ESCURSIONE DECIMAQUARTA. LA VALL’INTELVI.
Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. — Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i volontarî del 1859.
Vale davvero consacrare una buona giornata a percorrere questa alpestre, ma bella e simpatica parte del territorio comasco.
Noi proseguendo il cammino nostro da Torrigia, lungo la sinistra sponda del lago, per certo tratto di riva non rinveniamo più nè ville, nè case; le prime che rompono la monotonia di quelle roccie, non più così fiorenti e verdeggianti, come quelle che abbiamo lasciate, sono i casolari del montuoso Brienno. Quivi furono trovate iscrizioni romane, di cui una rammenta un Archigene, dal quale si vuol derivata la denominazione del non discosto paese di Argegno e ne lo si dà per fondatore. Null’altro offre che valga ricordare.
È da Argegno che si entra in Vall’Intelvi per due vie; l’una sulla sinistra del torrente Telo che va a Sant’Anna e Schignano; l’altra sulla destra, per la quale ponno ascendere carri, e riesce a San Sisino, a Castiglione e a San Fedele, e da cui si può andare a Lugano: ambe poi belle di alpestri bellezze.
È dall’ultima via che si accede al Calvagione, o monte Gionaro, che è quello che conosciamo già col nome di Generoso.
Tutta la Vall’Intelvi è bella di prospetti, di naturali bellezze, di vegetazione; essa è anche interessante per gli episodî delle sue sommosse, che attestano i suoi abitatori animosi e teneri di libertà.
Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli, quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò indicata col nome di Intellavi, la volle parola corrotta da Inter lacus, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio.
Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127 fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani.
Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel 1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore, alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve carcere, rimisero in libertà.
Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli, che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e ogni cosa fu ultimata.
A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche. Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel suo sacco[22].
Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi, rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il nostro riscatto.
Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato in Argegno da Andrea Brenta, nativo di Varenna, ostiere e fornajo di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra), vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella vallata, la faceva insorgere tutta quanta.
Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il 27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle; ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati, quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi Andrea detto Botris di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. — Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio importava, la posizione.
Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo, certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati; sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero, li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti. E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì.
In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como.
Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro, il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino, rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due giovani di una famiglia ungherese.
Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di 400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal comandante Arcioni.
Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero ad ajutare la insurrezione.
Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci, ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia, pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano, dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a Schignano. —
È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli, riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi, che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera.
Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire, lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro vendette?
Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni: certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori.
Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia. Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non vederla finita nella giornata infelice di Novara.
I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento, scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli, difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito.
Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente — senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare stragi e mal governo.
Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato: la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal Domenico Ceresa detto Tardett di Schignano, che tentava sottrarre alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla Svizzera, si era per quelle vie smarrito.
La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni, la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro erano: Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto Rossin, un disertore ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed un varesotto.
Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà, perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza. Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita, dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía.
Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto. Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto, rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: Viva Italia! Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire, così francamente parlava il Brenta: Taci, e tienti contento, chè anche tu hai fatta la tua parte!
Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della riconoscenza.
Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno 1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima conseguenza del congresso di Plombières.
Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò finalmente il 1859.
Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava, quello dell’espiazione per l’Austria era imminente.
Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera.
Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù.
Son note le ragioni che servirono a rompere le ostilità fra Piemonte ed Austria, ad allearsi Sardegna e Francia; son noti i gloriosi combattimenti dell’armi alleate: io non mi arresterò a tener conto di essi, onde venir difilato all’argomento mio.
Giunse il 26 maggio: in quel mattino un battello a vapore percorreva il lago annunciando ai varî paesi d’ambe le sponde, allo scopo di farli insorgere, la vittoria riportata dal corpo del prode Garibaldi a Malnate, terra fra Varese e Como. Ognuno sa come il fatato Nizzardo, spiccatosi coi Cacciatori delle Alpi da lui comandati dal nucleo dell’esercito alleato, si fosse condotto pei paesi del Lago Maggiore a Varese, e di là avesse incominciato una serie di gloriosi combattimenti, di fatti d’armi arditi e fortunati: e però la notizia che si diffondeva era di non dubbia importanza.
Don Battista Rosati, vicario della parrocchiale d’Argegno, uomo svisceratissimo della sua patria, italiano in cui fu sempre calda la fede della redenzione di essa, e che molto si adoperò nei tempi difficili a propagarla in quei dintorni, onde vi fosse prontezza d’ajuti nel giorno del cimento, messosi in un burchio, andò incontro a quel piroscafo per aver nuove da Como, e vi raccolse infatti la fausta novella.
Ritornato costui alla sponda d’Argegno, non è a dirsi con quale accento di giubilo e di entusiasmo gridasse a’ suoi conterranei: Figliuoli, viva Italia! — l’ora segnata dalla Provvidenza è giunta — vittoria di Garibaldi a Malnate — il generale Garibaldi colle sue valorose truppe è in vicinanza di Como. — Ringraziamo Iddio, e facciamo tosto il dover nostro.
E la gente d’Argegno fu pronta e sollecita alla riscossa. Avendo a capo quel medesimo prete, parecchi, de’ quali i nomi sono: Plinio Peroni, Giacomo Bernarda, Tomaso Spinelli, Antonio, Luigi e Santino fratelli Rosati, Costante Ambrosoli, Pasquale Grandi, Carlo Fraquelli, Antonio Visini, Giacomo e Antonio fratelli Grandi, Ernesto Bernarda, Carlo Patriarca, Andrea Grandi, Eugenio Zucchi, G. B. Bosisio ed Eugenio Bernarda — ristrettisi insieme, disarmarono in quel Comune i soldati austriaci, i finanzieri e i gendarmi; indi percorrendo la valle, dove si unì loro, prestando energico ajuto, un giovane milanese, l’ingegnere Tizzoni, che per lavori censuari colà si ritrovava, operarono dovunque il disarmo delle guardie di Finanza, fecero l’arresto del commissario di dette guardie in San Fedele d’Intelvi, signor Durini, uomo che si rese indegno del nome italiano e della illustre famiglia alla quale appartiene; e sarebbero pur riusciti ad arrestare anche quelle due guide di Finanza, Pensa e Melloni, che nella rivoluzione della Vall’Intelvi nel 1848 si erano infamati guidando gli Austriaci nella detta valle per la via del Bisbino, se costoro, avvertendo al pericolo che lor sovrastava, non se ne fossero in tempo sottratti. Essi vennero catturati in appresso per cura della R. Questura di Como.
Cotali atti della gente di Argegno devono dirsi di sommo ardimento, considerato che nel giorno 26 maggio si compivano da quel solo paese, mentre le altre terre del lago se ne stavano ancora titubanti a cagione che l’Urban, generale dell’Austria, aveva in Como concentrato un corpo di oltre dodicimila uomini, e si mostrava disposto, bestiale siccome era, a far man bassa con chichessia avesse mostrato di partecipare al generale commovimento; talchè da tutti si dicevano impazziti gli abitanti di Argegno.
I battelli a vapore del lago, che fin dal mattino di quel dì si emanciparono dal servizio austriaco, ebbero in detto giorno e nel susseguente ad unico sito di stazione la riva di Argegno: nè vi fu modo, finchè gli Austriaci rimasero, che si riconducessero a Como, dov’erano istantemente richiamati, perchè il capitano di uno di essi, lo Scannagatta, che collo scampanellar del suo piroscafo e con efficace parola avea contribuito potentemente a bandir quella sommossa, risoluto ad ogni audace impresa, seppe persuadere il rifiuto. — E gli abitanti di questo paese furono i primi altresì che, partendo la notte dal 27 al 28, si portarono a Como per ricevervi festosamente l’invitto Garibaldi e la valorosa sua armata, alla quale si unirono tosto come volontarî ventitrè di essi Argegnesi. E qui è da notarsi che la popolazione di Argegno, sommando soltanto a 650 anime, forniva con quei 23 volontarî un ben importante contingente alla guerra nazionale.
Onore pertanto a questa valorosa terra, onore a’ suoi animosi abitanti!...
A coloro che, leggendo questo libro, avranno domandato a questa Escursione la semplice descrizione di luoghi, o romanzesche leggende, io penso che la narrazione che ho fatto invece di antichi e gloriosi fatti e della patriottica partecipazione di questa amena e magnifica valle all’epopea della italiana indipendenza, penso che sarà stato di largo compenso, come sarà di più efficace eccitamento a percorrerla ed ammirarla.
Isola Comacina, Balbianello, Bellagio.