X
Intanto Arrigo VII, vittima coronata del proprio fato, come dice il Del Lungo, s'avanzava impassibile, fidente. Il dolore di avere egli, re pacifico, insanguinate le città italiane, e seminata la discordia; la perdita del fratello, e della moglie; la morte dei suoi migliori soldati; l'abbandono di molti amici; il sarcasmo sprezzante dei nemici non gli facevano perdere la sicurezza e la fede nella sua impresa. Il 6 marzo del 1312, tranquillo e sereno, entrava in Pisa, dove fu accolto con grandissima festa, e si trattenne fino al 23 d'aprile fra un popolo a lui veramente amico. I Pisani gli avevano già mandato 60,000 fiorini a Losanna, ed ora gli professavano sincera sottomissione, accettando da lui nuovi magistrati, e promettendogli altra uguale somma.[241] Né egli si sgomentò punto, quando seppe che le forze del principe Giovanni, fratello di Roberto, erano in Roma cresciute.
Il principe aveva seco piú di 600 cavalieri catalani e pugliesi, e già glie ne erano venuti altri 200 dei migliori cavalieri fiorentini, comandati dal De La Rat, che aveva menato anche mille pedoni, oltre i suoi Catalani. Da Lucca, da Siena, da altre città erano venute nuove genti. Il Campidoglio, S. Angelo, Trastevere, tutte le fortezze furono cosí occupate. E finalmente il re di Napoli, che aveva prima affermato d'aver occupato Roma come amico, si dichiarava adesso aperto nemico d'Arrigo. Questi nondimeno s'avanzava con soli 2000 cavalieri, oltre parecchi fanti, ed il 7 di maggio 1312 entrava nella Città Eterna. Il Campidoglio fu subito da lui assalito e preso con la forza; ma quando si provò ad aprirsi con le armi la via a S. Pietro, per pigliarvi la corona imperiale, vi fu allora nelle strade una vera battaglia; ed una sortita da Castel S. Angelo respinse le sue genti, che subirono gravi perdite. Né la coronazione avrebbe avuto mai luogo, se il popolo romano, che gli era favorevole, non avesse minacciosamente obbligato i prelati a compiere, contro l'usanza, in Laterano la solenne cerimonia (29 giugno). Ma ora dovette accorgersi che nemico gli era anche il Papa, il quale gli ordinava di non assalire Napoli, di far tregua d'un anno col Re, di lasciar Roma il giorno stesso della incoronazione, di rinunziare ad ogni diritto sulla Città Eterna, né piú tornarvi senza permesso. La maschera era finalmente caduta, e i Fiorentini erano stati i piú accorti profeti. Però in questo stesso momento, in cui la loro politica guelfa trionfava, e la rottura tra Papa e Imperatore era cosí manifesta, il popolo romano proclamava Roma città imperiale, ed il Campidoglio sede perenne dell'Imperatore, il quale solo dal popolo romano doveva riconoscere la sua autorità. «Dum sola tribunitia, exterminatis Patribus, potestas adolevisset illo sub magistratu.... omnia haec paravi Caesari, ipsum evocandum in Urbem, vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe recogniturum».[242] Era l'idea stessa di Dante proclamata ora dal popolo di Roma.
Arrigo finalmente, dopo molto esitare, si decise a seguire il consiglio, che l'immortale poeta già da un pezzo gli aveva suggerito, e andò ad assediar Firenze. Traversò nell'agosto la campagna romana, che con le febbri decimò le sue genti, e dopo aver preso Montevarchi e S. Giovanni, venne a Figline.[243] I Fiorentini accorsero in gran fretta, senza buoni capitani, quasi tumultuariamente, con molti fanti e 1800 cavalieri, al Castello dell'Incisa. Ma non vollero poi accettar battaglia, e l'Imperatore per altra via continuò il suo cammino, respingendo vigorosamente tutti coloro che dall'Incisa gli vennero incontro per fermarlo. Il 19 di settembre cinse d'assedio Firenze, ponendo a S. Salvi il suo quartier generale. E i cittadini, che non sapevano ancora nulla di ciò che era seguito del loro esercito, trovandosi come sorpresi, corsero subito alle armi, e sotto i gonfaloni del popolo andarono alle mura, dove venne anche il vescovo, armato coi suoi preti. Dopo due giorni, i militi che erano andati incontro all'Imperatore, per vie traverse tornarono in Firenze, dove arrivarono anche aiuti da Lucca, Siena, Pistoia, Bologna, dalla Romagna, da tutte insomma le città della Lega. E cosí, secondo il Villani, si mise insieme un esercito di 4000 cavalli, con numero infinito di fanti. L'Imperatore, che aveva solo 800 cavalieri tedeschi, mille italiani e buon numero di fanti non poté far altro che dare il guasto alla campagna. Fortunatamente per lui l'annata era stata assai fertile, e quindi non mancarono le vettovaglie ai suoi soldati. I Fiorentini, sebbene in numero tanto superiore, non osarono neppure adesso uscire a battaglia; ma nella città si sentivano tanto sicuri, che solo le porte di fronte all'Imperatore erano chiuse le altre restavano aperte, e i traffici procedevano come in tempo di pace. In tal modo si continuò sino al novembre, quando la notte d'Ognissanti Arrigo VII, ormai stanco ed esausto, se ne parti per Poggibonsi e Pisa. Lo seguirono i Fiorentini, e piú volte lo assalirono per via, ora con prospera, ora con avversa fortuna. A Poggibonsi restò fino al 6 marzo 1313, privo di denari e di vettovaglie, con l'esercito stremato in modo che non aveva piú di mille cavalieri. Pure continuò la sua via e, sebbene gli assalitori fossero, secondo il Villani, quattro contro uno, poté pur sempre resistere, arrivando a Pisa il 9 di marzo.
Era allora, pei travagli dell'animo e del corpo, rovinato in salute, senza danari, senza soldati, pure senza aver perduto la sua fede e la sua calma. Iniziò quivi molti processi contro i Fiorentini, che privò delle loro giurisdizioni; depose i loro giudici e notai; impose grosse taglie; condannò nell'avere e nella persona molti dei loro cittadini, sentenze che restarono tutte prive di effetto. Ma egli continuava senza darsene pensiero. Proibí loro di batter moneta, consentendo ad Ubizzo Spinola di Genova, ed al marchese di Monferrato di battere nelle loro terre fiorini falsi col conio fiorentino, cosa che fu molto biasimata, come contraria alla pubblica fede.[244] Condannò il re Roberto come traditore dell'Impero, e s'alleò con Federico di Sicilia, con i Genovesi. Voleva andare contro Napoli, non ostante che il Papa avesse minacciato la scomunica a chi assalisse quel regno, ritenuto feudo della Chiesa. Tutto pieno d'ardore e di fede nella nuova impresa, mandò in Lombardia ed in Germania, per avere uomini e danari. Raccolse cosí 2,500 cavalli oltramontani, 1,500 italiani, oltre le genti a piede. I Genovesi armarono 70 galere; Federico ne armò 50; i Pisani, che già per lui avevano fatto ogni sacrifizio, ne armarono 20; raccolse anche del danaro, e il dí 8 agosto 1313 parti, non senza ragionevole speranza di buona fortuna. Ma il 24, arrivato a Buonconvento, morí, e cosí tutto fu finito.
Il 27 dello stesso mese i Fiorentini, con grandissima gioia, annunziavano ai loro amici, che «Gesú Cristo aveva fatto morire quello fierissimo tiranno Arrigo, che i ribelli persecutori di S. Chiesa, cioè i Ghibellini vostri e nostri nemici, chiamavano Re dei Romani e Imperatore».[245] Già, lui vivente, essi avevano dato per cinque anni la signoria a Roberto; gliela rinnovarono ora per altri tre, a condizione, ben inteso, che il governo restasse libero, guelfo e popolare nelle loro mani. Si trattava solo d'avere da lui un capo militare che menasse, in nome e con la bandiera del Re, alcuni buoni uomini d'arme, e potesse comandare le forze cittadine, per difendere la Repubblica contro i possibili assalti di Genova e di Pisa, contro i capitani ghibellini, come Uguccione della Faggiuola ed altri. Di quest'ultimo soprattutto si temeva e di Pisa; che già aveva preso al suo soldo mille dei soldati d'Arrigo, i quali formarono la prima di quelle compagnie di ventura, destinate ad essere ben presto un vero flagello d'Italia.[246] Il Papa, schiavo ormai della Francia, si gettò nelle braccia di Roberto, che nominò Senatore di Roma, dove tornarono subito i vicari angioini. Egli presumeva di potere, durante la vacanza dell'Impero, assumerne tutta l'autorità, e quindi annullò il decreto d'Arrigo contro Roberto, che nominò vicario imperiale in Italia, sino a due mesi dopo la prossima elezione.
Non ostante la nuova potenza di Roberto, e la signoria a lui affidata della loro città, i Fiorentini ebbero allora un grande aumento di forza morale e materiale, poiché avevano meglio assai degli altri preveduto l'avvenire, erano stati gli autori principali di tutto ciò che era seguito, si trovavano amici ed alleati di coloro che insieme con essi avevano trionfato. Il popolo rimaneva in sostanza padrone; i Grandi erano disfatti; il commercio, non interrotto durante la guerra, pigliava colla pace nuovo vigore. Ma che cosa era divenuta la confederazione guelfa, e il nome d'Italia che essi avevano invocato nel formarla? Tutto era svanito in un attimo. Il fatto stesso che essi si sentivano appunto ora costretti a cercare un re che li proteggesse, dimostra chiaro che, non ostante cosí prospera fortuna, la loro repubblica, restando sola, non sentiva la fiducia e la forza necessarie a renderla davvero indipendente e padrona di sé. Ciò minacciava di necessità nuove complicazioni e nuovi pericoli, i quali pur troppo non potevano tardar molto. Il Comune italiano doveva morire; lo Stato moderno doveva nascere; ma per arrivarvi bisognava passar sotto la tirannide. Questo è il fato che da lontano pesa ora anche su Firenze.
Dopo la morte di Arrigo VII muta il carattere dell'Impero e delle sue relazioni con l'Italia. Dopo l'alleanza del Papa con la Francia mutano sostanzialmente anche le relazioni del Papato coi Comuni italiani, alla cui indipendenza e libertà esso si dimostra sempre piú avverso. Il Medio Evo si chiude, un'epoca affatto nuova incomincia ora nella storia di Firenze e dell'Italia.
AVVERTENZA
Della Cronica attribuita a Brunetto Latini, e di coloro che recentemente se ne occuparono, noi abbiamo già parlato piú sopra (Vol. I, pag. 42 e seg.); ora dobbiamo aggiunger poche parole a spiegare le ragioni e il modo della pubblicazione che ne facciamo. Questa Cronica degli ultimi del secolo XIII era nota da lungo tempo, e la sua importanza fu subito riconosciuta, perché vi si trova il piú antico e compiuto elenco di Consoli e Podestà fiorentini che si conosca. Esso infatti comincia coll'anno 1180, mentre l'altro, che fu pubblicato dal Fineschi (Memorie storiche ecc.: Firenze, 1790) incomincia solo col 1196. E senza la Cronica non sarebbe possibile colmar la lacuna neppure coi documenti, perché questi dal 1180 al 1196 sono ora scarsissimi. Il nostro autore ne vide certamente alcuni che poi andarono perduti.
Per tutto ciò questa Cronica doveva richiamare l'attenzione degli storici e degli eruditi. Del suo elenco di Consoli e Podestà si valsero, infatti, l'Ammirato (Storie fiorentine) ed il Padre Ildefonso (Delizie, VII, 137); l'infaticabile senatore Carlo Strozzi lo copiò insieme con alcuni brani della narrazione. Piú tardi, nel 1832, L. M. Rezzi, bibliotecario della Barberiniana di Roma, pubblicò da un codice del sec. XVII, ivi esistente, lo stesso elenco, con alcune notizie degli anni 1210,[247] 1213, e specialmente una narrazione del notissimo fatto del Buondelmonti (1215), assai diversa da quella lasciataci dal Villani. E a tutto ciò, seguendo l'indicazione del codice Barberiniano, dette il titolo di Storietta antica: credesi di S. Brunetto Latini. Anche nel manoscritto ora smarrito, di cui s'era servito il Padre Ildefonso, si leggeva: cuius auctor dicitur S. Brunettus Latini. Per qual ragione poi, e da chi la prima volta s'attribuisse a colui che fu tenuto maestro di Dante una cronica, la quale narra fatti posteriori alla morte del presunto autore di essa, noi non sappiam dire. L'averla però a lui attribuita dimostra che se ne riconosceva l'importanza e l'antichità.
Ma allora si potrebbe qui domandare: perché mai nessuno pensò finora a pubblicarla, come s'è pur fatto di tante altre croniche meno antiche e piú voluminose? La risposta può darsi solo esaminando la Cronica stessa nei codici che la contengono. Essi, come abbiam detto altrove, sono due: l'Autografo, che è mutilo ed incomincia con la carta 39, dove prima registra i Consoli del 1180, poi accenna al pontificato di Alessandro III, che fu eletto nel 1159; ed il Gaddiano, che è una copia del secolo XV, la quale ci dà tutta la Cronica, incominciando da Gesú Cristo primo e sommo pontefice, e da Ottaviano imperatore. In questo secondo codice, noi vediamo che essa procede, narrando le vite dei Papi ed Imperatori fino al 1249, dove fa un salto di 35 anni circa, per ripigliare il racconto al 1285, e continuarlo fino al 1303, o piú veramente al 1297, con una sola notizia (di mano posteriore) del 1303, cui s'aggiunge l'indicazione dell'anno 1316,[248] con le parole «Giovanni XXII...». E qui resta in tronco.
Si tratta evidentemente d'un lavoro abbozzato e non finito, con diverse lacune, una delle quali, come s'è detto, dal 1249 al 1285, un'altra dal 1220 al 1226, dove sono, nell'Autografo, tre carte bianche. Esso lavoro può dividersi in tre parti, ciascuna con un carattere suo proprio. La prima, che è piú lunga delle altre due insieme riunite, arriva fino al 1180 circa. Questa parte, che manca affatto nell'Autografo mutilo, non è altro che un sunto italiano del testo latino delle vite dei Papi ed Imperatori di Martin Polono, senza nessuna notizia su Firenze, salvo alcuni pochi paragrafi, privi affatto d'ogni valore storico, che riproduciamo in nota qui sotto.[249] La seconda parte, che va dal 1180[250] al 1249, continua il sunto di Martin Polono, aggiungendovi però molte notizie fiorentine. Se la esaminiamo nell'Autografo, dove si trova quasi tutta, a cominciare cioè dal 1181, vediamo chiaramente come essa fu dall'autore compilata. Nella colonna di mezzo egli continuò il sunto cominciato nella prima parte; ma nei due larghi margini, a destra ed a sinistra, andò, via via che poté raccoglierle, registrando notizie su Firenze. E si direbbe che, per aiuto della memoria, avesse voluto usare una diversa scrittura, secondo le fonti diverse cui attingeva. Nel codice Gaddiano, invece, tutto ciò venne riunito, fuso insieme, probabilmente per opera di chi in esso copiò l'Autografo. Ciò si può dedurre anche dal modo incerto e mal sicuro con cui furono qualche volta connessi fra loro i vari brani.
Per qual ragione poi il cronista, arrivato al 1249, saltasse all'anno 1285, noi non sappiam dirlo. È possibile che, vivendo nel 1293, come dice egli stesso, cominciasse dapprima la sua narrazione dall'anno 1285, con l'intendimento di scrivere solo una cronica di fatti contemporanei, sui quali era a lui agevole avere maggiori e piú esatte notizie. Arrivato però ai giorni in cui scriveva, si può credere, seguendo la nostra ipotesi, che gli venisse l'idea di rifarsi da capo, e cominciasse quindi dai tempi di Gesú Cristo, con l'intendimento di compilare un piú vasto lavoro. Ma non riuscendogli fino all'anno 1180 di trovare notizie su Firenze, si dove contentar di fare un sunto della storia generale di Martin Polono, aggiungendovi dal 1181 in poi quelle notizie fiorentine che gli riuscí di raccogliere. Arrivato al 1249, non poté forse, per morte o per altra ragione, continuare questa seconda parte del suo lavoro, la quale rimase perciò interrotta al pari della terza ed ultima, che era stata scritta prima, sebbene narrasse fatti posteriori. Ma in ogni modo, sia che s'accetti o no la nostra ipotesi, certo quest'ultima parte è di un genere affatto diverso da tutto ciò che la precede. Non solamente le notizie su Firenze in essa abbondano, e si vede, esaminando l'Autografo, che furono sin dal principio fuse col sunto di Martin Polono; ma il sunto è qui divenuto qualche cosa d'affatto secondario, ed in sostanza abbiamo una vera e propria cronica fiorentina. Chi piú tardi raccolse tutti questi fogli, li riuní con una numerazione sola, non interrotta neppure là dove si ha la lacuna di 35 anni.[251]
Da tutto quello che abbiam detto apparisce chiaro, che nessuno poteva sentirsi invogliato a pubblicare una cronica fiorentina, la quale per piú d'una metà non è che il sunto dell'opera di Martin Polono, notissima fra di noi, e già sin d'allora stata assai spesso copiata, tradotta, compendiata; una cronica che in tutto il resto appariva compilata in maniera da doversi ritenere piú che altro un abbozzo incompiuto, quasi una raccolta d'appunti. È ben vero che anche il Villani ed il pseudo Malespini cominciarono col copiare e compendiare Martin Polono; ma essi si valsero pure d'altre fonti storiche medioevali, e dettero al Polono una parte molto minore nell'opere loro, le quali perciò divennero ben presto vere e proprie croniche fiorentine, assai piú corrette e limate nella forma. Bisogna inoltre notare che, sin dalle prime pagine, essi aggiunsero tradizioni, leggende, favole sulle origini di Firenze, ed il Villani anche notizie cavate da antichi scrittori latini, specialmente da Sallustio.
Comunque sia di ciò, certo è che non solo la Cronica attribuita a Brunetto Latini non fu mai pubblicata, ma si finí ancora col perdere poco a poco ogni traccia dei codici che la contenevano. Restaron sempre noti l'elenco dei Consoli e Podestà, con quei brani di narrazione già dati alla luce dal Rezzi.[252] Piú tardi, col ricominciare delle indagini sulle origini di Firenze, si ricercarono di nuovo i manoscritti della Cronica. Noi abbiam detto altrove (Vol. I, pag. 42 e segg.) quale fu la parte che ebbero in queste ricerche l'Hartwig, il Santini e l'Alvisi. Il primo di essi, che ne fu il vero iniziatore, pubblicò nelle sue Quellen und Forschungen tutte le notizie fiorentine, che poté cavare da quella parte della Cronica, che si trova nell'Autografo da lui nuovamente scoperto. Il prof. Santini ed il bibliotecario Alvisi, unitisi al dott. Rödiger, fecero poi tutti gli studi necessari ad una compiuta pubblicazione della Cronica stessa, che trascrissero dai due codici, e andarono stampando con note, illustrazioni e confronti. È certo da deplorare che un tale lavoro, già da molti anni condotto quasi a termine, non abbia finora visto la luce. Né se ne è mai saputo altro.
Quindi è che, dopo aver lungamente invano aspettato ed anche sollecitato questa pubblicazione, pensai che, fino a quando non sarà compiuta un'edizione diplomatica ed illustrata della Cronica, poteva essere opportuno farla in qualche modo conoscere agli studiosi; e mi decisi perciò a stamparla in una forma assai piú modesta, come appendice ad un lavoro su Firenze. Essa va fino al 1297, e quindi abbraccia quasi tutto il medesimo periodo di storia fiorentina, di cui mi sono occupato in queste Ricerche, nelle quali ho dovuto spesso citarla. Di essa si è in questi ultimi anni molto e da molti continuamente parlato, e qualunque opinione si abbia del suo valore storico, certo è l'opera d'un precursore del Villani, a cui secondo alcuni serví anche di modello. Ci dà poi varie notizie che in lui non troviamo, e spesso narra i medesimi fatti con particolari nuovi o diversi. Anche la forma incompiuta ed imperfetta, in cui ci è rimasta, ha il vantaggio di farci meglio conoscere, quasi direi di metterci sotto gli occhi il modo preciso che tennero, il metodo che seguirono gli antichi cronisti fiorentini nel compilare le loro narrazioni. Certo una edizione diplomatica o una fototipia dell'Autografo renderebbero tutto ciò assai piú evidente; ma questo non poteva ora essere il nostro scopo. Noi abbiam voluto solo pubblicare un documento che ci pare importante, che illustra, spesso conferma la nostra narrazione. E perciò credemmo opportuno di sopprimere tutta quella prima e piú lunga parte della Cronica, che, dando solo un magro sunto di Martin Polono, poco diverso da quelli che si trovano in molti codici, o anche a stampa, nulla assolutamente dice di Firenze. Cominciammo di là dove si legge la prima notizia di storia fiorentina.
Ci siamo nella stampa attenuti fedelmente ai manoscritti. Ed essendoci necessariamente dovuti valere non solo dell'Autografo,[253] ma ancora, per quella parte che in esso manca affatto, della copia Gaddiana, che è assai posteriore, trovammo due ortografie assai diverse, delle quali riproducemmo non solo le singolarità, ma anche gli errori, quando erano facilmente riconoscibili e non generavano equivoco. Dove sembrò veramente necessario, li correggemmo, segnalandoli in nota. Le parole che mancano nell'originale per rottura della carta, supplimmo in parentesi quadre, col riscontro di Martin Polono (edizione d'Anversa del 1574); qualche volta ricorremmo ancora ad altri testi, dichiarandolo però sempre esplicitamente nelle note. Tutti gli spazi vuoti, che non ci fu possibile riempire, furono rappresentati da puntini.
Del merito che negli studi fatti sulla Cronica ebbero i signori Hartwig, Santini, Alvisi e Rödiger abbiamo piú volte discorso. Ora dobbiamo ringraziare il nostro amico A. Gherardi dell'Archivio fiorentino, pel valido aiuto che ci ha dato in questa pubblicazione. Colla sua grande perizia paleografica, col suo raro e ben noto acume, egli ha collazionato le stampe coi due codici della Cronica: aiutandoci non poco anche nelle note dichiarative ed illustrative del testo. Ci è quindi grato rendergli pubblica testimonianza della nostra riconoscenza.