CAPITOLO XII.

Le Istorie fiorentine. — Il primo libro o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le Storie, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il Tumulto dei Ciompi di Gino Capponi, le Istorie di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il Diario di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286] E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della originalità del suo ingegno.

Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità intrinseca e logica.

Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.

Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.

L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]

Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al 1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran fama.

Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua Vita di Castruccio Castracani il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.

Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva già scritto la sua Storia fiorentina, della quale abbiamo altrove parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.

Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le cagioni degli odî e delle divisioni, massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue Istorie Fiorentine (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]

La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua Storia fiorentina. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i Frammenti storici, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.

Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295] Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio. Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.

Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale, il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono. Ma quando egli morì, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio ed Onorio, Stilicone consigliò loro che negassero lo stipendio ai Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e saccheggiarono Roma. Tutto il racconto è qui imitato dal Biondo, da cui l'ultima parte è quasi tradotta.[297] E così si continua. Imitata dal Biondo è la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati colà da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci dà sull'Inghilterra. Non è imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma più di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai più da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. Là dove poi il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie. Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del suo originale. E così può dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, nè imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia, di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo stile proprio di lui, apparisce in più parti imitata dallo stesso modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto abbiam detto.[298]

E neppure può dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cioè abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi. Egli invece li ordina non già obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe i fatti a servire. È assai evidente, che egli si ferma più a lungo, non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante, trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine non può servire. Da questi concetti adunque derivano così i pregi come i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano da sè stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del libro.

Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a quella di Odoacre re degli Eruli, che, «partitosi dalle sedi che teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad abitare in Italia.»[299] Su tutto ciò cammina rapidissimamente. La prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere con particolare amore, alla quale dà un grande rilievo, facendola giganteggiare nel principio della sua narrazione, è quella di Teodorico re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cercò riordinarla, rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli si esalta, e non può passar oltre con la solita fretta, incontrandosi, come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e reale di quel Principe riformatore, da lui, in tutta la sua vita, vagheggiato. Ne resta perciò come affascinato. Ha sempre dinanzi a sè l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari, i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico non solo impedì ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice: «accrebbe Ravenna, instaurò Roma, ed eccettochè la disciplina militare, rendè ai Romani ogni altro onore.»[300] E conchiude che, se le tante virtù, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state, in sul fine della vita, macchiate da alcune crudeltà, come la morte di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di onore grandissimo. «Mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai felice stato si ridussero.»[301]

Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamità che prima di lui, cioè sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate. «Erano mutate,» egli dice, «le leggi, le lingue, i costumi; v'erano state la rovina ed il nascimento di molte città,» «le quali cose, ciascuna per sè, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.... In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione, perchè, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in tra gli uomini.» «Nè solo combatteva l'antica colla nuova religione, ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie sètte e Chiese, era internamente lacerata.» «Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo loro, perchè oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare, perchè, sendo la maggior parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e di ogni speranza, miseramente morivano. Meritò pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talchè per trentotto anni che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture più in lei non si riconoscevano.»[302] La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il grande entusiasmo dello scrittore.

Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco, chiamò i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono, ma la divisero fra trenta duchi; e così non solo non riuscirono mai a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno più vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti, appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla mercè dei Longobardi, e non potevano sperare più aiuto dall'Imperatore greco, che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. «Dimodochè tutte le guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella inondarono, furono il più delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrerà più la rovina dell'Impero, che è tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione d'altri.»[303] E questo è il secondo concetto che domina costantemente nel primo libro delle Storie. Da un lato il Principe riformatore, che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria, renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti, la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e però sono dal Machiavelli abominati. Tutto ciò egli dice e ripete con eloquenza, con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto, falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere nè velare le sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a chi lo ascoltava, ed anche pericolose a sè stesso, che del Papa aveva bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libertà di pensare e di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un così libero e severo linguaggio.

In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione, esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, passò in Germania, e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il quale si fecero varî tentativi per la creazione d'un re nazionale, tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono più tardi a sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro tradizioni, avidi sempre d'autorità, e di potere, tolsero al popolo romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero, altri del Papato, «il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciocchè l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre intestine lacerata.»[304]

Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari, non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo però, egli dice, non bastò loro, perchè i papi meditavano sempre cose nuove. Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa. Andò in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in Asia, «dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne erano capi.»[305] E se questa volontà del Papa è la sola causa delle Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste in Oriente. «Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni e particolari uomini furono celebrati.»[306] Ecco tutto.

E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le Crociate, ma tutti quanti i più grandi avvenimenti storici hanno pel Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno di Spagna in Africa, perchè chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia, che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perchè Narsete persuade Alboino loro re a fare la nuova impresa; e così le Crociate sono provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono sempre nelle Storie del Machiavelli. Perchè egli si occupi della religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o si personifichi in un papa; perchè si occupi della civiltà, bisogna che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande personaggio politico. E come nel Principe e nei Discorsi egli dà al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un governo qualunque, per dar luogo ad un altro, così nelle Storie la volontà, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa unica di tutti i più notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo; non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che gl'impongono la loro volontà, gl'infondono il loro pensiero, gli dànno quasi la propria forma. Qui è la chiave che ci schiude ad un tempo il segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo la leggenda medioevale aveva già prima immaginato queste spiegazioni personali dei fatti storici anche più generali. Ma pel Medio Evo l'uomo era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del tutto dalla storia, e la leggenda si trasformò in spiegazioni affatto personali. Di esse abbonda già l'opera del Biondo, che il Machiavelli aveva dinanzi; ma egli le riunì facendone addirittura il suo sistema storico, su cui fondò il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la società; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ciò simile alla sua politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio, d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti; si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre attività dell'uomo e della società, le altre considerazioni gli sono quasi del tutto indifferenti.

Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece più a lungo a parlare del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo d'Inghilterra, «giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi sottomettersi.»[307] E poi torna al solito a parlare delle arti e della politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni di Napoli, non potendo essi prendere per sè il Reame, lo fecero occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II, senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angiò, cui dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perciò ad essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore. «Così i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre; e poichè eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano e cercavano la sua rovina, nè permettevano che quella provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri la possedesse. E i principi tremavano, perchè sempre, o combattendo o fuggendo, quelli vincevano.»[308] E così i papi, per la loro smodata ambizione, fecero sempre più peggiorare le cose d'Italia. Niccolò III (1277-81) fu poi il primo che iniziò il nepotismo, e subito dopo i suoi successori passarono anche in ciò ogni confine. «Laonde, come da questi tempi indietro non s'è mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, così per l'avvenire ne fia piena l'istoria, tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, nè manca altro a tentare ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasciarli principi, così per l'avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario.»[309] E procederono tanto oltre nella loro ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici, le armi spirituali insieme con le temporali. «Il che, sebbene offese alquanto loro, offese assai più la Chiesa, perchè quelle armi, le quali per carità della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E così il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici a poco a poco si disarmavano.»[310]

Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza, come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a confermare le sue teorie. Così sempre più chiaro apparisce, che egli non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il loro intrinseco valore, nè quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo, invece, è costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da essa la prima volta cavato, nè essendo egli molto scrupoloso nella esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti, le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo, s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca mai di parlare. Più innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il Machiavelli dà, non si sa come nè perchè, un gran passo indietro, per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un personaggio che lo induce a fermarsi, e questi è il tribuno Cola di Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un altro degli uomini da lui più ammirati. Ed infatti comincia subito a parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire la repubblica romana.[311] Continua descrivendo i disordini d'Italia; lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed il suo ritorno a Roma; i Concilî di Pisa e di Costanza; le ambiziose mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.

E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: «Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,[312] stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissarî le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessità quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessità ubbidivano, perchè, avendo per le spesse divisioni spenta la nobiltà, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri.» «Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente» «la ridussero in tanta viltà, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virtù rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sarà piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi è necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.»[313] E di qui infatti comincia il secondo libro, che è veramente il primo della storia fiorentina.

Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani, che, mossi da gelosie e da odî privati, li chiamarono, godette un momento di pace e di felicità quando Teodorico, principe accorto, seppe unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ciò principalmente a cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre più il proprio potere, la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri, che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera, perchè nè essi nè altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente in balìa degli eserciti mercenarî, che furono l'ultima rovina d'Italia, la quale si trovò così esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e con la venuta di Carlo VIII ricominciò la serie delle invasioni e delle calamità. Ecco quale è dunque il concetto fondamentale del primo libro delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che è veramente il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali, comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia feudale, assicurandone con buone leggi la libertà per l'avvenire. Chi vorrà e saprà fare tutto ciò, sarà veramente degno di salire in cielo, per sedere accanto agli Dei.

Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia interna di Firenze, nei tre libri che seguono.

NOTA AL CAPITOLO XII. (Pag. 208 e seg.)

Alcuni brani del libro I delle Storie del Machiavelli, messi a confronto con altri delle Decadi di Flavio Biondo.[314]

Erano da Teodosio preposti alle tre parti dell'Imperio tre governatori, Ruffino alla orientale, alla occidentale Stilicone, e Gildone all'affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensarono non di governarle, ma come principi possederle; de' quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi. Ma Stilicone, sapendo meglio celare l'animo suo, cercò d'acquistarsi fede coi nuovi imperatori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo Stato, che gli fosse più facile dipoi l'occuparlo. E per fare loro nemici i Visigoti, gli consigliò non dessero più loro la consueta provvisione. Oltre a questo, non gli parendo che a turbare l'Imperio questi nemici bastassero, ordinò che i Burgundi, Franchi, Vandali ed Alani, popoli medesimamente settentrionali, e già mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provvisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono Alarico loro re, ed assalito l'Imperio, dopo molti accidenti guastarono l'Italia, e presero e saccheggiarono Roma (Machiavelli, Istorie fiorentine, Lib. I, p. 2-3).

Commiserat Theodosius in Imperio florens, tres potissimas Imperii partes tribus ducibus gubernandas, Buffino orientalem, occidentalem Stiliconi, et africanam Gildoni. Hic primus de morte Imperatoris compertum habens, parvique faciens in puerorum manibus Imperii vires, Africam sibi retinere conatus est.... Eodem vero in tempore Ruffinus Orienti praefectus, dum barbaris ad rebellionem concitatis, Imperium sibi parare contenderet, Archadio curante, interfectus est. Tertius ducum Stillico, genere Vandalicus, summam erat post Theodosii mortem apud novos principes gratiam consecutus.... Fuit vero et ipse impiissimus, sed suam perfidiam maximis tegens simulationibus, nihil apertum contra rempublicam est molitus, quin potius affectatum Eucherio filio Imperium, non prius invadere constituit, quam imperatores maximis calamitatibus involvisset. Itaque primum omnium immanes Svevorum, Burgundionum, Alanorum et Vandalorum suorum gentes, propriis excitas sedibus concitavit ad romani Imperii Galliarum provincias invadendas. Exinde Visigothos, gentem ut noverat ferocissimam, curavit stipendiis privari ab imperatoribus.... cuius machinationis haec ratio fuit, quod ipsos Visigothos, rerum necessariarum indigentia compulsos, optabat in Italiam se conferre (Blondi, Historiarum, ab Inclinatione Romanorum libri XXXI, ed. cit., Dec. I, lib. I, pag. 7-8).

Nè fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina, perchè temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l'imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall'isola, e vi rimasero loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessità feroci, e pensarono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di poter occupare quello d'altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che più propinqui alla marina trovavano, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna (pag. 4-5).

Itaque romani cives, qui Britanniam frequentes diversis respectibus inhabitabant, et ipsi simul Britanni, salutis desperatione animos faciente, arma ceperunt, et tunc quidem Scotos Albienses, Pictosque, a quibus agitabantur, praelio superarunt, ac in ulteriorem insulae partem recedere compulerunt. Sed paulo post, cum Britanni sese a Scotis Pictisque diutius tueri diffiderent, Anglicos Saxones, datis in stipendium pecuniis, ex proximis Germaniae littoribus conduxerunt praesidio affuturos. Qui quidem Saxones cognomine Anglici, duce Vortigerio eorum rege, insulam ingressi, Scotos atque Pictos represserunt praelio superatos. Sed et ipsi postea mercenarii Saxones, ambitione ducti, magis Britonibus quam Picti et Scoti hostes nocuerunt, romanos enim cives et Britannorum primores, maiori ex parte vario mortis genere interfecerunt, ex eoque tempore cooperunt Saxones Anglici Britanniae dominari (Dec. I, lib. II, pagine 20-21).

Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poichè si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovarli, tutte le loro cose mobili di più valore portarono dentro al medesimo mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro, e la gioventù riserbarono in Padova, per difenderla. Oltre a questi, quelli di Monselice con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra gli scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Aquileia, ed avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, ed i più potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo Alto; medesimamente tutti i popoli all'intorno di quella provincia, che anticamente si chiamava Venezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ritrassero. Così, costretti da necessità, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed in sterili, deformi e privi di ogni comodità abitarono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo furono quelli luoghi non solo abitabili, ma dilettevoli, e costituite fra loro leggi ed ordini, fra tante ruine d'Italia, sicuri si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze (p. 45-46).

Et prima inter omnes mirabili non magis modo quam loco condi coepit veneta urbs, origo cujus in hunc modum fuisse videtur. Athila Hunnorum rege Aquileiam obsidente, Aquileienses, sicut ostendimus, Gradum Concordienses, Caprulas et Altinates Torcellum, Maiorbum, Burianum, Amorianum, Costantianum et Aimanum populariter commigrarunt. Patavini autem, ea Aquileiae obsidione durante, sacra et supellectilem preciosam cum imbelli multitudine, in Rivumaltum comportarunt, iuventute tutandis a potenti hoste moenibus retenta. Montesilicenses vero Adeustinique et Euganeorum collium incolae, Metamaucum et Albiolam, Pelestrinam Clodiamque confugientes, Athilae terrorem declinavere.... Patavini quidem plures potentioresque ditionis suae paludes, in quas sua miserant, frequentavere, et aquis elevatiora apud Rivumaltum Dorsumque, cui duro a soliditate fuit cognomen, tenuere. Sic et caeteri Venetiae provinciae populi, premente metu, ubicumque potuerunt eisdem in paludibus consederunt. Eam vero provinciam Abdua, Pado, lacu Benaco, Alpibus et Adriatico mari constat terminari. Per hunc modum populi amoenissimis et uberrimis omnium Italiae soli in regionibus nutriti, patriam avitosque lares commutavere, informem in uliginem, stagnaque omni vel puri littoris sterilitati, si libera sit per securitatem electio, postponendam, ut nequaquam dubitandum sit, illos Dei munere coactos, cepisse loca brevi futura optima, quae tranquillis securisque rebus nulla prudentia elegisset (Dec. I, lib. III, p. 31).

Giustiniano morì, e rimase suo successore Giustino suo figliuolo, il quale per il consiglio di Sofia sua moglie revocò Narsete d'Italia, e gli mandò Longino suo successore. Seguitò Longino l'ordine degli altri di abitare in Ravenna, ed oltre a questo dette all'Italia nuova forma, perchè non costituì i governatori di provincie come avevano fatto i Goti, ma fece in tutte le città e terre di qualche momento capi, i quali chiamò duchi. Nè in tale distribuzione onorò più Roma che le altre terre, perchè tolto via i consoli e il Senato, i quali nomi infino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il Ducato Romano, ed a quello che per l'Imperatore stava a Ravenna e governava tutta Italia, pose nome esarco. Questa divisione fece più facile la rovina d'Italia, e con più celerità dette occasione ai Longobardi di occuparla (p. 13).

Coeperunt autem tunc urbs Roma et Italia novam habere gubernationis, formam, ex qua dignitatem, gloriam et apud orbem terrarum timorem magis amiserunt quam omnibus, ex illis calamitatibus, quae eas centum et sexaginta annos attriverant, atque aliquando Romam fecerant relinqui feris et obscenis avibus habitandam. Longinus namque novum in Italiam adduxit magistratus nomen Exarchatus Italiae, qui interpetrabatur summus Italiae magistratus. Et Ravennae se continens, nunquam ivit ad urbem Romam vel qualis esset inspiciendam. In administratione vero Italiae et urbium, quae in Iustini imperatoris partibus cum Roma et Ravenna duraverant, hunc primus servavit morem, ut non provinciae aut regioni praeesset praeses sive quispiam magistratus, sed singulae urbes, singula oppida a singulis custodirentur, regerenturque magistratibus, quos appellavit duces. Parem itaque faciens urbem Romam aliis Italiae vel urbibus vel oppidis, hac una in re illam honoravit, quod impositum tunc magistratum praesidem appellavit, sed qui successerunt sunt appellati duces, ut postea per multos annos sic romanus appellaretur Ducatus, sicut Narniensis Spoletanusque est dictus. Neque post Basilium, qui cum Narsete consul fuit, vel consules Roma habuit, vel Senatum legitime coactum, sed a duce graeculo homine, quem exarchus ex Ravenna mittebat, res romana per multa tempora administrata est (Dec. I, lib. VIII, p. 101-102).

Era Narsete sdegnato forte contro l'Imperatore per essergli stato tolto il governo di quella provincia (l'Italia), che con la sua virtù e con il suo sangue aveva acquistato, perchè a Sofia non bastò ingiuriarlo rivocandolo, che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi; tantochè Narsete ripieno di sdegno persuase Alboino re dei Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire a occupare l'Italia (p. 13).

Nec satis fuit praestantissimum ducem, et optime de republica meritum privare, quod ille pro sua modestia videtur optasse, nisi et convicia procax infaustaque romanis rebus mulier addidisset: illi enim comminata est futurum, ut posthac non solum degeret privatus, sed quod eunuchum deceat dispartiendis inter ancillas pensis a se deputetur. Qua indignitate non commoveri non potuit vir ingentis spiritus Narses, cui rerum a se gestarum magnitudinem et pietatis integritatisque conscientiam, cum tanta ingratitudine atque nequitia, mente et animo metienti ita incensi sunt animi, ut continere nequiverit quin adversus virum et uxorem eo indignos imperio suam ulcisceretur iniuriam. Quamprimum itaque Longinum in Italiam venturum intellexit, secessit Neapolim, urbem optime de se meritam. Ea in urbe cum aliquot fuisset menses, ad Alboinum regem Longobardorum sibi amicissimum misit, qui suaderent, ut Pannoniam, quod usu antea compertum erat, semper novis barbarorum incursibus expositam, linquens, gentem longobardam traduceret in Italiam, terram omnium orbis terrarum primariam, et cuius possessio illos, etiam nolentes, ab orbis imperium sublimaret (Dec. I, lib. VII, p. 98-99).

Erano stati i Longobardi 232 anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome (p. 20).

Quantum vero attinet ad Longobardos, ea gens, ducentis iam triginta et pene duobos annis maiori Italiae portione potita, nihil iam externi praeter nomen retinebat (Dec. II, lib. I, p. 163, che per errore è nella stampa 167).

E così veniva l'Italia in questi tempi ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso le Alpi dagli Unni, di verso Napoli da Saracini. Stette l'Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari che successero l'uno all'altro (p. 22).

Ut confidenter affirmemus sex sive imperatores sive reges Italia oriundos, tres scilicet Berengarios, Guidonem, Lotharium et Albertum, inter quos Rodulphus Burgundus et Ugo Arelatensis regnarunt, per eos quinquagintaquinque annos Italiam motibus agitasse. Sed ad rem. Dum Sararceni quos Ioannes decimus pontifex et Albericus marchio superaverant, ex Gargano monte unam, et Hungari aliam Italiae partem saepe infestant, etc. (Dec. II, lib. II, p. 180).