NOTE:

[1]. Niccolò Machiavelli. Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke in 16 und 17 Jahrhundert, mit 147 Faksimiles und zahlreichen Auszugen. Eine kritisch-bibliographische Untersuchung, von Adolf Gerber (Terza parte). Gotha, F. A. Perthes, 1913.

[2]. Paris, Mercure de France, 1913.

[3]. Sommario della Storia d'Italia, nell'Archivio Stor. It., Append., vol. VI, pag. 297.

[4]. Vettori, Sommario, pag. 322.

[5]. Albèri, Relazioni degli Ambasciatori veneti, serie 2ª, vol. III. Relazione di Marin Giorgi, pag. 56.

[6]. Albèri, Relazioni, ecc., vol. cit. Relazione di Marco Minio, pag. 63.

[7]. Chiamato poi Palazzo Madama, perchè abitato da Caterina dei Medici, prima che andasse in Francia. Ora è residenza del Senato italiano.

[8]. Riportata nel 1521 a Firenze, fu il nucleo principale della Laurenziana.

[9]. Albèri, Relazione già citata di Marin Giorgi, pag. 52.

[10]. Albèri, Relazione citata, pag. 51.

[11]. Vettori, Sommario, pag. 322.

[12]. Albèri, Relazione citata, pag. 51.

[13]. Albèri, Relazione citata, pag. 45. Marin Giorgi scrisse questa Relazione nel 1517.

[14]. Albèri, Relazione già citata, del Giorgi, pag. 51-52.

[15]. Albèri, Relazioni, già citate, del Giorgi, pag. 52, e di Marco Minio, pag. 65.

[16]. Abbiamo altrove notato (vol. II, pag. 222, nota 1), che il Nitti, nel libro Leone X e la sua politica, cercò con molto acume di difendere la condotta del Papa dall'accusa d'essere stato guidato quasi sempre da interessi personali e di famiglia, come è opinione di molti moderni, e, quello che è più, come fu anche di quasi tutti i contemporanei. Questi, in fatti, non solo spiegavano sempre con fini personali la politica di Leone X, ma quando lo volevano indurre a seguire un qualunque partito, non tralasciavano mai di proporgli qualche cosa a vantaggio suo personale e dei parenti. Mettendo però da parte le molte esagerazioni, che il Nitti giustamente corregge, osserveremo che egli stesso deve concludere col riconoscere come questi fini personali erano pure così potenti nell'animo del Papa, da non potere qualche volta egli medesimo avere «chiara consapevolezza,» per sapere se era veramente guidato da essi o dal bisogno di «assicurare l'indipendenza della Santa Sede,» come pretendeva. Vedi pag. 63.

[17]. Albèri, Relazioni degli Ambasciatori veneti, serie 2ª, vol. III. Relazione di Antonio Soriano, pag. 290.

[18]. Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 23; De Leva, Storia di Carlo V, vol. I, pag. 163.

[19]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VI, pag. 31; De Leva, Storia di Carlo V, vol. I, pag. 175 e seg.

[20]. Guicciardini, vol. cit., pag. 20-31.

[21]. Vettori, Sommario, pag. 303.

[22]. Vettori, op. cit., pag. 303.

[23]. De Leva, Storia di Carlo V, vol. I, cap. VI; Mignet, Rivalitè de François I et de Charles-Quint (Paris, Didier, 1875), vol. I, cap. I.

[24]. Vedi i Documenti riguardanti Giuliano de' Medici e il Pontefice Leone X, nell'Arch. stor. it., Appendice, vol. I, p. 310.

[25]. De Leva, Storia di Carlo V, vol. I, pag. 207; Mignet, Rivalité, etc., vol. I, pag. 64.

[26]. «E si dize questo ezercito fa el, non è per esser contro Franza, ma per aver mior partido.» Marin Sanuto nel De Leva, Storia, ecc., vol. I, pag. 208, nota. Vedi anche Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 319 e seg..; Francesco Vettori, Sommario, pag. 308.

In questo momento Ottaviano Fregoso, doge di Genova, che pur era amicissimo del Papa, da cui era stato beneficato, s'accordò di nascosto colla Francia, prima ingannandolo e poi scrivendogli una lunga lettera, nella quale diceva, che sarebbe a lui stato difficilissimo scusarsi, scrivendo ad uomini privati od a principi che misurassero le cose degli Stati secondo i rispetti privati; ma che era perfino superfluo scusarsi, scrivendo ad un principe savissimo, che sapeva meglio d'ogni altro quel che era lecito per salvare o anche per accrescere lo Stato. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VI, pag. 57.

[27]. De Leva, Storia di Carlo V, vol. I, pag. 214.

[28]. Albèri, Relazione già citata del Giorgi, pag. 44-45.

[29]. Mignet, Rivalité, etc., vol. I, cap. I.

[30]. Ora Porta Romana.

[31]. Ne parla fra gli altri la Cronica di Luca d'Antonio di Luca Landucci speziale, che il signor Del Badia dell'Archivio di Stato, ha pubblicata in Firenze, Sansoni, 1883. Essa contiene una minuta descrizione delle feste.

[32]. Vasari, Vite, ecc., ediz. Le Monnier (Vita di Andrea del Sarto), vol. VIII, pag. 267.

[33]. «Erant variae structurae similes illis quae videntur in Urbe Roma, videlicet obeliscus sicut in Vaticano, columna sicut in Campo Martio, et huiusmodi usque ad Sanctam Mariam Novellam.» Diario di Paride De Grassis. Questo ed altri brani del Diario furono pubblicati dal Roscoe nella sua Vita di Leone X.

[34]. Vasari, op. cit., vol. VIII, pag. 267.

[35]. Si affermò ripetutamente che in queste feste fiorentine fu rappresentata la Mandragola del Machiavelli dinanzi al Papa. Ma di ciò non troviamo notizia nei cronisti contemporanei, e, come vedremo, vi sono documenti che non rendono la cosa credibile.

[36]. Mignet, Rivalité, etc., pag. 103-4; Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 192.

[37]. Gregorovius, op. cit., vol. VIII, pag. 191.

[38]. Mignet, op. cit., vol. I, pag. 103-4; Gregorovius, op. cit., vol. VIII, pag. 192; Vettori, Sommario, ecc., pag. 315.

[39]. Vettori, Sommario, pag. 319.

[40]. Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 324-26; Vettori, Sommario, pag. 319-22.

[41]. Creighton, IV, pag. 244 e seg.

[42]. Gregorovius, Geschickte, etc., vol. VIII, pag. 214; Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 326; M. Brosch, Geschichte des Kirchen Staates, vol. I, pag. 50. — Il Gregorovius dice che i cardinali eletti furono 39, ma forse vi unisce gli altri otto, che erano stati creati prima. Il Vettori dice che i cardinali creati da Leone X, in tutto il suo pontificato, furono 42, «e trasse danari da parte di quelli che nominò e da quelli che condannò.» Sommario, pag. 339.

[43]. Vettori, Sommario, pag. 527.

[44]. Vettori, Sommario, pag. 328. Un brano, senza data, di lettera del Machiavelli, indicato col numero XV, nel vol. VIII, pag. 39, delle Opere, dice che Lorenzo aveva empito di grande speranza tutta la Città, lodandone perciò altamente i modi civili e le altre buone qualità.

[45]. Guicciardini, Opere inedite, vol. II, pag. 325; Machiavelli, Opere, vol. IV, pag. 105; Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 328.

[46]. Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 329-32. Vedi anche i documenti da lui pubblicati nell'Appendice allo stesso volume, pag. 535-46.

[47]. Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 329-32.

[48]. Vettori, Sommario, pag. 334-35.

[49]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VI, pag. 216-17.

[50]. Guicciardini, op. cit., vol. VII, pag. 5.

[51]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VII, pag. 40-67; Vettori, Sommario, pag. 334-35; Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 261-65; Mignet, Rivalité, etc., vol. I, pag. 287 e seg.; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, cap. II.

[52]. Vettori, Sommario, pag. 336-40.

[53]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VII, pag. 71.

[54]. Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 264 e seg.

[55]. Settembrini, Lezioni di letteratura italiana (1ª edizione), vol. II, pagine 36-37; Tiraboschi, Storia della letteratura italiana (Firenze, 1812), tomo VII, pag. 15-17. Vedi in fine del volume stesso: Fr. Arsilli Senogalliensis, De Poetis urbanis ad Paulum Jovium.

[56]. Reumont, Geschichte der Stadt Rom, vol. III, parte II, pag. 131-32.

[57]. Albèri, Relazione già citata di Marin Giorgi, pag. 56-57. Lo stesso ripetono altri contemporanei.

[58]. Reumont, Geschichte der Stadt Rom, vol. III, pag. 133-34. La festa è minutamente descritta in una lettera assai nota dell'ambasciatore di Ferrara. Vedi anche E. Muntz, Raphael, sa vie, son œuvre et son temps, pagine 421-22: Paris, Hachette, 1881.

[59]. Ariosto, Satira IV, versi 154 e seg. nelle Opere Minori (ediz. Le Monnier), vol. I, pag. 184 e seg.

[60]. Di lui scrisse il Calcagnimi

Nunc Romam in Roma querit, reperitque Raphael.

Querere magni hominis, sed reperire Dei est.

[61]. Molto si è scritto su di ciò. Vedi E. Muntz, Raphael, etc., cap. XII, pag. 426 e segg.; e R. Lanciani, La pianta e i disegni archeologici di Raffaello Sanzio, nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei, seduta del 25 novembre 1894.

[62]. Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 260-62. Per la vita di questo papa, oltre le opere ben note del Fabroni, del Roscoe, del Ranke, del Gregorovius e del Reumont, possono adesso riscontrarsi anche Muntz, Raphael; Brosch, Geschichte des Kirchen Staates, che incomincia il suo primo volume con un breve ragguaglio della vita di Leone X; Creighton, History of the Papacy. vol. V. — Pastor, Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters. Vol. 4. Freiburg i/B. 1906.

[63]. Opere, vol. VIII, lettera XLVI.

[64]. Questa data si trova nel Passerini (Opere (P. M.), vol. I, pag. L), in molti altri scrittori, ed è confermata nel Libro III dell'Età (a c. 10t, S. Spirito, gonfalone Nicchio) che è nell'Archivio delle Tratte in Firenze.

[65]. Il Passerini dice 14 dicembre 1514, senza citar documenti. Nel breve cenno biografico di Piero, che fu scritto dal fratello Guido, trovasi nelle Carte del Machiavelli (Cassetta V, n. 188) e fu pubblicato dall'Amico in fine della sua Vita di N. Machiavelli, si legge, invece, che Piero nacque il 4 settembre 1514, dum sol oriebatur. Questa data è poi confermata dagli epitaffi, che per detto Piero scrisse il medesimo Guido (Cassetta V, n. 170 e seg.).

[66]. Di lui si ha uno scritto indirizzato al Duca Cosimo de' Medici, Per cacciare di Toscana Francesi e Spagnuoli, e per istituire una armata toscana, 1560. Lo pubblicò il D'Amico dal codice di Giuliano de' Ricci, in appendice alla sua biografia del Machiavelli, e più recentemente fu ripubblicato, in Firenze, Bemporad, 1894.

[67]. Nella sopra citata cassetta V sono vari altri scritti di Guido: sermoni, traduzioni, commedie, ecc.

[68]. Fu condannato in contumacia, con sentenza degli Otto, il 22 novembre, ad un anno d'esilio, a tre miglia da Firenze, e ad una multa di 150 lire. Così dice l'Amico, pag. 613. Noi però non abbiamo potuto ritrovare in Archivio la sentenza originale, non avendone egli dato la citazione precisa. Dopo tre anni nel 1536, ottenne grazia (Tommasini I, 219).

[69]. Trovasi, con un'altra del 22 maggio 1527, nelle Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 46 e 22. Vedi Appendice, doc. I. Poco ci deve correre dalla nascita di Bernardo a quella di Lodovico, perchè si trovano squittinati nello stesso tempo, pel gonfalone del Nicchio. (Reg. orig. dello squittinio del 1524, a c. 12). Il dì 8 giugno 1517, il Machiavelli scriveva al nipote Giovanni Vernacci: «Bernardo et Lodovico si fanno huomini.» Vedi Appendice, doc. II.

[70]. Queste condanne si trovano anch'esse ricordate dall'Amico a pag. 614. Abbiamo trovato in Archivio solo la prima, in data 11 maggio 1525. Sta fra i partiti degli Otto (maggio e agosto 1525 a c. 6t). Lodovico è in essa condannato in due fiorini d'oro, per aver bastonato un notaio.

[71]. Di questo fatto parlano gli storici dell'assedio.

[72]. Questa lettera fu la prima volta pubblicata dal signor Innocenzo Giampieri nel volume Monumenti del Giardino Puccini (Pistoia, 1845), a pag. 288, e poi in una Strenna Poliantea (Firenze, Stamperia granducale, 1846), a p. 43. Venne anche ripubblicata dall'Amico e dal Mordenti, ma sempre assai scorrettamente. Tutti vi pongono la data 1524, a torto interpretando così lo scritto originale, che dice solo: a dì 24. Si può solo congetturare che sia stata scritta nel 1506. Allora il Machiavelli era nella seconda sua legazione a Roma, e sebbene, avendo dovuto seguire papa Giulio II, non apparisca che si fermasse mai in quella città, pure le lettere si mandavano a Roma, dov'egli era accreditato. Il suo continuo viaggiare allora spiegherebbe anche la scarsità delle sue lettere alla famiglia, di che tanto si doleva la Marietta. La bambina, di cui ella scriveva, era la Bartolommea; il bimbo deve essere Lodovico. Nel 1503, quando il Machiavelli andò nella prima sua legazione a Roma, non aveva che un figlio solo. Nè si può supporre che la lettera sia del 1527, perchè, sebbene allora andasse per qualche giorno presso Roma ed a Civitavecchia, non ebbe, che si sappia, in quell'anno un figlio, nè la Bartolommea era una bimba. E per le stesse ragioni non si può neppure supporre che sia del 1525, quando il Machiavelli fece, come vedremo, un'altra breve gita a Roma. Diamo in Appendice, doc. III, la lettera nella sua vera forma.

[73]. Vedi in Appendice, doc. II, la lettera del 4 agosto 1513, il cui originale è nella Biblioteca reale di Parma. Una copia di essa ci fu gentilmente mandata da quel bibliotecario, cui ne rendiamo grazie.

[74]. Vedi in Appendice, doc. II, lettera del 20 aprile 1514, ed Opere, voi. Vili, lettera (17 agosto 1515) XLII, pag. 150.

[75]. Opere, vol. VIII, pag. 151, lettere (19 novembre 1515, e 15 febbraio 1515), XLIII, XLIV.

[76]. Vedi in Appendice, doc. II, le lettere del 5 e 25 gennaio 1518.

[77]. Opere, vol. VIII, lettera XLV, pag. 152.

[78]. Vedi Appendice, doc. IV. L'originale di questa lettera trovasi nell'Archivio Bargagli.

[79]. Vedi la lettera del 15 aprile 1520, che fu pubblicata la prima volta dal prof. A. D'Ancona, ed è la LV, a pag. 1194, nell'edizione delle Opere, fatta a Firenze, Usigli, 1857. Vedi anche in Appendice, doc. IV, la lettera del Vernacci, in data 8 maggio 1521.

[80]. Vedi Appendice, doc. V.

[81]. Vedi nelle Curiosità storico-artistiche fiorentine del conte Luigi Passerini (Prima Serie: Firenze, Jouhaud, 1866) quella intitolata: Degli Orti Oricellari. L'autore osserva che il terreno, su cui fu costruito il palazzo, essendo stato comperato nel 1482, nel quale anno L. B. Alberti era già morto, non potè questi essere stato, come fu detto da molti, l'architetto adoperato dal Rucellai.

[82]. Pur troppo tutto ciò è ora mutato. Il Palazzo, con una piccolissima parte degli Orti, fu recentemente venduto alla famiglia Ginori; ma le collezioni d'arte andarono disperse. Tutto il resto degli Orti fu venduto ad un appaltatore, e sebbene una parte di essi sia stata dichiarata monumento nazionale, sul resto gli alberi cadono e si costruiscono villini.

[83]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 85-6; Nerli, Commentari, pag. 138; Passerini, Genealogia della famiglia Rucellai: Firenze, Cellini, 1861.

[84]. Vedi in Appendice, doc. VI, una lettera di Luigi Alamanni, fratello minore di Lodovico più sopra menzionato, al padre, scritta da Roma con la data 7 gennaio 1518. Essa prova come allora gli Alamanni fossero tuttavia amicissimi de' Medici.

[85]. Morì nel 1522, e Benedetto Varchi ne scrisse la vita, che fa pubblicata insieme con i tre libri d'amore di F. da Diacceto, a Venezia, Giolito, 1561.

[86]. Fra le molte carte del Varchi, che contengono gli abbozzi e gli spogli da lui fatti per le sue Storie, si trova notato che questo Diacceto «non apparteneva cosa alcuna a Francesco, perchè originalmente non erano d'una medesima famiglia. Gli fu bene sempre amicissimo et scolare, et eziandio, mentre che leggeva greco, l'udiva.» Biblioteca Nazionale di Firenze, 9, F. 11. Della lezione avuta nello Studio fanno cenno il Nardi ed altri. Il Nerli ed il Nardi danno parecchie notizie intorno a quelli che frequentavano allora gli Orti.

[87]. Vedi, a questo proposito, il libro di B. Morsolin, G. G. Trissino o monografia di un letterato del secolo XVI: Vicenza, 1878.

[88]. Archivio fiorentino, Carte Strozzi-Uguccioni, filza 108, a c. 40t. Dobbiamo la comunicazione di questa lettera al prof. L. A. Ferrai, ed a lui ne rendiamo grazie. Filippo Strozzi, amico del Machiavelli, era stato discepolo di Marcello Adriani, ed era parente dei Medici, avendo sposato Clarice figlia di Piero di Lorenzo de' Medici e di Alfonsina Orsini. Questo fatto può forse spiegarci, come mai il Machiavelli, sin dal 1512, quando non conosceva ancora personalmente i Medici, avesse loro indirizzato alcuni suoi scritti (Vedi vol. II, pag. 186 e segg. di quest'opera). E la lettera ad una signora, che molti supposero indirizzata all'Alfonsina (vol. II, pag. 186, nota 1), potrebbe forse con maggiore probabilità essere stata indirizzata a Clarice dei Medici, moglie di Filippo. Quella di Filippo, qui sopra citata, ha la data di Roma, 17 marzo 1519. Rimane però incerto se l'indicazione dell'anno sia secondo lo stile romano o fiorentino.

[89]. Nardi, Storia, vol. II. pag. 86.

[90]. Volume II di quest'opera, pag. 252 e segg.

[91]. Il primo di questi discorsi, che è terzo nelle Opere inedite (vol. II, pag. 262 e seg.), porta la data del 27 agosto, e vi si legge inoltre, di mano del Guicciardini: «In Spagna l'anno 1512, et ero presso alla fine, quando ebbi nuova che i Medici erano entrati in Firenze.» Il secondo vien dopo, ed è perciò quarto nelle Opere inedite (vol. II, pag. 316 e seg.). Sono preceduti da altri due, che si riferiscono ad avvenimenti del 1495, e possono ritenersi come esercizî letterari. Di questi il Guicciardini ne scrisse molti, spesso con intendimento di valersene poi nelle sue Storie, come di fatti qualche volta fece.

[92]. Guicciardini, Opere inedite, vol. II, pag. 329.

[93]. Opere inedite, vol. II, Discorso quinto, pag. 325 e segg.

[94]. Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze, fatto ad istanza di papa Leone X. Nelle Opere, vol. IV, pag. 105 e segg. Sebbene le stampe dicano che il discorso fu fatto ad istanza di papa Leone X, pure, leggendolo, si vede chiaro che il Machiavelli non fu interrogato direttamente dal Papa, cui pur lo diresse, ma dal Cardinale.

[95]. Opere, vol. IV, pag. 112-13.

[96]. Questa provvisione trovasi nell'Archivio fiorentino, Balìe, (1512- 26), n. 58; e secondo l'antico ordinamento: Cl. II, dist. 18, n. 19; a c. 157t. Incomincia dicendo che il Gonfaloniere ed i Signori di Firenze giudicano essere bene di «provvedere in modo che lo Stato suo (la repubblica) si habbi lunghissimo tempo a conservare, e da qualunque insulto, massime repentino, rendere totalmente sicuro. Il che pensano potere facilmente seguire ogni volta che delle gente sue proprie sia bene armata et ordinata, et non tenti a ricercare et adoperare l'arme et gente externe et mercenarie.» Si ristabilisce quindi l'Ordinanza, deliberando la iscrizione sotto le bandiere di diecimila uomini a piedi del contado e distretto, ed affidandone la direzione al «magistrato degli spectabili X di Balìa, et non veghiando tale magistrato, al magistrato degli spectabili Octo di Pratica.» Questo si diceva, perchè allora s'era già deliberato di sopprimere i Dieci e sostituirvi gli Otto di Pratica, che di fatto entrarono in ufficio il 10 giugno di quell'anno. Le lettere dei Dieci Uniscono a dì 9 di giugno 1514, e i primi due volumi di quelle degli Otto di Pratica (n. 28 e 29 secondo la nuova classificazione, e secondo l'antica: Cl. X, dist. 5, n. 49 e 50) hanno questo titolo che è lo stesso in ambedue: «Alter ex libris litterarum intra Dominium scriptarum per magn.cos Octoviros Pratice Reip. Flo.ne, in ceptus die xma iunii MDXIIII, qua die incepit officium dicti Octoviratus, et est primus magistratus,» ecc. Lorenzo dei Medici, nipote del Papa, fu di questi primi Otto. I due volumi citati vanno dal 1514 al 1516, e si compiono a vicenda. La prima lettera è del 13 giugno 1514. La provvisione sopra citata fu solo in parte e di mala voglia eseguita; l'Ordinanza venne nel fatto sempre trascurata dai Medici.

Vogliamo qui ricordare, che anche il Guicciardini, nei discorsi qui sopra menzionati, parla dell'Ordinanza con lode, e la vuole aumentata e rafforzata. Opere inedite, vol. II, Discorso terzo, pag. 264.

[97]. Opere, vol. IV, pag. 117.

[98]. Opere, vol. IV, pag. 121-22.

[99]. Discorso terzo nelle Opere inedite, vol. II, pag. 262 e seg.

[100]. Il discorso del Pazzi fu scritto nel 1522 e trovasi pubblicato nell'Archivio Stor. It., vol. I, pag. 420 e seg. L'autore chiama la forma di governo proposta dal Machiavelli «insolita a quella città e stravagante» (pag. 429).

[101]. In fine del discorso il Machiavelli sembra addirittura rimettere il Papa alle informazioni che gli darà a voce il Cardinale. Egli dice in fatti che, se non si provvede a tempo, le condizioni in cui Firenze si trova, possono da un momento all'altro, esporre i Medici a mille pericoli inaspettati, e già li tengono fra mille fastidî insopportabili a qualunque uomo: «Dei quali fastidî vi farà fede la Reverendissima Signoria del Cardinale, sendo stato in questi mesi passati in Firenze.» Opere, vol. IV, pag. 122. Questa ci sembra un'altra prova che l'invito venne per mezzo del Cardinale, il quale del resto, anche secondo gli storici del tempo, fu quegli che interrogò i cittadini, lasciando intendere che lo faceva d'accordo col Papa.

[102]. Più documenti relativi a questo affare si trovano nelle Carte del Machiavelli, Cassetta I, n. 60, e vennero pubblicati nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 267-276. Essi sono: una petizione dei mercanti fiorentini alla Signoria di Lucca, senza data; una seconda petizione degli stessi, con la data.... Settembre 1520; un ricordo a Niccolò Machiavelli, di mano ignota, che lo ragguaglia particolarmente di tutto l'affare; una nota di cose che bisogna avere conto e chiarezza sopra le partite di Michele Ghinigi: finalmente la deliberazione del Consiglio generale di Lucca. Tutti questi documenti, salvo il terzo, si trovano scritti di mano del Machiavelli. Aggiungiamo in Appendice, doc. VII, due lettere di G. B. Bracci, scritte al Machiavelli, in data del 14 agosto e del 7 settembre 1520, sullo stesso argomento, perchè compiono la serie dei documenti su questo affare. Alcuni altri documenti ha ora pubblicati il Tommasini. Vol. II, doc. XV.

[103]. Opere, vol. IV, pag. 124-133.

[104]. Qui si può notare un primo errore, giacchè erano 90 e non 72, e coi supplenti, cui accenna anche il Machiavelli, formavano un Consiglio di 120. Così almeno dice lo Statuto del 1446, che era allora sempre in vigore.

[105]. Qui le stampe dicono un Potestà fiorentino, ma è certo un errore, invece di Potestà forestiero. Da tutti gli ufficî che in Lucca si dovevano dare ad un forestiero, erano sempre esclusi i Fiorentini e i loro sudditi.

[106]. Questa lettera fu due volte pubblicata, in due forme diverse, nelle Opere (P. M.). Nel vol. I, pag. LXXXVIII, la stampa è abbastanza corretta, tranne la data, Ex Florentia, ultima iunii MDXXX, che è errata. Invece nel vol. VI, a pag. 210, è corretta la data, Ex Palatio fiorentino (l'originale però dice, Ex Florentia) ultima iulii MDXX, ma la lettera poi ha parecchi errori. E così pure è detto erroneamente, che essa si trova nelle Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 51, quando si trova al n. 41, com'è ricordato nel vol. I.

[107]. Diamo in Appendice, doc. VIII, una lettera del 30 luglio, scritta da Bernardo Machiavelli al padre in Lucca, e nel doc. IX una allo stesso di Filippo de' Nerli, in data 1º agosto 1520. Diverse altre del medesimo tempo furono pubblicate nelle Opere (P. M.).

[108]. La lettera del Buondelmonti trovasi fra le Carte del Machiavelli, cass. V, n. 43, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.). vol. I, pag. LXXXVII.

[109]. Opere, vol. II, pag. 413.

[110]. Ibidem, vol. II, pag. 414.

[111]. Per la vita di Castruccio si possono fra gli altri consultare la biografia latina, scritta da Niccolò Tegrimi, stampata la prima volta a Mantova per M. Dominicum Rocociolam 1496, ristampata a Parigi nel 1546, e poi nel 1742 a Lucca insieme con la versione italiana; Le attioni di Castruccio Castracane degli Antelminélli, signore di Lucca, etc.: Roma, presso gli eredi Gigliucci; Pignotti, Storia della Toscana, libro III, in fine. Il signor F. L. Polidori pubblicò un Esame critico della vita di Castruccio Castracani, nella sua edizione delle Opere minori del Machiavelli (Firenze, Le Monnier, 1852), pag. 33 e segg. In questo esame egli si fermò principalmente a notare gli errori storici che si trovano nel lavoro del Machiavelli, cosa cominciata a fare assai prima anche da altri.

Era stato già da molti osservato, che in questo lavoro del Machiavelli si trovavano imitazioni dall'antico. Crediamo però che il prof. C. Triantafillis sia stato il primo a dimostrare come la narrazione fosse in gran parte imitata dalla Vita d'Agatocle, narrata da Diodoro Siculo. Vedi Sulla vita di Castruccio Castracani scritta da Niccolò Machiavelli, ricerche di C. Triantafillis. Questo lavoro, pubblicato nell'Archivio Veneto, tomo X, parte I, anno 1875, venne poi ripubblicato in opuscolo a parte: Venezia, tipografia del Commercio, 1875.

[112]. Il Menagio, nella Biblioteca del Fabricio, aveva affermato che i detti memorabili dal Machiavelli attribuiti a Castruccio erano presi dagli Apoftegmi di Plutarco; ma il prof. Triantafillis ne trovò undici evidentemente copiati dalla Vita d'Aristippo di Diogene Laerzio, autore (è bene notarlo) già tradotto dal Traversari nel secolo XV. Giacomo Leopardi, nei Pensieri, vol. VII, p. 310, osserva che questi detti erano tutti o quasi tutti gli stessissimi «che il Laerzio, ecc., riferiscono di filosofi antichi, mutati solo i nomi.»

[113]. Discorsi, libro II, cap. XIII, pag. 222. «Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare, considerato che la prima ispedizione che fa fare a Ciro contro il re di Armenia, è piena di fraude, e come con inganno e non con forza gli fa occupare il suo regno.»

[114]. Vedi la lettera nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXVII.

[115]. Nella sua Genealogia e Storia della famiglia Rucellai (Firenze, Cellini, 1861), il Passerini lo dice nato nel 1495, morto circa il 1520. Nelle Curiosità storico-artistiche, invece, lo dice, così a pag. 69, come a pag. 71, morto nel 1519.

[116]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXVI. Certo le parole De re militari potrebbero accennare anche al libro di Vegezio, che ha questo titolo appunto. Ma il menzionarlo insieme con la Vita di Castruccio fa credere che si tratti dell'Arte della guerra; nè sarebbe presumibile, che, per vedere l'opera di Vegezio, il cardinal de' Medici avesse bisogno di ricorrere al Machiavelli.

[117]. Fu qualche volta supposto a torto, che quest'edizione sia identica a quella del 1529. L'una e l'altra erano nella Palatina e son ora nella Nazionale di Firenze. Infine della prima si legge: «Impresso in Firenze per li Heredi di Philippo di Giunta, nelli anni del Signore MDXXI a dì XVI d'agosto. Leone X pontefice.» Vedi Il Quarto Centenario di Niccolò Machiavelli. Il 21 settembre 1521, il Cardinale Salviati gli scriveva, ringraziandolo d'avergliene mandata una copia, la prima che fosse giunta a Roma. Vedi Appendice, doc. x.

Il Codice 1451, Cl. VIII, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, contiene lunghi frammenti autografi dell'Arte della Guerra. Par che fossero 183 carte, ma ne mancano parecchie, e quelle che restano non sono in ordine. Vanno dal n. 7 al 16, dal 97 al 110, dal 113 al 154, dal 161 al 166, dal 169 al 183. La prima carta n. 7, comincia: «Cosimo. Basterebbe quando io fossi certo, che la occasione.» La carta 176 contiene la fine dell'opera. Le carte dal n. 177 al 183 contengono le tavole, precedute dall'avvertenza esplicativa al lettore. Seguono due carte doppie, non numerate, che contengono aggiunte e correzioni dell'autore. In mezzo a questi frammenti si trova un foglio staccato, certo del tempo, ma non autografo del Machiavelli, che contiene l'alfabeto greco con spiegazioni in latino. Sembra che, avendo bisogno, per indicare la disposizione delle varie parti d'un esercito, di molti e diversi segni, senza i quali non avrebbe potuto formare le sue tavole, e non bastandogli le lettere latine, il Machiavelli ricorresse ad un amico, per avere l'alfabeto greco, che non conosceva abbastanza. E l'amico gli mandò, scritto di sua mano, l'alfabeto, aggiungendo spiegazioni sulle vocali, le consonanti, i dittonghi, ecc. Tale almeno sembra a noi la sola spiegazione plausibile del trovarsi questo foglio, scritto da un'altra mano, ma dello stesso tempo, tra gli autografi dell'Arte della Guerra, nella quale in fatti l'autore si vale più volte delle lettere greche.

[118]. Due persone vennero più specialmente da noi consultate: una di queste fu il signor Max Jähns, noto scrittore di cose militari, maggiore di Stato Maggiore nell'esercito prussiano, autore dell'opera: Geschichte des Kriegswesens von der Urzeit bis zur Renaissance, il quale aveva già nel 1876 pubblicato un suo discorso intitolato: Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht (nella Kölnische Zeitung dell'agosto 1877, n. 108, 110, 112 e 115). A lui rivolgemmo, per mezzo del nostro amico prof. Karl Hillebrand, alcune domande. E la sua cortesia fu grande davvero, giacchè egli ci rispose amplissimamente con uno scritto intitolato: Machiavelli als militärischer Techniker, pubblicato poi nel n. XIII (24 marzo 1881) del giornale, Die Grenzboten für Politik, Literatur und Kunst, che si stampa a Lipsia. Noi professiamo qui al dotto e cortese straniero tutta la nostra più profonda riconoscenza. — Ci rivolgemmo poi ripetutamente al maggiore di Stato Maggiore (ora generale) nell'esercito italiano, signor Valentino Chiala; e dare un'idea della sua cortesia nel rispondere alle continue domande che, durante due anni, gli facemmo, non è assolutamente possibile. Diremo solo, che senza i suoi autorevoli, sempre pronti e cortesi consigli, ci saremmo più volte smarriti nell'esaminar l'Arte della Guerra del Machiavelli. Per grande fortuna della nostra patria, gli ufficiali dell'esercito italiano, come è noto a tutti, uniscono alle qualità più virili dell'animo la più squisita gentilezza e cortesia.

Nel rivolgerci, senza personalmente conoscerli, ai due dotti e cortesi maggiori di Stato Maggiore, l'uno straniero e l'altro italiano, non sapevamo punto che erano del pari ammiratori dell'Arte della Guerra del Machiavelli, e la tenevano in altissima stima, anche giudicandola come lavoro tecnico e militare. Non avendo il maggiore Chiala pubblicato le osservazioni, che espose a noi nelle sue lettere, citeremo alcuni brani di esse, intitolandole: Osservazioni del maggiore Chiala. Speriamo di non offendere la sua modestia, che in lui è pari alla dottrina.

[119]. Il maggiore Jähns, scrive: «Wenn man diese Sätze liest, so glaubt man einen Theoretiker aus unsern eignen Tagen zu hören.» Jähns, Machiavelli als militärischer Techniker, nel fascicolo più sopra citato, Die Grenzboten, pag. 555. L'autore allude a ciò che il Machiavelli scrisse della cavalleria nei Discorsi (lib. II, cap. XVIII; Opere, vol. III, pag. 244), e nell'Arte della Guerra (lib. II; Opere, vol. IV, pag. 239).

[120]. Nel suo discorso, Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht, più sopra citato, il maggiore Jähns comincia col pregare l'uditorio di sospender l'orrore morale che desta il nome del Machiavelli, giacche «nicht von der sittlichen Haltung des Mannes will ich reden, sondern ich will ihn bezeichnen als den ersten modernen Menschen, dem der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht zum Gegenstände wissenschaftlicher Erwägung wurde.» E poi aggiunge, che il merito attribuito al Machiavelli come fondatore della scienza politica, gli si può attribuire del pari nelle cose militari. «Dies gilt auch von den militär-politischen Ideen Machiavelli's. Sie zeichnen ihn als einen die Zeitgenossen hoch überragenden Geist, welcher die schweren Gebrechen des damaligen Kriegswesens erkannte, und die Mittel angab, sie zu heilen.» Vedi il principio del discorso nella Kölnische Zeitung.

[121]. Discorsi, lib. II, cap. XVII.

[122]. Su di ciò il maggiore Chiala insiste molto nelle sue Osservazioni.

[123]. Il maggiore Jähns, a proposito del poco conto che il Machiavelli faceva dell'artiglieria, osserva: «Diese Nichtachtung war nach dem Erfolge von Ravenna ein Anachronismus.» Machiavelli als militärischer Techniker, nel citato fascicolo del giornale, Die Grenzboten, etc., pag. 556. Il maggiore Chiala crede che nella battaglia di Ravenna le artiglierie non avessero fatto ancora gran prova, e sarebbe quindi più indulgente verso il Machiavelli. Aggiunge però che, dopo la battaglia di Marignano, l'errore era assai meno scusabile.

[124]. Il maggiore Chiala così scriveva: «Leggendo i sette libri dell'Arte della Guerra non è possibile negare che di tutto ciò che ha relazione alla parte immutabile dell'arte, il Machiavelli discorre con tanta lucidezza, con tanta assennatezza, che anche colui il quale abbia poca conoscenza delle condizioni dell'arte stessa a que' tempi, è condotto ad ammettere in lui, non soltanto una mente superiore, ma altresì una pratica non superficiale delle cose della guerra. — Certo nessuno scrittore solamente teorico ha mai scritto così.» Ed altrove: «Il libro dell'Arte della Guerra mi sembra davvero un portento, non solo per que' tempi, ma anche considerato assolutamente.»

[125]. Tale è la opinione espressa ripetutamente dal maggior Jähns, il quale conchiude il suo saggio, Machiavelli als militärischer Techniker, con un pensiero non molto diverso da quello, da noi già citato, che si trova nel principio della sua lettura sul Machiavelli: «Alles in Allem genommen, erkennt man, dass Machiavelli, der durch seine begeisterte Verkündigung des Gedankens der allgemeinen Wehrpflicht, als ein wahrhaft prophetischer Geist und als einer der wichtigsten Denker auf dem Gebiete des militärischen Verfassungslebens erscheint, auch das Wesen der kriegerischen Technik in einer für seine Zeit ganz ungewöhnlichen Deutlichkeit durchschaute, und es ist ein neuer, ich möchte sagen, psycologischer Beweis für die nahe Verwandschaft von Kriegskunst und Staatskunst, dass der Begründer des modernen Staatsrecht zugleich der erste moderne militärische Klassiker ist.» Prima della pubblicazione di questo scritto, il maggiore Chiala ripetutamente mi aveva esposto lo stesso concetto, concludendo: «Come nella parte politica ed organica delle milizie, le vedute del Machiavelli furono ispirate ai veri principi dell'arte della guerra, così anche nel campo tecnico per lui più difficile.»

[126]. Opere, vol. IV, pag. 187.

[127]. Opere, vol. IV, pag. 196-7.

[128]. Opere, vol. IV, pag. 202-4.

[129]. Ibidem, vol. IV, pag. 204.

[130]. Opere, vol. IV, pag. 209. «Omnes nationes quae vicinae sunt soli, nimio calore siccatas, amplius quidem sapere, sed minus habere, sanguinis dicunt, ac propterea constantiam ac fiduciam cominus non habere pugnandi, quia metuunt vulnera, qui se exiguum sanguinem habere noverunt. Contra, septentrionales populi remoti a solis ardoribus, inconsultiores quidem, sed tamen, largo sanguine redundantes, sunt ad bella promtissimi, etc.» Flavii Vegetii Renati Comitis De re militari libri quinque. Ex recensione Nicolai Schwebelii. Argentorati, ex typographia Societatis Bipontinae, 1806. Lib. I, cap. II, pag. 5-6.

[131]. Opere, vol. IV, pag. 209-10.

[132]. Opere, vol. IV, pag. 218. Ecco le parole di Vegezio: «Sit ergo adolescens, Martio operi deputandus, vigilantibus oculis, erecta cervice, lato pectore, humeris musculosis, valentibus brachiis, digitis longioribus, ventre modicus, exilior cruribus, suris et pedibus non superflua carne distentis, sed nervorum duritia collectis.» F. Vegetii, op. cit., lib. I, cap. VI, pag. 9. Anche le parole del Machiavelli, che, nel brano qui sopra riportato, accennano alle qualità morali del soldato, sono imitate dallo stesso autore. Qui ed altrove egli lo ricorda, come sempre, indirettamente, senza mai nominarlo. Nel cap. VII, Vegezio continua: «Iuventus enim, cui defensio provinciarum, cui bellorum committenda fortuna est, et genere, si copia suppetat, et moribus debet excellere. Honestas enim idoneum militem reddit. Verecundia dum prohibet fugere, facit esse victorem. Quid enim prodest si exerceatur ignavus? si pluribus stipendiis moretur in castris? Nunquam exercitus profecit, tempore cuius [belli] in probandis tironibus claudicarit electio.» È il concetto, e spesso anche son le parole medesime adoperate dal Machiavelli.

[133]. Opere, vol. IV, pag. 212-16.

[134]. Il concetto politico ed il concetto militare del Machiavelli, come abbiam detto, s'immedesimano sempre e ne formano uno solo, il secondo essendo conseguenza logica del primo. L'esercito popolare, nazionale porta di necessità la preponderanza della fanteria. Anche le trasformazioni militari sono nella storia conseguenza delle trasformazioni sociali e politiche. Vedi a questo proposito: L. Blanch, Della scienza militare, considerata ne' suoi rapporti colle altre scienze e col sistema sociale. Discorsi nove: Napoli, Porcelli, 1831.

[135]. Che, oltre Livio, Cesare ed i soliti autori noti al Machiavelli, questi si fosse valso nell'Arte della Guerra principalmente di Vegezio, era stato già da molti osservato. Il primo però, che io sappia, il quale notò l'uso frequentissimo che, nella stessa opera, il Machiavelli fece di Frontino, è stato il signor Burd. Dopo il suo pregevole lavoro, da noi più volte citato, nel quale cercò le fonti antiche del Principe, ne ha fatto un altro simile sull'Arte della Guerra: The literary sources of Machiavelli's «Arte della Guerra» together with some illustrative diagrams. È uno studio assai pregevole, nel quale sono messe in luce moltissime imitazioni da autori greci e latini, che erano rimaste finora inosservate. Citiamo, fra molte altre, non poche imitazioni da Polibio. In fine del lavoro sono aggiunte alcune tavole, che danno chiara e precisa idea dell'ordinamento militare proposto dal Machiavelli, correggendo le inesattezze che si trovano in quelle stampate nelle edizioni delle Opere. Questo lavoro sarebbe utilissimo anche per una nuova edizione dell'Arte della Guerra. Il signor Burd, con una cortesia, di cui non sapremmo abbastanza ringraziarlo, volle permetterci di farne uso, inviandoci dall'Inghilterra il manoscritto. Nel ringraziarlo, noi facemmo voti che, a benefizio degli studiosi, le sue nuove ricerche venissero ben presto date alla luce. E più tardi, d'accordo col collega O. Tommasini, ci riuscì di farle pubblicare, tradotte in italiano, col titolo, Le Fonti letterarie di Machiavelli nell'«Arte della Guerra», fra le Memorie della classe di scienze morali storiche e filologiche, vol. IV, Parte I. Seduta del 21 maggio 1896.

[136]. Arte della Guerra, lib. II, nelle Opere, vol. IV, pag. 231. Qui, si è valso di Polibio, che descrive a lungo la falange greca (XVIII, 12-16). Nella pagina precedente (230), in cui parla delle armi dei Romani, si valse di Polibio e forse anche, come suppone il Burd, di Giuseppe Flavio. È singolare poi, come osserva lo stesso signor Burd, che mentre il Machiavelli ha certamente preso la descrizione dello scudo da Polibio, di cui ripete le parole, ponga la spada (gladius hispaniensis) del legionario, non a destra come dice Polibio, e come usava generalmente, a cagione dello scudo; ma a sinistra, come dice Giuseppe Flavio (Bell. Jud., III, 55), e come i monumenti provano che usava a suo tempo.

[137]. Fra le altre cose, dice di non ricordare che, nella battaglia di Pydna (168 a. C.) fra L. Emilio Paolo e Perseo, figlio di Filippo V re di Macedonia, si parli di scudo. Ma da Livio (XLIV, 36-43), che il Machiavelli ben conosceva, apparisce che coloro i quali portavano la sarissa, avevano anche uno scudo leggiero, il che vien confermato da Plutarco (Aem. Pau., 16-23), che il Machiavelli pur conosceva. Ed è però che, come diciamo nel testo, più di un moderno trovò difficile capire in che modo si potessero adoperare insieme lo scudo e la lunghissima sarissa.

[138]. Arte della Guerra, lib. II, pag. 230-39. Le osservazioni sulla cavalleria, che si trovano a pag. 239, son fra quelle che al maggiore Jähns sembrano tali, che potrebbero essere scritte da un tattico moderno.

[139]. Se si paragona Vegezio, lib. I, cap. IX-XVIII, pag. 12, 13, 14, 19, con l'Arte della Guerra del Machiavelli, lib. II, pag. 243-45, si vedrà chiaramente l'imitazione e spesso anche la traduzione.

[140]. Arte della Guerra, pag. 246.

[141]. Il Machiavelli allude generalmente alla legione descritta da Vegezio (lib. II, cap. VI) ed anche a quella descritta da Polibio, non a quella di Servio Tullio che, assai più agile e meglio ordinata, non superava di molto i 3000 fanti.

[142]. Arte della Guerra, lib. II, pag. 250-1.

[143]. Arte della Guerra, lib. II, pag. 257.

[144]. Questo notano tutti gli storici dell'arte della guerra, e questo osserva anche Luigi Napoleone Bonaparte nella sua opera: Du présent, du passé et de l'avenir de l'artillerie, vol. I, pag. 83.

[145]. «Machiavelli nimmt also die Legionartaktik der Römer zum Vorbilde. Aber trotzdem bleibt auch seine Schlachtordnung mehr auf die Defensive als auf den Angriff angerichtet; denn selbst dieser grosse Geist vermag sich nicht ganz frei zu machen von dem Banne der mittelalterlichen Tradition, welche dem Fussvolke unbedingt die inferiore Stellung gegenüber der Reiterei zuwies. Er vermag das römische Vorbild nicht zu erreichen.» Jähns, Machiavelli als militärischer Techniker, pag. 554. La medesima contradizione è più volte notata dal maggiore Chiala.

[146]. «Si paragonino» osserva il maggiore Chiala, «le formazioni del Machiavelli con quelle adottate dagli Svizzeri, e non si durerà fatica a trovare che le prime vincono immensamente di leggerezza e di frazionabilità le seconde. Assai primitiva doveva essere l'ordinanza svizzera, che pur era l'ordinanza classica di quel tempo, per procedere in grossi quadrati pieni di circa 10,000 uomini l'uno: l'ordinanza del Machiavelli quanto non è più leggiera, frazionata, mobile!»

[147]. «Si potrebbe osservare che, se non fosse intervenuto questo nuovo elemento delle armi da fuoco, l'arte della guerra si sarebbe svolta in modo da tendere alla imitazione del modello proposto dal Machiavelli. — È certo che dalla falange svizzera si sarebbe venuto a poco a poco a formazioni più leggere, più elastiche, più articolate, sempre più modellate sul tipo della legione, un quid simile appunto a ciò che propose il Machiavelli.» Osservazioni del maggiore Chiala.

[148]. Arte della Guerra. lib. II, pag. 271.

[149]. Arte della Guerra, lib. II, pag. 273.

[150]. Ibidem, lib. II, pag. 274.

[151]. Arte della guerra, lib. III, pag. 280. Qui c'è qualche confusione ed inesattezza. L'autore non distingue la composizione della legione quale era ai tempi di Servio Tullio, da quella che più tardi fu divisa in coorti, e però, come abbiam detto, riunisce in uno ordinamenti di tempi diversissimi. La prima, divisa in manipoli, era composta di più di 3000 fanti, cioè 1200 Astati, 1200 Principi e 800 Triarî, cui s'aggiungevano i Rorari e gli Accensi, di cui il Machiavelli, non parla. Non è vero che i Principi fossero in numero minore. È vero però, che erano disposti in modo da poter ricevere gli Astati, quando questi retrocedevano, e da potere gli uni e gli altri essere ricevuti dai Triarî, minori di numero, e disposti in ordine assai più rado. Il Machiavelli qualche volta sembra parlare di questa legione, qualche altra di quella che trova descritta da Vegezio o da Livio o da Polibio, senza mai distinguere.

[152]. Anche qui è continuamente imitato Vegezio. Si riscontri l'Arte della Guerra, paragonando le pag. 278, 279, 281, 282 e 283 con Vegezio, De re militari, ediz. citata, pag. 21, 22, 31, 33, 35, 87, 88, 89.

[153]. Arte della Guerra, lib. III, pag. 294.

[154]. Arte della Guerra, lib. III, pag. 293-301.

[155]. Si paragoni l'Arte della Guerra, pag. 319, 321, 322, 324, 326, 353, 356, con Frontino, Stratagematicon, II, III, § 17; II, IV, 17; II, VII, 1, 2, 3, 5; II, X, 1: II, I, 1; I, V, 27, ed I, V, 3; I, V, 16. Anche nel sesto e settimo libro dell'Arte della Guerra, continuo è l'uso che il Machiavelli fa di Frontino. Qualche volta ricorda senz'altro i fatti citati da Frontino, adoperando quasi le stesse parole; altra volta invece formula prima regole generali, e si vale poi, a conferma di esse, degli esempî addotti dallo stesso autore. A pag. 319 parla dei carri falcati (falcatae quadrigae) descritti da Livio (XXXVII, 41) e da Vegezio (III, 24). Poi dice in quali modi si può ad essi resistere, adducendo a conferma l'esempio di Silla contro Archelao, quale si trova in Frontino (II, III, 17). Lo stesso fa in moltissimi altri simili casi.

[156]. Arte della Guerra, lib. IV, pag. 314.

[157]. Ibidem, lib. IV, pag. 316.

[158]. Ibidem, lib. IV, pag. 332.

[159]. Arte della Guerra, lib. VI, pag. 360.

[160]. Ibidem, lib. VI, pag. 380; Vegezio, lib. II, cap. IV.

[161]. Arte della Guerra, lib. VI, pag. 380.

[162]. Arte della Guerra, lib. VI, pag. 376.

[163]. Ibidem, lib. VI, pag. 380.

[164]. «Kuhn und scharfsinnig sind seine fortificatorischen Ideen.» Così dice il maggiore Jähns nel più volte citato suo scritto: V. Die Grenzboten, a pag. 556.

[165]. «D'après Machiavelli qui dans son Art de la Guerre nous a donnè des renseignements applicables à une époque un peu antérieure à celle où il écrit, le mur doit être aussi haut que possible, etc.» Louis Napoléon Bonaparte, Du présent, du passé et de l'avenir de l'artillerie, vol. II, pag. 106.

[166]. Arte della Guerra, lib. VII, pag. 398.

[167]. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 225 e 362.

[168]. Storia d'Italia, lib. VIII, cap. IV.

[169]. Vedi nell'Appendice al vol. II di quest'opera, il doc. VI, a pag. 520.

[170]. Arte della Guerra, lib. VII, pag. 394-5.

[171]. Ibidem, lib. VII, pag. 401.

[172]. Ecco come giudica queste idee il maggiore Jähns, in fine dello scritto sopra citato: «Machiavellis Vorschläge ähneln in mancher Beziehung denjenigen, welche Dürer zur Verstärkung vorhandener alter Stadtbefestigungen macht; wahrscheinlich hatten beide ihr Vorbild in Padua, dessen vergebliche Belagerung im Jahre 1509 durch Kaiser Maximilian so grosses Aufsehen gemacht hatte; denn diese Stadt war in einer Weise remparirt, welche der von Machiavelli empfohlenen sehr nahe kommt. Wie einsichtig und klardenkend übrigens Machiavelli in Dingen der Befestigunskunst war, lehrt sein Protokoll über die Besichtigung der Fortificationen von Florenz durch Navarro, und sein Schreiben an Guicciardini über denselben Gegenstand (1526). Merkwürdig erscheint es, dass er bereits mit Entschiedenheit die Forderung eines Rayongesetzes ausspricht und zwar eines viel strengem als es irgend eine neuere Verordnung gethan hat. — Bis zu einer Meile Entfernung von der Festung darf weder Manerwerk aufgeführt, noch auch das Feld bestellt werden.»

[173]. Arte della Guerra, lib. VII, pag. 413-14.

[174]. Ibidem, lib. VII, pag. 415.

[175]. Arte della Guerra. lib. VII, pag. 416.

[176]. Arte della Guerra, lib. VII, pag. 418-19.

[177]. Arte della Guerra, lib. VII, pag. 419-23.

Avevo già liberato per la stampa questo foglio, quando mi pervenne notizia della pubblicazione di una nuova opera sul Machiavelli come scrittore di cose militari. — Martin Hobohm, Machiavellis Renaissance der Kriegskunst: Berlin, Karl Curtius, 1913. Vol. due. — Mi duole assai di non essere stato in tempo, per poterne tener conto in questo capitolo.

[178]. Prezziner, Storia del Pubblico Studio, ecc., vol. I, pag. 201-2, doc. XII.

[179]. È una lettera del Machiavelli al Del Nero, che si trova nell'Archivio fiorentino, e fu pubblicata la prima volta dal prof. Corazzini nella sua Miscellanea di cose inedite o rare, pag. 114: Firenze, 1853. Venne poi data più compiutamente nelle Opere del Machiavelli (Firenze, Usigli, 1857) a pag. 1198. La riproduciamo qui sotto:

«Spectabilis vir,

«La sustanza della condotta sia questa. Sia condotto per anni, ecc., con salario ogni anno, ecc., con obbligo che debba e sia tenuto scrivere gli annali ovvero la istoria delle cose fatte dallo Stato e città di Firenze, da quello tempo gli parrà più conveniente, et in quella lingua o latina o toscana, che a lui parrà.

«Nicholaus Machiavelli.

«Honorando cognato Francisco del Nero

[180]. La deliberazione degli ufficiali fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. La riproduciamo qui sotto, aggiungendovi gli appunti delle prime rate che furono pagate al Machiavelli, le quali si trovano notate anch'esse nel Libro degli stipendiati per lo Studio, dal 1514 al 1521, che si conserva nell'Archivio fiorentino.

«Die viij mensis novembris M. D. xx. Conduxerunt Niccholaum de Machiavellis civem florentinum ad serviendum dicto eorum officio, et inter alia ad componendum annalia et cronacas florent. et alia faciendum, que et prout dictis dominis officialibus fuerit expediens pro tempore et termino duorum annorum initiatorum die prima presentis mensis novembris, uno scilicet firmo, altero vero ad beneplacitum dictorum dominorum officialium, cum salario quolibet anno florenorum centum, ad rationem librarum quatuor pro quolibet floreno solvendorum de quatuor mensibus in quatuor menses cum taxis obligationibus et aliis consuetis» (a c. 104).

················

«Die xiij junii M. D. xxj» (a c. 144).

················

«Item infrascriptis eourum ministris servientibus tam Florentie quam Pisis, pro dictis quatuor mensibus initiatis et finitis ut supra [initiat, die prima mensis novembris proxime preteriti (a c. 144t-145)].»

················

«Niccholao domini Bernardi de Machiavellis, fi. 33. 6. 8» (a c. 145t).

················

«Item infrascriptis eorum ministris, etc., c. s., pro dictis quatuor mensibus initiatis ut supra [die prima mensis martii prox, preteriti (a c. 145t)]» (a c. 146t).

«Niccholao, etc., c. s.»

················

Nell'Archivio pisano, dove andarono poi parecchie carte dello Studio fiorentino, mancano i Libri dello Studio degli anni 1521-25; ma in un registro d'entrata e uscita dello stesso, per l'anno 1526, a c. 24t, si legge:

«Ad li ministri (dello Studio fiorentino e pisano):

«A Francesco Del Nero fior, ottantaquattro di suggello. 84»

«A Niccolò Machiavelli fior, centosettantacinque di suggello 175»

Mancano anche i registri successivi fino al 1544. Queste notizie, le quali provano che il sussidio fu per più anni continuato, le dobbiamo al signor Tanfani Centofanti direttore dell'Archivio pisano.

Il Tommasini (App. doc. X, pag. 1069 e segg.) ha pubblicato alcuni altri documenti, dai quali risulta che poco prima (il 25 giugno 1519) era stato nominato insegnante a Pisa Agostino Nifo da Sessa, quello stesso che aveva commesso il plagio del Principe, di che abbiamo parlato nel vol. II (pag. 417 e segg.).

[181]. Ciò si argomenta dalla lettera con cui il Machiavelli rispose, la XLI nelle Opere, vol. VIII, pag. 147, la quale è però scritta in un modo assai poco intelligibile, e fu scorrettamente pubblicata. Essa incomincia: «Una vostra lettera mi si presenta in pappafico.» Il che io credo voglia dire: in gergo, quasi in maschera. Il Ricci dice che la copiò da un originale annotato, quasi indeciferabile, ma non dice se questo originale era autografo, nè di chi siano le note, che non valgono certo a rendere più chiaro il testo, essendo più che altro sentenze generali, cavate dagli scritti del Machiavelli. Vedi le note riprodotte nel Tommasini, I, 632.

[182]. Questa lettera è nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. L'originale trovasi nello Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 40.

[183]. Opere, vol. VII, pag. 439-41.

[184]. Opere (P. M.), vol. VI, pag. 215-16.

[185]. Vedi la lettera del Machiavelli al cardinale dei Medici, nelle Opere, voi. VII, pag. 445-49.

[186]. Le parole in corsivo mancano in tutte le edizioni delle Opere, dove sono indicate con puntolini. Una nota avverte che il manoscritto originale dovette esser venuto in mano di persona timorata, che cancellò in questa lettera e nella seguente, le parole più licenziose o poco rispettose alla religione. Esse si ritrovano però nella copia del Codice Ricci.

[187]. Opere, vol. VIII, pag. 155-6.

[188]. Il Guicciardini mandò in fatti il secondo fante, con una lettera del 18 maggio 1521, la quale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 111. Vedi Appendice, doc. XI.

[189]. Opere, vol. VIII, pag. 156-9, lettera XLIX. Diamo qui sotto le parole che furono soppresse nelle stampe dove sono indicate con puntolini.

predicatore; —

insegnassi loro la via d'andare a casa il diavolo; —

pazzo che il Ponzo, più versuto (furbo) che fra Girolamo, più ipocrito che frate Alberto; —

tristo: —

mantello della religione; —

pestando i fanghi di S. Francesco; —

scandalo; —

alle zoccolate; —

questi frati dicono che quando uno è confermato in grazia, il diavolo non ha più potenzia di tentarlo. Così io non ho paura che questi frati mi appicchino la ippocrisia, perchè io credo essere assai ben confermato; —

nè credo mai quel che io dico; —

fra tante bugie. —

[190]. Allude a ciò che dice Plutarco nella Vita di Lisandro.

[191]. Lettera del 18 maggio 1521, Opere, vol. VIII, pag. 159-61.

[192]. Berni, Casa, ecc., Opere Burlesche: Londra, 1723, vol. I, pag. 77.

[193]. Gregorovius, Geschichte, vol. VIII, pag. 392 e segg.; De Leva, Storia di Carlo V, lib. II, cap. 3; Ranke, Die Römischen Päpste, lib. I, cap. III; Reumont, Geschichte der Stadt Rom, lib. VIII, parte II; Constantin Ritter von Höfler, Papst Adrian VI (1522- 1523): Wien, Braumüller, 1880.

[194]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 73-5

[195]. Nardi, Storia di Firenze, vol. II, pag. 74-75.

[196]. Vedi il Discorso dei Pazzi nell'Arch. stor. it., vol. I, pag. 420 e seg.

[197]. Questa seconda proposta di riforma, fatta dal Machiavelli, fu prima pubblicata da A. D'Ancona, insieme con un altro scritto sull'Ordinanza, nel suo opuscolo per nozze Cavalieri-Zabban, 16 ottobre 1872, col titolo: Due scritture inedite di Niccolò Machiavelli: Pisa, Nistri, 1872. La ripubblicò poi l'Amico nella sua Vita del Machiavelli, pag. 550 e segg. L'originale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 79.

[198]. Questo scritto autografo si trova nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 63. Vedi Appendice, doc. XII. Ne fu pubblicato un brano dal signor Amico nella sua Vita di N. Machiavelli, a pag. 269. Egli lo crede un abbozzo di lettera scritta al cardinal Soderini, quando fu la prima volta istituita l'Ordinanza. Leggendolo con attenzione, si vede però che non è una lettera, ma una proposta indirizzata al cardinal de' Medici, per ricostituire l'Ordinanza.

[199]. Filippo de' Nerli, Commentarî, pag. 137-8.

[200]. Nardi, vol. II, pag. 83-4. Di tutto ciò parla minutamente anche Iacopo Pitti, nella sua Storia fiorentina, lib. II, pag. 122. (Arch. stor. it., vol. I). Dice che era apparecchiata la Provvisione per la riforma, ed a pag. 124 la riepiloga, dando un sunto di quella stessa che era stata scritta dal Machiavelli, il che ci conferma che questi ne aveva ricevuto commissione dal Cardinale.

[201]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 85; Capponi, Storia della repubblica di Firenze, vol. II, pag. 336; Pitti, Storia fiorentina, pag. 125.

[202]. «Ma non riuscendo l'impresa del signor Renzo..., si trovarono poi Zanobi e Luigi implicati in quella congiura, senza poterla eseguire, e dubitando, essendosene troppo allargati, che ella non si scoprisse; però amendue erano tanto più di quelli che assai sollecitavano il cardinale de' Medici, perchè si mettessero in esecuzione i disegni di sopra narrati, e que' vani parlamenti, che andavano attorno per la nuova riforma del governo, parendo loro, se tale effetto seguiva, d'assicurarsi de' pericoli che portavano scoprendosi la loro congiura, la quale male si poteva più mandare ad effetto.» Nerli. Commentarî, pag. 138.

[203]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 89.

[204]. Furono pubblicati da Paolo Piccolomini nel Giornale Storico della letteratura italiana, 1902, vol. XXXIX, pag. 327 e segg.

[205]. Et mortuus non posset damnari, dice la sentenza. Vedi i Documenti su questa congiura pubblicati nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. III, pag. 123 e segg.: Firenze, Vieusseux. La sentenza relativa a Piero Soderini trovasi a pag. 133-4. Egli morì e fu sepolto in Roma. Nel coro della chiesa del Carmine a Firenze, che era stato costruito dalla sua famiglia, si vede un monumento fatto da Benedetto da Rovezzano, che il Soderini avrebbe, così almeno si dice, destinato a sè stesso.

[206]. A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, vol. II, pag. 456 n. ed altrove, 2ª edizione: Torino, Loescher, 1891; A. Solerti, La rappresentazione della Calandria a Lione nel 1548, nella Raccolta di Studi critici dedicata ad Alessandro d'Ancona, Torino, Loescher, 1901.

[207]. Vedi il prologo della Calandra nel Teatro italiano antico, vol. I, pag. 195-7: Milano, Società tipografica dei Classici italiani.

[208]. Vedi A. D'Ancona, Origini del teatro in Italia; Ruth, Geschichte der italienischen Poesie (Leipzig, 1847, volumi due), opera che ha vero merito, ed è poco citata, ma spesso saccheggiata; Karl Hillebrand, Études historiques et littéraires: Paris, Franck, 1878. Vedi anche L'imitazione classica nella Commedia italiana del secolo XVI, del dott. Vincenzo De Amicis, negli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (vol. II: Pisa, Nistri, 1873); Arturo Graf, Studî drammatici (Torino, Loescher, 1878), nei quali discorre anche della Mandragola. Molte notizie si trovano nell'opera del Klein, Geschichte des Drama's, che nel vol. IV (Leipzig, 1866) comincia a trattare del teatro italiano. Essa è però così diffusa e confusa, e (per non parlare della forma stranissima) unisce a notizie utili tanto materiale eterogeneo, che riesce difficile valersene con profitto. Vedi anche i due ultimi volumi (Londra, 1881) dell'opera del Symonds, Renaissance in Italy.

[209]. Vedi Atto I, sc. I. Il comico Alexis scrisse una commedia intitolata: Mandragorizomene, la donna che fa uso della mandragora. I cinque frammenti che ne restano, non danno però modo di conoscerne il soggetto e l'intreccio, benchè si veda che trattavasi di fatti amorosi. Gli antichi ed i moderni han sempre attribuito virtù miracolosa alla mandragora, che, appunto pel suo potere magico in casi d'amore, era dai Greci chiamata radice circea, e greco è il nome stesso, mandragora. Apollodoro (lib. III, cap. XV) riferisce una favola, in cui ne è dimostrata la virtù in casi d'amore, ma essa non ha relazione con la commedia del Machiavelli, il quale apprese le virtù della mandragora o mandragola dalle superstizioni popolari, orali e scritte, che correvano allora e corrono anche oggi fra i popoli latini e germanici.

Il prof. De Gubernatis, prima nella sua Storia del teatro drammatico italiano (parte IV, cap. I, Milano, Hoepli, 1883) e poi nelle sue lezioni di letteratura (nel volume che ha per titolo Niccolò Machiavelli: Frascati, 1907, a pag. 175 e segg.) ha esposto l'ipotesi che il titolo ed il concetto della Mandragola siano stati suggeriti dalla Mandragorizomene del comico Alexis, commedia della quale, lo abbiamo già detto, ci restano solo alcuni frammenti. Come nella commedia, ora perduta, delle Maschere, noi sappiamo, che il Machiavelli, per consiglio di Marcello Virgilio Adriani, imitò Aristofane, così nella Mandragola, secondo il De Gubernatis, per consiglio dello stesso Adriani, avrebbe imitato Alexis. Se non che della imitazione nelle Maschere ci dette esplicita notizia Giuliano de' Ricci, della imitazione nella Mandragola nessuno degli antichi parlò mai. Primo a parlarne fu il De Gubernatis, ma la sua ipotesi non venne, che io sappia, accettata da nessuno; alcuni la respinsero esplicitamente. Egli fu confortato ad esporla dall'avere trovato nei Mss. dell'Adriani ricordato il nome dell'Alexis. Ma ciò è troppo poco per poter dimostrare che l'Adriani conobbe la commedia greca e che ne parlò al Machiavelli. Il De Gubernatis ha esaminato i pochi frammenti che ci restano della Mandragorizomene e, sebbene non bastino a dare un'idea nè del soggetto, nè dell'intreccio, ha creduto di scorgervi qualche vaga somiglianza con alcuni brani della Mandragola. Tutto questo a noi par troppo poco per trarne qualche conclusione sicura. Non crediamo provato che il Machiavelli avesse notizia della commedia greca e che da essa prendesse il titolo della sua Mandragola, parola allora di uso comune in Italia. Questa è la ragione per la quale non possiamo accettare la ipotesi, con diligenza e persistenza, sostenuta dal prof. De Gubernatis.

[210]. Su quella data si è recentemente disputato dal Borgognoni (Domenica letteraria, anno 1882, n.º 46), dal Medin (ibid., n.º 43 e nel Giornale storico della letteratura italiana, II) e da U. G. Mondolfo (nello stesso Giornale, XXIX, pag. 115). Anche G. Mondaini si è occupato della questione in un suo scritto Il Machiavelli comico, pubblicato nel fasc. LXXXVIII del Pensiero Italiano di Milano (marzo 1898). Egli crede col Medin che la commedia sia stata scritta nel 1513. Anche il Tommasini, nel vol. II del suo libro, si è molto occupato di questa questione. In conclusione riman confermato che la Mandragola non può essere stata scritta prima del 1513, nè dopo dell'aprile 1520. Ma l'anno preciso non risulta chiaramente dimostrato.

[211]. ... «in Nicia praesertim comoedia, in qua adeo iucunde vel in tristibus risum excitavit, ut illi ipsi ex persona scite expressa, in scaenam inducti cives, quanquam praealte commorderentur, totam inustae notae iniuriam, civili lenitate pertulerint: actamque Florentiae, ex ea miri leporis fama, Leo pontifex, instaurato ludo, ut Urbi ea voluptas communicaretur, cum toto scenae cultu, ipsisque histrionibus Romam acciverit.» Elogia doctorum virorum, authore Paulo Jovio. LXXVII. Nicolaus Macciavellus: Antverpiae, apud I. Bellerum, 1557.

[212]. Questa lettera trovasi fra le carte del Machiavelli, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. In essa, fra le altre cose, il Della Palla scrive da Roma al Machiavelli, che trovò il Papa molto ben disposto verso di lui, e favorevole a fargli aver qualche commissione per iscrivere o altro. Questo Battista Della Palla, ora così nelle buone grazie del Papa, è lo stesso che poi cospirò contro i Medici.

[213]. Un esemplare di questa edizione trovasi nella Marciana di Venezia, CXXXIII, B 8-48010. Esso non ha data, ma è legato con un'altra commedia chiamata Aristippia, che è del medesimo sesto, caratteri, carta, divisione delle parole, numerazione, ecc., ed ha la data di Roma 1524, nel mese di agosto. Perciò anche l'edizione della Mandragola fu dal Gamba e da altri giudicata del 1524. Il titolo è: Comedia | facetissima | intitolata | Mandragola | et recitata in Firenze. Questa edizione romana fa supporre l'esistenza di qualche edizione fiorentina più antica. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze trovasi infatti un esemplare di altra edizione antica, in-8, tra i libri della Magliabechiana (K. 7. 58). Esso è mancante delle carte 1 e 4, ed è descritto nel Catalogo del Fossi (vol. III, col. 105), il quale, esaminando la carta, in cui si vede un giglio, crede che l'edizione sia fiorentina. Il Brunet la dice della fine del secolo XV o dei primi del XVI, e conchiude: «Elle doit être la première de l'ouvrage.» Del secolo XV, in ogni caso, non può essere.

[214]. Opere, vol. V, pag. 72. Queste parole dimostrano chiaro, che egli scriveva, quando era già fuori d'ufficio.

[215]. Opere, vol. V, pag. 73.

[216]. Atto III, scena III.

[217]. Atto III, scena XI.

[218]. Atto IV, scena I.

[219]. Atto IV, scena VI.

[220]. Macaulay's, Essays (ediz. Tauchnitz), vol. I, pag. 86.

[221]. «But old Nicias is the glory of the piece. We cannot call to mind anything that resembles him. The follies which Molière ridicules are those of affectation, not those of fatuity. Coxcombs and pedants, not absolute simpletons are his game. Shakspeare has indeed a vast assortment of fools; but the precise species of which we speak is not, if we remember right, to be found there.... Cloten is an arrogant fool, Osiric a foppish fool, Ajax a savage fool; but Nicias is, as Thersites says of Patroclus, a fool positive.» Macaulay, Essays, vol. I, pag. 87.

[222]. Queste parole non sono piaciute al Tommasini, che domanda: dove è mai la vivisezione? Il Machiavelli, egli dice, ha fatto «piuttosto una fotografia di quelle che più scontentano la vanità umana» (II, 402). — Descrivere una madre che persuade la figlia a commettere l'adulterio, un frate che bonariamente prima lo incoraggia, dicendo che con esso s'acquista un'anima a messer Domeneddio, e poi lo benedice, non si può chiamare fotografia della natura umana, specialmente se si considera che tutto ciò avviene in mezzo al sorriso e all'indifferenza. Somiglia piuttosto a quel così detto verismo, che della natura umana descrive un lato solo. Ed è la ragione per la quale ho adoperato la parola vivisezione, ed ho aggiunto che nell'arte si vuole la realtà intera. Tutto questo non toglie che in altre parti, sotto altri aspetti, la commedia resti un capolavoro di verità. Nè in ciò v'è contradizione alcuna.

[223]. Oltre gli autori più sopra menzionati, fa sulla Mandragola alcune giuste osservazioni anche il signor Teodoro Mundt, nel paragrafo XIV (Die Mandragola oder Komödie und Kirche) del suo libro sul Machiavelli, da noi già altrove citato.

[224]. Come vedremo a suo luogo, parlano di questa recita il Vasari nelle Vite dei Pittori, ed il Nerli in una sua lettera.

[225]. Nella prima scena del primo atto, Cleandro dice: «Quando dodici anni sono, nel 1494.» Opere, vol. V, pag. 139.

[226]. Questo è anche il giudizio del Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 88.

[227]. In fatti la quarta scena del quarto atto è quasi letteralmente tradotta dalla seconda del terzo della Casina. La quinta è in parte tradotta anch'essa dalla terza del terzo atto della Casina, e così la sesta dalla quarta, la settima dalla quinta. Anche il soliloquio, nella scena ottava del quarto atto della Clizia, è imitato dalla prima scena dell'atto quarto della Casina. Il Machiavelli ha aggiunto di suo l'intero primo atto, il secondo, salvo l'ultima scena, e le quattro ultime scene dell'atto quinto. Tutto il resto è, più o meno, imitato o tradotto da Plauto. Merita di essere qui ricordato un lavoro di G. Tombara, Intorno alla Clizia di Niccolo Machiavelli: Rovigo, 1895. L'autore fa un diligente esame della commedia, di ciò che è in essa d'imitato o di originale. Ma io non so vedervi l'alto concetto filosofico che egli vi trova, e che, in ogni caso, alla commedia come commedia, riescirebbe, anche secondo lui, più di danno che di vantaggio.

[228]. Anch'io su di ciò m'ingannai. Fu l'Arlia che, primo, dimostrò essere il Lasca l'autore della Commedia. V. Una farsa del Lasca attribuita al Machiavelli, nel Bibliofilo, 1886, pag. 74. Il Polidori ne aveva già messo in dubbio l'autenticità, senza però addurne ragioni, aggiungendo anzi non esservi in essa cosa «per la quale non potesse aggiudicarsi al commediografo fiorentino.» V. anche Gentile, Delle Commedie di A. Grazzini, detto il Lasca, a pag. 49. Pisa, Nistri, 1896. Estr. dagli Annali della Scuola Norm. Sup. di Pisa, 1896. Questo lavoro, pubblicato, quando già era stampata la seconda edizione del presente volume, mi pervenne assai tardi, e da esso ebbi notizia del breve articolo dell'Arlia. Corressi così, come meglio potei, l'errore, nelle sole copie non ancora messe in vendita.

[229]. Il Polidori ricorda che questo Barlacchia o Barlacchi era un pubblico banditore in Firenze, e suppone (cosa poco probabile) che il Machiavelli ne assumesse il nome, quasi a dire di se stesso, che nelle commedie egli era un pubblico banditore dei vizi de' suoi concittadini. Vedi la citata prefazione alle Opere Minori del Machiavelli, pag. XIII; la nota in fine della commedia, a pag. 586, e la descrizione del codice strozziano, a pag. 415 dello stesso volume. Il prof. Hillebrand, invece, dice che la parola recensui qui significa rividi, e Barlacchia, secondo lui, vuol dire solo imbecille, tale essendo infatti l'uso volgare della parola barlacchio o barbalacchio, ed il Machiavelli avrebbe per semplice capriccio assunto un tal nome (Hillebrand, Études, etc., pag. 352, nota 1). Ma questa è un'altra ipotesi. Discorrendo delle feste e rappresentazioni fatte dalla Compagnia della Cazzuola in Firenze, il Vasari ricorda il Barlacchi come uno dei piacevoli uomini di quel tempo. Vite, ecc., vol. XII, pag. 16. Il Barlacchia in fatti era uno spirito bizzarro, che fu tra coloro che recitarono a Lione la Calandra del Bibbiena. Dalle più recenti ricerche risulta che la Commedia in versi è dello Strozzi. Il Pintor in un notevole articolo, che citiamo a pag. 170 sostiene che le parole Ego Barlacchia recensui sono scritte scherzosamente dal Machiavelli, come per dire che quella Commedia fu recitata dal Barlacchia, sebbene però non vi sia nessuna prova che la Commedia sia stata veramente recitata da lui o da altri.

[230]. Atto I, scena V.

[231]. Atto II, scena V.

[232]. «The latter we can scarcely believe to be genuine. Neither its merits, nor its defects remind us of the reputed author.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 88.

[233]. V. nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XXXIX, 1º semestre del 1902, pag. 103, l'articolo del prof. Pintor Ego Barlachia recensui. Egli, ricorda a questo proposito le ricerche di A. Salza, di P. Terrieri e di V. Rossi, che fu il primo a supporre che la Commedia in versi fosse dello Strozzi.

[234]. Diamo qualche esempio. Panfilo (Atto I, scena V), parlando di Cremete, che prima gli negava ed ora vuol dargli la figlia, s'è insospettito e dice: Aliquid monstri alunt. Il Machiavelli traduce alla lettera: Nutriscono qualche mostro, il che non si capisce. Il Cesari traduce assai meglio: Qualche diavoleria ci deve esser sotto. Più oltre si parla di Miside, la quale laborat e dolore, il che vuol dire in quel luogo, che essa ha le doglie del parto, ed il Machiavelli traduce semplicemente: la muore di dolore. Il servo Davo (Atto II, scena III) consiglia a Panfilo di fingere co' suoi di voler sempre la ragazza, perchè così avrà modo di continuare lo sue cattive pratiche. Se invece dichiara di non volerla, essi per distorlo dalle male pratiche, gli cercheranno un'altra sposa e gliela troveranno, sebbene egli sia povero, perchè la cercheranno senza dote. Certo è, così dice Davo, che Cremete non ti darà la sua figlia, e tu avrai modo di continuar le tue pratiche: nec tu ea causa minuerisHaec quae facis. Il Machiavelli traduce: Nè tu per questa cagione ti rimarrai di non fare quello che tu fai, il che è assai men chiaro della traduzione del Cesari: non fia bisogno che voi vi leviate dalla vostra pratica. Quanto poi al dire, così continua il servo, che non ne troveranno altra, perchè nessuno darebbe moglie ad uno che è nella tua condizione, questo si smentisce facilmente, perchè tuo padre te la darà povera, piuttosto che lasciarti continuare in una vita contraria al buon costume. Nam quod tu speras, propulsabo facile: uxorem his moribusDabit nemo. Inopem inveniet potius quam te corrumpi sinat. Il Machiavelli traduce: E facilmente si confuta quello che tu temi, perchè nessuno darà moglie a cotesti costumi: ei la darà piuttosto ad un povero. Qui c'è inesattezza ed oscurità. Non si capisce facilmente che cosa significhi: dar moglie a cotesti costumi. Le altre parole non traducono l'originale. Il Cesari traduce: Imperocchè quanto alla vostra speranza di dire: nessuno darebbe moglie a un mio pari, ve la getto a terra con un soffio. Vostro padre ve ne troverebbe una senza dote, piuttosto che lasciarvi andare a male così. V'è certo affettazione, ma anche maggiore chiarezza e precisione.

[235]. Moreni, Annali della tipografia del Torrentino, pag. 19 (Firenze, Francesco Daddi, 1819), e così pure altri scrittori.

[236]. V. Il Priorista, Quartiere S. Spirito, a carte 160t.

[237]. «Il suggetto de la commedia è un caso simile alla Clizia del Machiavelli.» Prologo all'Errore.

[238]. Opere, vol. VII, lettera XLVI, pag. 152.

[239]. Opere, vol. V, Asino d'Oro, cap. IV, pag. 397.

[240]. Asino d'Oro, cap. V.

[241]. Il La Fontaine nella sua favola, Les Compagnons d'Ulysse, ed il Fénélon nel suo dialogo, Ulysse et Gryllus, hanno del pari imitato Plutarco, indotti forse dall'esempio del Machiavelli e del Gelli. Nel La Fontaine non figura il porcello, ma un lupo, un leone, un orso; nel Fénélon, come nel Machiavelli ed in Plutarco, è il porcello che non vuol tornare uomo.

[242]. Busini, Lettere, pag. 243.

[243]. Opere, vol. V, pag. 419.

[244]. L'epigramma greco trovasi nell'Anthologia Planudea, IV, 275. L'imitazione di Ausonio, In simulacrum Occasionis et Poenitentiae, contiene, come ci fu fatto notare dal prof. Piccolomini, alcuni particolari, che mancano nell'originale e sono nel Machiavelli, il che mette fuori d'ogni dubbio che questi ha imitato Ausonio. — La Penitenza, di cui parla il Machiavelli, egli diceva, manca nell'epigramma greco e trovasi nel latino, che del resto è quasi tradotto nell'italiano. Il Poliziano aveva già confrontato l'epigramma greco con quello d'Ausonio, notandone le concordanze e le differenze. Miscell., cap. XLIX, pag. 265, ediz. di Basilea, 1553. Vedi anche Jacobs, Anthol. Gr., vol. VIII, pag. 145 e seg.

[245]. Opere, vol. V, pag. 425.

[246]. Opere, vol. V, pag. 427.

[247]. Opere, vol. V, pag. 427-432.

[248]. Opere, vol. V, pag. 433.

[249]. Opere, vol. V, pag. 438.

[250]. Opere, vol. V, pag. 456.

[251]. L'epigramma XII, 78, dell'Anthologia Palatina.

[252]. Recentemente il Tommasini (II, 824) ha pubblicato un nuovo epigramma del Machiavelli, il quale, come giustamente osserva egli stesso, non aggiunge nulla alla sua fama poetica.

[253]. Diamo in Appendice (doc. XIII) questo sonetto, e quello, ben noto, a Giuliano de' Medici, Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti, che trovasi nel medesimo codice vaticano, con alcune varianti che meritano di essere conosciute. Dobbiamo la copia dell'uno e dell'altro alla cortesia del valente giovane signor Giulio Salvadori, che li trovò nel vol. III del Codice miscellaneo vaticano 5225, a pag. 673 e pag. 674. Si trovano insieme con molti Capitoli di Cinquecentisti, fra i quali ve ne sono anche del Machiavelli, scritti però da mano più recente che i due sonetti, i quali, sono su carta più rozza e bruna, che si distingue perciò dagli altri fogli ond'è composto il volume. Dopo aver paragonato la scrittura dei due sonetti all'autografo del Machiavelli, il signor Salvadori giudicò che essa vi somiglia assai, ma non è autografa. È però certo, egli dice, del Cinquecento. Questa fu pure l'opinione del professor Monaci dell'Università di Roma, quando venne, a mia preghiera, consultato dal signor Salvadori. Il trovarsi poi nella Vaticana, fra altri scritti del Machiavelli, una copia così antica del sonetto a Giuliano de' Medici, ci sembra che venga a convalidare tutto quello che abbiamo già detto (vol. II, pag. 202 e segg.) su di esso e sulla sua autenticità.

[254]. Rajna, La data del «Dialogo intorno alla lingua» di N. Machiavelli nei Rendiconti dell'Accad. dei Lincei, seduta del 19 marzo 1893. Lavoro eccellente come sono generalmente tutti quelli del Rajna.

[255]. Vedi la più volte citata Prefazione Polidori, a pag. XIV e XV.

[256]. Codice Ricci, Palatino, 815 (già 21, 2, 692), pag. 819.

[257]. Al Tommasini (I, pag. 100) non parve possibile che il Machiavelli fosse autore di questo Dialogo, che egli giudicava irreverente verso Dante, scritto «da pedantuccio uggioso, che con insufficienti ragioni gli si volle attribuire.» Ma più riesamino la questione, e più io sono costretto a persistere nel mio primo giudizio, che del resto è stato recentemente avvalorato da scrittori, che son pure autorevolissimi nella filologia e nella storia della lingua. Il compianto e benemerito Gaspary, nella sua bella Storia della letteratura italiana (II, 536) attribuisce il Dialogo al Machiavelli, e lo chiama höchst originelle. Il professore Rajna se ne occupò a lungo, nella Memoria qui sopra citata. In essa egli afferma che il contenuto del Dialogo è «tale davvero da rivelarci una mente così poderosa e originale, che il pensiero correrebbe al Machiavelli, quand'anche non fossimo assolutamente costretti a non uscir di Firenze.» La stessa opinione fu, in modo egualmente esplicito, manifestata dal professore F. D'Ovidio.

[258]. Nella prima edizione io credetti possibile supporre che il Dialogo fosse stato scritto anche prima del 1512. Il Gaspary dimostrò invece che non poteva essere anteriore al 1513, ed il Rajna, continuando la stessa ricerca, dimostrò con valide ragioni e con logica stringente, che quasi certamente il Dialogo fu scritto nell'autunno del 1514; certo non più tardi del 1516, nè prima del 1514.

— Recentemente, nel suo secondo volume (pag. 349 e segg.), il Tommasini modificò alquanto la sua prima opinione, senza però abbandonarla del tutto, senza cioè accettare come interamente provata l'autenticità del Dialogo.

[259]. Opere, vol. V, pag. 3-21.

[260]. Le stampe dicono huis, ma il cod. Ricci dice huy.

[261]. Nelle precedenti edizioni io avevo qui, in nota, osservato che c'era una certa somiglianza tra questo riassumere, per mezzo degli scrittori antichi, la lingua imbastardita, corrotta, ed il restaurare le istituzioni corrotte, riconducendole ai loro principii, di che il Machiavelli parlò spesso ne' suoi scritti politici.

Il sen. Morandi, in un suo recente lavoro, osservò che il Machiavelli, nel luogo citato, parla di lingue addirittura trasformate (divenute un'altra cosa) come il greco e latino. E trovò che io ero caduto in un grosso errore, che egli combattè vivacemente. (Morandi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo da Vinci e la prima grammatica italiana, pagg. 105 e segg. Città di Castello, Lapi, 1908). Il Machiavelli, secondo lui, confutava in anticipazione la dottrina del Bembo, il quale sosteneva la lingua essere formata dagli scrittori, il che era contrario alla dottrina sostenuta da lui, che la diceva fiorentina, ed affermava che essa trovava la sua sorgente nel popolo di Firenze. Aggiungeva che con quella nota io veniva a dar ragione al Bembo contro il Machiavelli.

La dottrina del Machiavelli io l'ho esposta nel testo assai chiaramente, e non ho nulla da mutare. Nè ho inteso in nessun modo combatterla nella fugace osservazione fatta in una nota. Siccome però il Morandi ha ragione quando dice che, nel luogo citato, il Machiavelli accenna a lingue affatto decadute o morte come il greco ed il latino, così, per non generare equivoco, ho soppresso la nota incriminata. Mi sia lecito però osservare che, quando si dicesse che ai tempi del Beccaria e del Filangieri la lingua italiana era infranciosata e decaduta, e venne coll'aiuto e l'esempio dei buoni scrittori riassunta e rimessa nella buona via dal Parini, dal Foscolo, da altri, non direbbe un'eresia e non sarebbe perciò sostenitore della dottrina del Bembo contro quella del Machiavelli.

[262]. Qui c'è qualche divergenza da quello che dice nell'Arte della Guerra (Opere, vol. IV, pag. 282-3), che fu scritta dopo. Ma sarebbe strano vedere in ciò (come fa il Polidori) un'altra ragione per negare che il Machiavelli sia autore del Dialogo.

[263]. Questo modo di ricordar l'Ariosto, come notò il Gaspary, dimostra che allora non era anche pubblicato l'Orlando Furioso, che il Machiavelli, nel dicembre 1517, aveva letto ed ammirato (Lettera 17 dicembre 1517, a L. Alamanni).

[264]. Opere, vol. V, pag. 19.

[265]. Opere, vol. V, pag. 21.

[266]. Debbo qui riconoscere che, indotto dall'autorità del Bartoli e di altri storici della letteratura, anche io detti, nella prima edizione di quest'opera (vol. I, pag. 123-4), troppa importanza alla lettera dell'Aretino al Biondo, sulla questione della lingua. Di ciò mi son dovuto convincere dopo che, per le osservazioni giuste e cortesi del prof. F. C. Pellegrini, rilessi la lettera dell'Aretino insieme con quella del Biondo, quasi affatto dimenticata, e recentemente ripubblicata dal signor Mignini nel Propugnatore di Bologna (gennaio-aprile 1890). In sostanza i due eruditi discorrono, senza un criterio filologico determinato, sulle differenze che corrono fra il latino letterario ed il volgare. L'Aretino, esagerando molto, fa del volgare una lingua identica all'italiano, e affatto diversa dal latino letterario. Il Biondo, sebbene esageri, invece, nel voler troppo attenuare le differenze che pur riconosce fra il latino letterario ed il latino volgare, è assai più vicino al vero, vedendo nel secondo una semplice alterazione o corruzione del primo. Egli dà invece un'eccessiva importanza alle invasioni germaniche nella formazione della lingua italiana, ma la fa pure, in parte almeno, derivare dal latino volgare. Il vero è che ambedue discutono non dell'origine dell'italiano, ma principalmente, anzi quasi esclusivamente, della differenza che passa fra le due forme del latino. Dal modo però in cui una tal questione si risolve, deriva naturalmente anche la soluzione dell'altra. Ma essi non hanno nessun'idea precisa di ciò che forma il carattere essenziale d'una lingua; e qui appunto si vede assai chiara la enorme superiorità dell'ingegno divinatore del Machiavelli.

[267]. Vedi vol. II, pag. 75 di quest'opera.

[268]. Opere, vol. V, pag. 36.

[269]. Il Codice che contiene l'autografo, è quello più volte citato da noi, e descritto nell'opuscolo, Quarto Centenario, ecc., sotto il titolo: Libro degli autografi machiavelliani della Magliabechiana. Era indicato fra i Magliabechiani col numero 1451, fra gli Strozziani col numero 366. Ora è conservato fra i codici più rari e preziosi della Biblioteca Nazionale di Firenze, e contiene otto diversi manoscritti, sei dei quali autografi del Machiavelli. Fra questi è la Descrizione della peste, in un quaderno di 16 carte. Nella prima è scritto: Epistola fatta per la peste. E subito dopo: hanc epistolam agit laurentius Philippi stroci, cives florentinus, qui colebant plateam strociorum apud forum, et est multa plurcha, quia fecit illam Cum magna diligentia et studio temporis et laboris, et ob id laudo illam Cum amiratione ob elegantiam illius, et doctrinam magniam, ò rem inauditam et amirabilem, quod est ista, et testor Deum et homines bonos. — A tergo della carta 5ª trovasi ripetuto il principio della stessa dichiarazione, più in breve, ma con un linguaggio non meno strano e scorretto: Questa Pistola compose Laurentius Philippi Strozi cives florentinus, que colebat plateam strocioram apud forum, et est plurca. Segue la Descrizione della peste, di mano del Machiavelli, preceduta da una introduzione, pubblicata già dal Polidori e da altri, la quale è scritta da una terza mano. Dopo la Descrizione si leggono queste parole, della mano stessa di chi scriveva in così strana latinità: Copiata allibro grande nero di Lorenzo alla fine (qui seguono alcuni segni poco intelligibili, che sembrerebbero indicare il numero della carta), et così mi disse. Vedi Opere Minori di N. Machiavelli, pubblicate da L. E. Polidori, nota alla pag. 415: Firenze, Le Monnier, 1852.

[270]. Opere, vol. V, pag. 36. Questa è quasi tutta l'introduzione, quale trovasi nella Descrizione scritta di mano del Machiavelli. Più lunga e non meno intricata è l'altra, che, come già dissi, si legge trascritta separatamente, di mano diversa, nello stesso Codice.

[271]. Opere, vol. V, pag. 46-47. Il prof. L. A. Ferrai osservò che lo stile della Vita di Filippo Strozzi, scritta dal fratello Lorenzo, «ha qualche somiglianza con lo stile gonfio e prolisso» della Descrizione (Giornale storico della lett. italiana, vol. I, pag. 12 e seg.).

[272]. Opere, vol. V, pag. 45.

[273]. «Of this last composition, the strongest external evidence would scarcely induce us to believe him guilty. Nothing was ever written more detestable in matter and manner. The narrations, the reflections, the jokes, the lamentations are all the very worst of their respective kinds.... A foolish school-boy might write such a piece, and, after he had written it, think it much finer than the incomparable introduction of the Decameron. But that a shrewd statesman, whose earliest works are characterised by manliness of thought and language, should at near sixty years of age, descend to such puerility, is utterly inconceivable.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 89. Con tali parole il Macaulay dimostra un criterio ed un gusto letterario ben più sicuri di quelli del Leo, il quale si fonda invece sulla Descrizione della peste, per denigrare il carattere morale del Machiavelli: «Wie leicht Machiavelli mit dem Tode umspringt, und wie er alles, was anderen schrecklich ist, mit der grössten Anmuth zu verhöhnen weiss sicht man recht gut aus der satyrischen Erzählung einer fingirten Heirath, während der Pest im Jahr 1527 in Florenz; es enthält diese Erzählung zugleich in jeder Zeile Beweise wie Machiavelli zu einer Zeit, wo ihn überall Unglück umgab, und kaum vier Wochen vor seinem eignem Tode (also nicht mehr bei jungen Jahren) seine Phantasie noch voll Bilder weiblicher Schönheit und sinnlicher Verhältnisse zu Weibern hatte.» Vedi la prefazione più volte citata, dal Leo premessa alla sua traduzione tedesca delle lettere del Machiavelli, pag. XIV, in nota.

[274]. In quest'opera, vol. I, pag. 303 n., e Appendice allo stesso volume, doc. V, pag. 533 e segg.; vol. II, Appendice, doc. XXII, pag. 575 e segg.

[275]. Opere Minori: Firenze, Le Monnier, 1852, pag. 626.

[276]. Opere, vol. V, pag. 22 e seg.

[277]. Vedi, fra gli altri, Innocenzio Giampieri, Niccolò Machiavelli e Marietta Corsini, nel volume intitolato: Monumenti del Giardino Puccini, a pag. 275-90: Pistoia, tipografia Cino, 1845.

[278]. Sopra una copia dell'edizione dei Giunti, il Magliabechi scrisse di sua mano: «Questa novella di Niccolò Machiavelli si trova fra quelle del Brevio, come anche nella seconda parte della Libreria del Doni, e nel terzo canto del Tristarello, poema eroicomico sciocchissimo, e tra le novelle raccolte dal Sansovino. Nell'originale del Machiavelli che mi fu donato dalla cortesia del signor Benvenuti, ci sono alcune varie lezioni bellissime.» Una imitazione in terza rima, fatta dal Fagiuoli, fu pubblicata l'anno 1851 nel giornale L'Arte (Firenze, Tip. Mariani). Il signor G. Gargani ripubblicò la novella dall'autografo (Firenze, Dotti, 1869), in trenta esemplari numerati, ed otto distinti col nome della persona cui furono dati. La sua prefazione contiene varie utili notizie.

[279]. Classe VII, n. 335.

[280]. L'Artaud, Machiavelli, son génie et ses erreurs, vol. II, pag. 94, fu il primo, che io sappia, a notare che questa novella trovasi nei Quaranta Visiri, i quali egli lesse tradotti dal Gauthier. Anche il prof. Fausto Lasinio, da me consultato, crede che la novella sia venuta in Italia per mezzo dei Quaranta Visiri.

[281]. Prof. I. Macun, Niccolò Machiavelli als Dichter, Historiker und Staatsmann. È un discorso pubblicato in occasione del terzo centenario del Ginnasio di Graz. Nella nota 2 a pag. 11, l'autore dice: «Merkwürdig ist diese Novelle für die Südslaven, dadurch dass sie dort im Volke selbst landläufig ist.» L'autore domanda: come mai la novella è arrivata in questi luoghi? Possiamo rispondere, che l'origine orientale di essa rende facile la spiegazione del fatto. Il prof. Pitrè ne dà una redazione siciliana col titolo: Lu diavulu zuppiddu, nel volume Fiabe, Novelle e Racconti. Palermo, 1895.

[282]. Opere, vol. V, pag. 51.

[283]. Opere, vol. V, pag. 57.

[284]. Ibidem, pag. 61.

[285]. Ne abbiamo accennato qualche cosa nella Introduzione di quest'opera, vol. I, pag. 117 e segg.

[286]. «Nominumepie denique asperitas, vix cuiuscumque elegantiae patiens.» Leonardo Aretino, Istoria fiorentina tradotta in volgare da Donato Acciaioli col testo a fronte, vol. I, pag. 51 e 52: Firenze, Le Monnier (in tre volumi) 1856, 1858 e 1860.

[287]. V., oltre il Voigt, anche Flavio Biondo sein Leben und seine Werke. Inaugural Dissertation von Alfred Masius (Leipzig, Teubner, 1879); P. Buchholz, Die Quellen der Historiarum Decades des Flavius Blondus, Inaugural Dissertation (Naumburg, Sieling, 1881). Anche il signor A. Wilmanns ha pubblicato notizie importanti sullo stesso autore V. Göttingische gelehrten Anzeigen del 1879.

[288]. L. Aretino, Istoria, vol. I, pag. 52.

[289]. L. Aretino, op. cit., vol. I, pag. 54.

[290]. Di ciò non sembra esser persuaso il signor E. Santini, il cui pregevole lavoro (pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola normale superiore di Pisa, 1910) abbiamo già più sopra citato e di cui più d'una osservazione abbiamo accettata.

[291]. Perchè si abbia un'idea del modo in cui trascura i fatti interni, ecco come accenna alla rivoluzione importantissima, conosciuta col nome di Tumulto dei Ciompi: «Quieta ab externis bellis civitate, pax in dissensiones domesticas versa est. Nam civiles discordiae e vestigio Civitatem invasere: quae pestis omni externo bello perniciosior est; inde enim et rerumpublicarum interitus et urbium seguitur eversio.» Nè altro dice. Poggii, Historia Florentina, pag. 78: Venetiis, Hertz, 1715.

[292]. Vol. II di quest'opera, pag. 49 e seg.

[293]. Proemio alle Istorie Fiorentine. Opere, vol. I, pag. CLI.

[294]. Su di ciò fa giuste osservazioni il comm. Fiorini nella sua edizione dei primi tre libri delle Istorie Fiorentine (Firenze, Sansoni, 1907). Nelle molte note al testo egli riesamina con diligenza le fonti di cui il Machiavelli si è valso.

[295]. «Machiavelli hat in diesem ersten Abschnitte, der gleichsam eine Einleitung in die fiorentini sehe Specialgeschichte bildet, die Epochen der italienischen Geschichte bis zum XV Jahrhundert hin so geschieden, dass seitdem keiner seine Spur verlassen konnte, ohne sogleich Mangel an Einsicht in die Sache zu verrathen.» Così si esprime il Gervinus, Historische Schriften, pag. 165.

[296]. Blondi Flavii forlivensis, Historiarum ab inclinatione Romanorum libri XXXI: Basileae, ex officina Frobeniana, 1531. Quanto al nome di questo scrittore, che alcuni chiamano Biondo Flavio, altri invece Flavio Biondo, si possono, nel lavoro più sopra citato del Masius, vedere le ragioni per le quali vennero in uso le due forme.

Debbo qui osservare, che della storia di Flavio Biondo venne da papa Pio II fatto un compendio, il quale fu poi anche tradotto in italiano: Abreviatio Pii II Pont. max. supra Decades Biondi ab inclinatione imperii usque ad tempora Joannis vicesimi tertii Pont. maxi: Venetiis per Thomam Alexandrinum, anno salutis MCCCCLXXXIIII, IIII kalendas iulii. Le historie del Biondo da la declination de l'imperio di Roma insino al tempo suo (che vi corsero circa mille anni), ridotte in compendio da Papa Pio, e tradotte per Lucio Fauno in buona lingua volgare, vol. I: Venezia, 1543; vol. II: Venezia, per Michel Tromezino, 1550. Questa è l'edizione che trovasi nella Biblioteca Nazionale di Firenze.

Ci venne naturalmente il dubbio, che di tal compendio, a risparmio di tempo e fatica, si fosse valso il Machiavelli nel riassumere la narrazione del Biondo; ma, dopo un attento esame, ci siam dovuti persuadere che egli si valse invece dell'originale. Molte espressioni e qualche volta interi periodi che si trovano nell'opera del Biondo, e sono scomparsi nel compendio fatto da Pio II, ricompariscono nel Machiavelli, il che distrugge ogni dubbio. Dall'originale perciò noi citeremo alcuni dei brani imitati.

[297]. Per non porre a piè di pagina note troppo lunghe, riportiamo, in fine del capitolo, alcuni brani del Machiavelli e del Biondo, che servono a provare quello che qui si afferma nel testo.

[298]. Vedi i brani che riportiamo in fine del capitolo.

[299]. Opere, vol. I, pag. 7. Qualche volta anche le più semplici frasi di questo primo libro ricordano il Biondo: «Sed iam ad barbarorum regem, qui primus Romam et Italiam possedit, revertamur.» Blondi Flavii, Historiarum, etc., pag. 31.

[300]. Il Biondo (pag. 34), dopo aver detto che Teodorico restaurò i monumenti e le istituzioni dei Romani, aggiunge: «Prohibuit autem edicto, et curam impendit attentiorem, ne quis Romanus aut paterna origine Italus, nedum militaret, sed arma domi haberet.» Questo periodo, alterato, ma pure in parte riprodotto dal Machiavelli, non lo abbiam trovato nel compendio di Pio II.

[301]. Opere, vol. I, pag. 8-9.

[302]. Opere, vol. I, pag. 9-11.

[303]. Opere, vol. I, pag. 18.

[304]. Opere, vol. I, pag. 25.

[305]. Opere, vol. I, pag. 27-28.

[306]. Ibidem, pag. 28.

[307]. Opere, vol. I, pag. 31.

[308]. Ibidem, pag. 37.

[309]. Opere, vol. I, pag. 39.

[310]. Ibidem, pag. 40.

[311]. Opere, vol. I, pag. 49.

[312]. Filippo Maria Visconti.

[313]. Opere, vol. I, pag. 59-69.

[314]. Delle opere del Biondo (Basilea, 1531) si trova la copia, di cui ci siamo valsi, nella biblioteca dell'Istituto di Studî Superiori in Firenze. Essa fu già di Donato Giannotti, che la postillò di sua mano, il che è un'altra prova del gran pregio in cui erano allora meritamente tenuti gli scritti storici del Biondo.

[315]. Opere, vol. I, pag. 63.

[316]. Opere, vol. I, pag. 66-68; Villani, Cronica, lib. V, cap. 38 e 39. Qui è identico nei due scrittori ancora l'elenco delle famiglie guelfe e ghibelline.

[317]. Opere, vol. I, pag. 69; Villani, Cronica, lib. VI, cap. 29.

[318]. Opere, vol. I, pag. 76; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 16 e 17.

[319]. Opere, vol. I, pag. 77 e 78; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 79.

[320]. Opere, vol. I, pag. 79-86; Villani, Cronica, lib. VII, cap. 8, 12, 26, 38, 39.

[321]. Abbandonando così il proposito, espresso nel Proemio, di fermarsi ai soli fatti interni della Città.

[322]. Di ciò abbiamo parlato più a lungo nel nostro libro: I primi due secoli della Storia di Firenze, vol. due: Firenze, Sansoni, 1905. Vedi cap. 3 e 4, e la nota 2 a pag. 188 e seg.

[323]. Pare che, sebbene qui il Machiavelli avesse dinanzi a sè quasi unicamente il Villani, pure continuasse di tanto in tanto a gettar qualche sguardo anche alla storia di Flavio Biondo. Parlando in fatti della nuova costituzione fiorentina, egli dice: «Con questi ordini militari e civili fondarono i fiorentini la loro libertà. Nè si potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma in tra le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta.» Opere, vol. I, pag. 70. E Flavio Biondo, a pag. 299, dopo avere esposta la riforma, osserva: «Crevitque mirum in modum, sub ea libertate populi fiorentini, simul cum potentatu audacia, adeo ut finitimos Hetruriae populos contraria sentientes, aut foederibus sibi coniungere, aut viribus domare coeperit.»

[324]. Opere, vol. I, pag. 78.

[325]. Opere, vol. I, pag. 79.

[326]. Ibidem, pag. 84.

[327]. Opere, vol. I, pag. 118-120.

[328]. Opere, vol. I, pag. 121 e seg.; Villani, Cronica, vol. IV, lib. XII, cap. 15; 16, 17, 18.

[329]. Opere, vol. I, pag. 129.

[330]. Ibidem, pag. 137.

[331]. Secondo ciò che dice nel Proemio, il secondo libro avrebbe dovuto arrivare invece fino al 1375.

[332]. Per comprendere bene tutta questa introduzione, nella quale sono alcuni periodi alquanto oscuri, sarà opportuno paragonarla con ciò che il Machiavelli scrisse alla fine del capitolo II, nel libro I dei Discorsi. Opere, vol. III, pag. 18 e 19.

Il Tommasini (II, 516) biasima l'espressione da me adoperata (pag. 240) di latini e germanici, come un gergo, egli dice, estraneo al secolo XVI. Si sopprima pure l'espressione, rimarrà il fatto, che io ho notato. Ed il fatto è che il Machiavelli, con grandissimo acume, mise in luce le vicende della continua lotta, che ebbe luogo in Firenze tra nobili e popolo. Ma quando paragonò questa lotta con quella che ebbe luogo a Roma fra i patrizî e la plebe, non osservò che la nobiltà dei Comuni italiani era feudale, di origine germanica, assai diversa dal patriziato romano, e che perciò le conseguenze della lotta dovevano essere diverse. Nel dire ciò io non ho inteso biasimare quello che poco prima avevo lodato, come pare al Tommasini (II, 519, nota 1).

[333]. Opere, vol. I, pag. 141.

[334]. Opere, vol. I, pag. 146-151.

[335]. Ibidem, pag. 151.

[336]. Ibidem, pag. 153. Abbiamo già notato che queste parole, in altra occasione, ricordate anche dal Guicciardini, furono la prima volta adoperate da Neri di Gino Capponi. Quanto agli Otto Santi, lo Stefani non ne discorre; li ricorda però il Nardi, Storia, vol. I, pag. 7.

Il Machiavelli, fino a questo punto, si vale delle Istorie Fiorentine di Marchionne di Coppo Stefani, pubblicate nelle Delizie degli Eruditi Toscani del Padre Ildefonso di San Luigi, vol. VII e seg. Per vedere come e quanto se ne sia valso, si paragonino i luoghi seguenti: Machiavelli, Opere, vol. I, pag. 141-2 e Stefani, rubrica 662; M., pag. 143, e S., rubr. 665; M., pag. 144 e S., rubr. 674 e 695; M., pag. 145, e S., rubr. 725 e 726; M., pag. 151, e S., rubr. 732 (qui però lo Stefani accenna a molte riforme non ricordate dal Machiavelli); M., pag. 152 e S., rubr. 751; M., pag. 153, e S., rubr. 751, 760, 761.

[337]. Opere, vol. I, pag. 158.

[338]. Tumulto dei Ciompi narrato da Gino Capponi, e pubblicato nelle Cronichette antiche di vari scrittori: Firenze, Domenico Maria Manni, 1733 (da pag. 219 a 249 del volume). Si paragonino il Machiavelli, Opere, vol. I, pagine 156 e 157 col Capponi, pag. 220; M., pag. 158, e C., pag. 221; M., pag. 159, e C., pag. 221, 223 e 225; M., pag. 160, e C., pag. 223, 224; M., pag. 160, e C., pagina 233; M., pag. 170, e C., pag. 234, 235, 236 e 238; M., pagina 171, e C., pag. 237, 239 e 240; M., pag. 172, e C., pag. 243; M., pag. 173, e C., pag. 244 e 245; M., pag. 174, e C., pag. 246; M., pag. 175, e C., pag. 246. Arrivato al gonfalonierato di Michele di Lando, finisce lo scritto del Capponi, ed il Machiavelli torna a Marchionne di Coppo Stefani. Vedi M., pag. 177, e S., rubrica, 804; M., pag. 178, e 179, S., rubrica, 805.

[339]. Opere, vol. I, pag. 161-163.

[340]. Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è, egli dice, neppure un inciso che si possa dire imitato o tradotto. Che il discorso del Machiavelli ricordi Sallustio è un'osservazione già fatta da altri altre volte. Il Ranalli (Ammaestramenti di letteratura, vol. III, pag. 345 e segg., Firenze, Le Monnier, 1862) riproduce i due discorsi l'uno accanto all'altro, osservando che «leggendo il Machiavelli.... si sente.... che si recò alla memoria la feroce orazione che in Sallustio volge Catilina, ecc.». E quasi per rispondere anticipatamente alla osservazione del Tommasini aggiunge: «diresti che tutto quel furore d'eloquenza turbolenta gli si travasasse nella mente, e tuttavia nessun vestigio d'imitazione si scorge». E quanto allo spirito pagano che io ho trovato nel discorso, si faccia attenzione alle parole: «nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire»; ed a quelle che seguono poco dopo: «e della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e della carcere, non può nè debbe quella dell'inferno capere.» Esse ricordano quelle già tante volte ripetute nel Rinascimento — che bisogna preferire la salute della patria alla salvezza dell'anima. — E così le une come le altre non sono certo espressione di spirito cristiano. Senza ammettere il rivivere dello spirito pagano nel Rinascimento, non è possibile farsi un'idea chiara di quell'epoca. Ma questo è ben diverso dal «rivendere il Machiavelli per idoleggiatore del Paganesimo, come se tornare al Politeismo fosse possibile» (Tommasini, II, 704).

[341]. Opere, vol. I, pag. 165-7.

[342]. Opere, vol. I, pag. 173-4.

[343]. Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al Tumulto dei Ciompi, si legga il bel lavoro pubblicato con questo titolo dal prof. Carlo Falletti Fossati nel vol. I delle Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori in Firenze (Sezione di Filosofia e Filologia): Firenze, Successori Le Monnier, 1875. Una 2ª ediz. ne fu pubblicata a Siena, nel 1882. Nel cap. IV, § III, l'autore narra il fatto di ser Nuto, secondo autentiche relazioni edite e inedite, e viene alle medesime nostre conclusioni. Vedi anche Corazzini, I Ciompi, Cronache e Documenti: Firenze, Sansoni, 1888.

[344]. Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di Michele di Lando, e meno ancora approva l'allusione al Valentino. Il Machiavelli afferma che Michele di Lando, per evitare gli eccessi di una rivoluzione, e dare in qualche modo sfogo all'ira dal popolo, lo spinse a trucidare ser Nuto bargello, e indirettamente lo loda di avere così evitato un male maggiore. Ora nessuno dei cronisti o storici contemporanei (come lo stesso Tommasini ne conviene) attribuisce questo atto a Michele. Esso, può ben dirsi, è pura invenzione del Machiavelli; e somiglia molto a ciò che egli disse del Valentino quando fece ammazzare Ramiro d'Orco. Il Machiavelli, che spesso è insuperabile nell'indagare lo spirito e le leggi della storia, non è sempre sicuro nell'affermazione dei fatti particolari e minuti, come, a cominciare dall'Ammirato, fu più volte osservato e provato coi documenti, come più volte abbiamo avuto occasione di provare anche noi.

[345]. Opere, vol. I, pag. 177-8.

[346]. Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti nel lavoro più sopra citato.

[347]. Abbiamo più sopra citato le rubriche.

[348]. Vedi Machiavelli, pag. 180, e Aretino, edizione italiana, pag. 478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A., pag. 490; M., pag. 184, e A., pag. 491; M., pag. 186, e A., pag. 491; M., pag. 188 e 189, e A., pag. 506; M., pag. 192, e A., pag. 566. Qui il Machiavelli si è qualche volta valso anche di altri storici, e lo accenna egli stesso a pag. 193. Fra questi storici bisogna porre la Cronica di Piero Minerbetti, che va dal 1385 al 1409.

[349]. Opere, vol. I, pag. 191.

[350]. Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama la Seconda Storia, il Cavalcanti narrò gli avvenimenti seguiti dal 1440 al 1447. Egli era un uomo credulo e fantastico, esaltato dalla filosofia platonica, di poco ingegno, e cattivo scrittore. Grande ammiratore di Cosimo dei Medici, che pur qualche volta biasima, il Cavalcanti scrisse le sue Istorie fiorentine in prigione, dove fu chiuso per non aver pagato le imposte. La sua opera venne pubblicata da Filippo Polidori in due volumi, con appendice di documenti: Firenze, Tipografia all'insegna di Dante, 1838 e 1839.

Il Gervinus nei suoi Historische Schriften, dopo aver paragonato le storie manoscritte del Cavalcanti, con quelle a stampa del Machiavelli, rimproverò gl'Italiani di non aver ancora pubblicato le prime, quando pur perdevano il loro tempo a studiare e pubblicare manoscritti letterarî, da cui potevano cavar solo frasi e parole per la Crusca. Il rimprovero non era del tutto immeritato, ma l'illustre storico tedesco avrebbe dovuto anche osservare più cose, di cui tacque. Egli, che era stato in Firenze e che pubblicava il suo lavoro nel 1833 in Germania, doveva ricordarsi che già molto prima di lui il canonico Domenico Moreni, in una Lettera bibliografica al canonico Carlo Ciocchi (Firenze, Ciardetti, 1803, a pag. 12 e 13), aveva raccomandato la pubblicazione delle Istorie del Cavalcanti, delle quali parlò poi nella sua Bibliografia storico-ragionata della Toscana, pubblicandone nel 1821 la parte più importante, in un volume in-8º, intitolato: Della carcere, dell'ingiusto esilio e del trionfale ritorno di Cosimo Padre della Patria, tratto dall'Istoria fiorentina manoscritta di Giovanni Cavalcanti: Firenze, Magheri, 1821. E nella prefazione a questo volume (pag. XXVII-XXVIII), lo stesso Moreni sin d'allora notava quello che il Gervinus credeva essere stato il primo a scoprire: «Questa istoria, sebbene in fatto di lingua, come abbiam veduto, la sia difettosa, servì, e ciò non è stato da chicchessia avvertito, di norma e di scorta al Machiavelli per la sua storia, siccome può ciascuno facilmente osservare da sè medesimo, purchè il voglia, senza che noi ne arrechiamo di sì fatta nostra osservazione riscontro o esempio alcuno.»

La Seconda Storia è la meno importante e la peggio scritta. Il Polidori ne pubblicò la parte principale in forma di libro aggiunto. In appendice dette ancora alcuni brani di un'altra opera del Cavalcanti, la quale tratta di politica o piuttosto di morale, e non ha valore. Questa Seconda Storia fu scritta fuori di carcere, come l'autore ricorda sin da principio. E dopo tutto quello che abbiam detto, dobbiamo ora aggiungere, che i rimproveri del Gervinus non furono inutili, perchè spinsero anch'essi il Polidori a pubblicare in Firenze una buona e compiuta edizione delle Istorie del Cavalcanti.

[351]. Opere, vol. I, pag. 203-6.

[352]. Vedi Opere, vol. I, pag. 206 e 209, e Cavalcanti, Storie, vol. I, pag. 6.

[353]. Cavalcanti, Istorie Fiorentine, vol. I, pag. 59-64.

[354]. Ammirato, Storie, lib. XVIII in fine.

[355]. Opere, vol. I, pag. 211.

[356]. Ibidem, pag. 211-212.

[357]. Ecco infatti il discorso del Cavalcanti: «Ora saziatevi, lupi famelici, i quali sareste crepati se questa città si fosse un poco riposata. Voi sempre andate cercando nuove guerre, innecessarie cagioni e abominevoli ingiurie: voi incominciaste insino alla guerra del Re, non avendo riguardo nè alle sue ragioni, nè ai benefizî de' suoi passati. Ora saziatevi di noi, pascetevi di queste misere carni; altro non ci avete lasciato da vivere con le nostre famiglie. «Voi cercate sempre guerra, e poi come voi le governate, voi stessi vel vedete.... A chi ricorrete? Quale aiuto vi scamperà dalle forze de' vostri nimici? Con quale arme difenderete la vostra ingrata superbia? I regi di Puglia non ci sono, se non questa madonna Giovannella, la quale avete piuttosto fatta sottomettere a sì barbara gente, che porre silenzio a un sì vile saccomanno.... Chi fia ora il vostro soccorso? Papa Martino, che tanto sfacciatamente sofferivate che i vostri figliuoli così piccolo pregio lo stimassino? Non sapete voi che le loro canzoni dicevano: Papa Martino non vale un quattrino, e Braccio valente che vince ogni gente? Voi non credevate mai di persona aver bisogno. Del lione si legge che una volta gli abbisognò il topo. Ove correrete per il vostro scampo? Ora pigliate le guerre, e fate i Dieci, e dite che fanno terrore al nemico; or fate queste vostre pensate, pazze e non considerate con nulla ragione, ecc.». Cavalcanti, vol. I, lib. II, cap. 21, pag. 65-67.

[358]. Opere, vol. I, pag. 215. Per dare un altro esempio dello scrivere del Cavalcanti, citiamo il primo periodo del suo discorso: «Molto mi rallegro e grandissimo conforto m'è, signori militi e spettabili cittadini, vedervi in questo tempio, in così magnifica rotondità di circolo in verso di me riguardanti ed attenti, per aumentare il bene e l'onore della nostra Repubblica.» Cavalcanti, Storie fiorentine, vol. I, lib. III, pag. 74. Il discorso continua sino alla pag. 90 sempre allo stesso modo.

[359]. Opere, vol. I, pag. 215-17; Cavalcanti, vol. I, lib. III, cap. 3 e 5.

[360]. Opere, pag. 224; Cavalcanti, lib. IV, cap. 8 e 9; lib. V, cap. 1.

[361]. Opere, vol. I, pag. 225; Cavalcanti, vol. I, lib. V, cap. 3, 4 e 5.

Ecco come il Cavalcanti (cap. 3) incomincia a parlar della morte di Giovanni de' Medici: «Due topi, uno nero e uno bianco, avendo rose le barbe di quel pomo che alimentato aveva l'ottimo cittadino Giovanni de' Medici, cominciò forte a piegare le sue cime verso la dura terra. Per questa cotale infermità conobbe Giovanni che la vita sua voleva gli umori umidi e frigidi all'acqua riducere, e il suo fiato all'aria tramischiare, le carni alla terra rendere, e così il caldo, con le cose secche, al fuoco restituire.» Il Polidori crede che i due topi, bianco e nero, significhino il giorno e la notte, cioè il tempo omai trascorso, o forse anche il piacere ed il dolore.

[362]. Opere, vol. I, pag. 235. Nel Cavalcanti il discorso, invece, è fatto non dai Seravezzesi, ma dalla plebe fiorentina, e comincia: «Noi sapevamo che lupo non partorì agnello; e però di costui non dovevamo noi pensare che, essendo di sì vituperosa gente disceso, ch'e' fosse di disguagliante natura dai suoi genitori, e sanguinario, ecc.» Cavalcanti, lib. VI, cap. 11.

[363]. Opere, vol. I, pag. 236-7; Cavalcanti, lib. VI, cap. 13 e 14. Secondo il Machiavelli i due commissarî andarono contemporaneamente al campo, e pare che così fosse. Secondo il Cavalcanti invece l'Albizzi fu mandato a sostituire il Gianni. Tutto quello che il Cavalcanti dice poi contro quest'ultimo, e che il Machiavelli copia, si può affermare che è per lo meno assai esagerato. Vedi Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. I, pag. 496 e segg., e le Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, pubblicate dalla Deputazione di Storia Patria, in tre volumi: Firenze, 1867, 1869, 1873.

[364]. Il Machiavelli, parlando di questa visita del Barbadori all'Uzzano, dice che «lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in un suo studio dimorava.» Opere, vol. I, pag. 244. Il Cavalcanti dice che «Niccolò era da umana compagnia tutto solo nel suo scrittoio, e gravissime confusioni se li ravviluppavano per la mente.... Della mano aveva fatto piumaccio dal mento alla guancia, ecc.» Vol. I, lib. VII, cap. 6, pag. 380.

[365]. Opere, vol. I, pag. 244-48. Ecco come il discorso comincia nel Cavalcanti: «Niccolò, Niccolò Barbadori, volesse Dio che ragionevolmente tu fossi chiamato Barba argenti! perocchè significherebbe uomo antico e veterano, nei quali si trova vero giudicio e ottima prudenza.» Vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 382.

[366]. Anche qui il Machiavelli imita il Cavalcanti, il quale scrive: «noi non siamo nè d'animo nè di volere l'uno quello che l'altro» (lib. VII, cap. 8, pag. 383); e poi accenna anch'egli alle molte discordie fiorentine, nelle quali i nobili ebbero sempre la peggio.

[367]. «Che colpa o che cagione si può opporre a quest'uomo, che il popolo stia queto al suo disfacimento? ecc.» Cavalcanti, vol. I, pag. 386.

[368]. «Anderanne tutto buono, e tornerà tutto di diversi modi; perocchè fia costretto da necessarie cagioni mutare natura e costumi, per la iniquità del suo cacciamento, passando ogni giusto modo di vivere politico. E non tanto per lui, quanto che e' fia indotto dagli stimoli degli uomini malvagi; perocchè ne anderà libero, e tornerà obbligato a ciascuno dell'arrabbiata setta, ai quali, pel beneficio che avrà ricevuto da loro, in averlo richiamato nella patria, fia costretto da necessità grata a promettere, o ad operare che le coloro iniquità abbiano compimento.» Cavalcanti, vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 386.

[369]. Opere, vol. I, pag. 248. Il Cavalcanti dice: «E' non erano sì tosto tratti gli uffizi principali, che per la Città si teneva conto quanti ve n'era dell'una parte e quanti dell'altra.... E' non era mai tratta di Signori, che tutta la Città non istesse sollevata, ecc.» vol. I, pag. 494. «E non era caso innanzi ad alcuno officio, per giusto od ingiusto, o per utile o dannificio, che da' cittadini in gara non fusse messo: e così la poverella città era governata.» Ibidem, pag. 495.

[370]. Opere, vol. I, pag. 248; Cavalcanti, vol. I, lib. IX, cap. 3.

[371]. Lo stessissimo pensiero trovasi nel Cavalcanti, vol. I, pag. 503.

[372]. E nel Cavalcanti: «Noi con segreto modo ci forniremo di fanti, avvisandoti che tutti gli antichi del reggimento t'adorano a giunte mani. Egli hanno sotto le mantella l'armi prese, per difendere la giustizia.» vol. I, pag. 504. «Non dubitare di nulla e massimamente della plebe, perocchè dove non è capo, ogni moltitudine è perduta.... Piglia l'esempio da messer Giorgio Scali.» Ibidem, pag. 505. «Ancora, le ricchezze non fieno a lato a cui le possa spendere; però ch'elle gli fieno negate, quando lo avrete nella vostra forza.... Tu ne sarai glorificato da tutta la Città; gli scrittori ti glorificheranno di gloria e di fama.» Ibidem, pag. 506.

[373]. Opere, vol. I, pag. 253-60; Cavalcanti, vol. I, lib. IX, cap. 23, 24, 25 e 28; lib. X, cap. 1, 2, 3, 4, 5 e 19.

[374]. Nel Machiavelli (Opere, vol. I, pag. 259) l'Albizzi dice: «Ma io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti, che voi che eri stato cacciato dalla patria vostra, poteste tener me nella mia.» E nel Cavalcanti (vol. I, pag. 608): «Io mi dolgo bene di me medesimo di fidarmi, sotto le tante promesse, di cui è stato insufficiente ad aiutare sè medesimo, conciossia cosa che chi è impotente per sè, mai non fia potente per altrui.»

[375]. Opere, vol. VIII, pag. 165, lettera LIII.

[376]. Opere, vol. II, pag. 1-4.

[377]. Il Machiavelli dice che lo Sforza ed il Fortebracci andarono a guerreggiare nello Stato della Chiesa, per proprio conto, non sapendo vivere senza far guerra; ma la verità è che furono in segreto mandati da Filippo Maria Visconti. Parla (Opere, vol. II, pag. 5), fra le altre cose, d'un accordo seguito tra lo Sforza ed il Fortebracci, per opera del Visconti, che non fu mai paciere, ma suscitatore di guerre fra di loro. Dice che lo Sforza, per mostrar disprezzo al Papa, scriveva le sue lettere con la data: Ex Girifalco nostro firmiano, invitis Petro et Paulo (Opere, vol. II, pag. 5); ma queste parole non si trovano, che io sappia, in nessun documento, nè sono ricordate da altri storici. Il Rubieri osserva giustamente che, se anche fossero state adoperate dallo Sforza, ciò poteva avvenire solo più tardi di quel che suppone il Machiavelli, perchè negli anni 1433-35 lo Sforza non aveva nessuna ragione d'essere scontento del Papa. E. Rubieri, Francesco I Sforza, Narrazione storica: Firenze, Success. Le Monnier, 1879, volumi due. Vol. I, pag. 225, nota 2, e pag. 342, nota 2.

[378]. Opere, vol. II, pag. 8; Cavalcanti, lib. X, cap. 21-25.

[379]. Opere, vol. II, pag. 9; Cavalcanti, lib. X, cap. 20.

[380]. Ricordiamo qui le opere di cui il Machiavelli si vale per tali guerre. Iohannis Simonetae, Historia de rebus gestis Francisci Primi Sfortiae vicecomitis Mediolanensium ducis, pubblicato in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XXI; la storia di Flavio Biondo, che, per le guerre fatte nello Stato della Chiesa in questi anni, è la fonte più autorevole (Deca III, cap. 5 e 6); i Commentarî di Neri di Gino Capponi (1419-1456), in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XVIII; la Cacciata del Conte di Poppi dello stesso Capponi, nel medesimo volume del Muratori.

[381]. Ecco come incominciò, secondo il Cavalcanti, il discorso del Duca: «O serenissimi re, o mansuetissimi signori, o illustrissimi cavalieri, voi non siete presi, anzi siete stati pigliatori del nostro amore, ecc.» Vol. II, lib. IX, cap. 5, pag. 11.

[382]. Opere, vol. II, pag. 11.

[383]. Ibidem, pag. 11 e seg.; Flavio Biondo, Deca III, lib. VII, pag. 503 e seg.

[384]. Si paragonino le parole con cui il Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 37-40) narra le accoglienze fatte al Capponi nel Senato veneto, con la narrazione che dello stesso fatto ci dà il Capponi nei suoi Commentarî (Muratori, Rer. ital., vol. XVIII, col. 188-89). Anche dalla descrizione delle varie strade che poteva prendere lo Sforza, si vede che il Machiavelli segue il Capponi. Poco più oltre il Capponi (col. 190, D) parla della rotta data dallo Sforza al Piccinini presso Brescia, e narra che questi fuggì attraverso il campo, facendosi portare da uno Schiavone. Ed il Machiavelli (vol. II, pag. 44), per rendere il racconto più fantastico, dice che il Piccinini aveva un servitore tedesco assai robusto, cui persuase di metterlo in un sacco, e, come se portasse arnesi di guerra, menarlo attraverso il campo nemico, che era senza guardia, e così salvarlo. Il Tedesco, «levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo senza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.»

[385]. Deca IV, lib. I, pag. 563 e seg.

[386]. Opere, vol. II, pag. 65-66.

[387]. Capponi, Commentari, col. 1195.

[388]. Biondo, ecc., nell'unico libro della Deca IV.

[389]. Poggii, Historia florentina, lib. VII, pag. 349: Venetiis, 1715. Vedi anche Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 23 e nota 1.

[390]. In quest'ultima parte del lib. V (Opere, vol. II, pag. 60 e seg.), il Machiavelli si vale non solo dei Commentarî del Capponi (Vedi Commentari, col. 1194, C, D); ma anche della Cacciata del Conte di Poppi, scritta dallo stesso, e pubblicata dal Muratori dopo dei Commentari. In essa (Muratori, vol. XVIII, col. 1220) si trova il discorso fra il conte di Poppi ed il Capponi, riferito pure dal Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 69). Colla battaglia d'Anghiari finisce la storia di L. Aretino. Il Cavalcanti senza narrare la battaglia d'Anghiari, salta alla morte dell'Albizzi. I fatti intermedi si trovano, in parte solamente, narrati da lui nei frammenti a stampa di quella che il Polidori chiamò Seconda Storia.

[391]. Opere, vol. II, pag. 81-3.

[392]. Cavalcanti, vol. II, pag. 161; Opere, vol. II, pag. 82-84.

[393]. Storia fiorentina, nel volume III delle Opere inedite, pag. 8.

[394]. Historia de rebus gestis Fr. Sfortiae, etc., in Muratori, volume XXI, pag. 485, 598 e seg.

[395]. Varî sono gli errori in cui cade. Dice, per esempio (Opere, vol. II, pag. 98) che il duca di Savoia combatteva pel duca d'Orléans, mentre combatteva per proprio conto; che lo Sforza voleva passare l'Adda per assalire il Bresciano, e pone Brescia e Caravaggio sulle opposte rive del fiume (pag. 99), mentre sono ambedue sulla sinistra. E così non Pandolfo, come dice il Machiavelli, ma Gismondo Malatesta era capitano dei Veneziani.

[396]. Opere, vol. II, pag. 103-6.

[397]. Opere, vol. II, pag. 147.

[398]. Opere, vol. II, pag 148-55.

[399]. Opere, vol. II, pag. 158.

[400]. Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 17 e seg.

[401]. Opere, vol. II, pag. 177.

[402]. Le due lettere originali si ritrovano nel Fabroni, Vita Laurentii Medicis Magnifici, vol. II, pag. 36. Se si paragonano con quelle che ci dà il Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 173 e seg.), si vedrà chiaro che qualche espressione è riprodotta con fedeltà, ma che il resto è sostanzialmente alterato.

[403]. L'Ammirato aveva certo qualche ragione di parlare così; ma egli esagerava assai, perchè non comprendeva e non riconosceva il valore storico del Machiavelli: lodandone lo stile, ne biasimava il resto, perfino la lingua. Vedi ciò che dice nei Ritratti, pubblicati nel secondo volume dei suoi Opuscoli. Ecco intanto quello che scrive di lui nelle sue Storie, libro XXIII, vol. V, pag. 169 (Firenze, Batelli, 1846-49): «Egli fa morto il duca Francesco dopo il gonfalonierato di Niccolò Soderini, e vuol che Piero de' Medici sia vivo dopo la morte di papa Pagolo. Attribuisce a Luca Pitti quello che è di Roberto Sostegni, nomina Bardo Altoviti per gonfaloniere di giustizia dopo Ruberto Lioni, che non vi fu mai. Insomma scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce e fa tutto quello che gli torna in fantasia, senza freno o ritegno di legge alcuna, e quel che più pare noioso è che, in molti luoghi, pare che egli voglia ciò fare più tosto artatamente, che perchè ei prenda errore o non sappia quelle cose essere andate altrimenti, forse perchè così facendo lo scrivere più bello o men secco ne divenisse.» Gino Capponi nella sua Storia della Repubblica di Firenze (vol. II, pagina 88, nota 2, ed altrove) riconosce ancor egli che l'Ammirato ha ragione, ed aggiunge che il Bruto, vissuto cento anni dopo del Machiavelli, dice che lo seguiva solamente quando non poteva farne a meno, perchè troppo spesso lo trovò inesatto.

[404]. Opere, vol. II, pag. 178.

[405]. Ecco quel che dice l'Ammirato, vol. V, lib. XXII, pag. 178: «Combattessi con incredibil valore da amendue le parti infino a notte scura, con morte dall'una parte e dall'altra di trecento uomini d'arme e di quattrocento corpi di cavalli, se a chi scrisse la Vita del Coglione (Bartolommeo Colleoni) si deve prestar fede. Lo scrittore delle cose ferraresi dice di mille persone. Alcune memorie che sono presso di me fanno menzione di ottocento, la miglior parte de' Veneziani. Il Machiavelli, schernendo, come egli suol far, quella milizia, dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico, senza esprimere il numero, è chiamata quella battaglia molto sanguinosa.»

[406]. Storia fiorentina, pag. 22.

[407]. Opere, vol. II, pag 187-8.

[408]. Opere, vol. II, pag. 198-203.

[409]. Così afferma l'Ammirato, e così si deduce anche dalla narrazione del Machiavelli. Vedi Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 113, nota 1.

[410]. Storia fiorentina, pag. 42.

[411]. Opere, vol. II, pag. 214. A questo proposito aveva già nei Discorsi fatta la stessa osservazione: «Perchè dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa.» Discorsi, lib, III, cap. 6, nelle Opere, vol. III, pag. 331.

[412]. Opere, vol. II, pag. 214-15.

[413]. Il giorno 2 ottobre 1895, nella Sagrestia nuova di S. Lorenzo, venne aperta la tomba di Lorenzo e di Giuliano di Piero de' Medici, i cui scheletri furono trovati in due casse separate. Quello di Giuliano, assai meglio conservato, mostrava sul cranio e sopra una delle tibie, le tracce visibilissime delle pugnalate. Quello di Lorenzo era in frantumi, ma il cranio era ben conservato, e si vedeva la bocca molto sporgente, quale apparisce negli antichi ritratti. Io mi trovai presente con parecchi altri, che fecero tutti le medesime osservazioni.

[414]. Opere, vol. cit., pag. 216. Il Poliziano, De pactiana coniuratione, dice: «Fuerunt et qui crederent templum corruere.»

[415]. Opere, vol. II, pag. 216 e 219.

[416]. Ibidem, pag. 220.

[417]. Ibidem, pag. 273-4.

[418]. Vedi il capitolo IX della sua Storia fiorentina.

[419]. Opere, vol. I, pag. 277 e seg. A pag. 340 comincia l'Estratto di lettere ai Dieci di Balìa.

Gli editori delle Opere (P. M.) hanno pubblicato dal Codice Ricci e dai Manoscritti Palatini una serie di nuovi Estratti di lettere ai Dieci, com'essi li chiamano. Ma, senza tema di errare, può dirsi, almeno per quanto risguarda il Machiavelli, che questa è una pubblicazione assai poco utile. I primi due Estratti (Opere (P. M.), vol. II, pag. 156-160 e 160-166), dopo quelli già pubblicati nell'edizione fiorentina del 1843 ed in altre, sono veramente autografi, e vanno dal 1494 al 1495. Ma a che giova il pubblicare informi e scarsissimi brani di lettere, o appunti non meno informi, quando per questi medesimi anni abbiamo i Frammenti, i quali con nuove notizie corressero ed ampliarono molto i primi estratti? Seguono altri due Estratti (Ibidem, pag. 166-7 e 167-82), che risguardano gli anni 1495 e 96. Questi non sono di mano del Machiavelli, ma di Agostino di Terranuova, nè sono ricavati da lettere ai Dieci, ed apparecchiati per le Storie, ma sono appunti fatti nella Cancelleria, per lettere già scritte o da scriversi. Il Machiavelli non c'entra per nulla, o c'entra solo perchè questi appunti furono trovati fra le sue carte. Ne facevano allora come ne fanno oggi tutti gli ufficiali delle Cancellerie, ed a lui potevano servire forse per ricercare in archivio le lettere scritte dai o ai Dieci. Lo stesso può dirsi degli Estratti che seguono (Ibidem, pag. 172-189), i quali risguardano gli anni 1496-97, e sono alternativamente di mano di Biagio Buonaccorsi, di Andrea della Valle e di altri. Il Machiavelli scrisse di sua mano, sull'esterno dei quadernetti, gli anni e i mesi cui si riferiscono tali appunti, il che prova solo che gli aveva raccolti per servirsene al medesimo scopo. Seguono (Ibidem, pag. 190-95) ancora altri appunti, che si trovano nel Codice Ricci, dove sono intitolati: Memorie appartenenti a Istorie del 1495, scritte di mano di N. Machiavelli. Essi furono ricavati da Consulte o Pratiche della Repubblica; sono sommarî, quasi indici dei processi verbali delle discussioni, e servirono a scrivere i Frammenti per l'anno 1495, che abbiamo già a stampa. Più oltre (pag. 195-213) gli stessi editori ci dànno nuovi appunti di Cancelleria, scritti di mano del Buonaccorsi e di Agostino della Valle, per gli anni 1497-98, di cui si occupano i Frammenti e gli Estratti a stampa.

Finalmente (Ibidem, pag. 213-17) troviamo alcuni appunti di mano del Machiavelli, che si riferiscono al 1503, al quale anno non arrivano nè le Storie, nè i Frammenti, nè gli Estratti già pubblicati. Sono assai scarni ed aridi, raccolti per una parte della storia che non fu mai cominciata a scrivere, e quindi possono valere come continuazione di ciò che si aveva già a stampa. Segue di nuovo (Ibidem, pag. 217-281) una lunga serie d'appunti presi dal Codice Ricci, i quali vanno dalla morte di Cosimo nel 1464 all'anno 1501. Le Storie arrivano all'anno 1492, i Frammenti al 1498, gli Estratti già pubblicati al 1499. Bastava quindi aggiungere a questi anche le poche pagine che accennano a fatti seguìti negli anni 1500 e 1501 o ad altri non ricordati altrove.

Dei primi Estratti pubblicati, si è occupato il signor Plinio Carli (Giornale Stor. della Lett. Italiana, anno 1907, vol. I, pagg. 354 e segg.) paragonandoli col Cod. Riccardiano 3627, che egli ritiene autografo, e dandone le varianti. Se ne è occupato anche il commendator Fiorini, il quale, forse non a torto, suppone che siano cavati, in parte almeno, da qualche cronista. (Nella prefazione alla edizione delle Istorie, pag. X).

Il Carli ha pubblicato ancora un assai diligente lavoro (Contributo agli studi sul testo delle Storie fiorentine di N. Machiavelli), nel quale esamina i manoscritti e la prima edizione. In esso ha raccolto un materiale assai utile per una futura edizione delle Storie (Memorie della R. Accademia dei Lincei, Cl. di Scienze Morali, Serie V, vol. 14, fasc. 1, anno 1909).

[420]. Opere, vol. II, pag. 312.

[421]. Ibidem, pag. 350. Qui allude al Savonarola. Il dì 7 aprile seguì il fatto del fallito esperimento del fuoco; il dì 8 venne assalito il Convento di S. Marco, ed il Savonarola fu messo in carcere coi suoi due compagni, Fra Domenico e Fra Salvestro; poi cominciò il processo, che finì colla condanna a morte.

[422]. Opere, vol. II, pag. 353 e 361.

[423]. Ecco com'essi incominciano: «Così morì Piero Capponi. — Costui (Antonio Giacomini) in sua puerizia. — Furono eletti oratori mess. Francesco de' Pazzi vescovo d'Arezzo e mess. Francesco Pepi iureconsulto. — Ebbe Francesco Pepi questo fine indegno.» — Il ritratto del Capponi è già introdotto in uno dei Frammenti, sebbene in forma alquanto meno corretta. Forse lo ricopiò a parte per ripulirlo e limarlo di nuovo.

[424]. Questi frammenti di bozze (dei libri II, IV, VI e VII), sono pubblicati nel vol. II delle Opere (P. M.), col titolo: Frammenti autografi delle Istorie fiorentine. Il signor Passerini credette in sul principio d'avere scoperto una parte dell'autografo definitivo dell'opera; ma avvertito dell'errore in cui era caduto, pubblicò prima le storie, poi le bozze, senza istituire confronti di sorta; e così queste riescono assai poco utili, quando potevano giovare a porre in nota alcune varianti, ed a fare, col confronto, vedere in che modo il Machiavelli correggeva e migliorava il suo stile. Citiamo qualche esempio, ponendo in corsivo le parole mutate o trasposte, senza tener conto delle diversità di ortografia, che nelle Storie varia secondo gli editori.

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Mediante il quale si edificavano di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Mediante il quale di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città si edificavano

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè, oltre allo essere cagione questo ordine, che nuove terre si edificassero, rendevano il paese vinto al vincitore più sicuro, e riempitosi di abitatori i luoghi vôti, si mantenevano nelle province li uomini ben distribuiti.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Rendeva il paese vinto al vincitore più sicuro, riempiva di abitatori i luoghi vuoti, e nelle province gli uomini bene distribuiti manteneva

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè questo ordine solo è quello che fa gl'imperii più securi, e che le province, come è detto, mantiene copiosamente abitate, per essere gli abitatori di quelle meglio distribuiti

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Perchè quest'ordine solo è quello che fa gl'imperii più sicuri, e i paesi, come è detto, mantiene copiosamente abitati.»

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 5): «Era nella famiglia dei Donati una donna vedova, ricca e nobilissima, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto, e disegnava in fra sè di darla per moglie a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 66): «..... una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. Aveva costei in tra sè disegnato a messer Buondelmonte cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo maritarla.» Poco più basso parlando della stessa giovane, muta la parola formosità in bellezza, che è assai più semplice.

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 30): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole saranno stimate assai da le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenzia, nè di Fiorentino altro che la lingua e lo abito.... Stuprò le donne, viziò le vergini et trassele dalle braccia delle madri.»

Storie (Opere, pag. 234 e 235): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome.... Stuprò le donne, viziò le vergini, et trattele dalle braccia delle madri, le fece preda de' suoi soldati

[425]. L'illustre storico L. Ranke ha espresso una diversa opinione. Vedi le nostre Osservazioni sul Guicciardini, in fine dell'Appendice.

[426]. Vedi ancora, in fine dell'Appendice, le nostre Osservazioni sul Guicciardini, già citate.

[427]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 79.

[428]. Guicciardini, Storia d'Italia, loc. cit., pag. 79-85; Ranke, History of the Popes (trad. dal tedesco): London, Bohn, vol. I, pag. 80-81. Qui il Ranke va d'accordo col Guicciardini, che descrive mirabilmente il carattere di Clemente VII; Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 413 e seg.; Creighton, History of the Papacy, vol. V, cap. VIII; Capponi, Storia, vol. II, pag. 344; Vettori, Sommario della Storia d'Italia, pag. 381.

[429]. Vettori, Sommario, pag. 349-50.

[430]. Il De Leva parla di 8,000, il Mignet di 10,000, il Gregorovius di 12,000 morti. Il Guicciardini dice essere stata opinione generale, che morirono, tra di ferro e affogati nel Ticino, più di 8,000 Francesi.

[431]. «Madame, pour vous faire savoir comment se porte le reste de mon infortune, de toutes choses ne m'est demeuré qui l'honneur et la vie, qui est saulve.» Queste furono le precise parole scritte dal Re. Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 250; Aimé Champollion-Figeac, Captivité du roi François I, pag. 129. Vedi anche Mignet, Rivalité, etc., vol. II, pag. 68; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 242. La tradizione alterò alquanto le parole dette dal Re, facendo dire invece: «tutto è perduto fuorchè l'onore.»

[432]. «Sie ist das grossartigste Schlachtenbild des XVI Jahrhunderts. Eine weltgeschichtliche Katastrophe hat sich darin vereinigt,» Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 434; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, cap. IV; Mignet, Rivalité, etc., vol. II, cap. VII. Questo lavoro francese tien troppo poco conto delle pubblicazioni italiane, e specialmente dell'opera del De Leva, assai coscienziosa e fatta con ricerche veramente originali.

[433]. Guicciardini, Storia d'Italia, lib. XIV, vol. VII, pag. 4-5.

[434]. Lettera del dì 1º luglio 1525 a Ennio Filonardi, nunzio nella Svizzera, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 80t: Venezia, Ziletti, 1575.

[435]. Lettera del 10 luglio 1525 a Guido Guiducci, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 86.

[436]. Vedi l'Esame del Morone nei Ricordi inediti di Girolamo Morone, pubblicati dal conte Tullio Dandolo: Milano, 1855, pag. 152-4.

[437]. Lettera del Giberti al Canossa, inviato di Francia a Venezia, in data del dì 8 luglio. Il Giberti dice che queste proposte sarebbero partite per la Francia il giorno seguente. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 85. Sono in fatti le stesse proposte che si leggono nelle Recheste mandate ad fare in Franza per N. S., nei Documenti concernenti la vita di Girolamo Morone, pubblicati da Giuseppe Müller nella Miscellanea di Storia Italiana della R. Deputazione di Storia patria in Torino, vol. III, pag. 436-37: Torino, 1865.

[438]. Il Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 56, dice che il Papa, sempre pieno di sospetti e di ansietà, «non per scoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio, se la cosa non succedesse, avvertì sotto specie di attenzione Cesare, che tenesse ben contenti i suoi capitani.» Questi avvisi furono dati in un Memoriale mandato d'ordine del papa Clemente VII a monsignor Farnese. Vedi Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 295; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 287.

[439]. Così afferma anche il Morone nel suo Esame. Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 152.

[440]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 52.

[441]. Esame del Morone. Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 152-9.

[442]. Ecco come il Pescara stesso scriveva in una delle sue lettere all'Imperatore: «Y dende algunos dias vyno Hieronimo Moron a hablarme por grandes arodeos y ultimamente dezirme que sy yo le prometia la fe de le tener secreto, que el me dyria y descubriria grandes cosas. Yo le dixe qua le ternia secreto, y le dj la fe. Descubriome el mal contentamyento de toda Italia, y come toda ella disponya y determynava salyr de sugecyon, y de Francia abya grande correspondencia y requyrymyentos, y que sy yo querya sentirme de como me avyan tratado, y de la forma con que procuravan y abyan syempre procurado abaxarme, y acordarme que abia nacydo Italiano, y que glorya podia ganar en ser el libertador de la propria patria, que en my mano era ser la cabeça y el capytan de toda esta empresa, y que el creya, que todos concorreryan en darme el reyno de Napoles, y que abia tan grandes cosas y tan grandes cymyentos, que yo veria que era razon de venyr cuello y que podria byen salyr lo que se desiñava.» — Lettera del 30 luglio 1526, duplicata di una del 25, nei già citati Documenti che concernono la vita pubblica di Girolamo Morone, raccolti ed editi da Giuseppe Müller, pag. 358 e seg. Questo, come dicemmo, è il III volume della Miscellanea pubblicata dalla R. Deputazione di Storia patria di Torino. Il vol. II contiene le Lettere ed Orazioni latine di Girolamo Morone, edite da Domenico Promis e Giuseppe Müller. V. anche C. Gioda, Girolamo Morone e i suoi tempi: Torino, Paravia, 1887.

[443]. A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro pubblicato dal signor Ch. Paillard nella Revue Historique, IIIe année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: Documents relatifs aux projets d'évasion de François Ier, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544. L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone, essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement, si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il, entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il Vettori, narrata la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole morte.» Sommario della Storia d'Italia, pag. 379. Il Guicciardini (vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo traditore del proprio re.»

[444]. Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese in Venezia: «Parturient montes, nascetur ridiculus mus. Che ben mi pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta, come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.» Lettere ai Principi, vol. II, pag. 94t.

[445]. Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata Miscellanea di storia italiana.

[446]. Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525, scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro dalla buona riuscita della congiura. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 91 e 92.

[447]. Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V. Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.

[448]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.

[449]. Miscellanea citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre 1525; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295.

[450]. Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y siempre lo traygo a lo que quiero.» Miscellanea, ecc., vol. III, pag. 422-23.

[451]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295-96.

[452]. Il Guicciardini (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone, Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese lo aveva fatto nascondere. Il De Leva (Storia, vol. II, pag. 297). secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne trova fatta menzione nè nel Rapporto di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre 1525, in Marin Sanuto; nè nella Cronica del Grumello. Non c'erano in fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva come al Pescara.

[453]. Esame del Morone.

[454]. Vedi il decreto nel Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 201-2.

[455]. «Item vi lascio Hieronimo Morone quale è in preggione, et voglio che si supplichi la Cesarea Maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di S. M. habbia ad essere per condannatione del suddetto, dato il caso che lui non avesse fatta quella opera che doveva fare. In questo S. M. me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei essere caricato.» Dandolo, Ricordi, pag. 202. Che cosa sia quella opera che doveva fare non ci è possibile indovinare con certezza: si allude forse a qualcuna delle promesse fatte dal Morone al Pescara, nei giorni in cui cospirava, o quando era in carcere. Egli aveva, fra le altre cose, promesso gran somma di danari per riscattarsi, e non potè poi subito darli tutti.

[456]. Vedi la lettera in Dandolo, Ricordi. ecc., pag. 204.

[457]. Privilegium, gratia et restitutio clarissimi com. H. Moroni, in Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 209 e seg.: «Ut negari non possit eum ipsum non mediocrem partem habuisse in victoriis quibus S. C. M. Italiam potitus est.... Animadvertentes praeterea eiusdem comits H. Moroni praecipuas animi dotes, ingenii acumen, longum rerum arduarum et grandium usum, animi fortitudinem et inviolabilem erga eos principes fidem, quibus aliquando servitutem suam obtulit et dicavit.... Accessit praeterea ut in praesentibus rei pecuniariae necessitatibus, et in tanto sustinendorum exercituum oneri, cum nihil sit magis necessarium pecuniae, eaeque consumptus sint ingentes et fere intollerabiles, is ipse comes Hieronimus de notabili pecuniarum quantitate nobis subvenit et subventurus est, etc.»

[458]. Oltre le varie opere da noi citate può consultarsi anche una diligente monografia sul Morone, pubblicata dal signor G. E. Saltini dell'Archivio di Firenze nell'Archivio storico italiano, serie III, vol. VIII, parte I, pag. 59-126, anno 1868.

[459]. Guicciardini, Opere inedite, vol. VIII, pag. 331, lettera del 23 ottobre 1525, da Faenza.

[460]. Opere inedite, vol. VIII, pag. 28, lettera 1º giugno 1524.

[461]. Ibidem, pag. 66 e seg., lettera 12 luglio.

[462]. Ibidem, pag. 66 e 100, lettere del 12 luglio e 7 settembre.

[463]. Ibidem, pag. 121 e 123, lettere da Forlì, 7 ed 8 ottobre.

[464]. Ibidem, pag. 126 e 153, lettere 12 ottobre e 28 novembre.

[465]. Opere inedite, vol. VIII, pag. 171, lettera 19 gennaio 1525.

[466]. Ibidem, pag. 201, lettera da Forlì, 25 marzo 1525.

[467]. Ibidem, pag. 246, lettera da Ravenna, 28 maggio 1525.

[468]. Ibidem, pag. 257, lettera da Faenza, 15 giugno 1525.

[469]. Opere inedite, vol. VIII, pag. 321, lettera 23 ottobre 1525.

[470]. Ibidem, pag. 360, lettera 11 dicembre 1525.

[471]. Ibidem, pag. 366, lettera 24 dicembre.

[472]. Ibidem, pag. 393 e seg.

[473]. Inferno, canto X, versi 97-99.

[474]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 34. Lettera del dì 8 marzo 1524/5. Appendice, doc. XIV.

[475]. Lettere del 3 e del 17 maggio 1525, scritte dal Salviati al figlio cardinale. La prima gli annunzia la proposta di farlo accompagnare nella Spagna dal Machiavelli, la seconda dice: «Di Niccolò Machiavelli bisogna farne fuora, perchè veggo che il Papa ci va adagio.» Desjardins, Négociations diplomatiques, vol. II, pag. 840-41.

[476]. Lettera di Francesco del Nero in data 27 luglio 1525. Trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 45. Vedi Appendice, doc. XVI. Incomincia: «Io ebbi una vostra da Roma, ad la quale feci risposta.» Ciò conferma questa gita, finora poco avvertita, del Machiavelli colà, come del resto apparisce anche da altre lettere che abbiamo citate. Quella però senza data, di cui parlammo a pag. 40 di questo volume, non potrebbe, come alcuni supposero, ritenersi scritta ora dalla Marietta, perchè, come già osservammo, si parla in essa d'un figlio nato da pochi giorni, e d'una figlia ancora bambina. La Marietta inoltre sembra alludere ad una lunga assenza del Machiavelli, che invece si trattenne ora poco tempo in Roma.

[477]. Opere, vol. VIII, pag. 177-81, lettera del Machiavelli al Guicciardini, senza data.

[478]. V. Appendice, doc. XV.

[479]. Opere inedite, vol. VIII, pag. 263.

[480]. Opere inedite, vol. VIII, pag. 266, lettera CXXX della Presidenza della Romagna, seconda con la data di Faenza, 19 giugno 1525.

[481]. Ibidem, pag. 270, lettera CXXXI, del 23 giugno.

[482]. Ibidem, pag. 287, lettera CXXXIX, del 26 luglio.

[483]. Opere, vol. VIII, pag. 167, lettera LVII. È bene conoscere questa medicina, che al Machiavelli, com'esso scrive, sgravava lo stomaco e la testa, perchè s'è da alcuni preteso che l'averne abusato fosse poi stato causa della sua morte. Egli inviava al Guicciardini venticinque pillole con la ricetta. Eccola:

Aloe paticodram.1 1⁄2
Carman. deos»1
Mirra eletta»0 1⁄2
Bettonica»0 1⁄2
Pimpinella»0 1⁄2
Bolo armenico»0 1⁄2

L'Artaud, che si prese la cura di farla esaminare e far comporre le pillole, trovò che sono innocentissime e valgono solo ad aiutare la digestione. Il Machiavelli soleva appena prenderne due per volta. Le parole Carman. deos., che troviamo nelle stampe, non avrebbero però alcun significato. Son forse un errore invece di Cardam. Dios., Cardamomum Dioscoridis. L'aloe è la sola medicina di qualche efficacia, e potrebbe recar danno in alcuni casi, quando però fosse presa in gran quantità. Supporre che il Machiavelli morisse per abuso di queste pillole non è quindi possibile. Vedasi Artaud, Machiavel, son génie et ses erreurs, vol. II, nota alla pag. 200.

[484]. Opere, vol. VII, pag. 454.

[485]. Opere, vol. VII, pag. 450-55; Opere (P. M.), vol. VI, pagine 220-224.

[486]. Ibidem, vol. VIII, pag. 171, lettera LVIII, da Firenze, 6 settembre 1525.

[487]. Era la voce, alla quale abbiamo altrove già accennato, la quale pretendeva, che suo padre fosse bastardo e che ciò dovesse impedire a lui d'essere eletto agli uffici. E forse questa fu anche la ragione che fece credere al Ranke, che il Machiavelli non era cittadino.

[488]. Lettera del 15 settembre 1525. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 12. Appendice, doc. XVII.

[489]. Opere, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX, senza data.

[490]. Ne parlano il Varchi (vol. II, pag. 332) e l'Ammirato (vol. VI, pag. 150).

[491]. È la lettera già altrove citata, del 14 agosto 1525. Vedila in Appendice, doc. I.

[492]. Opere, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX. Le canzonette di cui qui si parla, non si trovano in fatti nelle antiche edizioni, ma furono pubblicate assai più tardi. Due di esse, quelle cioè alla fine del I e del III atto, sono le stesse che si leggono alla fine del I e del IV atto della Clizia.

[493]. Cioè, tutti gli altri nostri principi, aspettando inerti, finiranno allo stesso modo.

[494].

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso

E nel Vicario suo Cristo esser catto.

(Dante, Purg., XX, 86, 87).

Qui si allude, com'è noto, alla prigionia di Bonifazio VIII. Ciò che a questo Papa fecero allora i Colonna in Anagni (Alagna), ricorda davvero la condotta che più tardi essi tennero, come vedremo fra poco, verso Clemente VII in Roma.

[495]. Opere, vol. VIII, pag. 177, lettera LX, senza data, ma scritta alla fine del novembre o ai primi del dicembre 1525.

[496]. Ibidem, pag. 181, lettera LXI.

[497]. Ibidem, pag. 183, lettera LXII.

[498]. Vasari, Vita dei Pittori, edizione Le Monnier, vol. XI, pag. 204; nella Vita di Aristotele da San Gallo, e vol. XII, pag. 16; Vita di Giovan Francesco Rustici.

[499]. In una sua lettera al Machiavelli, scritta in data di Modena, 22 febbraio 1525 (1526) e pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. XCI, si rallegrava con lui, gli faceva mostra di grande affetto, e lo chiamava Carissimo et come fratello honorando. In un'altra, scritta a Francesco del Nero, il 1º di marzo dello stesso anno, si dimostrava invece assai scandalezzato delle feste cui s'era abbandonato il Machiavelli, e lo biasimava. Vedi Appendice, documento XVIII. Il Nerli era Governatore a Modena, e dal suo copia-lettere, che trovasi in quell'Archivio, si vede che, scrivendo ufficialmente, datava le sue lettere, secondo lo stile comune, che era allora seguìto in tutta l'Emilia, cominciando cioè l'anno dal 1º gennaio. Noi credemmo perciò che così avesse fatto anche nella lettera qui sopra citata. Ma questa è privata, scritta da un Fiorentino ad un altro Fiorentino, e segue quindi lo stile della loro città, ab incarnatione (25 marzo), come aveva giustamente notato il Passerini.

[500]. Vedi la lettera di Giovanni Mannelli al Machiavelli in data di Venezia, 28 febbraio 1525 (1526) nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. XC. Anche in questa lettera si segue lo stile fiorentino, e ne abbiamo la conferma nei Diarî di Marin Sanuto, il quale dice che il 5 febbraio 1525 (cioè 1526, giacchè a Venezia l'anno cominciava il 1º marzo): «Fo etiam fato una comedia a S. Aponal, in chà Moresini.... et fo una de Plauto di do Fratelli, non molto bella, la quel compète a hore 4 de note.» V. i Diarî a stampa, vol. XL, col. 785. E qui dobbiamo aggiungere che la recita della Mandragola, la quale, a pag. 149 di questo volume, ponemmo il 13 febbraio 1523, ebbe, secondo il Sanuto, realmente luogo in quel giorno, «a li Crosechieri,» ma nell'anno 1521, stile veneto, che risponde al 1522 stile comune (vol. XXXII, col. 458). «Fo ricitata,» egli dice, «un'altra comedia in prosa.... di uno certo vechio dotor fiorentino, che havea una moglie et non potea far fioli etc. Vi fu assaissima gente con intermedi di Zuan Polo et altri bufoni.» Ma non si potè recitare il quinto atto, «tanto era il gran numero de le persone.» Lo stesso Sanuto nota poco dopo (col. 466) che il giorno 16 di quel mese «Fo di novo ai Croseschieri recitata la comedia dil Fiorentino, non compita l'altro giorno. Io non vi fui per....»

[501]. Il 3 gennaio 1525/6 egli scriveva: «Io verrò in ogni modo, nè mi può impedire altro che una malattia, che Iddio mi guardi, e verrò, passato questo mese, ed a quel tempo che voi mi scriverete.» Aggiungeva che la Barbera era trattenuta da certi innamorati, ma che egli sperava, non ostante, poterla mandare. Opere, vol. VIII, pag. 185, lettera LXIII. Dopo questa lettera vien quella del 15 marzo, in cui si legge, senza più parlar della commedia: «la Barbera si trova costì: dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perchè la mi dà molto più da pensare che l'Imperatore.» Il Guicciardini era allora già in Roma, come apparisce dalle sue Opere inedite. La Barbera probabilmente era andata colà a fare altre recite ed a cercare avventure.

[502]. Fu pubblicato dal Tommasini, prima in un volume per nozze, poi nella sua opera sul Machiavelli (II, 824).

[503]. Opere, vol. VIII, pag. 188 e seg., lettera LXIV, del 15 marzo 1525/26.

[504]. Ibidem, pag. 193, lettera LXV, di Filippo Strozzi, da Roma, ultimo di marzo 1526.

[505]. Opere, vol. VIII, pag. 199, lettera LXVII, a Francesco Guicciardini, da Firenze, 4 aprile 1526.

[506]. Ibidem, vol. IV, pag. 459-68. Questa relazione è lodata anche dal Maggiore Jähns, nell'articolo sul Machiavelli già da noi più volte citato.

[507]. Opere, vol. VIII, pag. 201, lettera LXVIII, del 17 maggio 1526.

[508]. Nell'Archivio Fiorentino trovansi la minuta autografa, che fu pubblicata nelle Opere, (P. M.), vol. VI, pag. 360, ed un'altra, poco diversa, d'altra mano. Vi si trova anche la nomina dei Cinque Procuratori; mancano però i loro Atti, e quindi non si conosce la data della elezione del Machiavelli. V'è solo un quadernetto con alcune lettere della cancelleria, le quali vanno sino al 26 febbraio 1527. Le prime undici sono di mano del Machiavelli, le altre (circa trenta) no. Vedi Appendice, doc. XIX.

[509]. Opere, vol. VIII, pag. 202, lettera LXVIII.

[510]. Appendice, doc. XIX. Opere, vol. VIII, pag. 197, lettera LXVI. È una lettera d'ufficio scritta all'ambasciatore fiorentino in Roma, e trovasi stampata anche nel vol. IV delle stesse Opere, pag. 467.

[511]. Opere, vol. VIII, pag. 203-7, lettere LXX, LXXI, LXXII, del 2 giugno 1526.

[512]. Nel più volte citato codice Bargagli trovasi una lettera del 15 gennaio 1526/7, scritta dal podestà di Montespertoli al Machiavelli, provisor murorum, che aveva allora chiesto 25 o 30 uomini per cavare fossi.

[513]. V. nell'Archivio storico lombardo, S. III, Anno 23 (1896), volume V a pag. 245 e segg., le lettere scritte da Francesco Guicciardini, luogotenente generale del Papa, al Cardinale G. B. Giberti (luglio 1526). Esse furono però assai scorrettamente pubblicate dal Sig. G. Bernardi. Il Tommasini, che primo le aveva esaminate nell'Archivio Vaticano, e ne aveva dato notizia all'Accademia dei Lincei, le ripubblicò correttamente (Vol. II, Appendice, pag. 1194 e segg.).

[514]. Luogotenenza generale per il Papa Clemente VII, parte I, lettera del 31 luglio 1526, nelle Opere inedite, vol. IV, pag. 145.

[515]. Opere, vol. VIII, pag. 207-215. Lettere LXXIII e LXXIV, scritte dal Vettori il 5 e 7 agosto 1526. Altre lettere ancora ricevette il Machiavelli da Firenze al campo, fra le quali, come per tener sempre a noi presenti le singolari contraddizioni del suo carattere, ne troviamo una di quel Iacopo Fornaciaio che aveva fatto rappresentare la Clizia nel suo giardino. Questo Iacopo gli parlava della Barbera, della quale pare che il Machiavelli s'occupasse anche in momenti come questi, aggiungendo che essa gli scriverebbe ogni settimana, dimostrando egli così grande premura per lei. Vedi Appendice, documento XX.

Nell'Archivio Fiorentino si trovano, in uno stesso foglio (V. Guasti, Carte strozziane, I, 585) due lettere attribuite al Machiavelli, non però autografe. La prima, che manca della fine, ed è quindi senza firma e senza data, fu pubblicata nelle Opere, vol. VII, p. 215, e ripubblicate da altri, anche dal Tommasini che la riscontrò sul codice. L'altra lettera invece manca del principio, non della fine. Ha la data 3 luglio 1526, e fu pubblicata la prima volta nella già citata Miscellanea del Corazzini (Firenze, 1853), e poi nell'edizione delle Opere colla data di Firenze, Usigli, 1857. Danno anche notizie importanti sull'andamento della guerra.

[516]. Copialettere di R. Acciaiuoli e c. 122t. Si trova nella Biblioteca di Parma, e potemmo esaminarlo per cortesia del bibliotecario E. Alvisi, che ce ne dette notizia. Esso ha molta importanza pel tempo cui si riferisce, e perchè dà compimento alla Legazione di R. Acciaiuoli, pubblicata dal Desjardins. Ne diamo qualche saggio in Appendice, doc. XXI. Altre lettere dello stesso, che noi non credemmo di pubblicare, furono invece pubblicate dal Tommasini (II, Appendice, pag. 1159 e segg.).

[517]. Opere, vol. VII, pag. 456. V. la Istruzione di F. Guicciardini al Machiavelli, nelle Opere inedite del Guicciardini, vol. IV, pag. 340, lettera del 9 settembre 1526.

[518]. Le due lettere si trovano pubblicate nel vol. XLII dei Diarî del Sanuto. La prima nella col. 616: Di campo, di Lambrà, del Proveditor veneto, dì 12, hore 3. La seconda nella col. 628: Del ditto Proveditor, general Pexaro, venuta questa matina, data sotto Cremona, a dì 13, hore 4.

[519]. Il 15 settembre 1526, il Guicciardini incominciava così una sua lettera a Roberto Acciaiuoli: «Scrissi a V. S. a' 13 del presente; gli mandai una lettera del Machiavello del campo di Cremona, uno disegno di quelle trincee, fatto non per mano di Lionardo da Vinci, ecc.» Opere inedite, vol. IV, pag. 367. Dubitai che quel non fosse un errore di stampa, Leonardo da Vinci essendo morto sin dal 1519: ma così non è, perchè il non trovasi anche nell'autografo che riscontrai. Forse il Guicciardini parlava in senso ironico, per dire: un disegno fatto alla peggio, da tutt'altra mano che quella del gran Leonardo.

[520]. Eneide, VI, 95. Nelle Opere inedite, vol. IV, pag. 395, è per errore stampato: audacior oro. Virgilio dice audentior ito, in qualche manoscritto si legge anche audacior ito.

[521]. Opere inedite, vol. IV, pag. 393 e 397, lettere del 24 e 26 settembre 1526.

[522]. Opere inedite, vol. IV, lettere del 2 ottobre 1526, pag. 411 e 413; lettera del 19 ottobre, pag. 458; lettera del 7 novembre, pag. 511; lettera del 9 novembre, pag. 520.

[523]. Questa relazione è, come lettera ad un amico, stampata nell'epistolario del Machiavelli, Opere, vol. VIII, pag. 215-19. Ma il suo contenuto, la sua forma, e l'essersene, come avvertono gli editori stessi, trovato l'autografo senza data, senza indirizzo, senza firma, tra le carte della Segreteria Vecchia di Firenze, ci persuadono che non è una lettera privata, ma una relazione scritta d'ufficio.

[524]. Questa lettera fu pubblicata dal Tommasini (II, Appendice, pag. 1245).

[525]. Opere, vol. VII, pag. 459-61. Istruzione degli Otto di Pratica al Machiavelli.

[526]. Ibidem, pag. 464, lettera da Modena, 2 dicembre 1526.

[527]. Opere inedite, vol. V, Luogotenenza generale, parte II, lettere del dicembre 1526, del gennaio e febbraio 1527.

[528]. Opere, vol. VIII, pag. 231, lettera da Forlì, 16 aprile 1527.

Nell'Archivio di Stato in Modena (Registri ducali, partimento I) si trova, come già notammo, il copialettere di Filippo de' Nerli, allora governatore di Modena per il Papa. In queste lettere si parla spesso del Machiavelli, e più d'una volta vi trasparisce la poca simpatia che il Nerli aveva per lui, che qualche volta chiama il Machia. Il 7 ottobre 1525, scrivendo al Guicciardini, dice: «Il Camurana, che presentò la lettera, harà suplito faccendo intender a Vostra Signoria, che più stimo un minimo cenno di quella, che quanto havessi potuto scrivere Alexandro del Caccia, et maxime essendosi mescolata in su la lettera la auctorità del Machia.» E il 31 ottobre 1526 scriveva allo stesso: «Al Machiavello si manderà la sua (lettera), che V. S. ha mandata aperta, per la prima istaffetta che passerà, che occorrendomi scrivere anche a me in compagnia di questa, non voglio che le sua cantafavole faccino tediare la istaffetta.» Da queste lettere apparisce che il Machiavelli viaggiava allora infaticabilmente di giorno, di notte, solo o accompagnato da scorte armate, fra i due eserciti nemici.

[529]. Opere inedite, vol. V, pag. 203, lettera del 7 febbraio 1527.

[530]. Ibidem, pag. 217 e 227, lettere del 9 e del 15 febbraio.

[531]. Ibidem, pag. 203, lettera del 7 febbraio.

[532]. Opere, vol. VII, pag. 471 e seg.

[533]. Opere inedite, vol. V, pag. 242 e seg., lettera del 20 febbraio 1527.

[534]. Il Morone non era riuscito a pagare tutti i 20,000 ducati della taglia promessa. Quando fu liberato, doveva darne ancora 6000, pei quali aveva lasciato in ostaggio suo figlio Antonio. Più tardi, trovandosi l'esercito imperiale in grandi strettezze, egli potè dare 3000 ducati, per avere i quali dal duca di Ferrara, dovette dargli in ostaggio il figlio Giovanni. Per questi ed altri servigi da lui resi agl'Imperiali, il Borbone liberò Antonio, e sciolse il padre dall'obbligo di dare gli altri 3000 ducati, cui era tenuto secondo la promessa. Restava però sempre in ostaggio l'altro figlio Giovanni, per la somma appunto che il Morone voleva ora con inganno cavare dal Guicciardini. Vedi Dandolo, Ricordi, pag. 226-7; Opere inedite, vol. V, pag. 363, lettera del 26 marzo. Nella Storia d'Italia (volume IX, lib. XVIII, cap. I, pag. 25) il Guicciardini parla anche di altre pratiche fatte allora dal Morone con persone della Lega «simulatamente e con fraude.»

[535]. Opere inedite, vol. V, pag. 415, lettera del 19 aprile 1527.

[536]. Opere, vol. VII, pag. 489, lettera da Bologna, 23 marzo 1527.

[537]. Ibidem, pag. 496, lettera da Bologna, 30 marzo 1527.

[538]. Opere, vol. VII, pag. 498, lettera da Bologna, 2 aprile 1527.

[539]. Opere, vol. VIII, pag. 226, lettera LXXX.

[540]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 21. Appendice, doc. XXII.

[541]. Opere inedite, vol. V, pag. 428, lettera del 29 aprile 1527, da Firenze.

[542]. Una di queste pietre cadde sul Davide di Michelangiolo, e ne ruppe il braccio sinistro in tre pezzi, che poi furono rimessi.

[543]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 133 e seg.; Nerli, Commentarî, pag. 148; Varchi, Storia, vol. I, pag. 130 e seg.; Guicciardini, Storia d'Italia, vol. IX, lib. XVIII, pag. 41 e seg.; Opere inedite, vol. V, pag. 423 e seg. Nella Miscellanea fiorentina di J. del Badia, N. 9, pag. 32 e segg., anno 1886, il Fiorini pubblicò una lettera di Iacopo Nardi sulla mutazione dello Stato nel 1527.

[544]. Opere inedite, vol. IX: La prigionia di Clemente VII e la caduta della Repubblica fiorentina, pag. 10, lettera del 18 maggio 1527. — Per la vita del Guicciardini in questi tempi è utile consultare l'opera di A. Rossi, Francesco Guicciardini e il Governo fiorentino dal 1527 al 1540, vol. due: Bologna, Zanichelli, 1896-99. Un nuovo libro ha pubblicato recentemente anche E. Zannoni, La Vita pubblica di F. Guicciardini: Bologna, Zanichelli, 1896.

[545]. Opere inedite, lettere del 21 e 26 maggio.

[546]. Nardi, Storia di Firenze, vol. II, pag. 161.

[547]. Opere, vol. VII, pag. 509.

[548]. Ecco le parole del Busini: «Dice mess. Piero Carnesecchi, che venne seco da Roma con una sua sorella, che l'udì molte volte sospirare, avendo inteso come la Città era libera. Credo che si dolessi de' modi suoi, perchè in fatti amava la libertà e straordinarissimamente; ma si doleva avere impacciatosi con papa Chimenti.» Lettere, pag. 84-85 (lettera IX).

[549]. Vedi Appendice, doc. XXIII. Da esso apparisce come Donato Giannotti fu nominato segretario solo nell'ottobre del 1527.

[550]. Mordenti, Diario di Niccolò Machiavelli: Firenze, 1880, pag. 577.

[551]. Libro dei Morti (della Grascia) dal 1457 al 1506, n. 5, a c. 289t. Sotto l'anno 1500 si legge: «Messer Bernardo Machiavegli riposto in Santa Croce, a dì 10 di detto (maggio 1500).» E nel Libro dei Morti (o dei Becchini) Medici e Speziali, n. 249, segnato G, a c. 128, sotto la data 22 giugno 1527: «Niccolò di.... Machiavelli, a dì 22 riposto in Santa Croce.» Questi due libri sono nell'Archivio fiorentino.

[552]. Opere, vol. I, pag. CXXIX.

[553]. La lettera manoscritta trovasi nelle Carte del Machiavelli (Cassetta I, n. 84). È indirizzata a Francesco Nelli, ed ha la sola data dell'anno. Anche il compianto cav. Gherardi, direttore dell'Archivio fiorentino, dubitò della sua autenticità.

[554]. I due testamenti si trovano nelle Opere, vol. I, pag. CXXXIII-VIII e CXXXIX-XLIV.

[555]. Busini, Lettere, Lettera IX, pag. 84-85.

[556]. Ecco quello che scrive il Ricci, a pag. 193 del più volte citato Codice (fra i Mss. rari della Nazionale di Firenze, 5, I, 16).

«Giuliano de' Ricci a chi legge:

«Il Giovio nelli elogii, sotto alla imagine del Machiavello, tassandolo di maligno et di poco religioso, dice che egli si morì per avere preso una medicina a sua fantasia, mediante la quale, scherzando egli pazzamente con la Divinità, si condusse alla morte. Et poichè io veggo la ricetta di queste pillole tanto da lui celebrate, mi vo immaginando che in quelli tempi si potesse spargere qualche falso romore di questa cosa, perchè in verità egli morì cristianamente nel suo letto, visitato da tutti gli amici, in braccio della moglie et de' figliuoli, et io che li sono nipote non ho mai inteso dire nè da madonna Marietta de' Corsini sua moglie, nè da madonna Baccia mia madre et sua figliola, nè da messer Bernardo et messer Guido et messer Piero suoi figlioli et miei zii, tal cosa, et la ho per una vanità. Et la compositione di quelle pillole è tale che non merita di essere da scrittore maledico et falso, come è il Giovio, fattoci un commento sopra, che, pigliandole, si voglia scherzare con la religione, o trattare con esse di farsi immortale, poichè gli ingredienti in essa sono tutti di droghe et semplici ordinarii et communissimi a tutti li medici et a tutti gli speziali.» Le parole del Giovio nell'elogio del Machiavelli sono queste: «Fuit exinde semper inops uti irrisor et atheos, fatoque functus est, quum accepto temere pharmaco, quo se adversus morbos praemuniret, vitae suae iocabundus illusisset, paulo antequam Florentia Caesarianis subacta armis, Mediceos veteres dominos recipere cogeretur.» È certo però che, avendo il Machiavelli presa invano la solita medicina, molti credettero, sebbene non vero, che essa fosse stata la causa del male. Anche la citata lettera attribuita al figlio Pietro dice infatti: «È morto il dì 22 di questo mese Niccolò Machiavelli nostro padre di dolori di ventre, cagionati da un medicamento preso il dì 20.» È notevole poi che nè il Ricci, nè il Giovio alludano esplicitamente al sogno.

[557]. Stefano Binet di Digione (Du Salut d'Origène, a pag. 359: Paris, 1629), racconta il sogno, senza citare alcuna autorità. Ecco le sue parole, riportate dal Bayle (2ª ediz.): «On arrive à ce détestable poinct d'honneur, où arriva Machiavel sur la fin de sa vie: car il eut cette illusion peu devant que rendre son esprit. Il vit un tas de pauvres gens, comme coquins, deschirez, affamez, contrefaits, fort mal en ordre et en assez petit nombre; on luy dit que c'estoient ceux de Paradis, desquels il estoit escrit: Beati pauperes, quoniam ipsorum est regnum coelorum. Ceux-ci estans retirez, on fit paroistre un nombre innombrable de personnages pleins de gravité et de majesté: on les voyoit comme un Sénat, où on traitoit d'affaires d'Estat, et fort serieuses: il entrevit Platon, Seneque, Plutarque, Tacite, et d'autres de cette qualité. Il demanda qui estoient ces messieurs-là si venerables; on lui dit que c'estoient les damnez, et que c'estoient des ames reprouvées du Ciel: Sapientia hujus soeculi inimica est Dei. Cela estant passé, on luy demanda desquels il vouloit estre. Il respondit qu'il aimoit beaucoup mieux estre en Enfer avec ces grands esprits, pour deviser avec eux des affaires d'Estat, que d'estre avec cette vermine de ces belistres qu'on luy avoit fait voir. Et à tant il mourut, et alla voir comme vont les affaires d'Estat de l'autre monde.»

[558]. «Volphius nuper Augustae mortuus, in suis Commentariis in Tusculanas, quos anno superiore mihi donavit, Machiavellum scelerum, impietatum et flagitiorum omnium magistrum appellat, ac testatur illum quodam loco scripsisse: sibi multo optabilius esse post mortem ad inferos et diabolos detrudi quam in coelum ascendere. Nam hic nullos reperturum nisi mendiculos et misellos quosdam monachos, heremitas, apostolos; illic victurum se cum cardinalibus, cum papis, regibus et principibus.» Epistola Francisci Hotomani, 28 decembre 1580, n. 99 in Francisci et Joanis Hotomanorum, Epistolae: Amstelodami, 1700. Vedi anche il Baldelli nel suo Elogio del Machiavelli, nota 16. L'opera del Volfio, citata dall'Otomano è assai rara. Ne discorre il Blondheim nella Rivista, Modern Language Notes (Marzo, 1909, pag. 73 e seg.). Egli osserva che il sogno è ricordato nel Folengo prima della morte del Machiavelli.

[559]. Di ciò parla il Ricci nel suo Priorista (Quartiere S. Spirito a c. 160). Egli dice, che la cappella trovavasi nella «parete del muro che guarda verso tramontana, accanto alla porta che dicevasi de' Guardi.» Racconta poi che un religioso della Chiesa di Santa Croce, andò dal canonico Niccolò, figlio di Bernardo di Niccolò Machiavelli, e gli fece sapere come molti non appartenenti alla famiglia, venissero allora sepolti alla rinfusa, nella cappella de' Machiavelli, il che non pareva nè decoroso, nè conveniente: sarebbe perciò stato opportuno porvi riparo, e restaurarla. Ma il canonico rispose: «Deh! lasciateli fare, perchè mio padre era amico della conversazione, e quanti più morti andranno a trattenerlo, tanto maggior piacere ne harà.»

[560]. Nel Priorista, Ricci, Quartiere S. Spirito, a c. 273t si trova notato, che Bernardo di Niccolò Machiavelli aveva nel 1581 «più di 70 anni, era quasi vicino alli 80.» Il canonico Niccolò, figlio di questo Bernardo, morì il 10 giugno 1597 d'una resipola, ed il fratello di lui, Alessandro, morì pure nel 1597, lasciando Ippolita di nove anni. Così si estinse la famiglia. Nello stesso anno morì Lorenzino di Lorenzo di Ristoro Machiavelli. Con lui s'estinse un altro ramo della famiglia. Ne rimaneva un terzo, che finì anch'esso nel principio del secolo XVIII.

[561]. Aia, 1726; Londra (Parigi), 1768; Venezia, 1769; Londra, 1772.

[562]. Questa edizione è preceduta da una dotta prefazione di Reginaldo Tanzini. Gli editori non avevano potuto far uso della biblioteca Strozzi, nella quale erano altri manoscritti del Machiavelli. Ben presto però si estinse il ramo degli Strozzi, che li possedeva, ed il Granduca acquistò i codici più preziosi. Fu poi scoperto nella Barberiniana di Roma un codice che conteneva altri scritti inediti del Machiavelli. Si fece perciò nel 1796 una seconda edizione delle Opere, in otto volumi, la quale doveva contenere molte legazioni e lettere ancora inedite. Ma essa rimase incompiuta, mancandovi appunto il carteggio diplomatico e privato, e fu condotta con molta fretta, tanto che nel libro secondo dei Discorsi v'è una lacuna, la quale va dalla metà del capitolo XXX agli ultimi periodi del XXXIII. Vedi la prefazione di Francesco Tassi all'edizione delle Opere: Italia, 1813 (Firenze, 1826).

[563]. Giorgio Nassau Clavering, terzo conte Cowper, nato nel 1738, si fermò assai giovane a Firenze, e nel 1775 sposò Anna Gore, figlia d'un gentiluomo inglese del Lincolnshire, assai amata dal Granduca. Ad eccezione di sir Horace Mann, nessun Inglese fu in Firenze popolare quanto lord Cowper. Nel 1768 venne nominato accademico della Crusca. Egli corrispose alle molte prove di benevolenza, con pari affetto a Firenze, generosamente favorendo opere utili al decoro della Città. V. Reumont, Geschichte Toscana's: Gotha, Perthes, 1876-7, vol. II, pagg. 360-1.

[564]. A partu Virginis. Allora era stato già abbandonato lo stile fiorentino, che cominciava l'anno ab incarnatione.

[565]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 46.

[566]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 22.

[567]. Biblioteca reale di Parma. Autografa.

[568]. Questa lettera trovavasi fra i Mss. della biblioteca che fu già di sir Thomas Phillipps, che poi appartenne al rev. E. Fenwick in Cheltenham, più tardi andò dispersa. È autografa, ed era segnata col numero 11,017.

[569]. Sebbene di semplici artigiani, la famiglia aveva gli uffizî, cioè i suoi membri potevano occupare gli uffizî politici della repubblica.

[570]. L'autografo di questa lettera trovasi nell'Archivio di Stato in Firenze, fra le carte dell'acquisto Salari, fatto nel 1874. Essa fu in parte pubblicata nelle Opere, cioè tutto il primo paragrafo sino a maraviglia, ed il secondo periodo del secondo paragrafo da et quando a sgratiata. Nella parte già stampata si trovano però diversi errori, che abbiamo corretti.

[571]. Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 59. Autografa. Di questa lettera fu nelle Opere del Machiavelli pubblicata una sola parte, cioè il secondo paragrafo, da Come io a quanto te.

[572]. Biblioteca Quiriniana di Brescia. Autografa.

[573]. Biblioteca Laurenziana. Cod. Tempi, num. 2 (già 57), a c. 165. Autografa.

[574]. L'originale ha: uiciqco.

[575]. Archivio Bargagli.

[576]. Forse, Bernardo.

[577]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 14.

[578]. Archivio Bargagli. Pubblichiamo questa lettera, che non ha molta importanza, principalmente perchè ci fa conoscere la commissione a Genova e lo scopo che ebbe.

[579]. Si propone cioè di pagare in quattro anni, un quarto per anno, e dare robbia invece di danaro. Inoltre, appena ricevuta la robbia, i creditori dovevano mandare panni garbi o di S. Martino o altri simili, al prezzo corrente in quell'anno, e per una somma equivalente alla robbia ricevuta. Si estingueva così un credito, aprendone un altro, e però la proposta è chiamata un pagamento di sogni, e non viene accettata.

[580]. Qui ed in appresso lacune per essere rotta la carta.

[581]. Lasciata in bianco la data.

[582]. Archivio Bargagli.

[583]. Archivio Bargagli. Pubblichiamo queste due lettere del Bracci, perchè fanno meglio conoscere lo scopo della commissione a Lucca, e compiono la serie dei documenti intorno ad essa dati in luce nelle Opere (P. M).

[584]. Lacuna per essere rotta la carta.

[585]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 38.

[586]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 37.

[587]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 42.

[588]. Laurenziana, Mes. Ashburnham, 639, c. 154.

[589]. Questa lettera, che riproduciamo dallo stesso Ms. Ashb., a c. 152 e segg., è già data nelle stampe (Opere, vol. VIII, pagg. 46-55), secondo una minuta, che si trova nel Codice Ricci, nella quale mancano la fine, la data e la firma. In questa copia Ashb., che è del secolo XVII, non sempre correttissima, sono notevoli varianti così di forma come di sostanza. Il codice Ashb. manca del principio, che è nelle stampe, da «Io, nel mezzo di tutte le mie felicità» sino a «me ne scusi la preallegata cagione,» il senso del quale è invece riferito, succintamente e solo in parte, in fine della lettera che noi pubblichiamo. Del resto, in questa nuova forma, essa ha tutto l'aspetto di un documento compiuto; nè le importanti variazioni che vi si trovano, in confronto dell'altra, che sembra essere la minuta, possono attribuirsi a errori o a capricci del copista. Laonde io credo di poter concludere, che il Cod. Ashb. ci dà la lettera quale, rifacendo la prima minuta, fu spedita dal Machiavelli al Vettori. Questa fu anche l'opinione dei miei amici, prof. C. Paoli e A. Gherardi, che consultai in proposito.

Il Tommasini (III, 86 nota 1) pubblicò più tardi le semplici varianti, che così pose in maggiore evidenza.

[590]. Il cod. ha chiaramente m.ra, ma il senso richiede questa correzione. M.re di Gursa è il noto Cardinale Gurgense.

[591]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 111.

[592]. Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 63. Autografo.

[593]. In margine si trova notato: — più volontarii, minore spesa: — megliore — manco incommodarà al paese. Ma queste note marginali si riferiscono più sotto, al periodo che comincia: «Et prima e' dicono che togliendone meno,» ecc.

[594]. In margine: — di' perchè cagione non sene era ordinate ad Pistoia.

[595]. In margine: — Come e' si pagavano.

[596]. Sottintendi: allegano.

[597]. Codice miscellaneo vaticano 5225, a f. 673 e 674. Non sono autografi, ma, come abbiamo già detto, la scrittura è certo del secolo XVI, forse della prima metà. Solo il primo dei due sonetti è inedito, ma il secondo ha notabili varianti, che segniamo in nota. Riproduciamo fedelmente la grafia del Codice.

[598]. Non è facile la interpretazione di questo sonetto, che in alcuni punti, specialmente nella prima terzina, riesce oscurissimo. Il Machiavelli scrive al padre Bernardo in villa, che gli aveva mandato un'oca, e pare anche raccomandato gli altri figli, specialmente uno di essi, perchè tutti menavano lassù una vita assai stentata.

Costoro, così comincia il sonetto, sono vissuti costà un mese e più, a noce, fichi, fave e carne secca, talchè sarebbe danno vero e non beffa (malitia et non cilecca) il farvi più lunga dimora.

Come il bue fiesolano assetato guarda Arno all'ingiù (a l'angúe), e per non potervi bere si lecca i mocci, così costoro fanno con l'uova, che vende la contadina (la trecca), col castrone e col bue del beccaio.

Ma (e qui cresce l'oscurità) perchè non si continui a vivere costà solo di carne salata (per non fare afamar le marmegge: le marmegge sono vermi che nascono sulla carne salata, ed esse affamerebbero se altri mangiasse tutta la carne secca, di cui si parla nel secondo verso del Sonetto), io farò motto a Daniello, il quale forse già legge qualche raccomandazione mandatagli a favore di mio fratello (Faren motto drieto a Daniello, che forse già v'è qualcosa che legge. Non sappiamo chi sia questo Daniello, nè è facile indovinare il significato delle parole: già v'è qualcosa che legge. Abbiamo dato una interpretazione probabile, ma non sicura).

Mangiando poco altro che pane (pane et coltello), abbiamo fatto per la fame visi lunghi come becchi di beccacce (becchi che paion d'accegge), ed appena teniamo gli occhi semiaperti (a sportello).

Dite a quel mio fratello, che intanto venga a godersi l'oca che giovedì avemmo da voi.

Alla fine del gioco poi, messer Bernardo mio, se si va innanzi così, voi comprerete paperi ed oche, e non ne mangerete.

[599]. Il prof. Salvadori, cui dobbiamo questo Sonetto, non potè interpetrare nel codice la parola daniello, il che riuscì poi al Tommasini (I, 509-10) la cui lezione perciò accettiamo. E così pure nel quarto verso accettiamo da lui il invece di più come lesse il Salvadori.

[600]. Notiamo le varianti della lezione Aiazzi (Vedi vol. II, pag. 203, nota 1 di quest'opera). Verso 2 fune: corda. 3 antre fatighe mia ui no: altre miserie mie non vo'. 4 poi che: perchè. e': i. 5 menon: menan. questi: queste. 7 mai fu: fu mai. 8 né lá in: né in. tra: fra. 9 quanto è: come. piú: sì. 10 par proprio: proprio par. 11 tutto: e tutto. 12 si scatena: s'incatena, quell': l'. sferra: disferra. 13 Con batter toppe chiavi, e chiavistelli. 14 Grida un altro che troppo alto è da terra. 15 fa: fe'. 16 è: fu. 17 Cantando sentii dire: per voi s'ora. 18 uadino: vadano, buon'hora: malora. 19 la tua: vostra. voglia: volga. 20 Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia. Facciamo notare specialmente la variante vadino in buon'ora, invece di vadano in mal'ora, perchè attenua, senza distruggerla, la cattiva impressione prodotta in noi dalla lezione Rosini.

[601]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 34. Il Vettori, anche scrivendo da Roma, seguiva nella data delle sue lettere lo stile fiorentino.

[602]. Questo è il Breve cui accenna il Guicciardini nella sua lettera 6 giugno 1525, ed a cui accenniamo noi a pag. 325. Nella seconda edizione lo pubblicammo in fine dei documenti, perchè ne avemmo notizia quando essi erano già stampati. Ci fu comunicato dal Dr. E. Alvisi che lo credeva inedito, e tale lo credemmo anche noi. Il Tommasini (II, 787), dopo averne avuto copia direttamente dall'Archivio Vaticano, s'accorse che era stato già pubblicato dal Balan (Monumenta saeculi XV) con qualche inesattezza e lo ripubblicò più corretto (doc. XXIV, pag. 1150). Lo ripubblichiamo anche noi, perchè ci pare importante. Trovasi nell'Archivio Vaticano: Clementi VII Brevia ad Principes per Sadaletum exarata.

[603]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 45.

[604]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 12.

[605]. L'autografo è nei Mss. Magliabechiani II, 3, 432.

[606]. Si trovano in un quaderno (o frammento di quaderno) di sedici carte, nell'Archivio di Stato in Firenze. Pubblichiamo, salvo qualche cosa di nessun momento, tutto ciò che è scritto di mano del Machiavelli, indicando in nota, dove sono brani d'altra mano. Questi documenti compiono le pubblicazioni degli scritti militari del Machiavelli, fatte dal Canestrini.

[607]. Manca la data del giorno. Qui e nella lettera che segue il Machiavelli deve essere incorso in errore, scrivendo aprile invece di maggio. Ciò vien confermato dalla lettera del primo di giugno, e dalla provvisione pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 360, che istituiva il magistrato dei Cinque Procuratori delle mura, e fu vinta nel Consiglio del Cento il 9 maggio 1526. I Procuratori furono eletti il 19. È possibile che la confusione nelle date sia seguita perchè essi cominciarono, anche prima della elezione definitiva, ad esercitare in qualche modo il loro ufficio. Il Tommasini (II, 848, nota 3) respinge questa ipotesi, perchè dice che il Machiavelli doveva assai bene conoscere la data, il che è vero. Non è ugualmente vero, che perciò l'errore avrebbe dovuto essere non una svista, ma una falsità. Non c'era nessuna ragione al mondo per commettere una falsità. Io mi sono indotto a supporre una svista, non solamente per le ragioni che ho addotte; ma anche perchè, nelle moltissime lettere autografe, d'ufficio, che ho esaminate nell'Archivio fiorentino, ho più di una volta riscontrato simili sviste del Machiavelli. In sostanza erano minute di lettere, che poi venivano copiate in forme definitive, e la svista poteva esser corretta.

[608]. Spazio bianco.

[609]. Di qui si confermerebbe che la prima e la seconda lettera furono scritte il 24 maggio, e non il 24 aprile.

[610]. Questo verso è d'altra mano. Segue un'altra lettera circolare, quasi identica alla precedente, scritta dal Machiavelli, in data del 6 giugno, ed indirizzata ai vicari di Certaldo, Scarperia, San Miniato, San Giovanni e Poppi.

[611]. Il principio e la fine di questa lettera sono d'altra mano. Indicheremo in nota la parte che è scritta dal Machiavelli.

[612]. Qui comincia la mano del Machiavelli.

[613]. Qui, sino alla fine della lettera, cessa la mano del Machiavelli.

[614]. I Capitani di Parte Guelfa.

[615]. Qui segue, scritta di mano del Machiavelli, una nota di 18 potesterie col rispettivo numero di uomini (50, 60 o 150) da richiedersi ad esse con la circolare che pubblichiamo.

[616]. Spazio bianco, che doveva essere riempito nelle varie copie di questa circolare, col numero d'uomini che toccavano a ciascuna delle potesterie, secondo la nota, cui abbiamo più sopra accennato.

[617]. Segue, sempre di mano del Machiavelli, una nota di 24 potesterie o vicariati, dove bisognava chiedere marraiuoli e stipa; poi una nota di 31 potesterie, cui doveva essere indirizzata la circolare del 21 gennaio, che diamo qui sotto.

[618]. Seguono, sotto la data 26 gennaio, i nomi di tre tavolaccini, cui si doveva dar patente «ad comandare bestie per levare stipa, a fare tagliare stipa etc.»

[619]. Qui cessa la mano del Machiavelli. Seguono altre lettere ed ordini simili ai precedenti, non scritti però da lui.

[620]. Archivio Bargagli. Questa lettera da me pubblicata nella prima edizione del terzo volume (1882, doc. XVIII), venne poi dall'Alvisi, al pari di qualche altro documento, ripubblicata l'anno seguente nella sua edizione (1883) delle Lettere familiari del Machiavelli. Il Tommasini (II, 386, nota 2) credette invece che io l'avessi presa dall'Alvisi.

[621]. Dal già citato copialettere, che trovasi nel R. Archivio di Parma.

[622]. Nato nel 1467, s'era dato alla vita ecclesiastica, che abbandonò poi per la politica. Ebbe molte ambascerie, specialmente in Francia, dove, sebbene laico, era adesso nunzio del Papa. I suoi dispacci venivano diretti a Roma, a Firenze, spesso anche al Guicciardini, luogotenente del Papa.

[623]. A c. 10-10t.

[624]. Arciduca Ferdinando d'Austria.

[625]. Gli ambasciatori d'Inghilterra e di Venezia.

[626]. A cc. 16t-18.

[627]. Capino da Capo, gentiluomo mantovano, altro inviato del Papa.

[628]. A cc. 121-122t.

[629]. In margine è scritto: Mandato per currieri apposta. Augusti VI

[630]. Il Castello di Milano.

[631]. Giovanbattista Sanga, mandatario del Papa a Francesco I.

[632]. Sembra un nome convenzionale, per alludere a Clemente VII.

[633]. In margine è scritto: VI Agosto, come abbiamo più sopra accennato; e deve esser la vera data, giacchè da un'altra nota marginale, in alcune parti poco intelligibile, si capisce chiaro che la lettera fu spedita il VI Agosto.

[634]. A cc. 136-137.

[635]. In margine: Augusti 13.

[636]. Tommaso Wolsey cardinale ed arcivescovo di York, noto in Italia col nome di Eboracense. Nel 1518 ebbe da Leone X le chiese unite di Bath e Wels. Cardella, Memorie storiche dei Cardinali, ecc. IV, 10.

[637]. A cc. 161t-162.

[638]. In margine è scritto: Augusti XXIII.

[639]. Chiuda gli occhi, finga di non vedere nè capire.

[640]. Luisa di Savoia, madre di Francesco I.

[641]. In margine è scritto: «Andarono alli XXVI, dirette al Marchese di Saluzzo, che le mandassi in campo, a hore X.»

[642]. A cc. 185-188.

[643]. In margine: Septembris xi.

[644]. La Principessa Eleonora d'Austria, sorella dell'Imperatore.

[645]. Il capitano Renzo da Ceri.

[646]. A cc. 206-206t.

[647]. In margine: Septembris 24.

[648]. A c. 213t.

[649]. In margine: Septembris 28.

[650]. Fiume Sava, che va nel Danubio.

[651]. A cc. 219t-220.

[652]. In margine: Octobris III.

[653]. V. pag. 345 e nota 1, in questo volume.

[654]. A cc. 220-221t.

[655]. In margine è scritto: Octobris IIII. Portò Pier Porco corriere.

[656]. A cc. 237t-239.

[657]. In margine: Octobris 18, tenuta a XX.

[658]. L'Acciaiuoli e Messer Paolo d'Arezzo.

[659]. Paolo d'Arezzo, mandatario del Papa.

[660]. A cc. 204t-242.

[661]. In margine: Octobris 24.

[662]. Giovanni de' Medici.

[663]. Guido Rangone, altro capitano del Papa.

[664]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 21.

[665]. Archivio di Stato in Firenze. X di Balia. Stanziamenti e Condotte dal 1527 al 1529 (Classe XII, Dist. ii, 79) a c. 5t.

[666]. Ivi a c. 74t.

[667]. Il partito dell'elezione di Francesco Tarugi non si conosce, ma verisimilmente dovette essere del tenore stesso di quello preso pel Giannotti; la sua data si rileva dal presente stanziamento di salario. La nuova Signoria, col gonfaloniere Capponi, entrò in ufficio il primo di giugno, ed il Tarugi fu segretario per brevissimo tempo.

[668]. Martin Hobohm, Machiavellis Renaissance der Kriegskunst; Berlin, Karl Curtius, 1913. I due volumi hanno anche, ciascuno di essi, un titolo speciale. Il primo: Machiavellis florentinisches Staatsheer; il secondo: Machiavellis Kriegskunst.

[669]. Nelle Memorie storiche abbiamo trovato lettere o estratti da lettere di M. A. Niccolini oratore a Milano (1492), di Piero Guicciardini oratore a Milano (1493), dei Commissarî in Pisa (1494), di G. B. Ridolfi oratore a Milano (1495), di Antonio dei Pazzi oratore a Roma (1497), del Becchi oratore a Roma (1496), del Bracci oratore a Roma (1497). Questi estratti si trovano nel principio del volume I; ma continuano poi per tutti i quattro volumi. Alcuni sono autografi del Guicciardini, moltissimi invece copiati d'altra mano.

[670]. È nelle Memorie Storiche indicato semplicemente così: Bartol. Gherardo Bartolini Salimbeni era cognato del Guicciardini, cui indirizzò, in forma di lettera, la sua Cronichetta sopra le ultime azioni di Lorenzo de' Medici duca d'Urbino, pubblicata poi nel 1786 dal Padre Ildefonso, nell'Appendice al vol. XXIII delle Delizie degli Eruditi toscani.

[671]. Scipio Vegius autore dell'Ephemerides, lavoro che si trova manoscritto nell'Ambrosiana. Nelle Memorie Storiche è indicato semplicemente così: Scipio.

[672]. Questo autore, che nelle Memorie Storiche è chiamato El Borgia, deve essere Girolamo Borgia nato in Sirisio di Basilicata, l'anno 1475. Il signor Camillo Minieri Riccio, nelle sue Biografie degli Accademici Alfonsini, detti poi Pontaniani (1442-1543), pubblicate nell'Italia Reale, e più tardi in venti esemplari a parte, lo dice (a pag. 235 e segg.) parente di papa Alessandro VI, intimo di Giovanni Borgia duca di Gandia. Aggiunge che quando questi fu fatto nel 1497 uccidere dal fratello Cesare, Girolamo Borgia dovette fuggire e nascondersi, «per essere a lui palesi tutti i segreti del defunto.» Fu autore di molte opere in verso ed in prosa, fra le quali una Historia Aragonensium, in venti libri, che «rimase manoscritta, ed andò poi perduta. La sola prefazione del libro XIX fu salvata e si conservava da Gio. Vincenzo Meola, come costui lo attesta nella nota XIII, pag. 48 alle lettere di Onorato Fascitelli (Napoli, 1776).» Noi argomentiamo che questo Girolamo Borgia sia l'autore citato dal Guicciardini, perchè non ne conosciamo altri dello stesso nome in quel tempo, e perchè le citazioni e gli estratti che ne abbiamo trovati nelle Memorie, si riferiscono principalmente a fatti seguiti ai Borgia nel Napoletano.

[673]. Vedi pagg. 110 e segg. del vol. II di quest'opera.

[674]. Vedi la mia prefazione ai Dispacci di A. Giustinian; la recensione che di essi fece G. E. Saltini, con nuovi documenti, nell'Archivio Storico Italiano, terza serie, vol. XXVI, anno 1877: e specialmente quel che dico nelle già citate pagg. 110 e segg. del vol. II di quest'opera.

[675]. Debbo qui ringraziare il conte Francesco Guicciardini, che assai gentilmente mi permise di esaminare i manoscritti del suo illustre antenato. E come ho già altrove ringraziato i miei amici prof. Cesare Paoli e cav. A. Gherardi (pur troppo ora defunti), così debbo anche esprimere la mia gratitudine al già Sopraintendente degli Archivi Toscani, C. Guasti, a T. Gar, e B. Cecchetti Sopraintendenti degli Archivi Veneti, tutti successivamente scomparsi.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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