DOCUMENTO XXV. (Pag. 456)

Due lettere del Buonaccorsi al Machiavelli in Roma. 15 e 17 novembre 1503.

1[926]

Niccolò. Elli è comparsa questa mattina la resposta vostra alla nostra delli 8, spacciata ad posta per le cose di Romagna, dove voi discorrete coteste cose lungamente, et maxime di quello si possa sperare costà, che in facto saranno provisioni a fare poco fructo. Et qui si è facto tutto il possibile, et pare a ogniuno che qui la Città, oltre allo interesse suo, habbi ancora operato in beneficio di cotesta Santa Sede, tanto da haverne qualche grado. Et presto si vedrà che Vinitiani non fanno questo per odio del Duca, ma per loro sfrenata cupidità et ambitione, etc.

Io non voglio mancare di farvi intendere in privato anchora, benchè per la nostra di hieri[927] lo harete possuto vedere, che «qui è tanto in odio cotesto nome solo del Duca, che ogni volta che gli è ricordato in una lettera, non pare che vi possi essere cosa più accetta.[928] Et vogliovi dare questo segnio di questa cosa: che, proponendosi ieri per via di parere ne li Ottanta et buon numero di cittadini, se si haveva ad dare il salvacondotto o non, quelli che non volevano furono circa novanta, et quelli del sì circa venti. Et qui» è ferma oppinione che «il Papa voglia levarselo presto dinanzi, et ad questo fine dica di mandarlo in Romagnia, et non per altro; et voi ne lo universale ne siate uccellato,» scrivendo «di lui gagliardo. Nè è chi manchi di credere che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi,» perchè qui non bisogna «ragionarne,» ma sì bene di qualche cosa che «gli avessi ad nuocere.»[929] Hovi voluto fare intendere questo ad vostra informatione.

Il vostro figliuolo et la Marietta sta bene, et così tutti li altri vostri, et qua vi desiderano. Pregovi che, venendovi alle mani una plasma, ma vorrei fussi piccola, la togliate ad mia instantia, et io rimborserò chi ordinerete. Io non vi scrivo questo, perchè creda ne habbiate ad usare una minima diligentia; ma perchè io non sono chiaro anchora ad facto di voi, et sono un pazo.

Florentiæ, die 15 novembris 1503.

Noi operreno che quello tallo[930] sia di qualità da haverne honore, non dubitate; ma pare uno corbachino, si è nero.

N[icolao] Maclavello, Secretario

flo[renti]no, Romae, suo honorando.

2[931]

Questa mattina ho ricevuto la vostra delli XI, col postscripto de' XIII, che dovesti ricordarvi di me ad punto quando andavate al cesso, poichè voi la trovasti tra li scartafacci, cercando di qualcosa per uno paragone. A l'usato, et basti.

Voi doverresti esser chiaro che nelle cose che vi importano, io non le ho altrimenti mai havute ad quore che le mie proprie. Et però, se vi scripsi del fanciulo mastio, vi scripsi la verità; et di più vi dico che la Marietta l'à dato ad balia qui in Firenze; et lui et lei sta bene, gratia di Dio. Vero è che la vive con grandissima passione di questa vostra absentia; nè vi è rimedio. Et quando la Lessandra potrà andarvi, non ne mancherà, che pure domenica vi fu. Et lei et io pensiamo sempre ad farvi piacere. Così pensassi voi ad me.

Io vi scripsi ultimamente, non mi ricordo già del dì, tutto quello mi occorreva, che vi fu qualcosa da haverlo caro. Se voi harete facto all'usato, non lo harete letto. Vostro danno. Nè io vi scrivo con altro animo. Dal canto mio non si mancherà mai del debito, benchè alle volte mi adiri, et ad ragione.

Piacerami habbiate aggiunto alla lettera mia al Cardinale[932] quello dite, di che ne dubito. Non dubito già della ricevuta, perchè ne ho da lui risposta. Voi sapete il desiderio mio; et buscando per voi, ricordatevi che io sono qui in tanta fatica et servitù quanto posso, con quello emolumento vi è noto.

Li ambasciatori per costì s'apprestano, et hanno il tempo assignato tutto dì 25 di questo. Et Niccolò Valori anchora presto ne andrà in Francia.

Erami scordato respondere alla domanda vostra delli altri compari,[933] che furono messer Batista Machiavelli, messer Marcello, Lodovico, il capitano Domenico et Io, di bella brigata: et demovi tutti grossi nuovi. Bene valete.

Florentiae, die xvii novembris MDiii.

Uti frater Bl.

N[icolao] Maclavello, Secretario

F[lore]ntino, Romae, suo honorando.

Romae.

DOCUMENTO XXVI. (Pag. [463])

Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 4 dicembre 1503.[934]

Compare honorando. Questa mattina ho ricevuto dua vostre de' 29 et 30, et mi maraviglio non habbiate ricevuto mie lettere da' 21 in qua, che pure vi ho scripto dua o tre volte, et ultimamente per le mani di Bolognino, quale venne in costà con danari del Re; la quale mi sarà caro intendere habbiate ricevuto, perchè per vostro amore ne desidero risposta, ad ciò si mitigassi il signor Agnolo Tucci, il quale, come per quella harete visto, era alterato gravissimamente contro di voi, per non li havere mai resposto, che dice havervene facto scrivere dal Gonfaloniere et da quanti Cancellieri è in questo Palazo. Scripsivi qualcuna delle parole che, in presentia di tutti Signori, haveva usato contro di voi, che invero «furono di mala natura;» et tutti gli altri Signori «stettano ad udire, che chi per una passione et chi per un'altra, non si hebbono per male. Et alla tornata vostra vi raguaglierò di cose che non le iudico da scrivere. Bastivi che ci è di maligni cervelli, et a chi dispiace scriviate bene di Volterra, et a chi un'altra cosa; et così altri con poco suo grado si affatica, et con mettervi del suo.»

Se voi fusti stato presente alla resposta, haresti iudicato vi amo più che me medesimo. Non mi sforzerò già di persuadervelo altrimenti, perchè un dì harete tanti riscontri di questo che lo crederrete, et forse userete verso di me altri termini non havete facto fino qui. Et dove io possa farvi honore, o di parole o di facti, sanza respecto la do per il mezo. Nè sono per mutarmi mai di questo animo, anchorachè poco vi possa fare. Chi vi scrive che troviate altro exercitio non vi vuole bene, perchè io non veggo altro pericolo ne' casi nostri che il consueto. Il Vespuccio una volta ha carpito il tordo, che buon pro li facci, et anche a noi altri se ci riuscirà. Credo habbiate speso assai, et spendiate anchora: non so già come qui habbiate ad esserne satisfacto. Una volta li ambasciatori verranno, fra 4 o 5 dì, et voi harete subito licentia. Et io non so per anchora niente di venire,[935] nè qui si pensa a questo. Verranno honorevolissimamente ad ordine, et maxime il Girolamo et Matheo Strozzi, che si fanno vesti et altre cose sumptuosissime; et credo hareno honore....

«Intendo che il Gonfaloniere pensa mandarvi con Roano verso Alamagnia, per essere là a questo loro Parlamento.» Se fa per voi, bene quidem; se no, ordinate li defensivi. «Ma questo sia secreto, chè mi faresti danno assai.»

La Marietta non ha possuto fin qui scrivere, per essere in parto; credo lo farà per lo advenire. Et pure hieri vi andò la Lessandra, et per Dio non è possibile farla acquiescere che stia in pace.

Duolmi delli affanni vostri, et a Lodovico Morelli farò l'ambasciata. Sarà in una poliza in questa, quello desideri[936] per il fratello, quello de' Tucci; et dice che, spendendo, vi rimborserà. Pregovi ne riscriviate una sola parola. Bene valete.

Florentiae, die 4 decembris MDiij.

Frater Bl.

Nicolò vostro dice non vi scrive per non vi dare noia, che ha raguagliato Totto vostro; et li casi sua non vi ricorda.

Nicolao Maclavello, mandatario [et]

Secretario fiorentino, tanquam fratri

honorando.

Romae.

DOCUMENTO XXVII. (Pag. [469])

Lettera dei Dieci ad Antonio Giacomini. 20 agosto 1504.[937]

Antonio Jacomino. Die xx augusti 1504. — Hiarsera ti si scripse della deliberatione facta da noi circha el voltare Arno alla Torre ad Fagiano, et come noi volevamo fare questa factione subito dopo el guasto, et che per questo egli era necessario che tu pensassi dove, dato el guasto, stéssi bene el campo, per rendere securo chi lavorerà ad tale opera. Di nuovo ti replichiamo per questa el medesimo, perchè tale deliberatione è ferma, et voliamo ad ogni modo che la si metta innanzi; et però bisognia che oltre allo aiutare tale cosa collo effecto, la si aiuti etiam colla demostratione. Questo ti si dice, perchè se fussi costì alcuno condottiero ad chi non paressi, voliamo tu li possa fare intendere quale sia lo animo nostro, et che noi voliamo unitamente et con le parole et co' fatti la sia favorita.

Et perchè noi non voliamo che si perda punto di tempo, domattina manderemo costà Giuliano Lapi e Colombino, ad ciò sieno teco, et, mostroti el disegnio, possiate ordinare quanto sia necessario. Et acciò intenda qualche particolare, e' si è ragionato che bisognino dumila opere il dì, et che gli habbino le vanghe et zappe; voliamo pagare questi huomini ad dieci soldi el dì per ciascuno. Bisogna adunque pensare se di cotesto paese all'intorno se ne può trarre tanti, perchè bisognia che siano buoni, pagandogli noi nel modo soprascripto. Et havendo ragunato così 1000 marraioli, secondo lo adviso di Francesco Serragli, potrai examinare fra loro quali sieno sufficienti all'opera soprascripta, et li farai fermare et provedere degli instrumenti loro; et el resto provedere in quel modo che ti occorrerà meglio. Et non ti bastando ad adempiere el numero questi luoghi convicini, te ne andrai ne' luoghi più propinqui; et quando non si potessi el primo dì cominciare la opera con dumila huomini, voliamo si cominci con quegli più si può, et così quanto prima si può, adempia el numero decto.

Ragionerai tucte queste cose con Giuliano Lapi, et ti varrai dell'opera sua per comandare ad quelle cose che in tale factione sono necessarie. Mena decto Giuliano seco tre o quattro huomini per valersene, et noi facciamo conto che tu ti vaglia, oltre ad quelli, di Pagolo da Parrano et altri simili, che fussino in cotesto campo buoni ad essere soldati, et ad indirizare una simile faccenda. Nè ti scrivereno altro in questa cosa, ma ci rimettereno ad quello che ad bocca ti discorrerà Giuliano Lapi. Et el disopra ti si è scripto, acciò che intenda avanti allo arrivare suo, e' meriti di questa cosa, vi volga l'animo, et ti prepari ad quella con ogni modo possibile.

Fara' ci scrivere appunto da chi ne ha la cura, quante marre, vanghe, pale, et libbre d'auti[938] si truovono costì in munitione, et di tucto ci darai adviso. Potrai cominciare ad fare comandare e' Comuni che venghino con quelli huomini ti parrà, et un dì, quale tu giudicherai che si possa, principiare l'opera; et farai che portino seco la metà vanghe, et l'altra metà meze pale et meze zappe.

DOCUMENTO XXVIII. (Pag. [471])

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 28 settembre 1504.[939]

Tomaso Tosinghi, Commissario in Campo. Die 28 septembris 1504. — Questo dì si sono ricevute tre vostre lettere di hieri, le quali, perchè ci confermavano in quello medesimo che voi ci havevi scripto per la de' 26 dì, accrescendo le dubitationi et le difficultà circa el fornire coteste opere, deliberamo haverne consulta del Consiglio degli Ottanta, et di buon numero di cittadini, per vedere come havamo ad procedere. Et insumma, loro consigliono che per ogni respecto si debbe ire avanti et non abbandonare l'opera, anzi raddoppiare la buona diligentia, perchè l'abbi el fine si desidera, et non perdonare ad alcuna spesa, nè disagio; et lo hanno consigliato con tanta caldezza che non si potrebbe stimare. Pertanto è bene che si faccia in modo che nè per voi, nè per noi manchi, et se sturbo veruno habbi ad seguire, nasca dal tempo; perchè desideriamo, avendoci addolere di alcuna cosa, dolerci del tempo et non delli huomini. Et per non mancare dal canto nostro, questa sera manderemo danari per li operai, et così sollecitereno le altre cose che per noi si hanno ad sollecitare. Ma perchè e' danari et el tempo si spenda utilmente, ci pare che non si spenda ad nessuno modo danari in quelli operai che voi giudicate disutili, così di quelli che si truovono costì, come di quelli vi venissero per lo advenire. Et però potrete tali disutili licentiare, perchè voliamo piuttosto habbiate 500 huomini che sieno buoni, che 1000, et che ve ne sia 500 inutili.

Vorremo, oltre ad di questo, che si pensasse come infinite volte si è decto, che quando pure el tempo sforzassi ad levarsi, la opera restassi meglio et più perfecta che fussi possibile, il che ci parrebbe seguissi quando voi ordinassi in modo quello è facto, che tucto operassi qualche cosa. Et però vorremo che con sollecitudine si attendesse ad ridurre la pescaia in modo che la facessi qualche operatione, et che le piene la fermassino et facessino più forte, et così che si sboccassi ad ogni modo el secondo fosso. Et se non si potesse detto secondo fosso condurlo ad Arno tucto largo come e' fu cominciato, vi si conducessi con quella largheza si potessi, acciochè per qualche modo e' pigliassi le acque, et non havessi ad rimanere una buca in terra senza fructo. Parrebbeci anchora che voi facessi la sboccatura di quel fosso fornito, largo almeno cento braccia, ritirando la largheza in verso dove havessi ad essere la bocca del secondo fosso; et se voi non potessi fare questa tale sboccatura quadra, la farete smussata, facendo che el più largo fussi dalla parte del fosso fornito. Questa cosa ci parrebbe che déssi la via più facilmente all'acqua, che con maggiore empito entrassi nel fosso, et togliesse facilità a' Pisani di chiudere la sboccatura, sendo largha. Di nuovo vi si dice che noi desideriamo che l'opera si tirassi innanzi infino al fine, servendo el tempo. Ma perchè el tempo può guastarsi ad ogni hora, vorremo che si lavorasse in quello che facessi l'opera più utile, il che ci pare che sii il fermare la pescaia, sboccare quomodocunque el fosso secondo, et al fosso primo fare una sboccatura. Noi penseremo in questo mezo dove debbino andare cotesti huomini d'arme alle stanze, et te ne mandereno listra, acciochè, bisognando levarsi in un subito, tu sappi dove si habbino ad distribuire, et non segua disordine. Ma terrai questa cosa in te, acciochè, sappiendosi per il campo, e' non cominciassino a levarsi prima che tu non ordinassi o che non fussi el desiderio nostro. Et perchè tu ci scrivi che il sig. Marcantonio desiderrebbe essere alloggiato in Maremma, potrai nel discorso del parlare dirli, come tu credevi che si fussi pensato qui, per honore della sua persona, et per riputatione delle cose nostre costà, di alloggiare la persona sua et li cavalli leggieri in Cascina, et le genti sue d'armi ne' luoghi convicini et commodi.

Intendiamo oltre ad di questo quello tu scrivi delle castagne, le quali noi desiderreno tòrre ad li Pisani ad ogni modo; et però vorremo pensassi ad questa cosa, et ci scrivessi el modo come ti paressi da procedere, et se andandovi con una scorta grossa et con li huomini del paese ad ritorle, e' bastassi. Communicherai questa ad Giuliano Lapi.

DOCUMENTO XXIX. (Pag. [471])

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 30 settembre 1504.[940]

Tomaso Tosinghi in Castris Commissario. Die xxx septembris 1504. — Hieri et avanti hieri et questa mattina ti si scripse particularmente quale fussi el nostro desiderio circa el procedere nelle cose di costà, et di nuovo brevemente ti replicheremo, come noi vogliamo si stia tanto in campagna et si seguiti cotesta opera, quanto el tempo ci serve, el quale, per essere questo dì bellissimo, ci dà speranza che, se non mancha da voi, cotesta impresa debbi havere el fine desideriamo. Et vi si ricorda particularmente el fortificare la pescaia, et ridurla in termine che la facci qualche fructo, et così che voi diate la perfectione ad quel secondo fosso, et lo riduciate in termine che pigli dell'acqua; et sopra ad ogni altra cosa, vi si ricorda fare l'abboccature de' fossi larghissime, in modo che fra l'uno et l'altro fosso presso ad Arno, almeno ad cento braccia, non rimanghi punto di grotta, anzi sia sgrottato ogni cosa, se non infino al piano de' fossi, almeno quanto più giù si può, acciò che venendo Arno grosso, et non trovando chi lo ritengha, e' rovini più facilmente verso quella parte donde se gli è cominciato ad dare la via. Noi ve lo replichiamo spesso perchè lo desideriamo, parendoci che, potendosi finire l'opera o non si potendo finire, questa sia una delle più utili cose et delle più necessarie che voi dobbiate fare. Non voliamo manchare farvi intendere come e' ci è venuto ad notitia, che in Barbericina et etiam da cotesta parte d'Arno donde è il campo, si truovono anchora ritte buona quantità di biade; di che ti diamo notitia, perchè vorremo che ad ogni modo le si togliessino o guastassino a' Pisani. Et se non si potessi nè guastare nè tòrre quelle di Barbericina, si guastassino almeno quelle che fussino da cotesta parte del fiume; però intenderai dove le sieno, et vedrai ad ogni modo di privarne e' nemici. Vale.

Sendosi dato per il Consiglio Grande della nostra Città, autorità amplissima a' nostri Excelsi Signori di potere per arbitrio loro perdonare et rendere e' beni ad qualunque Pisano, ti mandiamo, in questa, copia d'uno bando, per il quale si possi pubblicare tale loro autorità; el quale bando vorremo che tu mandassi ad quella hora ti paressi più comodo, in lato che chi fussi in sulle mura di Pisa lo potessi udire; et dipoi lo mandassi anchora in cotesto exercito nostro. Vale.

Per parte de' Magnifici et Excelsi Signori Priori di Libertà et Gonfalonieri di Iustitia del Popolo Fiorentino, si fa bandire et pubblicamente notificare, come egli è stato ad loro Excelse Signorie conceduta amplissima autorità et facultà dal Popolo et Consiglio Maggiore della città di Firenze, di potere concedere venia per arbitrio loro ad ciascuno di qualunque grado, stato o conditione si sia, el quale al presente habiti nella città di Pisa, et restituirli e' suoi beni, et adsolverlo da qualunque delitto, maleficio o oxcesso, per alcun tempo infino ad questo dì havessi commesso.

DOCUMENTO XXX. (Pag. [471])

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 3 ottobre 1504.[941]

Tomaso Tosinghi, Commissario in Castris adversus Pisanos. 3 octobris 1504. — Per questa tua di hieri mattina, data ad levata di sole, siamo advisati di molti particulari del fosso facto, et dello ad farsi, et della pescaia, et così di tucta l'opera: commendiamoti del ragguaglio. Restaci hora solo un desiderio d'intendere quello habbi facto tanta acqua che voi ci scrivete havere preso et continuamente pigliare el fosso facto; perchè vorremo intendere bene dove l'approda, et quello che la fa, et quanto s'allargha, et che volta piglia, et se la è ancora condocta allo stagno. Intendiamo appresso con piacere grande che del secondo fosso sia fornito per tucta la sua lungheza, una largheza di 10 braccia, et come per tucto dì di hieri non vi doveva restare altro che 80 braccia di sboccatura, la quale voi disegnate largha 55 braccia; et benchè voi ci scriviate che con ogni studio et diligentia voi adtendiate ad decta sboccatura, nondimeno vi ricordereno quello ci occorre. Noi intendiamo quello che voi dite della difficultà che ha cotesta sboccatura ad cavarsi, rispetto alla strada et alla grotta dove è el terreno più fermo et più forte che in tucta la coda del fosso; intendiamo come fra sei dì credete haverla fornita, secondo el parlare di cotesti capi maestri, et come e' se ne potrebbono ingannare, etc.; et examinato con quante difficultà vi si conducono gli huomini, et con quanta, condocti vi sono, voi ve gli mantenete, stiamo con dispiacere in qualche parte di questa cosa; perchè, scorciandosi el tempo,[942] giudichiamo che bisognerà levare mano subito, veggiendo maxime la voglia di coteste genti d'arme, et quando el tempo non si scorciassi, la pagha delle fanterie ci è addosso. Pertanto noi vorremo che si attendessi con quella più diligentia è possibile alle sboccature, et però ci parrebbe che voi deputassi al lavorare in su la sboccatura del fosso secondo, et in su el fare più largha quella del primo, tucte quelle opere che vi si possono maneggiare; et se ve ne avanzassi, non levando mano dalla pescaia, nelle cose necessarie, ci parrebbe le mettessi a lavorare in allarghare più, secondo el primo disegno, la coda del secondo fosso; et potrete cominciarvi da capo, andando lavorando col benefitio del tempo et della fortuna, perchè si potrà ogni volta levar mano, et tucto quello che sarà facto, recherà utile all'opera, et quello che rimarrà ad farsi, non la disturberà.

Tale modo ci pare da tenere per le cagioni dette; et perchè voi ci ricordate vangatori et danari, vi diciamo che bisogna teniate ordine che non si fughino, perchè fare venire nuovi huomini da San Giovanni et Mugiello non sarebbeno a tempo, et tucti questi Vicarii credono che voi teniate quelli vi si sono mandati infino all'ultimo dell'opera, perchè altrimenti loro non li possono ogni dì mandare. Pertanto, se voi gli lasciate fuggire ad stiere, voi rimarrete in secho, et quanto a' danari, noi hiarsera l'altra si mandò ad Giuliano Lapi 200 ducati, et questa sera se ne manda dugento altri....

E' caporali di coteste genti sono stati qui, et in summa ci siamo resoluti con quelli, si stia costì tanto che la opera sia finita, servendo el tempo; habbiamo bene detto loro questo: che fra sei o otto dì crediamo che la harà hauto el suo debito. Et perchè Marcantonio Colonna ci fa intendere desiderare venire infino qui, siamo contenti gli dia licenza vengha la sua persona, con ordine di ritornare in costà subito. Vale.

DOCUMENTO XXXI. (Pag. [478])

Lettera dei Dieci a Giovan Paolo Baglioni. 9 dicembre 1504.[943]

Johanni Paulo de Balionibus. 9 decembris 1504. — Havendo noi inteso più volte da qualche giorno in qua, et da più luoghi da prestar loro fede, come Bartolomeo d'Alviano ingrossa in terra di Roma di gente, non vi habbiamo vòlto molto lo animo, giudicando che la non possessi essere cosa di molto momento, et non appartenente allo Stato nostro. Ma havendo inteso nuovamente el medesimo, et di più come e' Vitegli fanno el simile, et richiamano tucti li huomini d'arme, usi ad militare sotto e' padri loro, et rassettono insieme tucte le bandiere delle lor fanterie, et che sono uniti con decto Bartolomeo, et che gli hanno delli altri seguaci; ci è parso, anchora che per questo non ci sia cresciuto molta dubitatione, di darvi notitia di quanto per noi s'intende, non per altra cagione che per riscontrare con Vostra Magnificentia questi advisi, et di più intenderne l'opinione et el parere suo, et che iuditio ne facci; et se tali ristringimenti sono veri, ad che fine si faccino, et se altri che Vitelli et Alviano convengono con questi preparamenti, et qual fine sia el loro; perchè in su l'opinione di Vostra Magnificentia ci riposereno assai; la quale per essere più propinqua loro, et per molti altri respecti, ne harà potuto intendere el vero o coniecturarlo. Et ad questo effecto le mandiamo ad posta el presente nostro cavallaro, ad ciò habbi più occasione di responderci indreto.

Ulterius, ricercando questi tempi che si riveggha spesso le sua armi in viso, per satisfarsi nel riconoscerle, et per potersene servire, bisognando, desiderremo che quelli suoi huomini d'arme et cavalli leggieri che per loro commodità si ritruovono nel Perugino, ritornassino alle stanze loro, acciò che in sul dare questi nuovi danari o prima, li possiamo vedere in viso et rassegnarli. Nè altro, se non offerirci alla Signoria Vostra.

DOCUMENTO XXXII. (Pag. [478])

Lettera dei Dieci al Capitano di Livorno. 10 gennaio 1504 (1505).[944]

Al Capitano di Livorno. Die x ianuarii 1504. — La Excellentia del Gonfaloniere nostro ci ha mostro una tua lettura che tu li scrivi, dandogli notitia delle cose di costà, et della buona et diligente guardia che per te si fa in cotesto luogo, il che ci è suto sommamente grato, perchè in vero non habbiamo al presente chosa che noi desideriamo più che cotesta. Et di tale tua diligentia ci fa assai buona testimonianza, lo esservi stato ropto la carcere, et tractone el prigione sanza che da te o da altri per tuo ordine sia suto sentito, et dipoi sanza essere visto se ne sia per le mura fuggito, in modo che ogni poco meno di diligentia che per te si fussi usata, posseva costì nasciere caso di maggiore importanza e per adventura inremediabile; perchè chi può uscir fuora per le mura senza esser visto, può etiam sanza esser visto entrar drento; et così chi sanza esser sentito può rompere una prigione, può etiam fare delle altre cose più pernitiose, le quali non hanno per adventura bisogno di tanto aiuto, et con mancho strepito si possono condurre. Pertanto noi non restereno mai satisfacti della tua diligentia, infino non intendiamo che tu l'habbi in modo raddoppiata, che costì non si possa muovere una foglia che la non si veggha o non si senta; et perchè noi speriamo che ad questa hora tu harai ritrovato chi è suto autore della roptura della carcere et della fuggita del prigione, voliamo ce ne dia subito notitia, scrivendoci chi furno et di quale compagnia sono et da quali cagioni mossi. Et quando tu non li havessi anchora ritrovati, userai diligentia in cercarli per poterci satisfare in darcene notitia.

Tu accenni, oltre ad di questo, nella preallegata lettera al Gonfaloniere nostro, come haresti da dire altre cose, oltre ad quelle scrivi che ragguardano alla salute di cotesta terra, et sono d'importantia grande; ma non lo fai per esser cose da riferire ad bocha. Donde e' ci pare che in questo caso tu non usi minor prudentia che ti habbi usata diligentia in quel primo; et veramente le cose d'importanza si debbono tener segrete, ma non tanto che per ignoranza di quelle non vi si possa provedere. Et però era bene considerare che tu parlavi di Livorno, et che bisognia parlar chiaro, et le cose d'importanza dirle, maxime scrivendo alla Excellentia del Gonfaloniere in particulare, del quale ragionevolmente doverresti confidarti. Et però se tu hai da dire alcuna cosa, dilla et scrivila larghamente, acciò che vi si possa fare provisione, et che noi non restiamo in aria per li advisi tuoi.

DOCUMENTO XXXIII. (Pag. [486])

Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi Commissario in Maremma. — 6 giugno 1505.[945]

Ad Pierantonio Carnesechi. Die 6 iunii, in Maremma. — Le ultime tue de' 3 et 4 del presente, per essere più copiose di advisi delle cose di Piombino, ci hanno dato alquanto più piacere, et più ci hanno satisfacto che le altre tua; perchè quanto alli advisi, come hiarsera ti si scripse, desideriamo essere tenuti un po' meglio raggualiati; dell'altre cose ne siamo sempre restati cumulatissimamente satisfacti. Habbiamo notato inter alia, in queste tue lettere, come tu ricordi che sarebbe bene, per fare venire in maggiore desperatione e' subditi di quello Signore, et per fare riconosciere lui de' suoi errori, prohibire alli suoi subditi che non potessino venire nel dominio nostro, nè godere el benefitio et commodo traggono delle mulina, come fanno continuamente; et havendo bene discorso et examinata questa cosa, laudiamo assai questo tuo motivo, et lo metteremo ad effecto, quando non credessimo che questo havessi ad essere un principio di zuffa. Et però, pensato ad tucto, voliamo che si tenti una terza cosa; et pare con questo pigliare occasione d'appiccare ragionamento, et intendere et scoprire in parte lo animo di quel Signore, et questo è che tu li scriva una lettera con quella prudentia che tu saprai; et li mostri maravigliarti assai della prohibitione che Sua Signoria ha facta, che non entrino subditi nostri nella sua terra; et che tanto più te ne maravigli, quanto tu non sai indovinare la cagione; et li dirai non havere voluto scrivercene, se prima non intenderai la causa da lui, perchè e' fa tale prohibitione, desiderando che più presto, con rimutare quel suo edicto, noi non lo havessimo hauto ad sapere, che, sappiendolo, noi fossimo forzati ad prohibire anchora noi e' paesi nostri a' subditi suoi. Et lo graverai ad volerci scrivere se si tiene offeso, o si truova in alcuno sospecto d'alcuno nostro, promettendoli essere parato ad iustificarlo con quella facilità che il vero si iustifica; et in questa sententia li scriverai con quella prudentia che ad te occorrerà, et della risposta ci manderai copia.

Quanto alla paga di cotesti conestaboli, qua non si pensa ad altro che alla expeditione d'epsa, et subito si manderà. Noi scriviamo l'alligata ad messere Criacho, per la quale l'imponiamo si transferischa in Cascina, dove voliamo stia per capo di quella guardia, et con la provisione sua ordinaria, et con cento provigionati: nè se li dà più compagnia, per non essere necessario accrescere quivi più guardia. Conforteralo ad risolversi et presto, secondo el voto nostro, monstrandoli che chi vuole bene da questa città, bisogna si lasci regolare et governare ad lei; et non voglia che lei sia regolata da lui; et che questa via è da ire insino in cielo, dove noi siamo per condurlo et presto: quando altrimenti, che sarà male consigliato. Vale.

DOCUMENTO XXXIV. (Pag. [486])

Lettera dei Dieci al Governatore Ercole Bentivoglio. 28 giugno 1505.[946]

Ad messere Ercole Bentivoglio Governatore. Die 28 iunii 1505. — Quanto la S. V. discorre per questa sua de' 26, ci satisfa assai, parendoci che sia tucto bene considerato et ragionevole. Et perchè quella presuppone che questi fanti venuti ad Piombino sieno paghati da' Sanesi et da' Luchesi, et che vi sieno condocti con consentimento loro (e' quali giudichano più facilmente farci ritirare da la impresa di Pisa, et per conseguens tenerla più viva in questo modo, che se li havessin seguitato di pagare e' fanti et cavalli di Pisa, come feciono lo anno passato); et così questi fanti, secondo quello scrive la S. V., satisfanno al desiderio de' Luchesi et Sanesi, et a Consalvo assicurarsi che Pisa non ci verrà sotto, non voliamo manchare di farvi intendere quello che contro ad tale opinione s'intende. Riferisce alcuno che ha hauta qualche tempo la mente del Signore di Piombino, come sendo decto Signore, poichè li entrò in quello Stato, vixuto sempre con paura che noi o Pandolfo non ne lo priviamo, monstrò prima di confidarsi di Pandolfo più che di noi, presupponendo che lui havessi meno animo ad ingannarlo; et Pandolfo, che dubitava che noi non ce ne insignorissino, attese sempre ad crescerli e' sospecti in modo, che nè e' nostri buoni portamenti, nè la fede observata, nè e' benefitii li habbiamo facti, li hanno mai possuto trarre questa gelosia dal capo. Nè si è però tanto diffidato di noi che interamente si fidassi di Pandolfo, come di sopra si dice; onde vivendo in questa diffidenza, pensò ricorrere ad un terzo aiuto, et non lo trovando propinquo, si gittò ad intractenere Consalvo, con el quale dice costui essere chiaro che li ha contracto parentado, et che sarà presto per scoprirsi. Et di questa confidentia che el Signore ha hauto in Consalvo, ne allega, che tenne già praticha di assicurarsi per via del Papa, et come e' trovò luogho in Consalvo, lo lasciò. Dice questo tale havere sollecitato decto Signore[947] Consalvo al mandargli in casa questi fanti, per esserli cresciuto el sospecto di Pandolfo, rispecto allo havere alle spalle Bartolomeo d'Alviano, in campagna et sanza partito et sanza stato, del quale ha dubitato, che con consenso di Pandolfo, sotto colore di passare per ad Pisa, non se li gittassi in casa; et Consalvo ha mandati volentieri tali fanti, perchè li torna ad proposito haverli quivi, per tenerci indreto et sbigottirci da el fare la 'mpresa di Pisa; et che ad Consalvo non è importato molto el tenere questi fanti più ad Piombino che nel Regno, havendoli ad paghare in ogni modo; ma piuttosto ci guadagna per discaricarsene, faciendoli pasciere in sul paese d'altri.

Et così giudicha costui che, sendo venuti decti fanti sanza participatione de' Sanesi et Luchesi, che non sieno per havere altra coda, nè possino fare altra factione, nè che sia da temerli, se non per quanto possono per il numero sono. Nondimancho la conclusione vera è, che questi 800 fanti sono là in vicinanza nostra, et che bisogna pensare che possino havere coda et possino non la havere, et fare in ogni opinione quelle provisioni si può, delle quali non siamo per manchare. Et ad Volterra et ad Campiglia et ad Pescia si è ricordato quello habbiamo giudicato convenirsi per la salute di quelle terre, ad ciò si preparino che di furto non possino essere offesi. Alle forze si provedrà ogni volta s'intenda che maggiore bisogno lo richiegga; nè siamo per abbandonarci, nè dubitiamo etiam essere abbandonati. Et Vostra Signoria si transferirà personalmente in tucti quelli luoghi, dove ella crederrà fare qualche fructo per honore suo et securtà nostra. Valete.

DOCUMENTO XXXV. (Pag. [490])

Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi Commissario in Maremma. — 30 luglio 1505.[948]

Pier Antonio Carnesechi. 1505, die 30 iulii. — Noi habbiamo questo dì ricevute dua tua lettere di hieri, le quali ci hanno dato dispiacere, veduto quanto tu monstri di temere in su li advisi ci sono suti porti di Bartolomeo; et perchè tu intenda l'ordine nostro, quando infino ad qua non lo havessi inteso, sappi che in su questi movimenti di Bartolomeo, havendo noi considerato l'insulti ci poteva fare, et veduto ci posseva assaltare in Maremma et in Valdichiana, habbiamo sempre creduto che vengha più presto verso Valdichiana che in costà: le ragioni che ce lo facevono credere sono molte, le quali non adcade replicare. Et per questa cagione si era pensato fare testa grossa al Poggio, luogo comune ad potere soccorrere costà et le Chiane, dove fussi bisognio. Et quivi habbiamo vòlte tucte le fanterie che si sono facte, et tucta volta le spignamo ad quella volta, andando dietro ad el primo disegno nostro. Habbiamo questo dì hauto l'adviso tuo, per il quale scrivi Bartolomeo doveva essere infino hieri ad Scarlino; el quale adviso, quando fussi vero, harebbe chiarito la partita che venissi con le genti in costà et non nelle Chiane; et haremo facto spignere ad cotesta volta tucte le forze ordinate, se noi d'altronde non intendessino Bartolomeo a' 28 dì essere ad Istia[949] in sul fiume. Et perchè questo riscontro habbiamo di più d'un luogho, lo crediamo; et essendo anchora in lato da potersi anchora voltare in Valdichiana, non ci determiniamo ad voltare tucte le forze costà. Pure alcuni conestaboli, che hanno la compagnia loro qui in Firenze, l'inviereno ad cotesta volta, nè manchereno, al primo adviso certo dove e' sia, d'inviare gli altri; nè siano per manchare di aiuto nè ad te, nè ad cotesto paese.

Et perchè tu intenda meglio le qualità del nimico, sappi che el conte Lodovico di Pitigliano, che ha 60 huomini d'arme, non solum non viene seco, ma noi questa mattina l'habbiamo condocto, et è diventato soldato nostro. El signore Renzo de Ceri, che ha più di 80 huomini d'arme, non vuole seguirlo; molti huomini da bene, spicciolati, come el Mancino da Bologna et altri, l'hanno lasciato, tale che non li resta 150 huomini d'arme et 200 cavalli leggieri: fanterie non ha; Gian Paulo nè Sanesi non lo aiutono. Viene ad questo insulto contro la voglia di Consalvo; et di questo ne habbiamo mille riscontri, in modo che delle fanterie di Piombino non è per valersi, nè per havere riceptaculo in quella terra.

Onde, considerato ogni cosa, non è tanto terribile questa sua venuta che non si possa opporseli, et che con le forze ti truovi costì non lo possi tenere ad bada tanto che li altri soccorsi venghino, che verranno subito. Et quando havessi dove fussi al certo, ne scriverrai al Governatore, chiedendogli quelle forze che ti può subministrare. Pertanto di nuovo ti si fa fede che noi non siamo per abbandonare nè te nè cotesto paese, purchè tu non l'abbandoni te medesimo. Et comunicherai li advisi di questa lettera ad el signor Marcantonio, ad ciò veggha in quanti passi d'acqua si trova el nemico, et conosca quanto e' si abbia ad temere di lui, ad ciò che non ci nuoca più la reputatione sua che le forze. Polvere, passatoi, gavette et molte altre cose ti se ne mandò infino domenica buona somma.

Se Girola[mo] Pilli si truova in cotesto paese, fermera'lo costì, et per la prima ti scriverreno quello voliamo ne facci.

DOCUMENTO XXXVI. (Pag. [491])

Lettera dei Dieci al Commissario Antonio Giacomini. 16 agosto 1505.[950]

Antonio Giacomino, Commissario Generali. 16 augusti. — Per la tua Δ,[951] data hiarsera ad 6 hore, intendiamo come voi, per havere inteso per duplicate, Bartolomeo d'Alviano volere ire alla volta di Pisa, eri deliberati andarne questa mattina alle Caldanelle, per essere el passo dove lui è necessitato venirvi sotto, quando voglia ire ad Pisa per la Maremma. Intendiamo le genti dite che sono rimase ad Bartolomeo, et la opinione certa havete di metterlo ad mal cammino, quando vi vengha ad trovare. Noi habbiamo considerato et examinato bene questo scrivere vostro; et considerata la prudentia tua et della Signoria del Governatore, non ne habbiamo pelo che pensi e' vi possa incontrare per alcun conto alcuna cosa sinistra, perchè sappiamo harete pensato ad ogni cosa che potessi sforzarvi, et mettere in ruina coteste genti; et che harete considerato come, nonobstante che si dica che Gian Paulo sia ad Grosseto, e' potrebbe sanza la persona sua havere ingrossato Bartolomeo delle sue genti; et come nonobstante che el Signore di Piombino vi habbi testificato havere ad sospecto Bartolomeo, potrìa tamen essere che fussino confidenti, et che queste cose fussin facte per havervi più incauti. Crediamo che harete etiam pensato gli aiuti ch'e' Pisani possono dare ad Bartolomeo nel farsi avanti, et ad mille altre cose che noi non sapremo altrimenti discorrere.

Nondimancho, con tucta questa opinione, vi significhereno lo animo nostro, quale è che noi desideriamo assai, che Bartolomeo d'Alviano non passi per ad Pisa, per fuggire tutte quelle molestie che ci potrebbe fare, essendo congiunto co' Pisani. Ma noi desideriamo molto più, et senza comparatione, che si salvi cotesto exercito; perchè, passando lui ad Pisa, noi haremo mille rimedi, come potete per voi immaginare, mediante le nuove genti condocte, le quali fanno adcelerare forse Bartolomeo di darvi occasione d'appiccarvi, per non lo havere ad fare quando fussi tucti insieme, et mediante le pratiche che vanno adtorno, di che vi habbiamo dato piena informatione. Ma, perdendo coteste genti, non ci sarebbe remedio alcuno; et però desiderreno che si fuggissino tucte quelle zuffe, dove tucte coteste nostre forze s'havessino ad impegnare, et nelle quali bisognassi o vincere al tucto o essere ropti al tucto. Nè crediamo che voi la intendiate altrimenti, nè habbiate altro in disegno che questo, per le ragioni preallegate, per quelle che per altre vi habbiamo decte, et per quelle che voi medesimi conosciete et ad noi anchora havete scripte. Insomma noi ricordiamo di nuovo alle prudentie vostre la salute di coteste nostre genti, la quale voliamo si prepongha ad ogn'altra cosa. Noi non vi ricordereno che egli è bene pensare in ogni evento come rimane Volterra et Livorno; perchè, sendo certissimi che el fine habbi ad essere buono, governandovi con quella prudentia che noi ci persuadiamo, non scade pensarvi. Pure, quando ad voi paressi di havervi consideratione et provedervi in qualche modo, o voi lo farete costà, o voi ce ne adviserete; et così d'ogni altra cosa che ad voi occorra. Et noi di nuovo vi ricordiamo el salvare coteste genti.[952]

DOCUMENTO XXXVII.[953] (Pag. [492])

Lettera del Commissario Antonio Tebalducci Giacomini ai Dieci, scritta in Bibbiena il 17 agosto 1505. Narra la rotta data dall'esercito fiorentino all'Alviano in quello stesso giorno.

Magnifici Domini mei observandissimi, etc. — Hiersera a hore una, fu l'ultima mia da presso a Campiglia, donde questa mattina, per haver notitia che il signor Bartolomeo si levava, ci mettemo in ordine ancora noi. Et stando in aspectatione alla volta di Pisa, nel levare del sole, lo vedemo sulla campagnia, con le battaglie, appresso le Caldane; al quale passo non parve al signor Governatore et ad me assaltarlo, ma andarne per la via che va da Campiglia a San Vincenti, con ordine che dove lo trovavamo, incontrarlo. Et affine di haverlo maturo et disordinato, et che non ci schappassi innanzi, li mandamo per dirieto, per la via delle Caldane, messer Malatesta et Pavolo da Parrana, con commissione che andassino tucta volta assaltando; et per davanti, per la via facemo noi, tucto il resto de' cavalli leggieri, per fare quello medesimo effecto che quelli mandati per coda, quali arrivati a Santo Vincenti avanti loro, furono alle mani. Et ancora che pigliassino parecchi cavalli de' nimici, non poterono risistere, et se ne tornorono per la via nostra, quali ci trovorono a mezo miglio discosto a Santo Vincenti, con li fanti et gente d'arme.

Et ritracto da loro che e' nimici erono in buona parte passati, piacque al signor Governatore che temporeggiando ci conducemo appunto alla coda de' nimici, nelle ruine di Santo Vincenti, dove havevono fatto testa di loro gente d'arme et fanti. Et noi, visto tale ordine, con il colonnello del Zitolo et messer Victorio, uniti insieme, et con le squadre del signor M. Antonio et signor Iacopo investimo ne' nimici, i quali al primo assalto ne detton le spalle: dove furono feriti et amazati buona parte de' fanti, talmente che mai più se ne vide nissuno. Così fu preso qualche cavallo. Et non più avanti ci detton le spalle, che una arcata passato il fosso di Santo Vincenti, verso Bibbona; et fatto testa, li ributtorono li nostri fino al detto fosso, tanto gagliardemente del mondo (sic): al che si provide con il tirare avanti il colonnello del signore Piero et Conte di Sterpeto uniti, et le squadre di messer Hanibale Bentivogli et lance spezate. Et fatto grandissima punta li inimici di riguadagnare tal passo, maxime la persona del signor Bartolomeo, quale fu ferito nella faccia, con tutto il fiore delle sue genti non potè mai spuntarne: dove fu guasti assai cavalli et huomini. Infra il qual tempo giunsono i falconetti, quali per insino allora non s'erono possuti operare: in su che facemo gran fondamento, et vincere a ogni modo sanza nissuno pericolo, et sanza cacciaregli altrimenti con le genti, battendo con detti falconetti il ristringimento delle loro genti, che era circa cento huomini d'arme. Quale cominciatosi per le artiglierie ad aprire et desordinare, ci parve tempo investirgli con tutte le forze, et così con li cavalli leggieri per marina, le gente d'arme per la strada, et li fanti dal canto di sopra per il boscho, li mettemo per quella via che più volte s'è detto a Vostra Signoria di fare, talmente che da Santo Vicenti sino in Ciecina, mai s'è facto che pigliare.

Et in effecto, abreviando, ritraiamo solo essere schappato il signor Bartolomeo con circa XX cavalli corridori, tutti disarmati, quali crediamo che da Musachino et quelli di Rosignano non possino schappare; perchè non potendo li nostri seguitarli sin là charichi di preda et di prigioni (che infino a' fanciulli et pastori di Bibbona n'ànno presi), usaron li nostri cacciatori farlo intendere a Rosignano. Donde in questa hora habbiamo lettere da Giovanni, che Musachino calava loro adosso, non sapendo però fussi della fuga de' cacciati da noi, non havendo nuova della rotta, ma indicando solo cavalli di Pisa. Harannoli trovati strachi talmente, che tenemo per certo non ne sia schappato nissuno; et maxime che intendiamo andavano per marina, dove sono passi strectissimi. Piaccia a Nostro Signore Dio che li nostri li arrivino, affine che lo insolente sia exemplo alli altri presuntuosi.

Se le Signorie Vostre non saranno per questa raguagliate secondo il desiderio di quelle, mi haranno per iscuso; et fia con la prima, altra con dire particularmente e' nomi de' baroni presi et numero della bella gente trovata, quali di cavalli, arme et veste sono benissimo addobbati, con presentia di huomini da bene: di che hanno facto prova, non havendo perso per difetto loro, ma di chi insolentemente li conduceva.

Scordavami dire che, poi havemo rotto e' nimici alla Torre, non havendo comodità di scrivere, spacciai il Zerino cavallaro, che a boca facessi intendere quel tanto haveva visto, et la speranza che havamo dipoi sotto Castagneto, seguitando la caccia de' nimici. Dètti fatica a Luca Cavalcanti di venire fino costì, per ragguagliare Vostre Signorie, quali haranno agiustar fede, per essere stato in fatto. Et se ho tardato fino a mo' a scrivere, l'à causato lo attendere le genti qui, con tanti prigioni che sono più di noi.

Domane et non prima che noi ci saremo tucti, piglieremo qualche luogo dove si possa stare; et in questo mezo Vostre Signorie diranno quel tanto voglion si facci, quali sono sapientissime, et noi siamo figliuoli di obbedientia. Que feliciter valeant. Ex felicibus castris iusta Bibbonam, die xvij augusti 1505, hora xxiiij.[954]

Antonius de Tebalducis
Generalis Commissarius

Magnificis dominis Decem Viris

Libertatis et Balie Reypublice

Florentine.... observandissimis.

DOCUMENTO XXXVIII. (Pag. [472] e [498])

Lettere di B. Buonaccorsi al Machiavelli in legazione presso Giulio II.[955]

1[956]

Niccolò honorando. Io ho ricevuto la vostra de' 30, et mandato le chiavi alla Marietta, con farli intendere quanto m'ordinasti. Il simile farò domani de' danari della Δ,[957] benchè non vegga modo ad mandarveli securi. Et però vorrei ve ne valesti costì o da Monsignore reverendissimo o da qualcuno altro, et me li traessi qui, dove subito li pagherei. Expecteronne una risposta: dipoi ne farò quanto m'imporrete.

Le cose de' fanti vanno per quello ordine desiderate; et così feci pagare quelli 4 conestabili mi lasciasti in nota. Et se nulla mi mancava, questo rifiorisce, che voi non fusti partito di dua dì, che io ero per Palazo con tre drieto; et questa mattina n'ho rimandato il Tedesco, che volse ire in quello di Pisa ad vedere il paese. State di questo con lo animo posato, perchè sendo rinfrescati qui quelli medesimi advisi della passata dello Imperatore che scrivete voi, tra li primi ragionamenti in su tale accidente fu che le ordinanze si tenessino di presso, come cosa più salutifera et più importante per ogni respecto. Nè vo' mancare di dirvi che, havendo facto mettere dreto allo officio Bastiano da Castiglione, capo di quelli del Valdarno di sotto, per lo effecto sapete, et essendo domandato come haveva li homini ad ordine, rispose: — Io ve ne darò in 4 hore 700, et tutti homini da ogni factione. — In sulle quali parole si maravigliarono gustam[ent]e[958] come cosa di grande momento; et così fu expedito di ciò che desiderava. Hovvi volsuto [dire] queste poche parole di questa materia, ad vostra satisfactione, stimando vi habbi[no ad] essere grate. Le altre cose tutte vanno per l'ordine loro.

Se io dicessi non vi havere invidia, non vi confesserei la verità; et per la fede mia, non per altro, se non per la continua conversatione harete col nostro reverendissimo Monsignore, la quale sono certo vi riuscirà tra le mani d'una gran lunga meglio non ve la haveva dipinta. Raccomandatemeli, ve ne prego, quando vi viene bene. Con le altre Dio vi dia migliore fortuna non dètte a noi, che credo le faccende vi adiuteranno assai, quale fanno destare li homini et mutare di natura.

Io non so che altro mi vi scrivere. Messer Iustiniano vi si raccomanda, et io fo il simile. Adio.

Florentie, die prima augusti 1506.

Vester Bla.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino

apud Summum Pontificem, Secretario,

[su]o plurimum honorando, etc.

Alla Corte.

2[959]

Niccolò honorando. Io vi ho scripto ad questi dì più volte et dectovi della ricevuta delle chiavi, et come s'eron mandate ad madonna Marietta, et dell'origine ad punto del tumulto di Casentino, et ciò che altro s'intendeva di nuovo, et di più quello che si pensassi. Et perchè io stimo pure che ad quest'hora le avete ricevute, non le replicherò altrimenti; perchè, quando bene volessi, non potrei, che non mi ricordo di quello feci due hore fa. Inoltre harete, per mano di Michelagnolo scultore, ricevuto li denari della Δ, di che expecto intenderne qualcosa, per la prima vostra. Hieri dipoi mi furono presentate l'ultime de' dua et de' 3, alle quali non mi accade che dire, perchè non ho udito brontolare persona, nè reprehendervi in cosa alcuna. Delle altre cose sapete ne sono del medesimo animo di voi, havendovi, alla tornata mia di cotesta Corte, assai bene expresso el modo del vivere, et le qualità et condictioni di ciascuno. A Alexandro farò l'ambasciata, et con quelli altri non harò a durare molta fatica, perchè non ce ne conosco troppi. Così voi farete per me l'officio d'amico col Monsignor reverendissimo di Volterra.

Hoggi è stato al magistrato de' Dieci uno Iacopo Doffi nostro cittadino, homo sensato et di bonissimo cervello, quale 3 dì sono tornò di Alamagna; et delle cose dello Imperatore referisce quanto vi dirò appresso. Et prima, haverlo lasciato qualche 5 giornate di qua da Anspruc, verso el Friuoli pure, dove attendeva ad fare buona cera, et alle caccie: et le gente sue essere tutte alle stanze, quali (quando le havea insieme) non erano, tra homini ad piè et cavallo, 4 mila: et quivi ragionarsi poco del passare, anchora che habbi comandato tutte quelle città che li hanno ad dare aiuti, che stieno ad ordine con epsi: et in effecto esservi poca preparatione al passare, et maxime di danari, che dice non ha un soldo. In Anspruch era il Consiglio suo et buono numero d'artiglierie, ma movimento alcuno non vi si vedeva. Et che del passare suo non ha udito, se non poichè fu in su quel de' Vinitiani, quali ne parlarono assai, et mandavono anchora qualche forza verso quelli confini, ma poche: et lui havea trovati quando 50 et quando 100 fanti: altre provisioni no. A Venetia era 3 sua ambasciatori, quali non havevono, tra tutti tre, 12 cavalli; et la expositione loro non si ritraheva. In modo che, udito costui, persona sensata, io credo certo che queste nuove della passata sua non sieno da' Vinitiani tracte fuora ad altro fine che quello scrivete voi.

Altro non ho da dirvi stasera, se non che di hora in hora si expecta el Catholico a Piombino; et qui non s'è anchora facto ambasciatori in alcun luogo....

Florentie, 6 7bris 1506.

Frater Bl.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino

apud Summum Ponti[ficem], maiori

honorando. Alla Corte, in casa Monsignore

reverendissimo di Volterra.

3[960]

Carissimo Niccolò.... Le nuove dello Imperatore ogni dì rinfrescano qui, et l'ultime che ci furono per quello Iacopo Doffi venuto di là, per l'ultima mia vi scripsi particularmente, quale portò el canonico de' Serristori, con molte altre et pubbliche et private. Rinvenitele. Tamen, perchè la cosa importa quanto sapete, et lo haversi a fondare in su advisi incerti e confusi è periculoso, vi si manda[961] Bernardo de' Ricci con salario di dua fiorini larghi di grossi el dì; et alla mano ha havuto 150 ducati. Doverranne fare meglio di voi; «et chi lo ha messo innanzi, ha facto per riuscitarlo, et darvi uno contrappeso: è homo che si sappia accomodare meglio di voi.»[962] Dio li dia buona fortuna, et li altri non dimentichi, se li piace, che ce n'è bisogno, anzi necessità. La commissione sua è rappresentarsi a quello Principe, et in nome di questa Signoria offerirli come buon figliuoli tutti li loro favori, etc., con parole larghe et generali. Ma il fine della mandata è per havere certa notitia di questa passata, per potersi meglio deliberare a quello che si havessi ad fare, etc. Hoggi si faranno ambasciatori per ad Napoli, per honorare el Catholico; et se tocherà Piombino, vi si manderà messere Giovanvictorio, Alamanno, el Gualterotto et Niccolò del Nero, per riceverlo et honorarlo anchora in quello luogo. Sono homini di assai qualità et che lo sapranno fare; et quella Maestà doverrà restarne satisfacta.

Delle ordinanze non vi ho da dire altro, se non che Bastiano da Castiglione, che sta a San Miniato, 8 dì sono fece il battaglione generale; dove si trovò el Signore di Piombino che tornava da' bagni, ad instantia di chi fu facto, et molti altri di quelli di Cascina. Satisfece assai, secondo mi scrive Bastiano. Ma questa voce di darsi danari a Bologna et in Romagna, ha facto che qualcuno di quelli del vicariato di Firenzuola vi sono andati. Èvisi riparato in modo non si doverrà partire da casa persona.

La vostra brigata sta bene: così stéssi la mia, che io a ogni modo ho ad girare, in modo sono traficto! Et advisate se havesti da Michelagnolo quelli danari. Ringratiovi dell'oferta facesti, che anchorachè io sia in extrema necessità, so che a voi costà non avanza, et haresti bisogno di molti più. Non altro.

Florentie, die viiij 7bris 1506.

Frater B.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino

apud Summum Pontificem,

[tan]quam fratri honorando.[963]

4[964]

Niccolò honorando. Io ho paura di non diventare con li amici un poco transcurato come voi. Dicovi questo, perchè mi pare un anno che io non vi scripsi, et solo è accaduto per infingardaggine, ad chiamarla per il nome suo. Dua dì fa riceve' la vostra, credo de' 26, con la alligata a Francesco, quale si mandò fidatamente. Et io, per respondervi al quesito, credo possiate domandare danari al publico securamente, perchè «de li ambasciadori facti non verrà nessuno, nè vi si pensa più per hora.» Et però credo la cosa sia per durare anchora qualche dì, non si mutando vento: et voi non lo dovete havere per male, perchè le faccende non vi assassinano. Dicovi bene questo, che le due vostre de' 25 et 26 giunsono ad tempo, perchè «digià Iacopo Ciachi diceva: si [v]ole farlo tornare, poichè non vi fa niente: con alttre parole de le sua, quali furono ribattute da Bernardo Nasi vostro amico.» Sì che scrivete più spesso, se vi pare. Al Soderino lessi quanto mi scrivete. Credo vi riscriverrà di nuovo, et voi farete quanto vi parrà.

Ad Napoli andranno li dua ambasciatori, cioè messer Francesco Gualterotti et Iacopo Salviati: et sarà bella legatione, et per la qualità delle persone, et per la compagnia de' giovani si dice andranno con loro: che tutto sarà ad proposito, perchè questo Catholico Re, che dua dì fa era a Savona, viene con tanta pompa di abriglamenti et di ogni altra cosa, che chi vi andrà bene ad ordine, li bisognerà ad volervi comparire. Consalvo a' dì 27 fu a Livorno, che andava incontro al suo Re, et dal Commissario nostro di decto luogo fu visitato et presentato, in modo se n'andò satisfactissimo, con dire che Italia riceverà molti beni per la venuta del suo Re, et che Firenze ne harà la parte sua; excusandosi delle cose di Pisa con dire che quelli tempi ricercavono così, ma che per l'advenire farà in modo che la Città conoscerà che ne fa capitale. Fu a Piombino, dove erano ambasciatori pisani; et non obstante lo pregassino ad ire in Pisa, absolute lo recusò. Le cose di Genova al continuo sono peggiorate per li gentili homini, quali tutti sono fuora; et di già hanno tolto tutte le terre teneva messer Gianluigi nella Riviera di Levante, o buona parte di esse. «Et il Re tiene da chi vince, a lo usato suo.» Questa mattina, per advisi privati da Lione, de' 23 dì, s'intendeva esservi stato lo homo di Ays che veniva di Corte, con commissione del Re ad Ciamonte, che déssi a Nostro Signore, per la impresa di Bologna, quelle tante lance vorrà. Così andrà l'impresa avanti a ogni modo, po' che costì si va di buone gambe. Qui non è altro di nuovo; et io non so che mi vi dire di più, se non che la brigata vostra sta bene, et li danari della Δ sono in quel medesimo legato, chè non seppi la venuta di Giuliano Lapi. Credo domani adoperarne uno ducato, che ne lo riporrò fra pochi dì, che ne ho preso sicurtà in sulle parole vostre. Nec plura.

Florentie, die xxx 7bris, hora 4 noctis 1506.

Quem nosti B.

Respondete della ricevuta almeno.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino

[apud] Pontificem, suo maxime

honorando.

Alla Corte.

5[965]

Niccolò honorando. Io non ho dato a Piero del Nero quelli danari, et la causa fu, perchè io sono sì bene agio, che non pote' valermi d'uno fiorino per rimectervi quello ne haveo cavato. Et poichè non volete gnene dia, non lo farò; anzi per il primo cavallaro che verrà ad Castracharo, li manderò al Ruffino, con ordine ne segua l'ordine vostro. Nè di questo accade parlarne più.

Questi Signori Dieci, in sulla domanda vostra di qualche danaio, dixono: — Elli è ben ragione, noi lo faremo ad ogni modo. — Et stamani mi dixe el Gonfaloniere, che voi gnene scrivevi per quella li decti; et che hoggi li parlassi, et così farò. Et credo, senza manco per il primo, mandarvi qualche provisione. Et statene sopra di me, che il chiedere non mancherà.

A Giovambatista Soderini leggerò quel capitulo, come feci l'altro; ma voi vi volete scusare sempre, o con la trascuraggine o con le faccende; et questo non basta alli amici, perchè vogliono essere riconosciuti per tali; et io sono in modo fracido ad fare scuse per voi, che se vo' fussi mie padre, harei più d'una volta decto: — Vadi ad recere. — Scrivete una volta se voi desti la lettera d'Alexandro a San Giorgio, o se mai lo rivedesti poi dal primo adviso me ne desti. Se voi sapessi quanto v'è amico, ne terresti altro conto. Ma voi siate un carellone, et chi vi vuole vi trassini col bastone.

Io non voglio mancare di dirvi, benchè lo potessi differire alla tornata, che, per chi vi fu presente et più d'uno, che «Alamanno[966] sendo a Bibona, ad tavola con Ridolfo, dove v'erano anchora molti giovani, parlando di voi, dixe: — Io non commissi mai nulla a cotesto ribaldo, poi che io sono de' Dieci, — »[967] seguitando el parlare in questa sententia o meglio. Notate questo, se voi non fussi bene «chiaro de lo animo suo ad facto.» Et ingegnatevi di esserci avanti le raferme.[968] Potre' vi scrivere molte altre cose, sed coram copiosius.

Questa mattina ci sono suti advisi in questi Uguccioni, della morte dell'Arciduca, in 4 dì, di riscaldato et rafreddato: cosa veramente di grandissimo momento, perchè si tiene per certo, et ad quest'hora ne è l'adviso costì. Non si stima però che habbi tale nuova ad fare ritornare indrieto el Re d'Aragona, che per li ultimi advisi s'aspettava a Genova, perchè quelli baroni di Castiglia hanno el suo figliolino nelle mani, et vorranno governarlo ad loro modo, come feciono Fiaminghi del padre; nè anche si fiderebbono di lui, per essersi una volta inimicati, etc. Et però, vedendo Sua Maestà la cosa incerta, et sendo horamai vicino ad Napoli, che è suo certo, et da non lo stimare manco che la Castiglia, si fa iudicio verrà avanti: che Dio lo voglia per il bene d'Italia. Se pure tornassi indrieto, ci sarà pure questo bene, che li ha seco Consalvo, et non lo doverrà ragionevolmente volere più nel Regnio. È iudicata questa cosa molto ad proposito del Christianissimo, et il contrario de' Vinitiani, che non potranno più usare la maschera dello Imperatore, nè lui passare in Italia, et li dua Re sopradecti, sanza respecto, procedere all'acquisto di quello tengono di loro. Perchè mancando questo sospetto al Christianissimo della passata del Re de' Romani, mancheranno quelli respecti che lo facevano tanto intractenerli; et il Papa anchora doverà più liberamente et più animosamente cercare il suo. Sono cose che bisogna, ad non volere ingannarsi, rimectersene al successo.

Per lettere di Francia de' 25, s'intende il medesimo che scrivete voi, della larga et honorevole concessione facta al Papa delle gente; et di più una caldeza oltr'ad misura del legato in favore di Sua Santità. Ma la condotta di Giampaulo è dispiaciutali fino alla anima. Perchè, nel parlare, Sua Signoria dixe: — El Papa ci dovea adiutare castigare quello mecciante, che ci fece, etc. Ma avanti che 'l giuoco resti, noi ci varreno ad ogni modo: indugi quanto può, che non la camperà. — Dànno al Papa 550 lance, et di più messer Mercurio greco, con cento cavalli leggieri, 8 cannoni grossi et più altri pezi d'artiglierie, et Ciaimonte per capo. Et hanno ordinato che il conte Lodovico della Mirandola sia tracto di Stato, et messovi el conte Giovanfrancesco.

El Re d'Inghilterra non ha volsuto publicare el mariaggio di madama Margherita, perchè pare che il Duca di Savoia perissi di mal franzese, et che lei ne patissi: et in su questo sospecto sta sospeso. Di che Franzesi hanno pensato valersi, con tenere pratica di darli la damisella d'Angolème, «non per concludere, ma per tenerlo sospeso», et farlo ire ratenuto nello adiutare l'Arciduca contro ad Ghelleri.[969]

El Christianissimo è partito da Bles, et viene verso Borges; et non passando l'Imperatore, si tornerà indrieto con animo resoluto venire ad primavera in Italia. Quivi non era anchora adviso della morte dell'Arciduca. Et di più hanno ordinato di guadagnarsi el Duca di Savoia per più respecti. Le vostre lettere mandai ad bottega di Piero del Nero. Adio.

Florentie, die 6 octobris 1506.

Quem nosti B.

Non rispondete dello adviso vi do di quello ragionamento «facto a Bibona.»

Nicolao Maclavello, Secretario

florentino apud Pontificem...

suo observ.

Alla Corte.

DOCUMENTO XXXIX.[970] (Pag. [506-507])

Relazione del Machiavelli sulla istituzione della nuova Milizia.

Voi mi havete richiesto che io vi scriva el fondamento di questa Ordinanza, e dove la si truovi: farollo; et ad maggiore vostra cognitione, mi farò un poco da alto, et voi harete patienza ad leggierla.

Io lascierò stare indreto el disputare se li era bene o no ordinare lo Stato vostro alle armi; perchè ognuno sa che chi dice Imperio, Regno, Principato, Repubblica; chi dice huomini che comandono, cominciandosi dal primo grado et descendendo infino al padrone d'uno brigantino, dice iustitia et armi. Voi della iustitia ne havete non molta, et dell'armi non punto; et el modo ad rihavere l'uno et l'altro è solo ordinarsi all'armi per deliberatione publica, et con buono ordine, et mantenerlo. Nè v'ingannino cento cotanti anni che voi sete vissuti altrimenti et mantenutivi; perchè se voi considerrete bene questi tempi et quelli, vedrete essere impossibile potere preservare la vostra libertà in quel medesimo modo. Ma perchè questa è materia chiara, et quando pure la si havessi addisputare, bisognerebbe entrare per altra via, la lascierò stare indreto. Et presupponendo che la sententia sia data, et che sia bene armarsi, volendo ordinare lo Stato di Firenze alle armi, era necessario examinare come questa militia si avessi ad introdurre. Et considerando lo Stato vostro, si truova diviso in Città, contado et distrecto; sì che bisognava cominciare questa militia in uno di questi luoghi, o in dua, o in tutti ad tre ad un tracto. Et perchè le cose grandi hanno bisogno d'essere menate adagio, non si poteva in nessuno modo, nè in dua, nè in tucti ad tre e' sopraddecti luoghi, sanza confusione et sanza pericolo, introdurla: bisognava pertanto eleggierne uno. Nè piacque di tòrre la Città, perchè chi considera uno exercito, ad dividerlo grossamente, lo truova composto di huomini che comandano et che ubbidiscono, et di huomini che militano ad piè et che militano ad cavallo; et havendo ad introdurre forma di exercito in una provincia inconsueta all'armi, bisognava, come tutte l'altre discipline, cominciarsi da la parte più facile; et sanza dubbio egli è più facile introdurre militia ad piè che ad cavallo, et è più facile imparare ad ubbidire che ad comandare. Et perchè la vostra Città et voi havete ad essere quelli che militiate ad cavallo et comandiate, non si poteva cominciare da voi, per essere questa parte più difficile; ma bisognava cominciare da chi ha ad ubbidire et militare ad piè, et questo è el contado vostro. Nè parse pigliare el distrecto, anchora che in quello si possa introdurre militia ad piè, perchè non sarebbe suto securo partito per la Città vostra, maxime in quelli luoghi del distrecto dove sieno nidi grossi, dove una provincia possa far testa; perchè li humori di Toschana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di sè, non vorrebbe più padrone, trovandosi maxime lui armato, et il padrone disarmato: et però questo distrecto bisogna, o non l'ordinare mai all'armi, o indugiarsi ad hora che l'armi del contado vostro habbino preso piè, et sieno stimate. Quelli luoghi distrectuali che sono da non li armare, sono dove sono nidi grossi, come Arezo, Borgo ad San Sipolcro, Cortona, Volterra, Pistoia, Colle, Sangimigniano: li altri dove sono più castella simili, come la Romagna, Lunigiana, etc., non importono molto, perchè non riconoscono altro padrone che Firenze, nè hanno particulare superiore, come interviene nel contado vostro; perchè el Casentino, Valdarno di sotto et di sopra, Mugiello, etc., ancora che sieno pieni di uomini, tamen non hanno dove fare testa, se non ad Firenze; nè più castella possono convenire ad fare una impresa. Et però si è cominciata questa Ordinanza nel contado, dove, volendola ordinare, bisognava darle ordine et modo, cioè segni sotto chi e' militassino, armi con che si havessino ad armare; terminare chi havessi ad militare sotto ciascuno segno, et dare loro capi che li exercitassino.

Quanto alle armi, quelle che sono date loro sono note. Quanto a' segni, è parso che le siano bandiere tucte con un segno medesimo del Lione, ad ciò che tucti li huomini vostri sieno affectionati di una medesima cosa, et non habbino altro per obiecto che 'l segno publico, et per questo ne diventino partigiani: sonsi distinti e' capi ad ciò che ciascuno riconosca la sua: sonsi numerate, perchè la Città ne possa tener conto, et comandarle più facilmente. Era necessario dare ad queste bandiere termine di paese; et ad questo bisognava, o terminare el paese vostro di nuovo, o pigliare de' termini suoi antiqui; et perchè e' si truova diviso in Capitaneati, Vicariati, Potesterie, Comuni et Populi, parve, volendo andare con uno di questi ordini, da terminare queste bandiere con le Potesterie, sendo li altri termini o troppi larghi, o troppi strecti. Et però si è dato ad ogni Potesteria una bandiera; et ad dua, tre, 4, et cinque bandiere si è dato uno conestabole che li struischa, secondo la commodità del ragunarli, et secondo la moltitudine delli uomini descripti sotto tali bandiere; tanto che trenta bandiere che voi havete, sono in governo d'undici connestaboli; et li luoghi dove le sono messe, sono Mugiello, Firenzuola, Casentino, Valdarno di sopra et di sotto, Pescia et Lunigiana. Pareva bene, anchora non si sia facto, scrivere sotto ogni bandiera, cioè in ogni Potesteria, più huomini si poteva, perchè, come dixe messer Hercole in uno suo scripto, questo ordine vi ha ad servire sempre in reputatione, et qualche volta in fatto; nè può servirvi in reputatione poco numero di huomini; nè etiam, in facto, del poco numero di huomini, quando pure bisognassi, si può trarre lo assai, ma sì bene dello assai el poco. Nè impedisce cosa alcuna el tenere ordinati ne' paesi assai huomini, non li obbligando ad fare più che 12 o 16 monstre lo anno, et dando loro libera licentia d'andare dove vogliono ad fare e' facti loro. Et però el tenerne ordinati assai è più prudentia, con animo di non havere poi adoperare, nè levare da casa chi ha honesta cagione di starvi, o chi si conoscessi inutile. Et così alla reputatione ti giova el numero grande, al facto el numero minore e buono; perchè sempre si potrà farne nuova scielta et meglio, havendogli visti più volte in viso, che non li havendo visti.

Voi dunque vi trovate scripti ne' sopra scripti luoghi, et sotto 30 bandiere et undici connestaboli, più che cinquemila huomini; havetene facto mostra in Firenze di 1200;[971] et sono procedute le cose, sendo nuove, assai ordinatamente; ma le non possono stare più così, perchè e' bisogna, o che la 'mpresa ruini, o che la facci disordine; perchè, sanza dare loro capo et guida, non si può reggiere contro alli inimici che la ha. El capo che bisogna dare loro, è fare una leggie che ne dispongha, et uno Magistrato che l'observi; et in questa leggie bisogna provvedere ad questo, che li scripti stieno bene ordinati, che non possino nuocere, et che si remunerino. Ad tenerli ordinati, bisogna che questo magistrato habbi autorità di punirli, et facultà da farlo, et che la leggie lo necessiti ad fare tucto quello che è in substantia della cosa, et che, stralasciandola, le facessi danno; et però bisogna costringerlo ad tenerne armati un numero, almeno ad tenere le bandiere et e' connestaboli, ad provvedere all'armi, ad far fare loro le mostre et vicitarli, ad rivederne ogni anno cento, et cancellare in certi dì et in certo tempo, et rimetterli, ad mescolarvi qualche cosa di religione per farli più ubbidienti. Quanto ad ordinare che non possino nuocere, si ha ad considerare che possono nuocere in dua modi: o fra loro, o contro alla Città. Se fra loro, possono ferirsi l'uno l'altro particularmente, o fare ragunate per fare male, come soglono. Nel primo caso si vuole duplicare loro la pena, et maxime quelli che ferissino in su le mostre; ma ferendo altrove, si potrebbe observare le leggie vechie. Quando e' facessino ragunate in comuni, bisognerebbe fare ogni viva et grande demostrazione contro ad chi ne fussi capo, et uno exemplo basta uno pezo nella memoria delli huomini. Contro alla Città costoro possono fare male in questi modi: o con ribellarsi et adherirsi con uno forestiero, o essere male adoperati da uno magistrato o da una persona privata. Quanto ad lo adherirsi ad uno forestiero, li huomini ordinati nelli luoghi sopraddecti non lo possono fare, et non se ne debbe dubitare. Quanto allo essere male operati da uno magistrato, è necessario ordinare le cose in modo che conoschino più superiori. Et considerando in che articulo loro hanno ad riconoscere el superiore, mi pare che li habbino ad riconoscere chi li tenga ad casa ordinati, chi li comandi nella guerra, et chi li remuneri. Et perchè e' sarebbe periculoso che riconoscessino tucte queste autorità in uno solo superiore, sarebbe bene che questo Magistrato nuovo li tenessi ordinati ad casa; e' Dieci dipoi li comandassino nella guerra; et e' Signori, Collegi, Dieci et nuovo Magistrato li premiassi e remunerassi: et così verrebbono sempre ad havere in confuso el loro superiore, et riconoscere un pubblico et non un privato. Et perchè una moltitudine sanza capo non fecie mai male, o, se pure lo fa, è facile ad reprimerla, bisogna havere advertenza alli capi ad chi si dànno le bandiere in governo continuamente, che non piglino più autorità con loro si conviene; la quale possono pigliare in più modi, o per stare continuamente al governo di quelle, o per havere con loro interesse. Et però bisogna provedere, che nessuno natìo delli luoghi dove è una bandiera, o che vi habbi casa o possessione, la possa governare; ma si tolga gente di Casentino per il Mugiello, et per Casentino gente del Mugiello. Et perchè l'autorità con el tempo si piglia, è bene fare ogni anno le permute de' connestaboli, et dare loro nuovi governi, et dare loro divieto qualche anno da quelli governi primi; et quando tutte queste cose sieno bene ordinate et meglio observate, non è da dubitare. Quanto al premiarli, non è necessario ora pensarci; ma basterebbe solo darne autorità, come di sopra si dice, et dipoi venire a' premi di mano in mano, secondo e' meriti loro.

Questo ordine bene ordinato nel contado, de necessità conviene che entri ad poco ad poco nella Città, et sarà facilissima cosa ad introdurlo. Et vi advedrete anchora a' vostri dì, che differentia è havere de' vostri cittadini soldati per electione et non per corruptione, come havete al presente; perchè se alcuno non ha voluto ubbidire al padre, allevatosi su per li bordelli, diverrà soldato; ma uscendo dalle squole honeste et dalle buone educationi, potranno honorare sè et la patria loro; et il tucto sta nel cominciare addare reputatione ad questo exercito, il che conviene si faccia di necessità, fermando bene questi ordini nel contado, et che sono cominciati.[972]

[ INDICE DEL PRIMO VOLUME]

Dedica [Pag. vii]
Avvertenza [ix]
Avvertenza premessa alla seconda edizione [xi]
Prefazione alla prima edizione [xiii]
INTRODUZIONE
I. Il Rinascimento [1]
II. I principali Stati italiani [27]
1. Milano [ivi]
2. Firenze [37]
3. Venezia [48]
4. Roma [59]
5. Napoli [73]
III. Letteratura [82]
1. Il Petrarca e l'Erudizione [ivi]
2. Gli eruditi in Firenze [94]
3. Gli eruditi in Roma [123]
4. Milano e Francesco Filelfo [148]
5. Gli eruditi a Napoli [153]
6. I minori Stati italiani [156]
7. L'Accademia Platonica [165]
8. Risorgimento della letteratura italiana [183]
IV. Condizioni politiche dell'Italia alla fine del secolo XV [229]
1. Elezione di papa Alessandro VI [ivi]
2. Venuta di Carlo VIII in Italia [239]
3. I Borgia [258]
4. Il Savonarola e la Repubblica fiorentina [276]
[LIBRO PRIMO]
Dalla nascita di Niccolò Machiavelli alla sua destituzione dall'ufficio di segretario dei Dieci
(1469-1512)
Cap. Pag.
I Nascita e primi studî di Niccolò Machiavelli. — Viene eletto segretario dei Dieci (1469-1498) [293]
II Niccolò Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di segretario dei Dieci. — Sua legazione a Forlì. — Condanna a morte di Paolo Vitelli. — Discorso sopra le cose di Pisa (1498-1499) [313]
III Luigi XII in Italia. — Disfatta e prigionia del Moro. — Niccolò Machiavelli al campo di Pisa. — Prima legazione in Francia (1499-1500) [335]
IV Tumulti in Pistoia, dove è inviato il Machiavelli. — Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini. — Nuovo esercito francese in Italia. — Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli colà. — Continua la guerra di Pisa. — Ribellione d'Arezzo e della Val di Chiana. — Il Machiavelli e il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino. — I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo. — Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati. — Creazione del Gonfaloniere a vita (1501-1502) [356]
V Legazione al duca Valentino in Romagna. — Ciò che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma. — Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna (1502-1503) [379]
VI Necessità di nuove imposte. — Discorso sulla provvisione del danaro. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa. — Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II (1503) [424]
VII I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. — Legazione a Roma. — Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. — Seconda legazione in Francia. — Si ripiglia la guerra di Pisa. — Vani tentativi per deviare l'Arno. — Decennale Primo. — Uno scritto perduto (1503-1504) [448]
VIII Tristi condizioni dell'Umbria. — Legazione a Perugia. — Nuova Legazione a Siena. — Rotta dell'Alviano. — I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti. — Legazione presso Giulio II. — Istituzione della milizia fiorentina (1505-1507) [478]
[APPENDICE DI DOCUMENTI]
Doc.
I Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, nella quale si discorre della prossima venuta dei Francesi in Italia, e di ciò che a questo proposito diceva Lodovico il Moro. — 30 e 31 marzo 1494 [519]
II Lettera di Alessandro Bracci, ambasciatore fiorentino in Roma, ai Dieci, relativa all'uccisione del Duca di Gandia. — 17 giugno 1497 [525]
III Traduzione assai libera, fatta dal Machiavelli, d'un brano dell'Historia persecutionis vandalicae di Vittore Vitense [527]
IV Lettera che non ha firma, nè indirizzo, nè data; trascritta dal Machiavelli, ma non sua; accenna ad affari di famiglia [531]
V Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N. Machiavelli conosceva la lingua greca [533]
VI Lettere di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Forlì. — Luglio 1499 [536]
VII Lettera dei Dieci di Balìa a Paolo Vitelli, per esortarlo all'espugnazione di Pisa. — 15 agosto 1499 [542]
VIII Lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso il capitano Paolo Vitelli. — 20 agosto 1499 [543]
IX Altra lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso Paolo Vitelli. — 25 agosto 1499 [546]
X Lettera di Paolo Vitelli a Messer Cerbone. — 28 settembre 1499 [547]
XI Lettere approvate nel Consiglio dei Dieci sulle pratiche dei Veneziani, per rimettere Piero de' Medici in Firenze, coll'aiuto di Paolo Vitelli [548]
XII Lettera, senza firma e senza indirizzo, che discorre della cattura di P. Vitelli [551]
XIII Lettera di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Francia. — 23 agosto 1500 [555]
XIIIbis Due lettere di Agostino Vespucci di Terranova, scritte da Roma nel luglio e agosto 1501, al Machiavelli. Ragguagliano di fatti seguìti in Roma [557]
*XIV Lettera dei Dieci al Vicario di Scarperia. — 7 maggio 1502[973] [563]
*XV Lettera dei Dieci al Commissario Giacomini Tebalducci. — 1º luglio 1502 [564]
*XVI Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 12 luglio 1502 [566]
*XVII Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 24 luglio 1502 [567]
*XVIII Lettera dei Dieci al Soderini, cui si partecipa la sua nomina a Gonfaloniere a vita. — 23 settembre 1502 [569]
XIX Lettere di amici al Machiavelli, durante la sua legazione al Valentino [570]
1. Lettera di Niccolò Valori. — 11 ottobre 1502 [ivi]
2. Lettera di Agostino Vespucci da Terranova. — 14 ottobre 1502 [571]
3. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 18 ottobre 1502 [573]
4. Lettera dello stesso. — 21 ottobre 1502 [575]
5. Lettera di Niccolò Valori. — 21 ottobre 1502 [578]
6. Lettera dello stesso. — 23 ottobre 1502 [579]
7. Lettera di Iacopo Salviati. — 27 ottobre 1502 [580]
8. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 28 ottobre 1502 [581]
9. Lettera dello stesso. — 3 novembre 1502 [583]
10. Lettera dello stesso. — 5 novembre 1502 [584]
11. Lettera di Marcello Virgilio Adriani. — 7 novembre 1502 [586]
12. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 12 novembre 1502 [587]
13. Lettera dello stesso. — 15 novembre 1502 [588]
14. Lettera dello stesso. — 18 novembre 1502 [590]
15. Lettera dello stesso. — 21 dicembre 1502 [592]
16. Lettera dello stesso. — 9 gennaio 1503 [593]
*XX Lettera dei Dieci al Commissario di Borgo a S. Sepolcro. — 14 maggio 1503 [594]
*XXI Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa. — 27 maggio 1503 [596]
*XXII Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa. — 14 giugno 1503 [599]
XXIII Lettera in cui Beltrando Costabili, ambasciatore ferrarese in Roma, al Duca di Ferrara, narra la morte di Troccio. — 11 giugno 1503 [600]
XXIV Lettera dei Dieci al Commissario in Castrocaro. — 5 ottobre 1503 [602]
XXV Due lettere di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli in Roma. — 15 e 17 novembre 1503 [604]
*XXVI Lettera dello stesso. — 4 dicembre 1503 [607]
*XXVII Lettera dei Dieci ad Antonio Giacomini. — 20 agosto 1504 [609]
*XXVIII Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. — 28 settembre 1504 [610]
*XXIX Lettera dei Dieci allo stesso. — 30 settembre 1504 [612]
*XXX Lettera dei Dieci allo stesso. — 3 ottobre 1504 [614]
*XXXI Lettera dei Dieci a Giovan Paolo Baglioni. — 9 dicembre 1504 [616]
*XXXII Lettera dei Dieci al Capitano di Livorno. — 10 gennaio 1504 (1505) [617]
*XXXIII Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi, Commissario in Maremma. — 6 giugno 1505 [618]
*XXXIV Lettera dei Dieci al governatore Ercole Bentivoglio. — 28 giugno 1505 [620]
*XXXV Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi, Commissario in Maremma. — 30 luglio 1505 [622]
*XXXVI Lettera dei Dieci al Commissario Antonio Giacomini. — 16 agosto 1505 [624]
XXXVII Lettera del Commissario Antonio Tebalducci Giacomini ai Dieci, scritta in Bibbiena il 17 agosto 1505 [626]
XXXVIII Lettere di B. Buonaccorsi al Machiavelli in legazione presso Giulio II [629]
*XXXIX Relazione del Machiavelli sulla istituzione della nuova Milizia [637]

ERRATA-CORRIGE

Pag. 188,verso 89 e 29.e del Polizianoleggi:e amico del Poliziano
Pag. 188,nota 2, verso 2.1867-69»1867-73
Pag. 194,nota 1.La Canzone incomincia:»La Canzone, che è però del Poliziano, incomincia: