NOTE:
[1]. Pubblicata la prima volta nel Politecnico di Milano, marzo 1866.
[2]. Lettres sur l'hist. de France. Lettera XXV, in fine.
[3]. Per esempio la Storia di Firenze di Goro Dati.
[4]. Dopo la prima pubblicazione di questo nostro scritto si fecero molte ed importanti ricerche sulle origini di Firenze e del suo Comune, massime dal D. O. Hartwig, sul cui pregevole lavoro avremo occasione di tornare piú tardi. E cosí pure vennero alla luce varie storie generali di Firenze, fra le quali piú notevoli sono la Storia della Repubblica di Firenze del marchese Gino Capponi (Firenze, Barbèra, 1875, due Vol.) e l'Histoire de Florence del sig. Perrens (Paris, 1877-90, in nove vol.), delle quali parliamo altrove.
[5]. Quando scrivevo queste parole, il Malespini era giudicato piú antico del Villani, il quale perciò avrebbe copiato da lui. Piú tardi però lo Scheffer-Boichorst provò il contrario, con argomenti a molti del quali non si può rispondere. Il March. G. Capponi non ne rimase persuaso, avendo nel Malespini trovato piú cose, che accennavano, secondo lui, ad un'antichità piú remota del Villani. Ma nuove indagini e molto diligenti, iniziate dal prof. Lami, confermarono che il Malespini è una compilazione fatta principalissimamente col Villani, e forse (ma di rado) con qualche altro cronista, che potrebbe essere piú antico, nel qual caso si spiegherebbero anche le osservazioni del Capponi.
[6]. Pubblicato in Firenze, 1838, vol. due, dalla tipografia all'insegna di Dante. Vedi anche Gervinus, Geschichte der florentinischen Historiographie: Frankfurt, 1833.
[7]. Capellae, Commentarii, che dal 1531 al 1542 ebbero undici edizioni. Ranke, Zur Kritik neurer Geschichtschreiber. — Aggiungo ora che il Ranke, a mio avviso, ha qui molto esagerato a danno del Guicciardini, il cui valore storico è confermato dai documenti. V. il mio libro sul Machiavelli, in fine del Vol. III.
[8]. Qui s'allude alla Storia del Capponi, che non era stata ancora pubblicata.
[9]. Discorso storico, cap. I.
[10]. Gino Capponi. Lettere sui Longobardi.
[11]. Tutto ciò che risguarda la divisione delle terre, è stato soggetto di lunga disputa in Italia e fuori. Ne parlò con dottrina il Troya, nella sua opera sulla Condizione dei Romani vinti dai Longobardi; ne parlarono con molto acume il Capponi ed il Capei nelle loro Lettere sui Longobardi (Appendice dell'Archivio Storico Italiano, vol. I e II), e cosí il Manzoni, il Balbo, ecc. La questione versa sulla interpretazione di due passi di Paolo Diacono. Quello che parla della prima divisione, quando i Longobardi presero il terzo della rendita delle terre, è chiaro: His diebus multi nobilium Romanorum ab cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiunfur. L'altro invece è assai piú oscuro, ed ha lezioni diverse. La piú generalmente adottata è questa: Hujus in diebus (di Autari) ob restaurationem Regni, duces qui tunc erant, omnem substantiarum suarum medietatem regalibus usibus tribuunt..; populi tamen adgravati per langobardos hospites, partiuntur. Una lezione del secolo X, nel codice ambrosiano, dice invece: aggravati pro Longobardis, hospitia partiuntur. La divisione delle terre (hospitia) e non dei frutti sarebbe piú chiaramente indicata in questa seconda lezione, che il Balbo accetta. Il prof. Capei, però, anche accettando la prima lezione, sostiene che si debba intendere attivamente la parola partiuntur. I vinti divisero le terre coi vincitori, e furono quindi aggravati, avendo dovuto cedere la metà dei loro beni; ma ne vantaggiarono in questo, che l'altra metà rimase loro libera proprietà.
[12]. Vedi, fra gli altri, Gino Capponi, nota al documento 3, nel vol. I dell'Archivio storico italiano.
[13]. Pubblicato nella Nuova Antologia di Roma, 1 Maggio 1890.
[14]. Codice vaticano palatino 772, che contiene la raccolta di leggi longobarde, conosciuta col nome di Lombarda. Primo a scoprirvi, a tergo del foglio 71, le notizie annalistiche fiorentine, fu il bibliotecario Foggini, che le comunicò al Lami, il quale ne pubblicò una parte, con un suo comento. Le pubblicarono poi tutte, prima il Pertz, poi l'Hartwig, e finalmente ne dette una fototipia esatta il prof. C. Paoli, nel primo fascicolo dell'Archivio paleografico italiano, diretto dal prof. Monaci in Roma.
[15]. È un codice di S. M. Novella, ora tra i Magliabechiani, 776, E, A, Conventi soppressi. Sono quarantasei notizie, di cui una parte, cioè le prime venticinque, fino all'anno 1217, furono pubblicate dal Fineschi nelle sue Memorie storiche degli uomini illustri di S. M. Novella, vol. I, pag. 330-332.
[16]. D. O. Hartwig, Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz. La prima parte fu pubblicata a Marburgo, 1875, la seconda, che contiene i due Annali, ad Halle, 1880.
[17]. Lo pubblicò prima il Fineschi (Op. cit. vol. I, pag. 257), e lo ha poi ripubblicato l'Hartwig (II, 185 e seg.) con molte aggiunte ed osservazioni. Non pochi nuovi nomi di Consoli contiene la cosí detta Cronica di Brunetto Latini, della quale parleremo piú oltre.
[18]. Il prof. C. Paoli (Di un libro del D. O. Hartwig, nell'Arch. Stor. It., tom. IX, anno 1882) ne scoprí una nel codice laurenziano XXVIII, 8; altre ne ha scoperte il prof. Lami, il quale spero che ne parlerà in un suo scritto sul Malespini, che presto vedrà la luce.
[19]. Fu scoperta, ma non pubblicata, dal Follini, editore del Malespini, in un codice della Magliabechiana di Firenze, Palch. II, 67.
[20]. Nell'Archivio di Lucca, in un cod. della collezione Orsucci, O, 40.
[21]. Questa data (Hartwig I, 64) manca nella compilazione latina, che anche perciò è giudicata piú antica.
[22]. Nel vol. I dell'Appendice alle letture di famiglia: Firenze, Cellini, 1854.
[23]. Nella parte II dell'opera citata.
[24]. Il prof. Santini, nella pubblicazione di cui avremo piú oltre occasione di parlare (parte I, doc. 18) dà un doc. del 14 Giugno 1188, nel quale è la firma: Ego Sanzanome index et notarius. Negli Atti della Lega toscana del 1197 (Santini, I, 21, a pag. 37), fra i nomi di coloro che firmarono dopo del Console di S. Miniato, si trova, Sanzanome de Sancto Miniato.
[25]. Cosí afferma anche il prof. Paoli nel suo scritto già ricordato. Il codice è il Magliab.-Strozz. Cl. XXV, 571. I Gesta furono quasi contemporaneamente pubblicati dall'Hartwig (op. cit.) e dalla Deputazione toscana di storia patria: Firenze, Cellini, 1876.
[26]. E qui appunto il codice ha diverse lacune.
[27]. Vedi l'ediz. curata dal Weiland nei Mon. Germ., XXII, 377-475, e ciò che ne dice lo stesso autore nell'Archiv. der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichte, XII, pag. 1 e segg.
[28]. Il Ciampi, che ne pubblicò una parte, e lo Scheffer-Boichorst nei suoi Florentiner Studien.
[29]. Il prof. Santini, che si occupò molto di ciò, ha trovato in Firenze dodici copie di Martin Polono e tre della traduzione, tutte del secolo XIV; altre ancora ne ha trovate il prof. Lami.
[30]. Impressum Florentiae apud Sanctum Jacobum de Ripoli, Anno Domini MCCCCLXXVIII. Altre edizioni se ne fecero nel secolo XVI. Di quest'opera il prof. Santini ha trovato in Firenze tre codici del sec. XIV.
[31]. Il Codice di Napoli è segnato XIII-F. 16. Un altro simile, del secolo XV, continuato fino alla morte di Arrigo di Lussemburgo, è il Laurenziano-Gaddiano CXIX.
[32]. Nella seconda parte della sua opera, Quellen etc., dove dà a questi estratti il titolo di Gesta Florentinorum und deren Ableitungen und Fortsetzungen.
[33]. Parlando di alcuni nobili Saraceni, mandati in quell'anno prigionieri alla Chiesa di Roma, aggiunge: et io gli viddi.
[34]. Arriva fino al 1303, ma l'ultimo paragrafo sembra di mano posteriore. Il paragrafo precedente però narra avvenimenti del 1297, e Brunetto Latini era di certo morto prima (1294).
[35]. Biblioteca Nazionale di Firenze, cl. XXV, cod. 566.
[36]. Questo risulta chiaramente confermato anche da molti riscontri fatti dal prof. Santini.
[37]. Due brevissime notizie o piuttosto appunti furono d'altra mano aggiunte in questa lacuna, e sono: — Papa Adriano V nato di quel del Fiesco da Genova, 1276, stette Papa die 30: vacò la Chiesa 28 dí. — Papa Innocenzio sexto fu eletto, che fu da Portogallo. — La seconda notizia è certo errata. Innocenzo VI (Étienne d'Albert) era francese del Limosino, e fu eletto nel dicembre 1352. Dopo di Adriano V, fu invece eletto Giovanni XXI, che era portoghese. L'autore scambiò Iohannes (che forse trovò abbreviato) con Innocentius, e XXI, con VI. Anche in altri cronisti le due notizie si trovano insieme, quasi con le stesse parole, salvo però l'errore indicato.
[38]. Codice Laur.-Gadd. 77. Sul dorso v'è scritto: Cronica romanorum Pontificum et Imperatorum. Questo titolo conferma la connessione della Cronica con Martin Polono, e spiega perché il codice sfuggí cosí lungamente alle ricerche degli studiosi di storia fiorentina.
Il lavoro da noi citato del prof. Santini, essendo una tesi di laurea, fu presentato e discusso nel nostro Istituto Superiore, ed i resultati ne furono poi annunziati nell'Arch. Stor. It. Ser. IV, Tomo XII, disp. IV, anno 1883, a pag. 483 e segg. Esso non venne pubblicato, perché, quando l'autore lo correggeva, la scoperta dell'Alvisi rese superflua ogni altra dimostrazione. Il Santini dava a quella Cronica molta importanza, avendo riscontrato che i nomi d'alcuni dei Consoli da essa sola ricordati, si trovano anche nei nuovi documenti, che sono già stampati, e fanno parte dell'opera già ricordata, che sarà, speriamo, presto da lui pubblicata.
[39]. Baluzio-Manzi, Miscellanea, Tomo IV. Questo codice Orsucci dell'Archivio di Lucca fu assai minutamente descritto dall'Hartwig (I, XXX e seg.), che da esso cavò e pubblicò, come dicemmo, una compilazione italiana della leggenda.
[40]. VIII, 36.
[41]. I, 1.
[42]. VIII, 36.
[43]. Negli Acta Sanctorum.
[44]. L'estoire de Eracles empereur, et la conqueste de la terre d'outremer (Recueil des historiens des Croisades), tradotta in latino, greco, tedesco, spagnuolo, italiano. Per le fonti del Villani vedi Busson, Die florentinische Geschichte der Malespini (Innsbruck, 1869) e Scheffer-Boichorst, Die Geschichte Malespini, eine Fälschung, nei suoi Florentiner Studien.
[45]. Nel suo articolo sul lavoro dell'Hartwig.
[46]. «Il y en eut (des Consuls) tout au moins en 1101». E dopo aver citato il documento, aggiunge in nota: «Dévant ce fait si positif, il serait oiseux de s'arrêter aux conjectures des auteurs, même presque contemporains» pag. 209.
[47]. Pag. 152-4.
[48]. Borghini, Discorsi, vol. II, pag. 27 e 93; Firenze 1755.
[49]. Ora è uscito il IX ed ultimo, che va fino alla caduta della Repubblica (1530-32).
[50]. Dei molti errori che si trovano in questo primo volume, ha parlato assai a lungo l'Hartwig nell'Historische Zeitschrift del Sybel, vol. III, fasc. 3, anno 1868. Degli altri volumi non è qui ancora luogo a parlare.
[51]. Servio, nel suo comentario sull'Eneide (lib. III, v. 104), scrive: «Dardanus Iovis filius et Electræ, profectus de Corytho (Cortona), civitate Tusciae, primus venit ad Troyam». Piú oltre (com. al lib. III, 187) dice che «Dardanus et Iasius fratres... cum ex Etruria proposuissent sedes exteras petere ecc.». E nel fare la genealogia d'Enea, incomincia: «Ex Electra Atalantis filia et Iove Dardanus nascitur». Di qui deve in parte essersi ispirata la leggenda, secondo la quale però Elettra è moglie di Atalante, non di Giove, che invece ne è padre. V. Hartwig, I, XXI.
[52]. Anche Brunetto Latini, nel primo libro del Tesoro, pose in relazione la leggenda di Catilina con le origini di Firenze, e ricordò la grande uccisione, seguita nella battaglia, in cui questi fu disfatto, come pure la peste che ne venne. «E per quella grande peste di quella grande uccisione, fu appellata la città di Pistoia». Lib. I, cap. 37, nel volgarizzamento di Bono Giamboni. Le fonti principali delle notizie storiche nel Tesoro, sono Ditti cretense e il De excidio Troie, che veniva attribuito a Darete frigio. Questo secondo libro è di certo anche una delle fonti della nostra leggenda. Vedi Thor Sundy, Della vita e delle opere di Brunetto Latini, trad. del prof. R. Renier, con molte aggiunte: Firenze, Successori Le Mounier, 1884.
[53]. Il Libro fiesolano, invece di Franchi, dice Africani, una compagnia venuta d'Africa, come altrove, invece di Ottone o Otto, dice Ceto, errore che si riscontra anche nel codice su cui fu fatta la stampa. Sono probabilmente errori di qualche rozzo copista della leggenda, i quali venivano poi spesso ripetuti dagli altri. Giovanni di Salisbury (Polikratikus, VI 17, ediz. Giles), parlando delle città che, secondo la storia, furono edificate da Brenno, ripete per Siena lo stesso racconto della leggenda. Egli osserva, che tutto ciò non è veramente storia, sed celebris traditio est, aggiungendo però che la tradizione trovata conferma nel fatto che i Senesi, per costituzione, bellezza, costumi, somigliano «ad Gallos et Britones, a quibus originem contraxerunt». Queste parole di Giovanni di Salisbury sono ricordate anche da Benvenuto da Imola, nel suo Comento alla Divina Commedia, per dire che a tale somiglianza vuole alludere Dante (Inf. XXIX, 121) nei versi:
Or fu giammai
Gente sí vana come la senese?
Certo non la francesca sí d'assai.
La medesima spiegazione è data anche dal Boccaccio nel suo Comento agli stessi versi.
[54]. La compilazione latina dice: quingentos annos et plus; le italiane, piú moderne, dicono solo: cinquecento anni.
[55]. Anche secondo la storia, Totila fu in Toscana verso la metà del sesto secolo.
[56]. Libro fiesolano, cap. XV.
[57]. Anche di ciò s'è occupato l'Hartwig, I, XXIV e segg.
[58]. Il primo a far questa osservazione fu l'Hegel: Ueber die Anfange der florentinischen Geschichtschreibung, nel già citato giornale del Sybel, I fasc. dell'anno 1876.
[59]. I cap. XVI e XVII nella ediz. Follini.
[60]. Villani I, 41.
[61]. Milani, in Notizie degli Scavi (aprile 1887) pubblicate dall'Accademia dei Lincei.
[62]. V. Hartwig. Op. cit.; G. Rosa nell'Arch. Stor. Ital. Serie III, vol. II, pag. 62 e segg.
[63]. Ciò specialmente perché la iscrizione fu trovata nella Savoia. Ed egli proponeva la lezione: Jul. Aug. Flor. V[ienna]. Vedi Hermes, XVIII, 1883, pag. 180, in nota.
[64]. Hermes, 1883, pag. 176. Piú esplicitamente la dichiararono colonia sillana Bumbuby, Dictionary of gr. and rom. Geography; Zumpt, De Colon.
[65]. Il prof. Milani si è occupato di ciò in molte sue pubblicazioni. Scavi di Mercato Vecchio nelle Notizie degli Scavi (aprile 1887); Scoperte epigrafiche nel centro di Firenze, nella Nazione del 15 Aprile 1890. In una di queste iscrizioni si leggono le parole,
... Genio Coloniae
... Florentiae.
Tomba italica a pozzo del centro di Firenze nelle Notizie degli scavi (dicembre 1892); Reliquie di Firenze antica nel vol. VI dei Monumenti antichi, pubblicati dall'Accademia dei Lincei, 1895.
In una sua lunga lettera a me diretta lo stesso prof. Milani narrava come nei lavori fatti pel fognone in Borgo dei Greci, l'anno 1886, fu in sua presenza, sotto il pavimento dell'Anfiteatro, trovato un mezzo asse onciale, in tal posizione, dentro lo smalto, che esso lo ritenne «coevo alla costruzione dell'Anfiteatro». Il corso di tali assi tagliati collo scalpello, egli prosegue, non può essere anteriore all'89 a. C., né posteriore al secondo triumvirato (43 a. C.). «Parrebbe dunque stringente la conclusione che l'Anfiteatro sillano sia dei tempi sillani». E se Dione ci dice che il primo Anfiteatro di pietra fu costruito a Roma solo 30 a. C., bisogna pure ricordarsi che Cicerone accusò Silla «di profondere tesori in fastose costruzioni, nel tempo appunto in cui si trovava sotto Fiesole». E però egli crede di poter «sostenere a buon diritto la data sillana per la costruzione nell'Anfiteatro fiorentino». Aggiunge poi, concludendo, che le basi di alcune colonne, da lui dette tuscaniche, e rinvenute presso l'Anfiteatro, come alcuni avanzi di architettura, trovati nel 1887 presso S. Maria del Fiore, «confermano l'opinione che alcune delle principali costruzioni edilizie di Firenze, fossero in relazione coi tempi sillani e cogli ultimi tempi della Repubblica». Tutto questo è però un problema la cui soluzione spetta solo agli archeologi.
[66]. Milani, Scavi di Mercato Vecchio, nelle Notizie ecc., 1887.
[67]. Villani, II, 1 e 2, e la Chronica de Origine Civitatis.
[68]. Villani, III, 1, 2, 3.
[69]. Vedi Hodgkin, Italy and her invaders, vol. IV, pag. 446 e segg.
[70]. Il Lami, Lezioni, parte I, pag. 292, fa questa affermazione, appoggiandola sopra un documento di donazione fatta da Carlo Magno alla Badia di Nonantola, circiter annum 774, nel quale si parla delle chiese Fiorentine di S. Michele e di S. Miniato tra le torri, come esistenti in comitatu fossolano, in civitate fossolana. Il documento fu pubblicato la prima volta dal Muratori (Antiq. V. 647), che lo dice tratto ex reliquiis tabularii monasterii nonantulani, e dopo avere esposti molti dubbi sull'autenticità di esso, finisce col credere che la carta sia sincera, ritenendola però una scrittura privata di Carlo Magno, non un diploma. Non gli par possibile che un falsificatore volesse immaginare luoghi e paesi, dei quali appena si ha notizia, ed in molti dei quali il Monastero non aveva diritti, né poteva sperare di acquistarne con quella carta. Il Tiraboschi ripubblicò il doc. nella sua Storia della Badia di Nonantola (II, 27 e segg. Num. XII), dicendolo apographum XII, nel XIII saec. Egli crede invece che il doc. sia apocrifo ma compilato da qualche monaco dell'undecimo o duodecimo secolo, sopra non pochi antichi strumenti ora smarriti (vol. I cap. XI, pag. 365). Sebbene apocrifo, esso però conterrebbe, secondo lui, la nota vera dei possedimenti che il monastero aveva in Toscana. E ciò dice, dopo aver prima esaminato e ponderato le osservazioni del Muratori. Quanto poi alle chiese fiorentine in civitate fossolana; il Tiraboschi (pag. 366-7) se ne rimette a quanto ne dice il Lami da noi citato.
[71]. Di ciò trattano a lungo il Lami, il Borghini, l'Hartwig.
[72]. Villani, III, 3.
[73]. Villani, IV, 1.
[74]. Lami, Lezioni, nella pref. a pag. CVI-VIII; Hartwig I, 85-6.
[75]. Villani, IV, 6.
[76]. Villani, IV, 7.
[77]. Cosí dice S. Pier Damiano nella lettera che piú basso citiamo.
[78]. Petri Damiani. Epistolarum libri VIII: Parisiis ex officina nivelliana, 1610, V. a pag. 727. La lettera (pag. 721 e seg.) è indirizzata: Dilectis in Christo civibus florentinis, Petrus peccator, monachus, fraternae charitatis obsequium.
[79]. Tocco. L'Eresia nel Medio Evo. Lib. I, cap. 3, pag. 207-228.
[80]. Passerini. Nell'Arch. Storico Italiano, N. S. vol. III, pag. 43-4; Perrens., I, 85 e seg.; Hartwig, I, 89-9. Capecelatro. Vita di S. Pier Damiano, libro VII. Vol. due: Firenze, Barbèra, 1862.
[81]. «Ad hec ille se inquit, neutrum iubere, neutrum velle, neutrum recipere. «Quin etiam edictum a Preside per legatos suos impetravit, ut quicumque laicorum, quicumque clericorum se ut episcopum non coleret suique imperio non obediret, ad Presidem victus non duceretur, sed traeretur: si quis autem bis minis territus, de Civitate fugeret, ad dominium Potestatis assumeretur quicquid possedisset». Cosí dice la lettera scritta Millesimo LXVIII idus februari, la quale incomincia: Alexandro prime sedis reverentissimo, ac universali episcopo, clerus et populus Florentinus sincere devotionis obsequium. Essa fu stampata piú volte, ma scorrettamente (V. Brocchi, Vite di Santi e Beati, pag. 145. Firenze, 1742; Acta Sanctorum III, luglio, pag. 359 e 379, nelle due vite di S. G. Gualberto); trovasi nel Cod. Laurenziano XX, 22, che è del sec. XI. La lettera, messa in fine del codice stesso, è scritta da mano diversa e alquanto posteriore; ma anche secondo il prof. Paoli, che a mia preghiera l'esaminò, la scrittura ha tutti i caratteri del sec. XI, «e può solo concedersi, che sia della prima metà anzi del primo quarto del sec. XII». Essa piú che una vera e propria lettera, sembra una narrazione in forma epistolare. Lo confermerebbe anche il titolo che ha nel Codice: Incipit textus miraculi quod Dominus, etc. Dovremo ritornare a parlarne.
È chiaro, in ogni modo, che il Potestas qui sopra menzionato, non ha nulla che fare col Podestà dei tempi posteriori. Si tratta della podestà superiore, cioè del duca Goffredo. Il Preside poi deve essere, io credo, il rappresentante di Goffredo nella Città. Sono forme antiche e spesso retoriche, come quelle che si trovano piú tardi nel Sanzanome.
[82]. La medesima lettera, dopo aver narrato che coloro i quali s'erano rifugiati in un oratorio, ed erano stati minacciati, se non si riconciliavano d'essere cacciati, «extra Civitatem pellerentur», aggiunge che essi non vollero obbedire. «Hincque factum est ut.... municipal. presid.... illos extra emunitatem oratorii.... eiceret». Le due parole abbreviate nel codice, furono stampate in molti modi diversi, mutando il verbo, alterando spesso tutta la frase, il che generò grande confusione. A me e ad altri colleghi che ho consultati, pare che debba intendersi: municipale presidium.
[83]. Nuova Antologia di Roma, 1 giugno 1890.
[84]. Nel codice laurenziano già da noi ricordato.
[85]. Rhetor era allora sinonimo di causidicus.
[86]. Di tutto questo si occupò molto il Ficker nelle sue Forschungen, e dopo di lui il Fitting, Die Anfänge der Rechtsschule zu Bologna: Berlin und Leipzig, 1888.
[87]. Lege Digestorum libris inserta, considerata. Cosí si legge in un placito del 1076 pronunziato dal messo di Beatrice in Marturi, presso Poggibonsi (prope plebem Sancte Marie, territurio fiorentino), dove si nota anche la presenza di Pepone, il precursore d'Irnerio. Un Fiorentino, che contendeva il possesso di alcune terre al monastero, adduceva la temporis praescriptio, e si fondava sul Digesto, che, secondo la procedura del tempo, portava nel tribunale. Vedi Fitting, op. cit. pag. 88; Zdekauer, Sull'Origine del manoscritto pisano delle Pandette giustinianee: Siena, Torrini, 1890. In un documento del 1061, in cui si tratta d'una lite fra due Chiese di Firenze (V. Della Rena e Camici Vol. II, 2, pag. 99) si legge: Indices secundum romanae legis tenorem, utramque ceperunt inquirere partem. Secondo il Ficker, i giudici qui sarebbero fiorentini: und zwar scheinen das die gewöhnlichen städlischen Indices von Florenz zu sein. Ficker, III, parag. 469 pag. 90. Il cronista Goro Dati, che morí ai primi del secolo XV, affermava nella sua cronica, che i notai fiorentini erano i piú reputati di tutti, sebbene i piú celebri dottori in legge fossero quelli di Bologna. Vedi Dati, Storia di Firenze, ediz. fiorentina del 1735, a pag. 133.
[88]. Petrus Damiani. De parentelae gradibus, nelle Opere, Opusc. VIII, Cap. I e Cap. VII. Ivi combatte l'opinione espressa dai sapientes di Ravenna, contraria al diritto canonico, sui gradi di parentela che impediscono il matrimonio. Di colui che esso dice fiorentino, scrive: promptulus, cerebrosus ac dicar, scilicet acer ingenio, mordax eloquio, vehemens argumento.
[89]. Il Ficker, parlando del sopra citato documento del 1061, dice: Diese Romagnolen scheinen nun weiter kaum nur zufüllig zu Florenz gewesen zu sein.
[90]. Quanto all'azione sempre crescente del diritto romano in Toscana, notissimo è il passo negli Statuti di Pisa del 1161, nel quale si dice di questa città: a multis retro temporibus, vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda. In un documento senese del 1176, pubblicato dal Ficker (Vol. IV, doc. 148), i Consoli dicono: Item nos professi sumus lege romana cum tota Civitate vivere. La mescolanza della legge romana con la longobarda o con altre, è in tutto il secolo XI, ed anche dopo, frequentissima. Spesso donne che professavano di vivere secondo la legge romana, dichiaravano nel medesimo tempo di essere sotto il mundio del figlio o di altri.
[91]. Lami, Lezioni, pref. pag. CXV e segg. Vedi anche i documenti pubblicati dal Fiorentini nelle Memorie della gran contessa Matilde (Lucca, 1756), e da Della Rena e Camici, Serie cronologico-diplomatica degli antichi duchi e marchesi di Toscana, parte II. Da siffatti documenti chiaro apparisce come era formato il tribunale di Matilde.
[92]. V. Fiorentini, doc. a pag. 168; Della Rena e Camici, parte II, vol. II. doc. XV e XVI, a pag. 106 e 108; Vol. III, pag. 9; Vol. IV, doc. XIV, a pag. 61.
[93]. Unthätiger Vorsitzende, dice il Ficker, che ha dato la chiara dimostrazione di questo fatto. Vol. III, parag. 573, pag. 294 e seg.
[94]. A tale proposito il Ficker osserva: Dass schön früher die Gerichtsbarkeit in der Stadt nicht durch die Feudalgewalt, sondern durch Bürger der Stadt als rechtskundige Königsboten geübt wurde. Vol. III, par. 584, pag. 315-16.
[95]. Consuetudines etiam perversas a tempore Bonifactii Marchionis duriter eisdem impositas, omnino interdicimus. Ficker, Vol. I, parag. 136, a pagine 255-6, e il doc. stesso nel vol. IV, pag. 124-5; Pawinski, Zur Entstehungsgeschichte des Consulats in den Comunen Nord und Mittel-Italiens: Berlin, 1867, pag. 29.
[96]. Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione hominum duodecim electorum in Colloquio facto sonantibus campaniis. Murat. Antiq. IV, 20. Vedi anche Ficker e Giesebrecht, piú sopra citati, e Pawinski, pag. 31. Si è dubitato che in questi diplomi (di cui non si ha l'originale, ma una copia antica), e piú specialmente nel secondo, possa esservi stata qualche interpolazione, cosa che il Ficker ed il Pawinski contrastano. In ogni modo la sostanza dei due documenti è ora ammessa dai piú autorevoli scrittori. V. Ficker, vol. III, pag. 408; Giesebrecht (4ª ediz.), vol. III, pag. 537-8.
[97]. Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia, Vol. III, pag. 1 seg.
[98]. Per maggiore chiarezza usiamo qui la parola Grandi, sebbene in questo senso preciso venisse in uso generale a Firenze solo piú tardi, specialmente ai tempi di Giano della Bella, nel 1293.
[99]. Pawinski, pag. 31, nota 3.
[100]. Nec domum in predictis terminis relevari, neque ad triginta sex brachia interdici permittemus. Pawinski, pag. 34.
[101]. Bonaini, Statuti inediti della città di Pisa, I, pag. 16.
[102]. Si parla assai spesso di conti e di vicecomiti, che in Firenze, finora almeno, non troviamo mai ricordati. Piú tardi ne vedremo entrare qualcuno per le ragioni che diremo.
[103]. Il Pawinski, secondo me, ha torto, quando fermandosi su questo carattere del Comune pisano e di altri simili, trascurando l'elemento popolare, commerciale, che anche a Pisa, come altrove, aveva parte grandissima, vorrebbe far nascere il Comune italiano per opera dei soli nobili.
[104]. Nisi fortitan communi Consilio Civitatis, vel maioris partis Bonorum vel Sapientum... ad commune Colloquium Civitatis... supradictorum hominum consensu et omnibus Pisae habitantibus. Bonaini, op. cit., Vol. I, 16.
[105]. Murat. Antiq. III, 1099. Una poesia attribuita a Guido da Pisa, narrando la guerra fatta nel 1087 dai Pisani, insieme con Genova, Amalfi, Roma, contro i Saraceni in Africa, dà i nomi di quattro Pisani,
Vocat ad se Petrum et Sismundum
Principales Consules,
Lambertum et Glandulfum
Cives cari (clari?) nobiles.
Si tratta però d'una poesia, e per credere alla esistenza di questi Consoli nel 1087, bisognerebbe portare almeno a quell'anno la prima Concordia del vescovo Daiberto, il che non sarebbe impossibile, giacché egli fu vescovo dal 1085 al 92, quando venne nominato arcivescovo. V. Pawinski, pag. 31, nota 3. Leonardo Vernese nel suo Carmen, in cui parla della impresa delle Baleari, (1113-15) dice:
Inde duo et denos de culmine nobilitatis
Constituere viros, quibus est permissa potestas
Consulis atque ducis.
Ma l'esistenza dei Consoli in questo tempo è già provata da altri documenti. V. Pawinski, pag. 38-9.
[106]. Il cronista dà nome di anteriores alle principali famiglie, forse perché vennero prima in Venezia; ce le rappresenta come un ceto che aveva supremazia e governava, e nel catalogo che ce ne dà, ricorda ancora i mestieri che esercitavano. — Cerbani de Cerbia venerunt, anteriores fuerunt de omni artificio ingeniosi. — Signati (variante: Cugnati) Tribuni Ianni appellati sunt, anteriores fuerunt, mirabilia artificia facere sciebant caliditate ingenii — Aberorlini... anteriores fuerunt; non aliud operabantur nisi negocia, sed advari et increduli. E cosí di altre famiglie, che tradizionalmente esercitavano l'industria, il commercio e le professioni liberali. Quanto ai ministeria, troviamo molte espressioni che accennano alla loro organizzazione embrionale. Hetolus autem appellatus est, quia ipse erat princeps de his qui ministerii erant retinendis. — Erano sellai, guardiani di animali, ecc. Molte altre di queste famiglie sono nominate nell'elenco dato dalla Cronica, e tutto ha l'apparenza di una continuazione di ciò che esisteva nel basso Impero.
[107]. Il doc. è nella Vaticana (Urb. 440) e fu esaminato anche dal Gfrôrer. Il fabbro-ferraio Giovanni Sagomino, insimul cum cunctis meis parentibus, ricorre al Doge Pietro Barbolano (1026-31), e poi al Doge Domenico Flabiabico (1032-43) contro il Castaldo dell'Arte, il quale voleva costringerlo a lavorare il ferro per le carceri, nell'atrio del Palazzo, e Sagornino sosteneva d'aver diritto, secondo le consuetudini, di prestare questo gratuito servizio lavorando il ferro a casa sua. Un regolare processo fu fatto, il ricorrente ebbe ragione, e poté lavorare il ferro nella sua officina. Tutto questo prova l'esistenza di ben determinate consuetudini tradizionali prima degli statuti dell'Arte (sec. XIII), i quali, se fossero allora esistiti, sarebbero stati qui ricordati.
Il documento citato, una volta dice, il Castaldo del Doge, un'altra, il Castaldo dei fabbri, perché infatti esso dirigeva l'Arte ed era nominato dal Doge, come si vede chiaro nel secolo XIII da una promissione ducale di Iacopo Tiepolo (6 marzo 1229), e da un'altra di Marco Morosini (13 giugno 1249). Cosí da un lato apparisce quanto diverso da quello di Firenze fosse l'ordinamento delle Arti in Venezia, e da un altro lato possiamo osservare quanto antico e quanto persistente fosse nei Comuni italiani il carattere generale delle istituzioni loro in genere, e delle Arti in ispecie. Le notizie date in questa e nella nota precedente, le dobbiamo al prof. Monticolo, dottissimo nella storia veneta, su cui sta facendo studi importanti, i quali speriamo che presto vedranno la luce. Intanto ci è grato rendergli qui pubbliche grazie. — Aggiungiamo ora che il prof. Monticolo ha già cominciato le sopra indicate pubblicazioni tra Le Fonti della Storia d'Italia, stampate dall'Istituto Storico Italiano.
[108]. Repetti, art. Gangalandi e Monte Orlando.
[109]. Dum in Dei nomine. Domina inclita Comitissa Matilda, Ducatrix, stante ea in obsedione Prati, etc. Anno 1107. V. Fiorentini, op. cit., lib. II, pag. 299. Villani, IV, 25 e 26; Hartwig, II, 45 e 47; Repetti art. Prato; Arch. Stor. It. Storie V., vol. V., disp. I, pag. 108 e seg. La narrazione del Villani è però piena di notizie fantastiche su Prato. La distruzione di Monte Orlando non è menzionata negli Annales I, che incominciano solo coll'anno 1110; ma è ricordata nel Cod. nap. ed in Tolomeo da Lucca.
[110]. Gli Annales fiorentini II, seguiti dal Villani, pongono semplicemente la distruzione del castello nel 1113, né dicono altro, perché la notizia che segue in essi è del 1135. Gli Annales florentini I tacciono al 1113, e pongono al 1114 la secunda et ultima destruccio murorum. Nel 1119 ricordano altri due assalti dati al castello, quem marchio Rempoctus defendebat: col secondo di essi i Fiorentini Monte Cascioli ignem (sic) consumpserunt. La successione di tre assalti a noi par chiara, e ogni altra disputa superflua.
[111]. Gli Annales I e II tacciono del fatto. Il Cod. nap. lo pone, come il Villani, all'anno 1117, dicendo senz'altro che i Pisani partirono per le Baleari, e «li Fiorentini guardaron la città di Pisa». (In Hartwig, II, 272). Lo stesso dice Tolomeo da Lucca, che però pone il fatto nel 1118, come fa pure il pseudo Brunetto Latini, il quale accenna al dono delle due colonne di porfido, «per cagione che li Fiorentini guardarono la loro terra, quando erano ad hoste», né aggiunge altro. Quanto all'errore di data, vogliam solo notare che il Capmany, nelle sue Memorias historicas sobra la marina.... de Barcelona. Vol. I, pag. 10, dopo aver narrato la impresa del 1113-15, dice che Raimondo Berengario III venne nel 1118 a Pisa ed a Genova, per promuovere un'altra spedizione. La ricordanza di ciò poté forse contribuire all'errore di data, che, una volta commesso, venne poi ripetuto da molti.
[112]. Il dott. Hartwig cita la notizia che ebbe dal dott. Wüstenfeld d'un diploma del 1114, da cui apparirebbe che anche i Fiorentini avessero preso parte alla spedizione, nel qual caso, egli osserva, le colonne sarebbero non un dono dei Pisani, ma parte della preda fatta in comune. Feci cercare il diploma nell'Archivio di Pisa, e lo ebbi dalla cortesia del prof. Lupi. Esso trovasi inserito in un altro, che ha la data: VI idus Augusti 1233, col quale il re Iacopo d'Aragona conferma ai Pisani i privilegi, che, col precedente diploma, Berengarius Barchinione gloriosissimus Comes Pisanis fecit. Questo piú antico diploma è riprodotto nel documento, ed ha la data: M. C. quarto decimo... septimo idus septembris, indictione sexta. Sebbene tra le parole decimo e septimo ve ne siano altre non poche, un tal modo di scrivere la data potrebbe aver dato un'altra occasione all'errore di quei cronisti che posero il fatto nel 1117.
Comunque sia però di queste ipotesi molto discutibili, è certo invece che i privilegi sono concessi populo pisano, e ne vengono investiti tre dei loro Consoli, che ricevono vice aliorum Consulum tociusque pisani populi, e questa concessione fu fatta, coram marchionibus, comitibus, principibus romanis, lucensibus, florentinis, senensibus, volterranis, pistoriensibus, longobardis, sardis et corsis, aliisque innumerabilibus gentibus, que in predicto exercitu aderant. Non fu dunque un'alleanza di città, ma fu il popolo pisano, cui si erano uniti molti nobili di altre parti d'Italia. Il cancelliere dei Consoli pisani redasse il diploma, presenti l'arcivescovo di Pisa, qui Dompni apostolici in predicto exercitu vicem gerebat, due vice-comiti e nove Consoli: di questi ultimi si dànno anche i nomi. Il diploma non fu mai pubblicato in Italia, e però l'Amari a cui ne mandai copia, e che molto se ne occupava pochi giorni prima di morire, voleva darlo alle stampe, sebbene avesse riscontrato che era stato pubblicato nella Spagna dal Moragues y Bover nelle note alla ediz. della Historia de Mallorca di Don Vincente Mut, stampata in Palma, 1841. Pochi giorni dopo avermi data questa notizia, venutagli di Spagna, il senatore Amari moriva improvvisamente a Firenze (luglio 1889).
[113]. Nei Documenti che illustrano la memoria di una monaca del secolo XIII (Arch. stor. it. Serie III, vol. 23), che sono dei primissimi del secolo XIII, e contengono deposizioni di testimoni, i quali alludono quasi sempre a fatti del secolo XII, si parla continuamente del monastero di Rosane e di chi defendit ipsum monasterium a Teutonicis (V. pag. 206, 391-2, ed altrove).
[114]. Gli Annales I parlano di due incendi (1115 e 1117), che arsero tutta la terra; il Cod. nap. parla solo del secondo. Thomas Tuscus, che scriveva circa il 1279, in Firenze, parla d'ambedue gl'incendi ne' suoi Gesta Imperatorum et Pontificum, attribuendo a ciò la distruzione di molte croniche, che supponeva dovessero essere esistite, e che probabilmente non esistettero mai. Il Villani lo seguí in questa ipotesi, non sapendosi neppur egli persuadere, che il Comune non avesse storici piú antichi.
[115]. Petrus f. Mingardole, il quale, ad defendendum se de crucifixo, passò illeso attraverso il fuoco. Alcuni storici, non volendo credere alla esistenza allora dell'eresia in Firenze, hanno disputato sulle parole de crucifixo, proponendo che si leggesse invece: cum crucifixo, o de crimine infixo. Ma il fac-simile del codice, pubblicato dal prof. Paoli, non lascia dubbio.
[116]. Infatti Simone della Tosa, posteriore al Villani, che forse copia in questo luogo, parlando del secondo incendio, nel 1117, aggiunge che vi fu allora in Firenze «la resia de' Paterini». Papa Innocenzo III (1198-1216), discorrendo degli eretici scriveva: impii Manichaei, qui se Catharos vel Patarenos appellant (Ep. lib. X, ep. 54, ed. Migne, vol. II, pag. 1147). E negli Annales Camaldulenses (III, App. pag. 396) si trova un giudicato di Sutri, 1141, nel quale si legge: Igitur universi qui vulgo Paterenses vocantur, eo quia, sub iugo peccati, retinebant omnia que de predicta ecclesia sancte Fortunate accipiebant. È chiaro dunque che qui si dava nome di Paterini (che pur furono seguaci d'una setta speciale e ben distinta dalle altre) anche a coloro che occupavano i beni della Chiesa, o in qualche modo la combattevano. Hartwig, II, p. 17 e 21.
[117]. Vedi la Cronica, ad annum. Come abbiamo già detto, tutto quello che si riferisce a questi tempi, trovasi solo nel codice gaddiano, che fu scoperto pochi anni sono nella Laurenziana. La parte che comincia dal 1181, trovasi anche nell'autografo, da piú tempo conosciuto; ma questo è assai difficile a leggersi, e però anch'esso fu poco studiato.
[118]. «Advegna Dio che Ghibellini fussero pubblicati Paterini». Cosí dice il pseudo Brunetto Latini all'anno 1215.
[119]. Il Codice degli Annales I, dice: Rempoctus, non Remperoctus, come fu da altri stampato.
[120]. Ficker, II, pag. 223-4, par. 310; Murat., Antiq. III, 1125.
[121]. Murat., Antiq. I, 315.
[122]. Gli Annales I dicono: deo auctore, Florentini Monte Cascioli igne consumpserunt. Il codice veramente par che dica: de auctore, il che non avrebbe senso. Il Lami propose che si leggesse: de auctoritate, che neppure avrebbe senso. L'interpretazione da noi adottata, fu data dal prof. Paoli, e ci pare assai preferibile. I Fiorentini, combattendo contro l'Impero e parteggiando per la Chiesa, si credevano protetti da Dio, di cui dichiaravano nemici i propri avversari, ai quali perciò davano nome di eretici e Paterini.
[123]. «Teneanla certi gentiluomini Cattani, stati della città di Fiesole, e dentro vi si riducevano masnadieri e sbanditi e mala gente, che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze». (IV, 32).
[124]. Gli Annales I la fanno durare meno di tre mesi, che nel Sanzanome diventano tre anni. Si può supporre che egli riunisse in uno tutti gli assalti o scaramucce, che assai probabilmente precedettero la guerra vera e propria.
[125]. Soldani, Historia Monasterii S. Michaelis de Passiniano pag. 109, citata in Lami, Lezioni, I, 288.
[126]. Nei doc. piú sopra citati, del Passerini (pag. 211), si legge: Domina Sofia dixit et dicit quod est LXXX annorum et plus, et recordatur de destructione Fesularum. E cosí altri testimoni.
[127]. In una sentenza del 30 Dic. 1172 troviamo nominati sette Consoli, il Giudice ordinario e tre Provveditori. I Consoli mettono in possesso il Giudice, huic missioni in possessum auctoritatem prestans. Questo documento si trova con molti simili nell'Arch. fiorentino, Curia di S. Michele. Il prof. Santini ne ha stampati parecchi nella parte II del suo volume, che sarà, speriamo, presto pubblicato. E qui avvertiamo il lettore che citiamo il suo lavoro cosí pei documenti finora inediti, come per quelli già editi da altri, perché furono tutti da lui riscontrati nuovamente sugli originali. Egli noterà forse quelli che ha scoperti e quelli che ha semplicemente riprodotti. Vedi Santini, parte II, doc. I. Nell'Ott. 1181 tre Consoli siedono super facto iustitie, nominatim in mense octobris. Il giudice Restauransdampnum conferma la sentenza (ivi, doc. II). E cosí in altri documenti, sebbene qualche volta si trovino anche due Consoli per un mese. Il 27 Genn. 1197, i Consoli di giustizia sono due, per gennaio e febbraio (S. parte II, doc. IX), e cosí si continua per un pezzo, due giudici per due mesi. Il 28 febb. 1198 i due Consoli sono anche giudici di professione; ma ciò non toglie la necessità di un giudice ordinario. Spinello Spada (ivi, doc. X), il che conferma sempre piú che i Consoli di giustizia non facevano la parte vera e propria di giudici. Dal 1201 in poi troviamo un Console di giustizia, per totum annum (ivi, doc. XIII e XV).
[128]. Il 18 aprile 1201 (v'era allora un Potestà), troviamo solo Gerardus ordinarium iudex cognitor controversie... hanc sententiam tuli ideoque subscripsi, e manca affatto il Console di giustizia, che subito dopo ricomparisce (S. parte II, doc. XI). Sembra che a Pisa fossero di regola nominati giudici speciali, electi o dati a Consulibus et universo populo, che giudicavano da sé, essendo qualche volta presenti i Consoli; altrove erano Consules de Placitis o Assessores Consulum (come a Parma), che giudicavano senza i Consoli del Comune. Ficker III, paragr. 584 e 585.
[129]. Firenze fu prima divisa in Quartieri. L'Oltrarno allora non faceva parte dell'antica Città, essendovi poche «vili e minute genti». Villani, IV, 14. Piú tardi, ma fin dai primi tempi del Comune, essa fu divisa in Sestieri, uno dei quali era quello d'Oltrarno. Nel 1343 (Villani XII, 18) si tornò nuovamente alla divisione per quartieri.
[130]. È del gennaio 1165, e trovasi nell'Arch. fiorentino (S., appendice II, doc. I, pag. 517). È la donazione di una parte di casa, fatta ai membri della Società della torre di Capo di Ponte: tam qui modo sunt, aut in antea fuerunt ex Societate vestre turris de Capite Pontis.
[131]. In due frammenti di pergamena del 1179 e del 1180, oltre un documento, che è in parte del 16 maggio 1209, in parte piú antico, nell'Arch. fiorentino. Anche lo Statuto del Podestà (del 1324) parla delle Società delle Torri. Di tutto ciò discorse minutamente e con molta diligenza il prof. Santini, in un suo dotto lavoro sulle Società delle Torri in Firenze, pubblicato, prima nell'Arch. Stor. It. Serie IV, T. XX, anno 1887, e poi a parte. Nell'appendice II, al vol. piú volte citato, lo stesso autore ha raccolto parecchi documenti su queste Società. Essi sono del 1165, 1179, 1180, 1181, 1183, 1201, 1209, ecc.
[132]. Nel sopra citato lavoro, stampato a parte, pag. 55 e seg., il S. cita molte di queste famiglie, avvalorando le sue asserzioni con la scorta dei documenti.
[133]. In ciò dissento dal prof. Santini. Le associazioni che egli ha potuto trovare in campagna sono poche, d'indole diversa e non molto antiche. Mancava nel contado la base principale, la torre cioè con le case aderenti ed appartenenti a diverse famiglie.
[134]. Anche il Villani (V. 32) dice che Firenze era sotto «la signoria di Consoli cittadini, dei maggiori e migliori della Città, col Consiglio del Senato, cioè di Cento Buoni uomini, e quelli Consoli a modo di Roma tutti guidavano e governavano la Città, e durava il loro ufficio un anno». Ne fissa arbitrariamente il numero a 4 o 6, secondo che la Città era divisa in Quartieri o Sestieri, ed aggiunge, che, parlandone, si citava solo quello di maggiore autorità. L'elezione pare che si facesse nel gennaio. Nel 1202 quelli della prima e della seconda metà dell'anno (1 marzo e ottobre) sono gli stessi, e cosí nel 1204 (15 aprile e ottobre). Tutto ciò proverebbe ancora che non si cominciava il 25 marzo, secondo lo stile fiorentino (V. Doc. del Santini). A Siena si faceva del pari l'elezione nel gennaio, e lo stesso può indursi per Firenze anche dai cronisti.
[135]. Il primo doc. che ricordi i nomi dei Consoli è del 19 marzo 1138 (citato nell'Hartwig, II, 185, dalle Memorie di Lucca, vol. IV, pag. 173, doc. 122) in cui Broccardus et Selvorus promettono pro se et pro sociis suis. Il secondo è del 4 giugno dello stesso anno (S. parte I, doc. II), ed in esso il conte Ugicio (o Egicio) riceve launechild et meritum a Burello et Florenzito Consulibus, vice totius populi. I due nomi sono in questi due documenti dello stesso anno diversi, forse perché si davano solo i nomi dei Consules priores, che come dicemmo, mutavano a turno. Anche a Siena pare che i Consules priores mutassero di continuo. (V. Caleffo Vecchio per giugno, agosto, ottobre 1202; Caleffo dell'Assunta, 1202) e quando v'erano invece i Governatori, tenevano il Priorato una settimana per uno.
In due documenti fiorentini, che si trovano fra i Capitoli, ed hanno la data del 7 aprile 1174 e del 4 aprile 1176 (S. parte I, doc. VI e IX), i Consoli sono nominati tutti, e sono 10: forse non vi furono inclusi quelli di giustizia. Ma invece, nel giuramento dato dagli uomini di Mangona a Firenze (28 ottobre 1184, in S. parte I, doc. XV) si legge: annualiter dabimus unam albergariam xij Consulibus Florentie. Anche nel 1204 ne troviamo 12; ma nei documenti della Lega (1197-8) se ne trovano piú di 12, e cosí piú di 12 se ne trovano nel 1203. Demmo già la probabile spiegazione di questo fatto. I Consules priores, che esistevano anche in altri Comuni, si trovano in Firenze di rado menzionati coll'appellativo di Priores, massime nei primi tempi. Un documento, che è però del 24 ottobre e 7 novembre 1204 (S. parte I, doc. LIII), dice: Potestas Florentie vel Consules eiusdem civitatis, omnes vel maior pars vel Priores aut Prior eorum. Cosí un altro del 15 ottobre 1200.
[136]. Santini, parte I, doc. XII.
[137]. S. parte I, doc. XU.
[138]. V'erano infatti i Consoli del Comune, delle Arti, dell'Arno, delle porte della Città, delle Società delle Torri, i quali ultimi si chiamavano piú specialmente Rettori. Ed anche Rettori era una parola generica, che indicava tutti quelli che governavano, essendovi i Rettori delle Torri, della Città e delle Arti. Potestas era poi la suprema potestà in generale, e solo piú tardi fu una speciale magistratura.
[139]. Gli esempi sono cosí numerosi che non occorre far citazioni, perché era la formola in uso, e non solamente a Firenze. Nei patti, già citati, tra Lucca e Firenze (24 luglio 1184) si prevede che a Lucca manchino i Consoli la lucana Potestas, e si aggiunge: aut Bonos viros lucensis civitatis, si Consules vel Rector aut Potestas tunc ibi non fuerit.
[140]. Forte Belicocci Senator eiusdem (Florentiae) Civitatis (in un doc. del 15 aprile 1204. S. parte I, doc. LI). In un altro documento del 13 e 14 novembre 1197, che è negli atti della Lega toscana, troviamo fra i Consiliarii presenti, Bilicozus. Nel Breve Consulum Pisane Civitatis del 1162, pubblicato dal Bonaini, i Consiglieri sono chiamati Senatores.
[141]. Questo documento (S. parte I, doc. XXII) è quello del 13 e 14 novembre 1197, e fa parte anch'esso di quelli della Lega toscana. Ma è da notare che, come in quella occasione solenne si trovano piú di 12 Consoli, cosí anche poté, per le stesse ragioni, essere aumentato il numero dei Consiglieri, o pure (essendosi verso la fine dell'anno) si radunarono cogli uscenti, alcuni dei nuovi eletti.
[142]. Si diceva Arengo, Arrengo, Aringo, Arringo, da arringare, come Parlamento da parlare.
[143]. Nei Comuni italiani gli habitatores ed anche gli assidui habitatores sono ben chiaramente distinti dai cives e dagli stranieri. I documenti fiorentini parlano spesso dei cives salvatichi, i quali indicavano, io credo, la quasi-cittadinanza di coloro che dimoravano in campagna, con l'obbligo di abitare parte dell'anno in Città. Questi piú tardi aumentarono assai, e col tempo divenivano poi veri e propri cittadini, secondo norme che non ci sono tutte ben note.
[144]. Ne trovammo molti esempi nelle Provvisioni di tempi posteriori.
[145]. Nuova Antologia di Roma, 1º luglio 1890.
[146]. Il Ficker, II, parag. 310, pag. 223, dà i nomi di molti di essi, e raccoglie le scarse notizie che se ne hanno. A Rabodo, morto nel 1119, successe un Corrado (1120-27), poi un Rampret (1131), poi un Engelbert (1134), poi Errico di Baviera (1137), e subito dopo, Ulrico d'Attems, poi il duca Guelfo (1160-2), zio di Federico I, che lo mandò.
[147]. Annales I.
[148]. Annales I; Sanzanome, ediz. fiorentina, pag. 128; Villani IV, 36.
[149]. Annales I: 16 kal. Iulii. Ingelbertus Florentiam est ingressus.
[150]. Annales I; Ottone di Frisinga, in Pertz, XX, 264, e gli Annali Senesi.
[151]. Sanzanome, ediz. fiorentina, pag. 129.
[152]. Questo è narrato da uno dei testimoni, nei documenti piú volte citati, del Passerini, pag. 389. Gli Annales I, con errore manifesto, pongono ora appunto, cioè nel 1147, la presa di Monte Orlando, che seguí invece nel 1107. La cancellatura che il codice ha nella data, e il luogo dove il fatto è in esso narrato, prima cioè della entrata di Errico IV in Firenze, nel 1111, confermano che v'è errore.
[153]. Nei citati doc. Passerini si parla piú volte della ricostruzione avvenuta delle mura, a pag. 394, ed anche a pag. 217. Qui si ricorda nello stesso tempo la distruzione seguita poi di Monte di Croce: et dixit quod sunt LX annos quod fuit destructus Mons Crucis. Il Villani (IV, 37) ed il pseudo Brunetto Latini la pongono nel 1154; gli Annales II, il Cod. Napoletano e Paolino Pieri, nel 1153. Sanzanome, come fa spesso, neppur qui (pag. 130) pone una data precisa. Dice solo che il primo assalto fu dato nel 1146.
[154]. Santini, I, doc. III, del 4 aprile 1156.
[155]. Constituit etiam teutonicos principes ac dominatores super Lombardos et Tuscos, ut de caetero eius voluntati nullus Ytalicus resistendi locum habere ullatenus posset. Vita Alexandri, all'anno 1164. Nella Cronica Urspergense, all'anno 1186, si legge: Coepit Imperator in partibus Tusciae et terrae romanae castra ad se spectantia, suae potestati vendicare, et quaedam nova construere, in quorum praesidiis Teutonicos praecipue collocavit. V. Ficker, II, parag. 311, pag. 227.
[156]. Nullus enim marchio et nullus nuntius Imperii fuit, qui tam honorifice civitates Italiae tributaret, et romano subiceret Imperio. Annali Pisani, in Pertz, Mon. Ger. XX, 249. Ficker, I, parag. 137, pag. 259.
[157]. Ficker, I, parag. 122-4.
[158]. V. doc. Passerini, a pagg. 208 e 394-400.
[159]. Queste deposizioni piú volte pubblicate solo in parte, si trovano ora nella loro integrità in Santini, I, doc. XLV. Hanno la data del maggio 1203, ma ai riferiscono, come è naturale, a tempi assai anteriori. Vedi Santini, pag. 115, 117-19.
[160]. V. il trattato in Santini, I, doc. IV.
[161]. A San Miniato era per l'Impero il conte Macharius. Il Ficker (II, parag. 311, pag. 227 e segg.) dà una lista di altri conti tedeschi in quel castello.
[162]. Castrum autem intelligimus recuperatum etiam sine superiori incastellatura.
[163]. In questo momento molti anche di coloro che solevano essere amici dell'Impero, lo combattevano. Pisa ne è una prova.
[164]. Non fu messo però tra i Capitoli, che contenevano i veri documenti ufficiali, ma trovasi fra carte che possono quasi dirsi private. Primo a scoprirlo fu l'Hartwig, II, 61; lo ha poi ristampato integralmente il Santini, parte III, doc. I.
[165]. Tommasi, Storia di Lucca, in Arch. Stor. It., vol. X, ad annum; Roncioni, Istorie Pisane, in Arch. Stor. It., vol. VI, ad annum; Marangoni, I, 285, Ottoboni, Annales, I, 95; Hartwig, II, 58-63.
[166]. Vedi Santini, I, doc. V, VI, VII, VIII. Il primo è del 23 febb. 1173, gli altri del 7 aprile 1174.
[167]. Annales II, all'anno 1170; Villani, V, 5.
[168]. Annales II; Sanzanome; Villani, V, 6; Cod. Nap., il quale pone però il fatto nel 1175; Repetti, art. Asciano; Hartwig, II, 64-5.
[169]. Il trattato (che nomina espressamente, non solo l'Imperatore, ma anche Cristiano di Magonza ed il conte Macario, che era allora a San Miniato) trovasi nell'Archivio di Siena, Caleffo vecchio, a c. 9, e Caleffo dell'Assunta, a c. 53. L'Hartwig ne pubblicò un largo sunto, che ebbe dal Wüstenfeld. Dalla cortesia del cavaliere Lisini, direttore dell'Archivio senese, noi avemmo copia del trattato e degli altri documenti relativi a questa pace. Quelli che sono in Firenze possono leggersi nel Santini, I, doc. IX, X, XI (4 e 8 apr., 11 dic. 1176).
[170]. Et quod Comunis senensis acquisierit extra eorum episcopatus et comitatus, dabo medietatem Florentinis. Nel trattato piú sopra citato, che trovasi a Siena.
[171]. L'anno 1174 troviamo però nel Consolato un Guido Uberti. Santini, I, doc. VI.
[172]. Villani, V, 8. Gli Annales II, al 1177, dicono: Orta est guerra inter Consules et filios Uberti; eodem anno combusta est civitas florentina. Il Cod. Nap. pone il primo incendio al 4 agosto, come il Villani, e subito dopo fa cominciare la guerra civile, che «bastò due anni». Paolino Pieri pone al 4 agosto 1174 il primo incendio, al '78 la caduta del ponte ed il secondo incendio. Tolomeo da Lucca dice solo che nel '77 scoppiò una rivoluzione, che durò due anni.
[173]. Pseudo Brunetto Latini, ad annum.
[174]. Diamo qui un brano del pseudo Brunetto Latini, quale si legge nel codice gaddiano, con tutti gli errori che vi sono. Narrata la rivoluzione, esso prosegue: «Poi nel 1180 anni gli Uberti ebbero la vittoria, e fu Consolo e Rettore della città di Firenze messer Uberto degli Uberti e messer Lamberto Lamberti e loro compagni, ed in costoro si cominciò il primo consolato della Città, e questi fu per forza, advegnadio che poi cominciarono a governare la Cittade per modo di ragione e di giustizia, conservando ciascuno il suo stato, tanto che da Consoli cittadini feciono electione di chiamare Podestà gentili huomini possenti forestieri, siccome legiendo innanzi scritto troverrete». È strano che il cronista ponga cosí tardi l'origine dei Consoli. È vero che solo qui egli comincia il suo elenco di questi magistrati, e quindi parrebbe che veramente non li credesse piú antichi. Ma poco prima, all'anno 1177, esso aveva detto, che gli Uberti cominciarono a far guerra ai Consoli; è quindi chiaro che anche per lui dovevano esistere innanzi al 1180. Simili errori ed incongruenze, del resto, si trovano assai spesso anche nel Villani ed in altri cronisti dello stesso tempo.
[175]. Santini, I, doc. XII. Questo è il documento in cui si dice che il tributo di 50 libbre di buona moneta, sarà pagato ai Consoli della Città, o, mancando essi, ai Consoli dei mercanti, che riceveranno pel Comune.
[176]. Era stata loro concessa con diploma imperiale, dato a Pavia IV Idus Angusti, 1164, che fu piú volte pubblicato, e si trova anche nella Storia della guerra di Semifonte, scritta da Mess. Pace da Certaldo (pag. 5), la quale è, come tutti sanno, una contraffazione dei primi del secolo XVII.
[177]. Santini, I, doc. XIII. Questo è il documento con la data erronea del 1101, che fu corretto dal Marchese Capponi in 1181 (stile moderno, 1182).
[178]. Villani, Paolino Pieri, il Cod. Napoletano ed il pseudo Brunetto Latini. Gli Annales II pongono, per errore, il fatto nel 1172.
[179]. Santini, I, doc. XIV. I patti non potevano esser mutati senza un accordo dei Consoli delle due città, insieme coi Consiglieri, 25 almeno per ciascuna parte, tra i quali dovevano essere i Consoli dei militi e dei mercanti. Notiamo che qui, nominando i Consoli, già si accenna alla possibile elezione di un Podestà, sebbene non fosse ancora stato mai eletto in Firenze. Su di ciò avremo occasione di tornare. Intanto ecco che cosa dice il documento: Inquisitis florentinis Consulibus, vel florentina Potestate, sive Rectori vel Dominatore a comuni populo electo. Per Lucca si accenna anche ai Bonos viros lucensis civitatis, si Consules vel Rector aut Potestas ibi non fuerint.
[180]. Gli Annales II, il pseudo Brunetto Latini ed il Cod. Nap. pongono il fatto nel 1185; il Villani (V. II) lo pone invece nel 1184, e dice che la terra era occupata da gentili uomini, cattani, avversi a Firenze. Noi seguiamo il Villani, altrimenti riuscirebbe impossibile spiegare la prigionia del conte Alberto nel 1184, come è attestata dai documenti.
[181]. Santini, I, doc. XVI e XVII; il primo con la data di Novembre 1184, il secondo, di 29 Novembre 1184.
[182]. Hartwig, II, 79.
[183]. Villani, V., 12.
[184]. Gli Annales II e Paolino Pieri eccettuano solo Pisa; il Villani, il Cod. Napoletano ed il pseudo Brunetto Latini eccettuano Pisa a Pistoia.
[185]. I Cronisti, con evidente inesattezza, dicono solo: a dieci miglia intorno.
[186]. Il diploma può leggersi nel Ficker, IV, doc. 170, pag. 213. Errico (allora re dei Romani, Errico VI, chiamato poi anche Errico V come imperatore), fatta la concessione, aggiunge: excepto ac salvo iure nobilium et militum, a quibus etiam volumus ut Fiorentini nihil exigant.
Il diploma parla solo in genere di servigi resi dai Fiorentini ad Errico ed a suo padre Federico I. Il Villani attribuisce la concessione al valore che essi dimostrarono nella crociata; ma questa seguí nel 1189 e la concessione fu fatta nel 1187, sebbene egli la ponga per errore nel 1188, il che non basta ad evitare l'anacronismo. Oltre di ciò afferma, che la concessione fu fatta per intromissione di papa Gregorio VIII, il quale fu eletto e morí nell'anno 1187.
[187]. A Perugia fu nel 1186 concesso il contado: exceptis domibus et possessionibus, quas habent marchiones et monasterium s. Salvatoris, e parecchi nobili del pari menzionati, in quibus nihil iuris Perusinis relinquitur. Ficker, I, paragr. 128, pag. 242. Siena, che aveva perduto il contado nel giugno 1186, lo riebbe nell'ottobre, colle stesse condizioni, e cosí Lucca nel medesimo anno. Ficker, I, parag. 125, pag. 239 e parag. 128, pag. 242.
[188]. Di questi Podestà imperiali il Ficker dà spesso i nomi, che cava dalle deposizioni dei testimoni. Vedi Ficker, III, pag. 440. L'Hartwig (II, 192) cita un Henricus comes florentinus, che è ricordato dallo Stumpf, e pare anch'esso un Podestà del contado, nel settembre 1186. Non deve dopo tutto ciò far meraviglia, se nei documenti della seconda metà del secolo, è assai spesso ricordata l'autorità dell'Impero. Citiamo qualche esempio cavato dalle pergamene dell'Archivio Fiorentino. — 14 Ottobre 1175 (Passignano). Sub obligo Consulum Florentinorum vel Nuntio Regis. — 9 Ottobre 1185 (Passignano). Sub duplici pena Imperatoris et eius Missi aut quicumque habuerint dominium pro tempore. (Si tratta del contado, ed apparisce anche qui l'incerto dominio di cui abbiamo parlato).
[189]. Liberalitate benefica ipsos respicere volentes, concedimus etc.... huius munifice nostre concessionis.
[190]. Pel 1184, oltre i Cronisti, vedi Santini, I, doc. XIV, XV, XVII, ed Hartwig, II, 191. Per gli anni 1185, 1186 e 1187, oltre il pseudo Brunetto Latini, che ci dà i nomi, troviamo spesso nei documenti accenni, come quelli che seguono.
30 Aprile 1185. (Passignano). Sub obligo Consulum Florentie resarcire promitto. — 13 Dicembre 1185. (Santa Felicita). Sub obligo Consulum Florentie. — 26 Aprile 1186. (Passignano). Penam ad Consules Florentie. — 21 Settembre 1187. (Arch. Capitolare 629). Consulum vel Rectorum pro tempore Florentie existentium (Actum Florentie). Le pergamene dell'Arch. capitolare furono esaminate dal signor Santini, cui ne dobbiamo la notizia; quelle dell'Archivio fiorentino le abbiamo esaminate noi, ma d'una parte di esse avemmo la prima notizia dal Santini.
Nel 1189 i Consoli v'erano di certo. Non solo il pseudo Brunetto Latini ci dà i nomi di tre di essi; ma i documenti ci dànno i nomi di coloro che erano Consoli di giustizia. Santini, II, doc. V e VI.
[191]. Il Ficker (II, parag. 313, pag. 234) cita le parole di Pillius, un giurista del tempo: ut quando faciunt castellanos vel comites in Tuscia; e piú oltre: sicut fit hodie illis, qui praeficiuntur in singulis provinciis, vel in parte alicuius provinciae, ut in comitatu senensi, florentino vel aretino.
[192]. Sono ambedue nominati nei documenti Passerini già piú volte citati.
[193]. Secondo le indagini dell'Hartwig, tra il 1150 e 1180.
[194]. Uno dei testimoni, nei documenti Passerini (pag. 206), dice che il conte Guido defendit ipsum monasterium (de Rosano) a Teutonicis et a Renuccio de Stagia, quando erat Potestas Florentinorum, et a Consulibus florentinis.
[195]. 14 Ottobre 1175 (Passignano) Sub potestate consulum Florentinorum vel Nuntio Regis. — 5 Luglio 1191 (Arch. capitolare, 347) Sub pena Consulum Florentie vel Potestatis. — 15 Aprile 1192 (Arch. Capitolare, 449) Sub obligo Potestatis vel Rectorum pro tempore Florentie existentibus. — 7 Novembre 1192 (Passignano, nella Chiesa di San Biagio) Sub obligo Potestatis in hac terra existentis. (Qui si allude forse a qualche Podestà di contado). — 9 Maggio 1193 (Doc. Passerini, nell'Arch. fiorentino) Sub obligo Potestatis vel Consulum Florentinorum.... Actum Florentie. Da queste e da altre pergamene, che ho esaminato nell'Arch. fiorentino, il mutamento non risulta avvenuto in modo regolare e costante. Le formole antiche di tanto in tanto riappariscono.
[196]. Inquisitis florentinis Consulibus, vel fiorentina Potestate, sive Rectore vel Dominatore... florentini Consules vel florentina Potestate sive Rector vel Dominator, Santini, I, doc. XIV.
[197]. Santini, I doc. XX.
[198]. Santini, II, doc. VIII. Il suo nome è Corsus, che una volta è detto Consigliere super facto iustitie, un'altra consul iustitie.
[199]. Negli anni 1193 e 1195 egli ricorda ancora i Consoli, di cui dà anche i nomi, forse ritenendo per tali i Consiliarii dei due Podestà che allora vi furon di certo. È bene qui osservare, che tutto ciò sarebbe stato impossibile coi Podestà imperiali, se mai essi fossero stati in Firenze. Non sarebbero in nessun caso potuti apparire come capi dei Consoli.
[200]. Archivio fiorentino, Bullettone c. 131. — 10 Luglio 1196. Dominus Petrus episcopus habuit tenutam a Consulibus curie Comunis Florentie. V. anche il pseudo Brunetto, ad annum. Per gli anni 1197-99 vedi i documenti della Lega toscana, che citiamo piú oltre, ed Hartwig, II, 194.
[201]. Paolino Pieri, all'anno 1197, dice: «fu disfatto San Miniato al Tedesco, cioè la rocca»; all'anno 1198 dice, che fu disfatto San Genosio «per li terrazzani», i quali allora tornarono al poggio, e riedificarono San Miniato. Il Villani (V. 21) dice che fu distrutto San Miniato, e che gli abitanti discesero al piano, in San Genesio. V. anche gli Annales II, ed il Cod. Nap., ad annum. L'Hartwig (II, 93) ha minutamente esaminato la questione, correggendo le inesattezze ed esagerazioni.
[202]. Annales II, Cod. Nap. ad annum, Villani (V. 22). Dalle deposizioni dei testimoni, pubblicate dal Passerini, si vede che Montegrossoli dava noia ai vicini, ed anche il Villani dice che era posseduto da cattani, i quali movevano guerra continua ai Fiorentini.
[203]. Vedi gli Atti della Lega (11 nov. e 4 dic. 1197; 5 e 7 febb. 1198) in Santini, I, doc. XXI, e nel Ficker, IV, pag. 242, doc. 196. Il Ficker s'è giovato dei doc. che si trovano a Firenze, e di quelli che si trovano a Siena, i quali sono in alcune parti piú compiuti e corretti.
[204]. Sed Podiumbonizi possit recipi per capud.
[205]. Vedi gli Atti della Lega nel Ficker, IV, pag. 246.
[206]. Atti della Lega. I Fiorentini la giurarono il 13 e 14 Novembre 1197. Il documento (Santini, I, XXII) dà i nomi di 16 Consoli e 133 Consiglieri che giurarono. In quello che precede e si riferisce anche al 5 e 7 febbr. 1198, si leggono i nomi di 10 Consoli, ma tre di essi sono in questi due giorni diversi, il che li porta, nel febbraio '98, a piú di 12. Oltre di ciò alcuni di essi si trovano in ufficio anche nel novembre 1197, e questo ci conferma nell'ipotesi già fatta, che cioè, nell'occasione solenne della Lega, i Consoli uscenti o parte di essi restassero ancora in ufficio, unendosi ai nuovi eletti. Né è un caso isolato. Il 2 Aprile 1212, il comune di Prato, facendo un trattato con Firenze, mandava a stipularlo tre Consules veteri e tre Consules novi eiusdem terre. Santini, I. doc. LX.
[207]. Innocentii III Epistolae, I. 15, 27, 34, 35; Ficker, II, parag. 363, p. 384.
[208]. Invece di Ducatus Tusciae, cominciò a dire magna pars Tusciae, quae in nostris privilegiis continetur. Ai Pisani scriveva: Post correctionem adhibitam, nihil invenimus quod in ecclesiastici iuris vel cuiusquam maioris vel minoris personae praeiudicium redundaret. E nel febb. 1199 li incitava ad entrare nella Lega. Innocentii III Ep. lib. I, 401 e 555; Gesta Innocentii, c. 11; Ficker, II, parag. 363, pag. 385-6.
[209]. Santini, I, doc, XXIII, XXIV, XXV. Il primo è del 10, il secondo del 15 aprile 1198, il terzo, che ha i nomi dei Figlinesi, i quali giurarono la Lega, è del 15. Nel secondo troviamo accennati i Consoli priori: Comandamenta Consulum florentine civitatis omnium vel maioris partis aut priorum ex eis. Nel terzo (pag. 43 e 44) troviamo che il giuramento fu dato: In Florentia, in ecclesia S. Reparate et Parlamento, coram florentino populo iuracerunt. E piú oltre: In ecclesia S. Reparate, in Aringo. Qui abbiamo un altro esempio del Parlamento radunato in chiesa.
[210]. Santini, I, doc. XXVI. Si giurava obbedienza ai Consoli o Rettori vel segnoratico aliquo extante. Anche questa è una espressione che sente poco dell'antico carattere piú democratico.
[211]. Il Villani (V. 26) lo chiama, per errore, conte Arrigo della Tosa. I della Tosa non erano conti. Il pseudo Brunetto Latini, in un paragrafo che non ha data, ma precede quello del 1200, dice: «Messer Arrigo conte di Capraia».
[212]. Questa sembra, come dicemmo, essere la ragione per la quale il pseudo Brunetto fa ora cominciare l'ufficio del Podestà: «Novo fu fatto et eletto primamente Potestade in Firenze, per invidia del consolato, ciò fu Paganello Porcaro da Lucca».
[213]. Santini, I. doc. XXVII (12 e 23 febb. 1200), doc. XXVIII (12 e 19 febb.); doc. XXIX (12 e 23 febb., 25 marzo). In questi documenti il Podestà si vede sempre menzionato insieme coi Consiglieri, e l'ufficio dei Consoli è sempre anch'esso ricordato: Sive parabola Potestatis et Consiliariorum vel Consulum sive Rectorum Florentie (pag. 49). A Potestate vel Corsiliariis eius, sive a Consulibus Florentie vel Rectoribus (pag. 48). In un documento posteriore (Santini, I, doc. XXXVII, del 14 agosto 1201) troviamo che i Consiglieri rappresentano il Podestà: Sitio filio condam Butrighelli, Melio filio Catalani Consiliarii domini Potestatis Florentie, recipienti (sic) vice et nomine dicte Potestatis et totius Comunis Florentie (pag. 72). Questi Consiglieri non formano ancora un Consiglio speciale, ma ci si avviano, perché il Consiglio della Città, o Senato, è già chiamato Consiglio generale, il che suppone lo speciale: In Florentia, in ecclesia S. Reparate, coram generali Consilio Civitatis, iuraverunt. Santini, I, doc. XXVIII, pag. 53.
[214]. Santini, I, doc. XXX.
[215]. Santini, I, doc. XXXIV.
[216]. Questo trattato fu concluso il 27 aprile 1201; nei giorni 28, 29 e 30 venne giurato da circa 500 degli abitanti di Colle. Santini, I, doc. XXXV e XXXVI.
[217]. Per quinquennium guerra durante, et eidem omnibus de Tuscia prestantibus patrocinium... Tacere tamen nolo magnalia quae inter caetera vidi, guerra durante. Sanzanome, ediz. fiorentina pag. 134-5.
[218]. Il doc. si trova in Ildefonso di San Luigi, Delizie, VII, 178. Si esentavano da ogni imposta, in perpetuo, il Gonella ed i suoi compagni, qui mortui fuere in turre de Bagnuolo et in muris apud Summumfontem, in servitio Communis Florentie. V. anche Hartwig, II, 100.
[219]. Santini, I, XXXVIII, XXXIX. Il trattato di pace fu fatto tra Alberto da Montanto, signore di San Gemignano, pei Semifontesi, e Claritus Pillii, Console dei mercanti, per Firenze.
[220]. Questa lettera, pubblicata dal Winkelmann (Philipp von Schwaben, I, 556) da un Ms. del fiorentino Boncompagni, nell'Arch. di Berna, n. 322, fol. 18, è in parte riferita anche dall'Hartwig, II, 102.
[221]. I patti furono da circa 800 Montepulcianesi giurati in mano del Console fiorentino. Santini, I, doc. XL, 19 e 24 ottobre 1202.
[222]. Santini, I, doc. XLII XLIII, XLIV e XLV. Questi doc. dell'aprile e del maggio 1203 contengono i nomi dei cittadini e contadini senesi, che accettarono l'arbitrato in nome della Città; l'ultimo ha le deposizioni dei testimoni interrogati da Ogerio. Il doc. XLVII, 4 giugno 1203, è il lodo da lui pronunziato.
[223]. Nei giorni 4, 7 e 8 giugno, il vescovo ed il Comune di Siena cedevano a Firenze tutto ciò che dovevano, secondo la sentenza. Santini, I, documento XLVIII. Il 6 dello stesso mese, 150 Consiglieri senesi giuravano l'osservanza dei patti. Santini, I, doc. XLIX.
[224]. Santini, I, doc. LII.
[225]. Santini, I, doc. XLVI.
[226]. Muratori, Antiq. It. IV, 576-83. V. ancora Ficker (II, parag. 312, pag. 229 e seg.), che da questo importante documento cavò la serie dei Podestà messi nel Senese, i quali dai testimoni son chiamati: Comites teutonici, Comites comitatus senensis pro imperatore Federigo, ed anche qualche volta Comites contadini.
[227]. Repetti, art. Capraia e Montelupo; Hartwig (II, 106-9), che qui corregge la cronologia ed alcuni altri errori del Villani.
[228]. Il trattato dovrebbe trovarsi nell'Arch. di Pistoia. Il Repetti, riferendolo dagli Aneddoti del Zacaria, lo dice del 3 giugno; altri lo dicono del luglio.
[229]. Del 29 ottobre e 7 novembre 1204, in Santini, I, doc. LIII. Il giuramento fatto al console Guido Uberti diceva, che si starebbe ai comandi, que... fecerint Potestas Florentie vel Consules Civitatis vel maior pars vel priores aut prior eorum. E cosí nominavasi prima il Podestà anche in un anno nel quale erano in ufficio i Consoli, ai quali infatti si prestava il giuramento, in presenza Angiolerii Beati, Doratini et Burniti Paganiti sexcalcorum Comunis Florentie. Anche questo ufficio di Sexcalcus (che trovasi ricordato pure in altro documento del 30-31 maggio 1203, in Santini, I, XLVI) è nuovo, ed accenna, secondo noi, al mutamento verso forme piú aristocratiche in Firenze. Il giuramento del Comune, dato il 29 ottobre 1204 (Santini, I, doc. LIV), incominciava: Hec sunt sacramenta, quae Potestas et Consules Comunis et Consules militum, mercatorum et Priores Artium et generale Consilium, ad sonum campane coadunatum, fecerunt Guidoni Borgognoni comiti et filiis et Caprolensibus. Giuravano i Consoli, non il Podestà, che non v'era, ma che anche qui veniva ricordato primo nella formula.
[230]. La notizia si trova negli Acta Sanctorum, 1 maggio, pag. 14, e nello elenco di Consoli e Podestà, detto di S. M. Novella. V. Hartwig, 197. Il nome non si trova però nei documenti di questo anno, i quali accennano in genere all'ufficio di Consoli o Podestà.
[231]. Sizio Butrigelli o Butticelli trovasi nel catalogo di S. M. Novella. Hartwig, II, 197.
[232]. Sanzanome, pag. 139-40, Hartwig, II, 111-12.
[233]. Santini, I, doc. LVIII e LIX. Il giuramento fu dato da un grandissimo numero di Senesi al Podestà Gualfredotto Grasselli, vice et nomine Comunis Florentie recipienti, senza i Consiliarii. Trattandosi però d'una lunga operazione, egli si fece rappresentare, procuratorio nomine, da Ildebrandino Cavalcanti. I documenti di questa pace sono parte a Firenze, parte a Siena. I primi si trovano nel Santini; degli uni e degli altri dà notizie l'Hartwig, II, 113-14.
[234]. Politecnico di Milano, luglio e settembre 1866.
[235]. I particolari del fatto sono narrati diversamente dal Villani (V. 38), dal pseudo Brunetto Latini (ad annum) e da Dino Compagni in principio della sua Cronica. La sostanza però è la stessa, e noi ci siamo attenuti sopra tutto ai due primi, che ne parlano piú a lungo e con piú precisione.
[236]. Villani, V, 38.
[237]. Villani, VI, 5.
[238]. Il Villani (VI, 33) dice: «Benché poi fossono le dette parti tra' nobili di Firenze, e spesso si guerreggiassono tra loro di proprie nimistadi, e erano in setta per le dette parti», pure il popolo ancora «si mantenea in unitade, a bene e onore e stato della Repubblica». (Vol. I, pag. 253). Gli Annales II, all'anno 1236, dicono che furono distrutti i palazzi del Comune e dei Galigai, il che sarebbe invece prova d'una vera rivoluzione.
[239]. Ammirato, Storie, Lib. II (accresciuto da Ammirato il giovine), anno 1240.
[240]. Questo è l'anno in cui si trova la prima menzione ufficiale dei Guelfi fiorentini. Federico II, dolendosi della loro condotta, dice: pars Guelforum Florentiae, cui dudum nostra Maiestas pepercerat. Gli Annales II nominano la prima volta i Guelfi nel 1239, e nel 1242 nominano i Guelfi ed i Ghibellini. V. Hartwig, Quellen, ecc., II, pag. 159-60 e 164. Questo autore crede che il nome dei due partiti in Firenze si sia cominciato ad usare nel 1239.
[241]. Lami, Antichità toscane, Lezione XV, Passerini, Istituti di Beneficenza — Il Bigallo: Firenze; Le Monnier, 1853.
[242]. Vedi Statuta Populi et Communis Florentiae, pubblicati colla data di Friburgo, Vol. I; Cantini, Saggi, Vol. III, cap. XVI; Delizie degli Eruditi Toscani, Vol. IX, pag. 256 e seguenti.
[243]. Il Villani dice: «Levarono la signoria alla podestà che era allora in Firenze, e tutti gli ufficiali rimossono» (VI, 39). Il Malespini copia al solito il Villani (cap. 137). Ma leggendo piú oltre si vede chiaro, che il Podestà continuò ad essere eletto, che fu costruito per esso un palazzo, e che il cronista vuol dir solo: fu mutata la forma di governo, furon tolti d'ufficio coloro che governavano. La parola podestà è ivi adoperata in senso generico di magistrato supremo.
[244]. Villani, VI, 39 e 40. V. anche Coppo Stefani.
[245]. Attribuito a Lapo o Iacopo, creduto maestro d'Arnolfo.
[246]. Villani, VI, 39.
[247]. Marchionne di Coppo Stefani, nella sua Storia fiorentina (Lib. II, rubr. 63), parlando della prima divisione de' Guelfi e Ghibellini, dice: «Quasi tutte le famiglie che teneano ghibellina parte, cioè con Imperio, erano nobili del contado, perché teneano feudo o castella dell'Imperio». E l'Ammirato, che aveva assai studiato le cronache e i documenti del tempo, facendo discorrere i popolani, a proposito appunto delle riforme del 1250, dopo aver notato che gli Uberti, come capi dei nobili, eran la cagione di tutti i mali di Firenze, ecco in che modo fa continuare il discorso: «Chi ora sono i dissipatori dei nostri beni e delle nostre fatiche, con le immoderate tasse e imposte, se non gli Uberti? Questi dispettosi uomini reputarono per cosa onorata, fra gli altri lor belli e nobili costumi, d'esser nostri nimici; perciocché vantandosi d'essere discesi dai principi d'Alemagna, chiamano noi altri villani e contadini, e ci disprezzano, come fossimo composti d'un'altra massa.» Ammirato, Storie, Lib. II, ad annum.
[248]. Infatti il Villani ne parla solo assai piú tardi. La loro esistenza però apparisce dai documenti. Uno ne dà l'Arch. Stor. Ital., S. III, Vol. 23, pag. 222. Doc. del 30 apr. 1251. Vedi M. di Coppo Stefani, rub. 90.
[249]. Giannotti, Opere, ediz. Le-Monnier, Vol. I, pag. 82.
[250]. Machiavelli, Storie, Lib. II. A questo proposito sarà bene riconfermare l'osservazione da noi fatta altra volta, che il Machiavelli, cioè, assai spesso è tanto poco esatto nel determinare i fatti, quanto è profondo nell'indagarne il carattere e lo spirito. Finito il primo libro delle sue Storie, in cui fa una generale introduzione sul Medio-Evo, comincia nel secondo a narrare la storia di Firenze. Egli è, dopo L. Aretino, il primo che abbandoni quasi del tutto i favolosi racconti dei cronisti sulle origini, ed incominci coi fatti veramente storici. Se crede ancora alla distruzione di Firenze per opera di Totila, ed alla sua riedificazione per opera di Carlo Magno, non che alla distruzione di Fiesole, nel 1010, pei Fiorentini, noi possiamo facilmente scusare questi errori, pensando quanti altri racconti leggendari abbandonò, e quanto tempo ci è voluto, per trovare la verità storica in quelle tradizioni meno incredibili, che egli ancora seguiva. Se non che, il Machiavelli va quasi d'un salto dal 1010 al 1215, senza nulla dirci della prima e seconda costituzione di Firenze, né dei moltissimi fatti d'armi, né delle rivoluzioni politiche che in quel tempo seguirono. Ed in ciò tutti i cronisti potevano aiutarlo. Egli ancora pone la prima radice, e l'unico principio delle discordie dei Fiorentini nel fatto del Buondelmonti, e da questo errore potevano anche i cronisti, e doveva il suo acume storico salvarlo. Continuando poi a dimostrare la piú singolare e strana noncuranza, salta nuovamente dal 1215 al 1250, per dirci che allora Guelfi e Ghibellini si posero d'accordo, e «parve loro tempo da pigliar forma di vivere libero», quasi fosse questa la prima volta, che i Fiorentini pensassero ad ordinarsi in libertà. Ora noi abbiamo visto come nel 1115 la libertà e la prima costituzione fiorentina furono fondate, e come quella del 1250 non era la prima, ma la terza costituzione, e non fu fatta dai Guelfi e dai Ghibellini d'accordo, come dice il Machiavelli, ma dai popolani guelfi a danno dei nobili ghibellini. Né ciò è tutto. Il Machiavelli continua: «e per levar via le cagioni delle inimicizie che nei giudicii nascono, provvidero a due giudici forestieri, chiamato l'uno Capitano e l'altro Podestà, che le cause cosí civili, come criminali, intra i cittadini occorrenti giudicassero». E cosí riduce questi due magistrati politici a semplici giudici; non pone alcuna differenza fra di essi, e non osserva che se il Capitano veniva creato adesso, il Podestà esisteva già da piú di un mezzo secolo. Egli dice del pari che, per dare maestà agli eserciti, fu nel '50 ordinato il carroccio, che già da piú tempo era in uso presso i Fiorentini. E nel determinare l'ordine degli eserciti, dimostra una uguale trascuraggine, né pone differenza alcuna tra le milizie del Comune e quelle del Popolo, sebbene i cronisti apertamente ne parlino. «Poiché avemo,» cosí scrive il Villani, «detto de' gonfaloni e insegne del Popolo, è convenevole che facciamo menzione di quelle de' cavalieri e della guerra». Con tutto ciò Machiavelli riman sempre colui che meglio d'ogni altro definisce il carattere generale delle rivoluzioni fiorentine, ogni volta che si ferma a parlarne, massime dopo il 1250.
[251]. Nel novembre del 1252.
[252]. Arch. Stor. It. Serie III, vol. 23, pag. 220.
[253]. Villani ed Ammirato, ad annum.
[254]. Villani, VI, 51. Ammirato, ad annum.
[255]. Ammirato, ad annum, dà il sunto del trattato.
[256]. Villani ed Ammirato, ad annum.
[257]. VI, 70.
[258]. Cintura di cuoio con fibbia.
[259]. Pezzo di panno quadro, attaccato al mantello e da potersi portare in capo.
[260]. Villani, VI, 70.
[261]. V. I Capitoli del Comune di Firenze, inventario e regesto, vol. I pubblicato da C. Guasti: Firenze, Cellini, 1866.
[262]. L'Ammirato, ad annum, dà il sunto del trattato.
[263]. Villani, VI, 62. Questo fatto che dal Villani venne molto esaltato, come esempio di magnanimità, servi invece a qualcuno, per provarsi a dimostrare la pretesa corruzione del popolo fiorentino, in un tempo nel quale si decretava singolar monumento ad un cittadino, solo perché non aveva venduto la patria. Ma prima di tutto è da notare, che il monumento fu decretato, non per questo fatto solamente, ma, come dice lo stesso Villani, perché «Aldobrandino morí in tanta buona fama, per le sue virtuose opere fatte per lo Comune». E se poi si vogliono trovare troppo enfatiche le lodi del Villani pel fatto stesso, ed in ciò vedere un segno di corruzione, bisognerebbe attribuirla ai tempi del Villani, non a quelli, assai piú antichi, di Aldobrandino e del Primo Popolo, che furono, senza alcun dubbio, tempi di molta virtú e di vero patriottismo.
[264]. Storie, Lib. II.
[265]. Villani, VI, 65.
[266]. C. Paoli, La battaglia di Montaperti (Estratto dal Vol. II, del Bollettino della Società senese di Storia patria): Siena, 1869. A questo lavoro il prof. Paoli aggiunse nel 1889 un'altra pubblicazione importantissima: Il libro di Montaperti, nei Documenti di Storia italiana della R. Deputazione per la Toscana, Umbria e Marche, Vol. IX.
[267]. Marchionni di Coppo Stefani, Stor. fior. rubr. 120.
[268]. Villani ed altri cronisti fiorentini.
[269]. Queste cifre date dai cronisti fiorentini sono sempre incerte; si possono ritener solo come approssimative.
[270]. Eccone un esempio tratto da una legge del 1284. — «Item quod nullus presumat consulere, vel arengare super aliquo quod non sit principaliter propositum per dominum Potestatem, vel aliquem loco sui. Et qui contrafacerit, in soldos sexaginta florenorum parvorum vice qualibet puniatur, et plus et minus ad voluntatem domini Potestatis. Et quicquid dictum vel consultum contra propositionem, non valeat, nec teneat». Consigli Maggiori, Provvisioni e Registri. I, carte 12 retro. Archivio di Stato in Firenze.
[271]. Villani, VI, 78.
[272]. Aldobrandini, Croniche, pag. 9; Paoli, La battaglia di Montaperti, pag. 46.
[273]. Nel Duomo di Siena si conservano anche oggi le antenne che la tradizione crede essere appartenute al carroccio fiorentino. Ma gli eruditi senesi, con ragione credono ora, che appartenevano invece al carroccio della loro città.
[274]. Paoli, op. cit., pag. 58.
[275]. Il Sismondi, dopo aver paragonato i cronisti, fa ascendere a 10,000 i morti, ad altrettanti i feriti.
[276]. VI, 19.
[277]. Signore del castello di Poppi in Casentino, s'era separato dagli altri conti Guidi, ch'erano guelfi.
[278]. Tutto ciò è narrato dal Villani e da altri cronisti, è ricordato anche da Dante nella Divina Commedia. Alcuni han voluto mettere in dubbio il fatto, ma a ragione osservò l'Hartwig, non essere facile supporre che i cronisti guelfi avessero voluto inventare una leggenda, tutta a favore del capo dei Ghibellini.
[279]. Su queste demolizioni dà molte notizie il Del Lungo, nel suo scritto: Una vendetta in Firenze, nell'Arch. Stor. It. Serie IV, vol. 18 pag. 355 e segg.
[280]. P. Ildefonso, Delizie, ecc., Vol. IX, pag. 19 e segg.
[281]. Machiavelli, Storie, Lib. I, pag. 37.
[282]. Si dice che Manfredi, nel vederli combattere, ammirasse il loro ardire, esclamando: di chiunque sarà la vittoria, quei Guelfi non perderanno.
[283]. Dante (Purgatorio, III, 121-32) pose Manfredi nel Purgatorio, sebbene, al pari di Federico, di Farinata e di molti altri Ghibellini fosse allora tenuto eretico.
Orribil furon li peccati miei,
Ma la bontà infinita ha sí gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
Di me fu messo per Clemente, allora
Avesse in Dio ben letta questa faccia,
L'ossa del corpo mio sarieno ancora
In co' del ponte presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento,
Di fuor del Regno, quasi lungo il Verde,
Ove le trasmutò a lume spento.
[284]. Machiavelli, Storie, Lib. II, pag. 73.
[285]. Questo è un fatto cominciato assai prima, che si ripete costantemente in tutta quanta la storia fiorentina, ed ora apparisce piú visibile che mai. Il Malespini, nella sua Cronica, cap. 104, prima della incoronazione di Federico II, già parla di alcune famiglie che, «cominciavano a essere grandi, che prima di poco tempo non se ne faceva menzione.... I Mozzi, i Bardi, i Iacopi detti Rossi, i Frescobaldi, tutti questi erano venuti in piccolo tempo, perocché ancora erano mercatanti e di piccolo cominciamento: poi i Tornaquinci e i Cavalcanti di piccolo cominciamento, ed erano mercatanti, e 'l simile i Cerchi, e molto cominciarono questi sopra detti in piccolo tempo a sormontare».
[286]. La piú parte di queste lettere si trovano pubblicate nel Martène, altre ne dà il Del Giudice nel suo Codice diplomatico di Carlo I e Carlo II d'Angiò.
[287]. Machiavelli, Storie, Lib. II, pag. 75.
[288]. Il Codice diplomatico di Carlo I e II d'Angiò, pubblicato dal Del Giudice a Napoli, vale qui a correggere molti errori dei cronisti.
[289]. «Quasi spenta del tutto o almeno invecchiata quell'antica cittadinanza, s'incominciava a veder sorgere, quasi in una nuova città, un'altra propagine di genti». Ammirato, Storie.
[290]. Ecco in che modo s'esprime il Villani (Lib. VII, cap. 16): «Fatti Dodici buoni uomini, a modo che anticamente faceano gli Anziani, che reggeano la Repubblica, si riformarono il Consiglio di Cento Buoni Uomini di popolo, sanza la deliberazione de' quali, nulla grande cosa né spesa si potea fare; e poiché per quello Consiglio si vincesse, andava a partito, a pallottole, al Consiglio delle Capitudini dell'Arti maggiori e a quello della Credenza, ch'erano ottanta. Questi Consiglieri, che col Generale erano trecento, erano tutti popolani e guelfi. Poi vinti ai detti Consigli, convenía il dí seguente le medesime proposte rimettere al Consiglio della Podestà, ch'era il primo di 90 uomini grandi e popolani, e con loro ancora le Capitudini dell'Arti, e poi il Consiglio Generale, ch'erano 300 uomini d'ogni condizione. E questi si chiamavano i Consigli opportuni, ecc.». Queste notizie, come ognuno vede, sono assai oscure; ma gli altri cronisti sono ancora piú confusi, e non se ne trovano due che fra loro vadano precisamente d'accordo. Il Malespini dice assai meno e piú oscuramente del Villani, che esso copia, e Marchionne di Coppo Stefani (Lib. II, rub. 140) dice, che, vinto il partito fra i 12 Buoni Uomini, «si ragunavano le Capitudini delle sette maggiori Arti, ed eravi un officio de' Consiglieri, che si chiamavano quegli della Credenza Ottanta, e trenta Buoni Uomini per Sesto, tutti erano guelfi o popolani; sicché in numero erano trecento, e quello era il Consiglio Generale chiamato. E vinto in questo Consiglio, s'avea a vincere in quel del Podestà un altro dí seguente, nel qual Consiglio, erano popolani e Grandi mescolati, cioè dieci per Sesto popolani e dieci Grandi, ed ancora le Capitudini». E il Machiavelli dice che crearono «un Consiglio di ottanta cittadini, il quale chiamavano la Credenza; dopo questo erano i popolani, trenta per Sesto, i quali con la Credenza e i dodici Buoni Uomini, si chiamavano il Consiglio di 120 cittadini popolani e nobili, per il quale si dava perfezione a tutte le cose negli altri Consigli deliberate, e con quello distribuivano gli uffici della Repubblica». (Storie, Lib. II). E cosí, per quanti se ne possano riscontrare, si troveranno tutti fra loro discordi, il che nasce, in parte dall'essere stati quei Consigli sottoposti a varie mutazioni, e però ognuno li descriveva, piú o meno, come erano ai suoi tempi; in parte dalla poca cura che gli antichi cronisti ponevano nel raccogliere questi particolari.
Volendo però venire ad una qualche certa conclusione, noi prendemmo per punto di partenza il Villani, come quello che fra i piú antichi ha maggior riputazione e piú s'avvicina al tempo che descrive. E considerando bene le sue parole, si vedrà, che i Consigli debbono distinguersi in quelli propri dei Dodici, del Capitano e del Podestà. Se poi riscontriamo nell'Archivio di Stato le Consulte o il primo volume delle Provvisioni, che incominciano alcuni anni dopo la riforma di cui discorriamo, troveremo che ora si raduna il Consiglio dei 100; ora il Consiglio speciale del Capitano, ed il Consiglio generale e speciale dello stesso; ora il Consiglio speciale chiamato anche Consiglio dei 90 del Podestà, ed il Consiglio speciale e generale di 390 (300 + 90). E di questi quattro ultimi Consigli si trova che generalmente facevano parte le sette Capitudini delle Arti maggiori, le quali coll'andar del tempo crebbero di numero, e qualche volta venivano radunate ancora come un Consiglio separato. Guardando poi al numero dei voti nelle deliberazioni dei Consigli, si trovano abbastanza chiaramente confermate le notizie che dà il Villani. La votazione nei Consigli speciali facevasi colle palle bianche e nere, notandosene il numero; nei generali facevasi allora solo per alzata e seduta, e non si soleva scrivere il numero de' voti. In tutte queste cose regnava però un certo arbitrio, spesso dandosi ai magistrati facoltà di deliberare con quelli Consigli che credono.
Nelle faccende di maggiore importanza, e nelle discussioni fatte rigorosamente secondo le leggi, le proposte dovevano, come abbiam detto, essere approvate prima dai Dodici Buoni Uomini, che potevano consultarsi anche con persone di loro fiducia, piú tardi chiamate i Richiesti. Poi s'andava ai 100, poi ai due Consigli del Capitano, poi ai due del Podestà. Tutto ciò si cava anche dai documenti in Archivio, e per citare un esempio piú facile a riscontrarsi, sebbene sia posteriore al tempo di cui qui si ragiona, ecco in qual modo comincia lo Statuto dell'Esecutore di Giustizia, pubblicato nell'Appendice alla Storia de' Municipi italiani del Giudici, pag. 402, 1ª ediz. «Al nome di Dio, Amen. Nell'anno della sua salutevole incarnazione, 1306 ecc., in prima nello Consiglio de' Cento uomini e susseguentemente nello Consiglio e per lo Consiglio speziale di messere lo Capitano e le Capitudini delle 12 maggiori arti (erano allora già cresciute di numero).... e poscia, incontanente senza mezzo, nel Consiglio e per lo Consiglio generale e speziale di messere lo Capitano e del popolo di Firenze e delle Capitudini dell'Arti... fatto, rivolto e vinto il partito a sedere e a levare, secondo la forma dei detti Statuti.... Ancora dopo queste cose, in quelli anno, indizione e die, nel Consiglio e per lo Consiglio generale di 300 e speciale di 90 uomini del Comune di Firenze e delle Capitudini dell'Arti predette, per comandamento del nobile uomo, mess. conte Gabrielli d'Agobbio, della detta cittade e comune di Firenze, Podestà, ecc.». Qui per altro è da notare che, sebbene i Consigli del Podestà siano stati radunati nello stesso giorno che quelli del Capitano, pure la legge e l'uso volevano che si radunassero il giorno dopo o anche piú tardi.
[291]. V. Delizie degli eruditi Toscani del P. Ildefonso Vol. VII, pag. 203-286.
[292]. Del Lungo, Una vendetta in Firenze, Arch. Stor. It., Ser. IV, Vol. 18, pag. 354 e seg.
[293]. Il Bonaini pubblicò nel Giornale Storico degli Archivi toscani, anno I, disp. I, lo Statuto di Parte guelfa, del 1335, cui aggiunse, nei fascicoli successivi, un dotto comentario. Il Villani (VII, 17) dice: «Feciono, per mandato del Papa e del Re, i detti Guelfi tre cavalieri rettori di parte». Ma deve essere un errore, invece di tre cavalieri e tre popolani, come dice lo Statuto della Parte. Un documento del 12 dic. 1268, pubblicato dal Del Lungo, Una vendetta ecc., dice: Unus de sex Capitaneis Partis Guelforum. Nello stesso capitolo il Villani confonde papa Clemente con Urbano, morto nel 1264. Lo Statuto del 1335, ai due Consigli ne aggiunge un terzo, di Cento, che sta forse a rappresentare quello che nella Repubblica era il Parlamento.
[294]. Modista, in inglese, si disse allora e si dice ora millener, da Milano.
[295]. Pare che il nome derivasse dalla via dove era posta l'Arte, via che conduceva ad un postribolo, e però Calis malus, quasi Via mala.
[296]. Uno Statuto dell'arte di Calimala, del 1332, fu pubblicato dal Giudici nell'Appendice alla sua Storia dei municipi italiani. Il D.r Filippi ne pubblicò ed illustrò uno del 1301-2, Il piú antico Statuto dell'Arte di Calimala: Torino, Bocca, 1889. Gli statuti formulavano quello che già da un pezzo, secondo leggi speciali, esisteva.
[297]. Tutto ciò che diciamo sull'Arte di Calimala trovasi negli Statuti piú sopra citati. Noi ci siamo attenuti al piú antico.
[298]. Politecnico di Milano, Novembre e Dicembre 1867.
[299]. Ammirato, (ediz. Firenze, Batelli, 1846), I, 248.
[300]. I cronisti dicono, Guido di Monforte, che però venne solo nel 1269. Vedi Del Giudice, Cod. dipl. II, 23.
[301]. Villani, VII. 19. Il numero di ottocento cavalieri si ripete ora tante volte dai cronisti, che fa dubitare della loro esattezza, alla quale del resto non si può mai credere molto, quando si tratta del numero dei soldati. Ottocento cavalieri formavano probabilmente una specie d'unità di misura, uno squadrone degli uomini d'arme francesi.
[302]. Villani, VII, 19; Marchionne Stefani, rubr. 138. Ammirato, lib. III, pag. 248.
[303]. Gregorovius, Vol. V, cap. 8; Cherrier, Storia della lotta dei Papi e degl'Imperatori di casa Sveva, libro X.
[304]. Ammirato, I, 262; Delizie degli Eruditi, IX, pag. 41.
[305]. Machiavelli, Storie, Vol. I, pag. 77: Italia, 1813.
[306]. «Ipsas petitiones benigne accessimus et audivimus cum effectu, primo de conservando iure et honore Comunis Florentie; contra Pisanos et Senenses invasores et Gibellinos et exiticios terre vestre et infideles Podiibonizi proditores nostros proponimus, cum Dei auxilio atque vestro, facere vivam guerram, donec peniteant de commissis, et vos de factis vestris habeatis comodum et honorem.... Vicarium ytalicum virum providum discretum et fidelem, cuius devotionem, fidem et probitatem in magnis factis nostris cognovimus, firmiter et ab experto vobis concessimus, secundum quod vestra postulatio continebat, et volumus quod sit contentus salario et expensis et emendis, prout in ipsius civitatis statutis continetur, nec ultra aliquid exigat». Del Giudice. Codice Diplomatico, II, 116-7. D'ora in poi parecchi sono i Podestà italiani, nominati da Carlo in Firenze.
[307]. Villani, VII, 54.
[308]. Raynaldi, Ann. 1278; Sismondi, Vol. II, cap. VII.
[309]. Villani, VII, 56.
[310]. Ammirato, Vol. I, p. 274.
[311]. Il primo che di questa pace dette un minuto ed esatto ragguaglio, cavato dai documenti, fu l'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alla storia d'Ammirato il vecchio. (Anni 1279 e 1280). Parecchi documenti si trovano nelle Delizie degli Eruditi toscani del P. Ildefonso, Vol. IX, pag. 63 e seg. Un ragguaglio ancora piú ampio ne dette il Bonaini (Della Parte guelfa in Firenze), nel Giornale Storico degli Archivi toscani, Vol. III, pag. 167 e seg. V. anche Le Consulte della Repubblica Fiorentina, nuova e importantissima pubblicazione fatta da A. Gherardi: Firenze, Sansoni. — L'atto originale della Pace (mutilo) si conserva nell'Archivio di Stato di Firenze.
[312]. Consulte, I, 28.
[313]. Questi Quattordici, che compariscono insieme coi Dodici anche nella pace del Cardinale, continuano un pezzo nelle Consulte a comparire insieme con essi, come seguiva sempre a Firenze quando s'istituivano nuovi magistrati. Poi restano soli, e i Dodici scompaiono del tutto.
[314]. Villani, VII, 56; Ammirato, (ediz. fiorentina del 1846) lib. III, pag. 275 ecc.
[315]. Tutto ciò era stato accennato dagli antichi cronisti, ma venne poi esposto minutamente, con la scorta dei documenti, dall'Ammirato il giovane, nelle sue aggiunte alle Storie d'Ammirato il vecchio.
[316]. L'Hartwig, che fu primo ad osservarlo, notò ancora che l'ufficio del Defensor è nominato la prima volta nelle Consulte, il nov. del 1282, e che il primo Difensore, di cui si dia in esse il nome, è Bernardino della Porta. Consulte pag. 116, 132, 133, 140, dal 6 nov. 1282 al 6 febbr. 1283.
[317]. L'Hartwig notò pure che nelle Consulte i Priori sono nominati la prima volta il 20 giugno 1282, insieme coi Quattordici, anzi dopo di essi; il 24 aprile 1283 pigliano il primo posto; dal dicembre in poi appariscono soli senza i Quattordici.
[318]. Lib. I, pag. 25 e seg. (ediz. Del Lungo).
[319]. Villani, VII, 79; Ammirato, III, p. 288-90.
[320]. Questa Corte, dice il Villani, (VII, 89) «fu la piú nobile e nominata, che mai fosse nella città di Firenze».
[321]. Consulte, I, p. 169-70.
[322]. Hartwig, Ein menschenalter florentinische Geschichte (1250-93): Freiburgi. B., 1889-91, p. 111.
[323]. Di questo trattato parla a lungo l'Ammirato; ne dà poi un sunto cavato dall'originale il Canale, nella sua Nuova Istoria della Repubblica di Genova (ed. Le Monnier), Vol. III, pag. 34.
[324]. Villani, VII, 98; Malespini, CCXLIII.
[325]. Alcuni cronisti suppongono, che scopo dell'arcivescovo Ruggieri fu di cavar prima da quei miseri grossa somma di danaro.
[326]. Per questi fatti relativi alla guerra di Pisa con Genova e Firenze, vedi Storie e Cronache pisane, pubblicate dal Bonaini ed altri nel volume VI (parte I e II) dell'Archivio Storico Italiano; Canale, Nuova istoria della repubblica di Genova; Villani; Flaminio dal Borgo; Muratori Script. Tomo XV; Sismondi, Hist. des Rep. It., T. II, ch. 8.
[327]. G. Villani, Dino Compagni e gli altri cronisti fiorentini.
[328]. Villani, Compagni, Ammirato e gli storici pisani citati piú sopra.
[329]. Villani, VII, 99; Vasari, Vita di Arnolfo; Ammirato (Firenze, Batelli e C. 1846), vol. I, pp. 310-11.
[330]. Ammirato, I, p. 337.
[331]. Ved. la nota A in fine di questo capitolo.
[332]. Il prof. P. Santini ha trattato questa questione nell'Arch. Stor. It. (Serie IV, vol. XVII, pag. 178 e seg.), in un articolo col titolo: Condizione personale degli abitanti del contado, nel secolo XIII. E giustamente afferma che il confronto fatto fra la legge bolognese del 1256 e la fiorentina del 1289 non ha alcun fondamento, perché esse risguardano individui in istato differente, e si riferiscono a due diversi periodi del movimento attuatosi in ogni Comune, per migliorare le condizioni degli uomini del contado (pag. 188 e segg.).
[333]. Villani, VII, 132.
[334]. Ammirato, libro III, ad annum.
[335]. Vedi, in fine di questo capitolo, la nota B.
[336]. Vedi la nota C.
[337]. Politecnico di Milano, giugno e luglio 1867.
[338]. Vedi l'ediz. fiorentina del 1735, pag. 133.
[339]. Il fatto è narrato dal monaco di S. Gallo, De rebus bellicis Caroli Magni. Vedi la Dissertazione XXV del Muratori.
[340]. Muratori, Dissertazione XXV. Ved. anche Pignotti, Storia della Toscana, vol. IV, saggio III, Firenze, 1824.
[341]. Abbiamo piú sopra accennato la origine probabile di questo nome.
[342]. V. Pagnini, Della Decima, Vol. II, sezione 4 e 5.
[343]. Pagnini, Della Decima, Ibidem.
[344]. Villani, Lib. XI, cap. 94.
[345]. Ibidem.
[346]. Sembra che in sul principio l'Arte di Por S. Maria facesse commercio di drappi fiorentini di lana, e che i mercanti della seta formassero un ramo secondario e distinto di quell'Arte. A poco a poco si confusero con essa (ai primi del sec. XIII), ne divennero poi la parte principale, e finalmente l'Arte della seta e quelle di Por S. Maria furono una sola e medesima cosa.
[347]. Vedi la Cronaca (1470-92) del Dei, che si trova fra i cod. Magliabechiani, e della quale molti brani importanti furono pubblicati in appendice al secondo volume della Decima del Pagnini.
[348]. Vedi la citata Cronaca del Dei.
[349]. «Ancora si fece legge (1371), conciossiaché molti incantavano del Monte, e dicevano: lo Monte vale trenta per centinaio; questo di io voglio fare teco una cosa; io voglio poterti dare, oggi a un anno, ovvero tu dare a me, quanto? a trentuno per cento? Che vuoi ti doni, e fa questo? E cadeano in patto, e poi stava in sé. Se rinvigliavano, li comperava, e se rincaravano, li vendeva, e ne promutava qua e là il patto venti volte l'anno. Di che vi si pose la gabella fiorini due per cento a ogni promutatore». Marchionne di Coppo Stefani, vol. VIII, pag. 97, nelle Delizie degli Eruditi Toscani, vol. XIV.
[350]. Vettori, Il Fiorino d'oro; Orsini, Storia delle monete: Firenze, 1760.
[351]. Pagnini, Della Decima, Vol. II, Sez. III, cap. 1-4. Altre notizie danno l'Ammirato, il Dei ed il Villani, (XI, 88 e XII, 55) che è la fonte principale.
[352]. G. Villani, XI, 54.
[353]. Ammirato, lib. 18, ad annum.
[354]. Cronaca del Dei, nel Pagnini.
[355]. Cronaca del Dei, nel Pagnini, vol. II, p. 275.
[356]. Pagnini, vol. II, Sez. I; Ammirato, ad annum.
[357]. Ammirato, ad annum; Pagnini, loc. cit.
[358]. Il che fece credere a qualcuno che la schiavitú continuasse in Italia molti secoli dopo che era scomparsa. Su di ciò il sig. Salvatore Bongi pubblicò un pregevole articolo nella Nuova Antologia, Anno I, fasc. 6.
[359]. Vedi il discorso di Tommaso Mocenigo, tante volte stampato dai cronisti e dagli storici; Pagnini, Della Decima, vol. II, pag. 7, e seg.; Romanin, Storia documentata di Venezia, vol. II, pag. 156-7.
[360]. Urghanj, la principale città del Khwarezm, paese che porta ora il nome di Khyva. La nuova Urghanj, ora capitale commerciale di Khyva, è a sessanta miglia dall'antica.
[361]. Balducci Pegolotti nel Pagnini. Un lavoro importantissimo fu pubblicato dal sig. H. Yule, colonnello del genio inglese in India; esso ha per titolo: Cathay and the way thither, being a collection of medieval notices of China (London, printed for the Hakluyt Society, 1866), e contiene una serie di documenti tradotti dall'autore, che lungamente viaggiò e dimorò in Oriente, preceduti da una sua dotta dissertazione.
[362]. Pagnini, Vol. II, Sez. I. — K. Sieveking, Geschichte von Florenz. Brevissimo, ma pregevole lavoro, pubblicato senza nome d'autore in Amburgo, 1844. Di esso mi sono spesso giovato in questo capitolo.
[363]. Le prime cinque furono piú volte unite alle Maggiori, che allora divenivano dodici.
[364]. Inf. Canto X.
[365]. Franco Sacchetti racconta, come nel tempo in cui egli era al governo della Repubblica, i magistrati non riuscivano mai a far rispettar le leggi contro il lusso. Uno di essi, che venne di ciò aspramente rimproverato, e fu per essere dimesso d'ufficio, ecco in che modo descriveva le arti, con cui le donne fiorentine eludevano le leggi:
«Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, trovo che so nulla; perocché cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne, per gli ordini che m'avete dati, sifatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come sono quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio citare alcuni. E' si truova una donna col becchetto frastagliato, avvolto sopra il cappuccio; il notaio dice: — Ditemi il nome vostro, perocché avete il becchetto intagliato. — La buona donna piglia questo becchetto, che è applicato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Ora va piú oltre; truovo molti bottoni portar dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: — Questi bottoni, voi non potete portare; — e quella risponde: — Messer sí, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo, e ancora non c'è niuno occhiello. — Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? — Voi portate gli ermellini. — E la vuole scrivere. La donna dice: — Non iscrivete no, che questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. — Dice il notaio: — Che cosa è questo lattizzo? — E la donna risponde: — È una bestia Dice uno de' Signori: Noi abbiamo tolto a contendere col muro. Dice un altro: Me' faremo attendere ai fatti che importano piú». (Novella 137).
[366]. Il Guicciardini, nelle sue Considerazioni sui Discorsi del Machiavelli (Opere inedite, vol. I, Firenze, Barbèra), conferma chiaramente quello che diciamo qui sopra. Discorrendo intorno al Cap. 12, Lib. I, del Machiavelli, ove questi dice che i Papi avevano impedito l'unità d'Italia, esso, pure approvando, soggiunge: «Ma non so già se il non venire in una monarchia sia stata felicità o infelicità di questa provincia, perché se sotto una repubblica questo poteva essere glorioso al nome d'Italia e felicità a quella città che dominassi, era all'altre tutte calamità, perché oppresse dall'ombra di quella, non avevano facultà di pervenire a grandezza alcuna, essendo il costume delle repubbliche non partecipare e frutti della sua libertà e imperio a altri che a' suoi cittadini proprî.... Questa ragione non milita in uno regno, il quale è piú comune a tutti i sudditi, e però veggiamo la Francia e molte altre province viversi felici sotto uno re».
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in fine di volume (pag. [319]) sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.