ESCURSIONE QUINTA. IL PERTUGIO DELLA VOLPE.

Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il Sarizzo. — Grotte e caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La Zuccotta e I Tre Simili. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa Caprera del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa Gonzales. — Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La Villa Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio della Volpe. — Marmi e pietre.

Alla campagna, non è sempre a paesi, a mercati, a ville che si ami, a ragion di piacevole passeggiata, andare; ma assai spesso ben anco a cert’altri luoghi, dove o la natura li rese interessanti, o la loro postura concede che si godano panorami od estesi orizzonti. Nè sono cotali escursioni le meno piacevoli, anzi il più spesso sono quelle che divertono meglio. Il lago di Como e il Pian d’Erba, che noi dobbiamo percorrere allegramente insieme, ti presentano, amico lettore, molti e amenissimi punti di tal fatta, che saran certo anche per te deliziose mete a gite, a refezioni allegre, come lo sono per tanti.

D’ordinario infatti vi si va recando il necessario per la colazione: è così buono anche il più semplice companatico quando è ammanito dall’appetito, reso più acuto dal lungo cammino fatto a piedi o sul dosso di qualche mulo o asinello, e dalla fresca brezza che spira sempre dalle frondose selvette, onde si vestono le nostre colline, i nostri monti. E quelle chiare, dolci e fresche linfe che scaturiscono improvvise dai massi, e, formantisi in rivoletti, scendono così seducenti di balza in balza, che t’invitano a gustarle o nel palmo della mano, o alla foggia dei biblici soldati di Gedeone, o nella barchettina di cuojo.

Qui lungo il lago di Como avviene che nelle corse montane che si fanno si trovino altre curiosità, che, anche senza essere geologi e naturalisti, richiamano l’attenzione; quali, a mo’ d’esempio, enormi massi o trovanti di granito, staccati dal monte e per nulla aventi a fare colla natura della roccia di esso. Celebre è quello, a cagion d’esempio, che scorgesi a sinistra del lago sull’alpe di S. Primo e che molti traggono a vedere, e quelli che vedremo sul monte che sovrasta a Blevio. La presenza di tali trovanti ci attesta de’ cataclismi avvenuti, come i fossili e le conchiglie, che su per le vette di queste Prealpi si trovano, ne lascian credere che veramente un giorno fosse questa nostra Lombardia tutta quanta un mare.

Ma di secoli da quel tempo devono essere trascorsi a centinaja.

Diffatti massi erratici si sfruttano dall’industria per fabbriche, e in commercio si conoscono sotto il nome di sarizzo; tanto l’uomo sa trar profitto di tutto!

Richiamano altresì l’attenzione e de’ geologi e dei profani certe grotte e pozzi e caverne che si trovano, come il Pertugio detto della volpe, al quale è diretta la nostra peregrinazione odierna; il Buco di Blevio e quello appellato del Nasone che gli stanno rimpetto; quello dell’Orso su Torrigia, a cui pure ne ho destinata un’altra; e la Grotta della Masera sopra Careno e Premenù sopra Pognana, e il Buco della Nicolina e quello di Vallombria sovra il piano del Tivano, dove pure condurrò più avanti il lettore, e la Tana Selvatica sopra Grandola in Val Menaggio e Biancamonda sopra Villeso, per non dir di tutte.

E siccome mi piace serbare un po’ d’ordine in queste nostre escursioni, e far in modo che nulla sfugga alla nostra osservazione (s’intende nulla del meglio), così, rammentandomi che siam rimasti alla villa del marchese Raimondi, denominata l’Olmo, passiamo in rassegna le graziose e ricche ville che si vengono succedendo: ci parrà più corta la via, per giungere al Pertugio.

Se vi pare di variare, qui potete farne senza della barca; perocchè è una buona via abbastanza larga per trascorrervi la carrozza e farvi pure lo scambio con quell’altra che le venisse incontro per ricondurvi al sentiero che si sale alla montagna. Io per altro ho promesso di accennarvi a tutte queste leggiadre casine che si specchiano come vaghe odalische nel lago, e tiro dritto in barca.

La prima che s’incontra è il Grumello, villa ora del genovese banchiere Celesia, ma che prima fu dei Gallio e poi de’ Giovi. Ha vicino la sua darsena, come, quale in un modo, quale in un altro, l’hanno tutte; perocchè aver la villa lungo il lago e non possedere la sua lancia, o la gondola, o il canotto, o il piccino ed agile sandolino che sfiora appena l’acqua, è quanto non averla. La più parte delle passeggiate è sul lago, e sovr’esso si trascorre sempre al mattino, meno al meriggio, indispensabilmente prima o dopo il desinare. Con taluna di queste snelle imbarcazioni si va al mercato di Como, si passa alla posta del paese a dare e ritirar le lettere, si rasenta la sponda o si traversa per le visite, si va incontro a’ piroscafi per vedervi i passeggieri, o per la sola voluttà di farsi cullare dalle grosse onde che nel moversi ne fan le ruote; si fanno infine le escursioni di piacere; insomma si san sempre trovare le occasioni d’essere in barca; così che possa dirsi, senza dare nell’iperbole, che gran parte della giornata la si passi sovra il lago.

Eccovi questa villa che è al di là della strada: è la Zuccotta e appartiene al signor Giovan Battista Brambilla, banchiere di Milano. Innanzi ad essa sarei tratto a farvi un po’ di maldicenza, non a danno del suo ultimo possessore, ma a beneficio del suo antecessore, sempre nell’interesse della storia; ma preferisco rimandarvi a quel libretto divertentissimo che dettò quello svegliato ingegno di Defendente Sacchi, molti e molti anni fa, allorchè la Zuccotta era venuta alle mani di quel furbissimo abate che fu il professore Pietro Configliachi. Il libretto ha per titolo I tre Simili, e ci dice come qualmente la villa la Zuccotta, acquistata co’ danari d’una signora, rimanesse invece con mirabile artificio proprietà dello abate. L’è tutta una rappresentazione di prestidigitazione da disgradare Cagliostro. A’ tempi in cui usciva questa storia per le stampe, gli Austriaci erano qui nell’apogeo della loro dominazione; epperò dovette stamparsi alla macchia e passarsi dall’uno all’altro, quasi un numero rivoluzionario della Giovine Italia.

Questa villa era stata edificata dai signori Volpi; il Configliachi, da uomo di sottile ingegno, ne l’aveva di molto abbellita; ma chi la ridusse alla vaghezza d’oggidì fu l’odierno proprietario di essa signor Brambilla, che elevandola fino al sommo della collina e occupando parte del Cereseto, che il Cantù dice lodato per fichi squisiti, la fece tra le migliori onde il lago si pompeggia. Quivi accolse oggetti di pittura e di scultura, e deve essere per lui di non poca soddisfazione nel vederli innanzi a sè, ripensare che ognun di essi rappresenta una commissione da lui data a questo o a quell’artista, e da lui data in tempo, quando cioè può valere altresì a beneficenza. Queste cose sono omai così poco e da’ pochi comprese, che rilevarle, per lo scrittore è un dovere.

Più avanti il medesimo signor Brambilla, traendo partito da qualche spazio concessogli dal capriccioso lago, fabbricò un bellissimo palazzino, che, in omaggio al Titano d’Italia, intolò Caprera, e non è a dirsi come lo fornisse d’elegante suppellettile. L’una sola di queste ville oh come appagherebbe le aspirazioni di molti! Ora essa divenne proprietà del ricchissimo signor Loria, che la grande fortuna ammassata ne’ commerci in Egitto sfrutta degnamente fra noi. Il suo palazzo di Milano è tra le migliori e suntuose opere architettoniche del nostro tempo.

Dalla Caprera alla Tavernola, già degli Stagnoli, ora di proprietario tedesco, non corrono che pochi passi. Quivi è facile trovare chi vi affitti, se bramate gustarvi gli ozî lacuali, molto più poi che ora vi si è stabilito un albergo. Il luogo è bello, comoda la casa, proprie le suppellettili, splendide le vicinanze. Non sarà certo inopportuna questa mia designazione. Essa venne architettata da quel valoroso che è il Tatti.

La villa Gonzales vi succede. Sorge a testimonio di quanto possa l’ingegno anche sopra la nascita e l’educazione di convenzione. Il Gonzales, datosi agli appalti e fattosi più volte milionario, qui si aveva preparato deliziosissimi ozî e riposi dalle annuali fatiche. Spiegò il gusto de’ gran signori dalla natività: le sue allogazioni artistiche non sono state mai a casaccio, ma presiedute dalla intelligenza. Il Fasanotti, principe de’ nostri paesisti, della villa del Gonzales fece uno de’ soliti suoi capolavori. Fu l’onore allora della pubblica mostra di belle arti di Brera; ora lo è della superba casa del signor Gonzales. Fra gli altri molti oggetti d’arte che vi accolse, evvi il bellissimo Ismaele dello Strazza e un bel quadro di Sebastiano De Albertis, raffigurante la morte del capitano De Cristoforis, avvenuta nella fazione di S. Fermo già ricordata. Ma, tanta delizia, contro la comune aspettazione, ora da lui fu ceduta a ricco straniero; tanto è vero che l’uomo propone e Iddio dispone.

Poi la villa Bignami, eseguita dietro disegno dell’architetto Clerichetti, e basta per dirla di buona architettura; e quindi la Cima, che deve la sua esistenza al generale Pino, di cui dissi già addietro e avrò a dire nella prossima escursione ancora. Fu in questa villa che quel famoso vi moriva nell’anno 1826.

Dietro di queste ultime ville, al di là della strada carrozzabile, che ho già sopra ricordata, presso il torrente della Breggia, che passando nella Vall’Intelvi, viene presto a buttarsi nel lago, una graziosa villetta, che per me ha grandissimo valore, attrae il vostro sguardo. Tersicore vorrebbe esser detta, perocchè essa appartenga al suo più celebre sacerdote vivente, a Carlo Blasis vuo’ dire, che congiuntamente a quella somma artista che fu Annunziata Ramaccini, che gli è compagna, portò la R. scuola di perfezionamento di ballo di Milano a quell’altezza e fama che ognun sa. Nel Blasis l’insegnamento egregio non fu l’effetto soltanto delle tecniche nozioni apprese alla sua volta in giovinezza, ma il frutto altresì di quella coltura onde erudì lo spirito, e delle dottrine estetiche nelle quali è maestro e per le quali potè donare alle lettere e all’arte sua un preziosissimo Manuale della danza, un filosofico volume Sull’uomo fisico intellettuale e morale, e infinità d’altri lavori di scienza e di erudizione, che il resero l’indispensabile collaboratore di non so quanti giornali artistici italiani ed esteri.

Mi conceda il lettore che io dedichi all’amico la versione d’un enfatico carme latino che il direttore del Propagateur du Var, Dario De Rossi, pubblicava in onore di lui. È sì raro che periodici francesi riconoscano il merito de’ nostri, che chi legge avrà caro che le pagine di prosa ora alterni con versi che sì onorevolmente testimoniano d’un nostro concittadino.

Non mai, se il dolce di Calliope labbro

Mi sorridesse, o da Polinnia il dotto

Artificio non fosse a me negato

De’ carmi, o pur se d’imitar col canto

Mi fosse Orfeo da pio destin concesso;

Non mai, Blasis, potria le tue virtudi

Degnamente narrar onde risplendi,

Siccome astro fulgente in sul creato.

A la palestra le solerti membra

Ad addestrar tu insegni, e tu la danza

Guidi ed al piede la cadenza, e il modo,

E la posa ed il gesto e ogni movenza,

Memore ancor dell’arte prisca, apprendi.

Il diviso dall’orbe irto britanno,

Ammira e plaude; e quei che pria Colombo

Sotto l’ardente sol scopriva audace

Dopo acerbe fortune e l’aspra gente

Delle Esperidi e quei che del Sequano

Flutto nobil si fa, popol di Francia,

Inclito in armi e nel civil costume,

Blasis, dal genio tuo, da tanta altezza

Di tua mente commossi, al ciel la lode

Del tuo nome innalzar e della terra

Itala che ti fu larga nodrice

E della tua s’onora inclita fama.

Te la Gloria sublima e il tuo sembiante

Ritrae nel marmo. — A che ricordo io mai

Queste povere cose? — Oh! non da meno

De’ più gagliardi ingegni, osasti primo

Tu dell’uomo indagar le meraviglie

Note appena ridir ed ogni moto

Dell’animo a che valga e i nostri petti,

L’abito di natura, onde agli offici

C’informiam della vita ed alle eccelse

Regioni ci estolle, o in giù trascina

E ci offusca le menti e il corpo solve;

Che mai possa la donna e quanto ingegno

E nelle membra sue vigore accolga;

Quali rifulgan per sapere e quali

Alla patria devoti emergan forti

Nelle battaglie eroi, o la lor vita

Abbian dell’Arti al sacro culto intesa.

Quanto fai, quanto scrivi, a te le menti

Concilia, o Carlo, e raddolcisce i petti

Ed è fama così che la prestanza

De’ tuoi modi squisiti abbia lasciati

Ricordevoli molti; al par di pianta

Che frondosa al venir di primavera

S’incorona di fiori e nell’estiva

Stagion pendon dai rami i dolci pomi.

Quivi de’ lor melodïosi canti

Empion l’aure gli augelli e qui per lungo

Cammino il vïator stanco riposa

E le forze a la fresca ombra rintegra.

O dell’Italia onor, de la severa

Sofia decoro, lungamente vivi

All’arte e a’ tuoi, felice! e quando avrai

Grande e incolume i tuoi giorni compiuti,

Te Clio, te Euterpe e la virtù non morta

De la tua patria adducano immortale

Sovra nuvola ardente in grembo al cielo!

Ma qui ne è forza balzar dalla barca e ascendere il monte che nomano il Bisbino. Badiam però che la sua sommità sia libera e serena; perocchè quando essa si incorona di nubi, gli è indizio che il cielo si turberà, che non tarderà guari a piovere a dirotto:

Se il Bisbin mette il cappello,

Corri a prendere l’ombrello;

così avvertono, a mo’ di sentenza, quelli del luogo.

Sulle sue pendici seggono le grosse terre di Piazza e di Rovenna, dove è anche una bella chiesa e dove, non ricordo in qual tempo dell’anno, è una sagra a cui corre gran gente, ma più ancora al Santuario sulla vetta.

Più in su è il Pertugio della Volpe.

La vista che al di fuori ci si offre è incantevole: valeva la pena di venirvi. Ma descrivervi il panorama non mi calza, da che la descrizione è esaurita per chi montò sul Generoso. Tuttavia a chi non garba il maggior incomodo di salire fin lassù, questa vista del Pertugio della Volpe lo paga certo del minor disturbo.

Entriamo adesso. È una grotta che s’addentra assai e assai: i banchi calcarei che vi sorgono e la rendono ineguale, vi palliano la lunghezza. Fu misurata novecento metri: sarà vero? Io non mi sto fra coloro che si mostran troppo increduli, nè mi voglio, San Tomaso novello, metter la mano a sindacare. Parmi migliore civiltà arrendermi a chi me la spara grossa... e saran dunque novecento metri di lunghezza, e voi credetevi, o lettori; e se no, pigliatevi il gomitolo del villano di Barnabò Visconti e misuratela a vostro talento.

Vuolsi ricca questa grotta — alla quale per avventura qualche volpe snidata ha dato il nome — di alabastri venati; ma già questi monti che fiancheggiano il vaghissimo Lario sono sì larghi depositari di marmi e pietre che interessano il naturalista e lo speculatore, che se n’avrebbero a scrivere volumi. Intanto godono gran rinomanza il marmo bianco di Olgiasca che prolungasi sulla riva opposta del lago, ove presso Musso già esistevane una cava; quello nero di Varenna; la pietra di Moltrasio che riducesi anche a lamine sottili per grondaie di tetti e pavimenti; le lumachelle della Tremezzina e il sarizzo che ho testè accennato, e il marmo bindellino che è nel letto del Varrone, e moltissimi sassi calcari che alimentano attivissime fornaci.

E qui basti e discendiamo, perchè l’ora si fa tarda.

Villa d’Este.