimamente le conclusioni che ci paiono piú ragionevoli.

Ognuno sa che, dopo le prime incursioni dei barbari, i quali devastarono l'Impero e piú volte saccheggiarono anche Roma, vi furono in Italia cinque vere e prorie invasioni. Odoacre con una banda di ventura, composta di gente raccolta in paesi diversi, alla quale si dette generalmente il nome di Eruli, fu colui che vibrò il colpo di grazia nell'anno 476, e divenne padrone d'Italia per piú di dieci anni, senza quasi governarla, solo pigliando il terzo delle terre. Ma dalle sponde del Danubio s'era mossa una gente nuova, che portava il nome di Goti, divisi in Visigoti ed Ostrogoti. I primi, sotto il comando d'Alarico, avevano già prima assediato e saccheggiato Roma; i secondi vennero nel 489, comandati da Teodorico, e furono ben presto padroni di tutta Italia. Il regno di Teodorico fu molto lodato. I capi di questi primi barbari avevano spesso passato parte della loro vita servendo nelle legioni romane, e avevano qualche volta ricevuto educazione romana; sentivano perciò anch'essi una grande ammirazione per la maestà dell'Impero, che nell'ebbrezza delle loro vittorie venivano ora a distruggere. Teodorico ordinò il governo; prese, secondo il costume barbarico, un terzo delle terre pei suoi; lasciò ai Romani le loro leggi, i loro magistrati. In ogni provincia fu un conte che ne ebbe il governo, e giudicò gli Ostrogoti; i Romani s'amministrarono colle proprie leggi, e con esse erano giudicati da un tribunale misto delle due genti. Ma a poco a poco il governo di Teodorico divenne sempre piú duro e meno tollerabile ai Romani, che dopo la sua morte si sollevarono contro i suoi successori, e chiamarono in aiuto i Greci dell'impero d'Oriente. Una tal sollevazione peggiorò assai le loro condizioni, giacché i Goti, per sostenersi, cominciarono ad uccidere i Romani, a togliere la libertà e le istituzioni che avevano ad essi lasciate, ordinando un governo militare e assoluto. Questo governo trovarono Belisario e Narsete, quando vennero da Costantinopoli a liberare e riconquistare gl'Italiani; questo governo imitarono coi loro duchi o duci. Gli Ostrogoti avevano dominato l'Italia per cinquantanove anni (493-552), e i Greci la tennero ben altri sedici (552-568). Fu anch'esso un governo tutto militare, sotto il generalissimo Narsete; i duci, i tribuni, i giudici minori erano nominati in nome dell'Impero. I nuovi venuti presero al solito una parte delle terre, che ora andò probabilmente al fisco. La loro tirannia fu diversa, perché non di barbari, ma di uomini corrotti e quindi anche piú dura.

I Greci avevano cacciato i Goti, ed i Longobardi vennero a cacciare i Greci. A poco a poco essi progredirono nelle loro conquiste, ed in quindici anni furono padroni di tre quarti d'Italia, lasciando solo alcuni lembi di terra, piú specialmente verso il mare, ai Greci, che non poterono mai cacciare del tutto. Misero profonde radici nel suolo italiano, dove restarono per piú di due secoli (568-773), dominando con assai dura tirannia. Presero il terzo delle terre, tennero quasi come servi gl'Italiani, non rispettarono né le leggi, né le istituzioni romane. Sotto di essi parve distrutta l'antica civiltà, e s'apparecchiarono i germi della nuova, i cui primi passi restano ancora in una grande oscurità. Tutte le dispute intorno alle origini dei nostri Comuni cominciarono appunto dall'esame delle condizioni in cui erano gl'Italiani sotto i Longobardi. Se l'antica tradizione fu spezzata, e ne cominciò un'altra del tutto nuova, ciò fu sotto il dominio longobardo. Se essa, invece, fu solo profondamente alterata, per poi rinvigorirsi e rinnovarsi, ciò dovette seguire nel medesimo tempo.

Se non che, là dove il dominio greco era restato, una piú incerta e debole signoria lasciava le popolazioni meno oppresse; laonde sin dal settimo e ottavo secolo si videro sorgere a nuova vita alcune città. Il Comune incominciò presto a formarsi anche in Roma, dove era assai cresciuta la potenza del Papa, nemico dei Longobardi, i quali, venuti fra noi di religione ariana, cominciarono col non rispettare i vescovi cattolici, né il clero minore, nessuna cosa sacra o profana, e piú tardi minacciarono la stessa Città eterna. Cosí, per salvarsi da un nemico esoso e vicino, il Papa invitava i Franchi a liberare la Chiesa e l'Italia dalla oppressione, ed essi vennero fra noi, condotti prima da Pipino, poi da Carlo Magno, che cacciò i Longobardi, rafforzò con donativi di terre il Papa, il quale poté sin d'allora apparecchiare il suo dominio temporale. In compenso di ciò, Carlo fu coronato imperatore, e venne cosí restaurato l'antico impero d'Occidente col nuovo impero dei Franchi, cui successe poi il sacro Impero romano-germanico.

Ed allora il disfacimento delle istituzioni barbariche, che già era cominciato in Italia, divenne assai piú rapido. Si vide nella società italiana un fermento, che annunziava il principio d'un'èra novella. Si trovavano accanto, e mescolate insieme, istituzioni, consuetudini, leggi, tradizioni longobarde, greche, franche, ecclesiastiche e romane. Segue un lungo e violento tumulto d'uomini e di cose, in cui il nome italiano appena si ode. Tutte le vecchie e le nuove istituzioni sembrano lottare fra loro, ed invano cercano impadronirsi della società, quando a un tratto sorge il Comune, che risolve il problema, e l'èra delle libertà incomincia. Come dunque è sorto il Comune? Ecco la stessa domanda, che continuamente ricomparisce.

Noi non vogliamo qui seguire quei dotti, che dalla frase incerta d'un antico codice, dalla dubbia espressione d'un cronista hanno voluto cavare ingegnose e complicate teorie. È certo che l'Impero romano era un aggregato di municipî, i quali s'amministravano da sé stessi. La città era la molecola primitiva, la cellula, se cosí può dirsi, della grande società romana, che incominciò a sfasciarsi, quando nella capitale venne a mancare la forza di attrazione necessaria a tenere unito un cosí gran numero di città, separate da vastissime campagne, deserte o popolate solo da schiavi che le coltivavano. I barbari, invece, non conoscevano il vivere cittadino, ed il Gau o Comitatus (onde la parola contado), in cui erano appena embrioni di città o piuttosto villaggi, che qualche volta venivano bruciati, nel trasferirsi delle genti da un luogo ad un altro, era come l'unità primitiva della società germanica. Il conte coi suoi giudici comandava e giudicava nel comitato; i capi delle schiere erano a lui sottoposti, e divennero poi baroni. Piú comitati uniti formarono i Ducati o Marchesati, in cui l'Italia fu allora divisa, e tutto il popolo invasore era comandato da un re eletto dal popolo.

Quando adunque i popoli germanici si sovrapposero ai latini, il Gau si sovrappose alla città, che anzi divenne parte di esso. E i conti, come capi militari, comandarono la terra conquistata, della quale i vincitori presero un terzo. Cosí fecero i Goti; cosí fecero i Greci, ponendo i loro duci là dove avevano trovato un conte; cosí fecero i Longobardi. Se non che, la signoria di questi ultimi fu, massime nei primi tempi, assai piú dura, e la loro storia è molto oscura. Essi cominciarono coll'uccidere i piú ricchi e potenti Romani; presero, a quanto pare, il terzo non delle terre, ma della rendita, lasciando cosí i popoli oppressi senza proprietà libera, e quindi in una condizione anche peggiore. I Goti avevano lasciato i Romani vivere a lor modo, ma i Longobardi non rispettarono nessuna legge, nessun diritto, nessuna istituzione dei vinti. In tutti gli ufficî regi, in tutti gli atti pubblici, osserva a questo proposito il Manzoni, non si trova mai un personaggio italiano, nemmeno immaginario.[9] Ma da un'assoluta tirannia, da una vera e propria soggezione, alla distruzione totale d'ogni legge, d'ogni diritto, d'ogni istituzione romana ci corre un gran tratto. Perché i Longobardi, che qualcuno fa ascendere a circa 130,000 uomini, avessero potuto davvero estinguere la vita romana per tutto, bisognerebbe supporre un'azione governativa cosí ordinata, disciplinata, costante, permanente, che sarebbe irreconciliabile con lo stato barbarico di quella gente. Come potevano essi, incapaci di comprendere la vita romana, inseguirla per tutto, ed estinguerla? Ammesso pure, quistione del resto anch'essa disputata, che ai Romani non fosse lasciata nessuna proprietà libera; ammesso che il diritto romano non fosse stato legalmente riconosciuto mai, né rispettato da' Longobardi, non ne viene per conseguenza, che quel diritto, che ogni avanzo di civiltà romana fosse allora distrutto. Piú giusta assai e piú credibile sembra l'opinione di coloro i quali sostennero, che i Longobardi, venendo in Italia, pensassero molto piú a sé che agl'Italiani, pei quali non provvedessero legalmente nulla, contentandosi di tenerli sottoposti al loro arbitrio.[10] Cosí i vinti, nelle loro relazioni private, e dovunque l'azione del governo barbarico non arrivava, poterono continuare a vivere col diritto romano, con le loro secolari consuetudini. I Romani ed i Longobardi restano, in vero, sulla terra italiana come due popoli fra loro estranei; la fusione tra vinti e vincitori, altrove cosí facile, dopo due secoli si dimostra in Italia sempre difficile. La tenacia e la persistenza della stirpe latina fra di noi è tale, che i vinti possono piú facilmente essere ridotti in ischiavitú o uccisi, che perdere la personalità loro. Infatti, appena che la necessità delle cose e il lungo convivere avvicinano i vincitori ai vinti, diviene inevitabile ai barbari far larghe concessioni alla civiltà dei Latini, che par sempre estinta e sempre si ritrova in vita. Come comprendere altrimenti quel piegarsi, a poco a poco, del diritto longobardo sotto la forza maggiore del diritto romano; come spiegare quella specie di nuovo diritto che sorge col tempo, e che il Capponi chiama quasi edifizio romano su germaniche fondamenta?

A misura che i Longobardi si fermano stabilmente in Italia, essi cominciano a vivere nelle città, che non poterono mai distruggere del tutto; cominciano a desiderare una proprietà stabile, e però, al tempo del re Autari, invece del terzo dei frutti, presero una parte anche maggiore delle terre. Il che, se da un lato aggravò la condizione dei vinti, dall'altro, lasciando ad essi una libera proprietà, la migliorò grandemente.[11] E se, come osserva il Manzoni, noi non troviamo alcun regio ufficiale, né grande né piccolo, di sangue romano, è certo del pari che i Longobardi avevano pure bisogno di amministratori, di costruttori, di artefici, e dovettero perciò ricorrere ai Romani, in ciò tanto piú abili di loro. Il che fece che le antiche Scholae o associazioni di Arti si mantennero in vita per tutto il Medio Evo, come sappiamo anche dei maestri comacini, alla cui opera spesso ricorsero i vincitori. Per quanto rozza e scomposta fosse la forma, in cui queste associazioni poterono resistere all'urto barbarico, pure erano un elemento dell'antica civiltà, di cui in qualche modo mantennero il filo non interrotto. Intorno ad esse rimanevano pure, come abbarbicati, altri avanzi e tradizioni della stessa civiltà, e quando ogni altra forma di governo, ed ogni protezione mancò agli abitanti delle città, quelle associazioni poterono pigliar qualche cura del pubblico bene. Lo stesso antico municipio, che si trovò in sul principio abbandonato alle proprie forze, non chiuse qualche volta le porte della città ai barbari, difendendosi, quasi governo indipendente? Non riuscí qualche volta a respingerli? Vinto, domato, calpestato, si può supporre che fosse per tutto ugualmente distrutto, scomparso per fino dalla memoria dei Latini, in modo da doverlo supporre, quando torniamo a vederlo, risorto per opera dei popoli germanici, o sia di popoli che non avevano conosciuto le città prima di venire fra noi? Non cominciarono le città greche del mezzogiorno d'Italia a risorgere fin dal VII e VIII secolo, al tempo cioè dei Longobardi, e certamente non per opera di tradizioni germaniche? Non sorse nello stesso tempo il Comune romano? E se gli antichi municipî, caduti sotto i Longobardi, e quindi piú crudelmente oppressi, aspettarono ancora quasi quattro secoli, non seguirono allora anch'essi l'esempio delle città sorelle? Che significa la tradizione tanto diffusa, che solo nella greca Amalfi, esempio d'indipendenza e libertà alle altre repubbliche, Pisa poté trovare e prendere colla forza il volume delle Pandette romane, che conservò come il suo piú prezioso tesoro? Tutta la storia posteriore del Comune non è forse una lotta continua della risorta gente latina contro gli eredi della gente germanica? Che se la civiltà latina era stata totalmente distrutta, strano davvero sarebbe che i morti si levassero poi a combattere ed a battere i vivi. A noi dunque par chiaro che i Longobardi nulla lasciarono per legge ai vinti, ma che pur non poterono realmente toglier loro ogni cosa; molto tollerarono o non videro, e la tradizione, la consuetudine, la persistenza della razza mantennero vivi gli avanzi della civiltà latina. Cosí solo si riesce a spiegar come, dopo una lunga e dura oppressione, la quale sembrava avere distrutto ogni cosa, non appena che incominciò a seguire qualche strappo in quella forte catena di barbari, che stringeva cosí crudelmente le popolazioni italiane, subito risorsero le istituzioni latine, e riguadagnarono il terreno perduto.

La società barbarica aveva non solo una forma, ma anche un'indole essenzialmente diversa dalla latina. Quello che s'è chiamato individualismo germanico, a differenza della sociabilità latina, era il suo carattere predominante. Si osserva una tendenza costante a dividersi in gruppi separati e indipendenti. Era un corpo il quale, quando perdeva quella forza d'unione e di coesione, che gli veniva dal moto e dall'impeto della conquista, subito si sminuzzava, si sgretolava. Dalla vita nomade e selvaggia, dal sangue stesso pareva che i barbari avessero ereditato una personalità e indipendenza eccessiva, che rendeva loro difficile il sottomettersi lungamente ad una comune autorità. Cosí colla pace cominciavano subito a manifestarsi i germi d'una divisione che li indeboliva. In fatti, quando i Longobardi s'ebbero assicurata la conquista di quasi tutta Italia, la divisero in trentasei Ducati, governati da duchi indipendenti e signori assoluti in ciascuno di essi. Sotto i duchi erano qualche volta i conti, che abitavano le città secondarie, e comandavano nei Comitati; nelle città ancora piú piccole si trovano spesso gli sculdasci. Duchi, e sculdasci giudicavano, secondo il diritto longobardo, in compagnia dei giudici assessori, che sotto i Franchi si maturano negli scabini. I capi delle schiere, poco a poco, si resero padroni di castelli e ne divennero poi signori quasi indipendenti. V'erano i gasindi uffiziali regi, anch'essi potentissimi. E come i duchi finirono col dichiararsi indipendenti dal re, cosí il conte e gli sculdasci desideravano indipendenza dal duca, sebbene ancora non vi riuscissero. Pei vinti non v'era, nel primo secolo della conquista, diritto né protezione riconosciuta, e neppure l'autorità del clero e dei vescovi veniva rispettata. L'oppressione fu cosí dura, che nella storia del dominio longobardo, sembra che il popolo oppresso non esista, ed in nessuna piú favorevole occasione si vede mai un serio e vero tentativo di rivolta. Non bastò a muoverlo neppure l'esempio delle città libere del mezzogiorno.

Se non che, come già abbiamo accennato, era cresciuta di molto la potenza della Chiesa, la quale non sapeva tollerare la superbia ed oltracotanza di questi barbari, che per essa avevano assai poco rispetto. Quindi il Papa pensò di cacciare uno straniero con un altro, ed invitò i Franchi a venire in Italia. Carlo Magno, primo fondatore del nuovo Impero non poteva avere pei Latini, dei quali s'era pur molto vantaggiata la rinascente civiltà de' suoi Stati, quel barbarico disprezzo rimasto inestinguibile nei Longobardi. Egli voleva estendere le sue conquiste, il suo potere; voleva rafforzare il Papa, per esser da esso consacrato e moralmente aiutato. Venne quindi in Italia, e la già disgregata famiglia dei Longobardi mal poté resistere alla forte unità franca, ringagliardita dalle sue vittorie. Invano i Longobardi s'erano già eletto un re e gli prestavano obbedienza, invano s'apparecchiarono alla difesa; dopo 205 anni di dominio sicuro e quasi non contrastato, il loro regno cadde per sempre. Nel 774 Carlo Magno era padrone della terra italiana, e l'anno 800 venne in Roma coronato dal Papa imperatore. L'Impero occidentale era cosí ricostituito e consacrato sotto nuova forma, separato affatto e indipendente da quello d'Oriente. I Franchi tolsero ai Longobardi tutto il loro dominio, meno il ducato di Benevento nell'Italia meridionale. Il Papa, coll'assumersi il diritto di consacrare l'Imperatore, da cui ricevette grandi donativi e promesse di terre, ne crebbe assai di potenza. Roma però si reggeva a libero municipio; anche Venezia, come le città greche del mezzogiorno, era già sorta a libertà. Tale era lo stato d'Italia dopo l'ultima invasione di barbari, quella cioè dei Franchi.

Questi nuovi padroni, al solito, presero il terzo delle terre; ma la condizione degl'Italiani fu allora assai migliorata. La legge romana venne riconosciuta come legge dei vinti, il che è segno evidente che nei due secoli di dominazione longobarda essa non era poi morta davvero. Carlo Magno sollevò di molto lo stato dei Latini, che innalzò qualche volta sino agli onori, ossia ufficî di nomina regia. Ma ciò che dette carattere proprio al suo regno in Italia, fu il nuovo ordinamento che vi fondò. Distrusse la potenza dei duchi, minacciosi troppo all'unità dell'Impero; sollevò in lor vece i conti. Neppure nelle Marche, o sia province limitrofe, nelle quali piú Comitati restavano uniti, egli volle un duca; ma vi pose invece i marchesi (Mark-grafen, Praefecti limitum). In questo modo l'antica unità del comitato o Gau ritornava ad esser la base della nuova società barbarica. Ma Carlo Magno andò piú oltre ancora; cominciò a dare ufficî, terre, possessi in beneficio, cioè a dire in feudo, e quindi sotto condizione d'un servizio militare obbligatorio. Questo fu il principio d'una rivoluzione sociale, cominciata forse prima di lui, ma portata ora a compimento col nome di feudalismo. Né solo l'Imperatore, ma i re, i conti, i marchesi, per avere buon numero di vassalli, dettero terre, rendite, uffici in feudo. Cosí si creò un numero infinito di nuovi potenti, vassalli, valvassori, e valvassini, che erano i minimi. A poco a poco la forma di tutta la società del Medio Evo divenne feudale: la terra, con gli uomini che la coltivavano, fu concessa con l'obbligo di prestare insieme con essi un servizio militare. I medesimi privilegi, i medesimi obblighi accompagnavano ogni concessione di dominî o ufficî, ed anche a questi era quasi sempre unita la concessione di terre o di rendite. Cosí quella tendenza della stirpe germanica a dividersi e suddividersi in piccoli gruppi, veniva soddisfatta, ed in pari tempo l'Impero, le città, la Chiesa stessa rivestivano forma feudale. I vescovi ben presto divennero anch'essi possessori di benefizî, e di grado in grado salirono a sempre maggiore potenza, fino a che li troviamo come altrettanti conti o baroni. Essi ricevono per sé e pei loro sottoposti la immunità dai tribunali e dalle leggi ordinarie, altro vantaggio inestimabile, che doveva contribuire a farli piú indipendenti, a creare grandi nuclei di popolazioni a loro sottoposte. Il feudalismo adunque è un nuovo ordinamento, una nuova aristocrazia affatto germanica, e nello stesso tempo è il principio d'una profonda rivoluzione nella società barbarica, rivoluzione che dovrà continuare, estendersi in mezzo a molte vicende. A poco a poco la Corona comincerà ad esentare i benefizî o feudi dei vassalli dall'autorità del conte, per dichiararli ereditarî, con una serie di leggi, che tendevano tutte a sollevare i minori potenti contro i maggiori, a dare sempre piú forza all'autorità regia, ma che riuscirono invece ad aprire la via del riscatto al popolo oppresso. Tutto ciò, per altro, non era anche visibile sotto Carlo Magno; egli ordinò il feudalismo, tenne unito e fiorente l'Impero, che poco dopo la sua morte (814) si sciolse in varî regni.

In Italia il dominio dei Franchi durò sino alla morte di Carlo il Grosso, seguita nell'888. E durante questo dominio di 115 anni, la rivoluzione da noi accennata seguí costantemente il suo cammino. Crescevano per tutto i benefizî o feudi, e crescevano del pari, d'anno in anno, le esenzioni. Si concedevano ai vescovi piú che agli altri, perché i benefizî dati ai laici, si trasmettevano agli eredi, e cosí li rendevano troppo potenti. Di tutto ciò, insieme coi vescovi, profittavano le città in cui essi abitavano. Dapprima vi dominava solo il conte, meno che nella parte di patrimonio regio, la quale era detta gastaldiale, perché vi comandava il gastaldo; poi aumentò la potenza del vescovo, ed allora un'altra parte fu esentata, e divenne vescovile. A poco a poco questa parte s'estese a quasi tutta la città: molte di esse si trovano infatti comandate dal solo vescovo. Cosí s'indeboliva la fibra, e, quasi direi, si smagliava la società barbarica, con un metodo utile a tenerla soggetta all'autorità suprema del re, se non vi fosse stato un popolo, che si credeva morto, ma che pure era vivo e vicino a sollevarsi contro i nobili, i re, gl'imperatori, contro i vescovi e contro i papi.

Due rivoluzioni, adunque, hanno luogo successivamente in favore della libertà, cominciate ambedue sotto i Carolingi, e continuate sotto i loro successori. La prima indebolisce e snerva la società barbarica, che in Italia trova un terreno poco adatto a fecondarla; la seconda apparecchia il sorgere dei Comuni. Colla morte di Carlo il Grosso cessa il regno dei Franchi e cessano finalmente le invasioni dei barbari. I popoli germanici s'erano fermati sulla terra italiana, e cominciavano ad incivilirsi. L'Italia però doveva ancora traversare una serie di rivoluzioni e d'anni tristissimi. Nello sciogliersi dell'Impero franco, s'erano visti conti e soprattutto i marchesi, i quali ultimi, riunendo piú comitati, erano come tanti duchi, sorgere a strane pretese, tentando di formare addirittura Stati indipendenti, e spesso finire col riuscirvi. Infatti, anche oggi, molte delle famiglie regnanti sono discendenti di conti e di marchesi franchi. Invano s'erano dati benefizî ed immunità per indebolirli affatto: la loro potenza non si poteva cosí presto estinguere. Ed in vero nella stessa Italia, dove la diversità del paese, l'indole tenace d'un'antica civiltà non mai scomparsa del tutto, che anzi cominciava adesso a rifiorire; dove il Papato ed i Greci bizantini avevano impedito l'assoluto trionfo della società germanica; nella stessa Italia sorgono pure conti e marchesi feudali a disputarsi la corona reale. Seguirono lunghi anni di nuove desolazioni e di lotte, che si chiusero col lasciare finalmente l'ambita corona in mano di re e d'imperatori tedeschi. Disputarono e combatterono dapprima Berengario del Friuli e Guido di Spoleto, con altri conti e marchesi italiani o stranieri, un re di Germania, due di Borgogna, e finalmente Ottone re di Germania, che restò vincitore. Furono piú di settanta anni di guerre continue, durante le quali, per la prima volta, regnarono in Italia re italiani, con dominio però sempre incerto e contrastato. S'ebbero poi circa quarant'anni di pace (961-1002), nei quali governarono Ottone I, II e III, e di nuovo un italiano, il marchese Arduino d'Ivrea, contese ai re tedeschi la corona d'Italia. Ma egli fu vinto nel 1014 da Arrigo di Germania, soprannominato il Santo, a cui successe Corrado della casa di Franconia o Salica.

Questi due sovrani tedeschi compierono la rivoluzione feudale da noi accennata, che i Carolingi avevano cominciata, gli Ottoni proseguita, e che pure non era bastata ad assicurare l'alto dominio dei re ed imperatori in Italia. In ogni modo, siccome gli Ottoni avevano moltiplicato a piú potere le esenzioni dei minori vassalli dall'autorità dei conti e dei marchesi, e moltissime città italiane avevano date ai vescovi, e siccome da tali e tante esenzioni venne assai agevolato il risorgimento dei Comuni, cosí è che nacque l'opinione di coloro i quali vorrebbero di questo risorgimento attribuire agli Ottoni il merito principale. Ma lo scopo degl'imperatori era stato ben altro, e non lo avevano raggiunto. Essi volevano diminuire la forza di quelli che potevano contrastar loro la corona, come di fatto fu minacciato nella sollevazione del marchese d'Ivrea. Per questa ragione Arrigo il Santo andò oltre nel sollevare i maggiori feudatarî a danno dei possessori di onori, che erano appunto i conti ed i marchesi, i quali ultimi furon da lui quasi annullati. Corrado il Salico portò quest'opera a maggior compimento, favorendo anche i minori feudatarî, e dichiarando ereditarî i benefizî. Da quel momento la vittoria dei re ed imperatori tedeschi sull'aristocrazia feudale fu assicurata, perché i vassalli, una volta padroni dei loro feudi, venivano sotto la dipendenza diretta della Corona, e cosí l'orgoglio dei grandi signori era fiaccato per sempre. Ma non era fiaccato il nuovo orgoglio popolare, divenuto tanto piú potente, quanto meno era stato avvertito.

È certo adunque che, per una moltitudine di fatti, le condizioni della gente romana erano andate continuamente migliorando; che la società feudale, per opera degli stessi sovrani, si sfasciava e sfibrava di giorno in giorno sempre piú; che la civiltà latina, per forza naturale delle cose, risorgendo, alterava, assimilava e smaltiva i principî della società germanica. Prima che le due stirpi si combattessero, le tradizioni dei vinti avevano piú volte combattuto e superato quelle dei vincitori, dai quali era stato già accettato in molte parti il diritto romano, quando i vinti d'una volta chiesero la sanzione dei loro municipali Statuti.

Gl'Italiani si trovavano in uno stato di fermento e trasformazione profonda, quando si videro i primi segni del risorgimento dei Comuni. Il dominio barbarico e l'Impero non s'erano potuti mai nella Penisola impadronire davvero di tutta la società, e quando, ordinato il feudalismo, questo pareva che dovesse diffondersi per tutto, ed assicurare agl'Imperatori tranquilla signoria fra noi, sorgevano invece a un tratto nuove cagioni di pericolo e di lotta. Il Papato ed il clero salirono a sempre maggiore e piú pericolosa potenza; le immunità, per tema dei laici, date sempre piú largamente ai vescovi, li resero come signori temporali dipendenti dagl'Imperatori, e dal Papa invece dipendevano come dignitarî spirituali: ebbero in fatti doppia investitura. Da ciò un disordine grande, una corruzione scandalosa nella Chiesa, essendosi i vescovi mutati in altrettanti conti feudali, che comandavano nelle città, guerreggiavano fuori, tenevano corte bandita, si davano a tutti i piaceri. I Papi volevano rimettere la disciplina, reggere con assoluto imperio i vescovi, nominarli senza trovare ostacolo di sorta; ma a ciò si opponeva l'Imperatore, perché il temporale dominio dei vescovi li metteva logicamente anche sotto la sua autorità. Cosí cominciò la tanto romorosa lotta per le investiture, tra il Papato e l'Impero, lotta in cui la vittoria fu lungamente contrastata. E intanto né la Chiesa, né l'Impero, né il feudalismo potevano impadronirsi esclusivamente dell'indirizzo sociale, e le continue dispute crescevano il disordine. In tale stato di cose l'autorità dei vescovi s'andò indebolendo anch'essa, ed i Comuni che, nel tempo delle sedi vacanti, imparavano di necessità a reggersi da sé, che vedevano le repubbliche del mezzogiorno assai fiorenti, che sentivano d'avere forze sempre maggiori pel cresciuto commercio e pel disordine feudale, capirono finalmente che era sonata per essi l'ora del riscatto. Né in quelle città dove restavano a comandare i conti laici, le cose andarono diversamente, giacché il parteggiare per l'Impero o per la Chiesa suscitava sempre un gran numero di nemici ai potenti, e mille aiuti ai deboli.

Nell'undecimo secolo, adunque, dall'un capo all'altro d'Italia sorgevano i Comuni, e una volta gustata la dolcezza del vivere libero, non fu piú possibile rimetterli in vassallaggio dei vescovi, né dei conti, né dell'Impero. Sorgendo, essi si trovarono ovunque circondati da un numero infinito di conti e duchi e baroni, piccoli e grossi, giacché la società feudale era ancora potentissima e padrona di tutte le campagne. Eredi del sangue germanico, esercitati alle armi, questi nobili combattevano, in nome dell'Impero, pe' suoi diritti, nel proprio interesse, contro la nuova società comunale, che ad un tratto si levava potente e minacciosa. Essi scendevano dai loro castelli a chiuder le vie al commercio dei Comuni; imponevano taglie; facevano minacce; volevano trattar da vassalli i liberi cittadini, che perciò, sdegnati, uscivano di tratto in tratto a far vendetta, e non di rado finivano con lo spianare i superbi castelli. Quei nobili invece che erano restati nelle città, stanchi adesso di vivere in mezzo ad uomini che non facevano piú distinzione alcuna di sangue o di casta, spesso emigravano per raggiungere i loro compagni. L'emigrazione fu tale che piú volte i cittadini, risentendone gravi danni, fecero leggi per impedirla. Il Papa incoraggiava i Comuni, perché a lui non doleva la scemata potenza temporale dei vescovi, e gli era necessario l'abbassamento dell'Impero. Cosí la lotta degli artigiani contro il feudalismo finalmente cominciava, e con essa la vera storia dei nostri Comuni.

Non bisogna però credere che il Comune sorgesse in nome dei diritti dell'uomo o delle libertà nazionali. Nulla di ciò. L'Impero era riconosciuto sempre come la fonte unica, universale del diritto. In fatti fino quasi a tutto il secolo XV, le città guelfe o ghibelline, nemiche o amiche dell'Impero, continuarono a scrivere in suo nome i pubblici atti.[12] Le risorgenti repubbliche accettavano sempre l'alto suo dominio, e la loro dipendenza da esso, quasi direi che, chiedendo una nuova e piú generale esenzione, volevano solo essere come duchi o conti di sé stesse. Combattevano i nobili e combattevano l'Impero; ma dopo la vittoria, riconoscevano l'autorità dell'Imperatore, ed a lui chiedevano la sanzione delle conquistate libertà. Né i Papi desiderarono mai la distruzione dell'Impero, della cui protezione avevano spesso bisogno, che riconoscevano anch'essi erede legittimo dell'antica Roma, e quindi sorgente unica del diritto politico e civile: volevano bensí sottomettere il potere temporale allo spirituale. La teocrazia ed il feudalismo, il Papato e l'Impero sussistevano adunque e combattevano sempre, quando il Comune sorgeva. Esso dové lungamente ancora lottare contro ostacoli d'ogni sorta; ma era destinato a trionfare, a creare il terzo stato ed il popolo, che soli potevano dal caos del Medio Evo far nascere la società moderna. In ciò sta la sua principale importanza storica.

Capitolo I[13] LE ORIGINI DI FIRENZE